Bill Viola (2009)

CONCRETO PROCLAMA DI NON-ESISTENZA
(liberamente, Bill Viola)
 

È scientificamente dimostrato: nei neonati la vista viene attivata dalle immagini. Se ne deduce facilmente che una creatura cresciuta al buio non riesce a vedere. 

I più impertinenti, i più smaglianti , i più vivaci 
cromatismi del mondo non esistono per chi non li vede ed è quasi impossibile descriverli se non si hanno termini di paragone.
Come dirti del bianco scandaloso del mio corpo? E del clamore orgiastico dei rossi a maggio e della luce chiara che esalta i rilievi, i bordi: latte che si raccoglie nelle vallette quiete dei tuoi palmi – creaturali, aperti. 
Eppure, nonostante il buio nel quale sei immerso, il cosmo è colmo del suo ronzio di fondo e della sua radiazione policroma e tutti gli esseri particolari sulla nera terra assorbono ossigeno, scambiano di continuo informazioni chimiche e globulari, si riproducono: nei laghi fermi e intensi, nella ardimentosa mobilità del cielo, negli edifici di mattoni e vetro poggiati sulle isole, nell’ovunque. Ora
pieghiamo questa verità provata ampliando l’ardire del sillogismo e arriviamo a immaginare che la scoperta possa essere applicata a ogni facoltà. Arriviamo a credere che l’anima in disuso si dissecchi sul corpo come una sua foglia che perde progressivamente intelligenza e salute. 
Interpretiamo in questo modo i corpi che camminano opachi e mortalmente soli. La solitudine efferata dell’io. Crediamo sia una fine prematura che incide a inchiostro nero segni di guerra su volti che furono fatti per l’amore. Crediamo sia un isolamento involontario, una lentissima autocombustione, forse un dolore originario e incontrollabile che si allarga da dentro senza argini e lascia secche le orbite. Ora vedo i tuoi occhi 
come semplici attrezzi della vista, non più le fontanelle rigogliose che lasciavano dondolare esche primaverili dalle belle pupille. Ti sei fatto compatto come un muro, un solido perfetto e senza aloni di impronte digitali che si ritirano dalla superficie, sorridi come un cieco sorride a chi non conosce. Non conosci che te, ma in superficie, nel raggio corto di una psicologia traumatica e ormonale, perché al fondo del fondo tu sei me, sei tutti.
Spingendoci infatti all’inverso, arriviamo a credere che l’organo-anima, se sottoposto al suo necessario allenamento, arrivi a scavalcare il corpo. Ma cosa 
esercita l’anima? Solo
la compassione, pensiamo, la identificazione con le passioni comuni, l’annullamento della separazione tra uomo e uomo. 
L’allenamento è ricomporre l’unità originaria che il corpo continuamente nega.
Il corpo è un limite da attraversare, l’involucro per sua natura pieno di sfondamenti e di travasi e soglie, provvisorie.
Occorre valicare la barriera, trasportarsi.
Da vivi ovvero in stato premortale
annullarci nel nome che ci collega.
Io l’avevo previsto, mentre parlavi come un crocefisso, mentre parlavi con le lacrime e le braccia larghe e guardavi le schegge del tuo povero sangue fare goccioloni 
schioccanti al suolo, io l’avevo previsto che non era d’amore che parlavi ma del legno paterno e feroce che reggeva il tuo corpo
troppo solo – ma dire io è volgare: l’ora acuta 
del male viene addolcita dalle parole “per te”. So
come attraversare questa fontana d’acqua 
per arrivare dove non rivivi.
Non possiamo provarlo, ma abbiamo la gioiosa libertà di intuirlo: alcuni esseri, umani ed animali, emanano una radiazione che espande i profili del corpo. Quella radianza è amore che si allena sul loro fisico sostare in terra, amore non duale, così espanso da cancellare l’elemento organico.
Quelle creature sono fatte dell’elemento al quale sono stati dati tutti i nomi. Diciamolo anche noi per convenzione “divino”, diciamolo anche noi per convinzione: “non-io”, perché è bellissimo vivere nello stesso non-corpo e tutti, sì, ne abbiamo memoria, se l’abbiamo chiamato Paradiso.

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