Buffoni Franco, Guerra (www.alleo.it, 06)

BUFFONI, GUERRA
in “alleo.it – discovering contemporary cultures”, maggio 2006 
http://www.alleo.it/

 

Franco Buffoni, Guerra, Mondadori 2005
 
La Guerra di Franco Buffoni si tiene sulla cresta di un monte imbrattato di sangue e dettagli del sangue, si tiene in alto dove stanno lo sguardo e la petrosità severissima della parola che attengono alla radice zoologica della res tremenda, della nostra cupa faccenda bellica fatta di carne impalcata a fatica cellula dopo cellula e mandata a morire. Da una parte e dall'altra di questi occhi veri e fissi, occhi che quasi non hanno palpebra per tanto che sono aperti, c'è una dura materia occidentale vista esplorata quasi toccata – ma con riserbo, l'ossessione intermittente dei corpi, pietra e terra ammalata da un estremo spargimento di un male che è vero, la prestoria e la storia ininterrotta della ferocia umana. 
E pure in questo l'occhio del poeta coglie lampi di bellezza, una involontaria postura atletica, una fibbia che luccica, una lacca. Lo sguardo cade con la naturalezza di un frutto su istinti architettonici e corporali attraverso i quali passano gioia attenzione e normalità, passa il mondo com'è nei nostri occhi in pace e si forza l'effetto dell'orrore a contrasto. 
Fino a che è in scena l'uomo la neutralità della descrizione condanna più del giudizio, si sente addosso quel sangue come mercanzia scorrere privo di direzione e senza che niente se non il moto discendente, la gravità assoluta della storia lo renda codice che si maneggia: siamo di fronte al sangue analfabeta di chi non sa perché muore.
Il tepore di una pietà fisica balugina quando si parla delle bestie e si conferma al poeta che ci sta accompagnando nell'insonnia della visione continua la naturalità biologica dello scempio che è stato fin qui descritto nella sua forma di scienza dell'assassinio e dei traffici. 
In ogni sezione di questo libro bianchissimo ogni parola è vista che diventa segno e si trasmette, viene sollevata da un calderone dove fonde la storia ma non tutte le parole a disposizione di un poeta vengono usate così che si senta sotto la trasparenza il bollore a vivo della cronaca e si lasci non detto, dunque non sublimato, non mitigato, il dolore del "troppo brutto": qui il bianco fermissimo, l'incisione del verbo sul candore, è il risultato della estrema mescolanza di affetto, ideale e realtà.
Siamo davanti a un uomo, questo è un uomo – che scrivendo diventa il proprio padre in guerra e che tramite il padre assume su di sé ogni guerra del mondo, è il fenomeno della natura per cui un uomo attraverso un affetto diventa un altro uomo e infine tutti i simili, è il fenomeno esatto della poesia. 
E' questo ricordare al posto di un altro che permette di essere così sfrontato ed essenziale, necessario e tremendo come un grido etico spietatamente affilato che raggiunge anche le imperdonabili caste che in terra hanno rappresentato Dio con larghe macchie di omicidio e hanno manomesso la fiducia nelle sue leggi sulla compensazione delle vittime alla fine dei tempi, tema sul quale amaramente insiste la lingua poetica di Franco Buffoni, qui che batte per tutti sul dolore e la mancanza di tutti. 
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