Libri

Gli Scomparsi - storie da "Chi l'ha visto?" (Gialla Oro pordenonelegge, 2016)

finalista premio Lorenzo Montano
rosa premio Tirinnanzi

a quelli che hanno deciso di non tornare,
al mistero insondabile di quelle vite

Nota dell’autrice

Questo libro è dedicato ad alcune vite incontrate grazie al museo dinamico dello schermo televisivo.

Televisione, internet, realtà virtuale: mezzi nei confronti dei quali la scimmia nuda che siamo nutre sentimenti ancora sperimentali.

Ma Chi l’ha visto? ha raggiunto la parte di me più profonda e più viva – ovvero la rabdomante della poesia nella faccia più cruda della realtà – per due motivi:

1. il 26 settembre 2000 la conduzione di Chi l’ha visto? veniva affidata a Daniela Poggi. Il 27 settembre 2000 mia madre adottiva semplicemente moriva. Esiste una somiglianza che ritengo notevole fra mia madre adottiva e Daniela Poggi. Avevo accompagnato mia madre fino all’ultimo respiro, l’avevo lasciata andare. Ma lei era in televisione. Cosa non si fa per rimandare un lutto. In quei giorni aspettavo il mio primo figlio, Arturo, e sentivo la gioiosa responsabilità biologica di lasciarlo galleggiare tranquillo.

2. una certa pregressa confidenza con le scomparse, soprattutto con quelle per acqua – e questo per causa della madre naturale.

Un cortocircuito di notevole entità.

Ho sentito così il desiderio – meglio: la necessità – di raccogliere il richiamo di quelli che restano a quelli che hanno deciso di non tornare.

Nella gran parte dei casi ho dato voce al richiamo di chi resta ai morti per acqua – e poi alle voci, per forza di cose immaginarie, dei morti per acqua stessi. Si capisce.

Un esempio per tutti: Donatella Cordenons, figlia impeccabile di giorno e prostituta di notte, ripescata in stato di nudità dal canale convogliatore dei detriti che porta alla centrale idroelettrica del Ledra. Il suo assassino (sappiamo che si tratta di un maschio) non è mai stato identificato.

Al mistero insondabile della sua vita è dedicato L’altare della specie.

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L’altare della specie

Era facile amarla ma era destinata
ad andarsene frettolosamente e insieme ad aderire
a certi preparativi che gli indizi rivelano
meticolosi. Di pomeriggio si prendeva cura del giardino
in silenzio. Non capivamo quello che pensasse, era
tranquilla. Oppure
trafficava su un notes. Tutte le notti – rivestitosi
l'ultimo cliente – comprava un dolce per la colazione della madre.

Nell'acqua viaggiano i rifiuti e vengono
trattenuti a intervalli regolari dalla grata sepolta
nel buio e nel silenzio che si formano molti metri sotto
l'aspetto superficialmente aereo dell'acqua
che dipende dall’attardarsi del sole alla sommità come una lacca
democratica, un getto straripante di ottimismo
anche nelle orticaie disossate dall’urto delle fabbriche.
Si chiama strada del canapificio e porta
in una mescolanza di fanghiglia e zolla
resistente all'imprimersi del cascame animale alla centrale
idroelettrica – è un sentimento interrotto, una deriva dei continenti e dei relativi disastri sommersi
nell'isola del corpo che finisce
alla porta del grande casamento: c'è soltanto un custode e controlla
l'andirivieni tra le due parti d'acqua e fiamma serpentina o forse
trasmigrazione.

La trovammo in uno strano abbandono
come se tutti scissi i legamenti:
quasi niente dell’acqua del canale
nessun cattivo pensiero
nessuna ironia
non una goccia d'acqua nei polmoni, neppure
diatomee – il corpo sostenuto da una luce critica
oltre il proprio abbandono – pulsava al sole come in preda a un’estasi.

25 ottobre 2004

I muschi pavimentano le primavere in Festival Poesia (Castelnuovo Rangone, 24.9.16) 

Era buio, quella sera – un buio
molto lento e tranquillo – dal quale apparve
la vecchia con lo scialle e la lunga gonna
nera. Disse se vuoi salvare
la tua bambina, lasciala digiuna
tutto il giorno, e la notte le devi
solamente parlare
della grande distanza del paradiso.
 
Di lei mi resta
il lapsus sulla lingua tra figlia e vita mia.

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Non avrai che la vita

Le scarpe non vennero ritrovate.
Ma la luce batteva coitale sul corpo della ragazza
cristallizzato nella testimonianza.
Tra gli occhi e il ventre
tracce di lavatoio – un percorso a ritroso per stabilire gli alibi.
Il portone risultò chiuso con molte mandate.

Ardeva come un’ostia nella materia
lacrimale del tardo pomeriggio – con il capo impigliato tra gli arbusti
e la pervicace ripetizione dei giri. Per cause sconosciute
non ha potuto compiere i suoi anni
qualsiasi funzione avessero singolarmente ma un immobile
addio alla bellezza del mondo
riscaldava la fibra che resiste
grido di gioia del corpo senza dolore.

Deposto il nome
 
Diceva sempre
ditele che la amo
e ditele che ho fatto tanta strada
per amarla.

Ditele che se uscivano
angeli e diavoli dalla sua bocca,
io vedevo soltanto la sua bocca.

Ditele che mi abita
per sempre.
Diteglielo, vi prego. Diceva sempre.

30 aprile 2016

[...]

Mamma, tutti i malati – tutti
i moribondi – ciò che era vivente perché respirava e ora soffre e ancora
resta unito – o durante
la severa scissione della morte:
tutti quelli che parlano ancora, la loro ultima
parola in vita è
quella – e io
la sento, la schiena china sul lavatoio dei corpi per debolezza, non più
per amore.

Il crollo anchilosato di una cosa

Annina, madre di Angela, una bimba di nove anni, entra in coma a causa delle percosse ricevute dal marito. Si sveglia “incapace di intendere e volere”: viene internata e la sua bambina viene data in adozione. La mamma invoca invano la figlia per trent’anni – dopo i quali, grazie all’intervento di una nipote che chiede aiuto ai giornalisti televisivi, le due donne sono finalmente una di fronte all’altra. La mamma non riconosce in quella donna adulta la bambina che tanto ha chiamato. lamammapiùbelladelmondo, versione teatrale della storia di Annina e Angela, è in Per voce sola (ChiPiùNeArt, 2016)

La vita oggettiva

Nella seconda strofa del testo sono rielaborate le prime dichiarazioni della nonna di Denise Pipitone, bambina di 4 anni rapita nel settembre 2004 e mai più ritrovata. All’epoca dei fatti la donna protestava di aver messo il pranzo sul fuoco come tutti i giorni, mentre Denise giocava in strada, come tutti i giorni, e di non aver distolto lo sguardo da lei per più di cinque minuti. Come tutti i giorni. Le parole disperate della donna, mentre la scagionano, manifestano la sua involontaria complicità: la regolarità delle azioni della vittima favorisce il delitto. Il malintenzionato impara le più minute abitudini dell’innocente e in esse studia il varco millimetrico per sferrare l’attacco.

Il medesimo ragionamento spiega la scomparsa di Romina Del Gaudio, avvenuta nel giugno 2004. La ultime tre strofe della poesia sono una libera trascrizione delle parole di Grazia, madre di Romina. Nonostante il corpo della figlia fosse stato inequivocabilmente identificato attraverso l’esame del DNA, la madre Grazia aspettava che Romina si affacciasse dalla porta di casa cantando. Come tutti i giorni. Riportiamo, dal sito di Chi l’ha visto?, il 27 aprile 2011: “La signora Grazia Gallo, madre di Romina, alla vigilia della riesumazione dei resti attribuiti alla figlia per poterli sottoporre a un nuovo esame del DNA, ha ribadito che secondo lei quelle ossa erano in uno stato incompatibile con i 47 giorni trascorsi, anche tenendo conto dell’esposizione alle intemperie.”

Non avrai che la vita

In questo testo si allude all’assassinio di Simonetta Cesaroni (Via Poma, agosto 1990).

La sezione Pietà include casi di cronaca più recenti.

Lo splendore della vita reale in "Nuovi Argomenti" (2.9.16)

Adele Mongelli, cinquantunenne ed egregia madre di quattro figli, si separa dal marito per vivere l’amore con Giuseppe Demarinis, di ventisei anni più giovane di lei, che l’ha completamente conquistata. Con Giuseppe, Adele vive quell’assoluto che scavalca le inezie dei dati reali e impedisce di porsi domande banali, cioè ovvie e concrete. Dopo oltre due anni di passione, rivestendosi dopo l’amore, Giuseppe improvvisamente rivela alla donna di aver deciso di interrompere ogni rapporto con lei, perché sta per sposare una ragazza con la quale è unito da quattro anni, e della quale esibisce la foto. Adele supplica non mi lasciare. Giuseppe è irremovibile. La camera da letto è debolmente rischiarata dal lumino dello schermo televisivo. Dopo aver colpito Giuseppe con 38 coltellate, Adele lo sveste, lo stende sul letto, si sdraia e dorme l’intera notte accanto al corpo di lui, che consuma da solo la propria lunga agonia. Al risveglio, la donna prepara la colazione alla figlia più piccola e la manda a scuola. Tornata in camera da letto, Adele si accorge di aver ucciso l’amato e, in stato di totale incredulità, immediatamente si costituisce.

Roma, 13 aprile 2016

  una anticipazione in “Nuovi Argomenti” (Mondadori, 2005)
una anticipazione in “Almanacco dello Specchio” (Mondadori, 2006)
una anticipazione in “Levania” (10.12)

in Nuovi Argomenti (2.9.16)
su Nazione Indiana (5.10.16)
su Le parole e le cose (7.10.16) con un'immagine di Silvia Camporesi

parla Rosa Della Corte, incriminata dell’uccisione del fidanzato Salvatore Pollasto
(in Interno Poesia, 24.10.16)

per acquistare

formato Kindle

Maurizio Cucchi, "TuttoLibri" de "La Stampa" (7.1.17)

IAM Italia Art Magazine (9.8.16) Le Storie degli scomparsi raccontate da Maria Grazia Calandrone
di Giovanni Manzo
Ascolta / come mi batte forte il tuo cuore, recita un verso della poetessa polacca Wislawa Szymborska e viene spontaneo ricordarlo dopo aver letto quest’ultima raccolta di poesia di Maria Grazia Calandrone, Gli Scomparsi – storie da Chi l’ha visto? [...] Questo sentire profondamente le storie degli scomparsi rende questo libro della poetessa romana speciale. Non sono loro gli ultimi a parlare ma lei, la poetessa, con una parola sussurrata accanto che viene da lontano. Un tessuto di voci si muove, voci che hanno detto, dicono e diranno, pronti a parlare o a tacere, attraverso la sua voce o il suo silenzio

(5.8.16) Vita vera, realtà virtuale e realtà poetica nell’ultimo libro di Maria Grazia Calandrone
Maria Grazia Calandrone tra i poeti contemporanei è forse la più conosciuta al grande pubblico. Un libro, questo della Calandrone, che attinge dalla vita reale, ma è anche un libro che mantiene intatto il modo di fare poesia della poetessa. Da qui vita vera, realtà virtuale e realtà poetica diventano una cosa sola.

(4.8.16) Gli scomparsi nella nuova raccolta di poesie di Maria Grazia Calandrone
[...] se pure è risaputo che la Calandrone non ama “abitare” nella sua poesia è altrettanto vero che il tema degli scomparsi la riguarda. E alla luce di tutto ciò questo libro ha una forza misteriosa, occulta. La poesia inonda la pagina, qualcosa di lei ritorna nelle vicende altrui, solo apparentemente lontane.

Un libro di poesie sicuramente da leggere per conoscere meglio un’autrice di straordinario talento.

Il sogno di Orez (4.8.16) LA LOGICA MISTERIOSA DEI CONTRATTEMPI
Dopo più di  dodici anni di attesa esce finalmente con LietoColle “Gli Scomparsi” di Maria Grazia Calandrone
di Bonifacio Vincenzi

[...] Ora, dopo più di dodici anni di misteriose vicissitudini Gli scomparsi esce con LietoColle in una collana importante, la “Gialla Oro”, condivisa con un’istituzione altrettanto importante, Pordenonelegge. Chissà, questi contrattempi avevano una loro logica misteriosa che probabilmente capiremo meglio seguendo il percorso e il destino del libro nei prossimi mesi.

Al di là di questo richiamo profetico la sensazione di trovarsi davanti ad un libro importante appare già abbastanza evidente.

“Questo libro – scrive Maria Grazia Calandrone nella “nota dell’autrice” – è dedicato ad alcune vite incontrate grazie al museo dinamico dello schermo televisivo. Televisione, internet, realtà virtuale: mezzi nei confronti dei quali la scimmia nuda che siamo nutre sentimenti ancora sperimentali. Ma Chi l’ha visto? ha raggiunto la parte di me più profonda e più viva, ovvero la rabdomante della poesia nella faccia più cruda della realtà. (…)”

Non è mai un’operazione facile per un poeta, anche di grande talento, calarsi nella cruda realtà. Al di là della naturale disposizione alla poesia, delle capacità espressive e delle forze intuitive nello scegliere, utilizzare e collegare le conoscenze, ci vuole una buona dose di coraggio che alla Calandrone certo in questo caso non è mancata.

Leggendo queste sue poesie ci sembra di stare profondamente immersi nella realtà di alcune vicende che conosciamo bene. In una sorta di miracolo di stile la sua poesia scivola sulla pagina silenziosa e “crudele” come crudele è la realtà, la vita, il destino; come crudele e implacabile è il corso del tempo che tutto muta, logora e sospinge verso l’inevitabile scomparsa.

Chi l’ha visto? è, in un certo senso, una trasmissione che ci è cara perché illumina spesso gli ampi spazi dell’oblio lottando contro questa nostra disposizione, molto “aiutata” in questi ultimi anni, bisogna dirlo, da poteri forti e occulti, a lasciarci tutto alle spalle velocemente. Non è certo un’oscenità affermare che la memoria collettiva di anno in anno si accorci sempre di più. Ci avviamo a diventare in un tempo non molto lontano esseri senza più memoria.

Paradossalmente i famigliari degli scomparsi sono gli unici che vanno controcorrente. Vivono, infatti, in una condizione di costante attesa e gli anni che passano, fino a quando il nodo del dubbio non viene definitivamente sciolto, rimangono accesi e vivi alleati del presente …

Di mattina alle sette / già stavo al brefotrofio / e mi hanno detto Non ci pensare, non tornare più, l’hanno portata / via, né morta / né viva. Io / mi sono messa a sedere/ sulla panchina, non mi sono più mossa / per giorni. // Gli oggetti (maneggiati, amichevoli /volumi sotto sequestro) parlano / di lei sempre più solitaria e felice: lasciava / gli orti di guerra tenendo / davanti agli occhi / niente, solo la foto. (La rete con il peso del glicine e il vento)

La luce della poesia di Maria Grazia Calandrone illumina esseri e vicende, si fa tempo che si rinnova, si fa vita sulla pagina. Ciò che lascia è la traccia che uno sguardo, spesso solitario, sentirà il bisogno di seguire fino alla profondità del suo  essere.

gazzetta di Napoli (3.8.16) Le storie in versi da “Chi l’ha visto?” nel nuovo libro di Maria Grazia Calandrone

Quando si parla di Maria Grazia Calandrone bisogna stare molto attenti. C’è nella sua poesia qualcosa di profondamente suo che si muove in luoghi (o non luoghi) lasciando una traccia da seguire molto utile al lettore per ritrovare e riconoscere molto di se stesso. Senza ombra di dubbio la Calandrone è ormai da considerarsi una delle voci più autentiche della poesia italiana di questi ultimi anni.
E quest’ultima raccolta Gli Scomparsi – storie da Chi l’ha visto (LietoColle 2016, Collana Gialla oro) lo testimonia in modo particolare.
“Questo libro – spiega la Calandrone in una nota -  è dedicato ad alcune vite incontrate grazie al museo dinamico dello schermo televisivo. Televisione, internet, realtà virtuale: mezzi nei confronti dei quali la scimmia nuda che siamo nutre sentimenti ancora sperimentali."
E proprio su questi sentimenti ancora sperimentali che la realtà levigata della sua poesia le permette di esplorare nuovi territori seguendo la mappa nuova, diversa. Un percorso difficile che le consente di sfuggire al cliché del verso facile, ad effetto, per scavare a mani nude sulla crosta dura di un inconscio che ancora detta legge, alleato perfetto del dolore e complice occulto della Poesia.

Serie fossile (Crocetti, 2015)

 per acquistare: amazonibslibrieletture

premio Achille MARAZZA
premio Alessandro TASSONI
rosa premio VIAREGGIO

finalista premio CEPPO PISTOIA
rosa premio PAGLIARANI
finalista premio DEDALUS
finalista premio CAMAIORE

finalista premio MONTANO
finalista premio LUZI

Serie fossile testimonia un amore dirompente, che denuda il mondo e inverte le forze dello spazio e del tempo, riconduce ciascuno al suo gesto interrotto in chissà che preistoria di solitudine e disordina la materia umana al di là di ogni Legge, fino a specchiarsi nell’abbraccio al quale due galassie gemelle sono destinate. Questo amore è memoria platonica del mondo originario (popolato da scimmie, tigri, cavalli, fossili, serie numeriche, ambra, oro e rose) e documenta l’alba di un universo, che porterà notizie nuove e cambierà per sempre il corpo e l’anima di chi lo prova. Un canto d’amore assoluto e anticonvenzionale: ironico, tragico, scientifico e farsesco, che non crede a quanto sovrappensiero viene detto “realtà”.

motivazione premio Achille Marazza

Come ben indica il titolo, Serie fossile (Crocetti editore) di Maria Grazia Calandrone allude nel contempo a una serialità – nel segno della ripetizione e reiterazione di modalità anche contrassegnate nella loro articolazione interna da simboli, loghi e tipografismi che paiono rinviare a un linguaggio cifrato e cuneiforme – e a una dimensione fossile, arcaica, che attinge all’originario della pietra sepolta e riesumata dal mondo ctonio uterino, al sapienziale, a quanto in poesia necessita di dipanarsi progressivamente per tappe d’avvicinamento a un nucleo sfuggente, che qui pare essere, forse, l’intima natura stessa dell’amore e della presenza. È quanto, in un fragile e pur strenuo equilibrio, affiora dal “lacerato involucro”, fa affiorare “la bestia” che “è corpo” (e il pensiero richiama alla memoria un celebre film di Walerian Borowczyk del 1975), carsicamente prepara dal buio degli anfratti la rinascita di un io rigenerato dall’incontro con l’altro: istinto, amore, maternità e risurrezione. Nella misura ampia, dinamicamente iterativa ed effusa del verso, quest’opera si configura come un recitativo che convoca “albe” rimbaudiane e saperi di varia natura in un gioco di tessere che fanno del corpo un teatro, il ferino, mistico “dono della grazia”. (Fabio Scotto)

 motivazione premio Alessandro Tassoni – decima Edizione, anno 2015 - Poesia -

Questo mondo voluto dagli uomini in senso marcato e dalle donne nei secoli dei secoli complici cooptate irrazionalmente, ha fatto ormai  il suo tempo.
Non risponde alle impellenti richieste di un equo sviluppo che tenga presente l’amore nel senso prevalente di solidarietà tra le varie specie viventi.
Sopravvive invece in forme stereotipate, sedimentate, inerti e sterili.
A visitarle nel tentativo di ricostruire il sogno infranto di una loro vitale interconnessione, provvede l’attenta campionatura di “Serie fossile” di Maria Grazia Calandrone.
Spaziando lo sguardo dalla realtà personale alla storia più lontana, arcaica, in pendant continuo con  la madre Terra, in una forma assolutamente libera da schemi ma  carica di segni grafici lettere antiche loghi simboli quasi esoterici, il testo presenta una parola così  piena di sé e del suo ultimo statuto da deflagrare sperimentalmente in un magma verbale barocco e esaustivo di possibilità virtuali.
Dove c’è la negazione dell’esistente, ma anche il suo perfetto contrario: la speranza di una ripresa evolutiva. la possibilità di una scorciatoia esistenziale che dia un futuro non solo alla terra ma anche agli uomini e alle donne che la abitano.
In questa apertura verso una comune alba possibile il valore precipuo di questo testo. (Nadia Cavalera)

motivazione finale Ceppo Pistoia

Per la furia e il disordine sensuale di una “amazzonomachìa”. Calandrone recupera una vitalità primigenia da bestiari, lapidari, erbari per tentare una catalogazione delle passioni.

Maurizio CUCCHI, "TuttoLibri" de "La Stampa", 14.2.15

ascolta le poesie di "Serie fossile" a Radio3 Fahrenheit (2-6.3.15)
ascolta l’intervista di Livio Partiti su "Serie fossile" per TRS Radio (16.5.15)

abbi cura di lei, mi ha detto. sì, ho detto io. amala, mi ha detto. sì, ho detto io. non lasciarla mai sola, perché attraverso il tuo amore lei ama se stessa. e io, non ho potuto più rispondere

22.9.2013

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© – fossile
 
metti una mano qui come una benda bianca, chiudimi gli occhi,
colma la soglia di benedizioni, dopo che
sei passata attraverso
l’oro verde dell’iride
come un’ape regale
e – pagliuzza
su pagliuzza,
d’oro e grano trebbiato –
hai fatto di me
il tuo favo di luce
                             
una costellazione di api ruota sul tiglio
con saggezza inumana, un vorticare di intelligenze non si stacca
dall’albero del miele
 
                                   – sarebbe riduttivo dire amore
questa necessità della natura
                                                     
                                                    mentre un vuoto anteriore rimargina
tra fiore e fiore senza lasciare traccia:
                                                             
                                                              usa la bocca, sfilami dal cuore
il pungiglione d’oro,
la memoria di un lampo che ha bruciato la mia forma umana
in una qualche preistoria
 
dove i pazzi accarezzano le pietre come fossero teste di bambini:
 
                                                                                                           avvicinati, come la prima
tra le cose perdute
e quel volto si leva dalla pietra per sorridere ancora
 
 
24.5.13

© – fossile in Corriere TV

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irradia benevolenza

ogni volta che ci veniamo incontro
una creatura inattaccabile
sale dal centro  
come una sfera d’oro
e irradia
benevolenza [...]

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ي – acconsente


vista frontale della cavalla: bruna, lucida, vigile. porta
il calco triangolare di un tallone
bianco al sommo del capo: uno schizzo lunare.

la bestia è nitida come la luna:
                                               il rilievo del muso, la struttura
                                               dei pettorali, la conca forte
dei lombi. una forma alla piena potenza, nera
in fondo alla strada del quartiere: ispeziona
l’erba, gli stenti cespi
di malva ai piedi del muretto
che asseconda la minima radura.

                                                                  ruota, scalcia, s’impenna, posa a terra
                                                                  le zampe anteriori, per slanciarsi al galoppo.
                                                                  ricomincia, in maniera sintetica.
                                                                  io mi volto, le giro le spalle. lei potrebbe
                                                                  travolgermi, piuttosto
                                                                  oltrepassarmi. cambiare direzione.
                                                                  oh, lei non tradirà.

la sento scalpitare: imbizzarrita, incerta. sento la polvere strappata al suolo
dagli zoccoli, le scintille dei ferri
battuti sull’asfalto e l’aspersione di un sudore bianco come incenso.
l’animale è improvviso e improvvisa
la calma

con la quale si affianca
alla mia destra. sbuffando
prende il mio passo umano: per un tratto
camminiamo in silenzio. poi
allungo la mano, per sfiorare
la piramide muscolare
della sua guancia sotto l’occhio. caldo
del manto sotto le dita: corto, morbido, in pace.

                                                                    giro la mia irrisoria testa umana e guardo da vicino
                                                                    il suo occhio sinistro: nero,
                                                                    rotondo e folle di dolcezza.

l’intero fianco della bestia cede,
piega le zampe
anteriori per lasciarmi salire
sul nudo della groppa: corpo
a corpo, senza sella. ecco
l’incastro:
lo strumento, la cosa. ecco la cosa fatta per andare.

8.10.13

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io mi fido di te


quando l’alba era un coro levato da una terra radiosa
quando eri iniziale e dal tuo labbro
gocciava l’amnio
del troppo amore non sarà troppo? tutto questo amore

fra le tue braccia ricominciava il grido delle rondini in aprile e l’odore di muschio e di rosa canina della
                                                                                                                     casa sulla pietra viva, l’impeto
della pietra e il rumore del ferro delle biciclette tra le piante di fico ad altezza umana

a volte avevi sapore di sale come il deserto, a volte
la logica della merce abbandonata in un porto
tra i fischi delle navi e dei cormorani

allora ripassavo con lo sguardo
il bassorilievo delle tue belle vene, il delta che affiorava sulla tua fronte quando sotto la volta 
            dell’intelletto strisciava il branco silenzioso e illogico del desiderio, allora un’iridescenza di mante
si levava dal fondo sabbioso del tuo essere e immaginavo
gli affluenti perduti nell’opacità del corpo
come ombre idroelettriche

qualunque raggio, qualunque bene
e male tu incarnassi, riconoscevo il suono delle tue scarpe azzurre

la gioia dura del fiore
nel giallo
del chiostro

poi la nebbia depone il suo silenzio sul lavoro invisibile della crescita
                                                                                                        e dei transiti umani
poi, avviene sul mare:
                                     la tua figura si ammorbidisce sotto il mio sguardo

cobalto
profondo

in silenzio
mi dici
rimani

perché non ho finito di fiorire

20.7.14

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nel caldo dei fatti
 
 
nella luce matura del pomeriggio estivo
la tua sedia come uno scarto fossile,
due bicchieri sciacquati e capovolti sull’acciaio lucente e il vino
che sa d’erba e di fragole ora ha preso un’asprezza leggera
 
ma una casa è una casa, sebbene
a distanza di tempo contenga
le belle impronte del tuo amore, ad esempio
l’avvallamento fatto
dal peso caldo della tua testa
sul cuscino
                                           i moli perturbati sono cose che rimontano a ovest
 
uno sciame metodico di cose
 
la ferita era prima. tu sentivi spianarsi alle carezze
la corda dura della cicatrice
e la corazza
cedere
 
eri nata per questo. bastava il balsamo di tanto amore. bastava stare
fra le mie braccia prima della ragione
 
31.7.14

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estratti critici

ascolta l’intervista di Stefano Valanzuolo a MGC su “Serie fossile” (Radio3 Suite, 24.2.15)

Aldo Nove, DONNA MODERNA anno XXIX n. 3

Iniziamo da MGC, organizzatrice di eventi e conduttrice di una imprevedibile trasmissione radiofonica tutta poesia, Qui comincia, che apre al mattino le trasmissioni di Radio 3. Il suo ultimo libro, Serie fossile (Crocetti), è un raro gioiello di parola concentrata allo spasimo, un puro distillato di vissuta e dolorosa sapienza, che comunica un amore dirompente per il creato.

 Strani giorni, di Ettore Fobo, 20.10.16

Bisogna iniziare con una considerazione semplice e necessaria: man mano che si procede nella lettura appare  chiaro che Serie fossile di Maria Grazia Calandrone è un libro bellissimo, pervaso da una luminosità enigmatica, potente espressione di una pulsione abbandonica che nella scrittura tende come una freccia alla gioia, gioia naturale, primordiale, “preistorica”,  e perciò senza il limite della ragione, né della sua caricatura,  la follia; gioia pervasa dai meccanismi di una visione che sa liberare le parole del loro peso e poggiare la “piuma del futuro” sulla bocca dell’amata, giacché si parla, o meglio si canta, tra le altre cose, e direi soprattutto, dell’amore fra due donne. E Maria Grazia Calandrone sa parlare d’amore con quella chiarezza e grazia visionarie che pochi hanno; nelle sue poesie amore affiora come una forza magica, perfettamente terrestre ma anche cosmica, come vedremo, un’energia priva delle pesantezze retoriche che su di esso sono calate, una realtà trasmessa al lettore con i suoi sottintesi di estremo pudore.

Operazione di raschiatura dei concetti, di lavatura, di sciacquatura dei panni nell’acqua di un fiume linguistico che, per la forza della sua originalità, è lecito riconoscere già classico. Quella di Maria Grazia Calandrone è voce unica, ampiamente riconosciuta fra le più significative e originali del nostro paese.

Serie fossile è edito nel gennaio 2015 da Crocetti e questo sarebbe già di per sé sufficiente a garantirci che siamo davanti al miracolo della poesia. Miracolo che si rinnova sempre a dispetto del disinteresse che dovrebbe, o vorrebbe, minare alla radice l’atto poetico e ricoprirlo di discredito. E invece per chi legge libri come questo, diventa sempre più chiaro che la scrittura poetica è scrittura alla massima potenza di condensazione dei concetti che, lungi dall’essere nominati, catalogati o espressi,  vengono da Calandrone diluiti in un magma incandescente ed emorragico che sa come rivelare il mistero stesso del linguaggio. “Del poeta il fin la maraviglia […]/ Chi non sa far stupir, vada alla striglia” è il monito di Marino. La poetessa, nata a Milano ma residente a Roma, questa lezione l’ha appresa benissimo e la sua poesia  per chi la legge è tutta un dono di stupore.

Serie fossile è probabilmente una raccolta di poesie, ma ha l’aria di essere un poema o meglio ancora quello che i musicisti chiamano un “concept album” tanto sembra ruotare intorno agli stessi agglomerati di sensazioni e di idee, che sprizzano magia linguistica da tutti i pori. Così molti versi andrebbero citati per rendersene conto. Cito pescando più o meno a caso: “e io ero deserto/che si abbevera/alle lesioni della carne viva” oppure “impariamo a soccombere/alla materia: questo corpo/- l’effimero, è il miracolo” o ancora la sorprendente, eppure perfettamente logica, conclusione della poesia “x- metamorfosi”: ” io servo l’animale che adora il sole” o ancora “Brucia il sale dell’ultima stella/sulla ferita umana.” E si potrebbe continuare a lungo tanto il testo è tutto disseminato di folgorazioni, illuminazioni, apoftegmi, rivelazioni vertiginose.

Bellissima, in un modo più volutamente sommesso rispetto ad altre, la poesia “acconsente” ci rivela la potenza sacrale della natura - di cui si canta l’istintiva obbedienza alle leggi cosmiche - incarnandola nella figura di una cavalla che accetta di farsi cavalcare dopo un breve colloquio di gesti senza parole di cui la poetessa ci restituisce l’afflato con semplici tocchi naturalistici, “l’erba, gli stenti cespi/ di malva ai piedi del muretto”,  e raccontandoci con tono oggettivo e partecipe il passaggio della cavalla dall’irrequietezza alla calma che precede la salita in sella. Poesia di potenza descrittiva non priva di commozione sotterranea e segreta, che esprime la complicità fra il poeta-stregone e le forze naturali,  primigenie, animalesche, ctonie.

Scrittura di flussi, questa, che s’intersecano, si compenetrano, si sfaldano uno nell’altro. Flussi sorretti da una visione profondamente unitaria e coerente, "per metà fuoco per metà abbandono",  come nella citazione di Antonella Anedda,  posta come titolo di una delle sezioni del libro.

Nell’ultima straordinaria poesia in prosa abbiamo qualche traccia in più per capire quello che alla fine si configura definitivamente come poema amoroso; qui l’amore da vicenda privata diventa evento cosmico, in tutto simile alla prospettata fusione di due galassie e scopriamo così “la calma delle stelle”.

Libro bellissimo, dicevo all’inizio, che cresce man mano che si approfondisce la lettura e che rimane segno di un’esperienza poetica fuori dal comune, di una scrittura impetuosa ma soggetta a un calcolo preciso, a un controllo direi geometrico della forma, dove però più che alla geometria euclidea, Maria Grazia Calandrone sembra fare riferimento,  misteriosamente,  alla matematica dei frattali

Consigliato soprattutto a coloro che vogliono conoscere il linguaggio profondo della nostra epoca, per uscire dal mutismo autorizzato delle televisioni, dei giornali e delle chiacchere sociali, virtuali o meno. Questa è come una conversazione elegante sotto un cielo stellato che ci rimanda perennemente l’immagine di un’immensità sfiorata, sufficiente, però, a colmarci. Tutto questo fa di Serie fossile un libro imperdibile.

  Gianluca GARRAPA, Satisfiction, 30.9.15

Il viaggio che iniziamo a fare con Serie Fossile, è un viaggio nel corpo cosmico, nel mondo e nel corpo dei nostri ancestrali riti di esistenza. Siamo l’ape e il cavallo, siamo lo sguardo e l’occhio che lo coglie. Il senso panico che ci strappa al fossile che eravamo nel momento prima dell’incontro d’amore con l’altro, col mistero del suo mondo. Il collasso dell’amore. Non ci spieghiamo l’Amore. Lo scuotimento che non ha parole e che ci attraversa ma non è un linguaggio. Il simbolo.

La foresta dei simboli, la campagna, ormai inusuale, ahimè, è diventato proprio questo amore e questo corpo che l’autrice canta. Lo straniero, l’estraneo si rivela nell’andamento della prosa, prosa? Poesia? O corpo verbale, corpo di natura, prima del linguaggio? Questo amore che è Per metà fuoco per metà abbandono.

È l’alba di cui si scrive la petizione per il suo rilascio nella forma che è prosa poetica. O forse diverso modo di disporre il corpo del canto. L’intera raccolta distribuisce il canto in forme che sono espressamente e visivamente poetiche e in lunghezze evidentemente prosastiche.

Ogni componimento è seguito da un simbolo, un geroglifico, come le impronte: le belle impronte del tuo amore, ad esempio / l’avvallamento fatto / dal peso caldo della tua testa / sul cuscino.

L’odore che segna la presenza di cose, di un’ubriacatura e del pianto: odore di vino e di terra bagnata, pneuma e feci.

In amore le parole non sanno spiegare il perché delle parole.

È come rendere in sintagmi umani, parlati, le forme universali del mondo che fermano lo sguardo, l’udito, l’odorato: una costellazione di api ruota sul tiglio / con saggezza inumana, per necessità di cose che non potrebbe alcuna lingua e grammatica dispiegare in fonemi e lettere. Fossili, sono fossili le lettere. Che l’amore sradica al loro mai cominciamento. È necessario e – sarebbe riduttivo dire amore / questa necessità della natura –, il tiglio, il suo odore, quel suo ‘alleviare’ si dice ‘lindern’ in lingua tedesca e ‘lindern’ è una parola filologicamente imparentata con la parola ‘tiglio’.

Fossili di un pre-linguaggio, avrebbe detto Lacan. E forse che lo scandalo è l’irruzione del linguaggio a voler identificare un corpo, o i corpi quando col loro incontro suggellano un’antica attrazione astrale. La gravità delle cose, la / forza gravitazionale che sulla terra viene detta destino, perché il mondo è fatto di cose e di s-oggetti, l’ape si comporta / come un oggetto di sconosciuta bellezza, i bambini abbandonati sono piccole cose che volano.E come oggetti per la troppa gioia / d’essere amati, cadiamo / sulla terra.

C’è questa fragilità di cosa, questa ineffabilità e durezza, questo splendore che è insostenibile e sicuramente inenarrabile. Il ronzio che ricrea il mondo e lo fa rinascere. Rinascere è una delle parole chiave, insieme con Alba, che percorre tutto il corso della storia di Amore in questo libro. Ogni amore ha conosciuto una morte e una rinascita. Un lutto primigenio e un abbandono epifanico che fa riconsiderare la luce.

Quanta gioia e quanta malinconia di cose che non sono mai nate e già sono perdute nella frenesia dei corpi che, decomponendosi, scompongono il mondo, questa eccedenza ronzante in cui l’uomo continua a esercitarsi. Ad amarsi.

L’alba, nome adespota che nessuna santa porta e che il canto riempie di odori. Non c’è una parola per un odore. L’odore è quello che è, ha un profumo di mosto e di deserto / la terra, odore di vino e di terra bagnata, un olfatto di cane / ha fiutato / cosa è rimasto / del corpo perduto. Ciò che resta del corpo è questo geroglifico che l’amore rende rotto: amore / – geroglifico / e germoglio – / accadi: / varchi / la soglia, scalzo / e senza volontà – e piú  / arrivi inatteso, piú deflagri e trasformi / la memoria in Presente, / portando in te il teatro della lontananza –

Questo canto d’amore che fa la terra specchio della parola e dell’uomo, nella sua forma, piega i cespugli affinché essi assomiglino a un volto umano. Ma le mani, d’altra parte, si sciolgono come aria. Un’osmosi panica, quando c’è Amore, quando si può dire dell’anima che ci ha innamorato: sei come un balsamo sulla ferita che tu stessa procuri.

L’amore è sradicamento: chiudo gli occhi per vedere / come vede / il ramo stroncato. E cosa siamo mai, noi, per essere assaliti, attraversati e goduti dal Demone e dal Dio se non limpide cose fatte di ali / e ossa vuote, queste cose irrisorie e senza nome o cuore

E siamo cosa noi in questo laccio d’amore: tu che animale sei, che annusi l’aria / morendo / e morendo possiedi. Siamo il corpo e forse tutta la poesia nasce lì, nel corpo, nel grido che si vuole fare parole e farsi capire, la conoscenza passa per il corpo. E la parola è, forse, che la madre quando ci pulisce dalla terra, dall’orrore della solitudine: la madre con la lingua / toglie la terra / dalla faccia al piccolo.

Il grido, allora, la rabbia, quel rumore sordo che è rumore del cosmo e delle cose di ogni giorno: {il rumore di fondo dello spazio è il rumore domestico delle / stoviglie, che echeggia a lungo / tra le rovine, questo povero modo di tornare umani}. Quando ami, sei un ingranaggio che si mette in moto, inizi a cavalcare, a vedere, a sentire un rumore di cose che si stanno facendo, avverti come il pensare, (ah, la bestemmia! / del pensiero), il ragionare, sia fatuo, la fatuità dell’io,che ci sputa in faccia come il miracolo sia questo corpo / – l’effimero. Ancora: la saggezza dell’amore che non ha legge, puro desiderio che non conosce limite, e incide la carne come da ragazzini innamorati di scolpiva la corteccia di un albero: questo è quanto conosco dell’amore: le ferite che impiegano / anni a tornare / carne che vuole essere ancora benedetta dai baci.

Sa, questa Poesia, richiamare il divino, scacciare l’indifferente, rifarci cose umane, vive, sradicati dal fuoco del reale e scagliati nel rombo delle stelle. Ridare desiderio. È scandalosa questa Poesia, che canta, di questi tempi, la forza del desiderio, è coraggiosa a richiamare i corpi-cuori a essere umani-animali l’uno con l’altro, a strapparci all’irreale del falso godimento delle informazioni autistiche, a tornare laddove i lupi sbranano, le api ronzano, il miele affoga e la luce acceca, nel creato, nell’amore. Dove tutto è uno e ognuno è nulla senza l’altro.

Andrea ROMPIANESI Scrittura nomade, 14.10.15

Già dalla prima poesia del titolo di Maria Grazia Calandrone  “Serie fossile” (Crocetti, 2015) emergono alcuni vocaboli particolarmente significativi: seme... elemento che genera, debolezza... fragilità ma anche preziosità, il sintagma “metti il dito” che riecheggia, in altro senso, il “mettere il dito nelle piaghe” del dettato evangelico, occhio... capace di sfiorare visioni in una sinestesia lieve, perdono.. dal quale si intraprende un nuovo cammino. Ci sono misure vegetali e sensi umani che compiono il loro tragitto sulla pagina divenuta foresta di simboli evocante motivi letterari nei quali il peso dei termini è condensazione minerale e correlazione di elementi. Versi asimmetrici e proposte di rime operano nella danza aperta dagli spazi un rivissuto reinterpretare i segni alla luce di una fisicità ancestrale. Una preistoria dove già vivevano sguardi che testimoniavano passaggi, rinascite... “sei passata attraverso/ l’oro verde dell’iride”. Una necessità della natura che è forza, dolore, ma anche molto di più dello stesso amore... quando il vuoto deve essere colmato dalla consapevolezza metafisica di soggiornare all’interno dell’essere che sussiste all’opposto del nulla. E niente di ciò che era prima sembra andato perduto; ogni traccia è orma di riti e ruoli incancellabili. C’è un’immagine molto significativa legata ad una partecipazione intima ma esposta, quando si nominano “bambini lasciati sulla sabbia salata/ come costellazioni terrestri”, quei “bambini abbandonati una volta” che però “tornano/ aspirati dal vento”. E c’è gratitudine, commozione, bellezza, anzi insostenibile bellezza, struggimento, tutto ciò che si oppone a un dato puramente oggettuale, perfino fossile. Sembra che Maria Grazia Calandrone, una delle voci poetiche più significative della sua generazione, qui voglia prendere atto di tutto ciò che esiste evidenziando l’infinita serie di relazioni tra l’effusione e la percezione, tra ciò che diciamo “io” e ciò che diciamo “mondo”, dove l’uomo si fa protagonista di una testimonianza quasi postuma ma ancorata alla condensata materialità dei nuclei esistenziali, dalle molecole sorrette dal soffio vitale intimo dei fenomeni. La metamorfosi “si apre all’alba”, tra componenti di un insieme abitato da sostanze, colori, vegetali, transumanze reiterate, allo stesso tempo quotidiane e simboliche, sensi del coraggio necessario per saper morire e rinascere. Ed è serie davvero, forse bianca o diafana, e forse ancora contraria al suo dire e predire, rifare verso a mutazioni distinte, a profumi, a suoni del sistro, a incastri di luce che segnano notti non apparenti ma devote alla combinazione delle essenze. La tecnica di scrittura sembra, a volte, voler sospendere la versificazione e farsi prosa, struttura poematica e prosastica in immediata alternanza, intelaiatura che vive iati ed inneschi fruibili ad un sentire progettuale ed ermeneutico. Tra passato e futuro sembra delinearsi nitido lo scenario desertico e arido ove però emergono, testimoni inattesi, tensioni e varchi, gioie e splendori, lucciole notturne e febbri primaverili, un infinito passato da cui sembra tornare una forma animale al trotto che richiama quella “cavallinità” espressa nelle pagine di un’opera di Giorgio Manganelli. Un nome che poi ritorna in vari momenti è quello di Pier Paolo Pasolini. Proprio il poeta corsaro è stato infatti particolare poeta del “corpo”, del famelico divorare ogni cosa per poterla sentire e porre sotto l’attento esame dello sguardo, dalla parte di un rito che scopre la “poesia in forma di rosa” e che qui diviene “amore a forma di cosa” nata e risorta in un trasumanare che è conflitto. Spesso i versi sono di una trincea dura, aspra, dove incombe un’assenza voluta di possibilità fonetiche ad altro rinviate affinché i depositi enucleati convergano verso la fisicità stessa di caratteri che, ad esempio, in un particolare testo si fanno anche tipograficamente anarchici, imprevisti, molteplici, esposti nell’atto di concretizzare quasi teche museali di un possibile itinerario nomade attraverso incisioni differenti. Una distesa di rovine, tracce archeologiche dove, in contrapposizione, si pongono stille di sangue condiviso, radici di miti e culture veicolati in stimoli che sarebbero piaciuti a un poeta come Dorian Veruda, anche se la poetica di Maria Grazia Calandrone si muove in una dimensione sicuramente differente da quella propria di un certo mitomodernismo. Determina e caratterizza poi il tutto un aroma sensuale, un umore femminile che evoca a sé il diritto-bisogno di rivolgersi a un tu amato, ontologicamente espresso, dove il suono è senso e la cura è pace.

 Marilena RENDA, "alfabeta2", 25.6.15 - DI BESTIE E DI STELLE

Le poesie di Serie fossile portano tutte una data. Scandiscono cioè, in quella forma di implacabile progressione che è il raccontare le cose nell’ordine in cui sono accadute, il dispiegarsi di una storia d’amore che mette a vivo cose nascoste, forse mancanti, certo sepolte come reperti di un’umanità perduta.

Chi canta lo fa per eccesso, in altezza e in profondità, come se il rapporto amoroso consentisse di attingere una nudità e una radicalità dell'esperienza mai raggiunte. Non a caso uno dei primi testi, (°) - seme, contiene il sintagma «bruciatura del neutro», che fa subito pensare a Blanchot quando scrive: «L’ignoto è pensato sempre al neutro», oppure: «pensare o parlare al neutro equivale a pensare o a parlare a prescindere da ogni cosa visibile e invisibile, ossia in termini indipendenti dalla possibilità». E cosa c’è di più indipendente dalla possibilità dell’incontro con l’altro?

L’incontro con l’altro, come l’esperienza della poesia, porta in sé una dismisura che da sempre è la cifra del lavoro poetico di Maria Grazia Calandrone; i versi si addensano sulla pagina come se non ci fosse spazio sufficiente a contenerli, scalfiscono un limite, cercano visibilmente di portare il lettore in un luogo in cui non è mai stato prima. Rispetto ai libri precedenti, Serie fossile possiede un’inedita densità e compattezza; i campi metaforici, sempre soggetti a sconfinamenti, sono quelli del cielo e della terra, delle galassie e del germogliare, dello spaccarsi e sobbollire della terra (la «terra-alba», che tiene dentro il sopra e il sotto, come il canto della poesia). I movimenti, opposti ma complementari, sono quelli dello staccare e del saldare, dello spezzare e poi del ricongiungere, ma più di tutto del rifondare, dell’impastare, dello sciogliere, del versare e del ricevere.

Essendo l’amore processo alchemico che deve portare alla trasmutazione della materia del corpo, l’amante – figura araldica del cambiamento e della conoscenza di sé attraverso l’altro/a – nel rimanere profondamente se stesso balza davanti all’altro in forma soprattutto animale – ape, cavalla, uccello, scarabeo –, e nel suo movimento di rivelazione non manifesta solo il proprio desiderio, ma si trova a incarnare l’animale interiore dell’altro, quello che viene nei sogni a dirci chi siamo e cosa vogliamo, oppure a rivelarci i contorni di un mondo che nella coscienza già esisteva ma a cui solo la presenza dell’altro permette di emergere («il mondo era un’opera grezza, un non-del-tutto / compreso intento della grazia»). Dice Hillman nell’animale del sogno: «Tutti gli esseri viventi sono pregati di presentarsi, di manifestarsi, di farsi vedere, di rendersi ostensibili – ostentatio in latino era la comune traduzione del greco phantasia, la fantasia. L’ostensione di ogni animale è la fantasia che egli ha di se stesso». In Serie fossile, questa fantasia viene ribadita in più luoghi: «[…] qui / non c’è che incarnazione / e lingua del pensiero»; «sono io che ti suscito? / questa tenera cosa / questo caldo umano / che si leva da te / è tutto fatto dalle mie parole / oppure / preesisteva / e risponde al richiamo?»; ma soprattutto: «[…] perché io / sono il corpo venuto dalla tua anima». L’altro è creatura che germina da un corpo che si muove in ogni direzione «[…] e, se respinge, ora che fibra / è commista con fibra, deve respingere il suo stesso corpo».

I misteriosi geroglifici che accompagnano i titoli fanno da segnaletica interstellare, forse a indicare alle stelle stesse la loro posizione. L’amante, figura della nudità e del nutrimento, sposta sempre più in là i confini del gesto e della parola finché il suo stesso movimento, che è movimento celeste di cieli, albe, asteroidi e galassie, non spinge entrambi al di fuori del cielo in cui, per una breve e miracolosa stagione, hanno vissuto insieme: «risvegliandosi nel cuore della notte invernale nelle condizioni descritte, l’osservatore Alfa si siede e aspetta. se richiesto di cosa stia aspettando, risponde: che infine sia l’alba».

Daniela ATTANASIO, "il manifesto", 12.5.15 - DIARIO PER UNA PREGHIERA PAGANA

Chi scrive la raccolta poetica Serie fossile parla in prima persona di una storia d’amore rubata dalla profondità della terra e gettata nella materia oscura dell’universo. La scrittura sembra essere per l’autrice un pretesto, come fosse un appiglio al quale aggrapparsi per dare corpo al suo realismo visionario, o come fosse la scusa necessaria per superare la difficoltà di raccontare ‘a voce’ la propria passione amorosa. Ma è anche il pre-testo, un luogo concettuale dove si sviluppa la sua idea tellurica della passione, preesistente alla forma stessa dell’amore. Già il titolo porta il lettore in un’area remota del tempo e in uno spazio sotterraneo dove si arriva scavando e dove si raccolgono organismi vissuti in altre ere e che, ancora vivi, si sono cristallizzati nella resina indurita dell’ambra.

“Sarebbe riduttivo dire amore”, è scritto in una pagina iniziale della raccolta. E infatti, in questo lungo diario di indagine immaginifica e realtà narrativa si parla dell’amore sovrumano, quello che l’amante-autrice del libro vive in congiunzione con la natura, con le sue creature e i suoi fenomeni e dove lo sguardo registra e assimila le trasformazioni del corpo amato. Ma forse anche questo modo di sentire, che va dentro e oltre i sensi, questa disposizione a osservare con paziente inquietudine il fluire della bellezza e del calore umano da un corpo all’altro delle amanti, sono pretesti creativi e insieme creaturali. Il corpo descritto viene infatti evocato, in una sorta di adorante preghiera pagana, come esemplare primigenio della specie, una figura che incarna la completezza della natura femminile e la sua sfuggente realtà.

Serie fossile non è solo un canto d’amore e Maria Grazia Calandrone non ne è soltanto l’autrice. Il libro e la donna che l’ha scritto sono la testimonianza di un’impossibilità a considerare e condividere quella specie di statuto morale che regola i rapporti umani all’interno di una società costituita. Il pianeta abitato dalla donna-poeta si raccoglie in un solo essere che in sé contiene il senso della vita, della morte e della scrittura. Non è un canto solare ma un’ode ctonia che fluisce dalla terra per rendersi evidente alla sua stessa autrice: “Questo caldo umano che si leva da te / è tutto fatto delle mie parole oppure preesiteva e risponde al richiamo?”

Preistoria e preesistenza: in questo passato incalcolabile tutto è già avvenuto e tutto resta nella sua evidenza; sopra ogni altra cosa la ‘parola’ e la ‘terra’ “che la imita”. Forse, come è stato per Whitman, il vero innamoramento di Maria Grazia Calandrone è per le parole che vengono prima del corpo, prima del fossile, prima della natura, prima che il magma fuoriesca dalla crosta terrestre. Parole di pregnanza ustionante che lasciano un segno nero di scrittura sulla pagina: “io ti sento venire come solitudine / dai pontili che gettano nell’Adriatico / qui dove insiste ogni cosa del mondo / in una pace grande / come un bulbo di prua: pesci guizzanti / sulla pietraia, ruggine dei giardini / autunnali, pieni / di caduta, volti erosi / dalla bellezza e felici secondo giustizia”.

Nella parte centrale del libro si apre un mirabile inserto di ragionata consapevolezza (anomalo rispetto alla lunga sequenza di invocazioni e visioni amorose), intitolato “Petizione per il rilascio dell’Alba”. E’ un lucido trattatello sul risveglio del corpo amato che, incapace di aprirsi al desiderio, si è ‘spento’ in una malinconica nostalgia di vita. Uno scritto che graficamente si muove tra prosa e versi e in cui la voce narrante, con una scelta di scrittura antilirica o più semplicemente impoetica, intrisa di fioriture ironiche e con il ritmo espositivo di uno scritto notarile, indica gli eventi “malaugurati” che hanno determinato il richiudersi del corpo dopo una breve apertura e rinascita: “…al corpo su detto mancano aria e luce / ed esso mestamente si va / spegnendo, nuovamente / s’incurva e si scava nel viso.”

Nel racconto di questa storia a una sola voce, quando la corrispondenza dell’amata si spegne, lo sguardo dell’amante si sposta dal corpo e dal ricovero oscuro della terra cercando nuovi spazi d’indagine nel cosmo. Non più gli organismi fossili che racchiudono e fissano corpi vivi e amori ma due galassie gemelle che “la forza di gravità di ciascuna nei confronti dell’altra” ha portato a “confondersi in un unico grande fenomeno, in un abbraccio pieno”.

Giovanna ROSADINI in la 27ora del CorSera - COSA SUCCEDE QUANDO CI INNAMORIAMO?

“Innamorarsi non è soltanto essere attratti da una persona, vederla bella e desiderabile. E' un mutamento interiore di tutto l'essere”, ha scritto Francesco Alberoni in un famoso saggio entrato nella storia della sociologia.

A questo interrogativo risponde a modo suo un libro appena uscito. E scrivendo a modo suo intendo nel modo peculiare e personalissimo che è quello della parola poetica. Il libro in questione è l’ultima raccolta, dall’emblematico titolo Serie fossile, di una delle poetesse italiane più conosciute e apprezzate, Maria Grazia Calandrone. Pubblicato da un editore che della Poesia ha fatto il suo campo d’elezione e il suo cavallo di battaglia, a partire dalla rivista che così si intitola: Nicola Crocetti.

In un mondo come quello odierno, in cui la banalizzazione del tema amoroso (pensiamo solo all’ambito dei social media, per non parlare della posta del cuore diffusa a livello di mass media o della pubblicistica specializzata) va di pari passo con la sua rimozione nella sfera pubblica della vita delle persone, un libro come questo riporta il tema della passione (o forse sarebbe meglio dire ossessione) amorosa al centro della vita, quella reale e vissuta di ciascuno di noi, ma anche del dibattito culturale dei nostri giorni.

Non è un caso che a scriverlo sia stata una donna, anche se la lirica di genere amoroso ha il più celebre degli antesignani in Francesco Petrarca, uno dei padri nobili (la celebre triade Dante, Petrarca e Boccaccio) delle patrie lettere, oltre che della lingua che oggi parliamo. Genere, peraltro, radicato in modelli culturali quali la poesia provenzale e il “dolce stil novo”, ma anche in quella tradizione ecclesiastica che sublima l’amore fino a una trasfigurazione mistico-elettiva (si pensi a sant’Agostino). Ma in Petrarca, come ha scritto Paolo di Stefano, “l’amore esiste come chiave di lettura, come centro retorico, come nucleo mentale attorno al quale si è organizzata una delle prodigiose macchine linguistiche della letteratura”. E certamente a questa “linea petrarchesca” extratemporale e presente nella tradizione italiana fin dal Quattrocento (c’è chi ha definito il grande poeta aretino un “enorme fossile” – per restare in tema - piantato nel terreno della cultura italiana e ormai inamovibile) si può ricondurre anche un libro, inequivocabilmente contemporaneo per movimento e vivacità che lo contraddistinguono (oltre che per un linguaggio aperto ai più diversi influssi ed estremamente diretto e comunicativo), come quello di Maria Grazia Calandrone,  vero e proprio canzoniere amoroso di inusitata intensità dei nostri giorni.

Ma lasciamo che sia la sua poesia a parlare:

giardino della gioia originaria
 
la tua carne nascente come una fiamma nella fiamma verde della campagna
io non credo ai miei occhi
 
vedo il bronzo dorato 
del corpo che si accosta
io non credo ai miei occhi
 
estrai oro volatile
dal tuo petto capace di provare amore e mi dici tra i baci è un miracolo
io non credo ai miei occhi
 
tutta l’erba e l’intero profumo della campagna sono stupore
 
questo pane lasciato nell’erba è stupore e lo è la bottiglia che schiuma sui fiori
 
non ti asciughi la bocca
la tua bellezza è senza sbarramento
 
nel mio sangue c’è spazio senza dominio, e dal centro di tutta la vita mi zampilla un abbraccio grande come il mondo
 
te l’avevo già detto
in città, ti ricordi? guarda, il mondo è grandissimo, è il tuo amore che si è fatto spazio
 
nuda a metà, l’asciugamano in spalla
cammini
con la carne rinata dai miei baci
 
con piedi da bambina
sali le scale,
sali a sentire dove comincia l’anima di una creatura viva
 
nel luogo cruciale
c’è un grande silenzio
e un ronzio di zanzare
l’oro delle tue labbra
la bianca oscillazione del tuo sangue
 
dal corpo amato affiora
un chiaro che trabocca,
tutto il corpo fa un suono di mare
come batte il tuo cuore
e nel mio sangue splende la stessa luce
 
ogni tanto ridiamo della mia pena
che non esistano parole più grandi
 
se io potessi aprirei il mio petto, ti ricordi?
 
invento io le parole
invento tutto il mondo
per farti felice
 
poi, ti ho lasciata andare come volevi
 
non andare, dicevo, mi manca
cosa sono con te, questa cosa
capace, questo spazio assolato che diventa il tuo bene
 
non solo il muscolo provava sofferenza, ma tutta la zona
circostante doleva
e il silenzio raschiava come una lima e completava l’opera spontanea del dolore
 
quale eco, che luna, quale zolla, quale cratere, quale
fra le alte stelle della notte che hanno illuminato la tua bocca ancora
felice per l’amore, che pietoso pianeta
si è mosso a compassione? cosa ha avuto bontà?
 
il tuo corpo ancestrale ha rilasciato il suo corpo astrale
 
alba che oscilli sulle cose mortali quando si svegliano
come se non dovessero morire
questo è quanto conosco dell’amore: le ferite che impiegano anni a tornare
carne che vuole essere ancora benedetta dai baci, non lasciarla mai sola
 
9.7.14 (pp.119, 120, 121)

Lo scenario è quello di una campagna assolata tardo primaverile; al risveglio della natura si affianca quello dei sensi dei due protagonisti di questi versi, dopo un lungo inverno di ibernazione e oblio.

Alba è la parola ricorrente in questa raccolta, così come Laura lo fu per il Canzoniere petrarchesco: nome fittizio, certo, o, più probabilmente, metafora dello stato nascente che ogni nuovo amore porta con sé?

Quello stato nascente che è la connotazione primaria, secondo Alberoni, dell’innamoramento: noi ci innamoriamo quando ci sentiamo pronti a cambiare, quando sentiamo in via di esaurimento le nostre precedenti esperienze amorose: è a questo punto che si avvia in noi un processo di destrutturazione-ristrutturazione, chiamato appunto in tal modo: siamo pronti a ricostruire il nostro mondo e cambiare il nostro futuro incentrandolo sulla relazione con la persona amata. Da ciò la celebre affermazione secondo la quale “l’innamoramento è lo stato nascente di un movimento collettivo formato da due sole persone”. Per Alberoni, che dopo il celebre De l’amour di Stendhal del 1832 ha scritto il primo studio contemporaneo sull’innamoramento, Innamoramento e amore, nel 1979, l’innamoramento è un processo della stessa natura della conversione religiosa o politica: l’individuo diventa capace di fondersi  con una collettività ad altissima solidarietà, ma in questo caso di sole due persone: la coppia.

Tornando alla poesia citata, si tratta di un testo collocato verso la fine del volume, che contiene quasi tutti gli elementi che caratterizzano l’innamoramento come stato nascente:il sentimento di stupore dato dalla rivelazione della qualità speciale che l’altro, l’innamorato, incarna; il carattere di miracolo che i due innamorati sentono di vivere nella reciproca scoperta, ovvero la percezione di vivere qualcosa che li trascende, un evento fatale, ineluttabile e più forte di loro… Ancora, il senso di rinascita che ciò comporta, il sentirsi reimmessi nel flusso della vita (vedi anche le allusioni al battito del cuore e al sangue presenti nel testo), e come tutto ciò sia connesso a un doppio movimento: da una parte in direzione di un recupero di qualcosa di ancestrale, di remoto e già vissuto, di primordiale (ed ecco spiegato il titolo, Serie fossile)  e dall’altra in senso ascensionale, verso l’alto (“il tuo corpo ancestrale ha rilasciato il suo corpo astrale”), verso una dimensione di completezza e ritrovamento dell’unità primigenia che ha a che fare con la sacralità dell’esistenza, dunque proteso in avanti e al futuro. Ancora, il senso di indicibilità che questo comporta, l’ineffabilità di una tale ritrovata condizione: “ogni tanto ridiamo della mia pena/che non esistano parole più grandi”.

La presenza della persona amata diventa improvvisamente necessaria alla vita di colui che ama, un bene primario ed elementare come l’aria, l’acqua, quel “pane lasciato nell’erba” del testo; “L’amato ha su di noi l’autorità di confermarci nella nostra identità personale o di genere, di svilupparla oppure di negarla e farla vacillare dolorosamente – ha scritto Stefano Levi  Della Torre in un altro e più recente bel saggio sull’argomento (Amore, Rosenberg & Sellier, 2013), e così continua:”Questo punto cruciale della legittimazione forse riecheggia qualcosa di primario, la legittimazione o meno alla vita dataci dalla madre e secondariamente dal padre al nostro ingresso nel mondo. Forse anche per questo l’innamoramento ha il sapore di un nuovo inizio, di un’iniziazione (…) La differenza sessuale, ma anche la differenza omosessuale platonica fra l’adulto e il giovane, sarebbero una frattura dell’essere originario, in cui le parti separate soffrono dell’amputazione. L’attrazione erotica risulterebbe dunque la pulsione a ricostruire l’unità dell’origine, riassociare il femminile col maschile e viceversa, sarebbe il senso di una mancanza che chiede una reintegrazione: a integrare la nostra parte mancante e a risvegliarle nostre parti latenti (…) Nel testo biblico invece è posto l’accento su un altro aspetto: Iddio pose la donna di fronte all’uomo come un essere della sua stessa carne e capace di stargli di contro (qenegdò), di confrontarsi con lui faccia a faccia. Perché nel confronto reciproco il maschile e il femminile riconoscono se stessi. Nella loro naturalità, ma anche negli stereotipi sociali che li distinguono (…) E tuttavia l’amore, nel suo “stato di eccezione”, sa essere ribelle alla gerarchia di genere costituita…”.

Leggendo la raccolta poetica di Maria Grazia Calandrone, questo stato nascente di cui si è detto prende forma nella prima parte del libro, attraverso una progressione indicata dai titoli emblematici dei testi: ecco dunque poesie come “Seme”, “Fossile”,  “Obbedienza”, “Trono del sole”, “Seconda vita”, “Finisce /ricomincia”, “Lacerato l’involucro”, “Mal d’aurora”… Altrettanto emblematicamente, il secondo momento di questo percorso, che si snoda in sette sezioni, si intitola “Nel mondo”, ad indicare proprio un ripreso contatto con la vita e il cuore pulsante delle cose, una ritrovata sincronizzazione con l’esistenza nel senso più ampio e più pieno. La persona amata è cantata, celebrata e declinata in un florilegio di immagini, come recita la poesia in apertura della raccolta, la già citata “Seme”:

(°) – seme
 
hai una debolezza di spiga,
muscoli di cavalla, un’arsura
di sabbia calpestata
nella spina dorsale
e un solco di aratura,
la solitudine di una bestia santa all’angolo
destro della bocca, dove un’intelligenza
appena nata ti sfiora
quasi senza svegliarti
 
metti il dito nel solco del tuo cuore, indicami
 
scopri la crepa tua da dove stilla
il mio sangue sulla foresta dei simboli e nel sonno che specie di amore
trabocchi
sugli oggetti intorno
                                  
                                   (quanto eccede
la misura del corpo finisce
per agire tra i legamenti elettrici del mondo
come la bruciatura
del neutro – l’inizio
dell’anonimo – poggia con tutto il peso
sulla Terra Straniera del tuo corpo – per favore
non dirlo, chiudi la bocca)
 
perché il tuo occhio destro sfiora le acque
di un mare sepolto
                                – seme,
profondamente
rovo e corona
di specie
sconosciuta –
                        apertamente tace come bronzo, cammina
nel presente
come in un tempio, come nella memoria –
 
                                                                      fin che dal fondo
dal teatro del mare
una creatura adulta disarmata
si alza in piedi, crede al tuo perdono
 
23.5.13 (pp.13-14)

Questo procedimento richiama un altro illustre precedente, quel Cantico dei cantici attribuito a re Salomone (leggendario per la sua saggezza e i suoi amori), che è stato uno degli ultimi testi accolti nel canone della Bibbia:”Una cavalla dei carri di Faraone/Mi sembri amica mia//E come sono belli/Le tue guance nei pendagli/ Il tuo collo nelle collane” (…) Come sei bella amica mia come sei bella/Fra le tue trecce i tuoi occhi sono colombe//Come un gregge di capre/sospeso sulle pendici del Ghilàd/I  tuoi capelli…”.

L’amore, notoriamente, implica un’elezione: l’essere amato diventa unico e insostituibile, e la massima aspirazione per la coppia di innamorati è arrivare a fondersi in un “noi”.  

“Nello stato di innamoramento, – scrive ancora Stefano Levi Della Torre –  siamo dopati: quando ci innamoriamo, produciamo in quantità eccedente un ormone che eccita il nostro cervello, la dopamina (…) L’ormone induce uno stato di felicità esaltata, rende più capaci di osare, disinibisce e rende più risoluti nelle decisioni e più capaci di stabilire connessioni (…) La dopamina rende anche più inclini all’illusione, poiché inibisce le zone cerebrali deputate alla valutazione critica e ai giudizi negativi, sì che le pene d’amore sono affini alla crisi di astinenza dalla droga”.

Così, proseguendo nella lettura della silloge di Calandrone, abbiamo la percezione di una difficoltà subentrata allo stato nascente, al momento iniziale della piena corresoonsione e reciprocità che coincide col rimarginare di antiche ferite e nella ricostituzione dell’unità primigenia: “Se non s’acqueta nel ‘voler bene’, se non si spegne nell’abitudine, l’amore è felicità e un patire. Solo fino a un certo punto, l’amore si alimenta dell’essere infelice e apprensivo, perché si diletta della sorpresa, del dono inatteso che emerge dall’incertezza”, conclude Stefano Levi Della Torre.

Dunque, “Per metà fuoco e per metà abbandono”, si intitola la seconda parte della raccolta, improntata a un inspiegabile sottrarsi della figura su cui tanto si è affettivamente investito… come si evince dalla poesia che segue, intrisa di un sentimento di perdita e nostalgia, dove alle sagome di tre animali è affidata la simbologia del nuovo stato:

Ɯ – scritto delle tre non solitudini
 
primo, compare l’asino: tiene il muso basso sui trifogli, gira l’occhio nerissimo sulla figura
che torna a muoversi nella casa d’aria
 
                                                            poi la cetonia aurata, lo scarabeo
della rinascita, capovolge lo schema
esangue
di una logica senza miracoli
nella disperata gratitudine delle mani
che, toccandosi appena, fanno strada all’insetto – e questo
è il numero bellissimo, è grazia
verdemetallica, acerba
 
ultimo, il cane giallo
custodisce la porta di un santuario, un colonnato
di lecci giovani nel caldo ancora umano della terra autunnale
 
 
dentro questa natura che fa tutto per noi tu cammini
disabitata, non più
all’altezza dell’amore: reggi da sola il caldo dell’offerta e il desiderio, non ti lasci fiorire con l’obbedienza
del gregge
e dei voli che non lo distraggono, perché il gregge non teme
nulla sotto la luna piena del pomeriggio
 
sei una cosa che pare leggera
e si lascia accostare
fra i tralci: amore
aperto, amore
che non resiste, non mi lasciare sola sulla terra
quella che dici pace
è il pianto muto del corpo
che colava la gioia della fibra profonda con la prua tesa
da un vento elettrico
 
io ti sento venire come solitudine
dai pontili che gettano nell’Adriatico
qui, dove insiste ogni cosa del mondo
in una pace grande
come un bulbo di prua: pesci guizzanti
sulla pietraia, ruggine dei giardini
autunnali, pieni
di caduta, volti erosi
dalla bellezza e felici secondo giustizia
 
                           – la lastra
                                            d'oro verde del limo nel sistema solare
                                                                                                       e il tuo bene –
 
ora, su questa terra
dove siamo
solco e bandiera
e impariamo a soccombere
                                          alla materia: questo corpo
                                                                                   – l’effimero, è il miracolo
 
6.10.13 (pp. 78-79)

Fanno la loro comparsa, dopo il canto partecipe della natura nella prima parte del libro e la ricchezza e pienezza tematico- lessicale che la contraddistinguono, parole come “disabitata”, “pianto”, “muto”, “solitudine”… Ma, significativamente, la speranza è affidata alla parola che chiude il poema, “miracolo”.

Come per una reazione chimica, è avvenuta una trasformazione da cui non c’è ritorno. L’amore porta con sé, sempre, una carica eversiva: cambia nel profondo coloro che ne sono toccati, sconvolge equilibri, relazioni e schemi preesistenti.

Recentemente, parlando con l’amico scrittore Tiziano Scarpa a un reading poetico cui ho partecipato nella sua città, Venezia, ragionavamo del fatto che solo la letteratura, probabilmente, può abitare la dimensione dell’assoluto e dire la verità. Ma, se questa divenisse di pubblico dominio nella realtà, probabilmente crollerebbe tutto.

In chiusura di Serie fossile c’è uno scritto memorabile che descrive l’abbraccio di due galassie gemelle (reali e con tanto di sigla indicativa) posto in relazione con due ammoniti fossili (la forma è sempre quella, a spirale) montate su un monile… Come già scritto, ecco l’amore come doppio movimento, retrogrado verso una memoria perduta e recuperata e ascensionale, in direzione futura e siderale.

A noi però piace riportare, in chiusura di questo post, una delle ultime poesie del libro, imperniata sulla figura dell’albero. Albero che pare richiamare, nella sua qualità “fossile”, quello dell’Eden biblico, l’albero della conoscenza del bene e del male che è stato interpretato, specie dal cristianesimo, come albero dell’Eros…

ϔ – albero, fossile

verrai nutrita
a lungo, avanti
nel tempo della vita, dai frutti
di un melo preistorico. in un futuro aprile, t’innalzerai
con la spina dorsale spinta
da una linfa nuova,
ricorderai la dolcezza dell’albero che non voleva morire e ributtava e rifioriva, ogni volta
che lo tagliavi. girerai indietro
la testa, allungherai la mano, la bella mano che con tale dolcezza accarezzava
i rami aperti del melo
e mangerai. allora tornerò nella tua bocca con la leggerezza della luce. e ancora,
al calor bianco del nostro tempo estivo, mangerai
la mela che ha pescato
al fondo del tempo, il frutto rosso e gonfio
come un’arteria, che scorre
dalla mia vita alla tua vita,
ma lontano, ma sotto, là dove non arriva la ragione,
nei luoghi inarrestabili. dimentica
l’albero. non pensare più a niente, soffiami via. che resti solo vita per la tua vita,
 
24.8.14 (p. 127)

Simbologia che si ritrova anche nei video che l’autrice, qui anche disegnatrice, ha tratto dalle poesie, insieme alla festa dei colori della campagna estiva:

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MICHELE ORTORE: speciale TRECCANI sulla lingua della divulgazione astronomica

Poesia «in ciel»

Non stupiscono, allora, i tanti casi in cui questa scienza è entrata, con ruoli più o meno importanti, in letteratura. Pensiamo all’importanza delle perifrasi astronomiche in Dante; oppure al genio di Leopardi che, ben prima di far dire al suo pastore errante Che fai tu, luna, in ciel?, aveva scritto a soli quindici anni una Storia dell’Astronomia dalla sua origine sino all’anno 1813. E tutt’oggi la poesia (almeno quella innovativa) può accogliere lacerti più o meno consistenti di lingua astronomica nel suo tessuto compositivo, raggiungendo risultati espressivi di particolare originalità, come capita in questa poesia tratta dall’ultimo libro di Maria Grazia Calandrone.

DOPPIOZERO Campioni # 15. Maria Grazia Calandrone, di GIANLUCA D'ANDREA, 5.1.2016

Nella produzione in versi di Maria Grazia Calandrone, Serie fossile segue La vita chiara, raccolta del 2011 che, evidenziando la necessità per la parola di porgersi come corpus mundi, si chiudeva sulla trasfigurazione estatica e sulla perdita: «Siamo già resti, Aurore – e sorridiamo. // Più di questo io non avrei potuto / con questo provvisorio delicato / corpo che si scuoteva in tutta la lunghezza per il mycobacterium, / una spora spugnosa / di dolore / che pronuncio con grazia / e contrappunto di nascosto a crome / di sangue. Quanta / castità laica da mantenere – quanta / astinenza, sorella!» (Alla sua ultima musa, in La vita chiara, Transeuropa, Massa 2011, p. 93, vv. 50-60).

Già la parola in La vita chiara brillava di una luce oscura, per cui il corpo della scrittura pareva seguire traiettorie oscillanti. Dal buio alla luce, appunto, dal santo al bestiale, senza gerarchie rintracciabili, in cui l’Io che prendeva parola, lo faceva dal corpus di una materialità sempre sull’orlo dell’esondazione: «La creatura è lo specchio nella cui unica cornice il mondo morale si propone agli occhi del Barocco. Uno specchio concavo, che può riflettere solo deformando», diceva Benjamin nel 1928 (Il dramma barocco tedesco, Einaudi, Torino 1999, p. 66) e così la scrittura di Calandrone sembra comportarsi. Esplicitandosi continuamente in un processo metamorfico, nell’esuberanza e nell’esperimento laboratoriale, quasi alchemico.

La volontà manipolatoria della materia verbale, in Serie fossile, è esibita già nei molti titoli introdotti da una “cifra”, da un simbolo con funzione classificatoria e seguito da una “nomenclatura”. L’artificio tassonomico (alla Linneo, per inciso, anche se la nomenclatura binomiale fu inventata almeno un secolo prima delle classificazioni del naturalista svedese, quindi agli inizi del Seicento) è il segno più evidente tra i molti di una raccolta che, anche sul piano strutturale, non lesina di scomporsi artatamente in un duplice frazionamento – corredato di micro-sezioni interne – con obiettivi speculari. Da un lato, nella prima parte, Serie fossile per l’appunto, si assiste all’anabasi del corpo attraverso le capacità “prospettiche”, fino a giungere, nell’altra, Per metà fuoco per metà abbandono (con esplicito riferimento all’Anedda di Notti di pace occidentale), al rischiaramento «dalla fibra più segreta» (p. 128) del codice, che si slarga oltre la prospettiva individua e nel tono più meditativo.

Nel passaggio oscillatorio dal micro al macro non si perde la necessità “nomenclatoria”, né la plasticità senza termine, ciclica. Barocco, dicevamo, cioè il gioco insito nel dramma: «Quando comincia, quando finisce / il gioco non sappiamo, forse / era giorno… ma solo che dentro / o fuori è poco diverso». Questo incipit da Lucio Piccolo (Gioco a nascondere, in Canti barocchi e Gioco a nascondere, Scheiwiller, Milano 2001, p. 59, vv. 1-4), può bene introdurre il testo qui proposto, tra i più rappresentativi di Serie fossile, perché evidenzia la tensione che si gioca tra il velamento e la “chiarità” bruciante e che, essendo l’ultimo della serie, è anche acme del progetto di commistione linguistica attuato da Calandrone.

L’intreccio e lo scavo, che già spiegano il titolo della raccolta, si ritrovano in γ – insieme MRK 1034, creando analogia tra il corpo minerale – le «due ammoniti sul tuo petto» – e i corpi cosmici delle due galassie gemelle destinate alla fusione. L’intreccio spiraliforme aderisce completamente alla volontà associativa di Calandrone, ed è un segno di riconoscimento forte. Un σuμβολον, di cui, d’altronde, avevamo potuto constatare la presenza quasi “geroglifica” in molti dei titoli, compreso questo. Il γ indicava, per i filologi alessandrini, il III libro dell’Odissea, il libro della partenza di Telemaco verso Sparta, il libro dell’alba dalle «rosate dita», della speranza positiva dell’incontro sotto il segno “rituale” della rinascita. Pur restando nei limiti della suggestione, il riferimento ci conduce a uno dei termini che scandiscono Serie fossile. «Alba», con ricorrenza sintomatica (la micro-sezione centrale è La sposa alba) e, direi, “volontaristica”: se collegabile allo sforzo “luminoso” della raccolta che emerge dall’accostamento simbolico tradizionale luce-gioia.

Il corpo spiraliforme delle galassie che “camminano” verso l’abbraccio definitivo, sottopone il linguaggio a un tour de force “conativo”. Provo a spiegare: attraverso la denotazione, cioè l’andamento “informativo”, da notiziario scientifico – i nomi e le sigle specifiche dentro il testo sono segnali di una preoccupazione anti-lirica –, si giunge alla suggestione connotativa del finale, in cui il contesto muta attraverso il rimbalzo nelle esperienze dirette del soggetto: «la suggestiva scoperta ha subito rimbalzato sui siti astronomici internazionali, nei primi giorni del luglio 2013. di quei giorni ricordo un dialogo sull’ironia della natura: scoprivamo che gli alveoli polmonari e il meconio si formano nel medesimo stadio evolutivo del feto umano: pneuma e feci. come sempre. l’umano».

I due movimenti del linguaggio creano un campo nuovo di referenza, anche se la natura “volontaristica” del messaggio corre sempre il rischio di esondazione del senso. Ma si ritorni al Barocco e alla dinamica dell’intreccio, alla trama invisibile o deformante che collega più mondi; solo seguendo questa traccia comprendiamo che l’esubero può essere contenuto nel rapporto, in quell’abbraccio che è sintomo di un’elargizione, attrazione fisica, dono, amore: «le due astrali Signore delle porte accanto hanno lasciato scie di sangue e dolcezza, scorie di amori ormai assorbite dal rombo dei venti galattici. ma la forza di gravità di ciascuna nei confronti dell’altra le porterà a confondersi in un unico grande fenomeno, in un abbraccio pieno».

L’accordo “impossibile” della pienezza si situa nell’attimo che precede l’incontro, così forse si può spiegare lo “squilibrio” linguistico messo in scena nel testo (l’attrito denotazione/connotazione cui si faceva riferimento), il quale agisce in direzione dell’impatto e ben oltre esso («ben oltre la mia vita» recita il finale), perché dentro un tragitto de-finalizzato. «L’impossibilità del godimento significa che esso avviene solo se non si deposita in uno stato […] e il suo compimento è il suo atto stesso» (Jean-Luc Nancy, Il «c’è» del rapporto sessuale, SE, Milano 2002, p. 45): in questi termini Serie fossile è l’atto successivo, l’allestimento di una relazione senza attori identificabili, senza altro assoluto se non i corpi, la massa materica nel suo procedere per apparizione e scomparsa. È esclusa, così, ogni trasfigurazione amorosa, il fondale è svuotato da ogni schizomorfismo di stampo avanguardistico, scompare l’effetto “invasivo” dell’alterità che isola l’Io. La tensione scenica si smorza nel registro basso introdotto dalla notizia: «cito, da un articolo di Eleonora Ferroni, in Notiziario dell’Istituto Nazionale di Astrofisica: “sono abbastanza vicine da sentire l’una la gravità dell’altra, ma non ci sono disturbi gravitazionali visibili”».

Non c’è inserzione di voci “altre”, non c’è scissione né sermocinatio o abuso fantasmatico della voce (vedi i molti fantasmi lirici della tradizione), quanto, piuttosto, la formazione di un conglomerato, operazione vicina ai tentativi resilienti di uno Zanzotto, come modello novecentesco realmente plausibile. Ma se il poeta veneto rispondeva a uno smarrimento ricorrendo alla “memoria”, a un panorama comunque nostalgico («Io pensavo che il mondo così concepito / con questo super-cadere super-morire / il mondo così fatturato / fosse soltanto un io male sbozzolato»: Al mondo, in La Beltà, 1968), Calandrone gioca le sue scelte rischiando l’oltre e il senso di là da venire, scommettendo su un futuro che è già traccia nel presente (nel caso di γ – insieme MRK 1034, la notizia di qualcosa che accadrà soltanto «ben oltre […] la vita»), in una commistione temporale che non è più linearità ma assenza: «questa forma cretacica fossile ha un disegno terrestre: le sue spirali, formate da rigoni d’inchiostro organico, riproducono la rotazione delle due galassie. cose forse avvenute nello stesso momento in terra e in cielo. 180 milioni di anni fa. cose delle quali siamo il futuro. o l’utopia. | questa insiemistica fantascientifica, lo stadio fossile-astrale della materia, è il mio dono per te».

                         foto Angela Malavenda

Alessandro CANZIAN 14.3.15

Serie fossile (Crocetti Editore 2015) di Maria Grazia Calandrone è un lungo e labirintico romanzo d’amore, un diario con tanto di date che ne scandiscono le coordinate psicologiche e le tappe del percorso. In una tensione vertiginosa Maria Grazia addensa la compresenza di ere e simboli, di corpi e scenari. Perchè l’amore ha come connotato l’essere questo e altro da questo, fino ad inglobare (fagocitare?) l’intera esistenza nei significati di una persona, di un corpo, di un suo atteggiamento.

Serie fossile è di fatto un percorso nel mondo, un camminare con le unghie attraverso la bellezza che fa male come questo spazio assolato che diventa il tuo bene e dove non solo il muscolo provava sofferenza, ma tutta la zona / circostante doleva / e il silenzio raschiava. Un mondo che ha avuto la sua esistenza, la sua storia, e che poi è scomparso lasciandone le tracce nei fossili incuneati nel presente che si differenziano dalle cicatrici perchè non sono cose trascorse ma assolutamente presenti nel loro essere inanimate, fossilizzate. Storia resa eterna in un momento che non si dissolve ma riporta continuamente alla sua vita. Attraverso la memoria. Che evoca la sua bellezza che è la bellezza inesauribile del mondo.

Maria Grazia Calandrone parla d’amore e utilizza il tu quasi come un pretesto per emergere da un mare continuamente evocato e invocato (guizza argenteo il pescato, un raccolto d’uranio e pallore / di sirene platoniche) / l’animale infierisce, non cede). Parla d’amore e descrive i filamenti umidi del proprio sé, della propria psicologia con l’atteggiamento di chi non ha più nulla da nascondere. Perchè ciò che è fossile è evidente, è chiaro, non ha più nulla di celato ma è l’evidenza resa ossa: in questa cantica pomeridiana / nuda e semplice, accosti / l’impianto chimico delle mani / ai muscoli del petto, quasi al cuore / – e il corpo / aperto / cola albume, un segreto / comunicare d’astri, / liquido antrale dolce come un melo. La memoria in questo tradisce la mente che la porta, perchè la tortura, la consuma a differenza del fossile che è cementato nella bellezza che era: alba che disfi il nero, alba che cresci sopra e reggi questa / divinocadaverica solitudine / come un trofeo.

Ma il trofeo alla fine risulta il mondo stesso, pur fossilizzato, inevitabilmente come il bene e come il male, e come la bellezza, perchè poi, ricordo la musica di un amore immortale sulla rovina di Massenzio: “e si ‘na stella canta pe’ ammore rimmane ‘n cielo mill’anne e nun more”. poi, ricordo un sorriso, così profondo da perdonare i morti, invincibile come la forza gravitazionale che sulla terra viene detta destino. e poi ricordo un suono di campane, semplice come il caldo della tua bocca / che dura qui, ben oltre la mia vita.

Marco Pavoni, UN INNO LAICO ALL'AMORE TRA CARNALITÀ, SCAVO PSICOLOGICO E RIFLESSIONE FILOSOFICA, "il Resto del Carlino", 28.12.15

La Recherche 13.2.2015 – Franca ALAIMO

L’invocazione “tigre-amore, pescami dal mondo profondamente striato / dove guizzo, portami / alla profezia, alla visione vera” (pag. 34), non solo consente di definire poematica, proprio in quanto rispondente ad un topos di genere, la struttura della recentissima silloge Serie fossile di Maria Grazia Calandrone, ma anche di inserirla all’interno di una tradizione dalle radici antichissime che fa della poesia una forma di conoscenza iniziatica. L’allusione, all’interno di un altro testo alla “foresta di simboli”, rimanda, in modo specifico, al simbolismo francese ed alla poetica che caratterizza i testi di Baudelaire e Rimbaud.

L’invocazione, inoltre, chiarisce immediatamente l’identità della figura femminile (la poesia stessa) a cui costantemente ed innamoratamente si rivolge l’autrice permettendole di spossessarsi quasi subito del suo “io” (dopo i testi iniziali di ricognizione delle cose del mondo) e di ristabilire quel vuoto pre-verbale, quella verginità primordiale necessari al pronunciamento di un , capace di risollevare la materia dal suo marciscimento (“alba che disfi il nero”) e purificarla nella luce dell’albedo. Lo strumento adoperato è la magia alchemica del suono-ritmo della parola poetica, che assume in sé il mondo e lo santifica attraverso le tre fasi della nigredo, dell’albedo e della rubedo. Tale processo alchemico accade, di fatto, testo dopo testo per successivi e sempre più esperti tentativi, come conferma la presenza reiterata di termini come alba, luce, bianca, talvolta accostati o rafforzati da altre immagini (dal bagliore di latte dell’alba, pag. 27) quasi per una necessità di estensione e d’intensificazione progressive del chiarore che rinasce dopo il lutto, dopo il pianto “per ciò che si è appena mostrato, per un imperfetto possesso e per la castità oltraggiata, per l’innocenza perduta senza compensazione”, come scrive María Zambrano (in “Verso un sapere dell’anima”). In questo modo l’albedodella lingua poetica o “tecnica bianca di sollevazione” (collocandosi la lingua poetica prima ed oltre ogni forma di comunicazione opacizzante) permette di riappropriarsi della gioia (Della gioia è, appunto, il titolo dell’ultimo capitolo di Serie fossile), che libera l’uomo dal dolore di essere sconfitto dal tempo e dal tradimento delle parole parlate e uccise dal tempo. Il salto dalla dimensione mortale a quella immortale si compie grazie alla fiamma amorosa del cuore: è la fase finale, quella della rubedo, che sacralizza di nuovo ciò che è stato desacralizzato (secondo la citazione dalla Medeadi Pasolini: ma ciò che è sacro si conserva accanto alla sua nuova forma sconsacrata). La parola torna ad essere mito e rito: in essa arde il pre-umano e perfino il dis-umano allo scopo di ricondurre ogni cosa nell’interezza dell’Uno, prima della scissura: il fiume Tevere, che “disarginato, traboccato sugli argini / in immature sacche d’acqua” invade una piazza e lambisce le colonne, diventa una potente metafora di questa nuova benedizione (“la beatitudine della città che intanto si spalanca”) del recupero dell’indistinto, del senza-confini.

A questa interpretazione della poesia come porta alchemica verso il segreto del mondo autorizza, soprattutto, il testo di pag. 30-31, nel quale si nominano non solo la nigredo, che trova il suo simbolo nella stryx, e l’alba (o albedo), ma anche la fase del cromo giallo, intermedia fra albedo e rubedo, rappresentata dal sole (“qui nel regno della materia esposta / al principio chiarificatore del sole”, pag. 59). La rubedo è il cuore aperto del drago (o serpente), cioè la consapevolezza dell’Eros come legame universale, nudo ed innocente, anteriore alla vergogna, secondo la citazione da Genesi, 3, 1-7: “Allora si aprirono i loro occhi e conobbero che erano nudi”. Il cuore aperto dell’amore è, infatti, la condizione necessaria per il raggiungimento della rubedo. Essa, come l’autrice scriveva nella sua invocazione, si realizza attraverso il fuoco della poesia, che alla materia transeunte del mondo oppone il suo corpo, ovverossia la materializzazione di struggenti visioni: Canna di flauto / per lodare, restituirmi l’inizio del mondo (pag. 20). La rielaborazione simbolico-alchemica delle Sacre Scritture è confermata in più passi, ma soprattutto investe il problema gnoseologico, a partire dalla figura del serpente, che abbandona il suo ruolo negativo di corruttore, e viene, invece, rappresentato come l’uroboro, che nella simbologia alchemica è l’immagine di un processo utile alla raffinazione delle sostanze. E così la mela, il frutto proibito dell’albero del bene e del male piantato al centro dell’Eden, che, colta da Eva, causa la scissione fra Dio e le sue creature, diviene “l’emblema splendido del sangue / della terra”, il dono per eccellenza che viene offerto alla Poesia per la celebrazione delle nozze alchemiche, “per arrivare dentro la tua bocca, o sangue del mio sangue”, per raggiungere “la fedeltà inumana”.

All’interno di Serie fossile sono inseriti due testi in prosa poetica: “Petizione per il rilascio dell’Alba” (pagg. 80-84) e “Insieme MRK1034” (pagg. 130-132), le quali, nonostante l’apparente diversità dei contenuti, di fatto costituiscono due fulcri narrativo-simbolici perfettamente corrispondenti. Il primo racconta una così intima simbiosi affettivo-conoscitiva fra il corpo ipervedente di Alba (o la poesia) e quello della Tenutaria, cioè della poeta, che, quando Alba viene sequestrata dalla Titolare (cioè la Parola consunta e offesa dal tempo quotidiano), la conseguenza è lo spegnimento della gioia e della bellezza del mondo. Da qui la petizione della Tenutaria alla Titolare affinché liberi la prigioniera Alba dietro un riscatto di 10.000 versi d’oro zecchino. Il testo è, dunque, una lettera d’amore che la Calandrone scrive a difesa della Poesia, come gioia, canto, danza, luce, bellezza e oro del mondo.

Il secondo testo racconta, con termini scientifici e immagini spesso liriche, la storia d’amore fra due galassie che, “in attesa di formare l’insieme al quale sono destinate, (…) svolgono un’intensa attività interiore, che porta entrambe ad uno sprigionamento di energie attive (…) esse sono due splendide officine, due fervidi laboratori di stelle. esse irradiano luce”. L’irraggiamento luminosissimo di entrambe, la forza d’attrazione reciproca che provocherà con il tempo un “abbraccio pieno”, una fusione dei due corpi in uno solo, spiega, infine, il senso del titolo: Serie fossile. La poesia, infatti, è simile all’ambra “che si chiude e fluisce verso un’altra creatura della terra per accoglierla irreparabilmente: un corpo anima” (come la simbiosi fra Alba e la Tenutaria; come le due galassie nello spazio); è quel retrocedere ai primordi del tempo, al primo sì, che rinnova il patto di conservazione, continuamente, continuamente. L’ambra della poesia racchiude la vita intatta, nonostante il tempo, diventando la dimora dell’accoglienza duratura “dopo che abbiamo abitato / – soli / come astri – l’effimera / grazia di un mondo fatto per finire”. Inoltre, l’incapsulamento della materia dentro l’ambra richiama l’utero, il luogo e il tempo dell’unità perfetta madre-figlio. La poesia è la maternità della parola. Perciò il figlio salta la rete, nel buio della notte e “Dopo diverse ore di cammino / ha bussato alla casa dell’infanzia / diceva solo mamma non è niente / diceva mamma sono solo / stanco, solo stanco.”

La vita chiara (transeuropa, 2011)

Editore: Transeuropa
Collana: Nuova poetica
Data uscita: 2011
Pagine: 128
Lingua: Italiano
ISBN: 978875801557
Listino: € 9,90
 
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finalista Premio Tirinnanzi

motivazione premio letterario internazionale Città di Sassari

La vita chiara è acqua, fuoco, terra e aria, quattro poemetti e insieme capisaldi di un viaggio solo in apparenza convnzionale. Per il resto, disseminato di segni, gsti e simboli affidati a personaggi tutt'altro che scontati, sempre vivi e vitali, né privi di mistero. Sono viaggiatori che con la loro corporeità si rivelano e si misurano, prima di trasfigurarsi, in tutta la loro sofferenza straordinaria e insieme quotidiana. Dunque, quattro poemetti dove l'uomo è necessariamente provato dal fuoco, dal dolore come dalla gioia, direbbe San Paolo. Qui lo spirito trasforma la materia, la esalta, la rende eterna, ma non prima di aver superato un profondo travaglio e insieme un processo espressivo che coinvolge profondamente il vissuto, ogni cellula, ogni respiro e ogni attesa. Poiché, dice la poetessa, tutto il mio petto è un campo aperto. La comunione fra la sua voce e gli uomini, di ogni tempo, che potremmo dire kairos, cioè tempo senza tempo, realizza così il prodigio di celebrare la vita con il corpo e con lo spirito, sino a raggiungere la dimensione dell'eterno.

La quotidianità riesce a essere così straordinaria in quanto sostanziata di storia e di mito. Che hanno i nomi di Persefone, Piero della Francesca, Guernica, Marzabotto, Santa Teresa d'Avila e Chopin. Luoghi, presenze e motivi traguardati anche sotto forma onirica e visionaria, che così contraddistinguono, quasi in filigrana, la poetica decisamente originale di Maria Grazia Calandrone. Una poetica che corrisponde alla costruzione del suo amore per l'uomo, a dimostrazione - se mai ce ne fosse bisogno - di un destino condiviso con l'umanità intera. Nella consapevolezza che il proprio destino non può essere disgiunto da quello degli altri. Come non lo sono quello dell'acqua, del fuoco, della terra e dell'aria. Simboli precisi e ineludibili ai quali la poesia della Calandrone si concede con l'umiltà illuminata che può scaturire soltanto da un ordine di grandezza decisamente superiore.

 *

I quattro elementi della natura sono le quattro sezioni di un libro che adegua la parola poetica all'acqua, al fuoco, alla terra e infine all'aria. 
Maria Grazia Calandrone vuole comunicare attraverso gli elementi stessi della natura: nella sezione acqua si accampano Persefone e la pittura di Piero della Francesca; in fuoco le variazioni d'amore del grande mistico persiano Hafez e alcune invocazioni di Maria; sulla terra passano schegge di vera storia umana (Guernica, Marzabotto, leggende gotiche di vampiri e del sud Italia), mentre l'aria chiude il libro con le estasi frantumate di Teresa d'Avila che rivolge  la sua follia amorosa prima a Giovanni della Croce poi a Dio e il volume si solleva nel poemetto finale sul sorriso ironico e leggero di Chopin, descritto dall'autrice per la voce di Sonia Bergamasco.
 
EXTÁS, quello che resta della voce
(11 lunazioni più una su Teresa d’Avila)
 
1.1.
 
sono arrivata alla bassezza del marmo
al vibrare dei gravi, il mio corpo
è la parte bassa del cielo
 
ancora calda
dell'albume e del sangue – il corpo
zitto nel suo calore
 
io sono una candela con la sua fiamma
e arde l’aria nel mezzo
 
                                    aria
nel petto di una statua
la mandibola tesa dagli oracoli – il grido
libero e lancinante di lei che si è accesa in altezza
nessuno lo poteva, lei non poteva
spegnerlo in basso
 
 
1.2. Teresa, che guardi?
 
con la freccia mirata nel petto fai che la bocca affiori dal cielo
e dalla bocca fai passare il cielo se con la bocca se con tutto il cielo stai dicendo sì
 
ma non guarda più niente
lui le solleva il lembo della veste
 
lo scapolare forse, con quel sorriso
disumano –
 
Teresa, che guardi? questo angelo è ancora un bambino
ma sorride, sorride…
[...]

Estratti critici

Stefano Raimondi, "Pulp", febbraio 2012 - La poesia di MGC arriva al lettore per abbondanza, per forza cinetica, condotta da una fluida e fluente sommersione del senso e delle immagini. Prende all’improvviso e trasporta là dove la terra diventa sconosciuta e sarà proprio in quell’Altro luogo che bisognerà ricominciare: riordinare le sensazioni. Calandrone procede per decomposizione della logica rappresentativa, fino a raggiungere un vero e proprio “amplesso” delle figure, dove la lingua, il verso e i toni si frammistano, concedendosi poca tregua. È una versificazione che scorre dall’improvviso ragionare del cuore, fino ad una rifilatura precisa della poietica che, proprio al “fare poematico”, si abbandona e soggiace. La vita chiara è la sua settima raccolta, dove il lavorio della fucina poetica si fa chiaro ed evidente. Calandrone lavora per temporalità rivelata e soggettività interrogata e la sua marca è un raccontarsi capace di farsi carico di quell’universale che affascina e ipnotizza, stabilendo tra la sua scrittura e la sua vita un filo diretto che non s’interrompe mai di fronte a nulla. Sono quattro i capitoli di quest’opera, quattro come gli elementi che ci hanno dato l’opportunità di essere e restare nella vita e nel mondo. E molti sono i “tu” dialoganti che si espongono tra le sue parole: Persefone, Piero della Francesca, Hafez, Maria ma anche Teresa d’Avila e San Giovanni della Croce, fino ad un ironico Chopin che sigilla il cerchio di questo interrogare per passione, il passaggio dal mondo della vita. Un libro certamente originale personale che lascia accecati per intensità e che troverà nella pausa dell’abbandono il fiorire di un disegno capace di farsi portatore di un “dire” diverso: pacato e condivisibile. Sciacquo la tunica nell’acqua rossa – io mescolo / la saggezza e l’ebrezza / nel catino del mondo: non si può / persuadere l’eterno / timoniere a mutare le rotte / con queste persuasioni sottomesse al tempo
 
Gianni Montieri, "QuiLibri", gennaio 2012 - ACQUA, FUOCO, TERRA, ARIA - Le quattro sezioni di questo nuovo libro di MGC hanno i nomi, gli spazi, i tempi e i suoni dei quattro elementi della natura: acqua, fuoco, terra. aria. L’autrice tesse e regala uno scambio tra la parola adeguata ai quattro elementi e questi che attraverso il verbo poetico (si) manifestano e creano racconto. Leggendo il libro si intraprende un viaggio dentro un “tutto” che non è presunzione ma dispiegare la forza dei versi in più direzioni e da lì restituircela densa, pura, alta. Il mistico, la pittura, la femminilità, la santità, la storia, la guerra, l’antifascismo, la follia e l’amore, rappresentano il corpo e il filo di questo racconto poetico. Ora sento il dolore di ogni piccola parte / del tuo corpo. All’alba io mi alzavo perché l’alba / produceva un respiro camminando tra i rovi e lo seguivo / nel profumo turbato delle rose / di cespuglio e non c’eri. C’erano invece / le tracce di un passato minerario, le fumarole / e una traccia di scarpa sul parabrezza. Parte da Persefone la sezione Acqua e dai dipinti di Piero della Francesca. Il mistico persiano Hafez e le invocazioni di Maria sono il Fuoco. La storia passa dalla Terra: Guernica e Marzabotto. Alcuni di quelli che davano ordini / parlavano il dialetto delle nostre parti e infatti / portavano bende colorate / sul volto per la vergogna / che il loro volto rimanesse visibile nello stupore dei morti. L’Aria, l’ultima sezione, ci conduce nella follia amorosa di Teresa d’Avila per Giovanni della Croce e, poi, Dio. Fuori delle quattro parti principali del libro troviamo il poemetto finale, scritto per la voce di Sonia Bergamasco, sulla leggerezza e ironia di Chopin. Quello che vince in questa raccolta poetica è la lingua, la conoscenza, ricercata e semplice allo stesso tempo. Una lingua pulita, controllata, chiara: appunto. L’ulteriore conferma del talento di MGC e della forza dirompente della sua poesia. Un nodo nero mi protegge il petto / il mio tributo al volo delle rondini / forma una solitudine / dove non sono sola
 
Daniele Piccini, "Corriere della Sera", 11.12.11 - Cosmogonia di versi e linguaIl problema della poesia è sempre (anche se non solo) un problema di lingua, di strumenti d'espressione, di dicibilità. Il poeta che lascia traccia è quello che nelle coordinate del suo tempo trova soluzioni a questo problema, individua un linguaggio capace di attraversare, come se fosse la prima volta, l'enigma del mondo. Acqua, fuoco, terra aria sono i quattro elementi, in quest'ordine, cui Maria Grazia Calandrone ispira le sezioni del suo ultimo libro, La vita chiara (Transeuropa, pagine 112, € 9,90). È evidente che si tratta di una cosmogonia; è altrettanto evidente che per scriverne una, qui e ora, occorre l'invenzione di una lingua. La Calandrone ne forgia una, piena di trapassi, materiale e materica (il postumo lanciafiamme / di questa lingua terrestre), calata nella fisica del cosmo, nel meccanismo biologico, una lingua tutta tendini, muscoli, nomi anatomici, forme naturali (Si attiva / tra il limite dei loro / corpi l'enorme / metabolismo della terra); ma non ci si inganni, non è solo questo: tale lingua del processo organico è anche una traduzione materiale degli stadi mentali e spirituali della crezione, del piano metafisico, come per una continuata oggettivazione del pensiero. Il punto è arrivare a dire il miracolo, la Resurrezione come si descrivono le trasformazioni della materia, con i due campi intrecciati e compenetrati l'uno nell'altro. Forte di una varietà verbale tecnica, resinosa, fossile - che riscrive persino la metamorfosi e il panismo dannunziani - le poetessa può entrare, umile e superba, nelle campiture matematiche e metafisiche di Piero delle Francesca, nei quadri neri della storia (da Guernica alle stragi naziste in Italia), nel soffio mistico di santa Teresa d'Avila. Trovato l'impasto lessicale e sonoro e l'assetto metrico (per quanto libero, come qui), il laboratorio del poeta è aperto a tutto; la sua voce è libera dalle scorie della confessione, dell'aneddoto solo autobiografico: ogni elemento o storia è una storia del cosmo. 
 
Alida Airaghi, "Poesia", dicembre 2011 - La foto di copertina dell'ultimo libro di Maria Grazia Calandrone, tutta giocata tra il nero e il marrone, in uno sfondo plumbeo che sembra evocare una tromba d'aria o marina, stride volutamente con il titolo della raccolta: “La vita chiara”, inciso in caratteri bianchi, per una poesia che da subito si offre invece magmatica, densa, scavata, lontana da qualsiasi leggerezza o ironia. Di non facile e immediata decifrazione, anche se non ermetica, vibrante di un'ansia controllata, tesa in un dolore reso esplicito da immagini violente, da ricorrenti motivi di accesa aggressività, di sconvolgente sopraffazione. Il volume è diviso in quattro sezioni dedicate ai quattro elementi empedoclei, e tutti individuati nella loro sovrumana forza distruttiva, impetuosa. Così per l'acqua il simbolo prescelto è ovviamente il mare, vissuto soprattutto come minaccia nei suoi insondabili abissi o sulla superficie popolata da presenze animali e vegetali specificate con una precisa terminologia biologica, chimica, climatologica: “l'albatro cammina/ sull'olio plumbeo dell'acqua, le orche deglutiscono boccate/ d'acqua e sciami di alici nelle forme/ di calamita e anelli scardinati, pulviscolo/ di lische”. Acqua inquinata e corruttrice, melmosa e corrosiva, spesso rievocata anche nell'impetuosità assassina dei fiumi, cui il subconscio sofferto dell'autrice torna nella rievocazione ossessiva dell'incubo che ha segnato la sua venuta al mondo. Il fuoco, poi, è cenere e vento, distruzione e annientamento in una sezione in cui la natura non è mai sollievo o consolazione (“il gelsomino/ colma di fango tenebroso/ le corolle”, “ i sassi/ trasportati dai vermi/ nella bocca”). Anche le variazioni d'amore ricostruite nei dialoghi con il mistico persiano Hafez rappresentano una sorta di schiavitù di rapporti in cui non si sa chi sia padrone o servo, vittima o carnefice: (“ sono una piccola catasta di membra/ che la sua nudità dovrà pur/ calpestare”). E' lo stesso “amore ammalato” che ritroviamo nella splendida e terribile poesia dedicata a Natasha Kampush e al suo rapitore, in cui la pietà per un sentimento divorante e distruttivo rivendica quasi una sua giustificazione agli occhi del mondo civile e perbene che non potrà mai comprendere. Proprio qui riappare un sintagma che, con una variazione significativa (“ sotto gli occhi di tutti”, “sulla bocca di tutti”) è spesso presente nella poesia di Maria Grazia Calandrone: a esibire la teatralità compiaciuta e orgogliosa della sua poesia, ma nello stesso tempo a indicare che il mistero di ogni anima e di ogni gesto rimane sempre, esclusivamente, privato e irraggiungibile (“ Non sia esposto il segreto che brucia nell'urna del cuore”, recita il titolo di un paragrafo del libro).
Il capitolo più corposo del volume è dedicato alla terra, alla concretezza della storia che invade e violenta la vita dei singoli, distorcendone i percorsi esistenziali, distribuendo macerie e lutti: immagini forti che dipingono scenari ancora una volta drammatici, da declamare sulle scene, con un alto senso della denuncia civile. Quindi Guernica, le stragi di Sant'Anna, rastrellamenti, donne sventrate, eccidi, madri che piangono i figli torturati ( e Maria è ovviamente il nome-icona di una maternità violata e offesa, nel sacrificio eterno di ogni crocifissione innocente). Ma ancora l'ossessione della materia e del corpo si concretizza nella narrazione di episodi di cronaca ambientati in un meridione contadino e superstizioso, abitato da pleniluni e sortilegi, uomini imbestialiti ululanti e donne marchiate da una fisicità lontana da qualsiasi possibilità di riscatto.
Non c'è salvezza, non c'è leggenda o mito, non c'è innocenza: è tutto realtà di tenebra e notte, senza alcuna clemenza, incardinata in una natura impietosa e mai confortante, in una storia che divora inesorabile. Lo stile si adegua, ovviamente, ai contenuti, ignorando quasi provocatoriamente qualsiasi collaudata tradizione letteraria: quindi versi lunghi o lunghissimi, alternati a quinari incisivi e asseverativi - con frequentissimi enjambements, spezzature, interruzioni, ripetizioni-, privi di rime o assonanze, indifferenti a ogni rigidità metrica. Una scrittura personalissima che non conosce tregue o cedimenti, imperativa, forte; nemmeno la sezione finale, dedicata all'aria, si addolcisce in una volatile o delicata armonia, ma rimane concretamente realistica anche nel tratteggiare due personaggi simbolo di spiritualità e sensibilità : Teresa d'Avila e Chopin.
L'estasi della prima sembra tutta concentrata nel voler negare il corpo e la tentazione della materia, ma ad essa e alla “bassezza del marmo” ritorna e si riduce implacabilmente (“il mio corpo è bersaglio/ e colonna di fuoco/ è setaccio/ e tamburo”); la dolcezza estenuata dei Preludi e dei Notturni del secondo viene oscurata dalla fatica delle esecuzioni, dalla sanie della tubercolosi, da incubi e visioni animalesche e malate. 
Forse un ultimo rilievo o curiosità da evidenziare in questa raccolta dai toni baudelaireiani è la presenza, in quasi ogni poesia, della parola “cuore”, mai in senso immateriale, di anima, bensì in quello corposo e realistico di muscolo anatomico, di interiorità pulsante nell'unica realtà concreta del nostro esistere: il corpo. “Mon coeur mis à nu”, appunto.
 
Ambra Zorat, “Semicerchio” n. XLVI, 1.12 L’ultimo libro di Maria Grazia Calandrone è ambizioso: parla della vita, vuole nominarla nella sua globalità. E ciò è evidente fin dal titolo. Ne La vita chiara, l’articolo indica infatti la volontà di definire la realtà, mentre l’aggettivo rinvia a un’idea di luminosa semplicità, di nitida comprensione del vivere. L’immagine scura della copertina contrasta però con il titolo: sotto un cielo cupo e nuvoloso si distingue la su- perficie del mare, tra le ombre si intravvede la sagoma di uno scoglio o forse di un essere vivente. Accostando un’immagine buia alla limpidezza del titolo, ci è ricordato che la vita è sempre avvolta da un alone di oscura sofferenza che tuttavia non impedisce il formarsi di un sentimento di calma accettazione, forse di gratitudine. La dimensione biologica della copertina inoltre precisa subito che per vita si intende una dimensione più vasta di quella umana che comprende tutto l’esistente. La prima poesia ha valore programmatico, ripropone alcuni temi tipici della Calandrone e indica la rotta da seguire. Il motivo della ferita emerge nei riferimenti al corpo e agli organi isolati in una specie di campo di battaglia: «Se io potessi aprirei il mio petto per farvi vedere / come gli organi se ne stiano spaiati, uccelli acquatici / al colmo / di un tetto, come tutto il mio corpo sia un campo aperto / dopo la rimozione degli alberi». Tipica dell’autrice è anche la prossimità di mondo umano e animale. La scena si fa addirittura criminale con il «passaggio di unità cinofile». Si mostra come l’«unico congegno espressivo / tra animale e uomo / sia lo stesso ripetere che sì, che sì ...», versi che fissano foneticamente nell’ansimare del respiro un comune dire sì alla vita, un’accettazione prima di tutto fisica. Siamo in presenza di un vero e proprio ‘libro di poesia’, strutturato in quattro sezioni che fanno riferimento agli elementi naturali (acqua, fuoco, terra e aria) e scandiscono una specie di avventura cosmogonica. La sfida è attraversare la materia, spingerla a dirsi per ricondurre l’umano agli elementi che compongono il mondo. L’Acqua è l’elemento liquido, in metamorfosi: accoglie il sangue indicando dolore e sacrificio, è mare mosso inteso come regno del pericolo, rappresenta l’elemento materno ed è simbolo di vita e trasformazione. Non a caso molte poesie della sezione finiscono con un riferimento positivo alla fratellanza e alla guarigione: «ma quel poco di bene solleva / dal nostro petto tutta la fermezza della terra» e «nel bozzolo / del corpo il delfino iniziava a guarire». Il Fuoco è invece l’ardore: è il bruciare del cuore di Maria durante la crocifissione, è la fiamma amorosa nei dialoghi con il mistico persiano Hafez, è la passione delirante del rapporto tra un carceriere e la sua vittima, tra Natasha Kampush e Wolfang Priklopil. La Terra è il mondo solido dei detriti, della storia e della guerra. Spiccano i componimenti dedicati alle stragi nazifasciste di Sant’Anna e Marzabotto: «Rastrellavano bambini come grani di sabbia e come sabbia / che ubbidisce al vento erano muti». Di fronte alla morte e al massacro, il dettato si semplifica, recupera forme più distese e narrative. Nella sezione Aria si rappresenta un moto di elevazione spirituale, un salire verticale della voce di Teresa d’Avila, ma anche un’aria musicale ironica come quella di Chopin. Maria Grazia Calandrone cerca una lingua nuova. Numerosi enjambements creano cesure, smorzano l’emozione di alcuni passaggi, caricano di mistero altri frammenti verbali. Qualcosa di simile avviene a livello lessicale. I termini tecnici (albedo, diorama, bombice, anellidi ...) hanno una funzione straniante di contenimento emotivo. Le associazioni analogiche («nel buio occipitale / ruota la luminosa / scalea della durata») e le composizioni nominali inedite («la curvaturamare»; «il tuo nome-intrico-di-luna»; «dal corpo-farina-di-luce») svolgono invece una funzione di concentrazione espressiva. La stessa parola chiave ‘cuore’, forse troppo abusata, è ora muscolo, ora sede degli affetti. Da questo scientifico e misterioso attraversare lingua e materia nasce il fascino della poesia di Maria Grazia Calandrone. L’indicazione della data di composizione dei versi esprime l’urgenza del dialogo tra scrittura e realtà, una realtà che si impone con forza evidente ed è vita chiara.
 

Luigi Carotenuto, Lunarionuovo n. 51/53, giugno 2012 Il poeta, quando vuole stipare tutta la vastità del cosmo dentro la sua scrittura, non ha l’avidità egoistica del Mazzarò verghiano, piuttosto cerca di seminare avvisi, luci, speranze e memorie-allarmi per i giorni futuri a occhi e orecchie in ascolto. Questo turbamento estetico kierkegaardiano (non esiste vero poeta senza ansie), appartiene tutto a Maria Grazia Calandrone. La sua scrittura è originale anche negli attraversamenti di sentieri altrui, da critico (su Il Manifesto e  per la rivista di Nicola Crocetti Poesia), dove si distingue sia per l’osmosi, la compartecipazione empatica, sia per la di lei trasfigurazione poetica, creativa, dei lavori interpretati. Per la Transeuropa, casa editrice adesso operativa in Toscana, a Massa, esce La vita chiara, nella collana nuova poetica curata personalmente dal poeta Gabriel Del Sarto. L’introduzione iniziale in versi scopre, come in un autoritratto di Frida Kahlo, la disarmata e dura arrendevolezza della Calandrone, in una dichiarazione di incantamento e brutalità unica: “Se io potessi aprirei il mio petto per farvi vedere / come gli organi se ne stiano spaiati, uccelli acquatici / al colmo / di un tetto, come tutto il mio petto sia un campo aperto / dopo la rimozione degli alberi / e un passaggio di unità cinofile / e quale unico congegno espressivo / tra animale e uomo / sia lo stesso ripetere che sì, che sì…” (pag.5). L’apertura, quasi una sottile parodia della poesia confessionale, coi poeti che mostrano le “viscere” della propria interiorità, costituisce l’anticamera delle sale-sezioni dedicate ai quattro elementi naturali, prima tra tutte l’acqua-ventre, a chiusura del cerchio l’elemento più sfuggente e apparentemente impalpabile, l’aria (associata al massimo grado di estasi: quello raggiunto dai mistici come Teresa d’Avila, pietra di paragone e modello per generazioni di religiosi e artisti, pensiamo all’influenza sull’opera di critica poetica della filosofa Maria Zambrano), e in ultimo una sorta di “scherzo suonato”, nel cinematografico monologo firmato da un immaginario Chopin. Nei versi della Calandrone circola, come direbbe Zanzotto, la stoltezza palpabile come un vento,  tra le larghe feritoie della Storia, quella con la maiuscola che tutto il resto rimpicciolisce e annienta: “e il passato si innalza su di noi come un angelo con le ali / [aperte” (pag. 96). Angeli e ali sono frequenti, come annuncio e rivelazione positiva ma anche nel solco del terribile (la bellezza è l’inizio del terribile recita Rilke): “La malattia incomincia dal sorriso dell’angelo: / la genuflessione dell’angelo / avvelena il mio sangue / perché gli umili fanno tanto male / fino a farmi piegare le ginocchia / sotto la veste / perché metà della mia vita è andata, arcobaleno / retto da un orizzonte”. Tra reliquie e relitti, scocche, carcasse, scheletri umani e cosmici, residui di civiltà e ere geologiche, un’archeologia poetica che esplora, “lampi / in avaria nel cantiere aperto della sera” (pag. 64), la pluralità fenomenica dissestata. Nei dialoghi con il poeta persiano Hafez, in questa raccolta connotata concretamente da date e luoghi (la città eterna è l’ideale teatro di questo convegno di eventi storici e figure carismatiche), gli accenti lirici si fanno particolarmente elevati: “Sciacquo la tunica nell’acqua rossa – io mescolo / la saggezza e l’ebbrezza / nel catino del mondo: non si può / persuadere l’eterno / timoniere a mutare le rotte / con queste persuasioni sottomesse al tempo” (pag. 40). Ci sono “macchie sul cuore nudo della terra” (macchie-colpe ce n’è nel libro tante quanto un virus intraprendente) che non riesce a cancellare nemmeno il “petto di rondine” di un figlio, addormentato “prossimo a una torre di fumo”. Nel terremoto di dubbi e lacerazioni che risveglia, la poesia della Calandrone offre consolazioni (magre?) virgiliane (perché anche l’addio “chiedeva la sua altezza”) e l’occhio vivo sul germinare e verminare biologico, disteso alfine nel calmo orizzonte dell’estasi, varco vero verso la vita chiara.

Francesco Bove, il Recensore, 11.10.12 - I QUATTRO ELEMENTI DI MGC La vita chiara di Maria Grazia Calandrone(Transeuropa, 2011) raccoglie una serie di suggestioni dell’autrice, a partire dalla pittura di Piero della Francesca fino alle estasi di Santa Teresa d’Avila, tradotte mirabilmente in versi suddivisi in rapporto al loro elemento naturale d’appartenenza.

Eccoci, quindi, dinanzi a quattro sezioni (“Acqua”, “Fuoco”, “Terra” e “Aria”) dove la bellezza della poesia della Calandrone affiora, umana, folle e indifesa, dal vortice di un linguaggio personale e pieno per sollevarsi e farsi cielo. Inutile enumerare i titoli più belli o quelli più dolorosi, molto meglio concentrarsi sull’autenticità dell’autrice, sulle sue parole progressivamente dinamiche, dense di passione – per intenderci, quella descritta meravigliosamente da San Giovanni della Croce – ibridata con il dolore dei possibili declivi che possono pararsi dinanzi all’uomo. La poesia della Calandrone dialoga con l’indeterminato, non rappresenta sentimenti ma li ingloba in una scrittura forsennata, per fortuna debordante, che travalica i limiti del linguaggio. Delle tante vite cogitate, vissute dalla poetessa, restano vividi ricordi nella mente del lettore, si impongono tenaci alcuni passaggi (“Pietro di noi caduti nell’intelligenza dell’Amore si dirà che avremmo costruito nuovi congiungimenti”), la brutalità della guerra, deformata dalle mille lenti della memoria, la fatica della contemplazione che ci costringe a vivere il nostro presente e a interrogarlo. Ogni personaggio raccontato partecipa alla solitudine della Calandrone, ovvero quel bruciarsi il cuore nel momento in cui si entra in contatto con i sentimenti puri, avviando una vera e propria corrispondenza animosa con l’autrice eccedendo, finalmente, i limiti della struttura della poesia borghese e convenzionale. “La vita chiara” è un soliloquio in versi, la volontà di confessarsi trasformando la Carne e la Terra in Scrittura, qui evento, che diventa “egli” per poter esprimere l’Io. E sul selciato di un inestricabile sentiero proposto dall’autrice, dove è facile perdersi, si aprono voragini, ferite universali, che si ripetono costanti nel tempo. Non importa, quindi, se siamo a Pentedattilo, nella notte di Pasqua del mille e seicento ottanta sei, o a Sant’Anna, il 12 agosto del 1944, quando si parla di Poesia (o di Arte), si è fuori dalla Storia, e il compito di un artista è quello di superare continuamente se stesso.

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Atto di vita nascente (LietoColle Graal, 2010)

Editore: LietoColle
Collana: Il Graal
Data uscita: 18/09/2010
Pagine: 84
Lingua: Italiano
EAN:
Listino: € 13,00
 
 
 
 
 
 
"Nello stile inconfondibile di Maria Grazia Calandrone, una raccolta in versi contro il pregiudizio, basata sull'amore e sulla nudità, sulla gioia e sulla libertà: il canto di un'araba fenice che rinasce da acqua/cenere."
 
 
LA BESTIA TRAMONTA NELL'UMANO
 

Non sorga il sole della nostra fine, non a te che hai radice di primo vento
all’alba, non a me che ho la voce nuda degli oggetti che aspettano
giustizia, la voce dei papaveri e dei campi, l’ira dei flauti e delle tele, gli archi
dalle bocche di vento: ecco la sposa, ecco la primizia
di tutte le stagioni, l’ombra fuggevole dei meli agri
sul tuo petto, e di notte le stelle cadenti, un angelo fra gli albicocchi dello Ionio.

Lavoravamo il grano a braccia nude; cominciò la raccolta 
dei meloni d’inverno, e il primo temporale ci serrò
sottocoperta: dal baule come un frutto di mare cresce la camera da letto, dal mare
torna il mio sposo del mezzogiorno, domani, dal mare.

Un giorno ancora e guarirai
la fatica di credere. Sei mio fratello, sei il mio sole avaro; sono la sposa
del Mediterraneo, tua sorella. In me schiuma il tuo mare, il suo lamento
serale, e la tua messe di cèrcini neri: qui
ti inginocchi ai mandorli dei campi, sul mio viso,
e alla cenere. Fascio d’erbe aromatiche, creanza della sera, vola sul grano del mio petto e dormi
per bisogno di luce.

CONGEDO DAL SANTUARIO TERRESTRE

VI

Vedo lei, affacciata 
dalla finitudine sua 
sul bianco raccolto 
scivolamento 
in un gonfiore di germoglio
e di pianto finito
nello schianto del mare. Vedo una viola 
di latte 
che cola 
tra spalancate braccia 
d’acqua dolce. Poi vedo il mare muoversi come un telo di altare
io vedo l’ostensione
della sua bellezza
sotto alte infreddate costellazioni. Le ginestre

dopo: all’angolo estremo dell’occhio, poco prima del niente.

Il mare è dove la strettoia del fiume diventa beatitudine
è la pianura senza gravità
dove il carico 
si disfa. Riconosciamo il mare 
dall’odore infantile che gli prende la terra 
vicina 
alla punta pulita dei piedi
esposta per prima 
nelle calze 
e da una irragionevole felicità negli omeri, che stanno 
per affidarsi al nuoto, per allungarsi
come radici, congedarsi. 

Estratti critici

Luca Manes, Una conquistata rinascita, "Avanti!", 9.11.10 - Di solito la bestia è nera, rabbiosa, insaziabile. Così la descrive Dante all’inizio del colle, sul punto di cominciare la salita verso la salvezza: “Ed ecco, quasi al cominciar de l’erta, / una lonza leggera e presta molto, / che di pel macolato era coverta; / e non mi si partia dinanzi al volto, / anzi ‘mpediva tanto il mio cammino, / ch’ì fui per ritornar più volte volto”. È uscito a settembre l’ultimo libro di poesie di Maria Grazia Calandrone (milanese che vive a Roma, performer, autrice e conduttrice per Radio Rai 3), intitolato “Atto di vita nascente” (LietoColle, 79 pagine, 13 euro). Ed ecco che nelle parole della poetessa l’ostacolo, l’impedimento alla salita verso le stelle si trasforma in un luogo, in un “santuario terrestre” dove rifugiarsi. Il disumano che diventa non-umano, innocente, puro, “bianchissimo”.Già nel titolo della prima parte della raccolta, “La bestia bianchissima riposa”, è racchiuso tutto il significato dell’opera. Il riposo della “bestia bianchissima” in attesa che l’uomo gli si faccia vicino, compagno. “La cerva bianchissima riposa / la fronte. Tramonta / nell’umano la bestia / bianca e non svelata che non cela nulla / stanotte le macchine sono le macchine di un’estate finita / a sua somiglianza”. E ancora, nella poesia “La bestia è senza rimedio”: “Tutta l’estate mi hai chiamata, invano, tutta l’estate hai edificato nel bianco / della stortura umana / il bianco della bestia, / il nome fatto / dalla calce dei muri / (…) Lei ha fatto il mio nome”. È una bestia che si aggira per le città, qui, tra noi. Che, sulla calce dei muri, lascia la sua traccia. Che, nel succedersi delle stagioni, estate e inverno, non smette di fare “il mio nome”. Ma chi è, cos’è la bestia che ci attende? E per cosa?“C’è un luogo che nessuna morte tocca, una stanza di fiori / e di specchiere al sole come laghi / verticali di luce / dove la bestia si stende come l’officiare di un pino marittimo. / Di qui. Non vedo. Più niente, nella / altitudine: più niente / increspa la nativa / attitudine / alla felicità”. Ecco la bestia: la casa protetta dove non moriamo. Il campo di fiori e alberi dove la bestia riposa, in silenzio con la sua innocenza, e attende. Attende l’incontro, lo sguardo dell’uomo. E poi più niente. Nulla più che sporca, appassisce il bianchissimo, felice rinascere reciproco. Ma facciamo un passo indietro. “Primo amore” è il titolo della seconda parte del libro. Quasi che la poetessa intenda fermarsi e chiarire a tutti la condizione, la posizione necessaria per l’incontro. “Qui / un sussulto corrisponde / all’aria, e tu lo curi come una ferita, perché nel chiuso / del tuo petto è una serra sonora, a riprova / di quel punto invisibile”. È una spaccatura, una ferita chiusa, protetta nel petto che chiama a “quel punto invisibile”. È necessario che l’uomo sgomberi tavoli, tovaglie e divani. Perché in questo far posto, in questo svuotare vi è allusa la promessa di un incontro, di una crepa che si chiuderà. E l’ingresso in questo mondo animale non ha tanti accessi, sembra dirci la poetessa: “L’amore è una presa dell’anima sul mondo”. Solo amando l’uomo può porsi su quel ramo che ondeggia sulla bestia. E tutto, improvvisamente, si riunisce intorno all’amore che si avvicina. Tutto partecipa di questo vento in direzione di quel punto di non-morte: “All’amore appartiene anche l’inezia, la gramigna dei queruli uccelli/ posati in una pausa dell’aria, sul ramo, disarticolati / o rimossi dal vento”. La crepa che viene sanata. Il pianto che trova ristoro. L’attesa e la solitudine riempite del “bianchissimo” riposo. Dopo l’incontro, al di là dello sfociare umano nell’innocente. I versi della poetessa non si concludono con l’abbraccio alla bestia. Le parole si spingono molto più in là, dentro il permanere dell’innocenza animale nell’uomo all’attimo del congedo. La terza e ultima sezione dell’opera, “Le ginestre poco prima del niente”, si apre con la commovente, e precisa fino all’esasperazione, narrazione del suicidio della madre e del suo rimanere orfana. E con un invito al lettore nell’incisione-dedica a Katherine Mansfield: “L’apprendimento, attraverso la comprensione, porta alla compassione, e quest’ultima appare come la più alta facoltà dell’anima: la sua capacità di avvicinarsi”. Come se la poetessa volesse che il lettore le si faccia vicino. Prossimo alla sua umanità. E questo è possibile solo dopo aver partecipato dei suoi travagli ritornati in versi. Un modo efficace e schietto per conoscerla. Come se il vero rinascere della persona avvenga dopo l’incontro con la bestia, non durante. Al congedo, non nello sguardo. “Riconosciamo il mare / dall’odore infantile che gli prende la terra / vicina / alla punta pulita dei piedi / esposta per prima / nelle calze / e da una irragionevole felicità negli omeri, che stanno / per affidarsi al nuoto, per allungarsi / come radici, congedarsi”. Qui sta il segreto del libro di Maria Grazia Calandrone. “Atto di vita nascente” ha il gusto della rinascita conquistata. Le radici che finalmente si allungano, pronte alla vita. Dopo l’abbandono conflittuale col non-umano. Quando la bestia guarda la sua preda mancata nell’allontanarsi, prima di ritornare al riposo. “Bianchissima” come prima. 

Franca Alaimo - [...] Dalla com-passione nasce uno dei testi più alti, nitidi e commossi della silloge, che è “Congedo dal santuario terrestre”, in cui Maria Grazia si fa testimone immaginaria e più che mai fedele dell’abbandono del luogo natio da parte della madre, decisa ormai alla morte. [... ]
Una minuta e sensibile vividezza, quella che nasce dall’attenzione verso tutte le piccole creature che accompagnano la consegna del corpo all’ampiezza del mare, percorre i versi della sesta strofa. Quasi come nel celebre quadro del preraffaellita John Everet Millais, che ritrae il corpo di Ofelia che galleggia tra erbe e corolle, così anche qui il bianco scivolamento avviene “in un gonfiore di germoglio” e le braccia sono consegnate alla corrente mentre un cespo di ginestre è l’ultima cosa viva della terra offerta alla vista “poco prima del niente”.
Ancora una volta torna il lemma “altare”: ed ecco, allora, che il lettore comprende come la fitta simbologia liturgica che colmava la prima strofa fosse preparata per lei, la vittima sacrificale, in nome dell’amore materno. Ed ecco anche che la struttura della silloge si manifesta nella sua compattezza tematica, nella sua ciclicità a spirale, aperta.
Quale sfociare sarà quello della madre se non verso l’altra beatitudine, dopo “l’irragionevole” felicità degli omeri che si protendono al congedo definitivo, ma mostrando, inaspettatamente, “radici”? Può ciò che muore, nel punto stesso del suo finire, generarle? Oh, sì! Esse, infatti, sono da ricercare in quella somiglianza postuma che i vivi possono offrire ai morti come unico tributo alla “colpa” “d’essere vivi” e non poterli risuscitare.
E’ la stessa somiglianza che si fanno come reciproco dono il bambino e la campagna della seconda strofa (non ha sottratto, forse, il bambino santissimo ogni cosa alla morte? ), che si fanno perfino le piante fra loro. Affinché mai nulla “venga perduto”, scrive l’autrice. Per questo ella dichiara nel suo discorso teorico sulla poesia che “il poeta parla direttamente dal mondo dei morti o che i morti parlano per la sua bocca”.
In questa poesia, infatti, Maria Grazia parla della madre morta, al posto di lei: bocca su bocca, bocca da bocca, ella parla “la parola”, come leggiamo in Il duro filamento di Luzi, “all’unisono di vivi / e morti, la vivente comunione / di tempo e eternità.”. Versi amatissimi, questi, di Luzi che riecheggiano nella disposizione e nella qualità delle parole e delle immagini che compongono questo soavissimo “congedo” di dolore e amore, di svuotamento e di pienezza, grazie alle parole che “ci guariscono”, pronunciate amorosamente su quella “soglia” tra vita e morte, tra avere e perdere, verso cui l’autrice sosta sempre “piena d’ospitalità”. 

Francesco Palmieri, Un punto di vista: nota critica ad "Atto di vita nascente", www.lietocolle.info, 2010 - L'universo interiore di ogni individuo è le vedute, il panorama aperto dalle immagini che soggettivamente costruisce, osserva, scruta, gode e soffre; è il tessuto di parole (testo, discorso, monologo dell'anima e nell'anima) con cui dà forma e struttura a sé e al mondo; è il linguaggio nella cui interminabile costruzione e decostruzione si celebra espressivamente, formalmente, la drammatica ricerca umana di un Senso che legittimi l'esperienza consapevole dell'Essere ovvero ciò che chiamiamo vita, esistenza, esserci. E in Maria Grazia Calandrone la "parola" è tutto questo: visione fino alla visionarietà onireggiante, cifra dell' Io e tracciata dall'Io, interrogazione ora inquieta ora sedata, canto e meditazione, nominazione di un divenire singolare e tuttavia inscritto in una trama plurale di rapporti, relazioni, scambi dialogici fra sé e il mondo prossimo, circostante, storico e metastorico, presente e atemporale. 
"Atto di vita nascente" è una raccolta di liriche il cui segno prevalente e distintivo, è proprio la "liricità" nella sua accezione più originaria e classica, ossia poetica del sentimento, ma sincronicamente è anche ricerca spasmodica della "forma", di una forma pura più che di una purezza della forma. È un po' come dire, non la parola per la parola (o l'arte per l'arte di primonovecentesca memoria) ma la parola per dire, raccontare, far esplodere un sentimento saturo di vita, perché "L'oro rumina nel profondo/ sbattere d'acqua nelle terre cotte/ dal passo dei morti." (p. 16), o semplicemente perché la biografia umana è una successione di stagioni e arriva il momento in cui "L'estate opera nei frutti.../ un addensarsi della segretezza delle linfe/ al di fuori del ramo, l'estroversa dolcezza di una pesca/ compiuta." (p. 44). E questa pesca-raccolta sembra portare con sé il sentimento di un vissuto terminale, la cadenza emozionale di un commiato che non a caso -suppongo- prende forma nella poesia di chiusura del libro: "Congedo dal santuario terrestre", la cui ultima parola è "congedarsi", appunto.
Tale interpretazione (ma si tratta né più né meno di un punto di vista fra gli altri) sembra in contraddizione netta e stridente con la direzione semantica di un "atto di vita nascente", con un testo che sembra voglia certificare il farsi aurorale di una nuova esistenza, ma è proprio in quell'aggettivo verbale, in quel participio presente (nascente) che a mio avviso sta la chiave interpretativa, il punto nodale di soluzione di una poetica fortemente allegorica e, se vogliamo, di un percorso linguisticamente terapeutico ("Conta la solitudine. Rimuoverla/ è la cura di anni..." p. 43), di una confessione definitiva che prelude ad una liberazione, al recupero -nascente- di un Io che si riappropria di se stesso. È proprio in questa montante crescita d'Identità, in questo rendersi, pagina dopo pagina, nuovamente disponibili a sé stessi, che risiede la ragione, il senso della reiterata metafora della partenza, del viaggio; un viaggio che sembra richiedere l'obolo caronteo dello "sradicamento", uno strappo che ha la necessarietà di un atto dovuto, "un modo [...] di vincere la colpa/ di essere oltrefrontiera..." (p. 59).
È la struttura stessa del libro a segnare il percorso, la direzione, le tappe. Si apre con una lirica introduttiva ("sono intatti..."), con una dichiarazione di "fine battaglia", con una ripresa visiva di "alberi/ e un davanzale di neve", ma con il sentore di un qualcosa che nasce, nascente: "Cosa rischiuma dalla terra, che geme/ dalla casa sfollata/ dal sole enorme nell'erba/ mortale dove chiara riposa/ la corona regale dei biancospini." (p.11); e poi, a seguire, quella sezione che definerei una cantica sulla "Bestia", un'entità vitale e vitalisica dai tratti onomastici spesso dichiarati -ora cerva, ora mula, ora colomba (sebbene in similitudine), ora lupo e uccello, quasi a rappresentare la natura ambigua aereo/terrestre dell'umano- ma a mio avviso meglio tratteggiata nella figura indefinita, germinativa, della "bestia bianca", dove l'elemento cromatico del bianco sembra essere l'ancora indistinto o l'innocente, o soltanto il bianco della pagina di un "poema" privato ancora da scrivere.
Il corpo centrale del libro, "Primo amore", sembra segnare il percorso principale del recupero mnestico (quella "pesca" quasi evangelicamente miracolosa), il passo dopo passo dove il motivo erotico appare e scompare come se non fosse il motivo centrale, ma uno fra altri di pari importanza: l'infanzia, il crescere e maturare, la "perdita dell'innocenza", il sentimento metafisico del sublime mai davvero rimosso, la partenza e il viaggio interiore verso una destinazione non precisata (storicamente, autobiograficamente) ma che ha nella direzione dei rami, l' "alto", un senso, e sulla terra "l'amore [che] è una presa dell'anima sul mondo." (p. 58).
Infine, solo un accenno alle due "sezioni" che chiudono la raccolta: un omaggio a due donne tragiche: Lucia Galante e Katherine Mansfield; due donne accomunate da un differente destino, ugualmente e diversamente drammatico: Lucia, una donna comune, uccisa da una Storia e da una Cultura che oggi definiamo senza mezzi termini oscurantista e claustrofobicamente provinciale; Katherine, una scrittrice ed un'intellettulae, segnata dal dolore a cui mai si è sottratta, dalla malattia e da una morte indubbiamente precoce. Di questa parte del libro "Atto di vita nascente", voglio limitarmi a due soli e brevi rilievi: il titolo che richiama il fiore della ginestra (o il fiore del deserto, scriveva Leopardi nella lirica omonima), come ad indicare un guizzo di colore vitale (o addirittura proporre degli exempla d'umanità) "prima del nulla"; e in secondo luogo, l'epigrafe di p. 69 che voglio citare per intero:
"L'apprendimento, attraverso la comprensione, porta alla compassione, e quest'ultima appare come la più alta facoltà dell'anima: la sua capacità di avvicinarsi.".
In conclusione non posso non accennare alle pur presenti difficoltà di lettura, dove leggere non è solo un evento morfosintattico ma soprattutto penetrazione semantica, proprio quell'operazione di comprensione del testo a cui la stessa Maria Grazia Calandrone si appella nella citazione riportata sopra. È innegabile la maestria poematica dell'Autrice, la sua capacità di proporre soluzioni stilistiche di alto livello (le segnalazioni sarebbero una miriade); è innegabile altresì il grado elevato di raffinazione-raffinatezza formale, tuttavia è proprio in tale alto grado di astrazione linguistica, di allegorizzazione del contenuto che sembrano persistere presenti oscurità ermetiche, quasi come espressioni ultime, ultime resistenze di una sorta di pudore del dire, del raccontarsi ulteriore; è come se lo "scialle caduto dalle spalle" (nella chiusa della lirica "La cerva risuona"), non fosse in realtà caduto del tutto ma fosse sempre lì, trattenuto, con la sua trama preziosa, i suoi ricami aerei e terrestri, a celare ancora un poco la "bestia [che] bianchissima riposa". 

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Sulla bocca di tutti (Crocetti, 2010)

Editore: Crocetti Editore
Collana: Aryballos
Data uscita: 04/05/2010
Pagine: 140
Lingua: Italiano
EAN: 9788883062070
Listino: € 15,00
 
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premio Prata, premio città di Sassari - finalista premi Cetonaverde, Sandro Penna e città di Fabriano
 

ascolta “Sulla bocca di tutti” a Radio3 Suite (24.6.10)

La chiara circostanza

La clamorosa dolcezza delle clavicole, la percussione cessata
dei finimenti muscolari, le valvole
che l’hanno finalmente abbandonata
sulla terra, l’angolo umile che fa la testa
per celare il sorriso
sulla cruda colonna del corpo
dice: ti ho aspettato per tutta la vita
ho visto la tua vita
nei miei sogni e tutta, notte
dopo notte, si risolveva nel perdono. In certe svolte
quando il cielo pieno di meraviglia coincideva
con la bolla degli alberi agitati dalla piena
luna, io mi svegliavo
per causa dei tuoi sogni
e portavo il tuo nome come una bandiera
che saliva dal petto e mi rendeva
invisibile: di me
si vedeva soltanto il tuo nome. Io sapevo
che avremmo dovuto terminare vicini
qualunque cosa nel frattempo fosse stata di noi. Adesso
eccomi, sono qui per finire
nella tua fine, per aspirare l’ultimo respiro
dalla tua bocca
e soffiarlo attraverso la bocca
che dopo te nessuno ha più baciato,
al cielo.
 
Arietta dei bambini

L’aria, la prima
che hai respirato, era aria di marzo e di mattina.
Il sole
ardeva quieto nella sua onda
dalla finestra grande perché grande
era il cuore
e disinteressato
come il sole che appoggia la sua luce sulle acque
del fiume
e naviga chiaro
fino al mare
dove lo spazio è tutto attraversato
da fischi di gabbiani e piú niente
fa male. È bello custodire
l’aria nuova sul viso di chi nasce, con mani
umane conservare
sacro il sacro, fare l’aria piú chiara dove tocca
il cuore, perché il cuore sia semplice e leggero
come un aquilone
e altre cose che vanno dalla terra al cielo.
Bello è dire farò quello che posso
e piú di me, come tutte le altre sulla terra: prendi,
vita
dalla mia vita
la tua innocente libertà.  

Estratti critici

Enzo Golino, Amore e dolore, quei versi estremi della visceralità, "il Venerdì di Repubblica", 2.1.11 - Dopo l’esordio nel 1998, con La scimmia randagia (Crocetti, 2003) aveva ottenuto il Premio Pasolini Opera Prima: in seguito la sua attività teatrale e radiofonica, la collaborazione a riviste, ancora due raccolte hanno consolidato la poetica e la visibilità di MGC (Milano 1964, vive a Roma). Il nuovo libro, Sulla bocca di tutti (Crocetti, 2010), premiato e plurisegnalato, ambisce fin dal titolo a un più ampio ascolto del mentalismo viscerale ribollente nei versi. Una fiumana di sangue attraversa le pagine – pura biologia, eventi chirurgici, guerre, terrorismi – con la forza simbolica dell’elemento primordiale che unisce l’amore e il dolore più estremi: la gioia della maternità, il lutto per il suicidio dei genitori. Intorno al tema del sangue si aggregano la passione carnale per la terra (ricorrente la figura dell’albero), l’acuta percezione della realtà non solo fisica (trasmessa anche con linguaggi tecnici), immagini vigorose (Il sole / fabbro delle campagne). Ritmi più distesi e meno ripetizioni avrebbero giovato all’insieme del testo che rivela in un pensiero intelligente, di alta eloquenza, il suo più compiuto ruolo esistenziale: Siamo l’effetto di un contratto / provvisorio tra la materia e il nulla
 

Il corpo materno della poesia, Giovanna Frene in Passione Poesia (Edizioni CFR, 2016) - Il motivo della violenza della storia e della sua possibile espressione nella poesia è centrale in questo, come in altri, simili per taglio e per intenti, testi della produzione poetica di Maria Grazia Calandrone, e va ad intrecciarsi a un altro motivo capitale, sotteso a tutta la sua scrittura, ma vivissimo appunto nella raccolta Sulla bocca di tutti: il corpo materno della poesia, la morte e la gioia. I fatti sono noti: 560 civili – donne, vecchi, bambini e in parte uomini – vennero trucidati a Sant’Anna di Stazzema nei modi più efferati dagli occupanti nazifascisti, a partire dalle prime ore del mattino del 12 agosto 1944. Chi racconta la vicenda è la voce oracolare, quasi in trance, di un testimone che all’epoca dell’eccidio aveva sette anni e che oggi, come i custodi della memoria di letteraria tradizione, torna ogni giorno sul luogo stesso del massacro della madre (“Torno dietro la casa tutti i giorni”) per ritrovare quell’accordo con il fare naturale che la violenza dell’uomo sull’altro uomo ha distrutto. Ma chi, anche essendo testimone, di fronte a tali crimini, però, è autorizzato a dire qualcosa che non risulti oscenamente retorico, se non colui che ha ricevuto un battesimo non di fuoco, ma di sangue dal corpo stesso della madre nel momento in cui veniva colpita a morte: avevo avuto addosso come uno spruzzo d’acqua / benedetta mia madre? La testa della madre, “come un bello strumento scomposto”, è quello stesso “muro con crepe” della strofa finale, da cui, cresciuto all’interno della voce salmodiante “in una solitudine perfetta”, scorga “purissima la gioia” di parole (poetiche) che non sono narrazione, ma essere stesso del testimone.

Ciò che non si deve cercare “altrove”, per certi versi, allora non è solo il corpo e la voce di chi parla, ma anche i luoghi dove i fatti sono accaduti, e perfino le tracce dei morti, ricapitolate queste, infatti, nella presentificazione della voce, la quale ha la capacità di far riemergere i volti stessi dei bambini bruciati con i lanciafiamme, i loro nomi – e ancora una volta, i loro sorrisi sono emblemi di una gioia ineffabile, contro cui nulla può il grigiore del corpo ormai diventato cenere, e come tale scritto su un monumento commemorativo. E anche, la poesia è dare corpo alle cose, attraverso le parole, nominando cioè le cose per quello che sono: la voce della madre che urla il nome del figlio affinché si metta in salvo rivela per primo il corpo stesso della madre, ed è un suono che macchia l’aria tanto è l’intensità della voce che promana dal luogo “poco sopra la cassa di risonanza del cuore”. Così come il corpo diventa santo, reliquia posta in essere dal nome, allo stesso modo, i luoghi, reliquia dei fatti, diventano santi nei segni della memoria illuminati dal linguaggio: il sole che ritorna a riempire le mura del paese, il pane che conserva nella sua fragranza i colpi sparati nei campi dalle mitragliatrici. Allora come ora, si ripete perciò nella memoria linguistica il rito tremendo accaduto “quella mattina presto”: il cammino osservando a distanza, le campane, l’attesa, il rientro, l’abominio del massacro di massa, la desertificazione di ogni vita nello sguardo dei morti, le urla bruciate, i bimbi arsi col lanciafiamme lungo la strada delle rose.

Non è il governo che può risarcire con il denaro l’immane danno, ma proprio la sua riproposizione linguistica all’infinito, perché tale è il segreto tendere di ogni memoria: l’infinito essere presente. Con echi certamente ungarettiani, nell’intimo della voce parlante è vivo il paese devastato di allora (“muto con crepe”), parallelo al paese rinato che si erge davanti agli occhi (“La domenica riempie di sole le mura / del paese”), tanto quanto per il fante Ungaretti il paese più devastato era il suo cuore (San Martino del Carso). E questo passaggio nella tradizione non è casuale, perché permette lo slittamento dal soggetto-testimone al testimone-poeta, che d’altro canto trovava la sua raffigurazione perfetta nei modi di porsi del sopravvissuto, specie per quanto concerne, si è già visto, la connessione linguaggio-corpo-cose: ma da questo punto di vista, allora, il tragitto del fare poetico si configura rovescio: non è più il poeta che nomina le cose, ma le cose che, rivelando il di lui nome al poeta, appaiono fisicamente. Cosicché la poesia viene a configurarsi come fluido linguistico che prende atto dell’esserci fisico dei corpi e delle cose, che si fanno mediante la parola poetica, e il poeta scrive e parla come in trance una lingua che semplicemente registra ciò che la attraversa - che è esattamente il punctum dello stile, magmatico e assieme preciso, di Maria Grazia Calandrone: la sua “purissima gioia”.

Alessandro Seri, RESISTERE E COMBATTERE in "AbsoluteVille" (motivazione premio Poesia di Strada 2010)

I percorsi, siano essi umani o geografici, necessitano di regole basiche tramite le quali orientarsi. Camminare attraverso il tempo, lungo una strada, ai bordi di un precipizio implica un equilibrio costante accompagnato dal coraggio incostante, perché non sempre si può aver coraggio. Maria Grazia Calandrone racconta tutto questo percorrere con una naturalezza che sembra quella del lenzuolo teso appena prima di essere piegato. Il raro incontro con la poesia a volte disarma per la sua semplicità, anche quando, come in questo caso, la complessità è tutta stilistica e si contrappone con sguardo forte e sereno ad un raccontare i grandi eventi della vita nostra e normale. L’attesa, il perdono, l’accudire corrispondono ai moti santi per i quali vale la pena vivere, per i quali si accettano le sofferenze del quotidiano e anche quelle extra ordinarie. I gesti umani si fanno più poesia dei pensieri e la consapevolezza è l’equilibrio di cui sopra, quello che ci mantiene dritti, che ci dona la naturalezza della posizione eretta, la regola appunto. Anche una possibile mistica propensione o idea può concedere la stabilità del cammino, qualunque esso sia: la discesa, la strada sconnessa e la scala verso un qualsiasi ipotetico paradiso. La binomia equazione del vivere terrestre dove le soluzioni possono essere una, due o nessuna pure, mostra come nella cura dei testi sia sempre presente un doppio, un simbolo che va al di là del detto: la poesia quindi. Comprendere questo rivolo di ragionamento rende più umano l’autore e concede una minuscola grazia al lettore. Eppure, tornando al luogo incriminato degli umani, quello chiamato terra, si può cogliere il disordine nascosto del pianto e quell’ansimare felice e sfinito della corsa. I cieli, le zolle di terra, gli orti ed i cortili, le case. E persino le città, nelle estreme periferie, possono salutare la discrezione di un sorriso riflesso che equivale alla speranza, alla forza, alla semplicità del resistere e combattere.

Raffaele Piazza, www.poiein.it, 9.2.11 - […] Sulla bocca di tutti è un libro caratterizzato da una fortissima densità sinestesica e semantica, e c’è, nel procedere dei versi per accumulo, una forte urgenza del dire, una forte tensione che è etica ed estetica. La poetessa raggiunge una forma trasparente ed elegantissima, sorvegliatissima, in una raccolta in cui ogni elemento detto è ottimamente risolto, con una dizione sorvegliatissima: sono frequentissimi i versi lunghi, caratterizzati da un’ottima connotazione espressiva. Nel susseguirsi dei versi l’io poetico si dipana in maniera omogenea in una lingua lirica tagliente e subisce una mitosi, cioè quel processo di filiazione, di separazione cellulare, sdoppiandosi dalla prima persona della scomparsa, di una madre “pazza d’amore perdutamente incatenata”, al soggetto ricordante e figliare, l’autrice; da un luogo cioè segreto e mitico della memoria individuale al “guscio esterno della terra”. Sulla bocca di tutti, presenta una forte ambivalenza, tra la chiarezza narrativa dei testi e la complessità dei significati, nel loro riflettere incessante sulla vita,  una vita considerata a partire da una natura inquietante, che viene  interiorizzata; un pregevole esercizio di conoscenza.  Si prova in tutta la stesura del testo un forte anelito verso l’assoluto […]anche in questi versi, che hanno per argomento l’attentato dell’undici settembre alle Torri Gemelle, incontriamo un forte senso della fisicità nei molari scheggiati per il digrignare durante il sonno; qui viene detto il peggio con una descrizione di inferriate, cemento e macerie: vengono dette le sensazioni di alcune vittime del tragico evento e la descrizione ha un carattere fortemente numinoso e materico. La scrittura di Maria Grazia Calandrone non è leggera e presenta una certa velocità e tutto è imperniato sul senso del sentire, del percepire dell’essere umano, anche in terza persona, del mondo, della realtà esterna che, generalmente, ha una forma naturalistica. […] Anche in Sia fatto di me, incontriamo la figura della Vergine Maria, descritta in un modo tale da essere fortemente delineata nella sua semplice umanità. Si tratta di una poesia sul tema dell’Annunciazione. Variegato e incisivo Sulla bocca di tutti, un testo tra i più significativi tra quelli pubblicati recentemente in Italia. 
 
Davide Nota, "Atelier"n. 60, dicembre 2010 - “Perché nulla è il bello se non l’emergenza del tremendo.”.
Perché recito questi versi di Rilke, dalla Prima delle Elegie duinesi, in riferimento a questo nuovo capitolo dell’Opera poetica di Maria Grazia Calandrone? Cerco di spiegarlo. Sulla bocca di tutti è un libro boschivo, nel senso che davvero (e vi invito a leggerlo, per averne una prova) non si tratta solamente di un libro ma di un bosco.
Se la poesia per noi (così come in Mandel’stam) è parola-campanello di Pavlov che risveglia la vita e i sensi (e con essi il pensiero, la memoria e l’azione cerebrale), ogni singola sillaba intagliata nelle pagine lignee di questa Opera contiene e trasporta gli odori della terra bagnata e tiene la consistenza ambigua della riva, cioè di quel limbo di naturale ambiguità dove gli elementi della vita e della non-vita si sciolgono, dove riverbera il suono delle felci sfogliate e del legno franto al passaggio umano: «la prima volta che toccavo cosa non umana: la riva / era la prima cosa naturale ad essere / fuori di me nell’aria / sentimentale / per lo sgomento di aver concepito / il materiale di cui sono fatte le cose / non umane». (Scrive Agamben in un saggio dedicato all’amico Giorgio Caproni di come la memoria umana sia assolutamente non idonea al trattenimento musicale, incapace di ripercorrere il minuzioso concerto dei segnali sonori di un bosco, legati l’un l’altro da un’incessante struttura che è possibile comprendere ed avere solo nell’esperienza vivente del passaggio. E la poesia, o meglio dire: il pensiero fonico, è quanto di più somigliante a tale esperienza.).
Dove ci conduce nel libro di Maria Grazia Calandrone questo sentiero, questa selva sonora, questo “bello”? Ad un evento tragico, la morte. Ci conduce cioè all’emergenza del “tremendo” di cui parlava l’elegia di Rilke.
In questo senso l’Opera è un vero e proprio ciclo, il cui primo verso ci dice che «La terra era bellissima» e l’ultimo (una sorta di preludio al silenzio dell’assimilazione) chiude con queste parole: «Io più di questo non potevo fare per mettere argine a questa fine». 
Si dovrebbe meglio definire questa interpretazione dicotomica tra la "bellezza" e la "fine", perché Sulla bocca di tutti è un’opera liquida, in cui i due poli dell’interpretazione umana vengono sciolti in un unico corso fluviale di grazia e cenere, lutto e battesimo, sangue e neve: «lo sposalizio segreto» (sono parole del libro) della «luce nelle ossa».
Di cosa stiamo parlando, o meglio: di cosa ci sta parlando il libro, è presto detto: l’evento, l’irreversibile momento di questo viaggio nell’universo della memoria fisica (e cioè di quella memoria che si manifesta da sé nelle eco dei sensi, in una continua apertura di passaggi segreti e digressioni), è il suicido materno, che da un’origine misterica dell’infanzia torna ed emerge come un’emergenza da affrontare, un’esigenza di portare luce e chiarezza sopra un nodo coagulato di senso rimasto coperto, omesso; come una chiamata a scendere, «col passo e col pensiero», in un abisso fondativo dell’esistenza individuale.
La parola poetica di Sulla bocca di tutti ha la consistenza di una bacca di sangue, come il sanguinaccio dei piccoli paesi rurali, un rubino che si aggruma sul fuoco coagulando il sangue del vitello ucciso, e che poi si scioglie e rivela nel palmo della mano, al calore della condivisione.
Anche il mistero di questo libro si rivela a partire da ogni sua singola parola-gemma, coagulata di senso e suono, nella sua crudeltà di storia privata e reale: la scomparsa materna nelle acque del Tevere.
C’è un coraggio duro, di confessione e adiacenza, di fedeltà al dolore vissuto e vivente, che in un ambiente letterario (e in un'antropologia nazionale) sempre più prede della vergogna e della ossessione patologica e schifiltosa nei confronti della sincerità non educata ai canoni dell’ipocrisia (o del travestitismo) può risultare (addirittura) sconvolgente, esplosivo, vulcanico. Si tratta invece di un bagno di delicatezza, di un raffinato naufragio, elegante come l'ordito ritmico, la trama prosodica, lo stile della costruzione del verso e delle dilatazioni apparentemente prosastiche dei proemi. 
L'io poetico, che si dipana in maniera omogenea e in una lingua lirica cristallina e tagliente (la lingua della poesia, da Petrarca ad Amelia Rosselli), subisce (come ne Lo specchio di Tarkovskij) una mitosi, cioè quel processo di filiazione, di separazione cellulare, sdoppiandosi dalla prima persona della scomparsa, di una madre «pazza d’amore perdutamente incatenata», al soggetto ricordante e figliare, l'autrice; da un luogo cioè segreto e mitico della memoria individuale al «guscio esterno della terra».
Ho spesso avuto a mente un’immagine di Umberto Saba, un verso dalla poesia “Il torrente”, in cui l’acqua del fiume «dove ristagna scopre cose immonde».
Le cose immonde di Saba sono le verità emerse, spinte dal di dentro dell'inconscio al di fuori (sue definizioni) della scrittura, come un Cuore messo a nudo del nostro Baudelaire italiano.
Maria Grazia Calandrone scrive: “Ecco il mio cuore / più mio.”. E scrive ancora: “Non cercarmi altrove: sono queste parole.”.
Io credo che ci troviamo di fronte ad un’opera molto significativa ed importante, che mi ha fatto pensare anche alla centralità di un’altra opera-confessione e rosario come il Requiem di Anna Achmatova.
In un’epoca di dispersione e rimozione, che ha abolito capacità di raccoglimento e di scavo interiore per far posto ad una solitudine di massa istericamente taciuta e falsata, una ricerca autenticamente solitaria (la «solitudine perfetta», la definisce l'autrice) di assimilazione del sommerso e consegna della verità ritrovata, assume forse una posizione talmente morale (davvero una fedeltà, un “Compito” per tornare a Rilke) da risultare, ben oltre la dimensione della confessione, una presa di posizione storica, un approccio nei confronti del vivere e dello scrivere, del pensarsi e del dirsi, che ci riguarda direttamente e storicamente.
Bisogna guardare a fondo, nelle acque del fiume. 
 
Elena PriviteraMaria Grazia Calandrone – L’inarginabile colpa"FemminArt Review", novembre 2010 - E’ il vaticinio postumo della distruzione che in Maria Grazia Calandrone è come il peccato: originale. La sua poesia si snoda tenue e sobria come chi ha ancora pace da intendere, non indugia negli inutili aforismi di una realtà troppo cruda da essere digerita, se pur malamente, si lascia andare nell’assoluto realismo dell’onirico descrittivo, accettato per non essere da meno nell’enorme proscenio dell’assurdo fatto persone. “Magnitudine e rose sui corpi festivi e carichi di un lamento inaudito”. Maria Grazia è troppo cosciente e senziente dell’abominio da voler essere passato, in un rigore logico che non è pessimismo, più o meno gratuito, ma assunzione di responsabilità senza fremiti né gemiti, con il compìto respiro che i suoi gangli vitali, quel “forame pupillare che è una spugna di luce dell’altro mondo”, le consentono, anzi le obbligano per modestia cosmica di sofferenza. “Io volevo passare senza dolore. Io volevo diventare il passato come quella inservibile oscurità sul lago artificiale”.
Commuove la disponibilità ad essere transeunte del dolore, come se la sua scorza non avesse timore alcuno ad essere incisa e lacerata, perché per lei lo strazio fa parte di un passato infuturibile, appunto. E su questo registro è pronta a rimodellare gli schemi, quali il maschio, l’amore, la felicità delle relazioni, lasciandoli intatti, e diluendo il loro rancore nella colpa propria, irrintracciabile per assunto, perché possa continuare a vivere nella morte nobile del senso. “Siete corpi iniziati dal nome e da quel nome – mamma – evaporate con quegli occhi iniziali scacciati dal dolore e dal freddo come bestie”, rivolto, forse, a uomini pedine dell’incontrollata voglia di morire che si specchia nei suoi occhi, mutandosi in colpa, per anelito a salvare quel che del mondo c’è ancora in termini di “lamento inaudito”. “Non furono le pallottole dei soldati ubriachi a far morire ha ieled shelì, fu il peso del mio abbraccio sotto il peso dei corpi”. E’ poesia che si estingue nel suo inizio infinito, non reiterazione semantica, ma sacrificio che si rinnova, puntuale, spietato, mai sazio di sé.
“Lo sguardo di mia madre era spaventoso – sotto lei era un mare di corpi coperti nell’anima – io tacqui come fanghiglia nera”.
Quindi l’amore. Non è un partito preso, in Maria Grazia, come sovente accade, quello di irridere a trappole umane sofisticate con grazia, torbidi marchingegni di menti raffinatissime tese al dilaniamento del proprio simile, orgoglio di potere. No, per Maria Grazia paradossalmente il Potere è estinto da un pezzo, e l’horror ispiratore è solo una “insipida calca di neve che l’inverno sottrae ai nostri volti per ammucchiarsi sopra le campagne come un cane evaporante, lunatico”. Per Maria Grazia il dado è tratto da tempo immemorabile e la sua nuova etica di vita, riconoscibile a fiuto, è quella di avallare i bisbigli amari e acidi, come si concede amore ad un soldato in pausa dalla trincea, tacendo sulle sue contraddizioni di uomo-terra, perché da dove viene e dove andrà non c’è bisogno di humus che non sia se stesso.”Abbiamo – terra e rogo, sul volto, rimasugli di sangue, l’estasi”. L’estasi secondo Maria Grazia: reggere lo sguardo al sangue mentre si è costretti, a fare l’amore.
E quindi, “Posa il tuo piede sopra le mie spalle, adopera la scala delle mie vertebre che reggono l’atlante cerebrale, per calzare nel sacco della pelle l’autosufficienza della tua forma”. Beninteso, così facendo non è che Maria Grazia si escluda dalla portanza di un dolore proprio, tacendone l’interposto, lei sa che le costerebbe l’elusione dalla sua identità così vitale per la sua stessa morte, compagna di vita di morti analoghe, vestite di estatica compromissione. E così si tende, a “trasformare in ancora più amore il disastro che ha fatto la tua croce nella mia vita”. E’ chiaro, chiarissimo. “A trasformare l’osso esposto della croce nell’aprile del non voler morire”. Lei, per cui morire equivale a vivere, cioè nulla.
Straordinario, amore e morte che si fondono in una inedita, questa sì futuribile, incrollabile robusta fede nell’uomo e nella sua fine. “Inserisci la lingua nel fermaglio e domanda la grazia del martirio”. E’ questo l’amore, cautela del trapasso.
“Non creare eccessiva sofferenza all’animale durante il sacrificio, controlla che la lama sia tagliente”. 
 
Gerhard Mumelter del quotidiano austriaco "Der Standard", "Internazionale" 870, 29.10.10 - “La poesia”, sostiene Maria Grazia Calandrone, “allena a una spiritualità libera da dogmi”. L’ultimo volume della poetessa e performer romana di 46 anni sembra darle ragione. Sono liriche forti dal linguaggio complesso dedicate alla precarietà della condizione umana. Corporalità, morte e rinascita si intrecciano in immagini visionarie, la poesia serve come “autopsia degli arti vivi”: “Sia vendemmiata / l’uvaspina dell’osso / e l’osso sia uno stelo falciato. / Venga lasciato aperto il foro d’ingresso delle aracnidi / e le parole messe a disposizione / del ferro disumano del cuore”. 
Calandrone cerca di dare voce al “corpo senza verbo che fu all’inizio” e lo fa con immagini
struggenti dense di allusion tragiche, che spesso ricordano le oscure visioni di Paul Celan:
“Il fiume è viola / mio plumbeo paramento profano: / sono concime fatto per trasformarsi
in luce / sono passato per l’intestino di carpe, rovelle e anguille / e tutto si moltiplica e si arrende / dentro l’acqua corrotta dal dolore”. Nel suo nuovo libro Maria Grazia Calandrone si conferma come personaggio singolare e affascinante.
Entrare nel suo complesso mondo poetico non è sempre facile, ma è stimolante e suggestivo. 
 
Leone D’Ambrosio, La Calandrone “Sulla bocca di tutti”, Il Territorio", 16.10.10 - La necessità di comunicare nell’ultimo libro della poetessa romana - Della sua poesia qualcuno ha già detto ch’è “fiato di vulcano”. Così in tutte le sue opere precedenti la poetessa romana, tra le più accreditate, testimonia l’elemento essenziale della funzione poetica, ovvero la necessità di comunicare. […] È un roteare continuo, ininterrotto di immagini che fluttuano verso il dissolvimento per cercare di afferrare la recondita parvenza dell'essenza. Così tutto si adombra di qualcosa di indefinito soprattutto quando la Calandrone definisce e porta la lingua sullo spessore del reale. Il diafano sembra possedere il suo spirito e quindi ogni cosa si trasforma in un canto che sembra arrivare da lontananze estreme, dove ancora la razionalità è un'infanzia dorata e imprendibile. Una poetica quanto mai realistica, pregna di significazioni etiche che evidenzia una personalità forte e sensibile alla quotidiana realtà umana. I versi della Calandrone si manifestano come una meditazione d’innegabile fermezza sociale, pronta a diventare appello contro le decisioni dolenti degli uomini. […] “Sulla bocca di tutti” è un bel libro di poesie e rappresenta la via tortuosa che si trova a percorrere ogni uomo per il raggiungimento della propria libertà interiore. 
 
Stefano Lecchini, "Gazzetta di Parma", agosto 2010 - Giunta alla quinta raccolta (Sulla bocca di tutti, Crocetti), la voce di Maria Grazia Calandrone ha acquisito un timbro ormai inconfondibile: una colata magmatica (si pensi però a Dylan Thomas piuttosto che a un certo Luzi), in cui la lava al calor bianco della prosodia finisce per rapprendersi in una visionarietà feroce ma capace di secco splendore minerale; e se le lesioni dei nessi sintattici, in queste nuove composizioni, risultano in qualche modo cauterizzate (ossia sanate dal fuoco stesso di quella pronuncia), l'inarginabile invasamento analogico-oracolare che dilaga sulla pagina e sporca felicemente ogni astrazione residua, fa quasi pensare che il bianco piantato fra brano e brano sia solo un'interruzione di comodo – la temperie e la temperatura del dettato risultando senza alcuna interruzione omogenee. La preoccupazione principe incistata nelle sentenze e nelle figure, che pure riescono a emergere dal ribollire del magma, sembra essere quella di disfarsi dell'ingombro, dell'imbratto del corpo. La Calandrone, in più di un punto, è perentoria; ma il culmine lo si raggiunge osservando le sagome, soprattutto umane, che precipitano dal World Trade Center in fiamme: “A ogni cosa caduta / corrisponde una luce, uno spazio / che prima era occupato. Pensa che se tu cadi / fai luce.” I nostri corpi dovranno semplicemente imparare a ridursi ai minimi termini; dovranno sfarinarsi e sgretolarsi, deporre l'armatura, farsi puro scheletro, puro osso, pure ancelle della terra che vi passerà attraverso, per accogliere incrollabili, e diventare, il vento del perdono: e rinascere in tal modo all'innocenza luminosa dell'infanzia: “I bambini non hanno organi interni / sono aquiloni / pula / palloncini / (...) / e catene di ossa / abbandonate sull'altare / di una riva...” In questo abbraccio di rapina e resistenza (che da un punto di vista stilistico, se non addirittura lessicale, sono pure i due poli attorno ai quali ruota la raccolta: estasi, anche dolorosa, della visione, e crudeltà della precisione terminologica), si gioca ogni equilibrio: compreso quello, supremo, che ci permette di lasciar accadere il mondo, e di essere alla fine sovrastati dalla sua “equanime bellezza”. 

Dante Maffia, "Polimnia" n. 23, 1-2.12 - Il mondo odierno, il mondo antico, la memoria, il mito, la scia di idee, di sensazioni, di sentimenti che tra loro cozzano e si divincolano dal mistero per trovare una dimensione umana, perfino troppo umana. E le atmosfere sibilline, in pagine che fanno rimbalzare le parole da un senso all'altro, da un'improvvisa verità che però non resta ferma nel suo guscio e si trasforma in ritmo sincopato del dire quasi negandosi al senso. La scrittura di Maria Grazia Calandrone ha qualcosa di imprendibile e di magicamente alto, è come se le parole fossero oggetti contundenti che tuttavia non vogliono fare male, ma squarciare il significato in modo da farlo diventare un atto della quotidianità. "Io non sapevo reggere tutta quella importanza, io stavo / con i cani che scintillano nel crepuscolo / con i meli che stillano il calore / del pomeriggio e una mollezza di verdure estive nei bracieri / e un creparsi ossidrico delle conche del cuore..". È un roteare continuo, ininterrotto di immagini che fluttuano verso il dissolvimento per cercare di afferrare la recondita parvenza dell'essenza. Così tutto si adombra di qualcosa di indefinito soprattutto quando la Calandrone definisce e porta la lingua sullo spessore del reale. Il diafano sembra possedere il suo spirito e quindi ogni cosa si trasforma in un canto che sembra arrivare da lontananze estreme, dove ancora la razionalità è un'infanzia dorata e imprendibile. "Io dimentico il male / ma ricordo una terra che odorava di ruggine e d'inizio / con fiori di sale nelle ossa / degli asini domestici / che emergevano dalla madre / erosa". Versi lunghi e versi brevi si alternano creando una sorta di fibrillazione ritmica che non permette di fermarsi né sulle descrizioni né sul paesaggio né sulle idee: tutto rotola in un incessante angelico-demoniaco librarsi di accensioni che svelano e negano, che accendono linfa per ulteriori accessi al divino e al misterico per subito dileguarsi. Del resto a un certo punto la Calandrone scrive: "Ci fu un tempo del quale rechiamo le tracce. Ma comunque / la musica / delle apparizioni bisognava che si sentisse molto male / come da una radiolina / a transistor". Mi sembra che questo possa essere un esempio probante del procedere della poetessa che ha in sé il dono del magma da cui attinge a piene mani, spesso portandoci dentro climi di tenerezza e di dolcezza e più spesso disorientandoci per l'afflusso di materiali perfino inerti che condiscono la sua parola. C'è in lei, forte e decisa, la forza di un dilemma che non riesce a trovare la direzione e così tutto si avviluppa in un farsi e disfarsi che scintilla di metafore, di sinestesie, di affondi musicali che vanno disinvoltamente dalla musica classica al jazz, dal canto gregoriano al rock. A volte addirittura alcune pagine diventano stupore di pittura primitiva, fiato di vulcano. 

Franca Alaimo, "Poesia" n. 253, ottobre 2010 - “Al principio fu il corpo senza verbo” e “Una ossessione mia di sempre è la necessità della coincidenza tra la poesia e il suo autore”: si tratta, rispettivamente, del primo verso, e per di più isolato e perciò molto “visibile”, che dà inizio a Anatomia, la falsa porta e di un’affermazione di Maria Grazia, tratta da un suo pubblico intervento sulla poesia; li cito entrambi perché, anche se sembrano a prima vista non possedere elementi di contiguità, si assicurano una lettura esatta solo grazie ad un vicendevole sostegno. 
Maria Grazia è stata destinata sin da bambina ad un destino speciale a cui ella è andata incontro con la più assoluta ubbidienza. La madre, come la Maria del Caravaggio, morì suicida per annegamento nelle acque del Tevere, proprio come la modella che il pittore aveva scelto per raffigurare il transito della madre celeste. Parallelo, anche questo, assai fecondo, come si vedrà, nella versificazione della poeta. Questo corpo muto della madre, muto di morte, ma fecondo d’amore, poiché per amore ella aveva scelto il suicidio, è per l’autrice, l’eletta figura, come scriverebbe Cristina Campo, dalla quale sgorga la poesia: “Una sposa con l’acqua nella bocca attraversa il mio corpo / dalla testa / ai piedi…” Essa permette la coincidenza fra l’autrice e la sua poesia. Che significa, poeticamente, che “il poeta parla direttamente dal mondo dei morti o che i morti parlano per la sua bocca”, poiché essi ci amano di un amore tenace senza che ne “siamo raggiunti, riscaldati, colmati di conforto e consolati”. 
Non si tratta soltanto di una consapevolezza letteraria di continuità e contaminazione creativa, né di una coscienza storica tout court che sarebbe, d’altra parte, banale enunciare come uno dei capisaldi del proprio poetare. Si tratta, invece, di cercare nella doppia direzione biografica ed emotiva (ben intuibile alla luce degli eventi a tutti noti, perché fatti oggetto all’epoca del loro accadimento, dai mass media); ma soprattutto in una singolare dimensione panica e metamorfica, secondo la quale gli elementi della natura e gli uomini, pur costituendo il territorio della “Signora della Perdita”, sono entrambi destinati di nuovo, ogni giorno, a fiorire. Così, la dolorosa necessità della vita, mentre si addobba di segnali di morte, parla anche la lingua della gioia, della forza vitale che pretende nuove terre da arare e nuovi semi da spargere per altri fiori e frutti, rendendo vicinissimi e del tutto simili i corpi di tutte le creature terrestri. 
Una caritatevole ed insieme gioiosa curiosità spinge la Calandone a guardare dentro i corpi e le loro strutture; e da questo sguardo ostinato ed amoroso si genera quell’abbondanza quasi barocca di parole ed immagini, che non hanno affatto, però, in sé l’horror vacui, ma, invece, quella consapevolezza della grazia a cui fa posto “il corpo che si perde poco a poco”. Ed è grazia di voce, allegria di parole, poesia. Ecco che bisogna tornare al personaggio di Maria, cui prima accennavo, perché Maria è un simbolo gravido di molteplici sensi, significando la maternità in senso doppiamente biografico ( la madre morta d’acqua, la poeta stessa anch’essa da poco madre di una bimba), la maternità come vitalità fecondante, l’amore come servizio e destino, la morte come sacrificio di sé, ed infine, la poesia stessa, ossia il parto di parole annunciato dall’angelo che ha “la crepa profetica del forcipe alla sommità del cranio e una valva d’etere nel petto”. Da qui il rovesciamento dall’evangelico: all’inizio era solo il Verbo in all’inizio c’era il corpo. 
Una congerie di filamenti, una piena di sangue e di ferite e di carni aperte da ferri chirurgici, straziate, enfiate, e muscoli, e membra umane ed animali, elementi vegetali, si accumulano, travasano le loro appartenenze in un solo spettacolo, ossessivo e di rara potenza espressiva, di disfacimento in attesa di risurrezioni, poiché proprio al confine tra uno stato e l’altro si accende la luce che rivela e che ridà senso e colore alle cose. Ciò che sta per diventare invisibile di nuovo trapassa nel visibile e canta il suo esserci, il suo destino che resta per sempre inscritto nel tempo.
La morte che passa e falcia (immagine che ricorda certe celebri tele medioevali) giunge spesso con il passo della guerra, la cui presenza, in quanto attraversa molti dei testi di questo libro, costituisce anche il tramite dell’immissione della storia personale dell’autrice in quella più vasta del mondo. Sono riconoscibili, infatti, molteplici allusioni alle guerre combattute nel passato e nel presente e, finanche alla tragedia del crollo delle due Torri gemelle. Chi non ricorda quelli che, per sfuggire al fuoco, si gettarono dalle finestre dei grattacieli? L’immagine della ragazza, che tutti abbiamo visto, la quale come una foglia si staccò da sola / dall’albero cavernoso del grattacielo si fissa sulla pagina dopo la doppia affermazione: Ad ogni cosa caduta / corrisponde una luce e Pensa che se tu cadi fai luce, poiché anche lei, avvinta dalla sua “paura primordiale” “al centro del miei occhi batteva la luce”.
Guerra e morte non si contrappongono, ma si affiancano alla ricomposizione ed all’amore; in questa nuova ottica bisogna leggere anche i testi della prima sezione Quando non eravamo, i più autobiografici, che mettono in scena l’archetipo letterario di amore e morte sotto forma di un compianto pronunciato dalla donna, già morta, al suo amato anch’egli morto, sposo mai terrestre, dove, fra l’altro, quegli accenti di liricità tanto diffusa nella poesia di Maria Grazia Calandrone, giungono a dei vertici di straordinario impatto, nonostante la qualità topica dei sentimenti espressi. 
La liricità della poesia di Maria Grazia sembra nascere da una serena pietas e da un indomito amore nei confronti della vicenda esistenziale e trova i luoghi migliori nelle sue manifestazioni estreme: la tragicità e la bellezza spesso congiunte, poiché entrambi segnali della dolcezza inesplicabile dell’effimero “Lui ha le braccia incrociate sul petto come roccia / nera / e cocci di mandibola nei seni nasali: l’emorragia / cerebrale salita come bistro fino agli occhi lo faceva più / bello e più felice.
Il linguaggio usato dall’autrice, complesso, singolare e maturo, denota un lungo esercizio sul codice comune di comunicazione, alla ricerca di uno stile. “Dire con stile – afferma la stessa Calandrone nell’intervento già citato - è divenuto sempre più indispensabile. E, permettetemi di dire, tanto più necessario alla società quanto più la comunicazione sociale diventa fittizia, deviata, falsificata come in questi nostri tempi di rimozione globale”. 
 
Museo Capodimonte, Napoli, 27.10.11 - con: Luigi Trucillo, Yves Bonnefoy, Milo De Angelis
 
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Teatro Comunale, Città della Pieve, 3.10.10 - con: Enrico Cerquiglini, Walter Pedullà, Davide Nota, Roberto Deidier, Elio Pecora

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