Libri

Pietra di paragone (Tracce, 1998)

Editore: Edizioni Tracce
Data uscita: 1998
 
 pubblicazione Premio Nazionale Nuove Scrittrici
 
e ridevamo in cielo come donne nell’acqua
grasse, con le mani ai ginocchi
fra queste nuvole, e i soffi nella memoria
del nostro treno fermo nella pioggia
dentro un mare di rovo - che è il giorno
che si ricopre ancora senza il tuo viso
afflitto e paziente -: un locale
a metà fra lo sgretolarsi della terra
e la tensione del cielo
di resurrezione, tutto lagni
e strappi, e sbuffi
molli come grembiali... aspetta: se mi siedo a cuore aperto,
la tua e la mia ombra: senti?,
le rompe un suono di bambini veri


fontana muta *

I

saresti necessaria, ma tu già vuoi essere
morta, e più
io ti rifabrico, più cedi: sabbia
nel fuoco che già tutta ti separa,
e, sopra tutto: il centro,
vuotato nello spreco
di un’infantilità che ti stacca
dal fondo del paesaggio: come una decidua
tardiva

II

nella profondità del giardino
quel pomeriggio trovammo un poco d’aria in cui sedere
lontane dalla disfatta del chiuso, ricordi?: una panchina
sotto qualche fiorito
ramo d’estate, e grida
raso terra di rondini, e bambini alle corde, e fontanelle
filanti, e cancellate
strade dall’erba alta del tuo riso: furono le celate
strette sulla mappa di questa morte che ora come un codice
antico, dal profondo del tuo
viso: riaffiora: come un secondo viso, su cui tendi - come
la madre che non vedesti, o che non fosti
più -: viva:
la curva del labbro, a cancellarlo, mentre ti cancella: piano...
- che sia: piano... -,
come uno di quei lividi fiori
di umido che notte dopo notte: smangiano
i vecchi muri


* “Fontana muta” è il titolo di un’antica canzone siciliana che ho conosciuto nella mia infanzia, cantata dalla madre di mia madre

Domenico Adriano in "Avvenimenti", 2 maggio 1999

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Splendi come vita (Ponte alle Grazie 2021)

CASI EDITORIALI in Gazzetta di Modena [...] Debutta la poetessa Maria Grazia Calandrone nell’autobiografico Splendi come vita (ed. Ponte alle Grazie) in cui racconta l’esperienza dell’adozione. 

Un altro mondo, lo stesso mondo (Aragno 2019)

Una riscrittura del Fanciullino di Giovanni Pascoli

Premio Speciale della Giuria del Premio Letterario Internazionale Carlo Bo-Giovanni Descalzo 2019 per Saggio critico letterario sulla poesia del Novecento

 quarta di copertina di Andrea Cortellessa:

[...] A una poesia per adulti, che oggi si rivendica, sin dall’inizio lei ha contrapposto una poesia adulta che si rivolge alla nostra infanzia perenne, al nostro «luminoso stupore».

L’ingombro dell’innocenza

Prendi un bambino. Mettilo seduto davanti a te.

Chiedigli di abbandonare il suo piccolo gruzzolo di scienza.

Pretendi la sua «antica serena maraviglia», che puoi tradurgli in «innocenza».

Chiedigli di stupirsi mentre lo osservi, al nobile scopo di annettere la sua beatitudine al sereno stupore degli avi.

Per questo primo esperimento, prescindi dal tempo storico, dove il nostro bambino contemporaneo figurerebbe come postremo e biodegradato affluente della ricca specie dei maraviglianti che, all’alba del mondo moderno, sfasciava a pallonate i vetri delle case. Le scaglie di quei vetri rilucevano sotto i tappeti a distanza di mesi, rifrangendo i gesti di stizza e le variegate invettive delle massaie. Nessuna prevenzione antinfortunistica (ma li mortacci vostra, me so’ sgarata ‘n dito!). Nessun parafulmine contro le maledizioni scagliate a fior di labbra (ve mannerebbi ar gabbio, a te e a la beduina che t’ha mess’ar monno!). La schiamazzante, scimmiesca, anarchica specie infantile fu infine emarginata dai cortili condominiali e messa in condizione di non infrangere. Sollievo generale. Percepito innalzamento dei livelli di razionalità sociale.

Ma tu ignora il presente. E pretendi da lui la sua innocenza.

Come suona perversa, quest’ultima frase!

E come ti rivela la tua stessa contaminazione!

Con automatismo pavloviano, pensi alla metafora sessuale intorno all’innocenza – e al delitto ai danni della stessa. Sei imbibito dalla coscienza di azioni criminose portate a danno dell’infanzia. Riprova.

Chiedi a lui bambino di essere innocente, innocente in sé, senza darti nulla, né conto di nulla. Tu, semplice spettatore della sua maraviglia. Chiedigli di dimenticarsi di te, di non sapere.

Il bambino dà segni d’impazienza, non capisce che vuoi, nasconde le mani sotto il cavo delle ginocchia, sbuffa educatamente, dondola i piedi, cerca con gli occhi il conforto di una simulazione controllabile della realtà: uno smartphone, una play, una qualunque teca bidimensionale, un sarcofago pieno di estinti che saltuariamente riviviscono. In Occidente. Altrimenti: polvere, terra battuta, estinzioni protratte per tutto il tempo a oggi umanamente misurabile. 

[...]

Poesia: l’anarchica fiducia di essere nel discorso

Mi piace partire dai fenomeni, per comprendere. Se voltiamo la testa per osservare la storia della poesia fino al tempo che ci ha immediatamente preceduti, intravvediamo poeti fabbricatori battere i pugni sul banco sociale, prendere la parola a nome di altri, lavorare febbrili, mossi dal desiderio di restituire voce ai “senza voce” scrivendo versi critici, incendiari, civili – allegorici o testimoniali che siano.

La letteratura contemporanea, ove si ponga a specchio della dominante sociale più amara, sospetta invece della possibilità stessa di identificazione, di estensione dello sguardo fuori di sé, sorride disincantata o addirittura imbraccia il fucile, se tra i versi di un altro vede sventolare il vessillo romantico della compassione. Il problema sociale e l’inconscio collettivo social (che non è il «reale», ovvero «ciò che resiste al potere dell’interpretazione» secondo la definizione di Jacques Lacan, ma una porzione sperimentale di «realtà», un continuo test sulla «realtà» possibile, un incessante e capillare sondaggio sul limite verso il quale la psicologia delle masse può essere spinta) esistono prima che la letteratura li intercetti: abitiamo una collettività frammentaria, apparente e occasionale, priva di senso della comunità e di coscienza di classe. Precari, oppressi dal disordine del lavoro o dalla sua disperata ricerca, non abbiamo tempo per estroflettere l’intelligenza, né per lasciarla sprofondare nei brucianti sconfinamenti della materia umana allo stato libero.

Abbiamo subìto il furto primario del tempo e, dunque, della solitudine.

La solitudine della conoscenza è adesso la solitudine degli orfani.

Essere orfani della conoscenza vuol dire essere orfani del mondo.

Il potere – come il potere usa fare, fin dal remoto divide et impera – ha seminato paura e diffidenza lungo gli anni, in una capillare opera di destabilizzazione ha ancora una volta inventato e propagandato nemici immaginari, affinché il popolo spaventato abdicasse all’autodeterminazione e si lasciasse rincuorare dall’immaginario di un capo che riempie di sé la lacuna di un principio “paterno e patriottico”, dove legge e violenza combaciano fino a coincidere. Un popolo spaventato e senza immaginazione è funzionale al potere. Il Priapo gaddiano insegna che il nostro è un popolo cui piace essere battuto.

Ma dove sono i poeti? Come scrive Bertolt Brecht «non si dirà: i tempi erano bui / ma: perché i loro poeti hanno taciuto?». Compito dei poeti è solo quello di descrivere le cose come sono? O non è anche necessario al mondo che essi, pur chiarovedenti e antivedenti, generino però anche utopie, insistano a posare sulle abitudini della maggioranza uno sguardo eversivo e non convenzionale, allo scopo di seminare dubbi? Dove sono le prime scintille di un incendio, che si producono accostando blocchi fino a quel momento estranei di conoscenza?

Le neuroscienze documentano che l’uso continuo di parole modifica la materia fisica del nostro cervello, mutando le connessioni neuronali. Ma l’umore sociale sembra aver contagiato i poeti, e questo è ovvio, poiché essi sono anche testimoni del proprio tempo. Ma possono davvero limitarsi a questo? Non è forse l’emissione del canto fuori-tempo-e-luogo, la saggia bestialità che Pascoli colloca a scossoni nelle pliche vocali del fanciullino, a risuonare più in profondità nell’umano? Se riduciamo la poesia a un affilato copiaincolla della cosidetta «realtà», ovvero della catena ininterrotta di formalità fabbricata per distrarci dall’ansia della morte, che finisce però per avvolgerci come la spira di un serpente e allontanarci dal vuoto (libero) che siamo, se facciamo anche della poesia un calco del meccanismo inceppato delle relazioni, temo che essa non risulti “utile” a nessuno e niente. Dovere dei poeti credo sia tenere il radar puntato alle «somiglianze», non alle mode. Se i poeti restano avvitati e avvinti alla propria esclusiva, elitaria identità, la loro parola avrà sempre meno forza rivoluzionaria. Premuti dalla pressa della «realtà» (che, naturalmente, non esiste) e dall’illusione dell’identità (che, naturalmente, è fluida e cangiante), i poeti non aggiungeranno una parola alla parola sociale già detta, i loro versi non ubriacheranno neanche loro stessi. La poesia che parla del mondo, paradossalmente non riguarda più il mondo.

A mio parere, il mandato sociale del poeta è quello di esercitare un’identità fluida, così da consuonare col trauma altrui e con le altrui gioie e glorie; il suo ruolo è lavorare per la comunità, contro lo schiacciamento dell’immaginazione e dell’identità sul falso piano della «realtà», ora contro l’attuale dominante politica di parlare per sé. «Se ho scritto è per pensiero / perché ero in pensiero per la vita», dichiara Antonella Anedda.

Adeguare la propria scrittura alla diceria della solitudine sarebbe un tradimento essenziale, un tragico disamore nei confronti dell’umano, vorrebbe dire aderire al tremendo realismo cinico e senza sogni funzionale al capitalismo (secondo la lucidissima lezione di Realismo capitalista, pamphlet nel quale Mark Fisher analizza il presente istantaneo e senza memoria nel quale viviamo, inconsapevolmente complici della sola legge del profitto), vorrebbe dire rinunciare a considerare il vuoto elementare al centro della vita, rinunciare a comprendere che l’esistenza stessa della materia è possibile solo grazie alla relazione dinamica tra particelle, rinunciare a colmare la distanza tra la «realtà» (l’abitudine) e il «reale» (la discontinuità, l’irriducibile, quello che non può essere dominato) e tra sé stesso e sé stesso poeta, ovvero tra sé e il sé plurale che, grazie alle parole, conosce, osserva e supera la propria pur splendida inezia, per contribuire alla sollevazione delle leve che scardinino la «superficie» di piombo degli anni e delle mode.

I poeti non indicano il muro che vediamo tutti, ma l'infinito che sta oltre.

La lectio dell’ultimo decennio pare una diligente rovina di sé. O l’estremo singulto della sopravvivenza, l’illusione che, senza coltivare illusioni, possiamo eludere la parte di dolore che ci viene assegnata col nascere.

Ma Pascoli lo scrive chiaramente: il fanciullo non s’illude e non vuole illudere.

[...] 

La Grande Illusione (Giunti, 2018)

in Princesa e altre regine - 20 voci per le donne di Fabrizio De André a cura di Concita De Gregorio

Guia Besana, Daniela Amenta, Ursula Ferrara, Melissa Panarello, Valentina Pedicini, Lorenza Pieri, Silvia Ziche, Barbara Di Gregorio, Silvia Camporesi, Enrica Tesio, Letizia Rubegni, Francesca Genti, Francesca Borri, Beatrice Alemagna, Carmen Pellegrino, Valentina Farinaccio, Maria Grazia Calandrone, Sara Colaone

LA GRANDE ILLUSIONE

Tutti i riferimenti e le ricostruzioni dell’omicidio di Paola Borghi sono autentici. Il suicidio in cella di Marco Prato è stato anticipato di oltre un anno per esigenze narrative, ma i fatti narrati e i documenti citati sono reali  anche in questo caso. Il personaggio di Carla Spada e il suo legame con Lorenzo Borghi e il caso Varani sono frutto di immaginazione. Nella speranza di avere rispettato e accolto le anime delle persone vere.

 “La biografia che fa pressione sulla creatura”
Giorgio Vasta

  1. la vita prima

Quando la volante della Polizia è arrivata il mercato non c’era più da anni.

Odore di cemento laborioso e compatto, un sentore di fresco, di pesce fermo al sole con gli occhi aperti e lucidi dei santi nelle edicole, rifresco di verdura che sale dai grumi dell’asfalto, cera e colature di formaggi negli interstizi dei sampietrini, il suolo scabro stuccato da goccioloni di mozzarella, falde larghe di foglie di lattuga e barbe di finocchi: un rionale scoperto, un agglomerato di matrone abituate a spicciare case che sanno di sugo: “A Nicò, e lèvame ’sta sleppa de grasso! Ma che, me vòi fa’ diventà ’na balena?!”, rare signorine garbate, ché quelle preferiscono fare la spesa nei supermercati, tutte azzimate tirano su la roba dagli scaffali, senza fare un fiato e invece qui, nel ronzio saporoso della vita, devono quasi urlare: “Un panino a lievitazione naturale, per favore” – e solitudini una accanto all’altra: uomini sempre un po’ spaesati e ragazzini che prima della scuola ficcano i denti nel rettangolo di pizza bianca appena sfornata, che bolle i polpastrelli e unge la carta da pane – e tutti sentono comunemente il mondo: i dischi delle bilance brillano al sole, le buste frusciano sulle fiancate dei banconi verdi, la piramide fragile delle uova rintocca, sullo sciacquio degli stivaloni dei pescivendoli e sui colpi di mannaia contro il legno della macelleria.

La colonna sonora del mercato è una pura teoria dodecafonica di pettegolezzi a bassa voce e vezzeggiativi urlati. Le verduraie più anziane attivano un juke-box di richiami materni per le clienti: “a ni’”, “cocca”, “gioia”, “fata”, “amore”. Si faceva la spesa per sentirsi chiamare come bambini.

Le fruttarole giovani, arrivate con l’alba dalle campagne intorno alla città, riportano addosso il freddo e il caldo dell’aperto dei campi, la pelle rossa, screpolata e arsa come la terra, mentre capano carciofi o fagiolini e filano a mezza bocca la litania “Mille al pezzo, mille al pezzo”, mentre i primi pakistani si accostano corpo a corpo alle signore, intonando il salmo di una setta segreta “Aglio, signora buole aglio?”

Il 22 giugno 2016 albeggia appena, la strada sta ferma e silenziosa. Due poliziotti in divisa posteggiano sgommando davanti al civico 58 di Via Enea. Quando aprono le portiere, l’abitacolo dell’Alfa Romeo azzurra esala l’odore del primo caffè del mattino, quello nero, velenoso, adrenalinico, depositato nei fiati come una palta protettiva, che accompagna nel lavorio del giorno.

Appena preso servizio, Renato Fiori e Claudio Bertozzi sono stati mandati sulla scena di un presunto omicidio. Una donna, una madre, pare, all’ottavo piano di un condominio – scala unica.

“Incominciamo bene!” aveva commentato Renatino, mentre il collega giovane che gli era affianco, grosso e sovrastante come un toro, non vedeva l’ora di salire, esplorare, annusare l’aria, ficcare il naso nel sangue che è stato versato dentro quel palazzone sincero, di quelli che nelle sere d’agosto esalano profumi di frittata e peperoni arrosto.

D’estate l’intimità delle famiglie rimbomba nei cortili. Le madri chiamano i ragazzini a tavola gridando nomi che sembrano l’unico, ininterrotto nome dell’Infanzia. Stanata dalla voce delle madri nei luoghi meno banali del quartiere, la grande infanzia romana converge verso l’odore di peperoni arrosto e frittata.

Suonano il campanello. Il figlio apre la porta girando quattro mandate di serratura. Appartamento della media borghesia, tende bianche alle finestre. Un forte odore di disinfettanti, nonostante le finestre spalancate e l’aria che spazza il corpo di una donna, distesa seminuda ai piedi del letto matrimoniale, con un cuscino in faccia dentro l’odore rosso delle foglie di pruno del primo giorno d’estate.

[...]

9.  colpa sua

C’è un’insolenza negli innamorati, portano una rivoluzione che il povero oggetto del loro amore non desidererebbe affatto subire! Si comportano come se il mondo fosse tutto radioso, investito e pervaso dal loro amore. Con tutto quello che succede al mondo…

Credono che l’amore che provano li renda degli stregoni, dei taumaturghi, delle manne, dia loro il diritto di interrompere quel che sei stata fino al momento del loro arrivo (diciamo meglio: irruzione!) e fondare una nuova te stessa, disordinata e irriconoscibile a te stessa. Ma modellata come piace a loro. A volte ero sicura che nemmeno mi vedesse, che avesse solo bisogno di sentire l’amore che sentiva. Mi perdonava tutto: era impossibile. Nessuno ama così, non era me che amava.

Nelle ultime settimane, mentre Lorenzo era indagato, facevo molte cose, per non meritare il suo amore: lo sfidavo, lo trascuravo, lo respingevo accampando scuse anche verosimili: la stanchezza, il lavoro, il poco tempo, lo maltrattavo invisibilmente, polemizzavo, creando il geyser sulfureo di liti microscopiche generate da nulla, anzi, dal nucleo stesso dell’amore – e lui mi amava, non smetteva, cicatrizzava subito. Al di là di ogni logica. Protervo, ottuso, cieco. In una parola: violento.

Questo dunque è l’amore? Questa violenza che sei costretta a subire a causa di un sogno sognato da un altro? Questo essere forzata a trasfigurarti perché un altro possa continuare a immaginare la persona che gli piace nel mondo che gli piace…

Ma, d’altra parte, un innamorato come fa a fermarsi? Qual è il limite oltre il quale l’amore non lievita e non spinge la creatura oltre se stessa?

E infatti, con il tempo, peggiorava: perdurava e, perdurando nonostante me, acquisiva crediti. Ero sempre in difetto, davanti alla sua limpida coscienza. Avevo perso le speranze che prima o poi smettesse di assediarmi, come si conviene nel mondo reale. Lui non accettava il cambiamento. Non lo capiva, non si capacitava. Aveva preso l’abitudine affatto malinconica di ricordare ad alta voce le parole d’amore che gli avevo detto, le cose che avevamo fatto insieme: Amore, ti ricordi? ti ricordi? me ne chiedeva silenziosamente conto. Insomma, mi accusava. Mi accusava e mi aspettava, sfidando la logica e il senso stesso della realtà. La sua attesa metteva in discussione le mie parole, il mio diritto a essere cosciente di me stessa. Come potevo sopportare tanto? L’ordine delle cose era distrutto. Il rifiuto non veniva ascoltato. E lui soffriva e amava, gioiva di potermi anche solo guardare. Orribilmente, sfacciatamente vivo.

Poi, finalmente, poco tempo dopo il fattaccio, il suo buongiorno non suona amoroso e buffo come sempre. Gli chiedo tutta speranzosa Lollo, che c’è?, risponde Niente, gli dico Se vuoi passa a trovarmi, sto studiando le carte di Prato, posso fare una pausa caffè. Non se lo fa ripetere due volte, si presenta con le paste al cioccolato e un sorriso bellissimo; ma lo sento sconvolto e mi sconvolge. Dice Ho sognato di precipitare nel vuoto. Una solitudine fisica spaventosa, dice Ho provato l’esilio del corpo che cade nel vuoto, dice Solo il tuo abbraccio poteva salvarmi.

I fatti lavorano in silenzio dentro di noi. Mi sento rispondergli cose che mi fanno stranamente male, mentre le dico: Caro Lollo, il tuo sogno ti ha detto quello che io non avevo il coraggio di dirti: non provo più attrazione per te, non sono più innamorata, non posso abbracciarti. Non aspettare che io torni indietro, non ci sono spiragli.

L’ho visto diventare bidimensionale, il cuore gli si è sfaldato in petto come un’ostia e il mondo non lo raggiungeva più. L’ho ucciso in quel momento. Senza neanche sfiorarlo. Per quello.

[continua...]

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Gino Castaldo, "la Repubblica", 7.2.18 - Maria Grazia Calandrone, partendo anche lei da La ballata dell’amore cieco, arriva lontanissimo, con un piccolo romanzo di nera che naviga tra cronache reali e fantasia. E inventa una detective di nome Carla che tra i nomi di De André non c’è, ma ci sarebbe potuto essere. Il rapporto tra invenzione e notizie era tra l’altro una delle modalità tipiche della scrittura di De André, che non di rado trasfigurava spunti della realtà e perfino di cronaca, fino a renderli talvolta irriconoscibili [...]

Luigi Milani in "GraphoMania"

magari non mi avesse mai abbracciata (carteggi letterari, 2017)

in Deaths in Venice racconti dalla laguna

magari non mi avesse mai abbracciata
 
Venezia, cappella del carcere della Giudecca. Dall’intervista di Franca Leosini a Nadia Frigerio, accusata dell’omicidio della propria madre Eleonora Perfranceschi.
 
Dicono che questo dolore non ne voglia sapere di finire perché ha a che vedere con qualcosa che ti precedeva. Non è così. Tu esisti. E mi hai danneggiata. Sei tu ad aver compiuto contro di me la tua ostinata opera di rimozione.
Mi viene sempre in mente una ruspa gialla, con la benna larga, che allontana una massa di detriti. La massa di detriti è la mia vita, sono io in persona, che vengo spinta fuori dal giardino
senza appello.
Massa di gioia già concepita che viene espulsa. Tagliata fuori. Aborto. Ma ero viva. Madre-cesoia. Veleno Madre. Guardami. Tra il pozzo, le panchine e le file dei panni al sole da ritirare.
 
Guarda l’acqua, che scorre senza forma in una città
dove la terra quasi non è terra
e l’acqua compie il miracolo quotidiano
dell’erosione.
 
lavo le patate per il pasto di mezzogiorno delle detenute. lavo tutto con cura. l’acqua cancella la terra
 
La forma di questo liquido (carbonico e limaccioso
per i detriti che trascina)
è data dagli argini, che contengono
la sua pura energia, coronata da piccole barbe di alghe flottanti.
 
per abitare da mia madre dovevo pagare. siccome non ero una pensionante estranea come la prostituta slava, il mio vantaggio era potermi cucinare pranzo e cena in casa sua. ma ciascuna comprava con i propri soldi. dividevamo pure le bollette. avevamo due linee telefoniche separate
 
Superflua e inutilizzabile, l’energia dell’amore non vissuto
si trasforma in sostanza radioattiva.
 
ero come corrosa. nessuna gioia era limpida, nessuna festa. forse perché le cose belle che mi capitavano contenevano l’amarezza di non potergliele dire
 
Il fiume scorre scavalcando se stesso.
Se stesso è pieno di cose estranee.
Vale anche per gli uomini.
 
mentre ero in coma disse che se morivo lei si vestiva di rosso. me l’ha riferito la vicina di letto
 
Il fiume scorre scavando se stesso
fino alla piana roboante del mare, che dai bastioni
vediamo mulinare
intorno all’isola di San Michele, battere
sulle sponde come bussando
alla porta chiusa
di un cuore lontano.
 
ha più vita la camera adesso che quando lei era viva
 
Le verticali degli argini delle murate sono l’esoscheletro
dell’acqua. La forza brutale, la naturale espansività
dell’acqua, riceve dalla resistenza degli argini e dei pilastri
una consistenza passiva.
 
magari non mi avesse mai abbracciata. magari non mi avesse avvelenato il sangue
con la memoria della sua dolcezza. dura, doveva essere. dall’inizio
 
Esiste solo come direzione, l’acqua. Intendimento cieco della materia
calamitata dalla gravità. La sua forma
esiste come riflesso di un’altra forma, solo in quanto risposta obbligata, atto notorio, documento di altro da sé.
 
lui aveva alle spalle una vita disastrata come la mia. da ragazzo, viveva con i giostrai, poi si era accompagnato a un travestito
 
Tutti abbiamo paura del mare
che fiotta come sangue
contro le barricate.
 
quando si è soli, ci si affeziona pure a un cane. io mi ero affezionata a un cane con un cervello. avevamo una casa. io mi prostituivo saltuariamente
 
L’amore chiede una risposta reale, è fatto di materia che incontra altra materia
e si modifica. Così, apprendiamo l’inimmaginabile. Altrimenti, ci abituiamo alla morte.
La morte è quando non succede più niente.
La morte è quando rimaniamo uguali.
 
l’ho avvolta nella coperta piccola che usava di sera per guardare la televisione, l’ho caricata sulla macchina e l’ho portata via. nessun sentimento. abbiamo fatto della strada sotto l’acqua nel buio verso il bosco. quella che guidava non ero più io. il corpo è ruzzolato giù nel fossato, nel freddo e nel temporale. temevo solo di essere scoperta
 
L’acqua scura che a notte schiuma e batte i pilastri
porta le larve, le barchette e i fantasmi
delle migliaia di lettere non spedite.
 
io cerco l’amore, anche di una donna. ho bisogno di sentirmi amata da una persona. ma in realtà mi aspetto poco. niente. solo una vita amara
 
È qui che va, l’amore non vissuto. Fluisce
fino a dove confluisce
e, dove confluisce, smette
di essere identificabile. Da questa mancanza
di identità, non si torna più indietro.
 
anche la madonna mi ha abbandonata. sto in una solitudine senza madre. piega la testa
sulla mia solitudine, per una volta
guardami ancora come mi guardavi. una volta.
 
 
Roma, 24 ottobre 2016

guarda il video della lettura in "Estate Romana Reloaded" al MAXXI (6.7.17) con introduzione di Andrea Cortellessa: qui nell’abisso del cuore sprofondiamo senza rete, sino a toccare forse la matrice originaria, l’archetipo di un sentimento denso, pesante e senza remissione qual è il disamore: "superflua e inutilizzabile, l’energia dell’amore non vissuto si trasforma in sostanza radioattiva"

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