Manes Luca (7-8.12)

LUCA MANES, Cielo e altro
a cura di Maria Grazia Calandrone
su Poesia n. 262 - luglio 2011
 
Bisogna andarci cauti con i ragazzi, certo! Incoraggiare fino al punto giusto, senza creare illusioni e aspettative che sorella poesia deluderebbe senz’altro, benché Ella non sia affatto avara dei suoi doni. Solo, si tratta in genere di presenze tardive e non è detto che tutti gli apprendisti stregoni abbiano già prima appreso la pazienza! Ma è buon costume onorare il talento, certo. Ebbene, quando ho ricevuto questa silloge tutti i buoni propositi della maturità sono finiti a gambe all’aria. Anzi, fin che non ho conosciuto di persona il ragazzo ho stentato a credere che avesse 18 anni – e devo ammettere che l’evidenza non mi ha poi convinta: ecco qui una persona antica e saggia e però piena di gioia come raramente se ne incontrano: Eppure vigila su me uno sguardo antico. / La scrittura che non smette di parlare. / Come l’usignolo all’alba. 
Leggere (e anche incontrare) non sempre equivale a entrare in contatto con un altro. In questo caso sì. Dai versi di Manes salgono chiare una nudità e una fiducia integrali e messe sotto i nostri occhi con una tale forza da incutere rispetto. Si tratta di fenomeni evidenti di allegria e franchezza, della gioia purissima di fondersi con etimologica compassione alla folla degli altri. La simpatica arroganza dei diciott’anni significa anche provare a mettere la propria limpida invocazione alla vita, questo assenso al di là del naufragio: Viene talvolta in anticipo la bella primavera, su un tema (Ero e Leandro) dove si sono già misurati Marlowe (Non è in nostro potere amare o odiare a piacimento, / Poiché la volontà, in noi, è governata dal fato.) e Keats e al quale è ispirato il movimentatissimo frammento notturno In der nacht nella Fantasiestücke di Schumann. E vuol dire riuscire a pronunciare comunque una urgenza e una bellezza, lo vedrete da voi. 
In molti fra i testi di Luca Manes si avverte la stessa sensazione di “divisionismo della realtà” – espressione così ben coniata da Giulio Ferroni a proposito della poesia di Elio Pagliarani –: quell’io che timido e brusco se ne fugge per far posto a “l’autobiografia del Noi” – altro bel conio, sempre su Pagliarani, di Walter Pedullà – e conferma se stesso come “inesemplare”. Ma sentiamo in diretta la voce del grande Pagliarani, dal polo opposto della retta vita, in Pro-memoria a Liarosa: … tanto più che io, nato sotto il fascismo, mi posi subito, più o meno consapevolmente, l’ambiziosa meta di essere inesemplare. Ebbene, nel giovane Manes riscontriamo la medesima brusca obliquità dell’io, che non è affatto la trista vicissitudine dello sgretolamento postmoderno, bensì un inno incessante alla bontà della vita tutta – e che importa che sia proprio la nostra! – la naturale soluzione di una particola nel vasto Noi, lo scioglimento suo come di zucchero che cambia semplicemente forma e ampiezza e tramutando contribuisce ad addolcire l’acqua che lo mischia e che rappresenta la realtà, detta così vivacemente ricca e molteplice: il paradiso di fiori e case sulle onde vive.
La scissione dell’io nel corpo scisso a sua volta del mondo è in Manes (ancora?) unito alla generosa ambizione di rimettere insieme la cosa divisa. Il tentativo induce Manes a un atto di fede nei confronti di una superiore armonia, ovvero a spostare il proprio desiderio ad altezza-cielo:che malinconia il cielo quando è cielo, il cielo semplicemente cielo / e non cielo e nuvole, cielo e stelle, cielo e sole, cielo e altro e sappiamo che, quando cominciamo a parlare di ricette e ricettacoli celesti, entriamo nel campo – quando non della scienza – della supposizione indimostrabile, per quanto il poeta offra una sua versione quanto possibile materica delle astrazioni.
Leggendo Manes viene infatti alla mente il duro filamento luziano, cioè la cosa che si può solamente percepire e mai spiegare: la parola all’unisono di vivi / e morti e viene alla mente, sempre di Mario Luzi, anche il battesimo dei nostri frammenti, l’onore (verbale) che si può dare a quanto è stato rotto, consumato, usato, ma è pur sempre: vita – anzi, diremmo quasi che sia il logoramento del disincantesimo a renderci più umili, ad abbassarci caparbiamente poco alla volta il capo verso terra e a farci però in questo modo più capaci, con tutta questa inclinazione di membra, di estorcere bellezza alle pozze di cielo che si asciugano sulla dura zolla. O vicinanza all’altro, quanto umano tieni tra le mani sospeso / il mio cuore come un soffio sull’eterno avanti e indietro, scrive Luca Manes, che si conferma poeta anche nel compilare acute e ispirate recensioni sulla poesia degli altri, nel dimostrarsi così vivamente interessato alla voce degli altri. 
Ecco: le parole dei poeti per fortuna alle volte coincidono con la loro persona!, perché l’irraggiungibile non è mai alto, come scriveva Marina Cvetaeva nella sua lettera paradossale a Rilke già morto (ma, lo sappiamo, lei non credeva “in questa vita”). Ecco: il nostro cielo, i nostri amori, i nostri morti e i nostri amori morti sono accanto, nel canto. Eppure, senza alcun risentimento, quelle sereniane toppe d’inesistenza lasciano noi vivi credere all’inviolato: Solo bene, ti dici, è stata la vita

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