Caccamo Michele, Lovesickness (Gradiva, 2009)

Pubblicato Giovedì, 09 Agosto 2012 15:32
Scritto da Super User
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 prefazione a Michele Caccamo, Lovesickness
 Gradiva Publications, 2009

 

IL NOME FEMMINILE DI DIO

Della mia infermità d’amore è un canzoniere nel quale la forma-corpo viene toccata seriamente con la parola. 
Qui il linguaggio è all’altezza del gesto, perché in questo libretto (parliamo anche di libretto d’opera, perché possiamo leggervi una trama, drammatica e leggera) c’è una strana disincantata fiducia nella parola, sulla quale si conta ma ipoteticamente: è come se dicendole a voce le cose fossero rese vivibili e vere ma allo stesso tempo lontane, lontanissime – e in questa lontananza sta tutto il senso e il segreto del dire, del chiamare, del dover enumerare per iscritto i comandamenti amorosi, da un isolamento che è interiore ma è anche geografia, un paesaggio permanente di mare e roccia e uliveti e un cielo sempre popolato di ogni specie volatile, pettirossi o angeli: messaggeri. Anche il paesaggio è verissimo e tangibile ma nello stesso tempo viene usato metaforicamente, non è un oggetto che confina con il proprio corpo ma viene assorbito all’interno come scenografia del sentimento. 
Questa poesia d’amore si dibatte dunque alla luce di un sole meridiano tra l’asfissia di una materia ardua e compatta e annunci di lirismo e trasfigurazione: l’amore per l’assente quasi sempre spalanca cuore, voce e braccia all’amore per il Sommo Assente e anche qui la donna desiderata e negata non è che l’umilissimo mezzo simbolico per sconfinare, per diventare sconfinati e volatili, perché ogni essere amato è per l’amante molto più di se stesso e contiene una scienza immortale e chi si sente crocefisso alla parola Amore gode di una improvvisa intelligenza. Qui la donna che non è mai detta per nome è Maria, la Maria di tutti gli occidentali, una donna volatile (cioè alata, cioè trasparente, cioè vicina ai morti) e altissima nella sua proiezione amorosa, è colei che potrebbe assolverci dal dolore – ma il dolore quando non arresta è impulso a trasformare il senso della morte in eredità di edifici e fecondità.
Questa l’armonia dell’operina naturale qui riprodotta. 
Ma anche prese una per una le poesie di Michele Caccamo sono piccoli altorilievi, quadri che negli angoli meno esposti si bucano in sprofondamenti improvvisi, tanto più commoventi in quanto rari e contraddetti e pieni di pudore Con le braccia sempre al cuore / come un passero crivellato: o sono animaletti letterali in cerca di una tana per dormire, di un momentaneo conforto, piccoli – timidi e densi – agglomerati di cellule che tornano a inciampi e a esaltazioni e parlano ciascuna al proprio interno variando sempre il tono della voce. 
La continua modulazione della voce è un’altra delle attrazioni di questo circo minimo: in poche pagine assistiamo a tutte le altezze e a tutte le note possibili del cantare d’amore.
Specialmente verso la fine, come il singhiozzo di un corpo attaccato alla vita che per forza muore, la voce sembra sempre sul punto di congedarsi, di rassegnarsi all’addio, e invece subito ricomincia a chiamare, rimette movimento, agitazione, insonnia – e poi di nuovo caparbiamente vuole desistere e poi di nuovo protesta, afferma, annuncia – nient’altro che se stessa e le proprie vivissime ragioni di – come chiude – un allegro nulla.
Dunque addentrarsi in questo glossarietto di infermità amorosa significa addentrarsi negli umori di un’anima che fa della sua voce l’arte prensile con la quale vorrebbe toccare – afferrare alla gola – Dio, rivelare dal basso di un nome di donna il suo nome taciuto.