Libri

Il bene morale (Crocetti, 2017)

Premio Città di Conza 2018

finalista Premio Internazionale Cetonaverde 2018
finalista Premio Lorenzo Montano 2018

Il bene morale di Maria Grazia Calandrone canta a voce libera e gioiosa il canto dell’infanzia, proprio mentre, con l’altra sua voce, ci interroga duramente sull’orrore umano, soffermandosi sui dettagli delle camere a gas, del disastro del Vajont o della strage contemporanea e permanente di migranti nei nostri mari, così da evidenziare il controcanto tra quello che il bene dell’uomo vorrebbe essere e quello che la realtà della storia mostra che siamo capaci di essere. Bene morale, dunque. Ovvero bene etico, responsabile, per un’autrice che ha già definito noi uomini “macchine responsabili”. Un libro dalla parte delle vittime, sulla persistenza dell’amore e sull’evoluzione della specie, ma soprattutto sull’ottimismo della volontà, dove Calandrone dedica alcune luminosissime pagine alla città dove abita, Roma, e un intero poemetto alla struggente icona infantile di Marilyn Monroe.

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"Il libro che voglio comprare s’intitola Il bene morale, è un libro che ho letto e lo voglio comprare per regalarlo, perché è un libro che fa bene, perché in questo tempo così privo di pietà è un libro di grande compassione e soprattutto di grande forza poetica. Mariangela Gualtieri, intervista a RaiNews24 (7.7.18)

motivazione finale Premio Cetonaverde Poesia Con questo libro, che raccoglie testi composti dal 2010 a oggi, MGC si distingue per una forte coscienza del proprio agire letterario, sempre in armonia con il reale. Un atteggiamento di complice dolcezza ("guardando i fiori come fossimo fiori") irradia nel testo un senso di sospensione e eternità. L'attenta osservazione dei meccanismi vegetali (per esempio "una capacità variabile / di sopportare tagli"), rende possibile una scrittura partecipata, una parola-albero che accende le "macchine da fiore". E permette al linguaggio di creare "formazioni audaci", anche se con pacatezza. MGC dimostra grande abilità nel passare dal verso breve alla prosa, dalla canzone all'ipermetro, e tuttavia non trattiene una magmatica virulenza del dettato. È poetessa notturna, che non tralascia i minimi movimenti muscolari e tocca i più disparati temi civili, dal disastro nucleare di Fukushima alla Shoah, dalle tragedie migratorie del Mediterraneo al Vajont. Senza dimenticare la scena del ritrovamento del cadavere di Marilyn Monroe. Spesso ambientata a Roma, dove 'autrice vive e lavora, la poesia di questa raccolta non disdegna crimini ed eccessi, perché in fondo, come leggiamo in questa pagine, "la scrittura nacque per tenere i conti di sale e olive": Esplicita è la "tendenza a stare / nella lacerazione", nel sentimento del dolore; a farsi interprete di "un magnetismo imperdonabile" e di "una collettiva dedizione". Così la poesia sanguina, "come sanguina una pietra". Se infatti "il canto è innocente", "gli oggetti sono più innocenti del canto". Anche per questo le pagine si popolano di animali (persino quelli non ancora nominati) e si offrono al lettore come "un ottuso atto di fiducia nella bellezza" (Alberto Pellegatta)

motivazione Premio Città di Conza Poetica tanto più rimarchevole, questa di Maria Grazia Calandrone, con infrequente, accortissima aderenza a due istanze: quella lirica, logica, ritmica, associativa, e  quella mordace, disinibita e corrosiva che afferra per la gola la disfunzione sociale, il tasso di anomia, il livello di deresponsabilizzazione e di demagogia, l'eterodirezione a cui si abbandonano individuo e comunità, al prezzo di un disagio crescente, anticamera della disidentità, dell'entropia (a/im)morale. La cultura e la sensibilità reticolare della poeta acuiscono la drammatica consapevolezza della malattia sociale e costituiscono la punteggiatura di una scommessa rischiosa, per il sé e per l'altro da sé, per l'effetto di straniamento che si alterna e si intrude in un coinvolgimento irradiante, empatico. La prosodia modulata sulla respirazione dell'autore che compone, nel momento in cui compone, lo strappo-scintilla del Poiein è la vis ora prorompente, psichica, gnostica, ora carsica che ripara la frattura tra lingua letteraria e atto del parlare.

Quest’arancia contiene una rivelazione,

manifesta lo schiacciamento ai poli del geoide e il concetto di crosta terrestre (la scorza, il pericarpo) e mantello (la pellicola, il callo bianco) che trattengono il materiale fluido della lava (la polpa, il magma) ordinato in logge paragonabili ai pennacchi
della astenosfera terrestre. Assomiglieremo inoltre la zona solida del nucleo al seme della terra che cristallizza il materiale ferroso. Le scorie della vita terrena stanno al centro – e tutto intorno
irradia una sempre minore contrazione del peso. Ci leviamo verso la superficie – dove maggiore
è l’aria – come stati di ombra.

Nella struttura a strati dell’arancia c’è il cosmo
spiegato ai ragazzi. Soliloquio di prismi, calore, protuberanze e irregolarità – collisioni di plasma sotto la crosta oceanica
della buccia.

Ma i ragazzi mangiano le arance
seduti in gruppo intorno alla fontana, sotto il sole
spolpano il cuore senza prima avere messo a nudo la sua sfera, senza prima avere
scalzato la scorza
della sfera. Così, da un incidente nasce uno stile.

Il tarocco solare è altresì istruttivo e gentile: colmo di una aspirazione alla modestia, simula (suo malgrado) la consistenza delle nostre natiche. Ne consegue
che la sua volenterosa sfericità venga sovente sottoposta alla puntura dell’inesperienza. Ahi!, apprendisti infermieri, questo danno che stilla senza dolore – questa passione inerme – questo finto cuore.

da LE METAFORE DELL’AMOR PERDUTO
3. Ma il mio amore non smette
 
Non toccarmi, non sono questa cenere
né la salvezza
della carne viva
non la rosa
ma il canto
di una cosa.
 
Non toccarmi, non sento più dolore
dell’oggetto composto in tutti i sensi
da superfici: strati
di bianco
fino nel buio della profondità, steli d’aria
dal cuore che è
statue in elevazione
uno stato di cose senza sguardo.
 
Non toccarmi, non ho più intelligenza
dell’albero che ciecamente frutta.
Ho sentito qualcosa che sovrastava.
Ho sentito che siamo incorruttibili.
Ecco allora i bambini
monumenti alla gioia
del corpo quando è forte
più del dolore, monumenti su coppe di silenzio
e un rumore di botole su lastre bianche.
 
Non toccarmi, sono la pietra bianca
e l’animale sotto la sua luce senza oggetto
e la parte profonda del cielo come una tunica di rovi
e il ruotare dei rovi.
Sotto il sasso c’è un rivolo di sangue, un insetto
senza speranza
e senza dolore
ma il suo canto si spegnerà per ultimo.
 
Non toccarmi, ho sognato che in cielo
ruotavano i pianeti e io tra quelli
portavo il cuore
esposto, perché la terra è piccola per il dolore
ma qualcosa perdeva sangue, ancora.

L’idiozia o lo splendore della bellezza
 
Adesso credo necessario un ottuso atto di fiducia nella bellezza. Agire come non fossimo mai stati. Come non fossimo mai stati traditi. Come se non avessimo visto i nostri cari morire. Agire come se fosse la prima volta. Con la stessa innocenza di Cristo. Con la medesima mortalità elettiva. Abbandoniamo tutta la speranza e tutta la sapienza come il Cristo di Hans Holbein – radice appunto immaginaria de L’idiota dostoevskiano – che nemmeno ha interesse a risorgere, che non ha più interesse a essere divino. Che non ha più interesse. Ma che, compiuto il dovere di riaprire una strada a suo modo esemplare tra i rovi del mondo, abbandona se stesso – non il suo corpo: se stesso – alla manomissione che una morte completamente umana farà della sua carne. Diventiamo la bellezza perfetta del dio morto, perché solo la fine è infinita e su di essa sola la bellezza si accampa. Assumiamo la bellezza campale del dio morto. Ovvero del perfetto idiota dostoevskiano, che non ha più la ferita e la nostalgia del risorto di Rilke per l’esperienza regale della finitudine che, nonostante tutto, costruisce imperi di parole. L’idiota agisce come agirà il Cavaliere di Hughes. Egli è il suo stendardo e di quello stracci. Essere stracci della propria gloria. Essere coscienziosamente carne. Carne mortale. Niente. Dante che sviene continuamente. Mostrare la bellezza di una fine che non scavalca e non trascende se stessa. Carne fatta serena come pietra. Carne completa. L’idiozia della pietra e dell’osso, l’idiozia della cosa, ovvero la più acuta tra le intelligenze, la più radicale bellezza e la bontà più radiante, la bontà idiota che Dostoevskij definiva appunto attraverso la parola prekrasnyj, a dire “lo splendore della bellezza”. 
 
luglio 2011
 
Tangenziale Est
 
Voi non sapete la vostra bellezza, i colori magnifici che fate, la vastità marina dei cassetti
con le isole meridiane dei calzini
amaranto al mattino, come commuova il lasco
delle frizioni in questa ora quieta del Sud.
 
Tra corpo e polietilene non c’è spazio. Eppure resiste
qualcosa
di ancora non caduto, di non completamente
disseccato. Scocca di resine. Organi
scuri e molli. Milza. Pistone. Adesso guarda
dentro questa assenza di spazio, tocca questo stiparsi. La materia granata
del cuore. Contachilometri. Stantuffo. Serratura. Portello
posteriore. Gangli
di cavi e valvole. La pituitaria. Ganglio
dell’ipotalamo. Ora abbandona tutta la speranza
lascia che affiori
dal tuo volto la meridiana gialla
del caso – giallo
radiante, giallo
maturo. Un sorriso
di scimmia. Bianco. Un sorriso
canino. Cambio. Filo dei freni. Tendini
e loro estensione. La gravità ci piega verso il basso. Cilindri, aghi
e puntatori. Prolungamento delle rotule nell’albero
motore. Il biglietto coi nomi che hai lasciato
nella cavità della roccia,
la scia di sangue con la quale hai sbiancato il suo cuore.
[...]

Sotto di voi è distesa la colata di pace
della carreggiata. Raramente qualcosa
deraglia. Solo talvolta il cuore – l’orbita
magna – guizza
nella maglia d’uranio
della sopraelevata. Solo talvolta
un soffio del sangue
porta fin qui, sui groppi
di cemento del ponte
la luce delle rose. Allora
la gabbia di zinco dello spartitraffico riluce in questa quiete
come la scia del sorriso degli immortali
allora soffia
sulla groppa di minerale inerte che s’inarca
nell’ampia e bianca radiazione
tra Scalo San Lorenzo e
Via Prenestina un’asciuttezza di sabbia
con le rovine e le biciclette d’oro.
 
Adesso sei continuamente in contatto
completamente divaricato dal canto
sei allo scoperto, tutto
smemoratezza, esposto
in tutta la superficie
e per ciò inattaccabile
sdrucciolo
brilli come una catena di luce che oscilla.
Brilli come una cosa.
Sei curvo come un masso di sentimenti.
Riesci ad amare il tuo benefattore.
                                                                 
Roma, 29 settembre 2011
 
Canzone
 
Canto perché ritorni
quando canto
canto perché attraversi tutti i giorni
miglia di solitudine
per asciugarmi il pianto.
 
Ma ho vergogna di chiederti tanto
e smetto il canto.
 
Canto e sono leggero 
come un fiore di tiglio
canto e siedo davvero
dove mi meraviglio:
 
all’inizio del mondo
 
c’è l’ombra bianca delle prime rose
che non sono più amare
perché canto e ti vedo tornare
come tornano a riva le cose:
senza passato,
con il petto lavato
dal mare.
 
Ecco!,
 
sali le scale come un ragazzino
che scrolla dalle ciglia una corona di sale,
dà due beccate d’indice
alla porta, s’inginocchia
in fretta, in fretta
dice: “Vieni!,
ti porto al mare” e mi sorride, dalla sua statura
di nevischio e di rose, dalla sua garza d’anima salvata
dalle piccole cose.
 
Dalla sua bocca bianca ride il mondo
e ridono le cose
trasparenti del cielo
se, girandosi appena
per pudore, dice: “Lo vedi, non ho più paura”
 
come parlando a un’ombra evaporata
nell’innocenza
 
calma delle ginestre, a un fiatare di rose
andato via per le finestre
aperte
fino alle fondamenta.
 
Così mi lasci nell’aperto privo
di peso. E allora canto
lo stare seduti
nel vivo, tutto l’amore privo,
che non smetta
 
la presenza perfetta
di chi non pesa
 
ma è senza volontà, senza maceria, senza l’avvenimento
della materia
 
è solo polvere che tende alla luce.
 
 
Roma, 30 settembre 2010

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intervista di Riccardo Giagni per Radio 3 Suite e la giornata della memoria (27.1.18)

un'intervista di Michele Paoletti in "Laboratori Poesia" (25.11.17)

la recensione di Niccolò Carosi per "Radio Italia Anni 60" (10.1.18)

Davide Toffoli - La voce poetica di Maria Grazia Calandrone è di quelle che non hanno bisogno di presentazioni. Nel 2017, per l’editore Crocetti, ha pubblicato “Il bene morale” che, a mio personale avviso, rappresenta una delle vette assolute della nostra poesia contemporanea. Un libro indispensabile, capace di lasciare un segno profondo, di entrare nelle pieghe della necessità più assoluta della parola; un libro coerente e ostinato, nei suoi obiettivi e nelle sue strategie comunicative. Apre “Un semplice esercizio di libertà”, che è più di una semplice dichiarazione di intenti, è piuttosto un approccio consigliato (“Guarda le cose / con dolcezza / e con dolcezza tu verrai guardato / dalle cose”), un invito a scambiarsi di posto con le creature del mondo, un inno ad accorgersi dell’alterità e al bisogno degli altri anche solo per parlare di vita [...]

Giovanna Frene – Maria Grazia Calandrone, che cos’è il bene? (alfabeta2 8.7.18) - Nel suo memoriale steso durante la detenzione a Cracovia, Comandante ad Auschwitz, Rudolf Höss evidenzia con scrupolo filologico lo zelo che lo aveva spinto a superare le tante difficoltà materiali nella conduzione di Auschwitz. Aggiunge spesso, poi, una frase agghiacciante: «Avevo ricevuto un ordine ed era mio dovere eseguirlo». Questa giustificazione sembra persuaderlo che ciò che si compie come dovere assolva sempre da ogni colpa. Come si spiega che si possa scambiare in maniera così grossolana il bene con il male?

Questo preambolo era necessario per introdurre la complessità di pensiero poetico a cui è giunta Maria Grazia Calandrone con quest’ultimo libro, la cui stesura è concomitante ai precedenti Serie fossile (2015) e Gli scomparsi (2017), dei quali riassume e supera il portato di empatia e di scavo nella biologia primordiale del sentire umano più profondo – ma è bene dire subito anche che Il bene morale rappresenta una sorta di summa poetica dell’intero tragitto poetico dell’autrice, la quale non è mai stata così vicina come qui al dettato dantesco, per argomentazione, nettezza del dire e lucidità dell’intento etico.

Già nella prima sezione, Alberi, vengono declinati gli elementi su cui il libro intero concresce: le strutture vegetali sono allo stesso tempo corpo e figura di ciò che dovrebbe essere la piena realizzazione della natura umana, nella sua essenza (per esempio, lo spacco sulla buccia di una pera è la ferita in cui «si rivela il vivo della polpa, granulare e bianca come la traccia dei morti»; si veda anche la sezione Questi corpi leggeri come presagi, specie nel richiamo a Baudelaire); il microcosmo diventa immagine del macrocosmo, e viceversa (per cui l’infanzia è lo stato puro di conoscenza, e si veda anche tutta la sezione degli oggetti in Roma); viene immediatamente squadernato tutto il mondo apparentemente altro della vegetazione con un lessico specialistico scientifico (tanto che a tratti davvero si può intravvedere quella che si potrebbe definire come una metafisica biologica; si veda per esempio tutta la sezione Lo stupore di cui eravamo fatti, dove emerge chiaramente un lògos di tipo biologico); gli alberi sono esempi perfetti di come la vittima sappia sopportare e rinascere («hanno anzi una capacità variabile / di sopportare tagli»); la struttura dei testi poetici, dopo un’ampia voluta argomentativa, si ricapitola in una sorta di chiusa gnomico-oracolare (in altri casi, la portata figurale dell’exemplum viene sciolta invece da un’argomentazione finale).

E specialmente viene subito a galla che la necessaria natura del bene, e insieme l’elemento panico che realizza la singolare essenza dell’uomo in quanto poeta, sta dalla parte degli sconfitti, dei feriti, dei morti della storia, grande e piccola. È infatti attraverso la ferita che si produce la parola («Raramente [...] passiamo intatti dall’essere una pera liscia e impassibile a essere una pera parlante, dotata cioè di ferita aperta»), e per questo chi testimonia con la parola, il poeta, non può che essere vinto come i vinti. Solo in questo stare nella ferita è poi possibile ritornare per converso alla natura, quella stessa da cui la parola sembrava avere staccato l’uomo razionale adulto.

Dagli accenti cristologici («Questo è il mio corpo», «Questa è la vigna delle mie ossa», «Elevazione della vittima», ecc.) e del Dante della Vita nova della prima sezione (ripresa in parte nella terza sezione, In un sistema di amore, dove si riconoscono le stimmate dei lunghi testi amorosi argomentativi di Serie fossile, per esempio in Poniamo il caso della gratitudine, o nel magnifico cameo à la Donne di Anatomia della lingua), ribaditi in più punti con i chiodi persuasivi dell’anafora, si passa così alla parte rovente di Vittime, Lecose vive e questi corpi leggeri come presagi.

La storia è percorsa interamente dal male: questo il dato di fatto. Come si spiega che si possa deliberatamente fare il male? Che cos’è, dunque, il bene? Il bene passa attraverso l’empatia con le vittime («basta poco, a conoscere, basta / identificarsi», ecc.). Spinoza afferma che «la Misericordia è Amore, in quanto produce nell’uomo un affetto per cui gode del bene altrui», e si rattrista per il male altrui (Calandrone: «I cattivi sono cattivi perché ottusi, ininterrottamente immersi nel bagno penale del proprio io [...] La poesia abitua alla identificazione [...] e dunque alla compassione, il più utile dei sentimenti umani» – e «utile», in Spinoza, è connesso alla realizzazione dell’essenza dell’uomo), aggiungendo che il bene è la virtù (Calandrone: «Io, che ho sentito il tuo dolore, non potrò mai più farti del male»). Non c’è retorica, dunque, nel racconto argomentativo dei migranti affogati nel Mar Mediterraneo (immagine stessa del naufragio di un Occidente che rifiuta la «faccenda umana»), o nel racconto della Shoah (su tutti il lungo verbale dell’orrore Verba Manent), nelle parole di un albero a Fukushima, nella sequenza sulla tragica esistenza di Marilyn Monroe, o nel poemetto sul Vajont: tutte sono conseguenze del fatto che «un essere umano non riconosce l’altro essere umano come simile».

Nitidezza che definisce la colpa come «vuoto umano», o fenomeno di «estraneità»; perciò il poeta non si pente di nulla di ciò che ha fatto, se non dell’«ignoranza del cuore». La vera conoscenza allora è un «ottuso atto di fiducia nella bellezza»: tutta la sezione Le cose vive viene spesa a dimostrare questo assunto duro, perché comporta l’accettazione dell’essere inermi rispetto alla violenza della storia e della morte, destini comuni dell’umanità. Ed è qui che si produce il riscatto, però: mentre il coro leopardiano delle mummie rivelava il nulla della vita, la parola del poeta si fa «canto immortale sulla bocca dei morti», perché è proprio della natura, o virtù, del poeta dissiparsi «in tutti quelli che sono».

Maurizio Cucchi, "la Regione (Bellinzona)", 18.4.18 - "Un poeta è profondamente coinvolto con le cose del mondo. Il suo compito è ricordare la grandezza possibile della nostra persona". Così scrive, e ha ragione, Maria Grazia Calandrone nel recente Il bene morale, nel quale la sua perlustrazione sensibile, febbrile, delle cose del mondo che vive in noi e attorno a noi, mostra un'energia e una generosità che intervengono anche sulla forma, aprendola in squarci lirici o molto più spesso a un fluviale dire prosastico di non comune effetto. Una proposta nuova anche in questo senso, che conferma la vitalità della sua poesia e la sua capacità di andare a fondo, tra amore e meraviglia quotidiana dell'esserci.

Nicola Bultrini, "Il Tempo", 15.1.18 - Maria Grazia Calandrone ci ha abituati ad una poesia magmatica, dall’andamento fluviale, che avvolge il lettore in un caleidoscopio instancabile. In questo ultimo lavoro invece (“Il bene morale”, euro 12,00, pag. 184, Crocetti Editore), il moto è tellurico e il dettato sussultorio. Il verso quindi si frantuma per poi ricomporsi in agglomerati intertestuali, assumendo un respiro piano, dilatato. La poetessa precisa, come dichiarazione di intenti che “un poeta è profondamente coinvolto con le cose del mondo. Il suo compito è mantenere la memoria della comunità umana. Il suo compito è ricordare la grandezza possibile della nostra persona”. Conseguentemente, la realtà è sempre chiamata per nome, l’anatomia del corpo (vivo o esanime) è giustificata e decrittata secondo verità. La trasfigurazione degli eventi (coerente con un laico ma pregnante lirismo) è sempre comunque aderente ad una concretezza materica; del resto “la poesia abitua alla identificazione (…) e dunque alla compassione, il più utile tra i sentimenti umani”. E proprio nella compassione (molte volte ribadita e nei contesti più differenti, quasi fosse una benigna ossessione), si svela una forte capacità di immedesimazione, mirabile ad esempio nella straziante suite sullo sterminio nei campi nazisti. Ma la voce della Calandrone rivela sempre una matrice sottocutanea ed autobiografica di esperienze, avviluppate attorno a duri nodi e nudi sentimenti, dinamiche e dialettiche. Lo sguardo speculante del poeta ha il suo dovere nella presa d’atto del mondo, dell’esemplare imperfezione, ma se “l’etica della specie non evolve”, “la feroce bellezza della vita”, necessita allora di un atto di fiducia. Un fiato di speranza, tanto vera e tenace, quanto ottusa, anche nella tragedia più schiacciante, nella violenza più assordante, “perché nessuno crede veramente al male”. Un libro di rara compiutezza e consapevolezza, che certifica la Calandrone come una delle voci più intense e significative della nostra poesia.

recensione ibs Ottima raccolta di poesie. L'autrice rivela una grande sensibilità e contemporaneamente una spiccata aderenza alla realtà. Niente melensaggini, solo parole che fanno bene. Lo consiglio senz'altro.

"L'Espresso", 4.2.18 

Andrea Galgano in "Frontiera di pagine", 7.2.18

Michele Paoletti, LaboratoriPoesia 19.4.18 "Il bene morale" di Maria Grazia Calandrone è un libro straordinario, un canto di gioia, d’amore e di compassione per le creature che posano il loro peso sulla terra. Difficile descrivere la ricchezza dei testi, la padronanza del linguaggio che spazia tra i vocaboli più disparati per restituirci poesie che si radicano dentro continuando a sorprenderci, lettura dopo lettura. Sicuramente uno dei libri più belli di quest’anno appena cominciato. Ho conosciuto i versi di Maria Grazia Calandrone qualche anno fa sulla rivista Poesia di Crocetti e sono rimasto subito affascinato dall’energia vitale che tracimava dalle sue parole. Oltre che dalle doti di scrittrice, sono rimasto colpito anche dall’intensa attività di promotrice della parola poetica e ancora di più dalla capacità di farsi corpo e voce della poesia, sua e degli altri (in tal proposito, ascoltatevi l’eccellente alfabetiere che ha curato per Radio Tre). Non credo sia un caso che Il bene morale (Crocetti, 2018) indaghi proprio i rapporti con l’altro, “la responsabilità dei nostri sentimenti, l’attenzione che dobbiamo al bene che proviamo e facciamo” come afferma l’autrice stessa parlando del libro nell’intervista che le ho fatto per laboratoripoesia.it. Un libro denso e importante – oltre 180 pagine – che si apre raccontando un semplice esercizio di libertà, un’esortazione ad abbandonarci alla bellezza delle cose e della natura per diventare cielo e disperdersi nel mondo. Si prosegue poi attraverso una serie di sezioni in cui l’autrice ci invita ad aprire lo sguardo, ritornare ad uno stadio primigenio e spogliarsi delle sovrastrutture per ricongiungersi con la nostra parte animale e ricucire il dialogo con la natura, gli alberi, i frutti del mondo. Un poeta è profondamente coinvolto con le cose del mondo. Il suo compito è mantenere la memoria della comunità umana afferma Maria Grazia Calandrone in una sorta di introduzione alla sezione Vittime e si fa voce dei testimoni della Shoah, dei sopravvissuti al disastro dell’Acciaieria Thyssen Krupp, di un albero di Fukushima, di Marilyn Monroe. Documento e poesia si fondono e sottolineano ancora di più il legame indissolubile tra Storia e poesia, il loro procedere intrecciate. C’è amarezza verso il genere umano in questi testi, la specie che resta non si evolve, la catastrofe non segna la memoria: il disastro del Vajont diventa emblema della noncuranza umana. Ecco che il bene morale, la cura dell’altro, di ciò che è e di ciò che prova, sembra venir meno, ma l’autrice ci esorta ad attraversare il disastro ad aver cura delle macerie, ricostruire.

  • ora dammi la mano, attraversiamo insieme questo disastro. impara a tenere alta la tua bellezza
  • sopra l’acqua infetta, sopra questa evidenza
    tremenda. inventerei
    una trama diversa alla tua vita. ma questo è quanto abbiamo. dunque impariamo
    a essere grati, ognuno
    per il suo bene. io
    del mio
    tanto, figlia, ché sei rimasta

Nella sezione Le Cose Vive il libro raggiunge a mio avviso il suo apice. La poesia di Maria Grazia Calandrone ha sempre posto l’attenzione su un concetto poco frequentato dai poeti: la gioia. Lo stupore che si prova di fronte alla bellezza e come questo sentimento possa scaturire in modi impensati, improvvisi. In apertura alla sezione l’autrice ci invita ad un ottuso atto di fiducia nella bellezza, a tornare all’origine, al candore della scoperta consapevoli della propria carne e della propria mortalità. Uno stato di idiozia che ha coscienza della propria fine e dello splendore della bellezza che sulla fine si accampa. E che celebra il corpo in tutti i suoi elementi, un’anatomia amorosa che, utilizzando anche termini strettamente tecnici, esalta la perfezione della macchina responsabile che è l’essere umano.

  • amare
  • questo vivido essere impermeabile. avere cura
    della sua meraviglia e della sua ferocia. non esiste che questo sulla terra.

La poesia di Maria Grazia Calandrone è dunque un canto della bellezza e per la bellezza. Per riconoscerla e preservarla, averne cura. Ma è anche un canto di compassione, parola-ossessione dell’autrice, da leggersi non come pietà bensì come capacità di sentire insieme, accordare voce con voce. Il canto si spande per le vie di Roma, città-mondo polimorfa, creatura vivente che risplende sotto il sole. E si frantuma tra uomini e gabbiani, tra i colpi dei battilamiera e la folla sull’autobus che sembrava ubbidisse a un comandamento di gioia. Con la sua voce poetica intensa e lucida, Maria Grazia Calandrone ci invita a ritrovare il seme dello stupore piantato dentro di noi. E a osservare il mondo e gli uomini con la fiducia che hanno i bambini, custodi gioiosi di uno sguardo poetico puro, irraggiungibile.

Stefano Vitale, “Il Giornalaccio” 3.10.18 - I testi che compongo il libro sono stati scritti dal 2010 al 2016 e rappresentano un punto di approdo importante nella produzione di questa poetessa ormai affermata. E’ come se in questi testi l’autrice abbia deciso di fare il punto, di mettere un punto e stabilire con chiarezza un punto di vista poetico sulla realtà. E lo fa con voce ferma, sicura, riconoscibile.

Nella motivazione al Premio Cetonaverde Poesia (2018) troviamo scritto: “Un atteggiamento di complice dolcezza (“guardando i fiori come fossimo fiori”) irradia nel testo un senso di sospensione e eternità. L’attenta osservazione dei meccanismi vegetali (per esempio “una capacità variabile / di sopportare tagli”), rende possibile una scrittura partecipata, una parola-albero che accende le “macchine da fiore”. E permette al linguaggio di creare “formazioni audaci”, anche se con pacatezza. MGC dimostra grande abilità nel passare dal verso breve alla prosa, dalla canzone all’ipermetro, e tuttavia non trattiene una magmatica virulenza del dettato. È poetessa notturna, che non tralascia i minimi movimenti muscolari e tocca i più disparati temi civili, dal disastro nucleare di Fukushima alla Shoah, dalle tragedie migratorie del Mediterraneo al Vajont. Senza dimenticare la scena del ritrovamento del cadavere di Marilyn Monroe. Spesso ambientata a Roma, dove ‘autrice vive e lavora, la poesia di questa raccolta non disdegna crimini ed eccessi, perché in fondo, come leggiamo in questa pagine, “la scrittura nacque per tenere i conti di sale e olive“: Esplicita è la “tendenza a stare / nella lacerazione”, nel sentimento del dolore; a farsi interprete di “un magnetismo imperdonabile” e di “una collettiva dedizione“. Così la poesia sanguina, “come sanguina una pietra”. Se infatti “il canto è innocente”, “gli oggetti sono più innocenti del canto“. Anche per questo le pagine si popolano di animali (persino quelli non ancora nominati) e si offrono al lettore come “un ottuso atto di fiducia nella bellezza” (Alberto Pellegatta)

Poetessa civile e lirica; poetessa capace di trasformare la cronaca in letteratura, capace di alternare registri intimi ad altri di natura narrativa, scrittrice a volte stringata e tagliente altre volte barocca tanto che certe sue poesie ricordano un retablo tanto è attenta all’architettura e ai colori dei testi; poetessa che a volte sembra istintiva nell’inseguimento di un demone della scrittura che guida la sua penna (o le sue dita) altre volte meditativa, riservata; poetessa che non ha paura della gioia (e che ci ricorda spesso Mariangela Gualtieri) ma neppure di cantare il male e il suo orrore. Poetessa civile, dicevamo, che ha il coraggio, e certo è un rischio, di “dire la sua” nel senso che la sua poesia non si limita all’indignazione, alla denuncia, ma va oltre: indica il “bene morale”, ricerca una soluzione che è etica, certamente, ma anche “antropologica” per così dire. E’ l’uomo che deve cambiare, cambiare dentro, cambiare nel profondo.

Il libro è introdotto da una bella poesia che è come un manifesto: “un semplice esercizio di libertà” dove non teme di dire: “guarda, il mondo è perfetto,/non avremmo saputo fare di meglio/ guarda le cose/ con dolcezza/ e con dolcezza tu verrai guardato/ dalle cose”. E’ come se prepararsi a guardare in faccia il male presupponga comunque una speranza, una fiducia in se stessi. La prima sezione è “Alberi” e lo stile dominante è legato ad una prosa poetica che a me ha ricordato Francis Ponge. Qui Maria Grazia Calandrone si abbandona a delle descrizione del mondo e delle cose e lo fa appunto con precisione, ma con dolcezza, con la certezza che nelle cose c’è qualcosa di più che un semplice oggetto perché “quest’arancia contiene una rivelazione”. E così ci canta dello stupore dinanzi alla notte, al fiorire dell’infanzia, alle stagioni, alla scoperta del corpo. Lo stile narrativo è spesso sincopato, teatrale, segnato da sbalzi lirici carichi di colori e di immagini.

La sezione “Vittime” è un viaggio, come detto, nel male. “un poeta è profondamente coinvolto con le cose del mondo” scrive MGC che affronta con coraggio il dolore della Shoah, la tragedia della Tyssen, l’esplosione di Fukushima , del disastro antico ma ancora vivo del Vajont consapevole che “etica della specie non evolve. L’esperienza del disastro/non incide sui futuri comportamenti umani, questa/l’evidenza…”. Il tono è dolente, ma fermo, altre volte è sanguigno, combattivo, mai banale. Colpisce la chiarezza, la sincerità: la responsabilità del Male non è metafisica è il frutto della noncuranza, della distrazione, del profitto: “accampare la scusa della fatalità. Questi sono fenomeni di estraneità”; “i fatti sono che i fatti vennero ignorati”. La memoria del disastro non è contemplativa, ma un incitamento all’azione morale. Poi, come in un’apparizione, ecco il poemetto “Marilyn non esiste” dedicato alla sfortuna attrice, vittima “della tua bellezza” che resta dentro questa sezione come un fiore bianco in mezzo al fango.

La poesia comunque non si arrende: “In un sistema di amore” MGC fa un salto mortale. Il bene morale non è un’idea astratta, ma una prassi concreta, praticabile che mette al centro dell’azione il capovolgimento dei valori dominanti e così “poniamo il caso della gratitudine” ci dice che “Amore porta in dono Amore/Amore/porta nudità/trasparenza e umiltà di Amore. Nient’altro.”. In questo testo c’è come una fiducia nella liturgia della parola che salva nel suo tracimare di immagini, nel suo sconfinare oltre le righe del testo stesso, nel suo indicare una via d’uscita etica. Perché c’è “un sì che salva ogni creatura”. In questa poesia emerge la religiosità laica dell’amore, della compassione disperata che si appalla al Bene possibile. Devo dire che poi la poesia “Monologo del padre della dea” (bellissima poesia che riprende un atroce fatto di cronaca accaduto in India) mi ha ricordato nell’incedere, nel lessico (“la stortura fetale dei suoi arti/carichi /all’eccesso, l’encefalo/non finito dell’altro/figlio, questa giaculatoria di carne/che suscita pena/” ) e nel tono la scrittura di Jolanda Insana. E lo stesso in “Lumen quam maximun maxime invisibile” in cui il fiorire della lingua esplode in salti, incisi, toni oracolari, ma meticolosamente costruiti.

Le ultime poesie che chiudono la sezione (“Anatomia della lingua” , “Il bacio davanti alla città”, “tutta la infinitudine del canto” già nei titoli indicano una sorta di riposo, di abbandono dopo la terribile traversata del dolore e della denuncia. “leggerissimo è il solo nell’esercizio della sua caduta,/leggerissimo il richiamo. Terra/magenta. Un magnetismo/imperdonabile. Vieni, diceva. Leggerissimo io rogo”…; “se sorridiamo, è perché siamo irti/della inesorabile felicità/dei bambini, che sono/solamente natura” e la poetessa invoca “tutto il canto e la gioia delle ose di essere cose,/tutta la infinitudine del canto” perché il compito del poeta non è solo di brandire la spada o di innalzare preghiere o di indicare una via d’uscita morale, è anche quella intrinseca del canto puro. Ed è lo splendore della bellezza che prende il sopravvento “adesso credo necessario un ottuso atto di fiducia nella bellezza. Agire come non fossimo mai stati. Come non fossimo mai stai traditi. Come se non avessimo visto i nostri cari morire. Agire come se fosse la prima volta”. In questa rifondazione morale occorre mostrare “la bellezza di una fine che non scavalca e non trascende se stessa. Carne fatta serena come pietra”. In questa sezione il tono cambia, si fa più lirico, in una ricerca anche esistenziale “Non siamo soli, siamo/provvisori “ ma MGC non può rinunciare a far sì che la sua scrittura navighi nel magma dei fatti, che parlano da soli e li si fa ventriloqua della parte nascosta della realtà che lei così illumina poeticamente con scariche elettriche che innervano il testo di luce. Si veda qui il testo “Requiem per L.S.” terribile quanto autentico canto del dolore e della pietà.

Nella sezione “Roma”, MGC dedica poi pagine molto sentite alla sua città e lo fa con un stile barocco, ma carico di affetto e fatto di immagini sentite “il giorno/si capovolge come uno scarabeo/d’oro. Sfolgora il metallo delle gru”…”in un’aria da fine del mondo colo il tuorlo del sole”… oppure ci regale dei pezzi di bravura in “Orazione agli oggetti” in cui la poesia si fa intarsio e labirinto. Questo sguardo si prolunga nella sezione “questi corpi leggeri come presagi” dove la poetessa canta dei piccoli gesti quotidiani di resistenza necessari al bene morale, dove si lascia andare al gioco felice degli haiku, ma sempre senza dimenticare chi resta ai margini, chi resta indietro (come accade nella poesia “I fiori che lei porta”) oppure tornando sul tema dell’infanzia, spazio di innocenza e di apertura al mondo (come in “mentre il fiore d’argento del tuo nome”. Ma anche senza mai lasciar venir meno quel suo gusto della scrittura come accade in “Il mondo si manifesta spontaneamente in selve di metafore”, testo in cui MGC da sfoggio della sua abilità e bravura e dove riafferma “Di niente/che mi abbia versata sula terra/io mi pento, solo dell’ignoranza del cuore”. Il gusto della scrittura, dicevamo, che però è anche misurata fiducia nella parola: “originariamente la parola/aiutò una delle diverse specie preumane a formare piccole/società e a orientarsi nel mondo”:/fu un gesto di compassione che agiva sulla biologia/fissando nella laringe di una specie due bianche pliche vocali/ originariamente la parola/fu un gesto morale della biologia”. E’ come se MGC individuasse la possibilità e la necessità di una trasformazione antropologica. La parola è mediazione, è forma che impedisce la violenza, che la organizza, che la supera in un “commosso desiderio di vivere” oltre i crimini oltre il “sollevarsi la scheggia d’osso”, nella speranza che qualcosa cambi anche se “saremo/le uniche creature/affette da un disturbo/di specie: eliminare i simili/ a causa di astrazioni, contravvenire alla nostra origine” che è o dovrebbe essere “amore” quale “struggente desiderio di non finire/esalato/da corpi riversi/nella dolce imperfezione del tempo”. E la funzione della poesia è centrale: “la poesia non è che questo/rimbalzare del suono tra angoli bianchi/di crateri preistorici – un vuoto calcinato avvitato al fondo/dell’orecchio umano/come pelle con osso”. Il canto ci salva, ma un canto che è morale, che Bene desiderato, esercizio di libertà ritrovata.

Allegati:
Scarica questo file (Galgano Andrea, frontiera di pagine, 7.2.18 - MGC, il fondo poetico delle cose.p)Maria Grazia Calandrone: il fondo poetico delle cose[Andrea Galgano su "Il bene morale"]

Gli Scomparsi - storie da "Chi l'ha visto?" (Gialla Oro pordenonelegge, 2016)

premio Giuseppe Dessì
(l'intervista del TGVideoLina)

finalista premio Lorenzo Montano
rosa premio Tirinnanzi
menzione d'onore premio Anna Osti

a quelli che hanno deciso di non tornare,
al mistero insondabile di quelle vite

Nota dell’autrice

Questo libro è dedicato ad alcune vite incontrate grazie al museo dinamico dello schermo televisivo.

Televisione, internet, realtà virtuale: mezzi nei confronti dei quali la scimmia nuda che siamo nutre sentimenti ancora sperimentali.

Ma Chi l’ha visto? ha raggiunto la parte di me più profonda e più viva – ovvero la rabdomante della poesia nella faccia più cruda della realtà – per due motivi:

1. il 26 settembre 2000 la conduzione di Chi l’ha visto? veniva affidata a Daniela Poggi. Il 27 settembre 2000 mia madre adottiva semplicemente moriva. Esiste una somiglianza che ritengo notevole fra mia madre adottiva e Daniela Poggi. Avevo accompagnato mia madre fino all’ultimo respiro, l’avevo lasciata andare. Ma lei era in televisione. Cosa non si fa per rimandare un lutto. In quei giorni aspettavo il mio primo figlio, Arturo, e sentivo la gioiosa responsabilità biologica di lasciarlo galleggiare tranquillo.

2. una certa pregressa confidenza con le scomparse, soprattutto con quelle per acqua – e questo per causa della madre naturale.

Un cortocircuito di notevole entità.

Ho sentito così il desiderio – meglio: la necessità – di raccogliere il richiamo di quelli che restano a quelli che hanno deciso di non tornare.

Nella gran parte dei casi ho dato voce al richiamo di chi resta ai morti per acqua – e poi alle voci, per forza di cose immaginarie, dei morti per acqua stessi. Si capisce.

Un esempio per tutti: Donatella Cordenons, figlia impeccabile di giorno e prostituta di notte, ripescata in stato di nudità dal canale convogliatore dei detriti che porta alla centrale idroelettrica del Ledra. Il suo assassino (sappiamo che si tratta di un maschio) non è mai stato identificato.

Al mistero insondabile della sua vita è dedicato L’altare della specie.

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L’altare della specie

Era facile amarla ma era destinata
ad andarsene frettolosamente e insieme ad aderire
a certi preparativi che gli indizi rivelano
meticolosi. Di pomeriggio si prendeva cura del giardino
in silenzio. Non capivamo quello che pensasse, era
tranquilla. Oppure
trafficava su un notes. Tutte le notti – rivestitosi
l'ultimo cliente – comprava un dolce per la colazione della madre.

Nell'acqua viaggiano i rifiuti e vengono
trattenuti a intervalli regolari dalla grata sepolta
nel buio e nel silenzio che si formano molti metri sotto
l'aspetto superficialmente aereo dell'acqua
che dipende dall’attardarsi del sole alla sommità come una lacca
democratica, un getto straripante di ottimismo
anche nelle orticaie disossate dall’urto delle fabbriche.
Si chiama strada del canapificio e porta
in una mescolanza di fanghiglia e zolla
resistente all'imprimersi del cascame animale alla centrale
idroelettrica – è un sentimento interrotto, una deriva dei continenti e dei relativi disastri sommersi
nell'isola del corpo che finisce
alla porta del grande casamento: c'è soltanto un custode e controlla
l'andirivieni tra le due parti d'acqua e fiamma serpentina o forse
trasmigrazione.

La trovammo in uno strano abbandono
come se tutti scissi i legamenti:
quasi niente dell’acqua del canale
nessun cattivo pensiero
nessuna ironia
non una goccia d'acqua nei polmoni, neppure
diatomee – il corpo sostenuto da una luce critica
oltre il proprio abbandono – pulsava al sole come in preda a un’estasi.

25 ottobre 2004

I muschi pavimentano le primavere in Festival Poesia (Castelnuovo Rangone, 24.9.16) 

Era buio, quella sera – un buio
molto lento e tranquillo – dal quale apparve
la vecchia con lo scialle e la lunga gonna
nera. Disse se vuoi salvare
la tua bambina, lasciala digiuna
tutto il giorno, e la notte le devi
solamente parlare
della grande distanza del paradiso.
 
Di lei mi resta
il lapsus sulla lingua tra figlia e vita mia.

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Non avrai che la vita

Le scarpe non vennero ritrovate.
Ma la luce batteva coitale sul corpo della ragazza
cristallizzato nella testimonianza.
Tra gli occhi e il ventre
tracce di lavatoio – un percorso a ritroso per stabilire gli alibi.
Il portone risultò chiuso con molte mandate.

Ardeva come un’ostia nella materia
lacrimale del tardo pomeriggio – con il capo impigliato tra gli arbusti
e la pervicace ripetizione dei giri. Per cause sconosciute
non ha potuto compiere i suoi anni
qualsiasi funzione avessero singolarmente ma un immobile
addio alla bellezza del mondo
riscaldava la fibra che resiste
grido di gioia del corpo senza dolore.

Deposto il nome
 
Diceva sempre
ditele che la amo
e ditele che ho fatto tanta strada
per amarla.

Ditele che se uscivano
angeli e diavoli dalla sua bocca,
io vedevo soltanto la sua bocca.

Ditele che mi abita
per sempre.
Diteglielo, vi prego. Diceva sempre.

30 aprile 2016

[...]

Mamma, tutti i malati – tutti
i moribondi – ciò che era vivente perché respirava e ora soffre e ancora
resta unito – o durante
la severa scissione della morte:
tutti quelli che parlano ancora, la loro ultima
parola in vita è
quella – e io
la sento, la schiena china sul lavatoio dei corpi per debolezza, non più
per amore.

Il crollo anchilosato di una cosa

Annina, madre di Angela, una bimba di nove anni, entra in coma a causa delle percosse ricevute dal marito. Si sveglia “incapace di intendere e volere”: viene internata e la sua bambina viene data in adozione. La mamma invoca invano la figlia per trent’anni – dopo i quali, grazie all’intervento di una nipote che chiede aiuto ai giornalisti televisivi, le due donne sono finalmente una di fronte all’altra. La mamma non riconosce in quella donna adulta la bambina che tanto ha chiamato. lamammapiùbelladelmondo, versione teatrale della storia di Annina e Angela, è in Per voce sola (ChiPiùNeArt, 2016)

La vita oggettiva

Nella seconda strofa del testo sono rielaborate le prime dichiarazioni della nonna di Denise Pipitone, bambina di 4 anni rapita nel settembre 2004 e mai più ritrovata. All’epoca dei fatti la donna protestava di aver messo il pranzo sul fuoco come tutti i giorni, mentre Denise giocava in strada, come tutti i giorni, e di non aver distolto lo sguardo da lei per più di cinque minuti. Come tutti i giorni. Le parole disperate della donna, mentre la scagionano, manifestano la sua involontaria complicità: la regolarità delle azioni della vittima favorisce il delitto. Il malintenzionato impara le più minute abitudini dell’innocente e in esse studia il varco millimetrico per sferrare l’attacco.

Il medesimo ragionamento spiega la scomparsa di Romina Del Gaudio, avvenuta nel giugno 2004. La ultime tre strofe della poesia sono una libera trascrizione delle parole di Grazia, madre di Romina. Nonostante il corpo della figlia fosse stato inequivocabilmente identificato attraverso l’esame del DNA, la madre Grazia aspettava che Romina si affacciasse dalla porta di casa cantando. Come tutti i giorni. Riportiamo, dal sito di Chi l’ha visto?, il 27 aprile 2011: “La signora Grazia Gallo, madre di Romina, alla vigilia della riesumazione dei resti attribuiti alla figlia per poterli sottoporre a un nuovo esame del DNA, ha ribadito che secondo lei quelle ossa erano in uno stato incompatibile con i 47 giorni trascorsi, anche tenendo conto dell’esposizione alle intemperie.”

Non avrai che la vita

In questo testo si allude all’assassinio di Simonetta Cesaroni (Via Poma, agosto 1990).

La sezione Pietà include casi di cronaca più recenti.

Lo splendore della vita reale in "Nuovi Argomenti" (2.9.16)

Adele Mongelli, cinquantunenne ed egregia madre di quattro figli, si separa dal marito per vivere l’amore con Giuseppe Demarinis, di ventisei anni più giovane di lei, che l’ha completamente conquistata. Con Giuseppe, Adele vive quell’assoluto che scavalca le inezie dei dati reali e impedisce di porsi domande banali, cioè ovvie e concrete. Dopo oltre due anni di passione, rivestendosi dopo l’amore, Giuseppe improvvisamente rivela alla donna di aver deciso di interrompere ogni rapporto con lei, perché sta per sposare una ragazza con la quale è unito da quattro anni, e della quale esibisce la foto. Adele supplica non mi lasciare. Giuseppe è irremovibile. La camera da letto è debolmente rischiarata dal lumino dello schermo televisivo. Dopo aver colpito Giuseppe con 38 coltellate, Adele lo sveste, lo stende sul letto, si sdraia e dorme l’intera notte accanto al corpo di lui, che consuma da solo la propria lunga agonia. Al risveglio, la donna prepara la colazione alla figlia più piccola e la manda a scuola. Tornata in camera da letto, Adele si accorge di aver ucciso l’amato e, in stato di totale incredulità, immediatamente si costituisce.

Roma, 13 aprile 2016

  una anticipazione in “Nuovi Argomenti” (Mondadori, 2005)
una anticipazione in “Almanacco dello Specchio” (Mondadori, 2006)
una anticipazione in “Levania” (10.12)

in Nuovi Argomenti (2.9.16)
su Nazione Indiana (5.10.16)
su Le parole e le cose (7.10.16) con un'immagine di Silvia Camporesi

parla Rosa Della Corte, incriminata dell’uccisione del fidanzato Salvatore Pollasto
(in Interno Poesia, 24.10.16)

per acquistare

formato Kindle

Maurizio Cucchi, "TuttoLibri" de "La Stampa" (7.1.17)

motivazione premio Giuseppe Dessì: Maria Grazia Calandrone affronta, con la raccolta Gli Scomparsi, quello che definisce il "museo dinamico dello schermo televisivo", ovvero la popolare trasmissione che da anni, col titolo "Chi l'ha visto?", ha un grande successo di pubblico - e si attira peraltro qualche critica tra snobismi intellettuli e fondate perplessità sul merito di questa caccia collettiva a vicende privatissime, il più delle volte tragiche. Ma la poetessa non ha nulla di intellettualistico, e lo dimostra la sua attività multiforme di "randagismo interiore", dunque può non curarsene. Lo fa anzi, per sua dichiarazione esplicita, con quell'atteggiamento "sperimentale" con il quale tutti noi, "scimmia nuda che siamo", avviciniamo le realtà più o meno virtuali.

A distanza di quasi un secolo, ripercorre così una sua personalissima Spoon River che non ha più nulla della cultura in cui è nata la celebre "antologia" di Lee Masters, che tanto peso ha avuto nella cultura italiana, anche in quella pop: salvo beninteso la persistenza materiale, inevitabile, dei dimenticati, dei perduti, il paradigma della compassione che s'innerva su vite spezzate o in fuga, quasi a consacrarle nella loro unicità, e in ciò che rimane: lacerti di un corpo senza vita, la risacca dell'estrema distruzione, dal "mero impasto di midolla" alla "radiazione nera sul suo corpo", dalla "ecchimosi a forma di cuore e precipizio sulla fronte" a quell'estremo "quasi niente dell'acqua del canale / nessun cattivo pensiero / nessuna ironia / non una goccia d'acqua nei polmoni". È molto, è poco? Maria Grazia Calandrone ha sempre praticato se non un azzeramento una sorta di riduzione ascetica dell'io, o meglio una sua dissoluzione non in un'idea di realtà ma proprio nell'impatto, emozionale e fisico con l'accadere nella sua presenza, in una sorta, come è stato a ragione osservato, di "adorante preghiera pagana". Per lei, e per la sua poesia, e per noi che la leggiamo, è tutto.

Ma andrà sottolineato come i versi di questo libro vadano ben oltre un generico esercizio di pietà: la scomparsa diviene una sorta di condizione assoluta, forse metafisica, l'interrogativo che i vivi rivolgono a se stessi tramite i segni di una dissoluzione reale, inevitabile e al fondo ostinatamente muta, "perché l'amore imita l'amore e non la morte". Il dialogo con "tutti i morti e tutti i vivi" è all'insegna di una compassione che si volge all'inevitabile, all'ormai immutabile, al "non potersi più correggere". E allora è questione di parole, di metafore, nel caso della poetessa di aggettivi, che sono una delle sue caratteristiche di sempre: mai esornativi, sempre spiazzanti, assi portanti di una costruzione metaforica che s'innerva nel mistero della sincerità.

Raoul Bruni, NON-FICTION IN VERSI ("minima&moralia" 17.1.17)

Quella della narrativa non-fiction è ormai una categoria abusata (in troppi hanno cercato di ripetere il successo di Gomorra di Saviano, con esiti quasi sempre deludenti); molto più rara e originale è invece un tipo di poesia che rielabori letterariamente fatti di cronaca senza scadere nel linguaggio scialbo del giornalismo narrativo. Ma a quale tipo di cronaca attingere? Un’ottima intuizione l’ha avuta Maria Grazia Calandrone, che ha pubblicato la scorsa estate la plaquette Gli scomparsi: storie da “Chi l’ha visto” (Lieto Colle): da decenni la famosa trasmissione di Rai Tre, pur con inevitabili alti e bassi, ha saputo portare alla nostra attenzione piccole e grandi storie, che hanno alimentato il nostro immaginario come una segreta epica letteraria, e che si prestano bene a essere riraccontate in versi.

Rosa Pierno,Carte nel Ventoaprile 2018, anno XV, numero 39

La scelta di una scrittura del tutto libera, in cui predomina il verso libero, che si vuole accampare tra cronaca giudiziaria e racconto dalla diretta voce dei protagonisti dei terribili eventi è, in realtà, immediatamente ricondotta alla voce autoriale: il linguaggio subito ci indirizza verso un'esposizione a tratti filosofica o lirica che denuncia l'artificio della voce narrante, o meglio rende tale voce dichiaratamente 'attoriale'. La volontà di comprendere, di spingersi negli oscuri meandri esistenti in ciascuno di noi, è il vero oggetto di questi testi: ecco perché ascoltiamo invero la sola voce della Calandrone senza interruzioni. Indossare abiti altrui non è tout-court il modo per essere l'altro, forse quello per rivivere le proprie paure o fascinazioni, per affrontare le angosce personali. Il teatro istituito dalla carta e dalla penna rende fluida la scrittura di quest'ultima prova, catturante, capace di restituire la dimensione della perdita e del riscatto, del lutto e della relazione affettiva e di porgere il messaggio di chi è andato e di chi resta. Eppure parola, quando troppo piena narra d'altro, non della morte, non di quelle esperienze necessariamente afasiche.

Gilda Policastro in "L'immaginazione" n. 303, gennaio-febbraio 2018 - «La storia degli scomparsi sta in un pugno di parole», scrive Calandrone in un verso della sua ultima raccolta: e in effetti è proprio ciò che accade nel libro, che raduna storie non immediatamente riconducibili ai casi raccontati dalla trasmissione cui si riferisce il sottotitolo, da quelli più eclatanti e intrecciati alla cronaca italiana degli ultimi trent’anni (Emanuela Orlandi, Mirella Gregori, Roberta Ragusa) a quelli ormai quasi dimenticati (Adele Mongelli, Romina Del Gaudio). Casi che diventano familiari agli spettatori televisivi, mentre qui i primi scomparsi sono proprio i nomi, col risalto che si dà ai singoli momenti pseudoepifanici, gli attimi prolungati in cui piuttosto che accadere qualcosa non accade e la percezione si nutre di aspettative disattese o di speranze ostinate. Momenti e vicende che, come peraltro ci autorizza a pensare la nota in calce, si riferiscono anche alla biografia dell’autrice, già depositata nell’asciutta e insieme accoratissima testimonianza di Vivavox (2011): non a caso in molti passaggi del testo degli Scomparsi ci parla un “io” (così come nel resoconto autobiografico parlava una terza persona, a mischiare le carte). E dunque di questi nuovi testi, alcuni piuttosto lunghi e dall’impianto prevalentemente narrativo o teatrale, altri brevi e fulminanti come la preghiera laica finale, le parole chiave, le parole realmente messe a tema, sono due o tre.

La prima è «cielo», presente quasi in ogni testo, spesso con più occorrenze: il cielo è «incorrotto», «definitivamente limpido», «sommerso», «discende» o più classicamente «si oscura »: si tratta di un elemento che in qualche modo chiude, invece di aprire, al paesaggio o all’ambiente naturale (che si riduce peraltro a pochi altri elementi: l’erba, l’acqua, il vento), creando la cornice intima della storia che di solito si ambienta in un interno (camere da letto, cucine). Cielo che è parte di un contesto in cui, come in altro libro recente di Calandrone, Serie fossile (2015), gli elementi naturali, entro un orizzonte simbolico, recano tracce, corrispondenze, affinità tangibili con le vicende umane. Alla natura si associano di preferenza i cicli, le ricorrenze e dunque le inevitabilità, la necessità: una di queste è l’«amore», seconda parola tematica. Se la natura interagisce con l’uomo, con le sue azioni e sparizioni, l’amore è quell’aspetto della realtà a cui chi scrive dedica lo sforzo icastico maggiore, in un’ottica che non teme di apparire sapienziale: l’amore «spinge a indagare – fa essere feroci», «imita l’amore, non la morte», induce a una «santa schiavitù», è «un comandamento». Un’altra parola chiave non ricorrente come le prime due ma dal valore simbolico altrettanto forte è «scimmia» (riutilizzata anche nella note in calce): creatura di partenza di un a ritroso evolutivo, la scimmia randagia dell’esordio di quest’autrice (2003) viene riqualificata dalla sua nudità primordiale e dal suo essere quintessenzialmente umana («una pena di scimmie abbandonate»), di quell’umanità che non fa piacere pensare come antenata remota figurarsi come il ritratto dei momenti in cui siamo, oggi, meno presentabili.

L’ultimo elemento ricorrente sono i numeri, le date apposte ad alcuni dei testi che dicono di un tempo ultradecennale (la più antica, 2004, la più recente, 2016), entro cui accadono due cose, fondamentalmente: la sparizione di qualcuno, azione puntuale di cui si recupera una condizione antecedente di imminenza o di preparazione, prima del dilatarsi nella domanda perpetua. E, appunto, la domanda dopo la sparizione, l’attesa delle madri o degli amanti degli scomparsi, che non è epica ma sente di quotidiano, dimmi cosa mangi, nel posto in cui ti trovi adesso. Il quotidiano che ritorna in assetto spettrale in una delle poche vicende (in)nominabili, quella di Adele Mongelli, che accoltella l’amante e gli dorme accanto, sbrigando le faccende consuete fino al momento di realizzare l’accaduto e costituirsi («i colpevoli meritano il rispetto della condanna», aveva detto lapidariamente in un testo precedente l’autrice). Infine, c’è una parola che ha una sola occorrenza ed è però un vero sintomo della poetica della sparizione come prova d’amore: sta a chi rimane resistere, e, se del caso, «perdonare». Il per-dono riporta così, paraetimologicamente, la sparizione a un’azione compiuta per e non contro qualcuno. Nel «pugno di parole» che raccontano la storia degli scomparsi, rimane quella più carica di senso e al contempo misteriosa, l’enigma che è poi la cifra esibita di questo lavoro sin dal giallo di soglia. Con un autore caro a Calandrone, Milo De Angelis, si potrebbe concludere che «la terra appartiene a chi l’ha abbandonata»: nella dialettica tra chi si sottrae stando vicinissimo e chi resta eternamente vivo e toccabile nella memoria, la storia degli scomparsi è perciò rifondazione di un contatto intimamente umano, preludio a una rinascita.

IAM Italia Art Magazine (9.8.16) Le Storie degli scomparsi raccontate da Maria Grazia Calandrone di Giovanni Manzo

Ascolta / come mi batte forte il tuo cuore, recita un verso della poetessa polacca Wislawa Szymborska e viene spontaneo ricordarlo dopo aver letto quest’ultima raccolta di poesia di Maria Grazia Calandrone, Gli Scomparsi – storie da Chi l’ha visto? [...] Questo sentire profondamente le storie degli scomparsi rende questo libro della poetessa romana speciale. Non sono loro gli ultimi a parlare ma lei, la poetessa, con una parola sussurrata accanto che viene da lontano. Un tessuto di voci si muove, voci che hanno detto, dicono e diranno, pronti a parlare o a tacere, attraverso la sua voce o il suo silenzio

(5.8.16) Vita vera, realtà virtuale e realtà poetica nell’ultimo libro di Maria Grazia Calandrone
Maria Grazia Calandrone tra i poeti contemporanei è forse la più conosciuta al grande pubblico. Un libro, questo della Calandrone, che attinge dalla vita reale, ma è anche un libro che mantiene intatto il modo di fare poesia della poetessa. Da qui vita vera, realtà virtuale e realtà poetica diventano una cosa sola.

(4.8.16) Gli scomparsi nella nuova raccolta di poesie di Maria Grazia Calandrone
[...] se pure è risaputo che la Calandrone non ama “abitare” nella sua poesia è altrettanto vero che il tema degli scomparsi la riguarda. E alla luce di tutto ciò questo libro ha una forza misteriosa, occulta. La poesia inonda la pagina, qualcosa di lei ritorna nelle vicende altrui, solo apparentemente lontane.

Un libro di poesie sicuramente da leggere per conoscere meglio un’autrice di straordinario talento.

Il sogno di Orez (4.8.16) LA LOGICA MISTERIOSA DEI CONTRATTEMPI
Dopo più di  dodici anni di attesa esce finalmente con LietoColle “Gli Scomparsi” di Maria Grazia Calandrone
di Bonifacio Vincenzi

[...] Ora, dopo più di dodici anni di misteriose vicissitudini Gli scomparsi esce con LietoColle in una collana importante, la “Gialla Oro”, condivisa con un’istituzione altrettanto importante, Pordenonelegge. Chissà, questi contrattempi avevano una loro logica misteriosa che probabilmente capiremo meglio seguendo il percorso e il destino del libro nei prossimi mesi.

Al di là di questo richiamo profetico la sensazione di trovarsi davanti ad un libro importante appare già abbastanza evidente.

“Questo libro – scrive Maria Grazia Calandrone nella “nota dell’autrice” – è dedicato ad alcune vite incontrate grazie al museo dinamico dello schermo televisivo. Televisione, internet, realtà virtuale: mezzi nei confronti dei quali la scimmia nuda che siamo nutre sentimenti ancora sperimentali. Ma Chi l’ha visto? ha raggiunto la parte di me più profonda e più viva, ovvero la rabdomante della poesia nella faccia più cruda della realtà. (…)”

Non è mai un’operazione facile per un poeta, anche di grande talento, calarsi nella cruda realtà. Al di là della naturale disposizione alla poesia, delle capacità espressive e delle forze intuitive nello scegliere, utilizzare e collegare le conoscenze, ci vuole una buona dose di coraggio che alla Calandrone certo in questo caso non è mancata.

Leggendo queste sue poesie ci sembra di stare profondamente immersi nella realtà di alcune vicende che conosciamo bene. In una sorta di miracolo di stile la sua poesia scivola sulla pagina silenziosa e “crudele” come crudele è la realtà, la vita, il destino; come crudele e implacabile è il corso del tempo che tutto muta, logora e sospinge verso l’inevitabile scomparsa.

Chi l’ha visto? è, in un certo senso, una trasmissione che ci è cara perché illumina spesso gli ampi spazi dell’oblio lottando contro questa nostra disposizione, molto “aiutata” in questi ultimi anni, bisogna dirlo, da poteri forti e occulti, a lasciarci tutto alle spalle velocemente. Non è certo un’oscenità affermare che la memoria collettiva di anno in anno si accorci sempre di più. Ci avviamo a diventare in un tempo non molto lontano esseri senza più memoria.

Paradossalmente i famigliari degli scomparsi sono gli unici che vanno controcorrente. Vivono, infatti, in una condizione di costante attesa e gli anni che passano, fino a quando il nodo del dubbio non viene definitivamente sciolto, rimangono accesi e vivi alleati del presente …

Di mattina alle sette / già stavo al brefotrofio / e mi hanno detto Non ci pensare, non tornare più, l’hanno portata / via, né morta / né viva. Io / mi sono messa a sedere/ sulla panchina, non mi sono più mossa / per giorni. // Gli oggetti (maneggiati, amichevoli /volumi sotto sequestro) parlano / di lei sempre più solitaria e felice: lasciava / gli orti di guerra tenendo / davanti agli occhi / niente, solo la foto. (La rete con il peso del glicine e il vento)

La luce della poesia di Maria Grazia Calandrone illumina esseri e vicende, si fa tempo che si rinnova, si fa vita sulla pagina. Ciò che lascia è la traccia che uno sguardo, spesso solitario, sentirà il bisogno di seguire fino alla profondità del suo  essere.

gazzetta di Napoli (3.8.16) Le storie in versi da “Chi l’ha visto?” nel nuovo libro di Maria Grazia Calandrone

Quando si parla di Maria Grazia Calandrone bisogna stare molto attenti. C’è nella sua poesia qualcosa di profondamente suo che si muove in luoghi (o non luoghi) lasciando una traccia da seguire molto utile al lettore per ritrovare e riconoscere molto di se stesso. Senza ombra di dubbio la Calandrone è ormai da considerarsi una delle voci più autentiche della poesia italiana di questi ultimi anni.
E quest’ultima raccolta Gli Scomparsi – storie da Chi l’ha visto (LietoColle 2016, Collana Gialla oro) lo testimonia in modo particolare.
“Questo libro – spiega la Calandrone in una nota -  è dedicato ad alcune vite incontrate grazie al museo dinamico dello schermo televisivo. Televisione, internet, realtà virtuale: mezzi nei confronti dei quali la scimmia nuda che siamo nutre sentimenti ancora sperimentali."
E proprio su questi sentimenti ancora sperimentali che la realtà levigata della sua poesia le permette di esplorare nuovi territori seguendo la mappa nuova, diversa. Un percorso difficile che le consente di sfuggire al cliché del verso facile, ad effetto, per scavare a mani nude sulla crosta dura di un inconscio che ancora detta legge, alleato perfetto del dolore e complice occulto della Poesia.

Serie fossile (Crocetti, 2015)

 per acquistare: amazonibslibrieletture

premio Achille MARAZZA
premio Alessandro TASSONI
rosa premio VIAREGGIO

finalista premio CEPPO PISTOIA
rosa premio PAGLIARANI
finalista premio DEDALUS
finalista premio CAMAIORE

finalista premio MONTANO
finalista premio LUZI
finalista Premio Letterario Internazionale Indipendente 2017

Serie fossile testimonia un amore dirompente, che denuda il mondo e inverte le forze dello spazio e del tempo, riconduce ciascuno al suo gesto interrotto in chissà che preistoria di solitudine e disordina la materia umana al di là di ogni Legge, fino a specchiarsi nell’abbraccio al quale due galassie gemelle sono destinate. Questo amore è memoria platonica del mondo originario (popolato da scimmie, tigri, cavalli, fossili, serie numeriche, ambra, oro e rose) e documenta l’alba di un universo, che porterà notizie nuove e cambierà per sempre il corpo e l’anima di chi lo prova. Un canto d’amore assoluto e anticonvenzionale: ironico, tragico, scientifico e farsesco, che non crede a quanto sovrappensiero viene detto “realtà”.

motivazione premio Achille Marazza

Come ben indica il titolo, Serie fossile (Crocetti editore) di Maria Grazia Calandrone allude nel contempo a una serialità – nel segno della ripetizione e reiterazione di modalità anche contrassegnate nella loro articolazione interna da simboli, loghi e tipografismi che paiono rinviare a un linguaggio cifrato e cuneiforme – e a una dimensione fossile, arcaica, che attinge all’originario della pietra sepolta e riesumata dal mondo ctonio uterino, al sapienziale, a quanto in poesia necessita di dipanarsi progressivamente per tappe d’avvicinamento a un nucleo sfuggente, che qui pare essere, forse, l’intima natura stessa dell’amore e della presenza. È quanto, in un fragile e pur strenuo equilibrio, affiora dal “lacerato involucro”, fa affiorare “la bestia” che “è corpo” (e il pensiero richiama alla memoria un celebre film di Walerian Borowczyk del 1975), carsicamente prepara dal buio degli anfratti la rinascita di un io rigenerato dall’incontro con l’altro: istinto, amore, maternità e risurrezione. Nella misura ampia, dinamicamente iterativa ed effusa del verso, quest’opera si configura come un recitativo che convoca “albe” rimbaudiane e saperi di varia natura in un gioco di tessere che fanno del corpo un teatro, il ferino, mistico “dono della grazia”. (Fabio Scotto)

 motivazione premio Alessandro Tassoni – decima Edizione, anno 2015 - Poesia -

Questo mondo voluto dagli uomini in senso marcato e dalle donne nei secoli dei secoli complici cooptate irrazionalmente, ha fatto ormai  il suo tempo.
Non risponde alle impellenti richieste di un equo sviluppo che tenga presente l’amore nel senso prevalente di solidarietà tra le varie specie viventi.
Sopravvive invece in forme stereotipate, sedimentate, inerti e sterili.
A visitarle nel tentativo di ricostruire il sogno infranto di una loro vitale interconnessione, provvede l’attenta campionatura di “Serie fossile” di Maria Grazia Calandrone.
Spaziando lo sguardo dalla realtà personale alla storia più lontana, arcaica, in pendant continuo con  la madre Terra, in una forma assolutamente libera da schemi ma  carica di segni grafici lettere antiche loghi simboli quasi esoterici, il testo presenta una parola così  piena di sé e del suo ultimo statuto da deflagrare sperimentalmente in un magma verbale barocco e esaustivo di possibilità virtuali.
Dove c’è la negazione dell’esistente, ma anche il suo perfetto contrario: la speranza di una ripresa evolutiva. la possibilità di una scorciatoia esistenziale che dia un futuro non solo alla terra ma anche agli uomini e alle donne che la abitano.
In questa apertura verso una comune alba possibile il valore precipuo di questo testo. (Nadia Cavalera)

premio Camaiore 2015

motivazione finale Ceppo Pistoia

Per la furia e il disordine sensuale di una “amazzonomachìa”. Calandrone recupera una vitalità primigenia da bestiari, lapidari, erbari per tentare una catalogazione delle passioni.

Maurizio CUCCHI, "TuttoLibri" de "La Stampa", 14.2.15

ascolta le poesie di "Serie fossile" a Radio3 Fahrenheit (2-6.3.15)
ascolta l’intervista di Livio Partiti su "Serie fossile" per TRS Radio (16.5.15)

abbi cura di lei, mi ha detto. sì, ho detto io. amala, mi ha detto. sì, ho detto io. non lasciarla mai sola, perché attraverso il tuo amore lei ama se stessa. e io, non ho potuto più rispondere

22.9.2013

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© – fossile
 
metti una mano qui come una benda bianca, chiudimi gli occhi,
colma la soglia di benedizioni, dopo che
sei passata attraverso
l’oro verde dell’iride
come un’ape regale
e – pagliuzza
su pagliuzza,
d’oro e grano trebbiato –
hai fatto di me
il tuo favo di luce
                             
una costellazione di api ruota sul tiglio
con saggezza inumana, un vorticare di intelligenze non si stacca
dall’albero del miele
 
                                   – sarebbe riduttivo dire amore
questa necessità della natura
                                                     
                                                    mentre un vuoto anteriore rimargina
tra fiore e fiore senza lasciare traccia:
                                                             
                                                              usa la bocca, sfilami dal cuore
il pungiglione d’oro,
la memoria di un lampo che ha bruciato la mia forma umana
in una qualche preistoria
 
dove i pazzi accarezzano le pietre come fossero teste di bambini:
 
                                                                                                           avvicinati, come la prima
tra le cose perdute
e quel volto si leva dalla pietra per sorridere ancora
 
 
24.5.13

© – fossile in Corriere TV

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irradia benevolenza

ogni volta che ci veniamo incontro
una creatura inattaccabile
sale dal centro  
come una sfera d’oro
e irradia
benevolenza [...]

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ي – acconsente


vista frontale della cavalla: bruna, lucida, vigile. porta
il calco triangolare di un tallone
bianco al sommo del capo: uno schizzo lunare.

la bestia è nitida come la luna:
                                               il rilievo del muso, la struttura
                                               dei pettorali, la conca forte
dei lombi. una forma alla piena potenza, nera
in fondo alla strada del quartiere: ispeziona
l’erba, gli stenti cespi
di malva ai piedi del muretto
che asseconda la minima radura.

                                                                  ruota, scalcia, s’impenna, posa a terra
                                                                  le zampe anteriori, per slanciarsi al galoppo.
                                                                  ricomincia, in maniera sintetica.
                                                                  io mi volto, le giro le spalle. lei potrebbe
                                                                  travolgermi, piuttosto
                                                                  oltrepassarmi. cambiare direzione.
                                                                  oh, lei non tradirà.

la sento scalpitare: imbizzarrita, incerta. sento la polvere strappata al suolo
dagli zoccoli, le scintille dei ferri
battuti sull’asfalto e l’aspersione di un sudore bianco come incenso.
l’animale è improvviso e improvvisa
la calma

con la quale si affianca
alla mia destra. sbuffando
prende il mio passo umano: per un tratto
camminiamo in silenzio. poi
allungo la mano, per sfiorare
la piramide muscolare
della sua guancia sotto l’occhio. caldo
del manto sotto le dita: corto, morbido, in pace.

                                                                    giro la mia irrisoria testa umana e guardo da vicino
                                                                    il suo occhio sinistro: nero,
                                                                    rotondo e folle di dolcezza.

l’intero fianco della bestia cede,
piega le zampe
anteriori per lasciarmi salire
sul nudo della groppa: corpo
a corpo, senza sella. ecco
l’incastro:
lo strumento, la cosa. ecco la cosa fatta per andare.

8.10.13

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io mi fido di te


quando l’alba era un coro levato da una terra radiosa
quando eri iniziale e dal tuo labbro
gocciava l’amnio
del troppo amore non sarà troppo? tutto questo amore

fra le tue braccia ricominciava il grido delle rondini in aprile e l’odore di muschio e di rosa canina della
                                                                                                                     casa sulla pietra viva, l’impeto
della pietra e il rumore del ferro delle biciclette tra le piante di fico ad altezza umana

a volte avevi sapore di sale come il deserto, a volte
la logica della merce abbandonata in un porto
tra i fischi delle navi e dei cormorani

allora ripassavo con lo sguardo
il bassorilievo delle tue belle vene, il delta che affiorava sulla tua fronte quando sotto la volta 
            dell’intelletto strisciava il branco silenzioso e illogico del desiderio, allora un’iridescenza di mante
si levava dal fondo sabbioso del tuo essere e immaginavo
gli affluenti perduti nell’opacità del corpo
come ombre idroelettriche

qualunque raggio, qualunque bene
e male tu incarnassi, riconoscevo il suono delle tue scarpe azzurre

la gioia dura del fiore
nel giallo
del chiostro

poi la nebbia depone il suo silenzio sul lavoro invisibile della crescita
                                                                                                        e dei transiti umani
poi, avviene sul mare:
                                     la tua figura si ammorbidisce sotto il mio sguardo

cobalto
profondo

in silenzio
mi dici
rimani

perché non ho finito di fiorire

20.7.14

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nel caldo dei fatti
 
 
nella luce matura del pomeriggio estivo
la tua sedia come uno scarto fossile,
due bicchieri sciacquati e capovolti sull’acciaio lucente e il vino
che sa d’erba e di fragole ora ha preso un’asprezza leggera
 
ma una casa è una casa, sebbene
a distanza di tempo contenga
le belle impronte del tuo amore, ad esempio
l’avvallamento fatto
dal peso caldo della tua testa
sul cuscino
                                           i moli perturbati sono cose che rimontano a ovest
 
uno sciame metodico di cose
 
la ferita era prima. tu sentivi spianarsi alle carezze
la corda dura della cicatrice
e la corazza
cedere
 
eri nata per questo. bastava il balsamo di tanto amore. bastava stare
fra le mie braccia prima della ragione
 
31.7.14

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estratti critici

ascolta l’intervista di Stefano Valanzuolo a MGC su “Serie fossile” (Radio3 Suite, 24.2.15)

Aldo Nove, DONNA MODERNA anno XXIX n. 3

Iniziamo da MGC, organizzatrice di eventi e conduttrice di una imprevedibile trasmissione radiofonica tutta poesia, Qui comincia, che apre al mattino le trasmissioni di Radio 3. Il suo ultimo libro, Serie fossile (Crocetti), è un raro gioiello di parola concentrata allo spasimo, un puro distillato di vissuta e dolorosa sapienza, che comunica un amore dirompente per il creato.

Recensione Amazon 19.6.18 - Un diario d'amore: I testi scansionati da un ipotetico diario, un canzoniere lirico che "canta" l'amore e quella metamorfosi che l'amore porta con sé. Maria Grazia Calandrone produce qui un'opera alchemica dove l'addensamento semantico, la proliferazione della parola, la simbolizzazione dell'essere si dipanano nelle stagioni, creando di fatto un canto/preghiera che spossessa l'io e ne evidenzia i margini, le fratture, le fessure, il dono. Il corpo amato diviene così "corpo del mondo", l'amante colei che nutre e che dà sostengo, mentre una luce brilla e attraversa tutto il libro e ogni sillaba si fa carne che incarna e dissangua (spesso il lemma "sangue" rintocca nelle righe). E mentre il tempo consuma e rode il soggetto lirico, il testo crea una cosmologia che non consuma la cronaca, che si fa assoluto bisogno, toccando le radici (altra parola-rito) dell' esistenza stessa, dell'istemi greco. L'amore è "l'uno che accade/ una volta, tra esseri vivi": la sua irripetibilità è inizio e fine, alfa e omega del sé e della conoscenza. Perché Serie Fossile questo sembra indicare: un percorso della conoscenza che è "sentire", oltre - finanche - ogni dire.

 Strani giorni, di Ettore Fobo, 20.10.16

Bisogna iniziare con una considerazione semplice e necessaria: man mano che si procede nella lettura appare  chiaro che Serie fossile di Maria Grazia Calandrone è un libro bellissimo, pervaso da una luminosità enigmatica, potente espressione di una pulsione abbandonica che nella scrittura tende come una freccia alla gioia, gioia naturale, primordiale, “preistorica”,  e perciò senza il limite della ragione, né della sua caricatura,  la follia; gioia pervasa dai meccanismi di una visione che sa liberare le parole del loro peso e poggiare la “piuma del futuro” sulla bocca dell’amata, giacché si parla, o meglio si canta, tra le altre cose, e direi soprattutto, dell’amore fra due donne. E Maria Grazia Calandrone sa parlare d’amore con quella chiarezza e grazia visionarie che pochi hanno; nelle sue poesie amore affiora come una forza magica, perfettamente terrestre ma anche cosmica, come vedremo, un’energia priva delle pesantezze retoriche che su di esso sono calate, una realtà trasmessa al lettore con i suoi sottintesi di estremo pudore.

Operazione di raschiatura dei concetti, di lavatura, di sciacquatura dei panni nell’acqua di un fiume linguistico che, per la forza della sua originalità, è lecito riconoscere già classico. Quella di Maria Grazia Calandrone è voce unica, ampiamente riconosciuta fra le più significative e originali del nostro paese.

Serie fossile è edito nel gennaio 2015 da Crocetti e questo sarebbe già di per sé sufficiente a garantirci che siamo davanti al miracolo della poesia. Miracolo che si rinnova sempre a dispetto del disinteresse che dovrebbe, o vorrebbe, minare alla radice l’atto poetico e ricoprirlo di discredito. E invece per chi legge libri come questo, diventa sempre più chiaro che la scrittura poetica è scrittura alla massima potenza di condensazione dei concetti che, lungi dall’essere nominati, catalogati o espressi,  vengono da Calandrone diluiti in un magma incandescente ed emorragico che sa come rivelare il mistero stesso del linguaggio. “Del poeta il fin la maraviglia […]/ Chi non sa far stupir, vada alla striglia” è il monito di Marino. La poetessa, nata a Milano ma residente a Roma, questa lezione l’ha appresa benissimo e la sua poesia  per chi la legge è tutta un dono di stupore.

Serie fossile è probabilmente una raccolta di poesie, ma ha l’aria di essere un poema o meglio ancora quello che i musicisti chiamano un “concept album” tanto sembra ruotare intorno agli stessi agglomerati di sensazioni e di idee, che sprizzano magia linguistica da tutti i pori. Così molti versi andrebbero citati per rendersene conto. Cito pescando più o meno a caso: “e io ero deserto/che si abbevera/alle lesioni della carne viva” oppure “impariamo a soccombere/alla materia: questo corpo/- l’effimero, è il miracolo” o ancora la sorprendente, eppure perfettamente logica, conclusione della poesia “x- metamorfosi”: ” io servo l’animale che adora il sole” o ancora “Brucia il sale dell’ultima stella/sulla ferita umana.” E si potrebbe continuare a lungo tanto il testo è tutto disseminato di folgorazioni, illuminazioni, apoftegmi, rivelazioni vertiginose.

Bellissima, in un modo più volutamente sommesso rispetto ad altre, la poesia “acconsente” ci rivela la potenza sacrale della natura - di cui si canta l’istintiva obbedienza alle leggi cosmiche - incarnandola nella figura di una cavalla che accetta di farsi cavalcare dopo un breve colloquio di gesti senza parole di cui la poetessa ci restituisce l’afflato con semplici tocchi naturalistici, “l’erba, gli stenti cespi/ di malva ai piedi del muretto”,  e raccontandoci con tono oggettivo e partecipe il passaggio della cavalla dall’irrequietezza alla calma che precede la salita in sella. Poesia di potenza descrittiva non priva di commozione sotterranea e segreta, che esprime la complicità fra il poeta-stregone e le forze naturali,  primigenie, animalesche, ctonie.

Scrittura di flussi, questa, che s’intersecano, si compenetrano, si sfaldano uno nell’altro. Flussi sorretti da una visione profondamente unitaria e coerente, "per metà fuoco per metà abbandono",  come nella citazione di Antonella Anedda,  posta come titolo di una delle sezioni del libro.

Nell’ultima straordinaria poesia in prosa abbiamo qualche traccia in più per capire quello che alla fine si configura definitivamente come poema amoroso; qui l’amore da vicenda privata diventa evento cosmico, in tutto simile alla prospettata fusione di due galassie e scopriamo così “la calma delle stelle”.

Libro bellissimo, dicevo all’inizio, che cresce man mano che si approfondisce la lettura e che rimane segno di un’esperienza poetica fuori dal comune, di una scrittura impetuosa ma soggetta a un calcolo preciso, a un controllo direi geometrico della forma, dove però più che alla geometria euclidea, Maria Grazia Calandrone sembra fare riferimento,  misteriosamente,  alla matematica dei frattali

Consigliato soprattutto a coloro che vogliono conoscere il linguaggio profondo della nostra epoca, per uscire dal mutismo autorizzato delle televisioni, dei giornali e delle chiacchere sociali, virtuali o meno. Questa è come una conversazione elegante sotto un cielo stellato che ci rimanda perennemente l’immagine di un’immensità sfiorata, sufficiente, però, a colmarci. Tutto questo fa di Serie fossile un libro imperdibile.

  Gianluca GARRAPA, Satisfiction, 30.9.15

Il viaggio che iniziamo a fare con Serie Fossile, è un viaggio nel corpo cosmico, nel mondo e nel corpo dei nostri ancestrali riti di esistenza. Siamo l’ape e il cavallo, siamo lo sguardo e l’occhio che lo coglie. Il senso panico che ci strappa al fossile che eravamo nel momento prima dell’incontro d’amore con l’altro, col mistero del suo mondo. Il collasso dell’amore. Non ci spieghiamo l’Amore. Lo scuotimento che non ha parole e che ci attraversa ma non è un linguaggio. Il simbolo.

La foresta dei simboli, la campagna, ormai inusuale, ahimè, è diventato proprio questo amore e questo corpo che l’autrice canta. Lo straniero, l’estraneo si rivela nell’andamento della prosa, prosa? Poesia? O corpo verbale, corpo di natura, prima del linguaggio? Questo amore che è Per metà fuoco per metà abbandono.

È l’alba di cui si scrive la petizione per il suo rilascio nella forma che è prosa poetica. O forse diverso modo di disporre il corpo del canto. L’intera raccolta distribuisce il canto in forme che sono espressamente e visivamente poetiche e in lunghezze evidentemente prosastiche.

Ogni componimento è seguito da un simbolo, un geroglifico, come le impronte: le belle impronte del tuo amore, ad esempio / l’avvallamento fatto / dal peso caldo della tua testa / sul cuscino.

L’odore che segna la presenza di cose, di un’ubriacatura e del pianto: odore di vino e di terra bagnata, pneuma e feci.

In amore le parole non sanno spiegare il perché delle parole.

È come rendere in sintagmi umani, parlati, le forme universali del mondo che fermano lo sguardo, l’udito, l’odorato: una costellazione di api ruota sul tiglio / con saggezza inumana, per necessità di cose che non potrebbe alcuna lingua e grammatica dispiegare in fonemi e lettere. Fossili, sono fossili le lettere. Che l’amore sradica al loro mai cominciamento. È necessario e – sarebbe riduttivo dire amore / questa necessità della natura –, il tiglio, il suo odore, quel suo ‘alleviare’ si dice ‘lindern’ in lingua tedesca e ‘lindern’ è una parola filologicamente imparentata con la parola ‘tiglio’.

Fossili di un pre-linguaggio, avrebbe detto Lacan. E forse che lo scandalo è l’irruzione del linguaggio a voler identificare un corpo, o i corpi quando col loro incontro suggellano un’antica attrazione astrale. La gravità delle cose, la / forza gravitazionale che sulla terra viene detta destino, perché il mondo è fatto di cose e di s-oggetti, l’ape si comporta / come un oggetto di sconosciuta bellezza, i bambini abbandonati sono piccole cose che volano.E come oggetti per la troppa gioia / d’essere amati, cadiamo / sulla terra.

C’è questa fragilità di cosa, questa ineffabilità e durezza, questo splendore che è insostenibile e sicuramente inenarrabile. Il ronzio che ricrea il mondo e lo fa rinascere. Rinascere è una delle parole chiave, insieme con Alba, che percorre tutto il corso della storia di Amore in questo libro. Ogni amore ha conosciuto una morte e una rinascita. Un lutto primigenio e un abbandono epifanico che fa riconsiderare la luce.

Quanta gioia e quanta malinconia di cose che non sono mai nate e già sono perdute nella frenesia dei corpi che, decomponendosi, scompongono il mondo, questa eccedenza ronzante in cui l’uomo continua a esercitarsi. Ad amarsi.

L’alba, nome adespota che nessuna santa porta e che il canto riempie di odori. Non c’è una parola per un odore. L’odore è quello che è, ha un profumo di mosto e di deserto / la terra, odore di vino e di terra bagnata, un olfatto di cane / ha fiutato / cosa è rimasto / del corpo perduto. Ciò che resta del corpo è questo geroglifico che l’amore rende rotto: amore / – geroglifico / e germoglio – / accadi: / varchi / la soglia, scalzo / e senza volontà – e piú  / arrivi inatteso, piú deflagri e trasformi / la memoria in Presente, / portando in te il teatro della lontananza –

Questo canto d’amore che fa la terra specchio della parola e dell’uomo, nella sua forma, piega i cespugli affinché essi assomiglino a un volto umano. Ma le mani, d’altra parte, si sciolgono come aria. Un’osmosi panica, quando c’è Amore, quando si può dire dell’anima che ci ha innamorato: sei come un balsamo sulla ferita che tu stessa procuri.

L’amore è sradicamento: chiudo gli occhi per vedere / come vede / il ramo stroncato. E cosa siamo mai, noi, per essere assaliti, attraversati e goduti dal Demone e dal Dio se non limpide cose fatte di ali / e ossa vuote, queste cose irrisorie e senza nome o cuore

E siamo cosa noi in questo laccio d’amore: tu che animale sei, che annusi l’aria / morendo / e morendo possiedi. Siamo il corpo e forse tutta la poesia nasce lì, nel corpo, nel grido che si vuole fare parole e farsi capire, la conoscenza passa per il corpo. E la parola è, forse, che la madre quando ci pulisce dalla terra, dall’orrore della solitudine: la madre con la lingua / toglie la terra / dalla faccia al piccolo.

Il grido, allora, la rabbia, quel rumore sordo che è rumore del cosmo e delle cose di ogni giorno: {il rumore di fondo dello spazio è il rumore domestico delle / stoviglie, che echeggia a lungo / tra le rovine, questo povero modo di tornare umani}. Quando ami, sei un ingranaggio che si mette in moto, inizi a cavalcare, a vedere, a sentire un rumore di cose che si stanno facendo, avverti come il pensare, (ah, la bestemmia! / del pensiero), il ragionare, sia fatuo, la fatuità dell’io,che ci sputa in faccia come il miracolo sia questo corpo / – l’effimero. Ancora: la saggezza dell’amore che non ha legge, puro desiderio che non conosce limite, e incide la carne come da ragazzini innamorati di scolpiva la corteccia di un albero: questo è quanto conosco dell’amore: le ferite che impiegano / anni a tornare / carne che vuole essere ancora benedetta dai baci.

Sa, questa Poesia, richiamare il divino, scacciare l’indifferente, rifarci cose umane, vive, sradicati dal fuoco del reale e scagliati nel rombo delle stelle. Ridare desiderio. È scandalosa questa Poesia, che canta, di questi tempi, la forza del desiderio, è coraggiosa a richiamare i corpi-cuori a essere umani-animali l’uno con l’altro, a strapparci all’irreale del falso godimento delle informazioni autistiche, a tornare laddove i lupi sbranano, le api ronzano, il miele affoga e la luce acceca, nel creato, nell’amore. Dove tutto è uno e ognuno è nulla senza l’altro.

Andrea ROMPIANESI Scrittura nomade, 14.10.15

Già dalla prima poesia del titolo di Maria Grazia Calandrone  “Serie fossile” (Crocetti, 2015) emergono alcuni vocaboli particolarmente significativi: seme... elemento che genera, debolezza... fragilità ma anche preziosità, il sintagma “metti il dito” che riecheggia, in altro senso, il “mettere il dito nelle piaghe” del dettato evangelico, occhio... capace di sfiorare visioni in una sinestesia lieve, perdono.. dal quale si intraprende un nuovo cammino. Ci sono misure vegetali e sensi umani che compiono il loro tragitto sulla pagina divenuta foresta di simboli evocante motivi letterari nei quali il peso dei termini è condensazione minerale e correlazione di elementi. Versi asimmetrici e proposte di rime operano nella danza aperta dagli spazi un rivissuto reinterpretare i segni alla luce di una fisicità ancestrale. Una preistoria dove già vivevano sguardi che testimoniavano passaggi, rinascite... “sei passata attraverso/ l’oro verde dell’iride”. Una necessità della natura che è forza, dolore, ma anche molto di più dello stesso amore... quando il vuoto deve essere colmato dalla consapevolezza metafisica di soggiornare all’interno dell’essere che sussiste all’opposto del nulla. E niente di ciò che era prima sembra andato perduto; ogni traccia è orma di riti e ruoli incancellabili. C’è un’immagine molto significativa legata ad una partecipazione intima ma esposta, quando si nominano “bambini lasciati sulla sabbia salata/ come costellazioni terrestri”, quei “bambini abbandonati una volta” che però “tornano/ aspirati dal vento”. E c’è gratitudine, commozione, bellezza, anzi insostenibile bellezza, struggimento, tutto ciò che si oppone a un dato puramente oggettuale, perfino fossile. Sembra che Maria Grazia Calandrone, una delle voci poetiche più significative della sua generazione, qui voglia prendere atto di tutto ciò che esiste evidenziando l’infinita serie di relazioni tra l’effusione e la percezione, tra ciò che diciamo “io” e ciò che diciamo “mondo”, dove l’uomo si fa protagonista di una testimonianza quasi postuma ma ancorata alla condensata materialità dei nuclei esistenziali, dalle molecole sorrette dal soffio vitale intimo dei fenomeni. La metamorfosi “si apre all’alba”, tra componenti di un insieme abitato da sostanze, colori, vegetali, transumanze reiterate, allo stesso tempo quotidiane e simboliche, sensi del coraggio necessario per saper morire e rinascere. Ed è serie davvero, forse bianca o diafana, e forse ancora contraria al suo dire e predire, rifare verso a mutazioni distinte, a profumi, a suoni del sistro, a incastri di luce che segnano notti non apparenti ma devote alla combinazione delle essenze. La tecnica di scrittura sembra, a volte, voler sospendere la versificazione e farsi prosa, struttura poematica e prosastica in immediata alternanza, intelaiatura che vive iati ed inneschi fruibili ad un sentire progettuale ed ermeneutico. Tra passato e futuro sembra delinearsi nitido lo scenario desertico e arido ove però emergono, testimoni inattesi, tensioni e varchi, gioie e splendori, lucciole notturne e febbri primaverili, un infinito passato da cui sembra tornare una forma animale al trotto che richiama quella “cavallinità” espressa nelle pagine di un’opera di Giorgio Manganelli. Un nome che poi ritorna in vari momenti è quello di Pier Paolo Pasolini. Proprio il poeta corsaro è stato infatti particolare poeta del “corpo”, del famelico divorare ogni cosa per poterla sentire e porre sotto l’attento esame dello sguardo, dalla parte di un rito che scopre la “poesia in forma di rosa” e che qui diviene “amore a forma di cosa” nata e risorta in un trasumanare che è conflitto. Spesso i versi sono di una trincea dura, aspra, dove incombe un’assenza voluta di possibilità fonetiche ad altro rinviate affinché i depositi enucleati convergano verso la fisicità stessa di caratteri che, ad esempio, in un particolare testo si fanno anche tipograficamente anarchici, imprevisti, molteplici, esposti nell’atto di concretizzare quasi teche museali di un possibile itinerario nomade attraverso incisioni differenti. Una distesa di rovine, tracce archeologiche dove, in contrapposizione, si pongono stille di sangue condiviso, radici di miti e culture veicolati in stimoli che sarebbero piaciuti a un poeta come Dorian Veruda, anche se la poetica di Maria Grazia Calandrone si muove in una dimensione sicuramente differente da quella propria di un certo mitomodernismo. Determina e caratterizza poi il tutto un aroma sensuale, un umore femminile che evoca a sé il diritto-bisogno di rivolgersi a un tu amato, ontologicamente espresso, dove il suono è senso e la cura è pace.

 Marilena RENDA, "alfabeta2", 25.6.15 - DI BESTIE E DI STELLE

Le poesie di Serie fossile portano tutte una data. Scandiscono cioè, in quella forma di implacabile progressione che è il raccontare le cose nell’ordine in cui sono accadute, il dispiegarsi di una storia d’amore che mette a vivo cose nascoste, forse mancanti, certo sepolte come reperti di un’umanità perduta.

Chi canta lo fa per eccesso, in altezza e in profondità, come se il rapporto amoroso consentisse di attingere una nudità e una radicalità dell'esperienza mai raggiunte. Non a caso uno dei primi testi, (°) - seme, contiene il sintagma «bruciatura del neutro», che fa subito pensare a Blanchot quando scrive: «L’ignoto è pensato sempre al neutro», oppure: «pensare o parlare al neutro equivale a pensare o a parlare a prescindere da ogni cosa visibile e invisibile, ossia in termini indipendenti dalla possibilità». E cosa c’è di più indipendente dalla possibilità dell’incontro con l’altro?

L’incontro con l’altro, come l’esperienza della poesia, porta in sé una dismisura che da sempre è la cifra del lavoro poetico di Maria Grazia Calandrone; i versi si addensano sulla pagina come se non ci fosse spazio sufficiente a contenerli, scalfiscono un limite, cercano visibilmente di portare il lettore in un luogo in cui non è mai stato prima. Rispetto ai libri precedenti, Serie fossile possiede un’inedita densità e compattezza; i campi metaforici, sempre soggetti a sconfinamenti, sono quelli del cielo e della terra, delle galassie e del germogliare, dello spaccarsi e sobbollire della terra (la «terra-alba», che tiene dentro il sopra e il sotto, come il canto della poesia). I movimenti, opposti ma complementari, sono quelli dello staccare e del saldare, dello spezzare e poi del ricongiungere, ma più di tutto del rifondare, dell’impastare, dello sciogliere, del versare e del ricevere.

Essendo l’amore processo alchemico che deve portare alla trasmutazione della materia del corpo, l’amante – figura araldica del cambiamento e della conoscenza di sé attraverso l’altro/a – nel rimanere profondamente se stesso balza davanti all’altro in forma soprattutto animale – ape, cavalla, uccello, scarabeo –, e nel suo movimento di rivelazione non manifesta solo il proprio desiderio, ma si trova a incarnare l’animale interiore dell’altro, quello che viene nei sogni a dirci chi siamo e cosa vogliamo, oppure a rivelarci i contorni di un mondo che nella coscienza già esisteva ma a cui solo la presenza dell’altro permette di emergere («il mondo era un’opera grezza, un non-del-tutto / compreso intento della grazia»). Dice Hillman nell’animale del sogno: «Tutti gli esseri viventi sono pregati di presentarsi, di manifestarsi, di farsi vedere, di rendersi ostensibili – ostentatio in latino era la comune traduzione del greco phantasia, la fantasia. L’ostensione di ogni animale è la fantasia che egli ha di se stesso». In Serie fossile, questa fantasia viene ribadita in più luoghi: «[…] qui / non c’è che incarnazione / e lingua del pensiero»; «sono io che ti suscito? / questa tenera cosa / questo caldo umano / che si leva da te / è tutto fatto dalle mie parole / oppure / preesisteva / e risponde al richiamo?»; ma soprattutto: «[…] perché io / sono il corpo venuto dalla tua anima». L’altro è creatura che germina da un corpo che si muove in ogni direzione «[…] e, se respinge, ora che fibra / è commista con fibra, deve respingere il suo stesso corpo».

I misteriosi geroglifici che accompagnano i titoli fanno da segnaletica interstellare, forse a indicare alle stelle stesse la loro posizione. L’amante, figura della nudità e del nutrimento, sposta sempre più in là i confini del gesto e della parola finché il suo stesso movimento, che è movimento celeste di cieli, albe, asteroidi e galassie, non spinge entrambi al di fuori del cielo in cui, per una breve e miracolosa stagione, hanno vissuto insieme: «risvegliandosi nel cuore della notte invernale nelle condizioni descritte, l’osservatore Alfa si siede e aspetta. se richiesto di cosa stia aspettando, risponde: che infine sia l’alba».

Daniela ATTANASIO, "il manifesto", 12.5.15 - DIARIO PER UNA PREGHIERA PAGANA

Chi scrive la raccolta poetica Serie fossile parla in prima persona di una storia d’amore rubata dalla profondità della terra e gettata nella materia oscura dell’universo. La scrittura sembra essere per l’autrice un pretesto, come fosse un appiglio al quale aggrapparsi per dare corpo al suo realismo visionario, o come fosse la scusa necessaria per superare la difficoltà di raccontare ‘a voce’ la propria passione amorosa. Ma è anche il pre-testo, un luogo concettuale dove si sviluppa la sua idea tellurica della passione, preesistente alla forma stessa dell’amore. Già il titolo porta il lettore in un’area remota del tempo e in uno spazio sotterraneo dove si arriva scavando e dove si raccolgono organismi vissuti in altre ere e che, ancora vivi, si sono cristallizzati nella resina indurita dell’ambra.

“Sarebbe riduttivo dire amore”, è scritto in una pagina iniziale della raccolta. E infatti, in questo lungo diario di indagine immaginifica e realtà narrativa si parla dell’amore sovrumano, quello che l’amante-autrice del libro vive in congiunzione con la natura, con le sue creature e i suoi fenomeni e dove lo sguardo registra e assimila le trasformazioni del corpo amato. Ma forse anche questo modo di sentire, che va dentro e oltre i sensi, questa disposizione a osservare con paziente inquietudine il fluire della bellezza e del calore umano da un corpo all’altro delle amanti, sono pretesti creativi e insieme creaturali. Il corpo descritto viene infatti evocato, in una sorta di adorante preghiera pagana, come esemplare primigenio della specie, una figura che incarna la completezza della natura femminile e la sua sfuggente realtà.

Serie fossile non è solo un canto d’amore e Maria Grazia Calandrone non ne è soltanto l’autrice. Il libro e la donna che l’ha scritto sono la testimonianza di un’impossibilità a considerare e condividere quella specie di statuto morale che regola i rapporti umani all’interno di una società costituita. Il pianeta abitato dalla donna-poeta si raccoglie in un solo essere che in sé contiene il senso della vita, della morte e della scrittura. Non è un canto solare ma un’ode ctonia che fluisce dalla terra per rendersi evidente alla sua stessa autrice: “Questo caldo umano che si leva da te / è tutto fatto delle mie parole oppure preesiteva e risponde al richiamo?”

Preistoria e preesistenza: in questo passato incalcolabile tutto è già avvenuto e tutto resta nella sua evidenza; sopra ogni altra cosa la ‘parola’ e la ‘terra’ “che la imita”. Forse, come è stato per Whitman, il vero innamoramento di Maria Grazia Calandrone è per le parole che vengono prima del corpo, prima del fossile, prima della natura, prima che il magma fuoriesca dalla crosta terrestre. Parole di pregnanza ustionante che lasciano un segno nero di scrittura sulla pagina: “io ti sento venire come solitudine / dai pontili che gettano nell’Adriatico / qui dove insiste ogni cosa del mondo / in una pace grande / come un bulbo di prua: pesci guizzanti / sulla pietraia, ruggine dei giardini / autunnali, pieni / di caduta, volti erosi / dalla bellezza e felici secondo giustizia”.

Nella parte centrale del libro si apre un mirabile inserto di ragionata consapevolezza (anomalo rispetto alla lunga sequenza di invocazioni e visioni amorose), intitolato “Petizione per il rilascio dell’Alba”. E’ un lucido trattatello sul risveglio del corpo amato che, incapace di aprirsi al desiderio, si è ‘spento’ in una malinconica nostalgia di vita. Uno scritto che graficamente si muove tra prosa e versi e in cui la voce narrante, con una scelta di scrittura antilirica o più semplicemente impoetica, intrisa di fioriture ironiche e con il ritmo espositivo di uno scritto notarile, indica gli eventi “malaugurati” che hanno determinato il richiudersi del corpo dopo una breve apertura e rinascita: “…al corpo su detto mancano aria e luce / ed esso mestamente si va / spegnendo, nuovamente / s’incurva e si scava nel viso.”

Nel racconto di questa storia a una sola voce, quando la corrispondenza dell’amata si spegne, lo sguardo dell’amante si sposta dal corpo e dal ricovero oscuro della terra cercando nuovi spazi d’indagine nel cosmo. Non più gli organismi fossili che racchiudono e fissano corpi vivi e amori ma due galassie gemelle che “la forza di gravità di ciascuna nei confronti dell’altra” ha portato a “confondersi in un unico grande fenomeno, in un abbraccio pieno”.

Giovanna ROSADINI in la 27ora del CorSera - COSA SUCCEDE QUANDO CI INNAMORIAMO?

“Innamorarsi non è soltanto essere attratti da una persona, vederla bella e desiderabile. E' un mutamento interiore di tutto l'essere”, ha scritto Francesco Alberoni in un famoso saggio entrato nella storia della sociologia.

A questo interrogativo risponde a modo suo un libro appena uscito. E scrivendo a modo suo intendo nel modo peculiare e personalissimo che è quello della parola poetica. Il libro in questione è l’ultima raccolta, dall’emblematico titolo Serie fossile, di una delle poetesse italiane più conosciute e apprezzate, Maria Grazia Calandrone. Pubblicato da un editore che della Poesia ha fatto il suo campo d’elezione e il suo cavallo di battaglia, a partire dalla rivista che così si intitola: Nicola Crocetti.

In un mondo come quello odierno, in cui la banalizzazione del tema amoroso (pensiamo solo all’ambito dei social media, per non parlare della posta del cuore diffusa a livello di mass media o della pubblicistica specializzata) va di pari passo con la sua rimozione nella sfera pubblica della vita delle persone, un libro come questo riporta il tema della passione (o forse sarebbe meglio dire ossessione) amorosa al centro della vita, quella reale e vissuta di ciascuno di noi, ma anche del dibattito culturale dei nostri giorni.

Non è un caso che a scriverlo sia stata una donna, anche se la lirica di genere amoroso ha il più celebre degli antesignani in Francesco Petrarca, uno dei padri nobili (la celebre triade Dante, Petrarca e Boccaccio) delle patrie lettere, oltre che della lingua che oggi parliamo. Genere, peraltro, radicato in modelli culturali quali la poesia provenzale e il “dolce stil novo”, ma anche in quella tradizione ecclesiastica che sublima l’amore fino a una trasfigurazione mistico-elettiva (si pensi a sant’Agostino). Ma in Petrarca, come ha scritto Paolo di Stefano, “l’amore esiste come chiave di lettura, come centro retorico, come nucleo mentale attorno al quale si è organizzata una delle prodigiose macchine linguistiche della letteratura”. E certamente a questa “linea petrarchesca” extratemporale e presente nella tradizione italiana fin dal Quattrocento (c’è chi ha definito il grande poeta aretino un “enorme fossile” – per restare in tema - piantato nel terreno della cultura italiana e ormai inamovibile) si può ricondurre anche un libro, inequivocabilmente contemporaneo per movimento e vivacità che lo contraddistinguono (oltre che per un linguaggio aperto ai più diversi influssi ed estremamente diretto e comunicativo), come quello di Maria Grazia Calandrone,  vero e proprio canzoniere amoroso di inusitata intensità dei nostri giorni.

Ma lasciamo che sia la sua poesia a parlare:

giardino della gioia originaria
 
la tua carne nascente come una fiamma nella fiamma verde della campagna
io non credo ai miei occhi
 
vedo il bronzo dorato 
del corpo che si accosta
io non credo ai miei occhi
 
estrai oro volatile
dal tuo petto capace di provare amore e mi dici tra i baci è un miracolo
io non credo ai miei occhi
 
tutta l’erba e l’intero profumo della campagna sono stupore
 
questo pane lasciato nell’erba è stupore e lo è la bottiglia che schiuma sui fiori
 
non ti asciughi la bocca
la tua bellezza è senza sbarramento
 
nel mio sangue c’è spazio senza dominio, e dal centro di tutta la vita mi zampilla un abbraccio grande come il mondo
 
te l’avevo già detto
in città, ti ricordi? guarda, il mondo è grandissimo, è il tuo amore che si è fatto spazio
 
nuda a metà, l’asciugamano in spalla
cammini
con la carne rinata dai miei baci
 
con piedi da bambina
sali le scale,
sali a sentire dove comincia l’anima di una creatura viva
 
nel luogo cruciale
c’è un grande silenzio
e un ronzio di zanzare
l’oro delle tue labbra
la bianca oscillazione del tuo sangue
 
dal corpo amato affiora
un chiaro che trabocca,
tutto il corpo fa un suono di mare
come batte il tuo cuore
e nel mio sangue splende la stessa luce
 
ogni tanto ridiamo della mia pena
che non esistano parole più grandi
 
se io potessi aprirei il mio petto, ti ricordi?
 
invento io le parole
invento tutto il mondo
per farti felice
 
poi, ti ho lasciata andare come volevi
 
non andare, dicevo, mi manca
cosa sono con te, questa cosa
capace, questo spazio assolato che diventa il tuo bene
 
non solo il muscolo provava sofferenza, ma tutta la zona
circostante doleva
e il silenzio raschiava come una lima e completava l’opera spontanea del dolore
 
quale eco, che luna, quale zolla, quale cratere, quale
fra le alte stelle della notte che hanno illuminato la tua bocca ancora
felice per l’amore, che pietoso pianeta
si è mosso a compassione? cosa ha avuto bontà?
 
il tuo corpo ancestrale ha rilasciato il suo corpo astrale
 
alba che oscilli sulle cose mortali quando si svegliano
come se non dovessero morire
questo è quanto conosco dell’amore: le ferite che impiegano anni a tornare
carne che vuole essere ancora benedetta dai baci, non lasciarla mai sola
 
9.7.14 (pp.119, 120, 121)

Lo scenario è quello di una campagna assolata tardo primaverile; al risveglio della natura si affianca quello dei sensi dei due protagonisti di questi versi, dopo un lungo inverno di ibernazione e oblio.

Alba è la parola ricorrente in questa raccolta, così come Laura lo fu per il Canzoniere petrarchesco: nome fittizio, certo, o, più probabilmente, metafora dello stato nascente che ogni nuovo amore porta con sé?

Quello stato nascente che è la connotazione primaria, secondo Alberoni, dell’innamoramento: noi ci innamoriamo quando ci sentiamo pronti a cambiare, quando sentiamo in via di esaurimento le nostre precedenti esperienze amorose: è a questo punto che si avvia in noi un processo di destrutturazione-ristrutturazione, chiamato appunto in tal modo: siamo pronti a ricostruire il nostro mondo e cambiare il nostro futuro incentrandolo sulla relazione con la persona amata. Da ciò la celebre affermazione secondo la quale “l’innamoramento è lo stato nascente di un movimento collettivo formato da due sole persone”. Per Alberoni, che dopo il celebre De l’amour di Stendhal del 1832 ha scritto il primo studio contemporaneo sull’innamoramento, Innamoramento e amore, nel 1979, l’innamoramento è un processo della stessa natura della conversione religiosa o politica: l’individuo diventa capace di fondersi  con una collettività ad altissima solidarietà, ma in questo caso di sole due persone: la coppia.

Tornando alla poesia citata, si tratta di un testo collocato verso la fine del volume, che contiene quasi tutti gli elementi che caratterizzano l’innamoramento come stato nascente:il sentimento di stupore dato dalla rivelazione della qualità speciale che l’altro, l’innamorato, incarna; il carattere di miracolo che i due innamorati sentono di vivere nella reciproca scoperta, ovvero la percezione di vivere qualcosa che li trascende, un evento fatale, ineluttabile e più forte di loro… Ancora, il senso di rinascita che ciò comporta, il sentirsi reimmessi nel flusso della vita (vedi anche le allusioni al battito del cuore e al sangue presenti nel testo), e come tutto ciò sia connesso a un doppio movimento: da una parte in direzione di un recupero di qualcosa di ancestrale, di remoto e già vissuto, di primordiale (ed ecco spiegato il titolo, Serie fossile)  e dall’altra in senso ascensionale, verso l’alto (“il tuo corpo ancestrale ha rilasciato il suo corpo astrale”), verso una dimensione di completezza e ritrovamento dell’unità primigenia che ha a che fare con la sacralità dell’esistenza, dunque proteso in avanti e al futuro. Ancora, il senso di indicibilità che questo comporta, l’ineffabilità di una tale ritrovata condizione: “ogni tanto ridiamo della mia pena/che non esistano parole più grandi”.

La presenza della persona amata diventa improvvisamente necessaria alla vita di colui che ama, un bene primario ed elementare come l’aria, l’acqua, quel “pane lasciato nell’erba” del testo; “L’amato ha su di noi l’autorità di confermarci nella nostra identità personale o di genere, di svilupparla oppure di negarla e farla vacillare dolorosamente – ha scritto Stefano Levi  Della Torre in un altro e più recente bel saggio sull’argomento (Amore, Rosenberg & Sellier, 2013), e così continua:”Questo punto cruciale della legittimazione forse riecheggia qualcosa di primario, la legittimazione o meno alla vita dataci dalla madre e secondariamente dal padre al nostro ingresso nel mondo. Forse anche per questo l’innamoramento ha il sapore di un nuovo inizio, di un’iniziazione (…) La differenza sessuale, ma anche la differenza omosessuale platonica fra l’adulto e il giovane, sarebbero una frattura dell’essere originario, in cui le parti separate soffrono dell’amputazione. L’attrazione erotica risulterebbe dunque la pulsione a ricostruire l’unità dell’origine, riassociare il femminile col maschile e viceversa, sarebbe il senso di una mancanza che chiede una reintegrazione: a integrare la nostra parte mancante e a risvegliarle nostre parti latenti (…) Nel testo biblico invece è posto l’accento su un altro aspetto: Iddio pose la donna di fronte all’uomo come un essere della sua stessa carne e capace di stargli di contro (qenegdò), di confrontarsi con lui faccia a faccia. Perché nel confronto reciproco il maschile e il femminile riconoscono se stessi. Nella loro naturalità, ma anche negli stereotipi sociali che li distinguono (…) E tuttavia l’amore, nel suo “stato di eccezione”, sa essere ribelle alla gerarchia di genere costituita…”.

Leggendo la raccolta poetica di Maria Grazia Calandrone, questo stato nascente di cui si è detto prende forma nella prima parte del libro, attraverso una progressione indicata dai titoli emblematici dei testi: ecco dunque poesie come “Seme”, “Fossile”,  “Obbedienza”, “Trono del sole”, “Seconda vita”, “Finisce /ricomincia”, “Lacerato l’involucro”, “Mal d’aurora”… Altrettanto emblematicamente, il secondo momento di questo percorso, che si snoda in sette sezioni, si intitola “Nel mondo”, ad indicare proprio un ripreso contatto con la vita e il cuore pulsante delle cose, una ritrovata sincronizzazione con l’esistenza nel senso più ampio e più pieno. La persona amata è cantata, celebrata e declinata in un florilegio di immagini, come recita la poesia in apertura della raccolta, la già citata “Seme”:

(°) – seme
 
hai una debolezza di spiga,
muscoli di cavalla, un’arsura
di sabbia calpestata
nella spina dorsale
e un solco di aratura,
la solitudine di una bestia santa all’angolo
destro della bocca, dove un’intelligenza
appena nata ti sfiora
quasi senza svegliarti
 
metti il dito nel solco del tuo cuore, indicami
 
scopri la crepa tua da dove stilla
il mio sangue sulla foresta dei simboli e nel sonno che specie di amore
trabocchi
sugli oggetti intorno
                                  
                                   (quanto eccede
la misura del corpo finisce
per agire tra i legamenti elettrici del mondo
come la bruciatura
del neutro – l’inizio
dell’anonimo – poggia con tutto il peso
sulla Terra Straniera del tuo corpo – per favore
non dirlo, chiudi la bocca)
 
perché il tuo occhio destro sfiora le acque
di un mare sepolto
                                – seme,
profondamente
rovo e corona
di specie
sconosciuta –
                        apertamente tace come bronzo, cammina
nel presente
come in un tempio, come nella memoria –
 
                                                                      fin che dal fondo
dal teatro del mare
una creatura adulta disarmata
si alza in piedi, crede al tuo perdono
 
23.5.13 (pp.13-14)

Questo procedimento richiama un altro illustre precedente, quel Cantico dei cantici attribuito a re Salomone (leggendario per la sua saggezza e i suoi amori), che è stato uno degli ultimi testi accolti nel canone della Bibbia:”Una cavalla dei carri di Faraone/Mi sembri amica mia//E come sono belli/Le tue guance nei pendagli/ Il tuo collo nelle collane” (…) Come sei bella amica mia come sei bella/Fra le tue trecce i tuoi occhi sono colombe//Come un gregge di capre/sospeso sulle pendici del Ghilàd/I  tuoi capelli…”.

L’amore, notoriamente, implica un’elezione: l’essere amato diventa unico e insostituibile, e la massima aspirazione per la coppia di innamorati è arrivare a fondersi in un “noi”.  

“Nello stato di innamoramento, – scrive ancora Stefano Levi Della Torre –  siamo dopati: quando ci innamoriamo, produciamo in quantità eccedente un ormone che eccita il nostro cervello, la dopamina (…) L’ormone induce uno stato di felicità esaltata, rende più capaci di osare, disinibisce e rende più risoluti nelle decisioni e più capaci di stabilire connessioni (…) La dopamina rende anche più inclini all’illusione, poiché inibisce le zone cerebrali deputate alla valutazione critica e ai giudizi negativi, sì che le pene d’amore sono affini alla crisi di astinenza dalla droga”.

Così, proseguendo nella lettura della silloge di Calandrone, abbiamo la percezione di una difficoltà subentrata allo stato nascente, al momento iniziale della piena corresoonsione e reciprocità che coincide col rimarginare di antiche ferite e nella ricostituzione dell’unità primigenia: “Se non s’acqueta nel ‘voler bene’, se non si spegne nell’abitudine, l’amore è felicità e un patire. Solo fino a un certo punto, l’amore si alimenta dell’essere infelice e apprensivo, perché si diletta della sorpresa, del dono inatteso che emerge dall’incertezza”, conclude Stefano Levi Della Torre.

Dunque, “Per metà fuoco e per metà abbandono”, si intitola la seconda parte della raccolta, improntata a un inspiegabile sottrarsi della figura su cui tanto si è affettivamente investito… come si evince dalla poesia che segue, intrisa di un sentimento di perdita e nostalgia, dove alle sagome di tre animali è affidata la simbologia del nuovo stato:

Ɯ – scritto delle tre non solitudini
 
primo, compare l’asino: tiene il muso basso sui trifogli, gira l’occhio nerissimo sulla figura
che torna a muoversi nella casa d’aria
 
                                                            poi la cetonia aurata, lo scarabeo
della rinascita, capovolge lo schema
esangue
di una logica senza miracoli
nella disperata gratitudine delle mani
che, toccandosi appena, fanno strada all’insetto – e questo
è il numero bellissimo, è grazia
verdemetallica, acerba
 
ultimo, il cane giallo
custodisce la porta di un santuario, un colonnato
di lecci giovani nel caldo ancora umano della terra autunnale
 
 
dentro questa natura che fa tutto per noi tu cammini
disabitata, non più
all’altezza dell’amore: reggi da sola il caldo dell’offerta e il desiderio, non ti lasci fiorire con l’obbedienza
del gregge
e dei voli che non lo distraggono, perché il gregge non teme
nulla sotto la luna piena del pomeriggio
 
sei una cosa che pare leggera
e si lascia accostare
fra i tralci: amore
aperto, amore
che non resiste, non mi lasciare sola sulla terra
quella che dici pace
è il pianto muto del corpo
che colava la gioia della fibra profonda con la prua tesa
da un vento elettrico
 
io ti sento venire come solitudine
dai pontili che gettano nell’Adriatico
qui, dove insiste ogni cosa del mondo
in una pace grande
come un bulbo di prua: pesci guizzanti
sulla pietraia, ruggine dei giardini
autunnali, pieni
di caduta, volti erosi
dalla bellezza e felici secondo giustizia
 
                           – la lastra
                                            d'oro verde del limo nel sistema solare
                                                                                                       e il tuo bene –
 
ora, su questa terra
dove siamo
solco e bandiera
e impariamo a soccombere
                                          alla materia: questo corpo
                                                                                   – l’effimero, è il miracolo
 
6.10.13 (pp. 78-79)

Fanno la loro comparsa, dopo il canto partecipe della natura nella prima parte del libro e la ricchezza e pienezza tematico- lessicale che la contraddistinguono, parole come “disabitata”, “pianto”, “muto”, “solitudine”… Ma, significativamente, la speranza è affidata alla parola che chiude il poema, “miracolo”.

Come per una reazione chimica, è avvenuta una trasformazione da cui non c’è ritorno. L’amore porta con sé, sempre, una carica eversiva: cambia nel profondo coloro che ne sono toccati, sconvolge equilibri, relazioni e schemi preesistenti.

Recentemente, parlando con l’amico scrittore Tiziano Scarpa a un reading poetico cui ho partecipato nella sua città, Venezia, ragionavamo del fatto che solo la letteratura, probabilmente, può abitare la dimensione dell’assoluto e dire la verità. Ma, se questa divenisse di pubblico dominio nella realtà, probabilmente crollerebbe tutto.

In chiusura di Serie fossile c’è uno scritto memorabile che descrive l’abbraccio di due galassie gemelle (reali e con tanto di sigla indicativa) posto in relazione con due ammoniti fossili (la forma è sempre quella, a spirale) montate su un monile… Come già scritto, ecco l’amore come doppio movimento, retrogrado verso una memoria perduta e recuperata e ascensionale, in direzione futura e siderale.

A noi però piace riportare, in chiusura di questo post, una delle ultime poesie del libro, imperniata sulla figura dell’albero. Albero che pare richiamare, nella sua qualità “fossile”, quello dell’Eden biblico, l’albero della conoscenza del bene e del male che è stato interpretato, specie dal cristianesimo, come albero dell’Eros…

ϔ – albero, fossile

verrai nutrita
a lungo, avanti
nel tempo della vita, dai frutti
di un melo preistorico. in un futuro aprile, t’innalzerai
con la spina dorsale spinta
da una linfa nuova,
ricorderai la dolcezza dell’albero che non voleva morire e ributtava e rifioriva, ogni volta
che lo tagliavi. girerai indietro
la testa, allungherai la mano, la bella mano che con tale dolcezza accarezzava
i rami aperti del melo
e mangerai. allora tornerò nella tua bocca con la leggerezza della luce. e ancora,
al calor bianco del nostro tempo estivo, mangerai
la mela che ha pescato
al fondo del tempo, il frutto rosso e gonfio
come un’arteria, che scorre
dalla mia vita alla tua vita,
ma lontano, ma sotto, là dove non arriva la ragione,
nei luoghi inarrestabili. dimentica
l’albero. non pensare più a niente, soffiami via. che resti solo vita per la tua vita,
 
24.8.14 (p. 127)

Simbologia che si ritrova anche nei video che l’autrice, qui anche disegnatrice, ha tratto dalle poesie, insieme alla festa dei colori della campagna estiva:

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MICHELE ORTORE: speciale TRECCANI sulla lingua della divulgazione astronomica

Poesia «in ciel»

Non stupiscono, allora, i tanti casi in cui questa scienza è entrata, con ruoli più o meno importanti, in letteratura. Pensiamo all’importanza delle perifrasi astronomiche in Dante; oppure al genio di Leopardi che, ben prima di far dire al suo pastore errante Che fai tu, luna, in ciel?, aveva scritto a soli quindici anni una Storia dell’Astronomia dalla sua origine sino all’anno 1813. E tutt’oggi la poesia (almeno quella innovativa) può accogliere lacerti più o meno consistenti di lingua astronomica nel suo tessuto compositivo, raggiungendo risultati espressivi di particolare originalità, come capita in questa poesia tratta dall’ultimo libro di Maria Grazia Calandrone.

DOPPIOZERO Campioni # 15. Maria Grazia Calandrone, di GIANLUCA D'ANDREA, 5.1.2016

Nella produzione in versi di Maria Grazia Calandrone, Serie fossile segue La vita chiara, raccolta del 2011 che, evidenziando la necessità per la parola di porgersi come corpus mundi, si chiudeva sulla trasfigurazione estatica e sulla perdita: «Siamo già resti, Aurore – e sorridiamo. // Più di questo io non avrei potuto / con questo provvisorio delicato / corpo che si scuoteva in tutta la lunghezza per il mycobacterium, / una spora spugnosa / di dolore / che pronuncio con grazia / e contrappunto di nascosto a crome / di sangue. Quanta / castità laica da mantenere – quanta / astinenza, sorella!» (Alla sua ultima musa, in La vita chiara, Transeuropa, Massa 2011, p. 93, vv. 50-60).

Già la parola in La vita chiara brillava di una luce oscura, per cui il corpo della scrittura pareva seguire traiettorie oscillanti. Dal buio alla luce, appunto, dal santo al bestiale, senza gerarchie rintracciabili, in cui l’Io che prendeva parola, lo faceva dal corpus di una materialità sempre sull’orlo dell’esondazione: «La creatura è lo specchio nella cui unica cornice il mondo morale si propone agli occhi del Barocco. Uno specchio concavo, che può riflettere solo deformando», diceva Benjamin nel 1928 (Il dramma barocco tedesco, Einaudi, Torino 1999, p. 66) e così la scrittura di Calandrone sembra comportarsi. Esplicitandosi continuamente in un processo metamorfico, nell’esuberanza e nell’esperimento laboratoriale, quasi alchemico.

La volontà manipolatoria della materia verbale, in Serie fossile, è esibita già nei molti titoli introdotti da una “cifra”, da un simbolo con funzione classificatoria e seguito da una “nomenclatura”. L’artificio tassonomico (alla Linneo, per inciso, anche se la nomenclatura binomiale fu inventata almeno un secolo prima delle classificazioni del naturalista svedese, quindi agli inizi del Seicento) è il segno più evidente tra i molti di una raccolta che, anche sul piano strutturale, non lesina di scomporsi artatamente in un duplice frazionamento – corredato di micro-sezioni interne – con obiettivi speculari. Da un lato, nella prima parte, Serie fossile per l’appunto, si assiste all’anabasi del corpo attraverso le capacità “prospettiche”, fino a giungere, nell’altra, Per metà fuoco per metà abbandono (con esplicito riferimento all’Anedda di Notti di pace occidentale), al rischiaramento «dalla fibra più segreta» (p. 128) del codice, che si slarga oltre la prospettiva individua e nel tono più meditativo.

Nel passaggio oscillatorio dal micro al macro non si perde la necessità “nomenclatoria”, né la plasticità senza termine, ciclica. Barocco, dicevamo, cioè il gioco insito nel dramma: «Quando comincia, quando finisce / il gioco non sappiamo, forse / era giorno… ma solo che dentro / o fuori è poco diverso». Questo incipit da Lucio Piccolo (Gioco a nascondere, in Canti barocchi e Gioco a nascondere, Scheiwiller, Milano 2001, p. 59, vv. 1-4), può bene introdurre il testo qui proposto, tra i più rappresentativi di Serie fossile, perché evidenzia la tensione che si gioca tra il velamento e la “chiarità” bruciante e che, essendo l’ultimo della serie, è anche acme del progetto di commistione linguistica attuato da Calandrone.

L’intreccio e lo scavo, che già spiegano il titolo della raccolta, si ritrovano in γ – insieme MRK 1034, creando analogia tra il corpo minerale – le «due ammoniti sul tuo petto» – e i corpi cosmici delle due galassie gemelle destinate alla fusione. L’intreccio spiraliforme aderisce completamente alla volontà associativa di Calandrone, ed è un segno di riconoscimento forte. Un σuμβολον, di cui, d’altronde, avevamo potuto constatare la presenza quasi “geroglifica” in molti dei titoli, compreso questo. Il γ indicava, per i filologi alessandrini, il III libro dell’Odissea, il libro della partenza di Telemaco verso Sparta, il libro dell’alba dalle «rosate dita», della speranza positiva dell’incontro sotto il segno “rituale” della rinascita. Pur restando nei limiti della suggestione, il riferimento ci conduce a uno dei termini che scandiscono Serie fossile. «Alba», con ricorrenza sintomatica (la micro-sezione centrale è La sposa alba) e, direi, “volontaristica”: se collegabile allo sforzo “luminoso” della raccolta che emerge dall’accostamento simbolico tradizionale luce-gioia.

Il corpo spiraliforme delle galassie che “camminano” verso l’abbraccio definitivo, sottopone il linguaggio a un tour de force “conativo”. Provo a spiegare: attraverso la denotazione, cioè l’andamento “informativo”, da notiziario scientifico – i nomi e le sigle specifiche dentro il testo sono segnali di una preoccupazione anti-lirica –, si giunge alla suggestione connotativa del finale, in cui il contesto muta attraverso il rimbalzo nelle esperienze dirette del soggetto: «la suggestiva scoperta ha subito rimbalzato sui siti astronomici internazionali, nei primi giorni del luglio 2013. di quei giorni ricordo un dialogo sull’ironia della natura: scoprivamo che gli alveoli polmonari e il meconio si formano nel medesimo stadio evolutivo del feto umano: pneuma e feci. come sempre. l’umano».

I due movimenti del linguaggio creano un campo nuovo di referenza, anche se la natura “volontaristica” del messaggio corre sempre il rischio di esondazione del senso. Ma si ritorni al Barocco e alla dinamica dell’intreccio, alla trama invisibile o deformante che collega più mondi; solo seguendo questa traccia comprendiamo che l’esubero può essere contenuto nel rapporto, in quell’abbraccio che è sintomo di un’elargizione, attrazione fisica, dono, amore: «le due astrali Signore delle porte accanto hanno lasciato scie di sangue e dolcezza, scorie di amori ormai assorbite dal rombo dei venti galattici. ma la forza di gravità di ciascuna nei confronti dell’altra le porterà a confondersi in un unico grande fenomeno, in un abbraccio pieno».

L’accordo “impossibile” della pienezza si situa nell’attimo che precede l’incontro, così forse si può spiegare lo “squilibrio” linguistico messo in scena nel testo (l’attrito denotazione/connotazione cui si faceva riferimento), il quale agisce in direzione dell’impatto e ben oltre esso («ben oltre la mia vita» recita il finale), perché dentro un tragitto de-finalizzato. «L’impossibilità del godimento significa che esso avviene solo se non si deposita in uno stato […] e il suo compimento è il suo atto stesso» (Jean-Luc Nancy, Il «c’è» del rapporto sessuale, SE, Milano 2002, p. 45): in questi termini Serie fossile è l’atto successivo, l’allestimento di una relazione senza attori identificabili, senza altro assoluto se non i corpi, la massa materica nel suo procedere per apparizione e scomparsa. È esclusa, così, ogni trasfigurazione amorosa, il fondale è svuotato da ogni schizomorfismo di stampo avanguardistico, scompare l’effetto “invasivo” dell’alterità che isola l’Io. La tensione scenica si smorza nel registro basso introdotto dalla notizia: «cito, da un articolo di Eleonora Ferroni, in Notiziario dell’Istituto Nazionale di Astrofisica: “sono abbastanza vicine da sentire l’una la gravità dell’altra, ma non ci sono disturbi gravitazionali visibili”».

Non c’è inserzione di voci “altre”, non c’è scissione né sermocinatio o abuso fantasmatico della voce (vedi i molti fantasmi lirici della tradizione), quanto, piuttosto, la formazione di un conglomerato, operazione vicina ai tentativi resilienti di uno Zanzotto, come modello novecentesco realmente plausibile. Ma se il poeta veneto rispondeva a uno smarrimento ricorrendo alla “memoria”, a un panorama comunque nostalgico («Io pensavo che il mondo così concepito / con questo super-cadere super-morire / il mondo così fatturato / fosse soltanto un io male sbozzolato»: Al mondo, in La Beltà, 1968), Calandrone gioca le sue scelte rischiando l’oltre e il senso di là da venire, scommettendo su un futuro che è già traccia nel presente (nel caso di γ – insieme MRK 1034, la notizia di qualcosa che accadrà soltanto «ben oltre […] la vita»), in una commistione temporale che non è più linearità ma assenza: «questa forma cretacica fossile ha un disegno terrestre: le sue spirali, formate da rigoni d’inchiostro organico, riproducono la rotazione delle due galassie. cose forse avvenute nello stesso momento in terra e in cielo. 180 milioni di anni fa. cose delle quali siamo il futuro. o l’utopia. | questa insiemistica fantascientifica, lo stadio fossile-astrale della materia, è il mio dono per te».

                         foto Angela Malavenda

Alessandro CANZIAN 14.3.15

Serie fossile (Crocetti Editore 2015) di Maria Grazia Calandrone è un lungo e labirintico romanzo d’amore, un diario con tanto di date che ne scandiscono le coordinate psicologiche e le tappe del percorso. In una tensione vertiginosa Maria Grazia addensa la compresenza di ere e simboli, di corpi e scenari. Perchè l’amore ha come connotato l’essere questo e altro da questo, fino ad inglobare (fagocitare?) l’intera esistenza nei significati di una persona, di un corpo, di un suo atteggiamento.

Serie fossile è di fatto un percorso nel mondo, un camminare con le unghie attraverso la bellezza che fa male come questo spazio assolato che diventa il tuo bene e dove non solo il muscolo provava sofferenza, ma tutta la zona / circostante doleva / e il silenzio raschiava. Un mondo che ha avuto la sua esistenza, la sua storia, e che poi è scomparso lasciandone le tracce nei fossili incuneati nel presente che si differenziano dalle cicatrici perchè non sono cose trascorse ma assolutamente presenti nel loro essere inanimate, fossilizzate. Storia resa eterna in un momento che non si dissolve ma riporta continuamente alla sua vita. Attraverso la memoria. Che evoca la sua bellezza che è la bellezza inesauribile del mondo.

Maria Grazia Calandrone parla d’amore e utilizza il tu quasi come un pretesto per emergere da un mare continuamente evocato e invocato (guizza argenteo il pescato, un raccolto d’uranio e pallore / di sirene platoniche) / l’animale infierisce, non cede). Parla d’amore e descrive i filamenti umidi del proprio sé, della propria psicologia con l’atteggiamento di chi non ha più nulla da nascondere. Perchè ciò che è fossile è evidente, è chiaro, non ha più nulla di celato ma è l’evidenza resa ossa: in questa cantica pomeridiana / nuda e semplice, accosti / l’impianto chimico delle mani / ai muscoli del petto, quasi al cuore / – e il corpo / aperto / cola albume, un segreto / comunicare d’astri, / liquido antrale dolce come un melo. La memoria in questo tradisce la mente che la porta, perchè la tortura, la consuma a differenza del fossile che è cementato nella bellezza che era: alba che disfi il nero, alba che cresci sopra e reggi questa / divinocadaverica solitudine / come un trofeo.

Ma il trofeo alla fine risulta il mondo stesso, pur fossilizzato, inevitabilmente come il bene e come il male, e come la bellezza, perchè poi, ricordo la musica di un amore immortale sulla rovina di Massenzio: “e si ‘na stella canta pe’ ammore rimmane ‘n cielo mill’anne e nun more”. poi, ricordo un sorriso, così profondo da perdonare i morti, invincibile come la forza gravitazionale che sulla terra viene detta destino. e poi ricordo un suono di campane, semplice come il caldo della tua bocca / che dura qui, ben oltre la mia vita.

Marco Pavoni, UN INNO LAICO ALL'AMORE TRA CARNALITÀ, SCAVO PSICOLOGICO E RIFLESSIONE FILOSOFICA, "il Resto del Carlino", 28.12.15

La Recherche 13.2.2015 – Franca ALAIMO

L’invocazione “tigre-amore, pescami dal mondo profondamente striato / dove guizzo, portami / alla profezia, alla visione vera” (pag. 34), non solo consente di definire poematica, proprio in quanto rispondente ad un topos di genere, la struttura della recentissima silloge Serie fossile di Maria Grazia Calandrone, ma anche di inserirla all’interno di una tradizione dalle radici antichissime che fa della poesia una forma di conoscenza iniziatica. L’allusione, all’interno di un altro testo alla “foresta di simboli”, rimanda, in modo specifico, al simbolismo francese ed alla poetica che caratterizza i testi di Baudelaire e Rimbaud.

L’invocazione, inoltre, chiarisce immediatamente l’identità della figura femminile (la poesia stessa) a cui costantemente ed innamoratamente si rivolge l’autrice permettendole di spossessarsi quasi subito del suo “io” (dopo i testi iniziali di ricognizione delle cose del mondo) e di ristabilire quel vuoto pre-verbale, quella verginità primordiale necessari al pronunciamento di un , capace di risollevare la materia dal suo marciscimento (“alba che disfi il nero”) e purificarla nella luce dell’albedo. Lo strumento adoperato è la magia alchemica del suono-ritmo della parola poetica, che assume in sé il mondo e lo santifica attraverso le tre fasi della nigredo, dell’albedo e della rubedo. Tale processo alchemico accade, di fatto, testo dopo testo per successivi e sempre più esperti tentativi, come conferma la presenza reiterata di termini come alba, luce, bianca, talvolta accostati o rafforzati da altre immagini (dal bagliore di latte dell’alba, pag. 27) quasi per una necessità di estensione e d’intensificazione progressive del chiarore che rinasce dopo il lutto, dopo il pianto “per ciò che si è appena mostrato, per un imperfetto possesso e per la castità oltraggiata, per l’innocenza perduta senza compensazione”, come scrive María Zambrano (in “Verso un sapere dell’anima”). In questo modo l’albedodella lingua poetica o “tecnica bianca di sollevazione” (collocandosi la lingua poetica prima ed oltre ogni forma di comunicazione opacizzante) permette di riappropriarsi della gioia (Della gioia è, appunto, il titolo dell’ultimo capitolo di Serie fossile), che libera l’uomo dal dolore di essere sconfitto dal tempo e dal tradimento delle parole parlate e uccise dal tempo. Il salto dalla dimensione mortale a quella immortale si compie grazie alla fiamma amorosa del cuore: è la fase finale, quella della rubedo, che sacralizza di nuovo ciò che è stato desacralizzato (secondo la citazione dalla Medeadi Pasolini: ma ciò che è sacro si conserva accanto alla sua nuova forma sconsacrata). La parola torna ad essere mito e rito: in essa arde il pre-umano e perfino il dis-umano allo scopo di ricondurre ogni cosa nell’interezza dell’Uno, prima della scissura: il fiume Tevere, che “disarginato, traboccato sugli argini / in immature sacche d’acqua” invade una piazza e lambisce le colonne, diventa una potente metafora di questa nuova benedizione (“la beatitudine della città che intanto si spalanca”) del recupero dell’indistinto, del senza-confini.

A questa interpretazione della poesia come porta alchemica verso il segreto del mondo autorizza, soprattutto, il testo di pag. 30-31, nel quale si nominano non solo la nigredo, che trova il suo simbolo nella stryx, e l’alba (o albedo), ma anche la fase del cromo giallo, intermedia fra albedo e rubedo, rappresentata dal sole (“qui nel regno della materia esposta / al principio chiarificatore del sole”, pag. 59). La rubedo è il cuore aperto del drago (o serpente), cioè la consapevolezza dell’Eros come legame universale, nudo ed innocente, anteriore alla vergogna, secondo la citazione da Genesi, 3, 1-7: “Allora si aprirono i loro occhi e conobbero che erano nudi”. Il cuore aperto dell’amore è, infatti, la condizione necessaria per il raggiungimento della rubedo. Essa, come l’autrice scriveva nella sua invocazione, si realizza attraverso il fuoco della poesia, che alla materia transeunte del mondo oppone il suo corpo, ovverossia la materializzazione di struggenti visioni: Canna di flauto / per lodare, restituirmi l’inizio del mondo (pag. 20). La rielaborazione simbolico-alchemica delle Sacre Scritture è confermata in più passi, ma soprattutto investe il problema gnoseologico, a partire dalla figura del serpente, che abbandona il suo ruolo negativo di corruttore, e viene, invece, rappresentato come l’uroboro, che nella simbologia alchemica è l’immagine di un processo utile alla raffinazione delle sostanze. E così la mela, il frutto proibito dell’albero del bene e del male piantato al centro dell’Eden, che, colta da Eva, causa la scissione fra Dio e le sue creature, diviene “l’emblema splendido del sangue / della terra”, il dono per eccellenza che viene offerto alla Poesia per la celebrazione delle nozze alchemiche, “per arrivare dentro la tua bocca, o sangue del mio sangue”, per raggiungere “la fedeltà inumana”.

All’interno di Serie fossile sono inseriti due testi in prosa poetica: “Petizione per il rilascio dell’Alba” (pagg. 80-84) e “Insieme MRK1034” (pagg. 130-132), le quali, nonostante l’apparente diversità dei contenuti, di fatto costituiscono due fulcri narrativo-simbolici perfettamente corrispondenti. Il primo racconta una così intima simbiosi affettivo-conoscitiva fra il corpo ipervedente di Alba (o la poesia) e quello della Tenutaria, cioè della poeta, che, quando Alba viene sequestrata dalla Titolare (cioè la Parola consunta e offesa dal tempo quotidiano), la conseguenza è lo spegnimento della gioia e della bellezza del mondo. Da qui la petizione della Tenutaria alla Titolare affinché liberi la prigioniera Alba dietro un riscatto di 10.000 versi d’oro zecchino. Il testo è, dunque, una lettera d’amore che la Calandrone scrive a difesa della Poesia, come gioia, canto, danza, luce, bellezza e oro del mondo.

Il secondo testo racconta, con termini scientifici e immagini spesso liriche, la storia d’amore fra due galassie che, “in attesa di formare l’insieme al quale sono destinate, (…) svolgono un’intensa attività interiore, che porta entrambe ad uno sprigionamento di energie attive (…) esse sono due splendide officine, due fervidi laboratori di stelle. esse irradiano luce”. L’irraggiamento luminosissimo di entrambe, la forza d’attrazione reciproca che provocherà con il tempo un “abbraccio pieno”, una fusione dei due corpi in uno solo, spiega, infine, il senso del titolo: Serie fossile. La poesia, infatti, è simile all’ambra “che si chiude e fluisce verso un’altra creatura della terra per accoglierla irreparabilmente: un corpo anima” (come la simbiosi fra Alba e la Tenutaria; come le due galassie nello spazio); è quel retrocedere ai primordi del tempo, al primo sì, che rinnova il patto di conservazione, continuamente, continuamente. L’ambra della poesia racchiude la vita intatta, nonostante il tempo, diventando la dimora dell’accoglienza duratura “dopo che abbiamo abitato / – soli / come astri – l’effimera / grazia di un mondo fatto per finire”. Inoltre, l’incapsulamento della materia dentro l’ambra richiama l’utero, il luogo e il tempo dell’unità perfetta madre-figlio. La poesia è la maternità della parola. Perciò il figlio salta la rete, nel buio della notte e “Dopo diverse ore di cammino / ha bussato alla casa dell’infanzia / diceva solo mamma non è niente / diceva mamma sono solo / stanco, solo stanco.”

La vita chiara (transeuropa, 2011)

Editore: Transeuropa
Collana: Nuova poetica
Data uscita: 2011
Pagine: 128
Lingua: Italiano
ISBN: 978875801557
Listino: € 9,90
 
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finalista Premio Tirinnanzi

motivazione premio letterario internazionale Città di Sassari

La vita chiara è acqua, fuoco, terra e aria, quattro poemetti e insieme capisaldi di un viaggio solo in apparenza convnzionale. Per il resto, disseminato di segni, gsti e simboli affidati a personaggi tutt'altro che scontati, sempre vivi e vitali, né privi di mistero. Sono viaggiatori che con la loro corporeità si rivelano e si misurano, prima di trasfigurarsi, in tutta la loro sofferenza straordinaria e insieme quotidiana. Dunque, quattro poemetti dove l'uomo è necessariamente provato dal fuoco, dal dolore come dalla gioia, direbbe San Paolo. Qui lo spirito trasforma la materia, la esalta, la rende eterna, ma non prima di aver superato un profondo travaglio e insieme un processo espressivo che coinvolge profondamente il vissuto, ogni cellula, ogni respiro e ogni attesa. Poiché, dice la poetessa, tutto il mio petto è un campo aperto. La comunione fra la sua voce e gli uomini, di ogni tempo, che potremmo dire kairos, cioè tempo senza tempo, realizza così il prodigio di celebrare la vita con il corpo e con lo spirito, sino a raggiungere la dimensione dell'eterno.

La quotidianità riesce a essere così straordinaria in quanto sostanziata di storia e di mito. Che hanno i nomi di Persefone, Piero della Francesca, Guernica, Marzabotto, Santa Teresa d'Avila e Chopin. Luoghi, presenze e motivi traguardati anche sotto forma onirica e visionaria, che così contraddistinguono, quasi in filigrana, la poetica decisamente originale di Maria Grazia Calandrone. Una poetica che corrisponde alla costruzione del suo amore per l'uomo, a dimostrazione - se mai ce ne fosse bisogno - di un destino condiviso con l'umanità intera. Nella consapevolezza che il proprio destino non può essere disgiunto da quello degli altri. Come non lo sono quello dell'acqua, del fuoco, della terra e dell'aria. Simboli precisi e ineludibili ai quali la poesia della Calandrone si concede con l'umiltà illuminata che può scaturire soltanto da un ordine di grandezza decisamente superiore.

 *

I quattro elementi della natura sono le quattro sezioni di un libro che adegua la parola poetica all'acqua, al fuoco, alla terra e infine all'aria. 
Maria Grazia Calandrone vuole comunicare attraverso gli elementi stessi della natura: nella sezione acqua si accampano Persefone e la pittura di Piero della Francesca; in fuoco le variazioni d'amore del grande mistico persiano Hafez e alcune invocazioni di Maria; sulla terra passano schegge di vera storia umana (Guernica, Marzabotto, leggende gotiche di vampiri e del sud Italia), mentre l'aria chiude il libro con le estasi frantumate di Teresa d'Avila che rivolge  la sua follia amorosa prima a Giovanni della Croce poi a Dio e il volume si solleva nel poemetto finale sul sorriso ironico e leggero di Chopin, descritto dall'autrice per la voce di Sonia Bergamasco.
 
EXTÁS, quello che resta della voce
(11 lunazioni più una su Teresa d’Avila)
 
1.1.
 
sono arrivata alla bassezza del marmo
al vibrare dei gravi, il mio corpo
è la parte bassa del cielo
 
ancora calda
dell'albume e del sangue – il corpo
zitto nel suo calore
 
io sono una candela con la sua fiamma
e arde l’aria nel mezzo
 
                                    aria
nel petto di una statua
la mandibola tesa dagli oracoli – il grido
libero e lancinante di lei che si è accesa in altezza
nessuno lo poteva, lei non poteva
spegnerlo in basso
 
 
1.2. Teresa, che guardi?
 
con la freccia mirata nel petto fai che la bocca affiori dal cielo
e dalla bocca fai passare il cielo se con la bocca se con tutto il cielo stai dicendo sì
 
ma non guarda più niente
lui le solleva il lembo della veste
 
lo scapolare forse, con quel sorriso
disumano –
 
Teresa, che guardi? questo angelo è ancora un bambino
ma sorride, sorride…
[...]

Estratti critici

Stefano Raimondi, "Pulp", febbraio 2012 - La poesia di MGC arriva al lettore per abbondanza, per forza cinetica, condotta da una fluida e fluente sommersione del senso e delle immagini. Prende all’improvviso e trasporta là dove la terra diventa sconosciuta e sarà proprio in quell’Altro luogo che bisognerà ricominciare: riordinare le sensazioni. Calandrone procede per decomposizione della logica rappresentativa, fino a raggiungere un vero e proprio “amplesso” delle figure, dove la lingua, il verso e i toni si frammistano, concedendosi poca tregua. È una versificazione che scorre dall’improvviso ragionare del cuore, fino ad una rifilatura precisa della poietica che, proprio al “fare poematico”, si abbandona e soggiace. La vita chiara è la sua settima raccolta, dove il lavorio della fucina poetica si fa chiaro ed evidente. Calandrone lavora per temporalità rivelata e soggettività interrogata e la sua marca è un raccontarsi capace di farsi carico di quell’universale che affascina e ipnotizza, stabilendo tra la sua scrittura e la sua vita un filo diretto che non s’interrompe mai di fronte a nulla. Sono quattro i capitoli di quest’opera, quattro come gli elementi che ci hanno dato l’opportunità di essere e restare nella vita e nel mondo. E molti sono i “tu” dialoganti che si espongono tra le sue parole: Persefone, Piero della Francesca, Hafez, Maria ma anche Teresa d’Avila e San Giovanni della Croce, fino ad un ironico Chopin che sigilla il cerchio di questo interrogare per passione, il passaggio dal mondo della vita. Un libro certamente originale personale che lascia accecati per intensità e che troverà nella pausa dell’abbandono il fiorire di un disegno capace di farsi portatore di un “dire” diverso: pacato e condivisibile. Sciacquo la tunica nell’acqua rossa – io mescolo / la saggezza e l’ebrezza / nel catino del mondo: non si può / persuadere l’eterno / timoniere a mutare le rotte / con queste persuasioni sottomesse al tempo
 
Gianni Montieri, "QuiLibri", gennaio 2012 - ACQUA, FUOCO, TERRA, ARIA - Le quattro sezioni di questo nuovo libro di MGC hanno i nomi, gli spazi, i tempi e i suoni dei quattro elementi della natura: acqua, fuoco, terra. aria. L’autrice tesse e regala uno scambio tra la parola adeguata ai quattro elementi e questi che attraverso il verbo poetico (si) manifestano e creano racconto. Leggendo il libro si intraprende un viaggio dentro un “tutto” che non è presunzione ma dispiegare la forza dei versi in più direzioni e da lì restituircela densa, pura, alta. Il mistico, la pittura, la femminilità, la santità, la storia, la guerra, l’antifascismo, la follia e l’amore, rappresentano il corpo e il filo di questo racconto poetico. Ora sento il dolore di ogni piccola parte / del tuo corpo. All’alba io mi alzavo perché l’alba / produceva un respiro camminando tra i rovi e lo seguivo / nel profumo turbato delle rose / di cespuglio e non c’eri. C’erano invece / le tracce di un passato minerario, le fumarole / e una traccia di scarpa sul parabrezza. Parte da Persefone la sezione Acqua e dai dipinti di Piero della Francesca. Il mistico persiano Hafez e le invocazioni di Maria sono il Fuoco. La storia passa dalla Terra: Guernica e Marzabotto. Alcuni di quelli che davano ordini / parlavano il dialetto delle nostre parti e infatti / portavano bende colorate / sul volto per la vergogna / che il loro volto rimanesse visibile nello stupore dei morti. L’Aria, l’ultima sezione, ci conduce nella follia amorosa di Teresa d’Avila per Giovanni della Croce e, poi, Dio. Fuori delle quattro parti principali del libro troviamo il poemetto finale, scritto per la voce di Sonia Bergamasco, sulla leggerezza e ironia di Chopin. Quello che vince in questa raccolta poetica è la lingua, la conoscenza, ricercata e semplice allo stesso tempo. Una lingua pulita, controllata, chiara: appunto. L’ulteriore conferma del talento di MGC e della forza dirompente della sua poesia. Un nodo nero mi protegge il petto / il mio tributo al volo delle rondini / forma una solitudine / dove non sono sola
 
Daniele Piccini, "Corriere della Sera", 11.12.11 - Cosmogonia di versi e linguaIl problema della poesia è sempre (anche se non solo) un problema di lingua, di strumenti d'espressione, di dicibilità. Il poeta che lascia traccia è quello che nelle coordinate del suo tempo trova soluzioni a questo problema, individua un linguaggio capace di attraversare, come se fosse la prima volta, l'enigma del mondo. Acqua, fuoco, terra aria sono i quattro elementi, in quest'ordine, cui Maria Grazia Calandrone ispira le sezioni del suo ultimo libro, La vita chiara (Transeuropa, pagine 112, € 9,90). È evidente che si tratta di una cosmogonia; è altrettanto evidente che per scriverne una, qui e ora, occorre l'invenzione di una lingua. La Calandrone ne forgia una, piena di trapassi, materiale e materica (il postumo lanciafiamme / di questa lingua terrestre), calata nella fisica del cosmo, nel meccanismo biologico, una lingua tutta tendini, muscoli, nomi anatomici, forme naturali (Si attiva / tra il limite dei loro / corpi l'enorme / metabolismo della terra); ma non ci si inganni, non è solo questo: tale lingua del processo organico è anche una traduzione materiale degli stadi mentali e spirituali della crezione, del piano metafisico, come per una continuata oggettivazione del pensiero. Il punto è arrivare a dire il miracolo, la Resurrezione come si descrivono le trasformazioni della materia, con i due campi intrecciati e compenetrati l'uno nell'altro. Forte di una varietà verbale tecnica, resinosa, fossile - che riscrive persino la metamorfosi e il panismo dannunziani - le poetessa può entrare, umile e superba, nelle campiture matematiche e metafisiche di Piero delle Francesca, nei quadri neri della storia (da Guernica alle stragi naziste in Italia), nel soffio mistico di santa Teresa d'Avila. Trovato l'impasto lessicale e sonoro e l'assetto metrico (per quanto libero, come qui), il laboratorio del poeta è aperto a tutto; la sua voce è libera dalle scorie della confessione, dell'aneddoto solo autobiografico: ogni elemento o storia è una storia del cosmo. 
 
Alida Airaghi, "Poesia", dicembre 2011 - La foto di copertina dell'ultimo libro di Maria Grazia Calandrone, tutta giocata tra il nero e il marrone, in uno sfondo plumbeo che sembra evocare una tromba d'aria o marina, stride volutamente con il titolo della raccolta: “La vita chiara”, inciso in caratteri bianchi, per una poesia che da subito si offre invece magmatica, densa, scavata, lontana da qualsiasi leggerezza o ironia. Di non facile e immediata decifrazione, anche se non ermetica, vibrante di un'ansia controllata, tesa in un dolore reso esplicito da immagini violente, da ricorrenti motivi di accesa aggressività, di sconvolgente sopraffazione. Il volume è diviso in quattro sezioni dedicate ai quattro elementi empedoclei, e tutti individuati nella loro sovrumana forza distruttiva, impetuosa. Così per l'acqua il simbolo prescelto è ovviamente il mare, vissuto soprattutto come minaccia nei suoi insondabili abissi o sulla superficie popolata da presenze animali e vegetali specificate con una precisa terminologia biologica, chimica, climatologica: “l'albatro cammina/ sull'olio plumbeo dell'acqua, le orche deglutiscono boccate/ d'acqua e sciami di alici nelle forme/ di calamita e anelli scardinati, pulviscolo/ di lische”. Acqua inquinata e corruttrice, melmosa e corrosiva, spesso rievocata anche nell'impetuosità assassina dei fiumi, cui il subconscio sofferto dell'autrice torna nella rievocazione ossessiva dell'incubo che ha segnato la sua venuta al mondo. Il fuoco, poi, è cenere e vento, distruzione e annientamento in una sezione in cui la natura non è mai sollievo o consolazione (“il gelsomino/ colma di fango tenebroso/ le corolle”, “ i sassi/ trasportati dai vermi/ nella bocca”). Anche le variazioni d'amore ricostruite nei dialoghi con il mistico persiano Hafez rappresentano una sorta di schiavitù di rapporti in cui non si sa chi sia padrone o servo, vittima o carnefice: (“ sono una piccola catasta di membra/ che la sua nudità dovrà pur/ calpestare”). E' lo stesso “amore ammalato” che ritroviamo nella splendida e terribile poesia dedicata a Natasha Kampush e al suo rapitore, in cui la pietà per un sentimento divorante e distruttivo rivendica quasi una sua giustificazione agli occhi del mondo civile e perbene che non potrà mai comprendere. Proprio qui riappare un sintagma che, con una variazione significativa (“ sotto gli occhi di tutti”, “sulla bocca di tutti”) è spesso presente nella poesia di Maria Grazia Calandrone: a esibire la teatralità compiaciuta e orgogliosa della sua poesia, ma nello stesso tempo a indicare che il mistero di ogni anima e di ogni gesto rimane sempre, esclusivamente, privato e irraggiungibile (“ Non sia esposto il segreto che brucia nell'urna del cuore”, recita il titolo di un paragrafo del libro).
Il capitolo più corposo del volume è dedicato alla terra, alla concretezza della storia che invade e violenta la vita dei singoli, distorcendone i percorsi esistenziali, distribuendo macerie e lutti: immagini forti che dipingono scenari ancora una volta drammatici, da declamare sulle scene, con un alto senso della denuncia civile. Quindi Guernica, le stragi di Sant'Anna, rastrellamenti, donne sventrate, eccidi, madri che piangono i figli torturati ( e Maria è ovviamente il nome-icona di una maternità violata e offesa, nel sacrificio eterno di ogni crocifissione innocente). Ma ancora l'ossessione della materia e del corpo si concretizza nella narrazione di episodi di cronaca ambientati in un meridione contadino e superstizioso, abitato da pleniluni e sortilegi, uomini imbestialiti ululanti e donne marchiate da una fisicità lontana da qualsiasi possibilità di riscatto.
Non c'è salvezza, non c'è leggenda o mito, non c'è innocenza: è tutto realtà di tenebra e notte, senza alcuna clemenza, incardinata in una natura impietosa e mai confortante, in una storia che divora inesorabile. Lo stile si adegua, ovviamente, ai contenuti, ignorando quasi provocatoriamente qualsiasi collaudata tradizione letteraria: quindi versi lunghi o lunghissimi, alternati a quinari incisivi e asseverativi - con frequentissimi enjambements, spezzature, interruzioni, ripetizioni-, privi di rime o assonanze, indifferenti a ogni rigidità metrica. Una scrittura personalissima che non conosce tregue o cedimenti, imperativa, forte; nemmeno la sezione finale, dedicata all'aria, si addolcisce in una volatile o delicata armonia, ma rimane concretamente realistica anche nel tratteggiare due personaggi simbolo di spiritualità e sensibilità : Teresa d'Avila e Chopin.
L'estasi della prima sembra tutta concentrata nel voler negare il corpo e la tentazione della materia, ma ad essa e alla “bassezza del marmo” ritorna e si riduce implacabilmente (“il mio corpo è bersaglio/ e colonna di fuoco/ è setaccio/ e tamburo”); la dolcezza estenuata dei Preludi e dei Notturni del secondo viene oscurata dalla fatica delle esecuzioni, dalla sanie della tubercolosi, da incubi e visioni animalesche e malate. 
Forse un ultimo rilievo o curiosità da evidenziare in questa raccolta dai toni baudelaireiani è la presenza, in quasi ogni poesia, della parola “cuore”, mai in senso immateriale, di anima, bensì in quello corposo e realistico di muscolo anatomico, di interiorità pulsante nell'unica realtà concreta del nostro esistere: il corpo. “Mon coeur mis à nu”, appunto.
 
Ambra Zorat, “Semicerchio” n. XLVI, 1.12 L’ultimo libro di Maria Grazia Calandrone è ambizioso: parla della vita, vuole nominarla nella sua globalità. E ciò è evidente fin dal titolo. Ne La vita chiara, l’articolo indica infatti la volontà di definire la realtà, mentre l’aggettivo rinvia a un’idea di luminosa semplicità, di nitida comprensione del vivere. L’immagine scura della copertina contrasta però con il titolo: sotto un cielo cupo e nuvoloso si distingue la su- perficie del mare, tra le ombre si intravvede la sagoma di uno scoglio o forse di un essere vivente. Accostando un’immagine buia alla limpidezza del titolo, ci è ricordato che la vita è sempre avvolta da un alone di oscura sofferenza che tuttavia non impedisce il formarsi di un sentimento di calma accettazione, forse di gratitudine. La dimensione biologica della copertina inoltre precisa subito che per vita si intende una dimensione più vasta di quella umana che comprende tutto l’esistente. La prima poesia ha valore programmatico, ripropone alcuni temi tipici della Calandrone e indica la rotta da seguire. Il motivo della ferita emerge nei riferimenti al corpo e agli organi isolati in una specie di campo di battaglia: «Se io potessi aprirei il mio petto per farvi vedere / come gli organi se ne stiano spaiati, uccelli acquatici / al colmo / di un tetto, come tutto il mio corpo sia un campo aperto / dopo la rimozione degli alberi». Tipica dell’autrice è anche la prossimità di mondo umano e animale. La scena si fa addirittura criminale con il «passaggio di unità cinofile». Si mostra come l’«unico congegno espressivo / tra animale e uomo / sia lo stesso ripetere che sì, che sì ...», versi che fissano foneticamente nell’ansimare del respiro un comune dire sì alla vita, un’accettazione prima di tutto fisica. Siamo in presenza di un vero e proprio ‘libro di poesia’, strutturato in quattro sezioni che fanno riferimento agli elementi naturali (acqua, fuoco, terra e aria) e scandiscono una specie di avventura cosmogonica. La sfida è attraversare la materia, spingerla a dirsi per ricondurre l’umano agli elementi che compongono il mondo. L’Acqua è l’elemento liquido, in metamorfosi: accoglie il sangue indicando dolore e sacrificio, è mare mosso inteso come regno del pericolo, rappresenta l’elemento materno ed è simbolo di vita e trasformazione. Non a caso molte poesie della sezione finiscono con un riferimento positivo alla fratellanza e alla guarigione: «ma quel poco di bene solleva / dal nostro petto tutta la fermezza della terra» e «nel bozzolo / del corpo il delfino iniziava a guarire». Il Fuoco è invece l’ardore: è il bruciare del cuore di Maria durante la crocifissione, è la fiamma amorosa nei dialoghi con il mistico persiano Hafez, è la passione delirante del rapporto tra un carceriere e la sua vittima, tra Natasha Kampush e Wolfang Priklopil. La Terra è il mondo solido dei detriti, della storia e della guerra. Spiccano i componimenti dedicati alle stragi nazifasciste di Sant’Anna e Marzabotto: «Rastrellavano bambini come grani di sabbia e come sabbia / che ubbidisce al vento erano muti». Di fronte alla morte e al massacro, il dettato si semplifica, recupera forme più distese e narrative. Nella sezione Aria si rappresenta un moto di elevazione spirituale, un salire verticale della voce di Teresa d’Avila, ma anche un’aria musicale ironica come quella di Chopin. Maria Grazia Calandrone cerca una lingua nuova. Numerosi enjambements creano cesure, smorzano l’emozione di alcuni passaggi, caricano di mistero altri frammenti verbali. Qualcosa di simile avviene a livello lessicale. I termini tecnici (albedo, diorama, bombice, anellidi ...) hanno una funzione straniante di contenimento emotivo. Le associazioni analogiche («nel buio occipitale / ruota la luminosa / scalea della durata») e le composizioni nominali inedite («la curvaturamare»; «il tuo nome-intrico-di-luna»; «dal corpo-farina-di-luce») svolgono invece una funzione di concentrazione espressiva. La stessa parola chiave ‘cuore’, forse troppo abusata, è ora muscolo, ora sede degli affetti. Da questo scientifico e misterioso attraversare lingua e materia nasce il fascino della poesia di Maria Grazia Calandrone. L’indicazione della data di composizione dei versi esprime l’urgenza del dialogo tra scrittura e realtà, una realtà che si impone con forza evidente ed è vita chiara.
 

Luigi Carotenuto, Lunarionuovo n. 51/53, giugno 2012 Il poeta, quando vuole stipare tutta la vastità del cosmo dentro la sua scrittura, non ha l’avidità egoistica del Mazzarò verghiano, piuttosto cerca di seminare avvisi, luci, speranze e memorie-allarmi per i giorni futuri a occhi e orecchie in ascolto. Questo turbamento estetico kierkegaardiano (non esiste vero poeta senza ansie), appartiene tutto a Maria Grazia Calandrone. La sua scrittura è originale anche negli attraversamenti di sentieri altrui, da critico (su Il Manifesto e  per la rivista di Nicola Crocetti Poesia), dove si distingue sia per l’osmosi, la compartecipazione empatica, sia per la di lei trasfigurazione poetica, creativa, dei lavori interpretati. Per la Transeuropa, casa editrice adesso operativa in Toscana, a Massa, esce La vita chiara, nella collana nuova poetica curata personalmente dal poeta Gabriel Del Sarto. L’introduzione iniziale in versi scopre, come in un autoritratto di Frida Kahlo, la disarmata e dura arrendevolezza della Calandrone, in una dichiarazione di incantamento e brutalità unica: “Se io potessi aprirei il mio petto per farvi vedere / come gli organi se ne stiano spaiati, uccelli acquatici / al colmo / di un tetto, come tutto il mio petto sia un campo aperto / dopo la rimozione degli alberi / e un passaggio di unità cinofile / e quale unico congegno espressivo / tra animale e uomo / sia lo stesso ripetere che sì, che sì…” (pag.5). L’apertura, quasi una sottile parodia della poesia confessionale, coi poeti che mostrano le “viscere” della propria interiorità, costituisce l’anticamera delle sale-sezioni dedicate ai quattro elementi naturali, prima tra tutte l’acqua-ventre, a chiusura del cerchio l’elemento più sfuggente e apparentemente impalpabile, l’aria (associata al massimo grado di estasi: quello raggiunto dai mistici come Teresa d’Avila, pietra di paragone e modello per generazioni di religiosi e artisti, pensiamo all’influenza sull’opera di critica poetica della filosofa Maria Zambrano), e in ultimo una sorta di “scherzo suonato”, nel cinematografico monologo firmato da un immaginario Chopin. Nei versi della Calandrone circola, come direbbe Zanzotto, la stoltezza palpabile come un vento,  tra le larghe feritoie della Storia, quella con la maiuscola che tutto il resto rimpicciolisce e annienta: “e il passato si innalza su di noi come un angelo con le ali / [aperte” (pag. 96). Angeli e ali sono frequenti, come annuncio e rivelazione positiva ma anche nel solco del terribile (la bellezza è l’inizio del terribile recita Rilke): “La malattia incomincia dal sorriso dell’angelo: / la genuflessione dell’angelo / avvelena il mio sangue / perché gli umili fanno tanto male / fino a farmi piegare le ginocchia / sotto la veste / perché metà della mia vita è andata, arcobaleno / retto da un orizzonte”. Tra reliquie e relitti, scocche, carcasse, scheletri umani e cosmici, residui di civiltà e ere geologiche, un’archeologia poetica che esplora, “lampi / in avaria nel cantiere aperto della sera” (pag. 64), la pluralità fenomenica dissestata. Nei dialoghi con il poeta persiano Hafez, in questa raccolta connotata concretamente da date e luoghi (la città eterna è l’ideale teatro di questo convegno di eventi storici e figure carismatiche), gli accenti lirici si fanno particolarmente elevati: “Sciacquo la tunica nell’acqua rossa – io mescolo / la saggezza e l’ebbrezza / nel catino del mondo: non si può / persuadere l’eterno / timoniere a mutare le rotte / con queste persuasioni sottomesse al tempo” (pag. 40). Ci sono “macchie sul cuore nudo della terra” (macchie-colpe ce n’è nel libro tante quanto un virus intraprendente) che non riesce a cancellare nemmeno il “petto di rondine” di un figlio, addormentato “prossimo a una torre di fumo”. Nel terremoto di dubbi e lacerazioni che risveglia, la poesia della Calandrone offre consolazioni (magre?) virgiliane (perché anche l’addio “chiedeva la sua altezza”) e l’occhio vivo sul germinare e verminare biologico, disteso alfine nel calmo orizzonte dell’estasi, varco vero verso la vita chiara.

Francesco Bove, il Recensore, 11.10.12 - I QUATTRO ELEMENTI DI MGC La vita chiara di Maria Grazia Calandrone(Transeuropa, 2011) raccoglie una serie di suggestioni dell’autrice, a partire dalla pittura di Piero della Francesca fino alle estasi di Santa Teresa d’Avila, tradotte mirabilmente in versi suddivisi in rapporto al loro elemento naturale d’appartenenza.

Eccoci, quindi, dinanzi a quattro sezioni (“Acqua”, “Fuoco”, “Terra” e “Aria”) dove la bellezza della poesia della Calandrone affiora, umana, folle e indifesa, dal vortice di un linguaggio personale e pieno per sollevarsi e farsi cielo. Inutile enumerare i titoli più belli o quelli più dolorosi, molto meglio concentrarsi sull’autenticità dell’autrice, sulle sue parole progressivamente dinamiche, dense di passione – per intenderci, quella descritta meravigliosamente da San Giovanni della Croce – ibridata con il dolore dei possibili declivi che possono pararsi dinanzi all’uomo. La poesia della Calandrone dialoga con l’indeterminato, non rappresenta sentimenti ma li ingloba in una scrittura forsennata, per fortuna debordante, che travalica i limiti del linguaggio. Delle tante vite cogitate, vissute dalla poetessa, restano vividi ricordi nella mente del lettore, si impongono tenaci alcuni passaggi (“Pietro di noi caduti nell’intelligenza dell’Amore si dirà che avremmo costruito nuovi congiungimenti”), la brutalità della guerra, deformata dalle mille lenti della memoria, la fatica della contemplazione che ci costringe a vivere il nostro presente e a interrogarlo. Ogni personaggio raccontato partecipa alla solitudine della Calandrone, ovvero quel bruciarsi il cuore nel momento in cui si entra in contatto con i sentimenti puri, avviando una vera e propria corrispondenza animosa con l’autrice eccedendo, finalmente, i limiti della struttura della poesia borghese e convenzionale. “La vita chiara” è un soliloquio in versi, la volontà di confessarsi trasformando la Carne e la Terra in Scrittura, qui evento, che diventa “egli” per poter esprimere l’Io. E sul selciato di un inestricabile sentiero proposto dall’autrice, dove è facile perdersi, si aprono voragini, ferite universali, che si ripetono costanti nel tempo. Non importa, quindi, se siamo a Pentedattilo, nella notte di Pasqua del mille e seicento ottanta sei, o a Sant’Anna, il 12 agosto del 1944, quando si parla di Poesia (o di Arte), si è fuori dalla Storia, e il compito di un artista è quello di superare continuamente se stesso.

Enzo Rega, "L'Indice" dei libri del mese - Il nuovo libro di poesia di Maria Grazia Calandrone si modula, nelle quattro sezioni, sugli elementi fondamentali della tradizione, sia occidentale che orientale: acqua, fuoco, terra, aria. Più che giustapposti, fusi come nella cosmologia di un Empedocle, straripando al di là delle rispettive sezioni e ritrovandosi mescolati anche in un unico testo che già nel titolo, Un vagito nel vapore acqueo, ci porta al primordiale umidore della nascita: "Io pronuncio il tuo nome dall'alto / della picca di un campanile affinché tu ti arrampichi / lentamente, trascini in alto i segni della terra e sulla terra / cada. Io muovo / mani nell'acqua affinché il fiume freddo del tuo cuore si disperda / come una bianca fuga di animali tra le strisce dell'erba / affinché il bianco rogo del tuo cuore non dissecchi il mio cuore – affinché non t'invochi" (nella sezione Terra). Per il filosofo agrigentino la sede dell'anima era il sangue, che fondeva in sé i quattro elementi, e corpo e sangue sono qui centrali: l'anima viene sì messa a nudo, ma attraverso il corpo, come ci dà conto già il testo d'apertura: "Se io potessi aprirei il mio petto per farvi vedere / come gli organi se ne stiano spaiati, uccelli acquatici / al colmo / di un tetto, come il mio petto sia un campo aperto…" . Nella sezione Acqua si dispiega "il canto della specie", dall'emersione della vita stessa dalla sostanza prima del più antico dei filosofi, Talete: "Capovolgersi / in acqua per toccare il terreno e spuntare / ancora due o tre volte in superficie facendo / dei movimenti anfibi, assumendo il colore / artico, mercuriale degli anfibi – la posa / dello zero", scrive Calandrone. In questa vicenda, in cui è tutto "Un transitare e un perdere / creature marine / abbandonate al fango" (dove il lemma "fango" ci riporta anche alla tradizione biblica), siamo precipitati sempre più in un laboratorio primordiale, in "Un aroma di acidi e di corteccia", dove il biologico si dissolve nel chimico nella raffigurazione di paesaggi apocalittici: "Colonne combustibili nei canyon sottomarini – colonne / di individui fluttuanti salgono per il cibo di superficie in sfere / di ottone mercuriale / e l'albatro cammina / sull'olio plumbeo dell'acqua, le orche deglutiscono boccate / d'acqua e sciami di alici nelle forme / di calamita e anelli scardinati, pulviscolo / di lische, il diorama del fondo degli oceani e oro in movimento e cuori insanguinati alla luce (…) corruzione di cosa / in aria e terreno / tu che passi attraverso / la tua resurrezione". Anche qui una trasmutazione di elementi (in un verso che si tende fino alla prosa, come spesso nel libro) che attraverso il connubio di "corruzione/resurrezione" segna, brunianamente, un ciclo continuo di vita/morte/vita. Ed è l'igneo, eracliteo elemento della seconda sezione (ed Eraclito è anche il filosofo dell'unione dei contrari) a presentarci il mezzo naturale della purificazione: "Vengo ad attraversare il mio dolore / davanti a te: sono quella / che passa nel fuoco…". In un'atmosfera mediorientale, nella quale l'autrice gioca anche con i versi del mistico persiano Hafez, sembra che il fuoco suggerisca grazia e levità, pur nel capolino che fa il peccato, alla poesia (rispetto al precedente gravame della materia tra organico e inorganico), poesia che recupera temi d'amore in un'ebbrezza dionisiaca: "Forse il vino ci mette / come l'amore / nella incondizionata dimenticanza di noi…". Una dimenticanza invece impossibile nella terza, tellurica sezione, dove la poesia riprende frammenti di storia: "I sepolti / sopra la terra, se avranno pietà di noi sembreranno caduti / in un sonno privo di giudizio / come un enorme pasto / di carne umana, sembreranno mischiare con una smarrita / rassegnazione – carne / – sguardi / al fango fumigante di Guernica"; macro e microstoria s'intrecciano nel ricordo del padre che partecipò alla guerra civile spagnola. Alla pesantezza tragica della storia corrisponde di nuovo un'innalzarsi dello sguardo, nell'ultima sezione, questa volta attraverso le estasi di Teresa d'Avila, tesa tra terra e cielo: "il mio corpo / è la parte bassa del cielo (…) fai che la bocca affiori dal cielo / e dalla bocca fai passare il cielo". Nel "cedimento" di Teresa si ricompone l'eterna ciclicità dei quattro elementi, con un ritorno all'origine dei tempi – e del libro: "le mie ossa / non provano dolore / i minerali di cui siamo composti tornano all'acqua". Una poesia complessa, nella quale fondamentale è la lingua adoperata. i giochi frequenti sull'impasto sonoro delle parole e l'uso altrettanto frequente dell'enjambement danno conto di una scrittura che gareggia con i contrasti e li recupera. Lo stesso enjambement in fondo è troncamento dell'ovvio e ricucitura dell'inconsueto. La poetessa, in modo avvertito, scrive, sembrando riflettere sul suo stesso scrivere, di "oggetti ammucchiati sull'argine della lingua / blu che non ripete le azioni ma forma legamenti di cose taciute".

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Atto di vita nascente (LietoColle Graal, 2010)

Editore: LietoColle
Collana: Il Graal
Data uscita: 18/09/2010
Pagine: 84
Lingua: Italiano
EAN:
Listino: € 13,00
 
 
 
 
 
 
"Nello stile inconfondibile di Maria Grazia Calandrone, una raccolta in versi contro il pregiudizio, basata sull'amore e sulla nudità, sulla gioia e sulla libertà: il canto di un'araba fenice che rinasce da acqua/cenere."
 
 
LA BESTIA TRAMONTA NELL'UMANO
 

Non sorga il sole della nostra fine, non a te che hai radice di primo vento
all’alba, non a me che ho la voce nuda degli oggetti che aspettano
giustizia, la voce dei papaveri e dei campi, l’ira dei flauti e delle tele, gli archi
dalle bocche di vento: ecco la sposa, ecco la primizia
di tutte le stagioni, l’ombra fuggevole dei meli agri
sul tuo petto, e di notte le stelle cadenti, un angelo fra gli albicocchi dello Ionio.

Lavoravamo il grano a braccia nude; cominciò la raccolta 
dei meloni d’inverno, e il primo temporale ci serrò
sottocoperta: dal baule come un frutto di mare cresce la camera da letto, dal mare
torna il mio sposo del mezzogiorno, domani, dal mare.

Un giorno ancora e guarirai
la fatica di credere. Sei mio fratello, sei il mio sole avaro; sono la sposa
del Mediterraneo, tua sorella. In me schiuma il tuo mare, il suo lamento
serale, e la tua messe di cèrcini neri: qui
ti inginocchi ai mandorli dei campi, sul mio viso,
e alla cenere. Fascio d’erbe aromatiche, creanza della sera, vola sul grano del mio petto e dormi
per bisogno di luce.

CONGEDO DAL SANTUARIO TERRESTRE

VI

Vedo lei, affacciata 
dalla finitudine sua 
sul bianco raccolto 
scivolamento 
in un gonfiore di germoglio
e di pianto finito
nello schianto del mare. Vedo una viola 
di latte 
che cola 
tra spalancate braccia 
d’acqua dolce. Poi vedo il mare muoversi come un telo di altare
io vedo l’ostensione
della sua bellezza
sotto alte infreddate costellazioni. Le ginestre

dopo: all’angolo estremo dell’occhio, poco prima del niente.

Il mare è dove la strettoia del fiume diventa beatitudine
è la pianura senza gravità
dove il carico 
si disfa. Riconosciamo il mare 
dall’odore infantile che gli prende la terra 
vicina 
alla punta pulita dei piedi
esposta per prima 
nelle calze 
e da una irragionevole felicità negli omeri, che stanno 
per affidarsi al nuoto, per allungarsi
come radici, congedarsi. 

Estratti critici

Luca Manes, Una conquistata rinascita, "Avanti!", 9.11.10 - Di solito la bestia è nera, rabbiosa, insaziabile. Così la descrive Dante all’inizio del colle, sul punto di cominciare la salita verso la salvezza: “Ed ecco, quasi al cominciar de l’erta, / una lonza leggera e presta molto, / che di pel macolato era coverta; / e non mi si partia dinanzi al volto, / anzi ‘mpediva tanto il mio cammino, / ch’ì fui per ritornar più volte volto”. È uscito a settembre l’ultimo libro di poesie di Maria Grazia Calandrone (milanese che vive a Roma, performer, autrice e conduttrice per Radio Rai 3), intitolato “Atto di vita nascente” (LietoColle, 79 pagine, 13 euro). Ed ecco che nelle parole della poetessa l’ostacolo, l’impedimento alla salita verso le stelle si trasforma in un luogo, in un “santuario terrestre” dove rifugiarsi. Il disumano che diventa non-umano, innocente, puro, “bianchissimo”.Già nel titolo della prima parte della raccolta, “La bestia bianchissima riposa”, è racchiuso tutto il significato dell’opera. Il riposo della “bestia bianchissima” in attesa che l’uomo gli si faccia vicino, compagno. “La cerva bianchissima riposa / la fronte. Tramonta / nell’umano la bestia / bianca e non svelata che non cela nulla / stanotte le macchine sono le macchine di un’estate finita / a sua somiglianza”. E ancora, nella poesia “La bestia è senza rimedio”: “Tutta l’estate mi hai chiamata, invano, tutta l’estate hai edificato nel bianco / della stortura umana / il bianco della bestia, / il nome fatto / dalla calce dei muri / (…) Lei ha fatto il mio nome”. È una bestia che si aggira per le città, qui, tra noi. Che, sulla calce dei muri, lascia la sua traccia. Che, nel succedersi delle stagioni, estate e inverno, non smette di fare “il mio nome”. Ma chi è, cos’è la bestia che ci attende? E per cosa?“C’è un luogo che nessuna morte tocca, una stanza di fiori / e di specchiere al sole come laghi / verticali di luce / dove la bestia si stende come l’officiare di un pino marittimo. / Di qui. Non vedo. Più niente, nella / altitudine: più niente / increspa la nativa / attitudine / alla felicità”. Ecco la bestia: la casa protetta dove non moriamo. Il campo di fiori e alberi dove la bestia riposa, in silenzio con la sua innocenza, e attende. Attende l’incontro, lo sguardo dell’uomo. E poi più niente. Nulla più che sporca, appassisce il bianchissimo, felice rinascere reciproco. Ma facciamo un passo indietro. “Primo amore” è il titolo della seconda parte del libro. Quasi che la poetessa intenda fermarsi e chiarire a tutti la condizione, la posizione necessaria per l’incontro. “Qui / un sussulto corrisponde / all’aria, e tu lo curi come una ferita, perché nel chiuso / del tuo petto è una serra sonora, a riprova / di quel punto invisibile”. È una spaccatura, una ferita chiusa, protetta nel petto che chiama a “quel punto invisibile”. È necessario che l’uomo sgomberi tavoli, tovaglie e divani. Perché in questo far posto, in questo svuotare vi è allusa la promessa di un incontro, di una crepa che si chiuderà. E l’ingresso in questo mondo animale non ha tanti accessi, sembra dirci la poetessa: “L’amore è una presa dell’anima sul mondo”. Solo amando l’uomo può porsi su quel ramo che ondeggia sulla bestia. E tutto, improvvisamente, si riunisce intorno all’amore che si avvicina. Tutto partecipa di questo vento in direzione di quel punto di non-morte: “All’amore appartiene anche l’inezia, la gramigna dei queruli uccelli/ posati in una pausa dell’aria, sul ramo, disarticolati / o rimossi dal vento”. La crepa che viene sanata. Il pianto che trova ristoro. L’attesa e la solitudine riempite del “bianchissimo” riposo. Dopo l’incontro, al di là dello sfociare umano nell’innocente. I versi della poetessa non si concludono con l’abbraccio alla bestia. Le parole si spingono molto più in là, dentro il permanere dell’innocenza animale nell’uomo all’attimo del congedo. La terza e ultima sezione dell’opera, “Le ginestre poco prima del niente”, si apre con la commovente, e precisa fino all’esasperazione, narrazione del suicidio della madre e del suo rimanere orfana. E con un invito al lettore nell’incisione-dedica a Katherine Mansfield: “L’apprendimento, attraverso la comprensione, porta alla compassione, e quest’ultima appare come la più alta facoltà dell’anima: la sua capacità di avvicinarsi”. Come se la poetessa volesse che il lettore le si faccia vicino. Prossimo alla sua umanità. E questo è possibile solo dopo aver partecipato dei suoi travagli ritornati in versi. Un modo efficace e schietto per conoscerla. Come se il vero rinascere della persona avvenga dopo l’incontro con la bestia, non durante. Al congedo, non nello sguardo. “Riconosciamo il mare / dall’odore infantile che gli prende la terra / vicina / alla punta pulita dei piedi / esposta per prima / nelle calze / e da una irragionevole felicità negli omeri, che stanno / per affidarsi al nuoto, per allungarsi / come radici, congedarsi”. Qui sta il segreto del libro di Maria Grazia Calandrone. “Atto di vita nascente” ha il gusto della rinascita conquistata. Le radici che finalmente si allungano, pronte alla vita. Dopo l’abbandono conflittuale col non-umano. Quando la bestia guarda la sua preda mancata nell’allontanarsi, prima di ritornare al riposo. “Bianchissima” come prima. 

Franca Alaimo - [...] Dalla com-passione nasce uno dei testi più alti, nitidi e commossi della silloge, che è “Congedo dal santuario terrestre”, in cui Maria Grazia si fa testimone immaginaria e più che mai fedele dell’abbandono del luogo natio da parte della madre, decisa ormai alla morte. [... ]
Una minuta e sensibile vividezza, quella che nasce dall’attenzione verso tutte le piccole creature che accompagnano la consegna del corpo all’ampiezza del mare, percorre i versi della sesta strofa. Quasi come nel celebre quadro del preraffaellita John Everet Millais, che ritrae il corpo di Ofelia che galleggia tra erbe e corolle, così anche qui il bianco scivolamento avviene “in un gonfiore di germoglio” e le braccia sono consegnate alla corrente mentre un cespo di ginestre è l’ultima cosa viva della terra offerta alla vista “poco prima del niente”.
Ancora una volta torna il lemma “altare”: ed ecco, allora, che il lettore comprende come la fitta simbologia liturgica che colmava la prima strofa fosse preparata per lei, la vittima sacrificale, in nome dell’amore materno. Ed ecco anche che la struttura della silloge si manifesta nella sua compattezza tematica, nella sua ciclicità a spirale, aperta.
Quale sfociare sarà quello della madre se non verso l’altra beatitudine, dopo “l’irragionevole” felicità degli omeri che si protendono al congedo definitivo, ma mostrando, inaspettatamente, “radici”? Può ciò che muore, nel punto stesso del suo finire, generarle? Oh, sì! Esse, infatti, sono da ricercare in quella somiglianza postuma che i vivi possono offrire ai morti come unico tributo alla “colpa” “d’essere vivi” e non poterli risuscitare.
E’ la stessa somiglianza che si fanno come reciproco dono il bambino e la campagna della seconda strofa (non ha sottratto, forse, il bambino santissimo ogni cosa alla morte? ), che si fanno perfino le piante fra loro. Affinché mai nulla “venga perduto”, scrive l’autrice. Per questo ella dichiara nel suo discorso teorico sulla poesia che “il poeta parla direttamente dal mondo dei morti o che i morti parlano per la sua bocca”.
In questa poesia, infatti, Maria Grazia parla della madre morta, al posto di lei: bocca su bocca, bocca da bocca, ella parla “la parola”, come leggiamo in Il duro filamento di Luzi, “all’unisono di vivi / e morti, la vivente comunione / di tempo e eternità.”. Versi amatissimi, questi, di Luzi che riecheggiano nella disposizione e nella qualità delle parole e delle immagini che compongono questo soavissimo “congedo” di dolore e amore, di svuotamento e di pienezza, grazie alle parole che “ci guariscono”, pronunciate amorosamente su quella “soglia” tra vita e morte, tra avere e perdere, verso cui l’autrice sosta sempre “piena d’ospitalità”. 

Francesco Palmieri, Un punto di vista: nota critica ad "Atto di vita nascente", www.lietocolle.info, 2010 - L'universo interiore di ogni individuo è le vedute, il panorama aperto dalle immagini che soggettivamente costruisce, osserva, scruta, gode e soffre; è il tessuto di parole (testo, discorso, monologo dell'anima e nell'anima) con cui dà forma e struttura a sé e al mondo; è il linguaggio nella cui interminabile costruzione e decostruzione si celebra espressivamente, formalmente, la drammatica ricerca umana di un Senso che legittimi l'esperienza consapevole dell'Essere ovvero ciò che chiamiamo vita, esistenza, esserci. E in Maria Grazia Calandrone la "parola" è tutto questo: visione fino alla visionarietà onireggiante, cifra dell' Io e tracciata dall'Io, interrogazione ora inquieta ora sedata, canto e meditazione, nominazione di un divenire singolare e tuttavia inscritto in una trama plurale di rapporti, relazioni, scambi dialogici fra sé e il mondo prossimo, circostante, storico e metastorico, presente e atemporale. 
"Atto di vita nascente" è una raccolta di liriche il cui segno prevalente e distintivo, è proprio la "liricità" nella sua accezione più originaria e classica, ossia poetica del sentimento, ma sincronicamente è anche ricerca spasmodica della "forma", di una forma pura più che di una purezza della forma. È un po' come dire, non la parola per la parola (o l'arte per l'arte di primonovecentesca memoria) ma la parola per dire, raccontare, far esplodere un sentimento saturo di vita, perché "L'oro rumina nel profondo/ sbattere d'acqua nelle terre cotte/ dal passo dei morti." (p. 16), o semplicemente perché la biografia umana è una successione di stagioni e arriva il momento in cui "L'estate opera nei frutti.../ un addensarsi della segretezza delle linfe/ al di fuori del ramo, l'estroversa dolcezza di una pesca/ compiuta." (p. 44). E questa pesca-raccolta sembra portare con sé il sentimento di un vissuto terminale, la cadenza emozionale di un commiato che non a caso -suppongo- prende forma nella poesia di chiusura del libro: "Congedo dal santuario terrestre", la cui ultima parola è "congedarsi", appunto.
Tale interpretazione (ma si tratta né più né meno di un punto di vista fra gli altri) sembra in contraddizione netta e stridente con la direzione semantica di un "atto di vita nascente", con un testo che sembra voglia certificare il farsi aurorale di una nuova esistenza, ma è proprio in quell'aggettivo verbale, in quel participio presente (nascente) che a mio avviso sta la chiave interpretativa, il punto nodale di soluzione di una poetica fortemente allegorica e, se vogliamo, di un percorso linguisticamente terapeutico ("Conta la solitudine. Rimuoverla/ è la cura di anni..." p. 43), di una confessione definitiva che prelude ad una liberazione, al recupero -nascente- di un Io che si riappropria di se stesso. È proprio in questa montante crescita d'Identità, in questo rendersi, pagina dopo pagina, nuovamente disponibili a sé stessi, che risiede la ragione, il senso della reiterata metafora della partenza, del viaggio; un viaggio che sembra richiedere l'obolo caronteo dello "sradicamento", uno strappo che ha la necessarietà di un atto dovuto, "un modo [...] di vincere la colpa/ di essere oltrefrontiera..." (p. 59).
È la struttura stessa del libro a segnare il percorso, la direzione, le tappe. Si apre con una lirica introduttiva ("sono intatti..."), con una dichiarazione di "fine battaglia", con una ripresa visiva di "alberi/ e un davanzale di neve", ma con il sentore di un qualcosa che nasce, nascente: "Cosa rischiuma dalla terra, che geme/ dalla casa sfollata/ dal sole enorme nell'erba/ mortale dove chiara riposa/ la corona regale dei biancospini." (p.11); e poi, a seguire, quella sezione che definerei una cantica sulla "Bestia", un'entità vitale e vitalisica dai tratti onomastici spesso dichiarati -ora cerva, ora mula, ora colomba (sebbene in similitudine), ora lupo e uccello, quasi a rappresentare la natura ambigua aereo/terrestre dell'umano- ma a mio avviso meglio tratteggiata nella figura indefinita, germinativa, della "bestia bianca", dove l'elemento cromatico del bianco sembra essere l'ancora indistinto o l'innocente, o soltanto il bianco della pagina di un "poema" privato ancora da scrivere.
Il corpo centrale del libro, "Primo amore", sembra segnare il percorso principale del recupero mnestico (quella "pesca" quasi evangelicamente miracolosa), il passo dopo passo dove il motivo erotico appare e scompare come se non fosse il motivo centrale, ma uno fra altri di pari importanza: l'infanzia, il crescere e maturare, la "perdita dell'innocenza", il sentimento metafisico del sublime mai davvero rimosso, la partenza e il viaggio interiore verso una destinazione non precisata (storicamente, autobiograficamente) ma che ha nella direzione dei rami, l' "alto", un senso, e sulla terra "l'amore [che] è una presa dell'anima sul mondo." (p. 58).
Infine, solo un accenno alle due "sezioni" che chiudono la raccolta: un omaggio a due donne tragiche: Lucia Galante e Katherine Mansfield; due donne accomunate da un differente destino, ugualmente e diversamente drammatico: Lucia, una donna comune, uccisa da una Storia e da una Cultura che oggi definiamo senza mezzi termini oscurantista e claustrofobicamente provinciale; Katherine, una scrittrice ed un'intellettulae, segnata dal dolore a cui mai si è sottratta, dalla malattia e da una morte indubbiamente precoce. Di questa parte del libro "Atto di vita nascente", voglio limitarmi a due soli e brevi rilievi: il titolo che richiama il fiore della ginestra (o il fiore del deserto, scriveva Leopardi nella lirica omonima), come ad indicare un guizzo di colore vitale (o addirittura proporre degli exempla d'umanità) "prima del nulla"; e in secondo luogo, l'epigrafe di p. 69 che voglio citare per intero:
"L'apprendimento, attraverso la comprensione, porta alla compassione, e quest'ultima appare come la più alta facoltà dell'anima: la sua capacità di avvicinarsi.".
In conclusione non posso non accennare alle pur presenti difficoltà di lettura, dove leggere non è solo un evento morfosintattico ma soprattutto penetrazione semantica, proprio quell'operazione di comprensione del testo a cui la stessa Maria Grazia Calandrone si appella nella citazione riportata sopra. È innegabile la maestria poematica dell'Autrice, la sua capacità di proporre soluzioni stilistiche di alto livello (le segnalazioni sarebbero una miriade); è innegabile altresì il grado elevato di raffinazione-raffinatezza formale, tuttavia è proprio in tale alto grado di astrazione linguistica, di allegorizzazione del contenuto che sembrano persistere presenti oscurità ermetiche, quasi come espressioni ultime, ultime resistenze di una sorta di pudore del dire, del raccontarsi ulteriore; è come se lo "scialle caduto dalle spalle" (nella chiusa della lirica "La cerva risuona"), non fosse in realtà caduto del tutto ma fosse sempre lì, trattenuto, con la sua trama preziosa, i suoi ricami aerei e terrestri, a celare ancora un poco la "bestia [che] bianchissima riposa". 

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