Antologie Nazionali

Poeti in classe (pequod, 2017)

l'antologia contiene testi di: Martino Baldi, Vanni Bianconi, Vito Bonito, Domenico Brancale, Maria Grazia Calandrone, Grazia Calanna, Azzurra D'Agostino, Federico Federici, Francesca Genti, Paolo Gentiluomo, Massimo Gezzi, Paolo Fabrizio Iacuzzi, Andrea Inglese, Franca Mancinelli, Matteo Marchesini, Francesca Matteoni, Renata Morresi, Valerio Nardoni, Natalia Paci, Giovanni Previdi, Lucilio Santoni, Luigi Socci, Luigia Sorrentino, Italo Testa, Silvia Vecchini

Mi presento

Vivo a Roma e ho due figli. Mi piace parlare di poesia nelle scuole e nelle carceri, perché la parola poetica rende visibile qualcosa che è invisibile e che unisce, è parola d’amore che lotta, dicendo del mondo come vorremmo che fosse.

Scrivo da quando ho imparato a scrivere, ma a immaginare ho iniziato prima. I miei figli mi hanno aiutata a desiderare di comunicare con la poesia. Quando ero ragazza ricercavo furiosamente una pure stonata armonia, la perfezione linguistica. Volevo che la lingua fosse all’altezza dei miei sogni.

Ora desidero che la mia vita sia all’altezza dei miei sogni. E uso la mia vita per la poesia. Non per parlare di me, ma per mettere le mie parole a disposizione di chi sente gli stessi sentimenti. Ridotti all’essenziale, siamo tutti uguali.

Ecco, io voglio raggiungere chi mi legge proprio nel punto elementare, nel punto dove chiunque somiglia a me, ovvero dove io somiglio a chiunque. Chiunque io stessa sia.

Primo incontro con la poesia

Il mio primo incontro scolastico con la poesia si localizza nella quarta ginnasio. Ma sono andata a scuola a cinque anni, dunque vale come una terza media.

La professoressa Paola Moretti lesse il Notturno di Alcmane nella traduzione di Salvatore Quasimodo (“Dormono le cime dei monti / e le vallate intorno, / i declivi e i burroni; / dormono i rettili, quanti nella specie / la nera terra alleva, / le fiere di selva, le varie forme di api, / i mostri nel fondo cupo del mare; /dormono le generazioni degli uccelli dalle lunghe ali.”). Lesse e basta, senza commento, come lei sapeva leggere. E avvenne il contatto. Si spalancò il mondo dove avrei voluto vivere.

Quelle parole, così scelte, così composte, così vere (il poeta descrive un paesaggio notturno scegliendo nel panorama alcuni indimenticabili oggetti naturali) e nello stesso tempo così immaginifiche (il poeta descrive i fondali marini, che certamente non aveva esplorato) costruivano una realtà alla quale sentivo di appartenere profondamente.

Quella musica fatta di parole (non mi ponevo ancora il problema della traduzione) era la mia terra. Terra fisica, intendo, ché la poesia, quando è poesia, è vero corpo.

Il mio testo per voi

Ho scritto questo testo perché la sola cosa che mi viene in mente di dire ai bambini è che la vita è bella e molto spaziosa. E noi, che conteniamo questa vita spaziosa, siamo molto spaziosi...

un semplice esercizio di libertà

una a una le antere dei fiori
dicono sì
nelle giornate dolci di settembre
 
guarda, il mondo è perfetto,
non avremmo saputo farlo meglio
 
guarda le cose
con dolcezza
e con dolcezza tu verrai guardato
dalle cose:
 
con la tua anima
imita le cose
 
tu, che sei mondo, guarda
i fiori
come se fossi un fiore
e poi guarda
le api
come se fossi un’ape
 
poi guarda i fiori
con gli occhi
dell’ape
 
e vedi rosse, gialle, azzurre, bianche
tazze di nutrimento
fatte per te
 
bevi,
diventa forte
 
allora guardi
in alto
la radiazione azzurra
 
e sei cielo
 
sei la dolce giornata di settembre
che durerà per sempre
 
20.9.14

Roberto Galaverni, "La Lettura" del "Corriere della Sera", 23 luglio 2017

Marilyn non esiste (Aragno, 2016)

MARILYN NON ESISTE (in Umana, troppo umana - Aragno, 2016)
 
1. goodnight honey
 
avresti dovuto presentarti nuda
come una bambina, nuda veramente
al compleanno del Presidente
 
avresti dovuto imbarazzare tutti, essere
 
quell’onirico metro e sessantasei
di nudità lunare, stordire il potere
con il tuo odore perturbante di corpo vivo
 
il tuo corpo era già un eccesso
di generosità – e sarebbe bastato
a non essere sola
 
ma tu, la prima vittima
della tua bellezza,
 
mandavi avanti Marilyn
come un’icona
di pura obbedienza
 
quale idea ti reggeva? quale illesa innocenza o che
malinconia
teneva eretta
davanti a te l’invulnerabile
marionetta,
che sfoggiava il tuo volto
più amabile
 
quale scarica
elettromagnetica, che raggio gamma, venuto
da quale solitudine stellare
teneva teso
l’involucro perfetto del tuo sorriso
 
quale? disperazione
dietro il sorriso
aperto, che studiavi
di rendere il più fatuo e il più radioso
filo di perle
sopra la luccicante,
 
                                  sopra quell’ancheggiante
confezione
soprannominata
Marilyn Monroe
 
Marilyn non esiste, è una maschera
come Arlecchino, una montatura
del carnevale onirico
americano, un’icona circense, un costume di platino calzato a pelle
 
Marilyn è il sarcofago d’oro  
sopra un corpo scomparso
e
– dentro –
sta rannicchiato il fossile di una bambina
con gli occhi chiusi
 
la bambina, se ancora parlasse, direbbe solo abbracciami
perché io non ho anima, solo un’infanzia
rimandata fino alla morte

2. I am just a small girl in a big world trying to find someone to love
 
io non so che vuol dire provare il microfono del Madison Square Garden con una schicchera svagata,
poi spostare il microfono all’esterno
del leggio, perché tutti mi possiate vedere
soffiarvi contro, con smagata dolcezza, una filastrocca infantile
per l’uomo più potente degli Stati Uniti
 
io non so che vuol dire vacillare sui tacchi fino a sparire
con quell’aria smarrita. io non so che vuol dire calcare la mano su ogni dettaglio del corpo
fino a farsi male,
atteggiare le labbra come fossero sempre
sul punto di parlare,
poi rinunciare,
come se il cuore non avesse forza
 
io non so che vuol dire scoprire che la propria radiosità infiamma folle di soldati,
io non so che vuol dire sentirsi morire
quando uomini e donne che ti hanno voluta
ti scrollano via, io non so che vuol dire
quando ti chiamano bambola
e la bambola è la tua stessa carne.
io non so che vuol dire voler essere amata,
io non so che vuol dire voler essere amata
ed essere merce
 
ma so che vuol dire:
faccio tutto, purché tu mi veda
 
so che vuol dire
dire
e non dire:
non lasciarmi cadere. per favore

3. documenti. e la morte sarebbe avvenuta nelle prime ore della sera
 
– “io sono cresciuta in modo decisamente diverso dalla maggior parte dei bambini. per i bambini è una cosa scontata essere felici”, ma io ero un’orfana di madre viva
 
il dottor R. G. [Ralph Greenson, psichiatra], tempestivamente accorso, sembra piantasse una siringa cardiaca tra la sesta e la settima costola di Marilyn Monroe, nel disperato tentativo di rianimarla. o di finirla, come sostengono alcuni
 
– “ora tutti vogliono Marilyn Monroe, ma io ricordo quando ero un’indesiderata, quando nessuno voleva vedere la piccola Norma Jeane. neppure sua madre”
 
il dottor R. G., non riuscendo a infilare l’ago nel petto della donna, che respirava appena, sembra abbia posato tutto il proprio peso sulla siringa, rompendo una costola e insinuando finalmente l’ago sotto il cuore di Marilyn
 
– “sono priva di ogni sentimento umano. l’unica cosa che uscì fu della segatura finissima come da una bambola, che si versò per tutto il pavimento”
 
basandosi sulle ipostasi (ampie zone di ristagno del sangue, che non viene più fatto circolare dal cuore fermo) rinvenute sul lato ventrale e registrate dal dottor T.N. [Thomas Noguchi, vicecoroner] nella documentazione autoptica del 5.8.1962, il dottor G.U.R. [Giancarlo Umani Ronchi, medico legale] non ritiene che il corpo di Marilyn sia mai stato spostato. smentisce così l’ipotesi omicidiaria
 
– “il paziente vive in un vuoto completo” 
 
Los Angeles, domenica 5 agosto 1962. nel sangue viene rinvenuta una quantità di principio tossico pari al contenuto di quarantasette compresse di Nembutal. nello stomaco o nel duodeno, però, non c’è traccia di capsule, né alcuna traccia di perforazione d’ago sull’intero corpo. i leucociti, soldati del sangue, che cercano di ripristinare lo stato di equilibrio organico dopo un trauma, sono presenti in quantità normale: nessun allarme è stato registrato dal corpo vivo di Marilyn. inoltre, nella camera non si trova neanche un bicchiere
 
– “non farmi diventare una barzelletta. per favore”

4. ridi pagliaccio
 
Norma Jeane Baker non coincideva in nulla con Marilyn Monroe. credo sia stata questa dissociazione, durissima da sopportare, a ucciderla, sia che sia morta per mano propria, sia che sia morta per mano altrui, come alcune prove sembrano evidenziare. ai fini non procedurali, per noi, è lo stesso: per noi Norma Jeane Baker è stata uccisa, anche se si fosse suicidata. Norma Jeane Baker, che negli ultimi anni della propria vita aveva assunto anche all’anagrafe il nome Marilyn Monroe, è morta perché chiunque le incontrasse finiva per amare Marilyn, la maschera, e non Norma, la persona.
la piccola Norma, cresciuta in condizione di subbuglio e miseria, impossibilitata a diventare adulta da un mondo di relazioni transitorie e abusi, pur intuita e intravista da chi le era accanto, è rimasta sola fino alla fine, nascosta dietro la maschera prorompente di Marilyn, intrappolata nella propria bellezza come dentro un sarcofago.
 
svuotamento e dissociazione: un io-bambola-perfetta abita il mondo e – dentro, inascoltata, o ascoltata male: medicalizzata, psicofarmacizzata – la spelonca echeggiante e vuota del disamore. la cava, del disamore.
la femminilità spontaneamente finta di Marilyn, caricatura del sogno maschile americano, che dapprima Norma Jeane indossava con disinvoltura e ironia, ma che finì per incarnare con obbedienza infantile e feroce, la maschera feroce, modellata sui desideri degli yankee degli anni Cinquanta, ha divorato l’attrice che la indossava, a cominciare dal principio primo dell’identità: il bellissimo corpo, enfatizzato fino a diventare un prodotto, una merce in bilico tra icona e caricatura. così, Marilyn si presentava sempre simbolicamente in bilico sui tacchi. e rideva, come fosse sempre sul punto di piangere.
 
 
nota – alcune delle frasi tra virgolette sono state pronunciate da Marilyn Monroe durante l’ultima intervista, rilasciata due giorni prima di morire a Richard Meryman del settimanale “Life”. altre frasi sono tratte dal racconto della stessa Marilyn Monroe Il dottor Strasberg.
 
 
Roma, 6 settembre 2016

Massimo Natale, "il manifesto", 15 gennaio 2017

Massimo Natale, "il manifesto", 15 gennaio 2017

Sulla scia dei piovaschi (Archinto, 2016)

Così verrai, completamente povero:
uno stornello
mandato a piena gola con le scarpe slacciate sul vivaio tranquillo delle strade.
 
L’anno lascia cadere dai solchi
fra dito e dito
frutti
e sottrazioni:
il tempo ci setaccia
dai campi
dalle case e dalle strade.
 
Nella terra laconica
è sepolto di traverso un eluso
possibile. Sopra
siedono i grandi animali
senza ali, prende coraggio uno snervato impianto di stecchi intorno al quale scodetta la lustra contrattura dei rettili
inanellati al rossovivo
dei lamponi, delle campagne
al crepuscolo e delle nostre ciglia di popolo spurio.
 
Se anche dal nostro impasto e dal nostro fiato
esistesse la possibilità di far nascere staremmo in piedi

uguali agli dèi, non come l’erba che addolcisce e piega sul suo respiro
zolle e miracoli
che non crediamo di compiere.
 
Il tuo corpo affiora dall’interno
come i sogni notturni e i ritratti
dei cavalieri dal buio
esultare della foresta, sfiora
l’altra faccia del corpo che cerca la terra
per deporti.
 
La falciatura della terra semplicemente comanda la morte e risponde
al canto degli uccelli
a una fonte,
a un belato.
Sarai sotto il morente mezzogiorno – con me e con tutta l’altra
contemplante voragine di pula.
 
Stiamo nella schermatura vegetante dei campi  col viso evaporato
da cortine di acqua. Ascoltiamo l’invocazione della terra bagnata.
Malva  silenziatrice  dei  passi,  il  brusìo delle opere su quei tratti
protési alla veglia che straluce.  Gli alberi  accanto alla  penombra
del giardino  passano di  ramo in ramo  la maretta del tempo per-
duto: la voce della natura 
è colmata dai succhi che il passaggio rettiliano dei corpi le ha pre-
muto dai  cardini arborei  nelle concluse  ere.  Ma  in un  vano  di acqua  corrente  sorprendiamo  il  suo  volto  scostare  da  sé una disperata tenerezza. La pietà
è al contatto – e finirà
che tutto il mondo parli all’indietro con la tua  voce
e la luce di ogni mattino spiccherà come un dogma dai tuoi occhi
iniziali. La frontiera

del tuo primo inverno ha  accumulato in essi la poligonazione dei 
cavi  lungo  la  chiacchiera  del  cielo  aperto  dai portoni  e  dalle 
apostrofi  in travertino  dei davanzali perché  anche  il  tuo corpo
vada a segno
dal telaio del grembo alla vista del cielo
che per impregnazione ricorda l’incominciare echeggiante delle tue ossa
di volatile eredità umana.
 
Sei dilazione
nel quieto ondulamento della trama terramarina
degli anni; il tuo corpo è sostanza termica tenuta in pugno – dal tempo
che si allontana lungo la natura
– dalla specie
separata da un dubbio di lucentezza (se 
siamo fatti di esistenza e pure abbiamo sogni trasparenti, di andare da Occidente verso l’amore
non sapendo che cosa ci congiunge):
l’infanzia è l’organo respiratorio della terra.
                                                                                 
14 gennaio 2001

                                                                           da La macchina responsabile

Azzurro ventre di Maria
 
Su per altari di granito e aria 
il sedimento dei sentieri
scosta lembi
di tessuto refrattario con cespugli
di sorbo e sanguinelle – orienta
i ciuffi delle isole nell'inzuppo del porto
privo di antimateria
dove rifulge
un cigolìo di pescherecci, il basso
cabotaggio dei gabbiani. Rissa ferma nell’aria
di vele e ali e colmi arrotolati. Cherosene
striscia nell’acqua come un ostaggio chimico.
 
Il mare è questa macchina esiliata che funziona col vento e s'inarca in fiumane di abbandono
sulla linea di distorsione sonora della costa. La tinta azzurra
che i volti assumono dal mare fa dei volti un'esequia tranquilla.

da Serie fossile

lettera immaginaria
 
                                       dov’ero carne essa era avorio
                                                     (Pier Paolo Pasolini)
 
alba
di tenera
carne, stretta
nell’esoscheletro della Legge
 
nel tragico
mese di novembre
piangeva tutto
 
tienimi forte, fuori
dal limite umano
 
tienimi come una madre
che abbraccia in sogno
 
22.12.13

Rosa dell'animale (Zona, 2014)

ROSA DELL'ANIMALE
poesie di Amarji
e Maria Grazia Calandrone
ZONA 2014
pp. 98 - EURO 11
ISBN 978 88 6438 468 9

vendita on-line www.ilovebooks.it e www.amazon.it
e librerie Mondadori


 

 

 

 

 

 1.7.12 / 12.1.13
 
Rami Youness A.MARJI & M.ARIA Grazia Calandrone
(autotraduzione dall’arabo all’italiano di Amarji, revisione di Maria Grazia Calandrone)

[...] M.
 
l’organo azzurro dell’amore e del pianto
adesso è un vaso di macerie. il cuore
oggi è un fulgido disco di veleni. sta tracimando l’acido e la schiuma dal mio petto.
cosa chiedo all’amore? se non questo
mai bastare, se non questo
tutto volere. l’impianto d’ossa delle tue mani aperte che non diventano ali. questo?
deve bastarmi. l’azzurro irrazionale, l’oscena fame degli innamorati? il blu di tutti i fiumi della terra
sarà meno selvaggio
delle nostre lacrime. ma tu
fammi vedere cos’è un uomo, da quale fondo di disastro raccoglie
l’ombra della sua donna. Non ti voltare,
non dar retta al mio pianto. Solo, guidami. Io forse avrò fiducia
nella tua schiena, nei muscoli flessori delle gambe, nella forma dei glutei
mentre tutto il tuo corpo risale
alla luce e io dietro, seguo con l’innocenza di una bestia ferita
la ferita matura del tuo canto
 
A.
 
Ecco il mio petto, un suolo sfavillante
e fertile: aralo
con le unghie, curve come la falce di un dio barbarico,
seminalo dei tuoi garofani
neri e sonanti – lascia che su di esso le tue labbra
siano aceto sul nitro\
 
c’è un nido nel mio petto,
sempre aperto per l’uovo di un uccello Magio –
[la fenice là dentro
cresce in silenzio]. 
c’è nel mio petto un lago
che aumenta il suo calore grazie alla saliva delle stelle,
è l’occhio muscoso amaro della terra
dove i morti sono abbandonati nel loro esilio verde.
nel petto un bosco vago,
in cui le ninfe pizzicano le ribeche del vento
e fanno tremare il nervo blu della notte –,
 
la tua tempia sul mio petto
matura frutti pesanti e incisi, che compiono
la loro rotazione nella mia tempia.
 
M.

sale del pianto e sale
dell’innocenza. sale dal pianto l’innocenza
dei morti, che sono capre dall’occhio selvaggio, fisso
in Dio, sono innocenti come l’animale.
tra noi e i morti sono avvenute parole
che ci hanno cambiati
per sempre: ora
vediamo: questa stalla è una sala di compassione, questa bestia dal corpo
bianco e monumentale emana
misericordia. mater
velata, dura
madre del velario, rossa come la terra damascena e perturbante come la sua rosa, io ti prego
perché attraverso il corpo di un ragazzo sono arrivata al regno
del silenzio: sento solo il rumore degli dei che masticano l’erba,
solo questo lontano ruminare
di pianeti, un battere
di sfere, la vastità dei muscoli orbitali tesi oltremisura per sorridere
 
A.
 
ti stringo a me\ la stella si arrugginisce nel mio petto,
palpitano invece
i corimbi a tromba degli agnocasti –
sotto le scosse del sale
stillato dalla tua ammoniaca verso il mio corpo
 
hai riempito
la mia entità di termiti e timo semiterrestre,
ho riempito la tua
di cavolaie e rosolacci luminosi –
perciò parli a volte con la bocca del vento
e io parlo con quella del fango: perciò
i tuoi papaveri neri nuotano nel fosforo del mio cuore
e il mio sole mette radici nel tuo concime.
 
è lo spaccarsi del surmaschile
nell’unità del surfemminile, non il contrario –,
 
così ti dico
la perdita,nella mia lingua, è fusione
la gioia è spaccamento
 
M.
 
nel giogo dell’impero occidentale l’etimologia del demonio
è separazione. solo quando Mosè divise le acque
fu opera di salvezza. solo l’acqua
può essere divisa senza rimpianto. altrimenti,
dove è separazione, ecco il cupo sgomento
della solitudine. Dio ha gettato Lucifero nelle profondità del creato
perché la scheggia di luce rimasta nel suo cuore dall’origine
non rispondesse al grido di dolore dell’umanità intera. Lucifero
è il corpo bellissimo e sordo, il corpo rovesciato
nell’antinatura,
la sua sostanza spirituale coincide
con una legione di bestie
che paiono rocce e lucernai in disuso, ha il sentore di zolfo di una perfezione
inservibile. nelle zone profonde della sua pelle
c’è una luce perfetta e inservibile. la sua nullità molecolare
è un fenomeno pieno di rimpianto. essere buio così, essere nessuno. mentre il giusto ha una nullità di luce,
tutto il suo corpo è un adattamento, tutto il suo corpo
è adempimento, dice io sono niente come io sono l’opera completa dei vivi.
 
che tu non veda, disse Dio al serpente, perché hai mostrato agli uomini
la vergogna di essere nudi e questo è stato il seme
della diaspora. che tu non senta,
perché hai insegnato agli uomini a parlarsi e questo è stato il segno
della loro improvvisa solitudine. prima, c’erano i Nomi. nella fusione edenica nessuna
opacità
forzava gli esseri a parlarsi: la solitudine è il comandamento
dell’inferno e la poesia è un salto, unanime e disperato, dall’inferno 
alla compresenza
perduta. allora io prego
che ogni parola sia innocente
come il silenzio di Eva, sia giusta come il nome delle cose, io prego
che ogni dialogo equivalga al silenzio del corpo
che si divide per moltiplicare
la bellezza, la gloria e l’obbedienza, che imprima nella carne l’opera piena
di gratitudine del primo Nome.
 
A.
 
il silenzio! Oh, il silenzio! ... quel diapason bianco
e unico, quando posa il suo sperma nel mio cuore, quando mi corrode
come un nuovo Giuseppe marmoreo
e ammutolisce per sempre –
il fragore delle ali degli arcangeli, il clamore degli dei
e lo strepito degli scontri violenti fra i pianeti?
 
può la tua anfora contenere un astro contradditorio che si separa
lasciando dietro di sé la sua roccaforte aerea –
per scendere nell’indole di una lenta neutralità?
 
lasciami entrare, con fuoco e acciaio,
le mie porte sono già scomposte
e i miei semi costruiscono nel non-tempo, 
le mie discendenze si arrampicano come edere
sul muro dell’oblio disteso lungo il nulla,
lasciami entrare nell’orfanità dell’acqua:
un feto di amarezza e dolcezza uguali,
nella sua bocca l’aderenza dei giorni
e sulle sue spalle i rottami del cielo [...]
 
così ho sognato dall’inizio:
che tu sia l’anfora stabilita dal suo stesso biancore – dove
si calma la ruota delle tre grazie
e gli impulsi astrali del mio cuore si allentano\
 
M.
 
oggi sei la mia resa, la bandiera
bianca davanti alla massa
verdesanta del mare, alla saldezza muscolare
delle onde, agli spruzzi dell'acqua illuminata e dispersa come un crimine
nella catena delle conseguenze. ma tu
mi cadi tra le braccia come cade in mare
il più alto sole
e il tuo nome tocca la mia bocca con tutta
la generosità dell'estate. i corpi dei poeti
sono incalcolabili
fiori di ciliegio, una flotta celeste, un sospiro di muscoli fossili
e conchiglie. ogni loro parola
è un reato, uno strumento alieno come il raggio verde che ci attraversa quando scende il buio
sulla città. ma ora tutto è verde, tutto è buono, tutto è una locanda a cielo aperto. è estremamente estate, appena oltre la china
di agosto. santo
bruciore della pelle, santa oscillazione
di frange d'ombra al vento e ossido di ottone
sulla curva dei fianchi. sale da terra questo quieto coro
di corpi, bellissimi e distesi
nell'oro. il sole estrae oro dalle nostre viscere. dalla pianta chiara
dei tuoi piedi sale
una preghiera, questa mia
religione

estratti critici

Andrea Breda Minello in Avanti on-line 16.1.15 - Trasformare in canto il sangue della specie

“La rosa dell’animale” rappresenta – oggi, tanto più dopo i fatti di Charlie Hebdo – un punto d’incontro, un luogo comune, dove due voci, appartenenti a culture e sensibilità diverse, si riconoscono e si ascoltano a vicenda. Questa è la funzione precipua della poesia: attraverso la parola dis-velare un mondo, renderlo noto, testimoniarlo. E come farlo se non tramite l’oggetto amoroso? Ecco qui sta il crinale, lo snodo cruciale: la libertà di dire, sussurrare: amore e renderlo respiro. Comprendere il soffio della cosa vocata, detta ed azzerare le differenze. Occidente e mondo arabo si sfiorano e compenetrano.

Scritto a quattro mani da Amarji, pseudonimo di Rami Youness, poeta di Damasco, studioso di letteratura italiana (ha tradotto in arabo Leopardi, Campana, D’Annunzio), e da Maria Grazia Calandrone, performer, drammaturga e soprattutto poeta tra i più rilevanti di questa nostra contemporaneità, “Rosa dell’animale” risulta essere un libro particolare. Uscito prima in Siria nel 2014, presso l’editore Attakwin, poi in Italia a fine anno per l’instancabile editore Zona, presenta un’importante prefazione di Adonis: Interrogare la domanda. Nell’introduzione si ricorda che: “Dentro l’Amore – poesia e dentro la Poesia – amore si cancellano le diversità legate alle notizie e agli eventi di ogni giorno. L’amore come la poesia è creato per essere accomunato allo stesso livello dell’esistenza, ed ha la capacità di oltrepassare le appartenenze etniche, linguistiche e politiche”.

Un moto, quello dei due lirici, di avvicinamento e di avvicendamento, un dialogo amoroso in cui stilemi e campi semantici si ritrovano: due lingue differenti, che diventano scandaglio di preghiere e riti. Universi e lessemi svariati per dire la stessa cosa: il fine ultimo è il riconoscimento dell’anima dell’altro, vegetale e animale al contempo, per approdare- come sostiene di nuovo Adonis – a “una presenza superiore, separarsi per ricongiungersi in modo più profondo, più ricco e più solido. È la distruzione dell’essenza del singolare per innalzare l’essenza dell’amore e del singolare-duale”.

Ci troviamo di fronte a un contrasto medievale rovesciato, dove la lingua si eleva e suggerisce, diventa trasmutazione lirica del desiderio fisico.

L’uomo si rivolge alla donna in questo modo: “il frutto del tuo corpo / è un grappolo di pendagli bianchi\ che cade / tutto in una volta / nella sorgente del tempo, ostruendo / gli sbocchi della conversione. / passi / nuda / tra linfa e corteccia / il tuo corpo il mio corpo / è sul fiore della notte sul neurocranio del bahamut”. La sorgente del tempo non travolge, petrarcamente, la donna verso l’oblio, anzi attesta la sua corporeità e fusione, dando vita all’alterità. La risposta è la seguente: “sono la feritoia e l’ultima cosa / della notte, sono il soffio iniziale / dalla bocca di un demone / solare, ipersensibile / come una molecola, sono un bianco organismo / infinitesimale e il mio passare / sotto la nudità della corteccia / diventa il canto delle capre e dei boschi”.

Attraverso la celebrazione della rosa dell’animale si celebra nella fusione il creato, i poeti fondano un cantico laico e privato, che si apre all’universalità e che coinvolge il mondo minerale e vegetale: ortiche, ruta, gladioli, e ancor di più quello animale: cerve, api, capre, mule (tutto un cosmo femminile) e si estende all’intero universo con le galassie alle origini del Tutto: “Mi presento a te come a una nascita”, afferma Maria Grazia, durante un’alba che restituisce la perdita e la gioia, la gioia innestata nel dolore della separazione. “Sul labbro dell’alba”, risponde Amarji.

Alla fine resta l’inno, il canto con cui si trasforma “il sangue della specie”. E tutto può ricominciare.

Dalla sua bocca (Zona, 2013)

[...] Davanti ai dattiloscritti che mi sono stati sottoposti ho provato l’imbarazzo che si prova a sorprendere involontariamente qualcuno in una sua posa intima. Qui, pareva di spiare una poetessa davanti a una sua materia verbale disarginata. Nemmeno in una bozza di laboratorio, bensì nell’out-of-order, nella irresponsabile disorganizzazione di una materia umana sottoposta a certe micidiali scosse elettriche. La vigilanza di Merini sulle proprie parole, normalmente già scarsa, qui risulta completamente in disuso: la poetessa è preda di una lingua più che mai dilaniata e oscura, ma, nello stesso tempo, questa cattiva riuscita poetica ci consegna in regalo un’evidenza: l’imperversare della follia e le relative cure fanno di lei una triste paranoica, le cure le disvelano l’angusto reale che ella non sopporta e dal quale era sempre fuggita grazie alla candela accesa in permanenza nella sua anima che aveva nome Poesia. Poesia di luce e trasfigurazione, parola-verbo di rinnovamento e di benedizione: dove il suo grido era sempre altissimo e teso in una pure disperata forma di speranza, gli elettrochoc le schiacciano la testa sulla superficie polverosa e fredda delle cose.

Ne rimane dunque il prezioso documento di un’evidenza: la “follia” poetica, il mal della parola, è di qualità radicalmente opposta a quella clinica, la quale è cinica, depauperata, angosciata. Sotto la pressa farmacologica le anime sanno di vuoto, sanno di calma chimica e di oppressione. La gestione psichiatrica era una sottile e ferocissima dittatura perché privava addirittura i corpi del rispetto dovuto: nei reparti vegetavano creature dissanguate da uno spreco mortale, prive di libertà, si spostavano grumi di materia distonica e stonata, caduta nella propria solitudine, nella infezione di una solitudine senza rimedio, dove invece la poesia ficca letteralmente le piume nelle clavicole dei poeti, mette in loro una libertà essenziale e l’intensissima qualità morale del prendere la parola a nome del coro umano.

L’internato psichiatrico è solo come il più solo degli uomini.
Il poeta prende la parola in vece dell’intera umanità.
Questa la differenza. Questa la qualità della gioia senza rimedio dei poeti.
Questa la forse involontaria denuncia politica della parolacorpo Alda Merini.

[...]

chronica IV
 
poi sui navigli si aggirano certi politicanti da strapazzo
che diffamano le donne per nascondere un’interna avarizia
del cuore – e tutti gli invisibili
tradimenti
 
mio marito affermava sovente che si tratta di cialtroni, gentaglia
che colonizza la mente degli altri con ciarlatanerie, come chi senta urgenza
di defecare sugli appezzamenti del possidente
 
e gli eriga sugli orti il suo monumento di sterco come un Evangelo
che condanna
il ricco epulone ma dell’epulone
abbia tutta la veste morale, tutta
 
la crapula, ma lo schiaccerebbe volentieri perché come lui
non è comunista;
 
e poi questi ce l’hanno con la chiesa perché la chiesa è ricca e promuove
la castità come ideale del genio. ne consegue
che mettere in dubbio la castità significhi
mandare al diavolo l’intelligenza nemica

chronica IX
 
e poi ci sono anime irraggiungibili, scempie
e scomposte,
che si rifanno al giudizio di altri, poi
che non si fidano
dei propri baiocchi, come direbbe
Pinocchio, quell’esterrefatto
aggeggio della memoria
di nome
Pinocchio, il quale rappresenta un divenire
altro nelle mani
di altri. ma alcuni hanno mani che fabbricano e versano
i veleni di un potere saltuario in un tremendo
desiderio di continuare

chronica XI
 
grazie a quelli che hanno creduto
alla mia versione e ai ricordi
dell’ormai povera
mente di questa donna, grazie
perché mi hanno salvato
per lo meno la vita, ma non sono stati
tanto generosi da lasciarmi
 
gli amori, che mi avrebbero
consolata e mi avrebbero fatto
compagnia. giuliano,
 
che è ridotto a un omuncolo
di paglia, adesso gira intorno
alle ragazzine come un vile
lupo di tane private
che esibisce i suoi spasimi amorosi tal quali
capretti infissi a una parete. io dico: certo
che mi fa pena,
ma non so perdonarlo, perché colui che semina dolore non può e non deve
 
uscirne che zoppo
e dolorante, perché guai
se in una donna
o in un uomo l’uomo
non riconosce un simile, il proprio stesso
fratello

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