Libri

Un altro mondo, lo stesso mondo (Aragno 2018)

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  • Una riscrittura del Fanciullino di Giovanni Pascoli
  • quarta di copertina di Andrea Cortellessa:

[...] A una poesia per adulti, che oggi si rivendica, sin dall’inizio lei ha contrapposto una poesia adulta che si rivolge alla nostra infanzia perenne, al nostro «luminoso stupore».

L’ingombro dell’innocenza

Prendi un bambino. Mettilo seduto davanti a te.

Chiedigli di abbandonare il suo piccolo gruzzolo di scienza.

Pretendi la sua «antica serena maraviglia», che puoi tradurgli in «innocenza».

Chiedigli di stupirsi mentre lo osservi, al nobile scopo di annettere la sua beatitudine al sereno stupore degli avi.

Per questo primo esperimento, prescindi dal tempo storico, dove il nostro bambino contemporaneo figurerebbe come postremo e biodegradato affluente della ricca specie dei maraviglianti che, all’alba del mondo moderno, sfasciava a pallonate i vetri delle case. Le scaglie di quei vetri rilucevano sotto i tappeti a distanza di mesi, rifrangendo i gesti di stizza e le variegate invettive delle massaie. Nessuna prevenzione antinfortunistica (ma li mortacci vostra, me so’ sgarata ‘n dito!). Nessun parafulmine contro le maledizioni scagliate a fior di labbra (ve mannerebbi ar gabbio, a te e a la beduina che t’ha mess’ar monno!). La schiamazzante, scimmiesca, anarchica specie infantile fu infine emarginata dai cortili condominiali e messa in condizione di non infrangere. Sollievo generale. Percepito innalzamento dei livelli di razionalità sociale.

Ma tu ignora il presente. E pretendi da lui la sua innocenza.

Come suona perversa, quest’ultima frase!

E come ti rivela la tua stessa contaminazione!

Con automatismo pavloviano, pensi alla metafora sessuale intorno all’innocenza – e al delitto ai danni della stessa. Sei imbibito dalla coscienza di azioni criminose portate a danno dell’infanzia. Riprova.

Chiedi a lui bambino di essere innocente, innocente in sé, senza darti nulla, né conto di nulla. Tu, semplice spettatore della sua maraviglia. Chiedigli di dimenticarsi di te, di non sapere.

Il bambino dà segni d’impazienza, non capisce che vuoi, nasconde le mani sotto il cavo delle ginocchia, sbuffa educatamente, dondola i piedi, cerca con gli occhi il conforto di una simulazione controllabile della realtà: uno smartphone, una play, una qualunque teca bidimensionale, un sarcofago pieno di estinti che saltuariamente riviviscono. In Occidente. Altrimenti: polvere, terra battuta, estinzioni protratte per tutto il tempo a oggi umanamente misurabile. 

[...]

Poesia: l’anarchica fiducia di essere nel discorso

Mi piace partire dai fenomeni, per comprendere. Se voltiamo la testa per osservare la storia della poesia fino al tempo che ci ha immediatamente preceduti, intravvediamo poeti fabbricatori battere i pugni sul banco sociale, prendere la parola a nome di altri, lavorare febbrili, mossi dal desiderio di restituire voce ai “senza voce” scrivendo versi critici, incendiari, civili – allegorici o testimoniali che siano.

La letteratura contemporanea, ove si ponga a specchio della dominante sociale più amara, sospetta invece della possibilità stessa di identificazione, di estensione dello sguardo fuori di sé, sorride disincantata o addirittura imbraccia il fucile, se tra i versi di un altro vede sventolare il vessillo romantico della compassione. Il problema sociale e l’inconscio collettivo social (che non è il «reale», ovvero «ciò che resiste al potere dell’interpretazione» secondo la definizione di Jacques Lacan, ma una porzione sperimentale di «realtà», un continuo test sulla «realtà» possibile, un incessante e capillare sondaggio sul limite verso il quale la psicologia delle masse può essere spinta) esistono prima che la letteratura li intercetti: abitiamo una collettività frammentaria, apparente e occasionale, priva di senso della comunità e di coscienza di classe. Precari, oppressi dal disordine del lavoro o dalla sua disperata ricerca, non abbiamo tempo per estroflettere l’intelligenza, né per lasciarla sprofondare nei brucianti sconfinamenti della materia umana allo stato libero.

Abbiamo subìto il furto primario del tempo e, dunque, della solitudine.

La solitudine della conoscenza è adesso la solitudine degli orfani.

Essere orfani della conoscenza vuol dire essere orfani del mondo.

Il potere – come il potere usa fare, fin dal remoto divide et impera – ha seminato paura e diffidenza lungo gli anni, in una capillare opera di destabilizzazione ha ancora una volta inventato e propagandato nemici immaginari, affinché il popolo spaventato abdicasse all’autodeterminazione e si lasciasse rincuorare dall’immaginario di un capo che riempie di sé la lacuna di un principio “paterno e patriottico”, dove legge e violenza combaciano fino a coincidere. Un popolo spaventato e senza immaginazione è funzionale al potere. Il Priapo gaddiano insegna che il nostro è un popolo cui piace essere battuto.

Ma dove sono i poeti? Come scrive Bertolt Brecht «non si dirà: i tempi erano bui / ma: perché i loro poeti hanno taciuto?». Compito dei poeti è solo quello di descrivere le cose come sono? O non è anche necessario al mondo che essi, pur chiarovedenti e antivedenti, generino però anche utopie, insistano a posare sulle abitudini della maggioranza uno sguardo eversivo e non convenzionale, allo scopo di seminare dubbi? Dove sono le prime scintille di un incendio, che si producono accostando blocchi fino a quel momento estranei di conoscenza?

Le neuroscienze documentano che l’uso continuo di parole modifica la materia fisica del nostro cervello, mutando le connessioni neuronali. Ma l’umore sociale sembra aver contagiato i poeti, e questo è ovvio, poiché essi sono anche testimoni del proprio tempo. Ma possono davvero limitarsi a questo? Non è forse l’emissione del canto fuori-tempo-e-luogo, la saggia bestialità che Pascoli colloca a scossoni nelle pliche vocali del fanciullino, a risuonare più in profondità nell’umano? Se riduciamo la poesia a un affilato copiaincolla della cosidetta «realtà», ovvero della catena ininterrotta di formalità fabbricata per distrarci dall’ansia della morte, che finisce però per avvolgerci come la spira di un serpente e allontanarci dal vuoto (libero) che siamo, se facciamo anche della poesia un calco del meccanismo inceppato delle relazioni, temo che essa non risulti “utile” a nessuno e niente. Dovere dei poeti credo sia tenere il radar puntato alle «somiglianze», non alle mode. Se i poeti restano avvitati e avvinti alla propria esclusiva, elitaria identità, la loro parola avrà sempre meno forza rivoluzionaria. Premuti dalla pressa della «realtà» (che, naturalmente, non esiste) e dall’illusione dell’identità (che, naturalmente, è fluida e cangiante), i poeti non aggiungeranno una parola alla parola sociale già detta, i loro versi non ubriacheranno neanche loro stessi. La poesia che parla del mondo, paradossalmente non riguarda più il mondo.

A mio parere, il mandato sociale del poeta è quello di esercitare un’identità fluida, così da consuonare col trauma altrui e con le altrui gioie e glorie; il suo ruolo è lavorare per la comunità, contro lo schiacciamento dell’immaginazione e dell’identità sul falso piano della «realtà», ora contro l’attuale dominante politica di parlare per sé. «Se ho scritto è per pensiero / perché ero in pensiero per la vita», dichiara Antonella Anedda.

Adeguare la propria scrittura alla diceria della solitudine sarebbe un tradimento essenziale, un tragico disamore nei confronti dell’umano, vorrebbe dire aderire al tremendo realismo cinico e senza sogni funzionale al capitalismo (secondo la lucidissima lezione di Realismo capitalista, pamphlet nel quale Mark Fisher analizza il presente istantaneo e senza memoria nel quale viviamo, inconsapevolmente complici della sola legge del profitto), vorrebbe dire rinunciare a considerare il vuoto elementare al centro della vita, rinunciare a comprendere che l’esistenza stessa della materia è possibile solo grazie alla relazione dinamica tra particelle, rinunciare a colmare la distanza tra la «realtà» (l’abitudine) e il «reale» (la discontinuità, l’irriducibile, quello che non può essere dominato) e tra sé stesso e sé stesso poeta, ovvero tra sé e il sé plurale che, grazie alle parole, conosce, osserva e supera la propria pur splendida inezia, per contribuire alla sollevazione delle leve che scardinino la «superficie» di piombo degli anni e delle mode.

I poeti non indicano il muro che vediamo tutti, ma l'infinito che sta oltre.

La lectio dell’ultimo decennio pare una diligente rovina di sé. O l’estremo singulto della sopravvivenza, l’illusione che, senza coltivare illusioni, possiamo eludere la parte di dolore che ci viene assegnata col nascere.

Ma Pascoli lo scrive chiaramente: il fanciullo non s’illude e non vuole illudere.

[...] 

La Grande Illusione (Giunti, 2018)

in Princesa e altre regine - 20 voci per le donne di Fabrizio De André a cura di Concita De Gregorio

Guia Besana, Daniela Amenta, Ursula Ferrara, Melissa Panarello, Valentina Pedicini, Lorenza Pieri, Silvia Ziche, Barbara Di Gregorio, Silvia Camporesi, Enrica Tesio, Letizia Rubegni, Francesca Genti, Francesca Borri, Beatrice Alemagna, Carmen Pellegrino, Valentina Farinaccio, Maria Grazia Calandrone, Sara Colaone

LA GRANDE ILLUSIONE

Tutti i riferimenti e le ricostruzioni dell’omicidio di Paola Borghi sono autentici. Il suicidio in cella di Marco Prato è stato anticipato di oltre un anno per esigenze narrative, ma i fatti narrati e i documenti citati sono reali  anche in questo caso. Il personaggio di Carla Spada e il suo legame con Lorenzo Borghi e il caso Varani sono frutto di immaginazione. Nella speranza di avere rispettato e accolto le anime delle persone vere.

 “La biografia che fa pressione sulla creatura”
Giorgio Vasta

  1. la vita prima

Quando la volante della Polizia è arrivata il mercato non c’era più da anni.

Odore di cemento laborioso e compatto, un sentore di fresco, di pesce fermo al sole con gli occhi aperti e lucidi dei santi nelle edicole, rifresco di verdura che sale dai grumi dell’asfalto, cera e colature di formaggi negli interstizi dei sampietrini, il suolo scabro stuccato da goccioloni di mozzarella, falde larghe di foglie di lattuga e barbe di finocchi: un rionale scoperto, un agglomerato di matrone abituate a spicciare case che sanno di sugo: “A Nicò, e lèvame ’sta sleppa de grasso! Ma che, me vòi fa’ diventà ’na balena?!”, rare signorine garbate, ché quelle preferiscono fare la spesa nei supermercati, tutte azzimate tirano su la roba dagli scaffali, senza fare un fiato e invece qui, nel ronzio saporoso della vita, devono quasi urlare: “Un panino a lievitazione naturale, per favore” – e solitudini una accanto all’altra: uomini sempre un po’ spaesati e ragazzini che prima della scuola ficcano i denti nel rettangolo di pizza bianca appena sfornata, che bolle i polpastrelli e unge la carta da pane – e tutti sentono comunemente il mondo: i dischi delle bilance brillano al sole, le buste frusciano sulle fiancate dei banconi verdi, la piramide fragile delle uova rintocca, sullo sciacquio degli stivaloni dei pescivendoli e sui colpi di mannaia contro il legno della macelleria.

La colonna sonora del mercato è una pura teoria dodecafonica di pettegolezzi a bassa voce e vezzeggiativi urlati. Le verduraie più anziane attivano un juke-box di richiami materni per le clienti: “a ni’”, “cocca”, “gioia”, “fata”, “amore”. Si faceva la spesa per sentirsi chiamare come bambini.

Le fruttarole giovani, arrivate con l’alba dalle campagne intorno alla città, riportano addosso il freddo e il caldo dell’aperto dei campi, la pelle rossa, screpolata e arsa come la terra, mentre capano carciofi o fagiolini e filano a mezza bocca la litania “Mille al pezzo, mille al pezzo”, mentre i primi pakistani si accostano corpo a corpo alle signore, intonando il salmo di una setta segreta “Aglio, signora buole aglio?”

Il 22 giugno 2016 albeggia appena, la strada sta ferma e silenziosa. Due poliziotti in divisa posteggiano sgommando davanti al civico 58 di Via Enea. Quando aprono le portiere, l’abitacolo dell’Alfa Romeo azzurra esala l’odore del primo caffè del mattino, quello nero, velenoso, adrenalinico, depositato nei fiati come una palta protettiva, che accompagna nel lavorio del giorno.

Appena preso servizio, Renato Fiori e Claudio Bertozzi sono stati mandati sulla scena di un presunto omicidio. Una donna, una madre, pare, all’ottavo piano di un condominio – scala unica.

“Incominciamo bene!” aveva commentato Renatino, mentre il collega giovane che gli era affianco, grosso e sovrastante come un toro, non vedeva l’ora di salire, esplorare, annusare l’aria, ficcare il naso nel sangue che è stato versato dentro quel palazzone sincero, di quelli che nelle sere d’agosto esalano profumi di frittata e peperoni arrosto.

D’estate l’intimità delle famiglie rimbomba nei cortili. Le madri chiamano i ragazzini a tavola gridando nomi che sembrano l’unico, ininterrotto nome dell’Infanzia. Stanata dalla voce delle madri nei luoghi meno banali del quartiere, la grande infanzia romana converge verso l’odore di peperoni arrosto e frittata.

Suonano il campanello. Il figlio apre la porta girando quattro mandate di serratura. Appartamento della media borghesia, tende bianche alle finestre. Un forte odore di disinfettanti, nonostante le finestre spalancate e l’aria che spazza il corpo di una donna, distesa seminuda ai piedi del letto matrimoniale, con un cuscino in faccia dentro l’odore rosso delle foglie di pruno del primo giorno d’estate.

[...]

9.  colpa sua

C’è un’insolenza negli innamorati, portano una rivoluzione che il povero oggetto del loro amore non desidererebbe affatto subire! Si comportano come se il mondo fosse tutto radioso, investito e pervaso dal loro amore. Con tutto quello che succede al mondo…

Credono che l’amore che provano li renda degli stregoni, dei taumaturghi, delle manne, dia loro il diritto di interrompere quel che sei stata fino al momento del loro arrivo (diciamo meglio: irruzione!) e fondare una nuova te stessa, disordinata e irriconoscibile a te stessa. Ma modellata come piace a loro. A volte ero sicura che nemmeno mi vedesse, che avesse solo bisogno di sentire l’amore che sentiva. Mi perdonava tutto: era impossibile. Nessuno ama così, non era me che amava.

Nelle ultime settimane, mentre Lorenzo era indagato, facevo molte cose, per non meritare il suo amore: lo sfidavo, lo trascuravo, lo respingevo accampando scuse anche verosimili: la stanchezza, il lavoro, il poco tempo, lo maltrattavo invisibilmente, polemizzavo, creando il geyser sulfureo di liti microscopiche generate da nulla, anzi, dal nucleo stesso dell’amore – e lui mi amava, non smetteva, cicatrizzava subito. Al di là di ogni logica. Protervo, ottuso, cieco. In una parola: violento.

Questo dunque è l’amore? Questa violenza che sei costretta a subire a causa di un sogno sognato da un altro? Questo essere forzata a trasfigurarti perché un altro possa continuare a immaginare la persona che gli piace nel mondo che gli piace…

Ma, d’altra parte, un innamorato come fa a fermarsi? Qual è il limite oltre il quale l’amore non lievita e non spinge la creatura oltre se stessa?

E infatti, con il tempo, peggiorava: perdurava e, perdurando nonostante me, acquisiva crediti. Ero sempre in difetto, davanti alla sua limpida coscienza. Avevo perso le speranze che prima o poi smettesse di assediarmi, come si conviene nel mondo reale. Lui non accettava il cambiamento. Non lo capiva, non si capacitava. Aveva preso l’abitudine affatto malinconica di ricordare ad alta voce le parole d’amore che gli avevo detto, le cose che avevamo fatto insieme: Amore, ti ricordi? ti ricordi? me ne chiedeva silenziosamente conto. Insomma, mi accusava. Mi accusava e mi aspettava, sfidando la logica e il senso stesso della realtà. La sua attesa metteva in discussione le mie parole, il mio diritto a essere cosciente di me stessa. Come potevo sopportare tanto? L’ordine delle cose era distrutto. Il rifiuto non veniva ascoltato. E lui soffriva e amava, gioiva di potermi anche solo guardare. Orribilmente, sfacciatamente vivo.

Poi, finalmente, poco tempo dopo il fattaccio, il suo buongiorno non suona amoroso e buffo come sempre. Gli chiedo tutta speranzosa Lollo, che c’è?, risponde Niente, gli dico Se vuoi passa a trovarmi, sto studiando le carte di Prato, posso fare una pausa caffè. Non se lo fa ripetere due volte, si presenta con le paste al cioccolato e un sorriso bellissimo; ma lo sento sconvolto e mi sconvolge. Dice Ho sognato di precipitare nel vuoto. Una solitudine fisica spaventosa, dice Ho provato l’esilio del corpo che cade nel vuoto, dice Solo il tuo abbraccio poteva salvarmi.

I fatti lavorano in silenzio dentro di noi. Mi sento rispondergli cose che mi fanno stranamente male, mentre le dico: Caro Lollo, il tuo sogno ti ha detto quello che io non avevo il coraggio di dirti: non provo più attrazione per te, non sono più innamorata, non posso abbracciarti. Non aspettare che io torni indietro, non ci sono spiragli.

L’ho visto diventare bidimensionale, il cuore gli si è sfaldato in petto come un’ostia e il mondo non lo raggiungeva più. L’ho ucciso in quel momento. Senza neanche sfiorarlo. Per quello.

[continua...]

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Gino Castaldo, "la Repubblica", 7.2.18 - Maria Grazia Calandrone, partendo anche lei da La ballata dell’amore cieco, arriva lontanissimo, con un piccolo romanzo di nera che naviga tra cronache reali e fantasia. E inventa una detective di nome Carla che tra i nomi di De André non c’è, ma ci sarebbe potuto essere. Il rapporto tra invenzione e notizie era tra l’altro una delle modalità tipiche della scrittura di De André, che non di rado trasfigurava spunti della realtà e perfino di cronaca, fino a renderli talvolta irriconoscibili [...]

Luigi Milani in "GraphoMania"

magari non mi avesse mai abbracciata (carteggi letterari, 2017)

in Deaths in Venice racconti dalla laguna

magari non mi avesse mai abbracciata
 
Venezia, cappella del carcere della Giudecca. Dall’intervista di Franca Leosini a Nadia Frigerio, accusata dell’omicidio della propria madre Eleonora Perfranceschi.
 
Dicono che questo dolore non ne voglia sapere di finire perché ha a che vedere con qualcosa che ti precedeva. Non è così. Tu esisti. E mi hai danneggiata. Sei tu ad aver compiuto contro di me la tua ostinata opera di rimozione.
Mi viene sempre in mente una ruspa gialla, con la benna larga, che allontana una massa di detriti. La massa di detriti è la mia vita, sono io in persona, che vengo spinta fuori dal giardino
senza appello.
Massa di gioia già concepita che viene espulsa. Tagliata fuori. Aborto. Ma ero viva. Madre-cesoia. Veleno Madre. Guardami. Tra il pozzo, le panchine e le file dei panni al sole da ritirare.
 
Guarda l’acqua, che scorre senza forma in una città
dove la terra quasi non è terra
e l’acqua compie il miracolo quotidiano
dell’erosione.
 
lavo le patate per il pasto di mezzogiorno delle detenute. lavo tutto con cura. l’acqua cancella la terra
 
La forma di questo liquido (carbonico e limaccioso
per i detriti che trascina)
è data dagli argini, che contengono
la sua pura energia, coronata da piccole barbe di alghe flottanti.
 
per abitare da mia madre dovevo pagare. siccome non ero una pensionante estranea come la prostituta slava, il mio vantaggio era potermi cucinare pranzo e cena in casa sua. ma ciascuna comprava con i propri soldi. dividevamo pure le bollette. avevamo due linee telefoniche separate
 
Superflua e inutilizzabile, l’energia dell’amore non vissuto
si trasforma in sostanza radioattiva.
 
ero come corrosa. nessuna gioia era limpida, nessuna festa. forse perché le cose belle che mi capitavano contenevano l’amarezza di non potergliele dire
 
Il fiume scorre scavalcando se stesso.
Se stesso è pieno di cose estranee.
Vale anche per gli uomini.
 
mentre ero in coma disse che se morivo lei si vestiva di rosso. me l’ha riferito la vicina di letto
 
Il fiume scorre scavando se stesso
fino alla piana roboante del mare, che dai bastioni
vediamo mulinare
intorno all’isola di San Michele, battere
sulle sponde come bussando
alla porta chiusa
di un cuore lontano.
 
ha più vita la camera adesso che quando lei era viva
 
Le verticali degli argini delle murate sono l’esoscheletro
dell’acqua. La forza brutale, la naturale espansività
dell’acqua, riceve dalla resistenza degli argini e dei pilastri
una consistenza passiva.
 
magari non mi avesse mai abbracciata. magari non mi avesse avvelenato il sangue
con la memoria della sua dolcezza. dura, doveva essere. dall’inizio
 
Esiste solo come direzione, l’acqua. Intendimento cieco della materia
calamitata dalla gravità. La sua forma
esiste come riflesso di un’altra forma, solo in quanto risposta obbligata, atto notorio, documento di altro da sé.
 
lui aveva alle spalle una vita disastrata come la mia. da ragazzo, viveva con i giostrai, poi si era accompagnato a un travestito
 
Tutti abbiamo paura del mare
che fiotta come sangue
contro le barricate.
 
quando si è soli, ci si affeziona pure a un cane. io mi ero affezionata a un cane con un cervello. avevamo una casa. io mi prostituivo saltuariamente
 
L’amore chiede una risposta reale, è fatto di materia che incontra altra materia
e si modifica. Così, apprendiamo l’inimmaginabile. Altrimenti, ci abituiamo alla morte.
La morte è quando non succede più niente.
La morte è quando rimaniamo uguali.
 
l’ho avvolta nella coperta piccola che usava di sera per guardare la televisione, l’ho caricata sulla macchina e l’ho portata via. nessun sentimento. abbiamo fatto della strada sotto l’acqua nel buio verso il bosco. quella che guidava non ero più io. il corpo è ruzzolato giù nel fossato, nel freddo e nel temporale. temevo solo di essere scoperta
 
L’acqua scura che a notte schiuma e batte i pilastri
porta le larve, le barchette e i fantasmi
delle migliaia di lettere non spedite.
 
io cerco l’amore, anche di una donna. ho bisogno di sentirmi amata da una persona. ma in realtà mi aspetto poco. niente. solo una vita amara
 
È qui che va, l’amore non vissuto. Fluisce
fino a dove confluisce
e, dove confluisce, smette
di essere identificabile. Da questa mancanza
di identità, non si torna più indietro.
 
anche la madonna mi ha abbandonata. sto in una solitudine senza madre. piega la testa
sulla mia solitudine, per una volta
guardami ancora come mi guardavi. una volta.
 
 
Roma, 24 ottobre 2016

guarda il video della lettura in "Estate Romana Reloaded" al MAXXI (6.7.17) con introduzione di Andrea Cortellessa: qui nell’abisso del cuore sprofondiamo senza rete, sino a toccare forse la matrice originaria, l’archetipo di un sentimento denso, pesante e senza remissione qual è il disamore: "superflua e inutilizzabile, l’energia dell’amore non vissuto si trasforma in sostanza radioattiva"

Per voce sola - monologhi teatrali con disegni, foto e cd (ChiPiùNeArt, 2016)

Per voce sola - per acquistare su Amazon

 

lamammapiùbelladelmondo
(7.10.09)

Pochi avvenimenti, felicità assoluta (2.10)

La scimmia bianca dei miracoli (18.12.10)

elle
(15.1.16)

 *

cd allegato Sonia Bergamasco con EsTrio in Pochi avvenimenti, felicità assoluta

nota sonia bergamasco
postfazione andrea breda minello

 

da La scimmia bianca dei miracoli
Ragionamento della scimmia (Biblioteca Vallicelliana, 1.6.11)

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  da lamammapiùbelladelmondo

storia liberamente tratta dal programma televisivo “Chi l’ha visto” e già parafrasata in versi nel volume Gli Scomparsi (Gialla Oro pordenonelegge, 2016)

SINOSSI
Annina, madre di Angela, una bimba di nove anni, entra in coma a causa delle percosse ricevute dal marito. Si sveglia “incapace di intendere e volere”: viene internata e la sua bambina viene data in adozione. La mamma invoca invano la figlia per trent’anni – dopo i quali, grazie all’intervento di una nipote che chiede aiuto ai giornalisti televisivi, le due donne sono finalmente una di fronte all’altra. La mamma non riconosce in quella donna adulta la bambina che tanto ha chiamato.
Testo – intrecciato a pochi versi tratti da Il seme del piangere di Giorgio Caproni – sulla irreparabilità del danno e sulla opportunità di un Mondo delle Idee più vero del vero.

PERSONAGGI:
Annina
Angela (ovvero Angelina quarantenne)
voci fuori scena: il Marito
Angelina bambina

[...] III
monologo di Angela

Interno, una camera da letto signorile.
Una donna sorride nel sonno e si sveglia, ma la sua voce ancora sta sognando

Angela:
Nella sua bocca c’è il buio clamoroso dell’inferno e un dialetto lunare,
c’è un corpo che mostra il vero sangue, il fiore nero di una sposa e il mare scosso da scudi di puro acciaio come ombre di aerei in quota sul mondo
e il mondo è retto da palafitte di sabbia e tutto quasi crolla ed è fondato solo sulla voce che viene come una traccia smagnetizzata
su dalla bocca.
Quella voce ha un odore – cannella e zucchero – che mi riguarda e ha una eco di prato, un tonfare di calci tra reflussi di sole
a capofitto nelle reti.
La voce viene dallo spiazzo nudo e senza maltempo che ho qui, poco sotto la fronte.

Annina, fuoricampo:
Io vengo fino a te
dal mondo prima dello scisma, dove la voce è fatta per chiamare, non per disperdere. 

Angela:
svegliandosi un poco ancora, lievemente più narrativa

La sua bocca mi chiama dai sogni fin da quando ho memoria, con un filo di voce fin da quando ho memoria, sembra un rimescolio di tutto il mare dietro, una pesca assolata nella mischia schiumante del mare e intorno vedo il corpo, alto e gremito come la montagna.

Lei è un albero, con tutte le radici nelle profondità della mia vita
e rincresce coi piedi sul mio petto.
Porto una donna in piedi sul mio petto con la mano perfettamente eretta e la bandiera di una voce nuda che mi chiama. Il corpo è vero e la sua mano tesa mi interessa, anche la posizione della voce che dice:

Annina, fuoricampo:
Io resisto, io per te
sono rimasta alzata come l’albero, sono il corpo che vedi di spalle di fronte al mare e la nave con la chiglia laccata dall’azzurro.

Angela:
Tutti abbiamo un barbaglio di sole perfetto tra le foglie perfette mai esistite, perché il tempo ha pietà delle sue pietre: spreme un mero significato dai corpi mentre li disfa, cava già in vita il fuoco fatuo dei corpi che sgretola.

Ecco: l’unico bacio dato senza pensiero mentre il sole moriva, come se il mondo fosse col sole trascinato al di sotto della coscienza e veramente fossero oscurati i suoi legami, ecco un mattino di cristallina luce dentro la quale il corpo era tutto colpito e presente, ecco la fiamma ancora viva della filosofia e le risate davanti al fuoco acceso dall’amico, per quel bicchiere di vino talmente malvagio che non potemmo più ignorare la nostra innocenza.

Eccoli, tutti insieme, i momenti nei quali sono stata felice, che adesso che mi vado facendo vecchia si infilano da soli sul filo di una stessa Era e mi sembra di avere vissuto una continua allegria, una tondezza quasi insopportabile, dove sfolgoro e sorgo come il globo del sole e me la rido!


E così, sarò pronta a partire da orfana, come chi è appagato.
Queste sono le miniere del mio paradiso, la gioia di chi ha imparato a scegliere le illusioni…
Io ho perduto già tutto una volta, dunque sono immortale.

si alza e comincia a passeggiare infiammata nella stanza

Sono costretta dal mondo a dirle illusioni!, e invece so che la natura agisce come noi sopravvissuti, come noi immortali, come noi già morti una volta per il grande dolore, noi che non abbiamo più paura del Massimo Spavento della morte, perché ormai non possiamo rimorire.

Altrettanto immortale la natura. La natura conserva ogni molecola, non butta via nemmeno la sua polvere. La natura trasforma ogni male: fa di un morto una toppa di corteccia, un volatile, di ogni ramo caduto: grasso concime, per tutto l’altro pino ancora in piedi che rigoglia e che splende verso il cielo, fino a che ricadrà.

La natura è ironica e segreta.
Mangi una mela, e poco fa era il corpo di un colombo.
E tu: chi eri tu, quale corpo, quale mischia amorosa di organismi, quale insetto? Come sei entrato nelle tue scarpe, sai dirlo?, da quale ammasso di fogliame vieni, da quale marcio, da quale rapimento, da che larva, da che osso caduto dalla bocca di un cane, da quale aquila che ha guardato la terra e ha voluto chiudere le ali, da che fasciame di nave venuto ad arenarsi tra i cetacei e la sabbia remota degli oceani, da dove viene il muscolo del cuore che hai lasciato
a traboccare in quell’unica notte e in quanta nuova dolcezza, in quale mai sorriso o zampettare o torcersi o innalzarsi verrai diviso dalla morte?
In quali forme apparirai fino alla fine del mondo?
Attraverso che strani mutamenti porterai il tuo amore alla fine del mondo?
Sarai una scimmia, un lemure, un gabbiano, sarai un alieno, un verme – così calmo e insolente, perché hai lasciato che l’amore ti facesse vivere come fa vivere una spada:
l’amore senza terra
la foglia d’oro
che porterai alla fine tra le labbra
l’orofiamma che lascerai cadere
solo ai suoi piedi.
Niente si è mai disperso.
Niente che è stato vita va perduto.
Niente come la morte ama la vita. 
Dirai allora che il nulla non esiste
che il vuoto è un’invenzione di chi ha sconfitte da giustificare. Allora tutti vedranno
che alla foglia risponde tutto il corpo,
che il mio corpo è il tuo nome.

siede sul bordo del letto guardando fuori dalla finestra con una tragica dolcezza primaria

Adesso sono un sasso sgretolato dall’impeto del fiume che non smette
di farsi avanti, verso la distrazione. Mamma, mia
casa, Itaca. Più scompaio, più ti vedo.
Il tempo ha raddrizzato la tua schiena.

Io non voglio più essere salvata, io voglio fiancheggiare la tua morte apparente. La mia vita è una macchinazione lenta per arrivare a stare faccia a faccia con la radura emersa dal tuo volto. Ho spolpato la terra fino alle ossa sepolte dei cervi, sono il cranio sepolto del tuo cane da caccia, la sua orbita che ti guarda da sottoterra con lo stesso amore, mi sono aperta come la foresta, ho le orbite vaste come laghi montani. Io non sapevo più dove cercarti, subivo le spallate dei cinghiali e sanguinavo dal basso, nel mio cuore di fango: ti aspettavo, scavavo.

Io sollevo la terra fino alla bocca, io pronuncio e divoro la terra per essere presa sotto forma di terra nella tua bocca
immobile, io navigo
verso di te in mezzo alle tempeste
e alle alte e basse tentazioni come Ulisse e mi trasformo per raggiungerti e infine niente sarà potente a paragone della mia gioia e del mio perdono – quando sarò come te capace, ampia e trasformata
in ogni cosa pensabile. Ovvero sarò niente, niente... sarò monda, pura, cocente – sarò
il mondo,
espansa e indifferente come il mondo
che tace sotto ognuna delle sue rovine e non dà altro
che bene.

Sono ovunque tu sia, sono la terra, sono ovunque tu voglia calpestarmi. Questo diventa un’orfana. Così un’abbandonata
annulla la sua perdita: diventando generica, essendo ovunque, cioè niente in nessun luogo. Un’orfana di madre è colei che non è. Io sono uno strumento musicale di acciaio da cerimonia.
Ecco da quale luogo lei mi chiama e canta: Ancilina, Ancilina...

La voce di Annina si sovrappone sussurrando a quella di Angela

Annina:
Ancilina, Ancilina...

Angela:
Dice solo il mio nome, detto così, che sembra
il nome di un pupazzo, di un dinosauro, il nome di quei prati che profumano d’aria, nome di vele gonfie di vento e semplici – e delle nuvole che stanno in sospeso sulle marine giovani, posate dalla mano di un bambino. Si sente il mare vicino, che si può raggiungere a piedi, nel mio nome
detto così.

E mi fa dei regali bellissimi, bambolette
di pezza e rami, vestitini di foglie con le trame di filo di ferro.
Costruisce biglie
con gli aghi di pino e il fango, piste tutte contorte dove farle girare.
Certe notti mi porta strane cose, cucinate in grandi piatti bianchi, piccole sfere verdi in una salsa gialla di burro fuso e quadrati di polpe salate, con l'uva passa e i pinoli.
O tiene nelle mani stampi di cotto color senape, con sopra le lucertole a sbalzo che pare debbano saltarti in bocca mentre affondi il cucchiaio nella crema bianchissima con le codette colorate a pioggia e gli amaretti al fondo come un sorriso ironico, in tanta esagerata dolcitudine.
E, mentre lei cammina
canta, quel lunghissimo canto muto come una combustione lontana, una cosa che arde in un angolo senza cedere mai
alla tentazione della calma e del freddo.
Tutto il suo corpo è chiuso in un richiamo – ma sereno, come si chiama una cosa vicinissima, che si sa che sta già per voltarsi, per dirci – eccomi, sono io, sono qui...

Si sente la voce di Annina che canta "Yumeji’s Theme" – e Angela le fa la seconda voce

Angela:
E infatti sto per dirglielo e non riesco
mai, so soltanto ricevere dalle sua mani quei cibi e quel sentimento di sole come un’ostia – e tacere.
Però a volte non vedo il suo volto, sento solo la voce che viene
come da dietro una tenda pesante
ed è amorosa e buia, con dentro tutto il bruno delle sere d’inverno, quando non si può uscire per la grande tormenta che ulula in cerca della pace dei nostri letti e si passano ore a raccontare storie, che ancora più fanno rabbrividire.

E poi vedo la donna crocefissa, lontana, quel corpo grande come una montagna, quel corpo umano grande come il mondo – e che del mondo ha la dolcezza e la realtà, è qualcosa che posso toccare:
un sogno
che interrompe un sogno, la gran pozza di mare nella quale io nuoto da sveglia. Tutto il giorno
dopo che l’ho sognata, io sto come seduta sul mare – e lei è al mio fianco, e mi tiene la mano, guardiamo davanti
e basta.

Marito:

"Annina tutta odorosa
di camicetta e di rosa
(Annina appena sposa
da un'ora) con fantasia
sporgeva di ciclamino
il braccio, cui via via
dondolando commosso
al saluto, rosso
tinniva il cornettino
di corallo, al polso."

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frammento dell'intervento di Maria Grazia Calandrone su Clara e Robert Schumann, ad apertura dello spettacolo "Pochi avvenimenti, felicità assoluta. Scene da un matrimonio" per Estate romana, "I concerti nel parco" (Casa del jazz, 12.7.17)

NADIA AGUSTONI in punto critico 2 (23.9.16)
La mancanza assoluta non si dà comunque mai, il ricordo può ricreare sempre, al di là del male patito. [...] quell’amore che, non riconoscendo nient’altro che l’antico volto, lo innalza a voce nella propria voce. [...] La passione di vivere, anche quando l’oggetto d’amore è stato danneggiato, è accettazione di ciò che l’amore è: accogliere la nostra imperfezione. [...] La voce si pone in un lucido ripercorrere gli eventi e la propria storia, non per ricomporre, ma per appartenere, come ognuno appartiene a se stesso: da straniero. [...] Non è un dire “al femminile”, ma amare in un’altra parola.

CARLO DUTTO in CloseUp (7.2.17)
Il libro, impreziosito da foto e disegni dell’autrice, contiene quattro monologhi di grande intensità scritti per Sonia Bergamasco. I testi, alcuni dei quali già rappresentati, sono: lamammapiùbelladelmondo, ispirato a una vicenda reale di cui ha parlato la trasmissione Chi l’ha visto?; La scimmia bianca dei miracoli, che affronta il tema della perdita e della maternità; Pochi avvenimenti felicità assoluta, dedicato all’amore tra Clara e Robert Schumann; Elle, abbecedario esistenziale che racconta il viaggio nell’umano compiuto da una creatura aliena. [...]

GIULIO FRAFUSO in Close-Up (24.10.17)
Per voce sola. Un titolo musicale, a suo modo. Senz’altro, un titolo che pone al centro del discorso la voce come portatrice di parola, come veicolo di un linguaggio che comunica, certo, ma al tempo stesso allude. Perché, nella realtà teatrale di Maria Grazia Calandrone, il fonema è, sì, verbo che rimanda ad un preciso significato, ma è al tempo stesso suggestione sonora capace di rinunciare a ogni carica enunciativa per scivolare nell’assoluta libertà di una musica che non ha altro scopo che significare se stessa.
E questo è ampiamente dimostrato sia nelle parti dialettali di lamammapiùbelladelmondo (dove la parola si fa suggestione sonora di un mondo arcaico, pregno del ricordo della tragedia greca, anche a livello tematico) sia in Pochi avvenimenti, felicità assoluta che elegge a protagonista di un lungo, delicato monologo Clara Schumann, moglie del grandissimo Robert, ma musicista e pianista a sua volta.
La musica, si diceva, la grande protagonista occulta del libro di Maria Grazia Calandrone edito dalla casa editrice Chipiùneart. Che è, sottolineiamo, un libro di teatro, ma quasi per accidente, quasi per un beffardo gioco del destino. Perché queste brevi trame che prendono corpo nello spazio spesso privilegiato del monologo (tante volte più interiore che eterodiretto) pur rivelando spesso una notevole qualità scenica (e non a caso trovano un’interprete privilegiata in Sonia Bergamasco), sono prima di tutto palestra di un lungo lavoro sulla parola e sulla voce che in qualche modo se ne deve fare carico.
Una parola densa, spesso quasi materica, tutta fondata sulla gravità del suono e sulla possibilità di proiettarsi nel vuoto, per riempire lo spazio. In questa qualità aggettante, in questo bisogno di riempire, si rintraccia probabilmente la qualità del tutto teatrale del linguaggio della Calandrone. Perché la sua non è parola che resta confinata nello spazio mentale della lettura muta, ma ha bisogno di allargarsi, di sfondare i limiti dell’astrazione per diventare esperienza sensoriale.
Anche per questo, probabilmente, si è sentito il bisogno, nel preparare la composizione di questo piccolo e raffinato libricino (non si arriva a 140 pagine, comprese quelle di cortesia) di superare l’impaccio della mera lettura riempiendo i fogli con un’inesausta aspirazione alla sinestesia. Ed ecco allora che si affacciano a interporsi all’occhio leggente, fotografie e disegni della stessa autrice che sfondano la superficie bidimensionale della pagina in cerca di suggestioni visive. Come pure ecco affiancarsi al libro un bel cd che legge per noi, la parola poetica dell’autrice.
Leggere i quattro testi che compongono Per voce sola, è dunque, esperienza ben più complessa della mera lettura di un reperto di letteratura teatrale. Piuttosto è allargamento di orizzonti in un continuo non accontentarsi perché è il testo stesso a comporsi e ricomporsi in strutture sempre cangianti che vanno dalla linearità prosastica a improvvise isole di versi in un continuo accarezzare il silenzio (e il buio della scena che ci indoviniamo sotto) fino a scivolare nell’estrema linearità del canto (e si pensi in questo senso all’aerea gentilezza di Elle).
Insomma un libro intrigante, questo Per voce sola, in cui si lascia presto il razionale bisogno di capire per concedersi all’abbandono dolce nelle braccia di una poesia giammai consolatoria, estremamente femminile e straordinariamente universale.

Il libro degli allievi. Per Biancamaria Frabotta (Bulzoni, 2016)

da "Il libro degli allievi. Per Biancamaria Frabotta" a cura di Alessandro Giammei

contributi di: Marco Caporali, Paolo Febbraro, Melania Mazzucco, Mario De Santis, Stefania Benini, Giommaria Monti, Pietro Pedace (nella memoria di Tommaso Giartosio ed Edoardo Albinati), Maria Grazia Calandrone, Simone Caltabellota, Vania De Luca, Nicola Sguera, Stefano Carta, Barbara Castaldo, Michele Fianco, Massimiliano Tortora, Andrea Annessi Mecci, Giovanni Battista Elia, Simone Zafferani, Davide Toffoli, Salome Buttarazzi, Monica Venturini, Elisa Donzelli, Irene Teodori, Carmelo Princiotta, Alessandro Giammei, Giovanna Amato, Martina Piperno, Marzia D'Amico, Laura Ferro, Gabriele Sebastiani e Annamaria Piccigallo

Gli occhi della pantera

L’incontro con Biancamaria Frabotta per me ha significato l’ingresso nel mondo della letteratura vivente. La parte per il tutto. Ma anche: l’inizio di una rivoluzione.

L’incontro è avvenuto durante l’anno del Signore 1990: occupazione dell’Università, protesta nazionale contro la riforma Ruberti, che apriva la strada alle privatizzazioni. La svalutazione dell’umanesimo, cominciata negli anni Ottanta con Fininvest, veniva assunta e formalizzata dal mondo della cultura. La cultura strizzava l’occhio al mercato. Allarme rosso! I malumori degli studenti si agglutinarono in forma di Pantera. Chi c’era, ricorda. Per chi non c’era: una pantera vagava inopportuna e inafferrabile per le strade di Roma, predava ovini nelle periferie Nord: venne immediatamente eletta a simbolo del desiderio di giustizia e libertà di noi ragazzi, che desideravamo essere eversivi, sinuosi e pericolosi come quel felino, panthera pardus, inaddomesticato e fuori luogo.

Ma l’esplosione fu emotiva, generosa, non violenta ma non meditata: ci mancava un solido programma alternativo a quello curricolare. Provenivamo tutti da un decennio che aveva gettato le basi sociali dell’individualismo che sta ancora ammalando il nostro paese. Divide et impera. Non eravamo abbastanza politicizzati per ideare una riforma funzionale: in quel clima di euforia generale e di buona volontà, si ragionava sul da farsi in assemblee confusamente democratiche: cercavamo soprattutto la strada di una perduta collettività. Ricordo le interminabili discussioni circa l’opportunità della nostra apertura ai lavoratori, ricordo le gioiose incursioni del P.I.C., Pronto Intervento Creativo, costituito per la maggior parte da variopinti, esuberanti ragazzi del Dipartimento di Cinema e Spettacolo.

Io venivo da una identica realtà interiore, ma profondamente diversa nei fatti: accudivo da anni una nonna amatissima e l’avrei fatto fino alla sua morte, perciò coinvolsi i miei nuovi, compiacenti compagni, in letture collettive presso il mio domicilio. La mia libertà di movimento era limitata dai ritmi ordinatissimi della gestione di una donna in permanente pericolo di vita, così i nuovi amici, a cadenza settimanale, traslocavano in gruppo nelle mie stanze semivuote e multicolori: l’arredamento – scrivania, comodini, librerie – era costituito per la gran parte da pile di cassette della frutta e bancali di legno, che avevo variopinto con le bombolette spray. Eravamo straordinariamente liberi, dentro i confini della mia prigionia amorosa. Mettevamo a frutto l’incontro fortuito, ci accaloravamo sulle rispettive scritture e sulla facoltà di intendere e volere la poesia. Credevamo nella rivoluzione della bellezza: “SI PUÒ FARE!!”, stabiliva lo striscione teso sul muro esterno della facoltà di Lettere e il ben noto “LIBERTÀ È PARTECIPAZIONE” era impresso sulle scale del Rettorato, accompagnato dalle impronte rosse della Pantera. Ma eravamo premuti dal malcontento di alcuni compagni, che si trovavano travolti da una microrivoluzione che non avevano deciso, mentre loro desideravano sostenere regolarmente gli esami della sessione invernale.

Questo il contesto. Biancamaria Frabotta aveva gli occhi azzurri, intelligenti e  ironici. Fendeva la piccola folla che abitava i corridoi e le scale della Facoltà di Lettere e Filosofia sventolando le ali della sua fascinosa mantella da Zorro. Io salivo e scendevo fasciata in un impermeabile bianco alla Humphrey Bogart. Ero curiosa e testarda.

Da questo contrasto non poteva che nascere un affetto profondo.

Lei era fra i professori che si tenevano dalla nostra parte e alimentavano la nostra esperienza con il racconto della propria. Alcuni si erano messi a disposizione per tenere sporadiche lezioni, o seminari autogestiti. Fra questi ultimi: Biancamaria Frabotta, benché fosse in congedo. Col cuore in gola per le sorti della mia figlia novantenne, mi concessi di non mancare un solo appuntamento del seminario autogestito di poesia. In un contesto emotivo euforico e propositivo, per me che ricordavo i collettivi studenteschi del 1977, incontrai dunque la poesia contemporanea, ovvero la mia sede naturale: scoprii Ora serrata retinae di Valerio Magrelli, che analizzammo insieme su suggerimento di Simone Caltabellota – e poi Giorgio Caproni e Vittorio Sereni, quando, immancabilmente, cominciai a frequentare le lezioni regolari di Frabotta, durante la successiva annualità.

Mi ero malauguratamente formata, contro ogni mia volontà, in un asfissiante collegio di suore, dove la mia persona era stata costretta a coabitare con un’inappuntabile (quanto per me inappropriata) apparenza formale. L’indimenticabile divisa blu con camicetta bianca abbottonata. Trasgredivo slacciando bottoni di camicie, polsini e giacchette, lasciando penzolare camicie oversize fuori dalla gonna di ordinanza. Un impulso che sarebbe diventato uno stile. L’indimenticabile solitudine dei pomeriggi passati nel refettorio a leggere libri proibiti, studiare filosofia e scrivere poesie delle quali non resta più traccia. L’indimenticabile 3 preso in un elaborato su Petrarca, nel quale, come mia consuetudine, ero andata fuori dal seminato. Imparai a prendermi la libertà dove era impossibile.

Arrivavo ai corsi di Frabotta arrabbiata, timida e sempre di fretta. Tanto quanto lei era serena e solida nella sua cultura, elargitiva e intelligente, pronta alla sfida e a un insegnamento fatto con l’esempio. Biancamaria è un’insegnante carismatica e maieutica: più che spiegare, presenta un mondo, affascina e induce a seguirla. Io facevo obiezioni per la gran parte inopportune, lei mi accusava spesso di primitivismo. Perbacco, se aveva ragione! Però, la divertivo. Le facevo domande sull’umano, lei aveva la generosità e la saggezza di non voler incasellare la mia curiosità. Ero assetata di tutto. Fu presto chiaro a entrambe che, per me, la poesia non aveva a che fare con le classificazioni letterarie, ma era un modo di stare al mondo, una forma di indagine e conoscenza della realtà. Studiavo con passione quello che lei ci offriva. Sopra ogni cosa, Un posto di vacanza e Il seme del piangere. Riconoscevo e salutavo con gioia i morti affettivi di Sereni e “la mamma più bella del mondo” di Caproni, quel lutto che, siccome non va più via, viene cantato come una ninna-nanna, come quando i bambini si cullano da soli perché fuori è buio e il buio è vuoto che dilaga, ora che lei non è.

Poi, una bella mattina, Monica, generosa compagna di allora, consegnò a Frabotta le mie poesie. Indimenticabile la reazione della professoressa, che mi telefonò il pomeriggio stesso: “Da dove le hai copiate?” “Come, copiate?” “Sono molto belle. Ma non è poesia italiana”. Certo. Ignorante com’ero, ero libera. Anche dall’influenza letteraria nostrana e da ogni altro genere di condizionamento stilistico, ma anche umano. Frabotta, anche quando la nostra divenne l’amicizia che oggi è, è stata una maestra illuminata: ha avuto l’accortezza e l’acume di ritirare la sua influenza dalla mia poesia, della quale riconobbe la forza proprio nel nucleo della sua debolezza. Da critica esperta e militante, ha mantenuto un profondo e intelligente rispetto per la mia natura, così diversa dalla sua, non ha voluto fare della mia poesia una costola della sua poesia. Io sarei stata goffa nei suoi panni. Le sarò sempre grata per quel passo indietro.

Fu l’inizio di un’amicizia intensa, che dura da allora. E della quale sono grata all’utopia, che per noi ha preso la forma nera di un felino dagli occhi gialli. Fuori luogo e fuori tempo, ma: vivo.

Roma, 15 gennaio 2016

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