Prosa

Splendi come vita (Ponte alle Grazie 2021)

Cinque ristampe in due mesi

dozzina Premio Strega

CASI EDITORIALI in Gazzetta di Modena [...] Debutta la poetessa Maria Grazia Calandrone nell’autobiografico Splendi come vita (ed. Ponte alle Grazie) in cui racconta l’esperienza dell’adozione. 

Leggi la cover story di Costanza Rizzacasa su «7Corriere» 29.1.21

 

Guarda la storia di copertina di Barbara Stefanelli e Michele Lovison in «Corriere TV»

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TELEVISIONE

SPLENDI COME VITA di Maria Grazia Calandrone a Rai Uno (16.2.21)

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Maria Grazia Calandrone racconta a Serena Bortone cosa è successo a distanza di una settimana dalla presentazione di Splendi come vita a "Oggi è un altro giorno" il 16 febbraio 2021

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 Puntata di «Le parole per dirlo» dedicata alla poesia con Maria Grazia Calandrone e Splendi come vita. Rai Tre, 28 marzo 2021

 guarda su RaiPlay

Claudio Vedovati per il TGR 13.4.21

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TEATRO

Intervista di Giorgio Barberio Corsetti al Teatro Argentina di Roma per «Metamorfosi cabaret» première del 28 febbraio 2021

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Sergio Carlacchiani legge le pagine finali di Splendi come vita

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DIRETTE STREAMING

Valentina Berengo per "Scrittori a domicilio" 19.2.21

Michele Paoletti e Lorenza Boninu per Biblioteca Civica Falesiana 25.2.21

Carlo Albarello 4.3.21

Annarita Briganti e Alessandro Melia per "Dire Cultura" 5.3.21

Laura Pugno per Biblioteche di Roma 15.3.21

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Sonia Bergamasco per «Circolo dei Lettori» 18.3.21

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Progetto "Leggo" del Liceo Alfonso Maria de' Liguori di Acerra 20.3.21

Valentina Berengo per Università di Padova Live 21.3.21

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Roberto Ippolito per IIS Mauro Perrone di Castellaneta 30.3.21

Gioacchino De Chirico per Biblioteca Moby Dick 1.4.21 

Filippo Taddia per leggoecammino 5.4.21

Chiara Gargioli per Slash Radio Web 6.4.21

Sebastiano Coletta per «Presìdi del Libro - Ostuni» 8.4.21

INTERVISTE RADIOFONICHE

 Graziano Graziani per Radio3 Fahrenheit 29.1.21

Paola D'Angelo per Giornale Radio Rai

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Rosario Tronnolone per Radio Vaticana 5.3.21 

Elisabetta Jankovic per Rete Uno Radio Svizzera Italiana 12.3.21

Alessandra Tedesco per Radio 24 20.3.21

Livio Partiti per Il posto delle parole 20.3.21

Carlo Cianetti e Vera Gheno per «Linguacce», Rai Radio Uno 2.4.21

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Gianluca Garrapa per PuntoRadio 10.4.21

INTERVISTE SCRITTE

Mary B. Tolusso per «Affari Italiani » 23.2.21 

Flavia Piccinni per «HuffPost» 27.2.12 

Giuliano Belloni in «Ristorante della parola» 1.3.21

Rita Ricci in «Orbisphera» 8.3.21

Nunzio Bellassai in «Indiependente» 11.3.21

Valentina Cocco per termolionline 21.3.21

leggi l'intervista di Antonio Sanfrancesco a Serena Bortone per «ilLibraio» 10.4.21

Clara Zennaro per othersouls 13.4.21

RECENSIONI

Monica Guerra in «Independent Poetry» 6.2.21

Antonella Fucecchi per «Leggolibri» 23.2.21

Giorgio Ghiotti in «Limina» 25.2.21 

Debora Vagnoni in «What's in a book» 26.2.21 

Niccolò Nisivoccia in «Sole 24 ore» 16.3.21

Gianluca Garrapa per «Satisfiction» 16.3.21 

Graziano Graziani in «Il Tascabile» 19.3.21

Un esempio recente e calzante viene dal romanzo di una poetessa come Maria Grazia Calandrone, che in Splendi come vita (Ponte alle grazie, 2021) affronta il proprio passato, la figura della madre adottiva, il sentimento che lei chiama disamore, attraverso una ricapitolazione. Sostenuto dalla precisione della lingua poetica, il racconto di Maria Grazia Calandrone scende chirurgicamente all’interno di una storia autobiografica che vede l’autrice, abbandonata a pochi mesi dai genitori biologici in fuga da una società bigotta che non accettava il loro amore extraconiugale, crescere con una madre adottiva che è prima un’ancora di relazione, di sentimento, di cura, e successivamente si trasforma in conflitto puro, senza una logica stringente come sa essere il rancore quando si muove lungo percorsi profondi, oscuri, anziché rispondere a una questione presente. Anche questa ricapitolazione fatta con le parole si affida però saltuariamente alle immagini, al loro valore testimoniale, al loro essere uno squarcio nel tempo, e lo fa fin dalla copertina, dove la madre protagonista e la voce narrante bambina sono ritratte abbracciate. È interessate citare questo libro non solo per il ricorso alle immagini, per la lingua precisa che tralascia l’accumulo di dettagli per scandagliare la vicenda esclusivamente attraverso l’essenziale, ma anche per le considerazioni che la sua autrice ha fatto su come è nato e sul senso di scrivere una storia del genere. Anzitutto, dichiarando in nota che questo libro “si è scritto da solo”. Come uno squarcio nel continuum temporale, per l’appunto: come una ricapitolazione che di colpo è possibile, evidente, e permette di rilegge (o forse di leggere davvero, per la prima volta) il passato.

È un’indicazione preziosa perché suggerisce che il divenire arte di questa ricapitolazione biografica non sta, necessariamente, nella storia in sé, quanto nel suo essere illuminata da questo processo di ricapitolazione attraverso il processo della scrittura. È preziosa come indicazione perché, in un momento storico dove il biografismo prolifica senza una direzione precisa, marca un confine chiarificatore. L’altra considerazione si trova nella conclusione del libro, dove Maria Grazia Calandrone afferma in modo sorprendente, per una poetessa, che “le parole non servono a niente”. Non si tratta di una frase nichilista, né di sfiducia nei confronti della poesia, della letteratura. Si tratta, ancora una volta, di una frase chiarificatrice: ciò da cui l’autrice vuole sgombrare il campo è la facile conclusione che le parole possano curare il dolore. Possano salvare. Un concetto consolatorio che si trasforma in un dispositivo di marketing editoriale. Piuttosto, invece, le parole possono trasformare il dolore in una materia di condivisione. E, come tale, dare ad esso una collocazione, una specie di significato. Illuminarlo, farlo “splendere”, come la vita cui si fa riferimento nel titolo.

In un momento storico dove il biografismo prolifica senza una direzione precisa, Calandrone marca un confine chiarificatore. 

Domenico Stimolo in «VoxPopuli» 25.3.21

Michele Paoletti in «Poetarum Silva» 30.3.21

Viviana Trifari su «BookAdvisor» 31.3.21

Gioacchino De Chirico in «Pulp Libri» 1.4.21

Elena Stancanelli per «D di Repubblica» 3.4.21

Elena Berchicci per «primonumero» 4.4.21

Nadia Carella per ILpassaparoladeilibri 5.4.21

Cristiano Saccoccia per «ClassiCult» 6.4.21

Tiberia de Matteis per «il Tempo» 7.4.21

Davide Turrini e Ilaria Mauri per «Il Fatto Quotidiano» 12.4.21

Anita Piscazzi per «Simposio Italiano - Revue Culturelle bilingue» 12.4.21

VIDEORECENSIONI

Libreria Ubik Sciacca 27.1.21

Patrizia Cesari per «Il Salotto di Sant'Agata» 19.3.21

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OMAGGI

Splendi come vita del cantautore Gianluca Lalli

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Alda Merini (Solferino 2021)

Il cielo nello specchio della toeletta (Ponte alle grazie 2021)

Il cielo nello specchio della toeletta

È mattina. Amanda è sola, in piedi, in una veranda molto luminosa, arredata con divani, poltrone e un grande cavalletto col dipinto di un nudo femminile azzurro con estintori, probabilmente una Giovanna d’Arco completata a metà.

Molte altre tele sono appoggiate contro le grandi vetrate, che danno sul giardino. Sul davanzale di una finestra ci sono vasi di fiori colorati, a terra un piccolo innaffiatoio di latta laccata di bianco.

A fondo scena, una toeletta con un grande specchio ovale, la superficie rivolta verso il pubblico, in modo che il pubblico possa vedere il cielo riflesso nello specchio.

Amanda chiacchiera amabilmente con gli spettatori, passeggiando avanti e indietro per la stanza e agitando spesso le mani, nel suo modo elegante e ironico. 

AMANDA

«Le donne non sanno dipingere!»

Una tra le storie d’amore più strampalate al mondo è iniziata così, con un genio che dice una cazzata e una ragazzina tutta ossa che raccoglie la sfida.

La ragazzina ero io. Diciannove anni, uno scheletrino allegro, alto come un maschio e con la voce da uomo. Potevo non piacergli? A lui, il gran Maestro della libertà e dei sogni? Il grande capo onirico, petit Dalí… Il Salvatore…

Con quel nome, poco ci mancava che si credesse il redentore dell’umanità!

Io incarnavo… [ride] … beh, si fa per dire “incarnavo”... diciamo meglio “indossavo” la confusione, il principio di indeterminazione che gli piaceva tanto! Il mio corpo era in bilico, senza confini.

Ma poi… Uomo, donna… Che sarà mai, quest’idiozia?

Solo etichette! Che senso ha infilare un corpo dentro uno schedario, col cartellino sopra? Mica stiamo all’obitorio! [ride]

Il corpo vivo cambia ogni giorno! Solo i morti non cambiano. Ma i morti sono freddini, proprio nessuna empatia, eh? Infatti, io non morirò mai! [ride]

Per me uomo, donna, caimano o gabbiano, che importa? Conta solo quanto una persona sta bene dentro il suo corpo.

Le persone che stanno bene non sono aggressive, magari nelle giornate migliori arrivano pure a preoccuparsi per gli altri! [ride]

Che noia stare lì a guardarsi allo specchio e chiedersi chi sono! Come faranno a essere felici guardando solo la loro faccia che li guarda? [sbuffa]

Mica voglio dare ricette eh? A proposito di faccia: ognuno faccia come crede! [ride] Però a me piace giocare con la vita, da quando sono nata. E la mia vita si è fatta acchiappare, rilanciare, cambiare posto all’improvviso, come una pallina colorata. Ve le ricordate, quelle palline magiche che andavano di moda negli anni Settanta? Quando io ero appena nata, no? [ride] Le SuperBall. Le palline di gomma che rimbalzavano impazzite per tutta la stanza. Quelle!

Le ha inventate un chimico. Norman Stingley. Una mattina si sveglia e gli viene in mente di vulcanizzare lo Zecton con lo zolfo. La gente è strana, eh? [ride]

Però, senza volerlo, ha costruito l’immagine in 3D della mia vita! O magari voleva farmi un omaggio, chissà! Pure io, sembravo uscita dal laboratorio di uno scienziato pazzo!

Non ho mai programmato niente, ho seguito il corso degli eventi e mi sono trovata sempre bene: ho scivolato, liscia come l’olio, dietro la vita. E la mia vita mi ha seguita, ovunque. Affezionata. Un cagnolino, eh? Siamo andate d’amore e d’accordo!

Adesso la smetto, altrimenti pensate che sono un monaco zen, altro che icona! Icona, poi… Le icone stanno sopra le lapidi dei cimiteri. O nelle chiese russe… che non sono tanto più allegre… 

SALVADOR

entrando lentamente in scena sotto forma di ombra col mento all’insù

[senza enfasi] Naturalmente, sono immortale.

AMANDA

Amanda ha un leggero soprassalto

[sottovoce verso il pubblico] Parli di cimiteri e spuntano i baffetti!

[all’ombra] Petit Dalí, buongiorno! La prossima volta magari bussa…

SALVADOR 

Bussare, bussare alle porte dell’Universo delle tue spalle…

Buongiorno a te, mi àngel…

Sono immortale, dicevo…

AMANDA

[sottovoce verso il pubblico] Fa così, ogni tanto si ripete…

Un altro mondo, lo stesso mondo (Aragno 2019)

Una riscrittura del Fanciullino di Giovanni Pascoli

Premio Speciale della Giuria del Premio Letterario Internazionale Carlo Bo-Giovanni Descalzo 2019 per Saggio critico letterario sulla poesia del Novecento

 quarta di copertina di Andrea Cortellessa:

[...] A una poesia per adulti, che oggi si rivendica, sin dall’inizio lei ha contrapposto una poesia adulta che si rivolge alla nostra infanzia perenne, al nostro «luminoso stupore».

L’ingombro dell’innocenza

Prendi un bambino. Mettilo seduto davanti a te.

Chiedigli di abbandonare il suo piccolo gruzzolo di scienza.

Pretendi la sua «antica serena maraviglia», che puoi tradurgli in «innocenza».

Chiedigli di stupirsi mentre lo osservi, al nobile scopo di annettere la sua beatitudine al sereno stupore degli avi.

Per questo primo esperimento, prescindi dal tempo storico, dove il nostro bambino contemporaneo figurerebbe come postremo e biodegradato affluente della ricca specie dei maraviglianti che, all’alba del mondo moderno, sfasciava a pallonate i vetri delle case. Le scaglie di quei vetri rilucevano sotto i tappeti a distanza di mesi, rifrangendo i gesti di stizza e le variegate invettive delle massaie. Nessuna prevenzione antinfortunistica (ma li mortacci vostra, me so’ sgarata ‘n dito!). Nessun parafulmine contro le maledizioni scagliate a fior di labbra (ve mannerebbi ar gabbio, a te e a la beduina che t’ha mess’ar monno!). La schiamazzante, scimmiesca, anarchica specie infantile fu infine emarginata dai cortili condominiali e messa in condizione di non infrangere. Sollievo generale. Percepito innalzamento dei livelli di razionalità sociale.

Ma tu ignora il presente. E pretendi da lui la sua innocenza.

Come suona perversa, quest’ultima frase!

E come ti rivela la tua stessa contaminazione!

Con automatismo pavloviano, pensi alla metafora sessuale intorno all’innocenza – e al delitto ai danni della stessa. Sei imbibito dalla coscienza di azioni criminose portate a danno dell’infanzia. Riprova.

Chiedi a lui bambino di essere innocente, innocente in sé, senza darti nulla, né conto di nulla. Tu, semplice spettatore della sua maraviglia. Chiedigli di dimenticarsi di te, di non sapere.

Il bambino dà segni d’impazienza, non capisce che vuoi, nasconde le mani sotto il cavo delle ginocchia, sbuffa educatamente, dondola i piedi, cerca con gli occhi il conforto di una simulazione controllabile della realtà: uno smartphone, una play, una qualunque teca bidimensionale, un sarcofago pieno di estinti che saltuariamente riviviscono. In Occidente. Altrimenti: polvere, terra battuta, estinzioni protratte per tutto il tempo a oggi umanamente misurabile. 

[...]

Poesia: l’anarchica fiducia di essere nel discorso

Mi piace partire dai fenomeni, per comprendere. Se voltiamo la testa per osservare la storia della poesia fino al tempo che ci ha immediatamente preceduti, intravvediamo poeti fabbricatori battere i pugni sul banco sociale, prendere la parola a nome di altri, lavorare febbrili, mossi dal desiderio di restituire voce ai “senza voce” scrivendo versi critici, incendiari, civili – allegorici o testimoniali che siano.

La letteratura contemporanea, ove si ponga a specchio della dominante sociale più amara, sospetta invece della possibilità stessa di identificazione, di estensione dello sguardo fuori di sé, sorride disincantata o addirittura imbraccia il fucile, se tra i versi di un altro vede sventolare il vessillo romantico della compassione. Il problema sociale e l’inconscio collettivo social (che non è il «reale», ovvero «ciò che resiste al potere dell’interpretazione» secondo la definizione di Jacques Lacan, ma una porzione sperimentale di «realtà», un continuo test sulla «realtà» possibile, un incessante e capillare sondaggio sul limite verso il quale la psicologia delle masse può essere spinta) esistono prima che la letteratura li intercetti: abitiamo una collettività frammentaria, apparente e occasionale, priva di senso della comunità e di coscienza di classe. Precari, oppressi dal disordine del lavoro o dalla sua disperata ricerca, non abbiamo tempo per estroflettere l’intelligenza, né per lasciarla sprofondare nei brucianti sconfinamenti della materia umana allo stato libero.

Abbiamo subìto il furto primario del tempo e, dunque, della solitudine.

La solitudine della conoscenza è adesso la solitudine degli orfani.

Essere orfani della conoscenza vuol dire essere orfani del mondo.

Il potere – come il potere usa fare, fin dal remoto divide et impera – ha seminato paura e diffidenza lungo gli anni, in una capillare opera di destabilizzazione ha ancora una volta inventato e propagandato nemici immaginari, affinché il popolo spaventato abdicasse all’autodeterminazione e si lasciasse rincuorare dall’immaginario di un capo che riempie di sé la lacuna di un principio “paterno e patriottico”, dove legge e violenza combaciano fino a coincidere. Un popolo spaventato e senza immaginazione è funzionale al potere. Il Priapo gaddiano insegna che il nostro è un popolo cui piace essere battuto.

Ma dove sono i poeti? Come scrive Bertolt Brecht «non si dirà: i tempi erano bui / ma: perché i loro poeti hanno taciuto?». Compito dei poeti è solo quello di descrivere le cose come sono? O non è anche necessario al mondo che essi, pur chiarovedenti e antivedenti, generino però anche utopie, insistano a posare sulle abitudini della maggioranza uno sguardo eversivo e non convenzionale, allo scopo di seminare dubbi? Dove sono le prime scintille di un incendio, che si producono accostando blocchi fino a quel momento estranei di conoscenza?

Le neuroscienze documentano che l’uso continuo di parole modifica la materia fisica del nostro cervello, mutando le connessioni neuronali. Ma l’umore sociale sembra aver contagiato i poeti, e questo è ovvio, poiché essi sono anche testimoni del proprio tempo. Ma possono davvero limitarsi a questo? Non è forse l’emissione del canto fuori-tempo-e-luogo, la saggia bestialità che Pascoli colloca a scossoni nelle pliche vocali del fanciullino, a risuonare più in profondità nell’umano? Se riduciamo la poesia a un affilato copiaincolla della cosidetta «realtà», ovvero della catena ininterrotta di formalità fabbricata per distrarci dall’ansia della morte, che finisce però per avvolgerci come la spira di un serpente e allontanarci dal vuoto (libero) che siamo, se facciamo anche della poesia un calco del meccanismo inceppato delle relazioni, temo che essa non risulti “utile” a nessuno e niente. Dovere dei poeti credo sia tenere il radar puntato alle «somiglianze», non alle mode. Se i poeti restano avvitati e avvinti alla propria esclusiva, elitaria identità, la loro parola avrà sempre meno forza rivoluzionaria. Premuti dalla pressa della «realtà» (che, naturalmente, non esiste) e dall’illusione dell’identità (che, naturalmente, è fluida e cangiante), i poeti non aggiungeranno una parola alla parola sociale già detta, i loro versi non ubriacheranno neanche loro stessi. La poesia che parla del mondo, paradossalmente non riguarda più il mondo.

A mio parere, il mandato sociale del poeta è quello di esercitare un’identità fluida, così da consuonare col trauma altrui e con le altrui gioie e glorie; il suo ruolo è lavorare per la comunità, contro lo schiacciamento dell’immaginazione e dell’identità sul falso piano della «realtà», ora contro l’attuale dominante politica di parlare per sé. «Se ho scritto è per pensiero / perché ero in pensiero per la vita», dichiara Antonella Anedda.

Adeguare la propria scrittura alla diceria della solitudine sarebbe un tradimento essenziale, un tragico disamore nei confronti dell’umano, vorrebbe dire aderire al tremendo realismo cinico e senza sogni funzionale al capitalismo (secondo la lucidissima lezione di Realismo capitalista, pamphlet nel quale Mark Fisher analizza il presente istantaneo e senza memoria nel quale viviamo, inconsapevolmente complici della sola legge del profitto), vorrebbe dire rinunciare a considerare il vuoto elementare al centro della vita, rinunciare a comprendere che l’esistenza stessa della materia è possibile solo grazie alla relazione dinamica tra particelle, rinunciare a colmare la distanza tra la «realtà» (l’abitudine) e il «reale» (la discontinuità, l’irriducibile, quello che non può essere dominato) e tra sé stesso e sé stesso poeta, ovvero tra sé e il sé plurale che, grazie alle parole, conosce, osserva e supera la propria pur splendida inezia, per contribuire alla sollevazione delle leve che scardinino la «superficie» di piombo degli anni e delle mode.

I poeti non indicano il muro che vediamo tutti, ma l'infinito che sta oltre.

La lectio dell’ultimo decennio pare una diligente rovina di sé. O l’estremo singulto della sopravvivenza, l’illusione che, senza coltivare illusioni, possiamo eludere la parte di dolore che ci viene assegnata col nascere.

Ma Pascoli lo scrive chiaramente: il fanciullo non s’illude e non vuole illudere.

[...] 

La Grande Illusione (Giunti, 2018)

in Princesa e altre regine - 20 voci per le donne di Fabrizio De André a cura di Concita De Gregorio

Guia Besana, Daniela Amenta, Ursula Ferrara, Melissa Panarello, Valentina Pedicini, Lorenza Pieri, Silvia Ziche, Barbara Di Gregorio, Silvia Camporesi, Enrica Tesio, Letizia Rubegni, Francesca Genti, Francesca Borri, Beatrice Alemagna, Carmen Pellegrino, Valentina Farinaccio, Maria Grazia Calandrone, Sara Colaone

LA GRANDE ILLUSIONE

Tutti i riferimenti e le ricostruzioni dell’omicidio di Paola Borghi sono autentici. Il suicidio in cella di Marco Prato è stato anticipato di oltre un anno per esigenze narrative, ma i fatti narrati e i documenti citati sono reali  anche in questo caso. Il personaggio di Carla Spada e il suo legame con Lorenzo Borghi e il caso Varani sono frutto di immaginazione. Nella speranza di avere rispettato e accolto le anime delle persone vere.

 “La biografia che fa pressione sulla creatura”
Giorgio Vasta

  1. la vita prima

Quando la volante della Polizia è arrivata il mercato non c’era più da anni.

Odore di cemento laborioso e compatto, un sentore di fresco, di pesce fermo al sole con gli occhi aperti e lucidi dei santi nelle edicole, rifresco di verdura che sale dai grumi dell’asfalto, cera e colature di formaggi negli interstizi dei sampietrini, il suolo scabro stuccato da goccioloni di mozzarella, falde larghe di foglie di lattuga e barbe di finocchi: un rionale scoperto, un agglomerato di matrone abituate a spicciare case che sanno di sugo: “A Nicò, e lèvame ’sta sleppa de grasso! Ma che, me vòi fa’ diventà ’na balena?!”, rare signorine garbate, ché quelle preferiscono fare la spesa nei supermercati, tutte azzimate tirano su la roba dagli scaffali, senza fare un fiato e invece qui, nel ronzio saporoso della vita, devono quasi urlare: “Un panino a lievitazione naturale, per favore” – e solitudini una accanto all’altra: uomini sempre un po’ spaesati e ragazzini che prima della scuola ficcano i denti nel rettangolo di pizza bianca appena sfornata, che bolle i polpastrelli e unge la carta da pane – e tutti sentono comunemente il mondo: i dischi delle bilance brillano al sole, le buste frusciano sulle fiancate dei banconi verdi, la piramide fragile delle uova rintocca, sullo sciacquio degli stivaloni dei pescivendoli e sui colpi di mannaia contro il legno della macelleria.

La colonna sonora del mercato è una pura teoria dodecafonica di pettegolezzi a bassa voce e vezzeggiativi urlati. Le verduraie più anziane attivano un juke-box di richiami materni per le clienti: “a ni’”, “cocca”, “gioia”, “fata”, “amore”. Si faceva la spesa per sentirsi chiamare come bambini.

Le fruttarole giovani, arrivate con l’alba dalle campagne intorno alla città, riportano addosso il freddo e il caldo dell’aperto dei campi, la pelle rossa, screpolata e arsa come la terra, mentre capano carciofi o fagiolini e filano a mezza bocca la litania “Mille al pezzo, mille al pezzo”, mentre i primi pakistani si accostano corpo a corpo alle signore, intonando il salmo di una setta segreta “Aglio, signora buole aglio?”

Il 22 giugno 2016 albeggia appena, la strada sta ferma e silenziosa. Due poliziotti in divisa posteggiano sgommando davanti al civico 58 di Via Enea. Quando aprono le portiere, l’abitacolo dell’Alfa Romeo azzurra esala l’odore del primo caffè del mattino, quello nero, velenoso, adrenalinico, depositato nei fiati come una palta protettiva, che accompagna nel lavorio del giorno.

Appena preso servizio, Renato Fiori e Claudio Bertozzi sono stati mandati sulla scena di un presunto omicidio. Una donna, una madre, pare, all’ottavo piano di un condominio – scala unica.

“Incominciamo bene!” aveva commentato Renatino, mentre il collega giovane che gli era affianco, grosso e sovrastante come un toro, non vedeva l’ora di salire, esplorare, annusare l’aria, ficcare il naso nel sangue che è stato versato dentro quel palazzone sincero, di quelli che nelle sere d’agosto esalano profumi di frittata e peperoni arrosto.

D’estate l’intimità delle famiglie rimbomba nei cortili. Le madri chiamano i ragazzini a tavola gridando nomi che sembrano l’unico, ininterrotto nome dell’Infanzia. Stanata dalla voce delle madri nei luoghi meno banali del quartiere, la grande infanzia romana converge verso l’odore di peperoni arrosto e frittata.

Suonano il campanello. Il figlio apre la porta girando quattro mandate di serratura. Appartamento della media borghesia, tende bianche alle finestre. Un forte odore di disinfettanti, nonostante le finestre spalancate e l’aria che spazza il corpo di una donna, distesa seminuda ai piedi del letto matrimoniale, con un cuscino in faccia dentro l’odore rosso delle foglie di pruno del primo giorno d’estate.

[...]

9.  colpa sua

C’è un’insolenza negli innamorati, portano una rivoluzione che il povero oggetto del loro amore non desidererebbe affatto subire! Si comportano come se il mondo fosse tutto radioso, investito e pervaso dal loro amore. Con tutto quello che succede al mondo…

Credono che l’amore che provano li renda degli stregoni, dei taumaturghi, delle manne, dia loro il diritto di interrompere quel che sei stata fino al momento del loro arrivo (diciamo meglio: irruzione!) e fondare una nuova te stessa, disordinata e irriconoscibile a te stessa. Ma modellata come piace a loro. A volte ero sicura che nemmeno mi vedesse, che avesse solo bisogno di sentire l’amore che sentiva. Mi perdonava tutto: era impossibile. Nessuno ama così, non era me che amava.

Nelle ultime settimane, mentre Lorenzo era indagato, facevo molte cose, per non meritare il suo amore: lo sfidavo, lo trascuravo, lo respingevo accampando scuse anche verosimili: la stanchezza, il lavoro, il poco tempo, lo maltrattavo invisibilmente, polemizzavo, creando il geyser sulfureo di liti microscopiche generate da nulla, anzi, dal nucleo stesso dell’amore – e lui mi amava, non smetteva, cicatrizzava subito. Al di là di ogni logica. Protervo, ottuso, cieco. In una parola: violento.

Questo dunque è l’amore? Questa violenza che sei costretta a subire a causa di un sogno sognato da un altro? Questo essere forzata a trasfigurarti perché un altro possa continuare a immaginare la persona che gli piace nel mondo che gli piace…

Ma, d’altra parte, un innamorato come fa a fermarsi? Qual è il limite oltre il quale l’amore non lievita e non spinge la creatura oltre se stessa?

E infatti, con il tempo, peggiorava: perdurava e, perdurando nonostante me, acquisiva crediti. Ero sempre in difetto, davanti alla sua limpida coscienza. Avevo perso le speranze che prima o poi smettesse di assediarmi, come si conviene nel mondo reale. Lui non accettava il cambiamento. Non lo capiva, non si capacitava. Aveva preso l’abitudine affatto malinconica di ricordare ad alta voce le parole d’amore che gli avevo detto, le cose che avevamo fatto insieme: Amore, ti ricordi? ti ricordi? me ne chiedeva silenziosamente conto. Insomma, mi accusava. Mi accusava e mi aspettava, sfidando la logica e il senso stesso della realtà. La sua attesa metteva in discussione le mie parole, il mio diritto a essere cosciente di me stessa. Come potevo sopportare tanto? L’ordine delle cose era distrutto. Il rifiuto non veniva ascoltato. E lui soffriva e amava, gioiva di potermi anche solo guardare. Orribilmente, sfacciatamente vivo.

Poi, finalmente, poco tempo dopo il fattaccio, il suo buongiorno non suona amoroso e buffo come sempre. Gli chiedo tutta speranzosa Lollo, che c’è?, risponde Niente, gli dico Se vuoi passa a trovarmi, sto studiando le carte di Prato, posso fare una pausa caffè. Non se lo fa ripetere due volte, si presenta con le paste al cioccolato e un sorriso bellissimo; ma lo sento sconvolto e mi sconvolge. Dice Ho sognato di precipitare nel vuoto. Una solitudine fisica spaventosa, dice Ho provato l’esilio del corpo che cade nel vuoto, dice Solo il tuo abbraccio poteva salvarmi.

I fatti lavorano in silenzio dentro di noi. Mi sento rispondergli cose che mi fanno stranamente male, mentre le dico: Caro Lollo, il tuo sogno ti ha detto quello che io non avevo il coraggio di dirti: non provo più attrazione per te, non sono più innamorata, non posso abbracciarti. Non aspettare che io torni indietro, non ci sono spiragli.

L’ho visto diventare bidimensionale, il cuore gli si è sfaldato in petto come un’ostia e il mondo non lo raggiungeva più. L’ho ucciso in quel momento. Senza neanche sfiorarlo. Per quello.

[continua...]

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Gino Castaldo, "la Repubblica", 7.2.18 - Maria Grazia Calandrone, partendo anche lei da La ballata dell’amore cieco, arriva lontanissimo, con un piccolo romanzo di nera che naviga tra cronache reali e fantasia. E inventa una detective di nome Carla che tra i nomi di De André non c’è, ma ci sarebbe potuto essere. Il rapporto tra invenzione e notizie era tra l’altro una delle modalità tipiche della scrittura di De André, che non di rado trasfigurava spunti della realtà e perfino di cronaca, fino a renderli talvolta irriconoscibili [...]

Luigi Milani in "GraphoMania"

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