Scaramuccia Federico (4.11)

FEDERICO SCARAMUCCIA, Haikuarius (quinta dimensione)
a cura di Maria Grazia Calandrone
su Poesia n. 259 - aprile 2011
 
Federico Scaramuccia gioca con intelligente serietà a costruire haiku fuori metro e fuori tema e libere note in prosa agli stessi, sdoppiandosi in divertito critico di se stesso: siamo legittimati a pensarlo dalle frequenti incursioni del piglio critico (ove non ipercritico!) nella sua poesia. Qui Scaramuccia ci offre venticinque delle sue Ninfe senza posa, creature “in vetrina”, che l’autore mette in mostra con un gesto cattivo e divertente e amaro – e ci offre una nota dove rende omaggio a due predecessori contemporanei: il primo, Marcello Frixione, già apprezzato da Edoardo Sanguineti per avere rinnovellato, in terne di endecasillabi imperfetti e soprattutto in tanga, l’interesse per le povere ninfe, altrimenti lasciate da quattrocento anni a sollevare lamenti immortali dal poema in musica di Monteverdi-Rinuccini. Immediatamente dopo, Scaramuccia si dichiara debitore a Lorenzo Durante, che negli anni Novanta ha introdotto l’haiku à l’italienne, ben più spazioso dell’originale.
L’iconografia delle Ninfe, lo sappiamo, le vede sempre avvolte dalle acque o dai fiori, le raffigura in stati di natura, ammiccanti fanciulle semidivine con coroncine di primizie sul capo, sorridenti seduttrici di uomini e dèi – oppure inginocchiate dentro una acerba disperazione amorosa come appunto nel brano di Monteverdi. Anche gli haiku sono dicitori di cosa naturale rappresa in una istantanea, quella piccolissima gabbia di quinario – settenario – quinario (qui ampliata appunto à l’italienne) che costringe a rappresentare un mondo attraverso pochissime emergenze: per improvvisi analogici, quasi senza sintassi.
Ed ecco formarsi nella mente di Scaramuccia l’equivoco ma quanto mai appropriato cortocircuito tra haiku e ninfa, ovvero tra effondimento ninfale e rigore strutturale. Per Scaramuccia si tratta di seguire la doppia disciplina che si è imposto: quella numerica nel conteggio sillabico 7-11-7 più un quarto verso, un titolo regredito a didascalia, e quella alfabetica delle rime AbAb – sebbene entrambe le norme siano soggette a più di uno sfrangiamento.
Chi sono queste ninfe postmoderne chiuse in gabbie strettissime come oblò, questi venticinque esseri spiati come attraverso il breve schiudimento della tenda sulla cabina di un peep-show? Si spalmano di crema, sniffano coca, sfilano, parlano solo – e brevissimamente – per contrattare il prezzo della prestazione. Altrimenti agiscono. Suggerisce Marco Simonelli, in una bella nota ai testi di Scaramuccia, che le ninfe di lui sono ‹‹comparse disperse nella solitudine cosmica di un’esistenza vissuta come provino per un reality show. Su “Sky” c’è un programma che si chiama Acquario in cui per ore si può vedere un gruppo di ragazze che ballano in una discoteca: l’acquario di Scaramuccia funziona sullo stesso principio d’accumulo, solo che la musicalità del suo verso (una tecnica techno/house) estrae dai soggetti non tanto la loro essenza quanto la loro assenza. È quasi come assistere a The Club su “AllMusic”, solo che le ninfe di Scaramuccia ci sembrano paradossalmente più umane››. Il Club del quale scrive Simonelli è un programma di “socializzazione”, ovvero un contenitore commerciale di video della durata di un minuto scarso nei quali ciascuno descrive se stesso al fine di autopromuoversi quale amico ideale. Le ninfe sembrano probabilmente più umane a Simonelli perché non aggiungono una parola al corpo, come abbiamo detto: restano nude, fanno le cose e basta. Sono evidenti e basta. Ma appunto intangibili e derealizzate come le sirene dietro i vetri dei peep-show o le ragazze danzanti nel plasma senza sangue degli schermi. Sono persone illuminate stroboscopicamente a pezzi o, come nell’opera di NIBA finita non a caso in copertina di Tanatoparty di Laura Liberale, involucri di lattice ipersessualizzati ma che non contengono che assenza, cavità, la vacuità di un corpo che se n’è andato, il corpo vuoto esposto in una posa che lo rende immortale: un’immagine simile al groviglio di sangue metallizzato nei circuiti venosi dopo che i corpi dell’uomo e della donna, oggi esposti nell’omonima cappella di Napoli, ebbero subito il misterioso trattamento alchemico da parte del Principe di Sansevero. Corpi ridotti a un groviglio apparentemente naturale. Ma c’è, d’innaturale, l’esposizione della loro fermezza mortale. 
Pensiamo anche alla tecnica della plastinazione dei cadaveri, ideata negli anni Settanta da Gunther Von Hagens, che lava i corpi morti con bagni di acetone, li scuoia, li dimidia, li manipola in pose da vivi e li espone nei musei di tutto il mondo. Molti degli spettatori richiedono a Von Hagens di riservare loro un simile trattamento postmortale, come se essere affettati e immobilizzati in pose dinamiche fosse un modo verosimile di non morire.
Del corpo non rimane che l’assenza, rigonfiamenti in silicone, resine che marmorizzano il suo disfacimento mortale.
Ma. Nello stesso momento in cui la dipaniamo, siamo colpiti dalla fittissima serie di rimandi e citazioni che si può estrarre senza fatica dalla poesia di Scaramuccia, riferita sia ad antecedenti storicizzati che ai novissimi contemporanei, sia a opere non letterarie che all’opera secchissima della natura. Il risultato è un melancholico catalogo di suggestioni e dati. 
Vuol dire che il poeta dei Duemila si muove dentro un espandimento di maglie extraletterarie o che è talmente solo da essere costretto a tendere sotto le sue acrobazie aeree una rete di salvazione? 
Vuol dire che Scaramuccia vuole rendere esplicite entrambe le reti che da sempre stanno sotto le parole. Sappiamo bene che i poeti copiano – dal mondo e dai colleghi! – ma il bravo poeta, come scrisse Zanzotto, copia in modo che non si vedano le cuciture. Scaramuccia mette le righe con l’evidenziatore sulle sue cuciture e frecce luminose sulle impressioni ricevute dal suo radar di essere sensibile.
Nella sua orgogliosa franchezza riconosciamo il gesto del poeta, nell’esporre le fasce muscolari del testo, gli esercizi di allenamento e di riscaldamento, le bruciature nei punti di contatto tra i versi, propri e altrui, la multiproprietà, il carattere comunitario del “fare poesia”, la sporcatura, tecnica e tecnologica, il suo serio dileggio di se stessa poesia, sempre di altri. 
Ma. La ninfa, l’involucro ninfale, è anche quel che resta della cicala alla fine dell’estate, quel che resta del canto. Cadavere in piedi, larva, assenza visibile: questo sono le ninfe di Scaramuccia, questo il corpo a noi contemporaneo, questo il corpo svestito della poesia, la fascia muscolare, il suo sorriso, il rictus

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