Rifugiati (Il Fatto Quotidiano, 2.11.19)

Leggi in rete «Poeti ed esuli hanno soltanto le parole per mostrare il proprio valore»

Il regista turco-italiano Ferzan Özpetek scrive, nel romanzo Rosso Istanbul: «Le case dell’infanzia rimangono sempre dentro di noi, anche quando non esistono più». Possiamo proseguire il suo pensiero arrivando a sostenere che tanto più la nostra casa è lontana, tanto più è presente. Riusciamo a dedurlo dall’esperienza degli anziani, i quali hanno spesso più viva memoria dell’infanzia, che del presente. Ricordare la casa dell’infanzia è dunque un argine allo sfacelo, interiore o del corpo. Il cerchio di ogni lunga vita pare richiudersi con il riemergere di quel che sapevamo nascendo, se due poeti adulti come Pier Paolo Pasolini e Giovanni Pascoli descrivono anche la cultura più autentica come ritorno alla lingua semplice e pura che parlavamo da «fanciullini».

Infine, secondo Marina Cvetaeva, i poeti condividono per natura il destino degli esuli. E i poeti non hanno che parole, per farsi valere. Non violenza, solo parole. E le parole sono il patrimonio messo a disposizione anche dai rifugiati che hanno deciso di mostrare il proprio valore.

Se esilio e lontananza sono solcati dal destino del ritorno, un simile destino è tanto più vero quando la sola casa è il corpo che abitiamo, com’è accaduto a ognuna delle persone che lo scorso aprile 2019 si è riconosciuta sotto il nome significativo e bellissimo di «Unire», Unione Nazionale Italiana per i Rifugiati ed Esuli, un’Associazione che raccoglie associazioni preesistenti (Mosaico, Il Grande Colibrì, Associazione Africa Unita e Afghan Community in Italia), attivisti e cittadini privati [ed è uno dei progetti vincitori del bando di PartecipAzione, programma realizzato dall’ONG Intersos e UNHCR, l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati].

Alla conferenza stampa di presentazione del progetto, che si è tenuta lo scorso 26 ottobre 2019 presso una sede romana della CGIL, il presidente Syed Hasnain è calmo, non fa la voce enfatica “da comizio”, né parla per slogan, racconta una storia che è la storia di un sogno collettivo e chiarissimo al pensiero: camminare insieme verso un futuro sempre più comune.

«Non vorremmo la pietà del paese che abitiamo, vorremmo che il paese ascoltasse la nostra voce», aggiunge la vicepresidente curda, Ozlem Önder, limpidamente cosciente che ciascun essere umano sia risorsa economica e culturale per la terra che abita. L’Italia, nel caso nostro, un Paese nel quale i rifugiati desiderano – così leggiamo sulla pagina facebook dell’Associazione – diventare «interlocutori di pari grado per migliorare questo mondo così disumano». Quelli che vivono in Italia da molti anni sanno per esperienza cosa succede dopo lo sbarco e dopo l’accoglienza e possono raccontarlo, aiutando quelli che arrivano dopo di loro a districarsi nei tunnel della burocrazia e infine a integrarsi. E aiutando noi a conoscerli.

Primo scopo della rete è infatti condividere esperienze, ma finalità ulteriore e fondamentale degli associati è influire direttamente sulle politiche di accoglienza, che hanno evidentemente un fortissimo impatto su ognuna delle loro singole vite, ma sulle quali, a oggi, non hanno avuto alcuna voce in capitolo, poiché in Italia i rifugiati non hanno diritto di voto e subiscono le decisioni del Paese ospitante. «Unire» intende allora proporsi come organo consultivo nelle Commissioni Parlamentari sul diritto di asilo e sulle politiche migratorie, per collaborare alla costruzione di un corpo comune, nazionale e sovranazionale.

I fondatori dell’Associazione vengono da Nigeria, Siria, Eritrea, Kurdistan, Afghanistan, Sudan, Algeria. E abitano a Milano, Roma, Torino, Bologna, Parma, Cagliari, Alto Adige. Il nigeriano Apollos Pedro sorride contento come un bambino, mentre dice: «Non credevo che un giorno avrei preso in mano la mia vita». Questo è lui, questa è lei, con rispettive tradizioni, talenti e abitudini, ereditate per nascita. Tutti desiderano essere visti, contribuire, sviluppare i talenti. Come me. Questa infatti sono io: nel mio Paese, nel mio quartiere, con le mie tradizioni, i miei talenti e le mie abitudini, con la fortuna di non essere stata costretta ad abbandonare i miei affetti, che d’improvviso appaiono evidenti e più preziosi che mai.

Ma è pur vero che il benessere impigrisce. Vogliamo davvero che la nostra fortuna ci renda inattivi, proprio adesso che la nostra voce può rinnovare i fondamenti dell’esistere insieme a tante voci nuove e sconosciute che si fanno vicine, in questo disperato, fecondo ed eversivo millennio?

Lo scrittore afghano Alidad Shiri, arrivato bambino in Italia legato sotto un tir alla fine di un viaggio lungo quattro anni, per chiudere in bellezza focalizza l’attenzione sul linguaggio che usiamo, spesso inconsciamente, trattando il tema dell’immigrazione. «Unire» desidera aiutarci a riflettere anche sulla disponibilità che diamo per scontata, evolvendo un linguaggio che, come sempre, rivela e modifica il pensiero. Cambiando le parole che adoperiamo, possiamo imparare a rovesciare la prospettiva “assistenziale”, passando dall’idea di essere pronti a rimboccarci le maniche per risolvere un problema e accogliere alcune vite ferite, all’idea di ricevere un dono. Si tratta di una vera rivoluzione dell’intelligenza.

E allora, il nostro Paese può continuare a sfornare decreti che rendono impossibili o difficilissimi e contraddittori questi percorsi incrociati di autonomia e ricchezza. Oppure, possiamo impegnarci a comprendere il futuro di un mondo che si mescola, dove ogni nazione parla tutte le lingue del mondo, senza per ciò sentirsi colonizzata ed espropriata della propria cultura e delle proprie tradizioni, ma si dispone con curiosità a convivere con ricchezze, problemi e tradizioni di cosiddetti «altri». Proprio come i cosiddetti «altri» avrebbero dovuto fare e hanno fatto, fanno e faranno coi cosiddetti «noi». 

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