Franca Alaimo, 6.11

FRANCA ALAIMO, Sempre di te amorosa
a cura di Maria Grazia Calandrone
su Poesia n. 261 - giugno 2011
 
È molto facile scrivere della poesia di Franca Alaimo perché la sua poesia è contagiosa, legata com’è a molta della nostra tradizione letteraria e iconografica – e dunque ai simboli, a comuni astrazioni creative – e insieme tutta rigogliosa di natura vivente: la natura minima dell’orto e delle sue lattughe e insieme la natura petrarchesca, quella addensata in monumenti equorei e vegetali.
La poesia di Alaimo è dunque di natura strabordante e attraversata da sismi di commozione molto ferma: capita raramente di leggere una poesia così fitta, febbrile e volponianamente corporale quanto allo stile (sebbene l’”aspro” protagonista di Volponi ebbe un esito ben più “illuminista”). Nei contenuti, infatti, se “romantica” può dirsi una scrittura, quella di Alaimo lo è, terribilmente. Ci vuole coraggio a essere così nude senza nessun antiveleno d’ironia, per esporre così coerentemente la propria ferita. Forse perché la ferita, vista dallo sguardo di un altro, duole meno, il male trova una seconda spalla su cui poggiare la sua statura immobile di statua laica. Ma soprattutto perché, quando sulla ferita batte una luce, la ferita germoglia. Ma in questo caso è la luce propria dell’autore a illuminare il male, perché Alaimo non chiede pietà che a se stessa: la sua poesia è il risultato dell’opera privata antiluttuosa che ha dovuto compiere chiunque sia stato colpito negli affetti più cari dalla morte e, nonostante questo, abbia un profondo e probabilmente colposo amore per la vita. Ecco il segreto facile svelato in due successive rivelazioni: afferrare il dolore / E torcerlo fino in fondo per rinverdire il giardino e ancora: Le mie parole / Sono nate tutte dall’amore più grande e negato.
La poesia di Franca Alaimo è infatti una continua dedica a una madre-Ofelia, a una figura non conosciuta e fatta con le parole una paradossale persona di carne. Lo scervellarsi quasi letterale e il “sentire intorno” alla sua continua immagine, rifonda il mondo: è lo scarto tra esserci e non esserci che può ucciderci o farci rinascere da tutte le ceneri e incessantemente. In quello scarto tra esistenza e fine stanno queste parole, come un cuneo di luce, come calendule, trifogli e passeri vicino a un morto ammazzato in una scena finale che senza rimorso tiene insieme il lutto e la vita, perché ogni male, anche l’aver perduto l’amore più necessario, può essere piegato a far sgorgare non sangue ma una chiara emergenza naturale, un pensiero “al positivo” sulla morte, come nella lucida preveggenza di uno dei personaggi Giulio Mozzi ne “Il male naturale”: …diventerò cibo per batteri, funghi, piante saprofite, larve d’insetti. Tutti gli esseri viventi mi divoreranno e quel che resterà di me, dopo un tempo incalcolabile, diventerà olio minerale, nafta, liquido denso e grumoso. Non desidero questa vita eterna ma credo che non sia possibile evitarla. E Franca Alaimo, in un pezzo in prosa scritto a latere dei suoi testi poetici, si interroga così sopra il suo corpo: Ed io da dove giungo? Io, ombra dell’ombra, affresco in dissoluzione
Certo. Perché la donna che scrive senza quasi radici ha ormai molti più anni di sua madre, la quale è impietrita e insieme monumentalizzata nella sua gioventù dall’avvenuta morte: questa madre non dovrà rassegnarsi come la figlia ai cambiamenti del corpo: questa madre sarà sempre, ovviamente e con ogni evidenza: bellissima. E lascerà sola la figlia sulla fragile barchetta di un corpo che invece ha da attraversare il tempo. 
Allora occorre un’altra donna con la quale imparare a invecchiare. La costruzione di un io-mondo avviene anche per identificazioni successive: ecco la lunghissima dedica all’argentina Alejandra Pizarnik, poetessa sì, ma fermata dal suicidio. Il riconoscimento nella scrittrice d’oltreoceano è infatti complesso: per Alaimo Alejandra è se stessa poetante ed è anche la madre che corteggia dolorosamente ma dolcemente il non-essere, un femminile bagnato nella morte che è un’acqua che scorpora, acqua fecondissima e che ne ha disseminato il corpo nella natura tutta, già tutta femmina e seminatrice. Questa natura viene attraversata nella compagnia fantasmatica della quasi coetanea Alejandra. Dunque il rapporto con l’altra donna è carnale, di corpo con corpo, di volto riflesso e infine di corpo ancora una volta sopravvivente. La febbre vuole essere contagiosa di un contagio vitale, non virale: un possesso completo e vivificante dell’alter ego della madre e di sé, una indagine minuziosa nella summa fantastica della propria esistenza già scissa e lacerata e ora unita, nella parola propria e nella parola dell’altra, che ha scritto cose come “Estrazione della pietra della pazzia”. Ancora dare carne di parole al fantasma. Ma leggiamo le parole di Alaimo sulle parole di Pizarnik: Ora ho voglia di stendermi sotto i tuoi libri / Tutti bianchi, come fossero la tua carne ed il tuo respiro, perché il corpo vivente dell’autrice consolava la disperazione delle sue parole. Le parole dunque rifanno sì la carne del fantasma, ma, senza il corpo vivo di chi le ha scritte, senza l’offerta del suo caldo e del suo sangue, rivelano la loro disperata tensione, la loro pur trionfante miseria bidimensionale, fanno quasi più vuoto il vuoto che colmano. Così, abbandonata da una morta, la carta di questo gioco tragico rivela il suo rovescio di sangue e di dolore. Rivela che la morta è proprio morta – e noi no.
Ma la sovrapposizione dei corpi femminili rimane impressa chiaramente sulla pagina-carne: amore esploso da un immaginario parallelismo infantile e adolescenziale fatto di corse tra le ortiche i tigli e la letteratura e la salvezza – fin che c’è salvezza – trovata entrambe nella fantasia trasfigurante. Due donne nuove che, chiuse nel brutto pollaio delle convenzioni, trovano la fantasia necessaria a soffiare come divinità nel fango angusto che le avrebbe volute mezzi uccelli dalle ali inadatte a volare, fenomeni femminili razzolanti.
Mi perdonerete una rapida chiusa in prima persona, che mi auguro sia comunque almeno un po’ pudica: confesso di provare un rispetto profondo per chi si tende tutto a trasformare il dolore in terra fertile, per chi non leva queruli lamenti dal suo male, bensì ricava addirittura gioia e l’adesione piena del proprio corpo al corpo grande della natura, per trasformare quanto lo ha quasi ucciso: per chi si espande, per chi si trasfigura, manipola il suo cuore come una sciocca quantità di creta per aprire in essa una gola e farla asciugare nella definitiva posizione del canto, nel suo ostinato e perseverante  alla vita. 

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