Cetta Petrollo, 6.12

CETTA PETROLLO, Lì precisamente dove fa male il cuore
a cura di Maria Grazia Calandrone
su "Poesia" n. 272 - giugno 2012
 
Ecco un oratorio, una giaculatoria, un inno a gole spiegate del corpo: femminile e desiderante questo, del quale sale un canto pieno di senso e ritmo naturale come la pulsazione parallela del cuore e del sesso, traboccante del dolore della gioia, della inquietudine e dello strappo viscerale dell’assenza del corpo amato, fosse pure per la durata di un attimo. Qui viene detto come la mancanza del corpo amato ci dilani, ci faccia a pezzi come Osiride, come lo shakespeariano Adonis, come Orfeo: poesia, questa, automaticamente mitologica – ché sempre mitologico è l’amore – dove anche si lamenta di dover sopportare l’apollineo dopo il dionisiaco. Apollo non ricompone, sposta l’asse del corpo tutto in alto e cosìio che sono di sangue / sopporto intelletto. Ma apollinea è anche la poesia, la forma rassicurante della poesia custodita da questo dio del sole che ora pianta i succhioni delle sue radici nel caos ingovernabile di Eros. Così l’intero corpo diventa parola: non viene abbandonato, si trasforma. Diremmo anzi che Eros si mimetizzi nella versificazione, lasciando che anch’essa si logori ed esploda di desiderio. Paragoniamo le poesie dell’assenza a quelle della presenza: dove il canto del corpo viene registrato e trascritto quasi in presa diretta i versi sono elargiti come rose selvatiche, frantumati ed espansi nello spazio bianco – mentre il canto della sopportazione, quello cantato in assenza, è fitto e incolonnato a sinistra, dalla parte dove fa male il cuore, ovvero dove la matura struttura del sapere cede alla conoscenza tripudiante e instabile del corpo. Non occorre conoscere altro. Non importano i nomi e le durate, ora importa che il canto venga emanato, venga fatto salire da ogni punto del corpo. Dal corpo e verso il corpo. Perché forse raggiungo. Forse un volume solido, un capello dell’amato, verrà trattenuta come una pepita dal setaccio di queste parole, forse il suo cuore d’oro splenderà al fondo delle mie pagine, forse un trionfo della sua persona rimarrà trappolato dalla serie di cappi e bastoncelli minuti delle sillabe mie. Pania d’aria però, non di pece, di vischio e d’agrifoglio. Le parole – quest’aria modulata, questa pianeggiante sequenza di arzigogoli – a volte appaiono alla stessa scrivente come un mero espediente infantile, composte come cadaverini – incomprensibili contenitori – messi in fila con meno sentimento magico di quando i bambini camminano in equilibrio sulle intercapedini tra le mattonelle per far tornare subito la mamma: ti chiuderò in parole / ti lascerò in finzione solo. Eppure vengono scritte, ancora e ancora, vengono usate forma esplosiva e forma evocativa della poesia: se le parole possono richiamare i morti potranno forse richiamare te, farti tornare, sanare questa chiassosa consumazione. E allora ecco la litania, la ripetizione formale, l’infilata di specchi rovesciati, nella sintassi, e il battito rituale delle labiali. Siamo nel pieno della liturgia amorosa, a cavallo tra il sacro, il mitologico e il corporale, siamo dove non c’è più differenza tra dentro e fuori, tra forma e sostanza, tra io e tu, perché io non è altro che questo ribollente desiderio di tu, caldo animale, io è tutta invasa dalla garza rossa della tua Persona, che scomparendo mi scompare e tornando mi seconda come una manovra di parto, medica le ulcerazioni dell’aria sulla mia pelle, dove brucia il distacco perché tutti i centimetri di me non sono posti a contatto con tutti i centimetri di te, insostituibile unguento. Non lasciare scoperta la mia pelle, crudele!, non abbandonare questo corpo all’ustione dell’aria. Quando il corpo è così sguainato e crudo – scuoiato e fratturato più che nudo – e così sensitivo, difronte alla matura ferocia del corpo lasciato solo, quando è che su di me / proprio su di me cade assenza, la letteratura non allevia. Nessuna consolazione emanano i ragionamenti: i conversari e i dialoghi intorno alla simbologia amorosa non sono la carezza delle tue mani che mettevano ordine nella mia struttura, nessun conforto reca il pensiero delleabbandonate, pure elette da Rilke a eroine d’amore, nessun frammento di discorso amoroso mi ripara e mi cuce, non risalda le ossa, non riscalda il silenzio di gesso delle spalle. Ben lo scrisse Giovanni della Croce: sai che la sofferenza / d’amore non si cura / se non con la presenza e la figura. La tua esclusiva Presenza è solo medicamento, per me posta così nella prigionia verticale di Amore, con l’esclusiva audacia di avere bisogno così. 

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