Sulla morte (VersanteRipido 1.1.20)

«Versante ripido» 1.1.20

  •  INTERVISTA A MARIA GRAZIA CALANDRONE SUL TEMA DELLA MORTE
  • di Elisabetta Sancino

Molti dei tuoi testi sono incentrati sul tema della morte vista come passaggio o rinascita, nuova vita dalla quale riemergeremo come forza naturale, “alberi dai frutti rossi e non finiti, mai finiti, infiniti”.  Nella “Poesia-sudario per Genova” la chiusa è più amara: “senza nome e cognome toneremo cose tra le cose, senza involucri e senza nostalgia ritorneremo all’indifferenziato delle stelle”. L’idea che abbiamo della morte muta a seconda degli stati d’animo o anche delle fasi della vita che stiamo attraversando?

In realtà le due poesie manifestano lo stesso atteggiamento nei confronti della morte: essere senza nome e cognome equivale a essere alberi, ovvero liberi dall’io come gli alberi, che sono attraversati dalla vita, con tenacia, e basta. Esistono e basta. O, al contrario, non esistono, e basta. Senza lagni. L’immagine del primo testo mi è stata suggerita dall’Elegia orientale di Aleksandr Sokurov, un film di poesia nebbioso e lirico, purtroppo ormai introvabile, dove i personaggi sono saggi e lontani, quasi astratti e pieni di dolcezza.

Nella tua ultima raccolta ci sono diversi componimenti dedicati a fatti di cronaca nera particolarmente efferati, dove è la brutalità della morte ad essere protagonista. Come mai hai deciso di affrontare temi così scomodi, che per alcuni sono incompatibili con la poesia?

Come molti prima di me, mi sono impegnata a scavare le radici del male, dunque ho cercato di identificarmi con gli assassini e, per farlo, ho letto centinaia di pagine di documenti processuali, ho guardato interviste e telegiornali d’epoca fino a stare fisicamente male. Onestamente, è servito soltanto a confermare quel che già avevo compreso scrivendo della Shoah: in alcuni esseri umani, a un certo punto, avviene un click profondo, che spegne qualsiasi loro capacità di sentire l’altro. Proprio come girare un interruttore. Purtroppo non ho compreso perché questo avvenga, forse semplicemente – e atrocemente – non esiste un motivo e, per esprimere questa totale e sconvolgente assenza di motivazione di certo assassinio, ho scelto il caso emblematico di Pietro Maso. Per ciò ho trovato deludente la spiegazione psicoanalitica del male che viene data nel pur bellissimo film Joker. A volte il male non ha cause, anch’esso esiste e basta, e colpisce a caso. Eppure, non è facile accettare la casualità, siamo sempre in cerca di senso, di spiegazioni. Dunque, se intendiamo la poesia come vicinanza e indagine nell’umano e come specchio anche bruciante di noi stessi, mi pare che questi temi la riguardino profondamente. Non credo che possiamo essere consolati e felici se prima non affrontiamo mostri e fantasmi, di dentro e d’intorno.

Recentemente hai curato per LietoColle l’antologia “La forma dell’anima altrui” dedicata a Seamus Heaney, che nella silloge “North” celebra i corpi miracolosamente conservatisi nella torba dall’età del ferro e tornati alla luce quasi intatti. Anche in alcune tue poesie colpisce l’attenzione  al corpo del defunto, osservato e descritto in versi nei quali il dato oggettivo, reso con precisione spietata, da anatomopatologa, si fonde con un lirismo struggente. La poesia può dunque provare ad esprimere la verità di quello che la scienza si limita a descrivere?

Scienza e poesia nascono da un’uguale inclinazione nei confronti della così detta realtà, che è cosa diversa dal reale. L’atteggiamento del poeta che osserva il mondo è molto simile a quello dello scienziato, con la differenza che lo scienziato è costretto a dimostrare quanto afferma per via sperimentale, mentre al poeta è richiesta la sola via intuitiva, non si pretende che un poeta sappia ripetere in laboratorio l’intuizione che l’ha portato a scrivere un verso che contempla l’invisibile. Dunque ai poeti è concesso di unire con le proprie parole cose evidenti a cose inspiegabili, il piano dell’evidenza oggettiva con quello dell’evidenza soggettiva. Inoltre, la terminologia scientifica è spesso altamente poetica. Pensiamo ai nomi degli alberi, degli uccelli o, appunto, ai nomi dell’anatomia. Alle cose sono già stati assegnati nomi bellissimi. Basta usarli.

Borges dice che “quando gli scrittori muoiono, diventano libri” e del resto la creazione artistica è, tra le altre cose, un tentativo di lasciare nel mondo qualcosa che ci sopravviva e ci renda in qualche modo eterni. Ci sono, a tuo avviso, alcuni poeti ingiustamente dimenticati e che andrebbero riscoperti o meglio valorizzati?

Nella Nobili, una persona straordinaria, cent’anni più avanti della propria epoca, alla quale ho infatti dedicato le mie energie curandone l’opera, inedita in Italia dal 1948.

In “Veglia alla cenere”, i piccoli rituali di ogni giorno, come prendersi cura del basilico o aggiungere il sale, ci aiutano a ricordarci che siamo ancora vivi, anche dopo la perdita di una persona cara. In un altro testo scrivi che “è per questo/raggio di sole sulle stoviglie/per la quieta solitudine/delle cose/e per il luminoso stare delle cose in se stesse/che rimaniamo vivi”. Più che alle riflessioni filosofiche o alla religione, ci si può dunque affidare alla poetica del quotidiano per esorcizzare la paura della morte e vivere con maggior pienezza il tempo che ci è concesso su questa terra?

Come ho detto per i nomi scientifici, le cose e i loro nomi sono già bellissimi. Basta guardare, dando a questa parola l’intonazione che le ha dato Wittgenstein. Se fossimo capaci di accorgerci di essere vivi – tema che torna continuamente in Giardino della gioia – saremmo persone nuove. Perché constateremmo l’evidenza che non vediamo, cioè che essere vivi ci offre infinite possibilità e sta a noi smettere di lamentarci e fare della nostra vita qualcosa che ci piaccia e che, magari (magari!), sia utile. Proprio in questi giorni sto scrivendo, per «Terre des hommes», la storia dell’indiana Nandhini, una ragazzina che, presa dalla passione per i libri, a 14 anni ha rifiutato il tradizionale matrimonio combinato e adesso è in Italia e studia per diventare medico. Nandhini ha sfruttato al meglio l’opportunità di essere viva, qui e adesso, sradicando in un gesto (telefonare all’Associazione) una tradizione millenaria e oggi, a sedici anni, è in prima linea per la liberazione di altre bambine come lei.

La tua è spesso una poesia di denuncia, una poesia “politica” come tu stessa dici, eppure in molti testi prevale la funzione consolatoria, quasi a voler suggerire al lettore la possibilità di una via d’uscita dalla paura e dal dolore grazie al potere salvifico della parola. E’ così?

La poesia ci salva soprattutto dalle illusioni su noi stessi, ci smaschera, ci mette davanti alle nostre ombre e ai nostri desideri. In questo senso, sì, “consola” sapere che altri prima di noi hanno sentito come noi. E ne hanno fatto bellezza perché, appunto, nonostante tutto, hanno saputo vedere la scaglia – o la via maestra – di bellezza nell’orrore del mondo, che da ultimo a certa politica piace tanto sbandierare, per farci paura. Invece, abbiamo bisogno di fiducia. Nel mondo, non certo nell’uomo forte che ci salva da pericoli inesistenti, strombazzati apposta per rastrellare voti. Eros e Priapo di Gadda insegna ancora molto sul presente. E allora, concludiamo che la poesia è politica anche quando “consola”.

Grazie per queste domande. 

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