Antologie Nazionali

Premio Renato Giorgi (Le voci della Luna, 2004)


 Sul lastrico dell'amore
nota critica di Gregorio Scalise 

Premio LericiPea (Agorà, 2000)

Premio Dario Bellezza 1998 (Fermenti, 1999)

L’AMANTE EFFIMERO
(definizione asiatica del vento)
 
I
 
Lei carezzava gli alberi del posto come si posa una mano sulla fronte, per dare conforto
alla propria vita non vegetale, o ai moti capillari
nella carie del legno, assopito e volubile come lei sottilmente
malata, o in procinto di piegare in sentimento come un abito smesso, o come l’ultima abitudine
impressa nella terra, che spiega l’ossessa durevolezza delle sue cime, una maglia di luce sventata nelle siepi
in corsa nel maggio insonnato dall’alba, di un mattino fra i più primaverili
lanciatori d’inezie detto patria, per una millimetrica contraddizione
dell’animo già quasi commosso. O intese ella ricollegare per i rami la terra ai suoi angeli
mietuti dalla notte, dal dio, dalla benevolenza semplice dei posteri,
da noi. Casa, le si portava presto alla bocca, con una profondità
propria, con un intero paesaggio di insenature decimali. Troppo splendore, e umido bene, e desiderio
di benedizione, all’interno
del corpo, che si deve dunque ricostruire su volontari esili, tegole e peso
d’ombra estiva sfumante dalle soglie ove respira
e spasima. Ultimo, le si chiuse il recinto del giudizio, che indovina
in ogni primavera una primavera
grave, male amata, e si assottiglia per assomigliarle
come un amante. Gli amanti, disse, si sfiorano sotto le mani le notti bianche, sanno d’estate ai bordi del canneto
rumoreggiato con una fosforescente irrequietudine
da insetti. La vita è sempre un passo avanti a loro, col suo piccolo peso di paglia
nel becco. Quelli che uno per l’altra saranno
l’ultimo, calcano dignità senza diritti, una materia colma
d’affetto come un coagulo di puerizia, sono pallide erbe
di disgelo, non fabricanti
che meridiane di dolcezza nei viali, un pacifico ostello del temperamento
futuro del mondo, pigolanti cornici di presentimento sulla muta del corpo
bifronte, della città. Poco vestiti, li sciolse a riva splendidamente
la notte, col suo fiammante impeto di contenere, e di giustificare col suo alto
avventure erranti
e dolose, e le domenicali, smemorate
in un voltarsi di capo, al primo intollerabile passaggio
dell’amore che come vento nelle mani colme tiene l’acqua
del pianto, nella sgranatura dell’etere 
sotto la tour, dove lei è sempre in punto di svanire. Ora il mondo, passando nell’imago
di lui che se lo porta in petto con la sua cova
di sconsolati oggetti, si fa astratto e vicino come la legge
morale di un essereinciso, nell’oro
dei portavoce, lì, dove essi sono, all’orlo del comune. Declama egli
la propria paternità, vegliando e nutrendo
lei che imita il pianto dei figli nel limbo augusto del nido.
 
II
 
Lo snervamento del bosco, la sua sfatante colmità conserta verso i piumati
sedimenti del suo ingegno canoro, dello sfarzo svettante di quel basso
continuo, d’organi assisi in miniature di luce
solitaria, o elusiva, fino nell’ovattarsi abbandonato di un ruscello, preme, e circonda, l’agile germogliare
di grazia, nelle persone dove l’amore è un solitario pretesto
per l’amore. Certamente più a lungo il corpo si coordina
per dimenticare, e conservare intatto il suo tesoro, di emule ferite.
 
III
 
Siamo in piedi in quest’anima
timida e grande, da vincitori ansiosi, altrimenti
colpevoli per la felicità che offriamo
al ladrocinio temuto, di continuo
tastandoci le tasche, per far discendere
molta lenitiva concezione di destino
sulle nostre figure apertamente
avventate in giorni che lasciano lievi
tracce d’aria nei solchi
d’erba ubbidiente
a una laica e gentile primavera di alati
avamposti, e paglia
alta, di ricrollo
d’acque balzanti, e di cascine gonfie
di sole, pennellato sui curvi sambuchi
aromatici, alle finestre. L’acqua è in tutta l’alba
traslucente, una profonda
città-chiesa-di-morti dove spariamo
nel soffio che decide
il passo madido del bordone sommerso
dei loro, e la cosa si ripete, dunque finisce
nella pietà, stavolta è semplice
memoria, di un compagno innocente, di animali
imprevisti e mattutini oltre la chiara ellissi
d’alberi, e bianco
riso dell’oltrefrontiera
sul tuo viso mancato dall’estate, o mio, nel cui traguardo
d’alga, e di ciaramella
garrula, l’involontaria economia giornaliera
della smemoratezza, pure bisogna
che ascendendo cada. Azzurro e pieno di calce
è infatti il viandante, il decaduto dalle cose, colui che sta in esse solo
come un richiamo, e si dà a esse come il destino
umano, cagionevole, delle altitudini con il loro essere
nel proprio miracolo segretamente. Dunque l’amore, per le proprie strade pure
si ridesta, e allora tutta la creatura ricorda
il proprio tersore, il pensiero assordante della casualità del tempo
in cui non ci incontrammo, né restammo
aggrappati nei nostri occhi aperti, da ragazzi fuganti l’acerbo
sottobosco di orti predati, quando gemeva intorno l’arsa vigna
del vento, fin che acquisissimo l’ozio
cieco e sereno dei nativi
credenti, fin che potessimo giungere in quest’ora distesa di veggenti, migrati
nei pomeriggi interi di fruttuosa, abbagliante
riconoscenza, reciproca fra i sonanti volumi delle cose mature, nella profilata cantica dei pendii
verdissimi sotto le nostre anime ora innocue, canore anch’esse, conformi alfine gioiosamente al peccato
superfluo, necessario
alla levità sola
dei percossi steccati dalle risse
del buon umore, in cui tutta la terra celestiale è indaffarata. E di lei ora infissa nello spazio sull’asse
del vociare solidamente vasto del presente, nelle verdeboschiva declinazione
d’acqua pescosa, nulla
può essere disfatto senza dolore, non sapendo nessuno, non sapendolo
prima, quanto dentro e nell’orbita di noi felicemente cadano
le cose amate, nei luoghi dove battere le ali
sarebbe stato silente, esile persino. Per questo si apre l’animo
quasi subito, alla disobbedienza.
 
IV
 
Nel giardino d’inverno, oltre l’elementare
edificio, la natura affrontava spensierata il suo piccolo parco, s’impalcava
sull’immatura infiorata dei vicoli
dei padiglioni, lungo il canto impietoso della realtà seminante e splendente
salvia, nella rete solare di un disuso, rampicava sbocciante, promuoveva
rugginose ringhiere nell’aperto, dove l’atomica pressione del vento
sulle pareti dei prefabbricati era il testo echeggiante di un dio
dimenticato fra i cespugli, come la bambola distratta dalla corrente
dalle mani incompiute di una bambina che subitaneamente riaffluì dal rapimento a sé
finitamente nota in forma d’acqua
perpetua di malinconia e amore. La copertura
o l’abbellimento, della sua specie spirituale spaventosa e languida, consisteva
nell’estroversa insistenza
del sole intorno doloroso e dolce, come nei doni usati di un amore che si fosse interrotto, un poco
prima di una ubicazione afona in ciò che le era accanto, e già moriva, restava
profondo e lieve, senza libertà, sterile ovvero
puro, completamente
infecondo.
 
V
 
I fiori aperti delle vostre anime affidate
a corpi esili, dolci come steli, e poi lo squillo
querulo e madido di un garrito calante all’inseguire
il sole, o pure fu il collasso di un monte
d’occhi appena accennanti a mirare
l’archivio provvisorio della terra nel giudizio dei cani
che fugano il presente dal fragoroso odore di fascina matura
frugando la catasta
dell’afosa foresta di bel tempo, o il dividersi in volo degli eroi del buon pianto
nel buio, vostro afono
custode mosso da amori di creature
piccole, prive come angeli
di relatività, a rivelare voi del mare
poco fondo, di cortile, con l’abbracciante evoluzione stanca
del vento scolastico sulla fascia dei campi stretta
al sole estremo e ai cancelli, ritrosa nella menta come una vergine, in quel recinto
suo mercanteggiare, con la mente impressa
sugli infissi quaderni di una notte
pietosa e terrena, che appena abbia incominciato a temersi, se quasi s’offende
alla crescenza lunare
del corpo, e tutta in sé, a se stessa inassaggiata, risalga, più inquietata nell’alto
lume dell’occhio seme
e epistolario, così tutto il riflettere del capo
su pensieri solitamente chiari, scompartimenti vibrati
tra il gioco e il poco
allegro compitare, ora si aggrappa, nel deragliamento
di leggerezza, alle impressioni familiari del giorno che lascia sé nel dubbio
d’esistere fra i muri, altalenando
nell’ora ultima tra foglie in luce, e subito è con esso
inspirata, premuta agli angoli, succhiata via con l’edera che lisciamente vira
in una calma carezza
versante nell’ovest e si sostenta sulla libecciata che ai capelli
vi sale sottilmente, risollevata a ciuffi, escursionale, completamente avventurata in voi dai piedi salsi
del mondo come un poscritto augurio di vacanza, o forse è stata
solo la campanella, la stessa ronzante
ortografia del tempo che vi sugge, strugge anche voi talmente
nuovi, col suo peccato, l’ape puntuale dell’intelligenza
recante in ogni sera
quest’attimo fecondo che non piega
nel caso, nell’odore asessuato e sereno
dei sigilli, o la meccanica fragilità del corpo già non è più
che un vostro breve turno di dolore quasi
incosciente, nella continua beatitudine
di crescervi invece
al riparo, come in questo conforto di sentirvi premere. Del buio
i puri ascendono
l’intelletto, la corrente chiara, lo sfrangiato sovvolo che ne è il volto
affacciato sul risveglio.

nota critica di Alberto Bertoni

7 poeti del Premio Montale (Scheiwiller, 1994)

I. ILLUSTRAZIONI
 
Quando qualcuno parla, fa più chiaro
(Sigmund Freud, "Introduzione allo studio della psicoanalisi")
 
Nel viale fra i campi
si solleva il brusìo di un liberato
movimento di attesa,
scendendo verso l'argine ai ventosi
mancamenti del suolo
il gruppo dei dispersi osservatori.
Sulle pietraie fluviali inturbinate
involtolano argilla le correnti.

Promemoria
 
Poi che si mette il refolo marino
fra le sparse muraglie
salgono con la guazza
estiva sùbite voci dal delta:
sostano in terramare contemplanti
gli ultimi nuotatori
la riposta deriva
di chi fra gli argini ha estinto la terra.
*
Fra le canne si risentono gli echi delle acque costiere
e il dondolìo del pino mediatore
che inclinava a occidente:
cambiava il tempo 
ogni sera in quel farsi delle vele più basse
e noi, le sopraggiunte,
con le spalle alla terra ci disponiamo a sciogliere gli ormeggi.
*
Tacciono le due rive
affollate di voci lungamente
chiamanti 
nell'estate marittima:
l'apparenza del sole
ventilando s'involta nel canneto
dove le ombre dei traghettatori
sostano astrali
sul margine narrante
non altro suono che un cantilenante
specchiamento
di luminosità.

Gli angeli

Per un tratto involuta fra le storte
rotte forme del bosco
la freddezza dell'acqua si arrovella
sul tuo piede influviato.
Giorni che non si spostano dal centro
di uno zefiro lento, 
poi che azzurra galleggia
degli aquiloni
l'ombra in volo sul muro del giardino
dove vanno apparenze
prese da incantamento a trasognare.

II. SOPRALLUOGHI
 
Mal d'Africa

Immobile sottovento,
qualcuno
che sia sopravvenuto a salutarti
in misura di un cenno della testa
minimo
e che quel cenno fosse poi il pretesto del raggiungere
figure morte
nei tuoi sonni ancora pieni di africa
- poiché tu eri un'anima innocente ,
  lui si è fatto vedere - e in quel punto che era
mancamento carnale fra gli sterpi,
fra i molti per il sole involuti
in fioriture complesse.

Preludio

La serata s'involve verso un punto di bianco
e noi sediamo inerti
senza indagare.
Certamente gli sguardi non si danno la pena di eclissare,
seguono le partenze
con il riverbero dei sopravvissuti.
Lei veniva - parlando un'altra lingua
meridiana - ci diceva dell'argine, della villa fiorita e dei limoni
nati fra le macerie.
*
Lo incontravamo nella primavera:
ci porgeva un saluto frettoloso, come di incamminato, di partente
che s'imbatta nell'ubbia del congedo
e con gli occhi rimarchi certi punti lontani
già caduti in rimpianto.
L'ora che approfondisce le scomparse
ci induceva al silenzio,
sebbene nulla fosse ancora sottratto
dalla campagna
e noi ci preparassimo a tornare,
discorrendo dell'acqua e dei suoi piccoli intervalli di quiete.

Sopralluoghi
(L'umana reticenza)

La prima sponda fu raggiunta dalle navi venute da Nord:
dall'entroterra i campi
confondevano l'occhio
abituato all'equidistanza del mare
- sopravvento
pronunciamo parole
che subito dimentichiamo:
dicono che la terra sia il racconto di luoghi
parzialmente conosciuti
e nel racconto
lungamente si torce la materia
che non ho contemplato -
Uscite sottobordo,
le figure rivolte verso l'acqua
fanno luce
sui lunghi involontari
vuoti del cieli umani.

Prefigurazioni

Fra le rocce cadute camminiamo
in continuo sollievo
e abbandoniamo i luoghi
delle opere lente,
predisposti a tacere le ragioni
della nostra scomparsa
- le parole, col dirle, ci hanno mutato in niente:
  ombre di naviganti lungo l'ombra del fiume
  da decifrare -
ma sull'ombra permane la figura
della terra e del mare.

III
Nel varcare le soglie
si risente l'impronta di altri ingressi
e di altri ancora che avverranno ritorni
in questo largo
nell'astratto silenzio
della fine di un viaggio.
*
Lo sterposo e solare
pomeriggio dei giochi era disfatto
dal sudore di un magro 
apparato minore
ma il tramonto soleva invorticargli
certe ombre di foglie
sufficiente una notte
per rivoltarle in mente come frasi
piene di sottintesi.

I
La mano che percorre la materia
sta specchiando,
poiché fra essa e il mondo non c'è un solo elemento
da levare o da aggiungere:
si tratta di un incognito sciogliersi
per restare e fidare,
lentamente sentire che si perde
una mano, un dito, un nonnulla
nella terra,
fra cose che contemplano se stesse
e uno sguardo che indaga, dall'esterno, la stasi.

II
Il mondo ha un peso per provare il senso
della sua rotazione
in qualunque misura, poiché ovunque le ombre
a volte si spalancano in eccessi
di visibilità,
ed allora tradiscono il profondo
muoversi della materia, che ha il rumore
di un cosmo riducibile
alla indivisibilità
della grazia stellare.

Adriatico

Sulla nuda riviera
fra gli insabbiati sterpi
il sole dà un bagliore di frontiera
e un più vivo raggiare dei fruscianti
sempreverdi sul mare.
In piena luce naviga la costa
fra strida di gabbiani ubiquamente
volanti
sugli avvicendamenti delle rotte
frequentate
da passeggeri sguardi di commiato che dai ponti
vivamente salutano,
clandestini mirando l'orizzonte.
 
(1993)

nota di Maria Luisa Spaziani

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