Vincenzo Ostuni, 4.12

VINCENZO OSTUNI, Faldone
a cura di Maria Grazia Calandrone
su "Poesia" n. 270 - aprile 2012
 
Vincenzo Ostuni ci viene incontro con un rosario laico sul corpo vivo / non-vivo, alto / non-alto, intenso come una palpitazione notturna che si scateni dopo un assedio di dettagli raccolti da una lucidissima intelligenza; attacca con l’ossessione di stare in equilibrio all’apice del corpo un istante prima che la fibra dell’uomo rovini nel macchinico, nel meccanico inorganico, nel non-corpo; dice che il solo modo per non morire è di non essere mai stati vivi. Ma questa è cosa che non ci riguarda (nemmeno metaforicamente, altrimenti non saremmo qui a fabbricare versi, ché la poesia non è un tiepido exercitium di sottrazione, ma una febbrile presa diretta al centro del magma). E allora cerchiamo almeno di situarci – suggerisce Ostuni – nel sottilissimo crinale tra il vivo e il macchinico, tra il vivo e un cedimento progressivo, strato dopo strato, fino a che va a smorzarsi per esaurimento un centro nostro sempre un poco scostato, laterale, ironico, uno scarto nucleico sempre preso da un tratto di gelo, fin che il poco che è la vita si raffredda appena. È così che si muore, sembra affermare Ostuni, per una transizione impercettibile della materia. Materia, non astrazione. E perciò egli si ostina a scovare il punto (il fonema?) rotondo che raccolga tutte le direzioni, la sfera totipotente della compresenza, il momento nel quale si lacrima per il piangere e insieme si deflagra per il ridere. Vediamo subito – e con abbagliante evidenza – l’orizzontalità di Pagliarani nella postura poetica di Ostuni. Ma Ostuni sta ficcato come un cuneo nell’orizzonte narrativo e dialogico di Pagliarani, si pianta come un figlio, una genealogia, un canale discendente e redivivo, il picchetto di ferro dal quale parta il filo di una zona nuova e liminare, la crepa di una ininterrotta frattura: il testo di Ostuni procede per spezzatura e scarti come un volo minore; il suo sguardo è poliedrico, fratto, millimetrato, cristallino e radente come quello di una mosca. Oppure tocca la profondità ontologica di un organismo brado, interpreta in prima persona la creatura umana (ivi poetante) come un ironico e disperato ponte tra insetto e macchina, incarna l’umana cortesia (spudoratamente cortese vuole essere un verso come Il centro nostro è oggi il nostro amore, che nel suo centro ha il fiore del suo cuore) e l’organizzazione spesso monumentale di una bellezza che lascia indifferente la natura. Ostuni appare interessato alla meccanica dei corpi e alla formula amebica dell’inglobamento, di una riproduzione intrinseca, di una fiducia cieca – è il caso di dirlo –, radicale – è il caso di dirlo – nella certezza dell’evoluzione. Se io costituisco il punto zero della cecità della materia, se io sono formato da un metabolismo basico, da questo punto – da questo mio io così elementare e concreto (nel senso volumetrico della concrezione) – non si può che avere fiducia nel mondo, o si muore. Ecco il detto interiore, il corsivo, l’abbandono. Ovvero l’inno amebico alla permeabilità:gestire i corpi estranei per inglobamento e assimilazione. Assenza di resistenza. Durezza ancora minore di quella dello sguardo della gatta (o altro piccolo animale domestico) che senza domanda osserva il libeccio schioccare metricamente – in battere e levare – i lenzuoli stesi in cortile contro le tracce organiche che rigano il muro. Ogni colore in ogni direzione. La cecità del vento vale l’apparente disorganizzazione del caso, dal quale siamo scartati e riconfezionati. Dunque il segreto dell’equilibrio tra vita e morte sta nella malleabilità musicale dei panni al vento, nel movimento, nella necessaria permeabilità dell’unicellulare, nel continuo passaggio tra regno e regno? Non superstiti ma redivivi, tornati vivi noi – addormentati in questa lunga tregua occidentale – dalla sacca dei sogni, dai moti nei canali lacrimali e ad altre brevimiranti nequizie, mentre a Gaza una donna si lamenta del fatto che siano le bombe a disturbarle il sonno. Osceni come siamo, ignoranti come siamo, necessitati altrettanto, torniamo: a dirci che siamo materia viva, ancora viva e comune; che siamo movimento, un tu-corpo in te già da sempre sepolto che ronzi e stridi; ci svegliamo più volte ogni giorno per provarci di essere quest’evidenza messa in parentesi, questa cosa un po’ morta e un po’ viva: certamente in comune. 

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