Libri

Il libro degli allievi. Per Biancamaria Frabotta (Bulzoni, 2016)

da "Il libro degli allievi. Per Biancamaria Frabotta" a cura di Alessandro Giammei

contributi di: Marco Caporali, Paolo Febbraro, Melania Mazzucco, Mario De Santis, Stefania Benini, Giommaria Monti, Pietro Pedace (nella memoria di Tommaso Giartosio ed Edoardo Albinati), Maria Grazia Calandrone, Simone Caltabellota, Vania De Luca, Nicola Sguera, Stefano Carta, Barbara Castaldo, Michele Fianco, Massimiliano Tortora, Andrea Annessi Mecci, Giovanni Battista Elia, Simone Zafferani, Davide Toffoli, Salome Buttarazzi, Monica Venturini, Elisa Donzelli, Irene Teodori, Carmelo Princiotta, Alessandro Giammei, Giovanna Amato, Martina Piperno, Marzia D'Amico, Laura Ferro, Gabriele Sebastiani e Annamaria Piccigallo

Gli occhi della pantera

L’incontro con Biancamaria Frabotta per me ha significato l’ingresso nel mondo della letteratura vivente. La parte per il tutto. Ma anche: l’inizio di una rivoluzione.

L’incontro è avvenuto durante l’anno del Signore 1990: occupazione dell’Università, protesta nazionale contro la riforma Ruberti, che apriva la strada alle privatizzazioni. La svalutazione dell’umanesimo, cominciata negli anni Ottanta con Fininvest, veniva assunta e formalizzata dal mondo della cultura. La cultura strizzava l’occhio al mercato. Allarme rosso! I malumori degli studenti si agglutinarono in forma di Pantera. Chi c’era, ricorda. Per chi non c’era: una pantera vagava inopportuna e inafferrabile per le strade di Roma, predava ovini nelle periferie Nord: venne immediatamente eletta a simbolo del desiderio di giustizia e libertà di noi ragazzi, che desideravamo essere eversivi, sinuosi e pericolosi come quel felino, panthera pardus, inaddomesticato e fuori luogo.

Ma l’esplosione fu emotiva, generosa, non violenta ma non meditata: ci mancava un solido programma alternativo a quello curricolare. Provenivamo tutti da un decennio che aveva gettato le basi sociali dell’individualismo che sta ancora ammalando il nostro paese. Divide et impera. Non eravamo abbastanza politicizzati per ideare una riforma funzionale: in quel clima di euforia generale e di buona volontà, si ragionava sul da farsi in assemblee confusamente democratiche: cercavamo soprattutto la strada di una perduta collettività. Ricordo le interminabili discussioni circa l’opportunità della nostra apertura ai lavoratori, ricordo le gioiose incursioni del P.I.C., Pronto Intervento Creativo, costituito per la maggior parte da variopinti, esuberanti ragazzi del Dipartimento di Cinema e Spettacolo.

Io venivo da una identica realtà interiore, ma profondamente diversa nei fatti: accudivo da anni una nonna amatissima e l’avrei fatto fino alla sua morte, perciò coinvolsi i miei nuovi, compiacenti compagni, in letture collettive presso il mio domicilio. La mia libertà di movimento era limitata dai ritmi ordinatissimi della gestione di una donna in permanente pericolo di vita, così i nuovi amici, a cadenza settimanale, traslocavano in gruppo nelle mie stanze semivuote e multicolori: l’arredamento – scrivania, comodini, librerie – era costituito per la gran parte da pile di cassette della frutta e bancali di legno, che avevo variopinto con le bombolette spray. Eravamo straordinariamente liberi, dentro i confini della mia prigionia amorosa. Mettevamo a frutto l’incontro fortuito, ci accaloravamo sulle rispettive scritture e sulla facoltà di intendere e volere la poesia. Credevamo nella rivoluzione della bellezza: “SI PUÒ FARE!!”, stabiliva lo striscione teso sul muro esterno della facoltà di Lettere e il ben noto “LIBERTÀ È PARTECIPAZIONE” era impresso sulle scale del Rettorato, accompagnato dalle impronte rosse della Pantera. Ma eravamo premuti dal malcontento di alcuni compagni, che si trovavano travolti da una microrivoluzione che non avevano deciso, mentre loro desideravano sostenere regolarmente gli esami della sessione invernale.

Questo il contesto. Biancamaria Frabotta aveva gli occhi azzurri, intelligenti e  ironici. Fendeva la piccola folla che abitava i corridoi e le scale della Facoltà di Lettere e Filosofia sventolando le ali della sua fascinosa mantella da Zorro. Io salivo e scendevo fasciata in un impermeabile bianco alla Humphrey Bogart. Ero curiosa e testarda.

Da questo contrasto non poteva che nascere un affetto profondo.

Lei era fra i professori che si tenevano dalla nostra parte e alimentavano la nostra esperienza con il racconto della propria. Alcuni si erano messi a disposizione per tenere sporadiche lezioni, o seminari autogestiti. Fra questi ultimi: Biancamaria Frabotta, benché fosse in congedo. Col cuore in gola per le sorti della mia figlia novantenne, mi concessi di non mancare un solo appuntamento del seminario autogestito di poesia. In un contesto emotivo euforico e propositivo, per me che ricordavo i collettivi studenteschi del 1977, incontrai dunque la poesia contemporanea, ovvero la mia sede naturale: scoprii Ora serrata retinae di Valerio Magrelli, che analizzammo insieme su suggerimento di Simone Caltabellota – e poi Giorgio Caproni e Vittorio Sereni, quando, immancabilmente, cominciai a frequentare le lezioni regolari di Frabotta, durante la successiva annualità.

Mi ero malauguratamente formata, contro ogni mia volontà, in un asfissiante collegio di suore, dove la mia persona era stata costretta a coabitare con un’inappuntabile (quanto per me inappropriata) apparenza formale. L’indimenticabile divisa blu con camicetta bianca abbottonata. Trasgredivo slacciando bottoni di camicie, polsini e giacchette, lasciando penzolare camicie oversize fuori dalla gonna di ordinanza. Un impulso che sarebbe diventato uno stile. L’indimenticabile solitudine dei pomeriggi passati nel refettorio a leggere libri proibiti, studiare filosofia e scrivere poesie delle quali non resta più traccia. L’indimenticabile 3 preso in un elaborato su Petrarca, nel quale, come mia consuetudine, ero andata fuori dal seminato. Imparai a prendermi la libertà dove era impossibile.

Arrivavo ai corsi di Frabotta arrabbiata, timida e sempre di fretta. Tanto quanto lei era serena e solida nella sua cultura, elargitiva e intelligente, pronta alla sfida e a un insegnamento fatto con l’esempio. Biancamaria è un’insegnante carismatica e maieutica: più che spiegare, presenta un mondo, affascina e induce a seguirla. Io facevo obiezioni per la gran parte inopportune, lei mi accusava spesso di primitivismo. Perbacco, se aveva ragione! Però, la divertivo. Le facevo domande sull’umano, lei aveva la generosità e la saggezza di non voler incasellare la mia curiosità. Ero assetata di tutto. Fu presto chiaro a entrambe che, per me, la poesia non aveva a che fare con le classificazioni letterarie, ma era un modo di stare al mondo, una forma di indagine e conoscenza della realtà. Studiavo con passione quello che lei ci offriva. Sopra ogni cosa, Un posto di vacanza e Il seme del piangere. Riconoscevo e salutavo con gioia i morti affettivi di Sereni e “la mamma più bella del mondo” di Caproni, quel lutto che, siccome non va più via, viene cantato come una ninna-nanna, come quando i bambini si cullano da soli perché fuori è buio e il buio è vuoto che dilaga, ora che lei non è.

Poi, una bella mattina, Monica, generosa compagna di allora, consegnò a Frabotta le mie poesie. Indimenticabile la reazione della professoressa, che mi telefonò il pomeriggio stesso: “Da dove le hai copiate?” “Come, copiate?” “Sono molto belle. Ma non è poesia italiana”. Certo. Ignorante com’ero, ero libera. Anche dall’influenza letteraria nostrana e da ogni altro genere di condizionamento stilistico, ma anche umano. Frabotta, anche quando la nostra divenne l’amicizia che oggi è, è stata una maestra illuminata: ha avuto l’accortezza e l’acume di ritirare la sua influenza dalla mia poesia, della quale riconobbe la forza proprio nel nucleo della sua debolezza. Da critica esperta e militante, ha mantenuto un profondo e intelligente rispetto per la mia natura, così diversa dalla sua, non ha voluto fare della mia poesia una costola della sua poesia. Io sarei stata goffa nei suoi panni. Le sarò sempre grata per quel passo indietro.

Fu l’inizio di un’amicizia intensa, che dura da allora. E della quale sono grata all’utopia, che per noi ha preso la forma nera di un felino dagli occhi gialli. Fuori luogo e fuori tempo, ma: vivo.

Roma, 15 gennaio 2016

poeti e prosatori alla corte dell'Es (AnimaMundi, 2017)

contributi di: Donatella Bisutti, Franco Buffoni, Maria Grazia Calandrone, Milo De Angelis, Alessandro Defilippi, Laura Liberale, Franco Loi, Fanca Mancinelli, Umberto Piersanti, Fabio Pusterla, Giovanna Rosadini, Francesca Serragnoli, Miro Silvera, Giovanni Tesio

1) Quest’anno (2016) ricorrono i 150 anni dalla nascita dell’”analista selvaggio”, la cui celebre frase <<non è vero che noi viviamo, in verità noi in gran parte veniamo vissuti>> ha trovato eco nelle testimonianze di molti autori sulla nascita delle loro opere. Per citarne solo alcuni, Jean Cocteau affermava << noi non scriviamo, siamo scritti>>; Edoardo Sanguineti (che si riconosceva “groddeckiano selvaggio”): <<si è scritti oltre che scrivere e più che scrivere>>. Edmond Jabès, forse il più dissacrante di tutti: << ho scritto un solo libro ed era già scritto>>. Si riconosce anche Lei portavoce dell’Es, cioè di una forza misteriosa che ci trascende?

Comincio a rispondere a queste domande nella mattinata per me fantascientifica in cui Trump è stato eletto presidente degli Stati Uniti. Ancora: comincio a rispondere pochi giorni dopo l’ennesimo, incomprensibile sgombero del “Baobab” di Roma, centro volontario di prima accoglienza dei migranti diretti verso il nord Europa. In questo momento la “forza misteriosa che ci trascende” sembra quella del potere economico e burocratico (leggi: paura, formalizzata in astratta durezza legalitaria) di altri esseri umani, che paiono una specie solo in apparenza simile alla nostra, come nel film L’invasione degli ultracorpi. Ma,  poiché sono una poetessa e siccome ho due figli, ho il dovere di non smettere di avere fiducia nel genere umano, dunque rispondo appellandomi alla parte di me che continua a “credere all’invisibile”, per dirla con Cesare Viviani.

Però. Mi ha sempre imbarazzata ritenermi un essere speciale. Semplicemente, i poeti utilizzano le parole per accedere a zone dove altri accedono grazie all’amore, al volontariato, all’arte culinaria o a qualsiasi altra forma di intrattenimento.

Milo De Angelis, nelle prime righe di introduzione alla sua opera provvisoriamente omnia, afferma: “scriviamo con una parte di noi che non conosciamo interamente, che è nostra e non è nostra, che scaturisce da una zona oscura e segreta anche per noi. Segreta e a volte sconvolgente. Ma così deve essere in poesia: per cambiare la vita di chi lo legge, un libro deve sconvolgere quella di chi l’ha scritto.”

Altrettanto afferma, più sinteticamente, Szymborska: “Ve lo dico / dal mio cuore sconosciuto”.

Ovvero: più si indaga, meno si conosce – o meglio: più si sa di non sapere. Anche questo, già detto, dalla socratica notte dei tempi…

Ma sottoscrivo io pure, per esperienza: attraverso le parole, io pure ho accesso a zone che mi erano sconosciute.

Ma non zone di me: ho l’illusione che si tratti di zone interiori di altri e del mondo. Uno psicoanalista old-style a questo punto scuoterebbe la testa pensando a un caso disperato, a una specie di proiettore seriale in forma umana. Ma valichiamo l’immaginario sconforto dello psicoanalista immaginario e confermiamo che è proprio vero: per taluni è così, le parole sono un potentissimo metodo per la conoscenza dell’altro e del mondo. Ponendo un essere umano nella particolare postura meditativa fatta di vuoto che favorisce la scrittura, le parole si inanellano da sole nella sua mente, una dopo l’altra, e lo portano in luoghi dove non era mai stato. Questo è un miracolo quotidiano e riproducibile, qualcosa che non smette di accadere. E il suo accadere non smette di sorprendere. Ogni volta si scende un gradino più a fondo. E, più si scende, più si comprende che la profondità coincide con l’altezza, ovvero con lo sguardo che abbraccia porzioni sempre più ampie di esistente. E però: mai abbastanza, mai abbastanza…

2) Nel lasciarsi andare all’ascolto delle proprie intime profondità <<si spalanca un abisso che può travolgere>> (Andrea  Zanzotto). Poesia, questione d’abisso, come diceva Paul Celan?  Se è vero che la poesia ha una base necessaria e autobiografica, legata forse a un trauma originario dell’infanzia (secondo Jean Paul Weber, ripreso da E. Sanguineti ne “Conversazioni sulla cultura del ventesimo secolo”) e sicuramente agli eventi significativi della nostra vita, ha per Lei anche una valenza salvifica?

Come ho scritto qui sopra, non intendo la poesia come un ascolto delle mie intime profondità, la convivenza con le quali già mi annoia terribilmente nella vita quotidiana. Sarebbe una perversione masochista riportare la mia irrisoria particola d’essere nella zona di vuoto – che è in primo luogo vuoto di sé – e di spaziosità e di libertà nella quale veniamo posti sotto osservazione e talvolta raggiunti dalla poesia. Intendo piuttosto la poesia come una discesa nella parte di noi che è la parte comune all’umano, ovvero in quella zona della nostra persona dove ciascuno di noi somiglia a qualunque altro sulla terra. Prima o poi mi spingerò a includere gli oggetti, l’apparentemente inanimato, in questa vasta similitudine: le ultime scoperte della fisica confermano quel che i poeti intuiscono dall’origine: la materia, l’esistenza tutta, è fatta di vuoto o di relazione. La materia (l’esistente) è esclusivamente: relazione. Altrimenti, è Vuoto.

Ben prima di me Katherine Mansfield si applicò a esercizi del genere. Così scrive di lei Pietro Citati: “Nella lettera a un’amica pittrice, la Mansfield raccontò di come, al mercato, si fermò davanti a un carretto di mele e rimase stupefatta a guardarle. Non aveva altro desiderio che diventare quelle mele. E chiedeva all’amica: «Quando dipingi le mele, senti che il tuo seno e le tue ginocchia diventano mele? O ti sembra una sciocchezza?»”.

In questo senso, dunque, la poesia ci salva: dalla solitudine nella quale veniamo gettati nascendo – e ci salva proprio mentre richiede solitudine al nostro quotidiano, mentre approfondisce il nostro isolamento visibile. Il noto paradosso delle arti…

Ma ciascuno di noi è una moltitudine. Il diabolico (dia-ballo: mettere in mezzo, separare, creare divisione) “io sono legione” vale per ciascuno di noi. Chi di noi non è “legione”? Chi mai ci può ridurre a una sterile assenza di ambivalenza e di contraddizione? Neanche l’amore può. L’amore umano che, come la poesia, per un tratto ci fonde all’universo, annulla le differenze.

Se in un essere umano convivono i due principi di fusione A e P (Amore e Poesia), esso (pronome neutro) comprende di essere composto da galassie in rotazione e materia oscura. Più o meno come un tavolo. La medesima forza elettromagnetica.

Per maggiore chiarezza, riporto uno stralcio di quanto scrissi per la puntata radiofonica di “Qui comincia” del 2 novembre 2015, che chiamai il bacio delle stelle: “la fisica sta scoprendo che la materia è fatta esclusivamente di relazioni tra parti talmente piccole da essere impercettibili, per noi oggi praticamente inesistenti, ovvero che esistono solo in quanto relazione. Niente di reale, quindi, esisterebbe al di fuori di una relazione. La materia che tocchiamo è fatta di relazioni, di movimento e principio di attrazione elettromagnetica. Questa cosa mi è intuitivamente molto chiara e la trovo molto commovente. Mi fa venire in mente il ronzio del cosmo interiore che James Joyce ha voluto riportare nel suo Ulisse. L’Ulisse dantesco è una forma della grandezza umana che, però, non adopera gli strumenti appropriati per varcare la soglia della ragione. Joyce prova a mettere sulla pagina l’irrazionale assoluto, il flusso libero della coscienza, reso con la massima fedeltà possibile: è un altro modo di passare le colonne d’Ercole della ragione. Come se Joyce desiderasse riprodurre la radiazione stellare della nostra anima – i rombi della rotazione delle stelle che sono dentro di noi”.

3)<<Nei sogni siamo veri poeti>> ( Ralph Waldo Emerson) ovvero <<il poeta lavora>> quando dorme (Saint- Pol – Roux).  Per lo psichiatra esistenzialista e fenomenologo Ludwig Binswanger  il sogno è una forma specifica di esperienza (Sogno ed esistenza),  per il regista russo Andrej Tarkovskij  la poesia è << una sensazione del Mondo, un tipo speciale di rapporto con la realtà>>. Quale relazione c’è per Lei tra sogno e poesia?  

Quando ero piccola sognavo di dire ad alta voce, in uno spazio immenso, vuoto e luminoso, poesie che mi parevano perfette. Mi svegliavo desolata di non ricordare non tanto i versi, bensì il mondo dal quale provenivano e del quale provavo nostalgia. Non riconoscevo il mondo sognato nel mondo reale.

Da bambina il mio quotidiano non era felice e quell’altro mondo mi pareva invece perfettamente equilibrato e  buono.

Guidata dalle parole, mi sono immersa sempre più nel mondo che ricordavo di vivere in sogno e a lungo ho creduto di trascurare, così, il mondo così detto “reale” (uso qui questa parola nella sua forma borghese e convenzionale, ma intendendo pure quanto al momento è scientificamente dato sapere sull’esistente).

Andando avanti a vivere, ho capito (ricordato?) che non c’è alcuna differenza tra sogno-poesia e realtà, che la convenzionale dicotomia non è che una imposizione a posteriori della nostra specifica forma di civilizzazione e contenimento delle emozioni in un ordine che dobbiamo per la gran parte, credo, alla sovrappopolazione (qui avrei bisogno del conforto di un antropologo): nelle civiltà antiche, come in alcune a noi contemporanee, gli dei e i morti, personificazioni dell’invisibile, convivono con i viventi e dialogano insieme.

Si potrebbe obiettare che, vivendo, io sia semplicemente riuscita a rendere la mia vita più felice e, dunque, più omogenea ai miei sogni infantili, nei quali, forse, il ricordo di una qualche gentilezza vissuta, teneva accesa la memoria di una meta. Non è così, perché la felicità reale, che pure ho avuto, ha una qualità diversa da quella dei sogni e, soprattutto, è completamente muta. Quel mondo, invece, veniva reso vero dalle parole, veniva distillato e stillato dalle parole – ed era luminoso e interminato come non ho mai visto essere la bella terra.

Dunque ho compreso che parlare di sogni e di invisibile non significa affatto parlare di illusioni e fantasticherie, ovvero di qualcosa di irreale: i sogni, i desideri, i nessi elettromagnetici tra le cose in sé e tra cose e persone, gli influssi impalpabili, onirici e illogici tra persona e persona, sono fatti concreti, lo stadio più profondo e più vero della realtà, ovvero la realtà vista com’è: nella sua completezza e nella sua interezza, composta di visibile e invisibile. Uno sguardo che, credendo di essere realista, si attenesse esclusivamente al visibile, sarebbe lo sguardo recintato e triste di un burocrate, di un santommaso che ha paura della risurrezione e ha bisogno di mettere il dito nella piaga della realtà, per entusiasmarsi, infine.

Le ferite di Cristo sono, per il miscredente, la porta dell’invisibile, la sua prassi. Chi non crede domanda sacrificio, costringe l’invisibile a piagarsi, per dimostrare la propria esistenza.

Io sono laica, intendo la religione come una grande struttura simbolica, amo istintivamente il mondo e, invecchiando, imparo ad accettare che il mondo qui convenuto sia quel che è e ad amare il mondo e i suoi abitanti per quello che sono. I poeti, l’ho scritto tante volte, e gli artisti tutti, portano al mondo una memoria comune. Mi convinco sempre più che, se la vista di quel mondo onirico proviene, come credo, da una qualche memoria collettiva di bene, sia nostro compito morale cercare di portare il mondo reale all’altezza di quanto tutti ricordiamo sognando.

4) Con Freud i sogni sono diventati la via regia dell’inconscio e vanno contestualizzati attraverso l’interpretazione, per non restare lettere mai aperte come già si leggeva nel Talmud. Recentemente alcuni psicoanalisti ritengono più raccomandabile non solo e non tanto interpretare, cioè rendere conscio ciò che è inconscio, quanto giocare col sogno, sognare sul sogno e col sogno, rispettare l'illusione o per ampi tratti favorirla. Riguardo la poesia Elias Canetti, in “Un regno di matite”, ha scritto: << Giochiamo con i pensieri, per evitare che diventino una catena>> e ha ammonito: <<Triste interpretazione! Morte delle poesie, che si spengono per astenia quando vien loro tolto tutto quel che non contengono>>. Lei è d’accordo o ritiene che l’Es venuto alla luce nella poesia necessiti ancora di essere decifrato? È fedele all'Es che erompe nella scrittura o lo tradisce traducendolo? O forse è applicabile alla Sua scrittura la parola tedesca " Umdichtung”(che significa una poesia elaborata a partire da un'altra) ?

Non so mai, non so assolutamente mai cosa scriverò, quando comincio a scrivere. Questo vale ugualmente – e forse più ancora – per commissioni e interviste, inclusa questa. Scrivendo, scopro cosa penso e cosa so. E lo lascio così, nudo, come emerge dalla materia oscura che sono, “dal mio cuore sconosciuto”, come direbbe appunto Szymborska che, poco prima, scrive, concentrando in poche parole una verità durevole: “conosciamo noi stessi solo fin dove / siamo stati messi alla prova”.

Szymborska sopporta e addirittura canta la solitudine umana, la provvisorietà dell’esistente e la destabilizzante casualità del caso. La sua lezione è svolgere questo canto di cose precarie con la leggerezza partecipe che può venire solo dopo l’angoscia novecentesca per la perdita del punto di vista forte e univoco sulla realtà, l’imposizione del quale porta conseguenze ben più gravi che sentirsi una specie smarrita nel nero del cosmo: porta danno e massacro. La leggerezza di Szymborska viene dopo la splendida desolazione eliotiana.

Poesia dunque che, come sempre la poesia, viene dal mondo e dalla sua constatazione e dalla constatazione che di esso hanno fatto altri, poeti inclusi, prima di noi.

Tuttavia, è certamente vero che l’esperienza formi uno stile, ovvero un particolare modo di dire le cose e che, dunque, con la chiave in mano dello stile che abbiamo lottato e studiato e indagato per possedere, si aprono le porte di altre poesie da scrivere e le parole per dire nuovi sogni.

I grandi poeti, però, come credo facciano i grandi psicoanalisti, fanno molta attenzione nell’evitare gli automatismi, cercano di non scrivere sempre lo stesso libro e non vogliono sognare sempre lo stesso sogno, pur mantenendo intatto almeno un cardine di rotazione delle proprie parole, che sono a volte la loro anima stessa, consegnata nuda a te che leggi e insieme a me comprendi.  

5) Il linguaggio è l’archivio della storia, la tomba delle muse: << poesia fossile>>.  <<Un tempo ogni parola era una poesia>>, << un simbolo felice>> (Emerson). <<Gli dei concedono la grazia di un verso, ma poi tocca a noi produrre il secondo >> (Paul Valéry). Oppure:<<Se la poesia non viene naturalmente come le foglie vengono ad un albero, è meglio che non venga per niente>> (John Keats).  Come nasce la sua poesia e come si sviluppa? Quali condizioni la favoriscono?

La fiducia nel mondo. Uno stato d’animo espansivo e fiducioso è indispensabile alla nascita della mia poesia, una disponibilità all’accoglienza e all’ascolto. Per scrivere, è necessario che io mi lasci attraversare dalle storie degli altri, dallo sguardo degli altri, dal punto di vista degli altri.

Ho imparato che esistono tanti mondi quanti sono gli esseri umani che osservano il mondo e dunque, con convinzione sempre maggiore, percorro la duplice strada di indagare questa dolorosa separazione, da una parte accettandola e dall’altra allungando una mano fatta di parole verso il punto della similitudine assoluta. Per lasciare una carezza senza tempo né luogo al centro dell’essere umano.

Questo vuol essere la mia poesia.

6) <<Ogni pensiero inizia con una poesia>> dice Alain ed è noto che nella storia dell’umanità la poesia ha preceduto la prosa.  La poesia ricorda l’infanzia dell’uomo e i poeti sono dei grandi bambini, degli <<eterni figli>> (tema ripreso anche da Sanguineti). Per altri versi, la poesia  afferirebbe al codice materno mentre la prosa a quello paterno: la prima, secondo lo psicoanalista Christopher Bollas (ne: “La mente orientale”) è più legata alla presenza di pensieri – madre, <<strutture (che) mantengono il tipo di comunicazione che deriva dal modo di essere della madre col suo bambino>> con forma sintattica più semplice e più vicina al linguaggio orientale, la seconda al linguaggio occidentale e paterno, basato su espressioni verbali più articolate e complesse che ci lasciano meno liberi, sacrificando l’invenzione a favore dell’argomentazione. Due mondi alternativi, la prosa e la poesia, o due parti che possono entrare in rapporto e/o in successione? Qual è la Sua esperienza al riguardo?

Approfittando della suggestiva distinzione suggerita tra poesia (materna) e prosa (paterna), mi spingo a fare un’ulteriore distinzione, utilizzando la categoria del tempo: la prosa, come la realtà fisica, possiede un tempo lineare – la poesia, come il sogno, un tempo ciclico o immobile. Il tempo lineare è ovviamente il tempo della realtà e della ragionevolezza, dello svolgimento del pensiero logico e del corpo. Il tempo ciclico o immobile è il tempo fusionale, quello della folgorazione, che immobilizza il tempo in un frammento eterno.

Ovvero il momento dell’ispirazione.

L’ispirazione è una sequenza più o meno breve di parole roventi, ancora goccianti dell’amnio dell’invisibile dal quale – in quel momento – sentiamo con certezza di provenire.

Ancora una volta, per esemplificare il mio pensiero, mi rifaccio a una parte di una puntata di “Qui comincia”, alba elettrica, del 21 novembre 2015, dove si insiste sulla contrapposizione contradditoria e successiva di due modalità del pensiero, del desiderio e persino dell’immagine di sé: “il concetto di “immaginario”, secondo Roland Barthes, dapprima  è segno di una pulsione desiderante di radice “materna”, opposta al “simbolico”, luogo della legge, del divieto e del “paterno”. L’immaginario comporrebbe una lingua flessibile e mobile, significante, opposta a quella rigida dei significati. Più tardi, però, Barthes affermerà che “la scrittura permette di liberarsi dall’immaginario, che è una forza molto immobile, abbastanza morta, abbastanza funebre”. Il rovesciamento teorico di Barthes ricorda il rovesciamento dell’immagine di sé (da fragile a mostruoso) che all’improvviso e con orrore di sé afferra l’innamorato, colui che parla il discorso amoroso: l’enorme, lo schiacciante discorso amoroso che – in un illuminante e terribile momento di coscienza – fa comprendere all’innamorato di non essere il fragile soggetto assoggettato che credeva di essere, ma “una cosa ottusa, che va avanti ciecamente, che schiaccia ogni cosa sotto il peso del suo discorso; io che amo, mi rendo indesiderabile, sono messo sullo stesso piano degli importuni” – perché “il discorso amoroso soffoca l’altro, il quale, schiacciato da questo dire massiccio, non trova spazio per esprimersi. Non è che io gli impedisca di parlare, ma so come far scivolare i pronomi: “io parlo e tu mi comprendi, dunque siamo” (Francis Ponge). Talvolta, con terrore, prendo coscienza di questo rovesciamento:”. Dunque l’innamorato, all’improvviso e con orrore di sé, prova vergogna per il modo barbaro con il quale ha condotto il proprio incontenibile amore. Eccola, la sublime vergogna di chi ha schiacciato un altro con il proprio incontenibile discorso amoroso.”

Ovvero con un discorso condotto in un tempo fuori dal tempo, come sempre è l’amore quando comincia: prima di nascere, prima di cadere nel tempo, come ogni creatura terrestre, secondo la bellissima dedica di Marina Cvetaeva al suo Mur: “nascere, piccolo, è cadere nel tempo. / Dal non-dove, non-terra, / così rovinosa / discesa!”

7)Il momento della scrittura o “l'attimo della parola” accade, per Peter Handke,  in presa diretta con l'esperienza; per dirla con Borges (in: “L’invenzione della poesia”), <<la poesia è sempre in agguato dietro l’angolo>>. E per lei? Ha anche Lei un taccuino che l'accompagna in ogni luogo?

Sì. Anche di notte. Prima dell’invenzione dei telefoni portatili avevo una penna luminosa, per scrivere senza disturbare il sonno degli altri.

8)  C’è un altro aspetto del rapporto tra scrittura e ES che vorrebbe affrontare?

No, grazie, mi accorgo di essermi già più volte contraddetta, di avere già divagato e non risposto abbastanza!

Maria Grazia Calandrone vive a Roma: poetessa, drammaturga, artista visiva, performer, organizzatrice culturale, autrice e conduttrice di programmi culturali per Radio 3, scrive per “Corriere della Sera” e “il manifesto” e cura una rubrica di inediti per il mensile internazionale “Poesia”. Tiene laboratori di poesia nelle scuole, nelle carceri e nei DSM. Libri: La scimmia randagia (Crocetti, 2003 – premio Pasolini Opera Prima), Come per mezzo di una briglia ardente (Atelier, 2005) La macchina responsabile (Crocetti, 2007), Sulla bocca di tutti (Crocetti, 2010 – premio Napoli), Atto di vita nascente(LietoColle, 2010), L'infinito mélo, pseudoromanzoconVivavox, cd di sue letture dei propri testi (sossella, 2011), La vita chiara(transeuropa, 2011), Serie fossile(Crocetti, 2015 – premi Marazza e Tassoni, rosa premio Viareggio), Per voce sola (ChiPiùNeArt, 2016), raccolta di monologhi teatrali, disegni e fotografie, con cd allegato di Sonia Bergamasco con EstTrio e Gli Scomparsi – storie da “Chi l’ha visto?” (Gialla Oro pordenonelegge, 2016); è in Nuovi poeti italiani 6 (Einaudi, 2012). Dal 2009 porta in scena in Italia e in Europa il videoconcerto Senza bagaglio (finalista “RomaEuropa webfactory” 2009). Ha collaborato con Rai Letteratura e Cult Book (Rai 3). La sua poesia è tradotta in molte lingue. Il suo sito è www.mariagraziacalandrone.it

da Sulla bocca di tutti (Crocetti, 2010)

La chiara circostanza

La clamorosa dolcezza delle clavicole, la percussione cessata
dei finimenti muscolari, le valvole
che l’hanno finalmente abbandonata
sulla terra, l’angolo umile che fa la testa
per celare il sorriso
sulla cruda colonna del corpo
dice: ti ho aspettato per tutta la vita
ho visto la tua vita
nei miei sogni e tutta, notte
dopo notte, si risolveva nel perdono. In certe svolte
quando il cielo pieno di meraviglia coincideva
con la bolla degli alberi agitati dalla piena
luna, io mi svegliavo
per causa dei tuoi sogni
e portavo il tuo nome come una bandiera
che saliva dal petto e mi rendeva
invisibile: di me
si vedeva soltanto il tuo nome. Io sapevo
che avremmo dovuto terminare vicini
qualunque cosa nel frattempo fosse stata di noi. Adesso
eccomi, sono qui per finire
nella tua fine, per aspirare l’ultimo respiro
dalla tua bocca
e soffiarlo attraverso la bocca
che dopo te nessuno ha più baciato,
al cielo.
 
Roma, 14 febbraio 2008
 
Forme del cranio umano
 
I
Cose fuori dalla portata degli occhi
 
Come per fasciatura rituale
queste croci di spighe
immature
sul corpo anch’esso verde, incorruttibile
calamo
forgiato in un metallo dove attingiamo
nomi, laude
ed è mera materia che impariamo a usare come canto: ecce
corpus
meum
in absentia
carnale
sfruttato in questo altissimo dominio
fin che ha mandato stille
di morte e di rinascita
– quia ad omne supplicium paratum
est, sempre in estasi – raptus
semper, Signora
della Perdita, perché il canto dei morti si accumula
ed è lavoro nuovo – fiore
di campo e rosa
di tutti i giorni.
 
II
Tutta per alto
 
Siedo sola
con l’impressione della moltitudine: arriva
alle spalle
dal non condivisibile
un soffio leggerissimo e continuo
che trascrivo
come il tracciato della febbre
o la moltitudine attiva delle formiche
sulla figura assolta dall’officio umano.
 
29 luglio 2008
 
da Serie fossile (Crocetti 2015)
 
© – fossile
 
metti una mano qui come una benda bianca, chiudimi gli occhi,
colma la soglia di benedizioni, dopo che
sei passata attraverso
l’oro verde dell’iride
come un’ape regale
e – pagliuzza
su pagliuzza,
d’oro e grano trebbiato –
hai fatto di me
il tuo favo di luce
                             
una costellazione di api ruota sul tiglio
con saggezza inumana, un vorticare di intelligenze non si stacca
dall’albero del miele
 
                                   – sarebbe riduttivo dire amore
questa necessità della natura
                                                     
                                                    mentre un vuoto anteriore rimargina
tra fiore e fiore senza lasciare traccia:
                                                              
                                                              usa la bocca, sfilami dal cuore
il pungiglione d’oro,
la memoria di un lampo che ha bruciato la mia forma umana
in una qualche preistoria
 
dove i pazzi accarezzano le pietre come fossero teste di bambini:
 
                                                                                                avvicinati, come la prima
tra le cose perdute
e quel volto si leva dalla pietra per sorridere ancora
 
24.5.13
 
§ – insufflare
 
quando l’ape si stacca dal fiore, la sua piccola struttura composta
di righe sature gialle – fatta
da una dottrina di erbe medicamentose – si comporta
come un oggetto di sconosciuta bellezza
 
quando l’ape si stacca dal fiore, l’intera struttura
dorsale è intaccata da un gelo
lucido e astrale
di bambini lasciati sulla sabbia salata
come costellazioni terrestri
di calce ferma
 
i bambini abbandonati una volta
se ne vanno per sempre, per sempre
tornano
aspirati dal vento
come campane d’acqua
 
sono piccole cose che volano,
                                                 pula
nella copiosa gratitudine
che consuma quei volti
come cera, perché quelli sono
il neutro, la zona orfana
del mondo – quelli non hanno corpo, hanno grandi e sottili apparati
radicali divelti, ruotano come stelle
sopra il tuo corpo addormentato – entrano
dentro la commozione della tua figura semplicemente
soffiando all’angolo della tua bocca
la bellezza ancora addormentata del mondo, quella
che dal primo giorno
sopportano da soli:
                               ora porta con me
lo struggimento, allena tutti i muscoli del corpo
a stare fermi sotto la grande ruota dell’amore:
                                                                          solo la perpetua, solo l’insostenibile
bellezza del mondo
verrà travasata
in te come il più dolce
dei mali, come nell’ancia di una canna che suona
                                                                                – e tu amplificherai
lo splendore del mondo, tu sarai senza involucro
e senza impedimento
 
maggio muta le rotte dei pianeti
dunque se tocchi il muto della creatura,
il suo piccolo rogo di abbandono
dietro le costole, lei si avvicina come si risaldano i pianeti
all’orbita di Giove
e rinasce
e rinasci
                come dai semi addormentati sotto
la zolla, per un legame impetuoso
di obbedienza primaria, lungo una scala ascendente di gioia, da tutto il campo appare
                                                                                                                 all’improvviso
l’imperdonabile, la bellezza perduta
 
25.5.13
 
◌ –all’indimenticabile
 
dunque cominci l’opera manuale
sulle disorientate stelle – come
riordinare l’impervia materia
all’inizio del mondo, riallacciare le stelle una all’altra col filo di una lacrima – riformare le coppie degli
                                                                                                                                              astri: due a due
se ne andavano per il firmamento, compatto
e senza collasso – la materia sapeva
quel che faceva, era
soddisfatta
roteando così
lu-mi-no-sa-men-te
                                   – o – 
                                              stando ferma così, quando doveva,
nella mutezza nera del creato
 
poi venne il lampo e venne l’atmosfera – e con il lampo venne la caduta
della volta celeste:
                                ahi!, rogo
di crematorio, lingua
biforcuta, innalzata fra esangui
monconi
di giuramenti
 
{il rumore di fondo dello spazio è il rumore domestico delle stoviglie, che echeggia a lungo
tra le rovine, questo povero modo di tornare umani}
                                                                                     – a ogni catastrofe, a ogni bruciatura
del nervo del sollievo (lo tenevi sul petto, il magnete
che ordina il caso
e ne fa il tuo destino): per ogni piccolo disastro, per un nonnulla in noi
 
segue il rilascio di un’indifferenza: grigioleggera, lieve come cenere
che non tocca chi tocca
                                      e non consola – come a levante
                                                                                         brucia l’antimateria, lo splendore
 
nero dell’autosufficienza:
 
l’antistante, l’astratto
bene di Dio, che sa di diserzione
se non lo strugge
un rimpianto di quanto fu umano
 
5.6.13
 
Θ – per alba
 
l’anima mia è un dio umano,
                                                un uccello d’altura
 
che ogni notte nidifica nel chiaro
del tuo petto
come un endecasillabo perfetto
                                                                          
                                                     (cosa) bianca e copiosa, ala sottile – rosa
                                                      e roveto, cenere – parva
                                                      tra stelle profuse,
                                                                                    bianco sangue
di spugna tubolare
nel bianco planetario, bianca tigre
seduta ai bordi della bianca strada senza dolore
 
l’anima mia cresce dalle tue ossa
come una rosa da una lingua viva
                                                       – a stille,
                                                                       a emorragia
                                                                                             – dal tuo alfabeto
                                                                                                                           inimmaginabile
 
ma è da questo corpo,
dalla sua silenziosa mietitura
che viene il verbo,
questo pane assoluto
che ti offro, questa bellezza
viva, fatta per te
 
6.6.13
 
evocare l’alba
 
sono io che ti suscito?
 
                                      questa tenera cosa
questo caldo umano
che si leva da te
è tutto fatto dalle mie parole
                                  oppure
preesisteva
 
e risponde al richiamo?
 
 
tu esisti e tu prescindi
sei tu l’origine di questa specie
 
di bellezza parlante
che si offre, orlo
alla tua bellezza
 
viva
 
e incredula,
                     risuscitata
 
17.6.13
 
abbi cura di lei, mi ha detto. sì, ho detto io. amala, mi ha detto. sì, ho detto io. non lasciarla mai sola, perché attraverso il tuo amore lei ama se stessa. e io, non ho potuto più rispondere
 
22.9.13
 
® – mieleambra
 
no, l’amore non ha la crudeltà né la dolcezza
dei fenomeni umani: ha la fermezza della vita che sfonda
il suo particolare: si manifesta, prima
                                                         come una sfumatura, d’oro verde e bronzo
                                                         fuso, nelle iridi.
un colore più denso dello sguardo. l’occhio 
non è più un trasparente occhio umano, è impenetrabile come oro
– e fisso. noi pensiamo: ripesca dai secoli
lo sguardo della bestia. basica, nel profondo. diciamo: ecco l’occhio rotondo e senza palpebra
della tigre e dell’aquila. chiamiamo: tigre-amore. mia aquila, serpente, asina santa.
 
ma per quanto ingannarci? quello sguardo è più intenso
e più giallo: pensiamo allora
a una zolla di limo, all’immortale
fango dal quale siamo fatti: uno sguardo-deserto. pensiamo (ah, la bestemmia!
del pensiero): quando eccede il suo limite umano, chi ama attinge dall’inanimato
il suo colore vasto di deserto e savana.
dunque diciamo: deserto-amore, sguardo immobile della natura sola
 
deserto che rovesci, da quelle orbite disumanate, sopra di me il tuo grano.
 
non è però spiegata la compattezza, la coerenza rotonda della pietra, viva
al centro dell’essere. né il suo ronzio. diciamo allora: fossile (bastava aprirsi
e sentire): cosa comunque
inumana – magnete
prestorico, minerale
neutro
della neutralità della materia.
 
ma non è tutto: in quello sguardo c’è una pulsazione
involontaria. andiamo indietro, prima dello sguardo
opaco della pietra. andiamo a quando il fossile era vivo. andiamo al gesto:
 
ecco la goccia d’ambra
che passa sopra l'animale vivo,
la lacrima
dell’albero spaccato, la fibra aperta come un cuore aperto che trabocca
il caldo della linfa, ecco l’essenza
che si farà pietra, cosa dura
aumentata in bellezza dal suo ospite vivo. imprigionato (sembrerebbe) nel traslucente.
 
ma quello sguardo è il gesto di colare della materia prima
della volontà, che si scinde e rifonde
per contenere altra materia viva: ecco
lo stato liquido del fossile, lo slancio involontario della pietra
quand’era ancora viva e permeabile. quello sguardo è l’assenso della materia
che si schiude e fluisce
verso un’altra creatura della terra
per accoglierla irreparabilmente: un corpoanima
si apre, sgocciola il proprio miele
dentro altri occhi. ogni sua fibra è pronta
a farsi abitare – e, se respinge, ora che fibra
è commista con fibra, deve respingere il suo stesso corpo, deve oscurare il giallo cuore d'ambra.
                                                                                                                                                 eccola!
 
la continua fatica dell’amore: riaprire la materia, il filamento
duro, scostare
                      la fibra gialla, fare spazio alla larva dell’amato
nel rogo della pietra, in mezzo al corpo, dipanare la massa
della materia.
                      eccola!
l’incoscienza dell’amore: retrocedere
al gesto primordiale, al
bello come una scienza naturale: la voce fossile della materia, da tutte
le bocche, da tutte
le fauci, i musi, le cartilagini, dolenti
di gioia e di bellezza degli amanti, continua a dire più
che io ti amo: continua a dire
, come dice il viluppo dell’amore
alla vita che irrimediabilmente
la cambierà. dopo, non c’è ritorno:
                                                      dopo, ogni intercapedine, ogni crepa
lasciata
dai vivi e dai morti alla superficie del mondo
dice: versati!
sul nudo della terra
per raccogliermi,
                          gocciola il miele della tua figura sulla mia
figura, assimila a ogni alba
la mia figura in te, rinnova il patto di conservazione. continuamente,
                                                                                                           , continuamente.
28.9.13
 
lettera immaginaria

                                                dov’ero carne essa era avorio
                                                               (Pier Paolo Pasolini)
 
alba
di tenera
carne, stretta
nell’esoscheletro della Legge
 
nel tragico
mese di novembre
piangeva tutto
 
tienimi forte, fuori
dal limite umano
 
tienimi come una madre
che abbraccia in sogno
 
22.12.13
 
l’usignolo
 
è stato qui un usignolo. non avrebbe dovuto essere qui, ma era qui. e ha cantato tanto. io facevo il mio piccolo canto silenzioso e lui il suo. chissà per chi cantava, forse solo per la dolcezza di cantare. senza scopo, senza vittoria. con la vita all’altezza del suo canto.
 
è così, cara Alba, io cerco che la vita sia all’altezza del canto. è questa la sventura e questo è il bene.
 
io ti ho tutta vestita del mio canto d’amore
io ti ho tutta innalzata, come erba di marzo che buca
la terra dell’inverno, come il raglio di un’asina tra i cardi
lanaioli, la barra alare gialla
degli uccelli del cielo. la tua vita
ha risposto. il tuo corpo
ha risposto
al mio canto. poi, è tornato nel limite. ma l’usignolo, fuori
tempo e fuori dalla terra
calda d’Africa, qui, dal cuore dell’inverno occidentale
 
canta, continua, canta
 
4.1.14

La formazione della scrittrice (Laurana, 2015)

a cura di Chicca Gagliardo
da un'idea di Giulio Mozzi

Maria Grazia Calandrone

Che ci racconta di come arrivò a capire che la poesia è il mondo più reale del reale, e che lì voleva costruire la sua casa. Di quando si trovò in un bar di fronte a Crocetti con sedici manoscritti inediti. E di come - essendo lui pronto a pubblicarle un libro - sia fuggita.

                                                *

Potrei dire che credo al destino, poiché il racconto che mi dispongo a fare non smentisce alcuna illusione, anzi, mi giustifica a essere allegramente sciocca, a coltivare il mito dell’idiota dostoevskiano e della sua bellezza, posta come un traguardo alla fine del mondo.

È cominciata così: la mia mamma adottiva era una professoressa di Lettere. Molto acuta, molto dedita, molto severa. Come spesso accade alle professoresse, aveva il vizio di svolgere ininterrottamente la propria attività. Anche in casa, specialmente nei dopocena. Non avevamo la televisione e bisognava pur passare il tempo. Ma, soprattutto, era lei stessa una scrittrice mancata. Le mancava il tempo, ma non la coerenza: palesava a ritmo costante cartelline ripiene di romanzi interrotti, nei quali la sua esperienza di insegnante era sempre sul bilico di venire travasata in racconto euforico. Prassi, lavoro, impegno. Ma covava, in un lato segreto della dispensa, quegli slanci dell’anima singolare verso l’anima tutta, declinati in versi nemmeno tanto ingenui, ma tenebrosi alquanto: meridionali, di un Sud normanno: una mischia pirandelliana di amori infelici e di abbandono e di morte irrisa. Un disperato e tragico sarcasmo. Che lavorava dentro, continuamente.

Ma lo scrittore reale, effettivo, il geniale autodidatta, era papà. Piccolo catalogo memorabile: la porta a vetri dello studio, dal quale proveniva il ticchettio quasi mai zitto della macchina da scrivere, i dattiloscritti rilegati di carta fina, bucherellata dalla foga delle battute, la grafia oblunga delle correzioni a penna, le rare pause infestate dall’odore delle sigarette che presto lo avrebbero ucciso, i libri a costa bianca sugli scaffali. Editori Riuniti: un mondo che aveva ancora a che fare con il mondo, la parola tridimensionale di chi si ostinava a dire il vero e, nonostante ciò, sperava. Memoria e slancio. Sconfitta e slancio. Desiderio che il mondo fosse un posto bello e, soprattutto, libero.

Ma il lavoro sporco e quotidiano con la figlia, come tocca alle madri, lo lavorò mia madre. Così, appena mi ebbe insegnato a scrivere (le lettere dell’alfabeto, intendo, poiché mi fece in casa un’assai approfondita primina, completa di corso d’inglese Fratelli Fabbri Editori e mi spedì in seconda a 5 anni e mezzo), appena mi vide in grado di mettere la penna sul foglio lasciandovi dei segni intellegibili, pretese che tenessi un diario quotidiano. Alla sera, ogni giorno. Un esercizio serio e severo, una soddisfazione da dare, un riconoscimento da ricevere, un voto. Nel doppio senso di esercizio di devozione e di attesa dell’altrui giudizio. Nell’unico senso dell’Altrui Supremo. Credo che la mia attività quotidiana di scrittrice sia nata lì, su quei fogli di agende scolastiche di anni ormai trascorsi, poiché da allora non ho più smesso. Giorno per giorno: parole che riportino su pagina il reale, allora come oggi. Trascrivere il mondo. Anche l’associazione fra realtà e parola dovette nascere in quei dopocena: così dolci, così faticosi.

La scelta della poesia venne più avanti, grazie sempre a un’insegnante – ma meno mia parente – del quinto ginnasio. Nessun commento, nessuna spiegazione. L’ho raccontato tante volte: una lettura vera (ripeto: vera) del Notturno di Alcmane, che mi dimostrò il mondo nel quale avrei voluto abitare per sempre, mi lasciò intravvedere il sentimento del mondo che avrei voluto contribuire a edificare, che avrei voluto e voglio contribuire a fondare anch’io, a parole mie, per abitarlo. Confluire in quel destino parallelo e umano. La professoressa si chiamava (si chiama) Paola Moretti, è a sua volta un’autrice, di teatro. Scrive spesso della morte, sa leggere, è una persona pratica e pratica di misteri. Non la vedo da molto, ma non dimentico il mio debito.

Dunque al ginnasio incominciò l’allenamento vero. Appassionata di filosofia, scrivevo riflessioni su l’uomo: quello maiuscolo, collettivo. Andando a capo, com’è costume degli adolescenti. Arrivai all’Università avendo nella mia tasca interiore Ghiannis Ritsos – incontrato per caso su una bancarella e immediatamente adottato come padre verbale – e Patti Smith: un demoniaco crocevia di urbe e alberi di fico sul mare, d’amore e dissoluzione, politica e ribellione. E tanta energia, tanto dolore, tanta rabbia da convertire.

Durante l’occupazione del Novanta, frequentai un seminario autogestito, condotto con generosità da Biancamaria Frabotta, la quale, sebbene fosse in congedo, si offrì di venire in aula un paio di volte a settimana, per onorare il suo amore verso la poesia e i suoi introversi, sovreccitati adepti. Leggevamo i contemporanei, posavamo con stupore comune i primi passi sulla terra contigua dove abitano i poeti vivi. Che imprevisto: essi dunque respirano. Cominciai a frequentare le letture, in modo ancora del tutto caotico e con una mai più abiurata timidezza. Per anni ho ritenuto angeli, creature dell’aria, queste persone di carne e ossa che sapevano trasportarmi con le loro parole nel mondo più reale del reale dove volevo costruire la mia casa. Naturalmente, la mia scrittura venne influenzata dall’impatto frontale con l’inattesa massa della Letteratura Moderna e Contemporanea: la selvaggia energia degli inizi venne provvisoriamente ingabbiata da una pericolosa consapevolezza della forma. Soprattutto Sereni, le sue toppe d’inesistenza, i suoi morti vivissimi, imitavano tanto la mia vita. Poi, avvenne l’incontro con l’immenso Caproni e il suo Il seme del piangere, che considero ancora il capolavoro della poesia italiana del Novecento. L’inimitabile leggerezza del suo dolore, il fuoco e il pianto fatti canzonetta, filastrocca, rima chiara. Quella mamma più bella del mondo, fidanzata perduta, quell’icona umanissima. Sotto la pressa di questi esempi giganteschi, cercavo malamente di tenere a freno anch’io, in nome di un equivocato buon gusto della misura, versi che si allungavano e sovrabbondavano, eccedevano in ogni direzione. Scrivevo su una tavolaccia grafitata ad acrilico nero, che poggiava su due pile di cassette della frutta: mia mamma, nel frattempo, era andata via di casa, portando con sé i mobili e lasciando alle mie cure la propria madre. Dunque, più spesso, scrivevo e scrivevo, sulle ginocchia, al capezzale di una nonna allettata da anni, che amavo come una madre naturale, alla quale portavo la riconoscenza profonda che si deve all’Amore Umano, pure quando esso muore continuamente: le notti, infatti, erano assiduamente interrotte dalle sue crisi di soffocamento. Ma non contava quanto si dormisse, contava scrivere. Talvolta organizzavo letture danzanti nel mio salotto semivuoto (oh, se c’era spazio!) e la nonna amatissima, per i miei ospiti, era semplicemente La Nonna, un’entità liminare, una veglia costante che emetteva suoni misteriosi dietro una porta chiusa.

Quelli furono gli anni dell’apprendistato. Leggevo furiosamente, soprattutto gli autori che Biancamaria mi consigliava, o che prendevo dalla sua biblioteca: Katherine Mansfield, Virginia Woolf, Boris Pasternak, Osip Mandel’stam, Valerio Magrelli, Antonella Anedda, Milo De Angelis. Questi furono i primi maestri della mia scuola interiore. Le Elegie duinesi di Rainer Maria Rilke arrivarono poco più tardi, durante un esame di Letteratura Comparata. Sono rimaste sul mio tavolo da allora.

Mi dedicai completamente alla poesia, per anni: mi esercitavo giorno e notte (l’ho detto) scrivevo, variavo e stracciavo. Una collega dell’Università, a mia insaputa, inviò alcuni miei inediti al premio Montale. Quando mi telefonò Maria Luisa Spaziani risposi sì, vabbè e, fra le risa, le intimai di smetterla. Un momento topico. Andai alla premiazione con le stampelle: ero stata investita (da un’Alfa blu con la striscia rossa del Corpo dei Carabinieri) e mia nonna, in mia assenza, era morta. L’universo si era modificato. Radicalmente. Conservo con discreta vergogna alcune foto, dove sfoggio una maglietta sportiva nera a mezza manica e una lunga gonna zingaresca, che copre un devastante fissatore esterno. Che figura del tutto fuori luogo. Dopo questa scomposta sovraesposizione anche ossea, tornai al chiuso. Ma. Cinque anni più tardi cominciai a ricevere la rivista “Poesia”. Non mi spiegavo il motivo, nessuno che io conoscessi mi aveva regalato l’abbonamento, dunque, dopo qualche mese, chiamai la redazione per autodenunciarmi di questo furto involontario. Mi rispose un simpatico ragazzo, Fabio Simonelli. L’anomalia del fenomeno lo coinvolse e improvvisammo una bella conversazione, durante la quale Simonelli mi chiese: scrivi? risposi: un po’. Mi disse: mandami qualcosa. Ubbidii. Si era in maggio. A dicembre ricevetti una telefonata. Poche parole: sono Crocetti, sto per venire a Roma, vorrei incontrarla. Stavolta, memore dell’errore, prestai fede. Mi presentai, nella hall dell’albergo dove l’editore mi aveva dato appuntamento, con una valigetta rossa, contenente numero 16 dattiloscritti inediti. Res fantozziana. Mi guardò, sorrise, soprattutto con quei suoi occhi ironici tutti azzurri, mi disse mi dia quello che le sembra più bello. Va da sé, gli diedi l’ultimo, quello ancora caldo dell’acciaio della macchina da scrivere, Abitazione del mondo. Crocetti cominciò a leggere dall’indice: uno spettacolo disastroso, poiché la furia della mia continua composizione e ricomposizione non contemplava numerazione alcuna delle pagine, bensì una sequenza di titoli uniti e disgiunti e ri-uniti da un indecifrabile accavallarsi di parabole e frecce. In quel momento eravamo seduti al tavolo di un bar lì vicino. Io non compresi immediatamente l’entità del misfatto, ma il mio lettore dovette rassegnarsi sotto i miei occhi alla rovina di un metodo decennale, mi confidò più tardi. Ciò nonostante, mantenendosi misteriosamente bendisposto, aprì a caso all’interno del fascicolo e lesse, rilesse, gli vennero le lacrime, disse solo leggerò tutto stanotte, ma io la pubblico. Pochi mesi dopo vennero pubblicati alcuni estratti su “Poesia”, con una foto che il mio compagno di allora mi aveva scattato durante un magnifico viaggio nel tempo a Palermo. Mi sentivo metafisica, baciata dalla buona sorte. Sparii. Mi faccio spesso cose di questo genere. Misi al mondo un bambino, però, per confermarmi altrimenti. E, dopo oltre due anni dal nostro incontro, telefonai a Crocetti, il quale si mostrò, opportunamente, alquanto scontento di me. Gli dissi scusi, ma nel frattempo ho fatto un figlio. Rispose qualcosa come ah, vabbè, allora… Gli dissi: beh, visto che abbiamo aspettato tanto, mi piacerebbe esordire con il libro che scriverò per mio figlio. Non lo avevo nemmeno iniziato, ma Crocetti mi disse va bene. Mio figlio Arturo è nato all’inizio del 2001. Il libro che gli ho scritto e dedicato è uscito alla fine del 2003. S’intitola La scimmia randagia, perché vorrei che lui imitasse, sì, qualcosa di me, ma non la mia staticità, vorrei che se ne andasse felice per il mondo, che imparasse ad abbandonare un po’, per poi tornare. Io non sono mai stata brava ad andarmene.

Infatti, eccomi qui, a questa scrivania, ereditata da mio padre e reinserita nel mio appartamento dopo la morte di mia madre. E poi e poi. Al primo libro ne seguì un secondo. Ho dedicato uno dei volumi più ponderosi a mia figlia Anna, nata all’inizio del 2008. Mi ispira solo la vita, non scrivo mai se sono triste o arrabbiata. Talvolta scrivo quando ho tanto dolore e la scrittura naturalmente aumenta la sofferenza. Ma la trattiene e la fa comune. E poi e poi.

Nessun editore riuscirà mai a pubblicare tutto quello che scrivo, ma non ha importanza, io continuo a ubbidire. Il mio diario pian piano si è dilatato, aspira a essere un diario collettivo, un coro, una raccolta di voci che chiedono voce. L’io coatto dei diari infantili è stato abbandonato nell’adolescenza, quando mi interrogavo senza profitto sui destini umani. Con il tempo ho smesso il vezzo sterile di intervistare il destino, lo accolgo e basta, descrivo e basta, descrivo anche me stessa come esemplare umano all’interno dell’umano accadimento. Tutto qui. Mi uso al fine di raccontare il mondo, che è un altro mondo, dove siamo tutti un po’ più vicini. Frequento poco il così detto mondo letterario, rifuggo le fiere del libro, ma voglio tanto bene ad alcuni poeti, ogni tanto li incontro, mangiamo insieme, parliamo dei fatti nostri e mai di poesia. Quel che conta è lo sguardo, quello sguardo comune, che da millenni, ormai, non dice io.

Roma, 15 gennaio 2014

Nell'occhio di chi guarda (Donzelli, 2014)

in Nell'occhio di chi guarda (Donzelli, 2014)
Ventisette immagini lette da: Roberto Andò, Franco Buffoni, Maria Grazia Calandrone, Mauro Covacich, Filippo D’Angelo, Elio De Capitani, Giorgio Fontana, Gabriele Frasca, Nadia Fusini, Andrea Inglese, Helena Janeczek, Valerio Magrelli, Guido Mazzoni, Enzo Moscato, Tommaso Pincio, Vincenzo Pirrotta, Laura Pugno, ricci/forte, Alessandra Sarchi, Walter Siti, Domenico Starnone, Federico Tiezzi, Emanuele Trevi.
 
«La parola, il racconto sono ganci provvidenziali, contravveleni per combattere l’ansia di godimento e la mancanza d’aria che le immagini finiscono con il provocare. Perché ciò che vedo tende a scadere nel puro riflesso se non è rinnovato, vivificato, dall’assennato richiamo della lingua, dal suo tempo largo, dalla sua tranquilla forza di confronto» dalla postfazione di Stefano Chiodi

Questo libro si interroga sulla relazione tra visivo e scritto in epoca contemporanea, in un mondo canonicamente classificato come «civiltà dell’immagine». È stato chiesto ad alcuni tra i più noti scrittori italiani di scegliere un’immagine e di costruire un testo intorno alle suggestioni che essa induce.

 

SALVARE CAINO
Maria Grazia Calandrone

Identificazione del nemico

In questa tavola di López García vive una coppia senza figli: altrimenti l’uomo (lo speriamo!) non avrebbe lasciato la lametta da barba sulle scanalature porta sapone del lavandino.

Qui ci sono i depositi della coppia essenziale. Osservando questo smagliante e malinconico olio su tavola, notiamo che la parte destra è riservata agli oggetti dell’uomo, la sinistra appartiene alle cose di lei. I due tengono diviso il maschile dal femminile. E lo spazio è equamente diviso. La scena è equilibrata e corretta.

I soli oggetti tenuti da un medesimo contenitore sono gli spazzolini (il rosa e il celeste) con il tubetto bianco del dentifricio. Dietro il bicchiere opaco degli spazzolini sono seminascosti: un flacone – forse medicinale, forse colluttorio – e un tubetto dal tappo marrone ordinatamente ripiegato.

Date le note dispute coniugali sui diversi modi, femminile e maschile, di spremere i tubetti, è statisticamente probabile che il tubetto appartenga alla donna.

Lo specchio è fissato a giorno sulle piastrelle chiare. Manifesta lungo i bordi alcune tracce di logoramento. Il vetro portaoggetti sotto lo specchio non è perfettamente centrato rispetto allo specchio stesso e al lavandino, che sono viceversa paralleli, è scheggiato all’angolo sinistro ed è assicurato alle maioliche da due staffe che paiono indice e medio, più e meno divaricati, di due mani gentili.

Come fosse l’amore dei due. Solo quelle mani invisibili tengono insieme le cose-anime nude di femmina e maschio.

Altrimenti sono carne da esilio, fuga e solitudine. Separazione, rottura dell’unità edenica. Questo è il nemico, questa è la sferza delle sue conseguenze su Eva e Adamo, che voltano le spalle ancora nude al lavandino-paradiso.

Il nemico si è insinuato nella muta simbiosi originaria portando con sé la necessità della parola, la risposta di Eva. Ella è stretta a dire in parola quello che già saprebbe intimamente.

Questi piccoli oggetti, così solidi nella loro semplicità radicale, continuano invece a irradiare una pace domestica. Muta, pulita, logica e non ossessiva. Qui vige la razionalità spontanea delle cose deposte con ordine da mano umana. Questo il fascino elementare delle cose: silenzio. Questo il desiderio più segreto e il destino di ogni corpo biologico.

Negli oggetti i corpi osservano il proprio destino di cose. Gli oggetti mantengono invece fin dalle origini il silenzio della parola poetica, la sua aspirazione a una pace comune.  

La poesia è l’esercizio di riportare la parola al suo nucleo di silenzio, all’imprinting edenico del verbo.

Le cose sono sempre molto semplici. La donna di López García adopera trucchi semplici: evidenti e superficiali, quelli che il suo uomo riconosce sorridendo al primo sguardo. Smalto, profumo, rossetto, forbicine, pinzette.

Ed ecco i minimi termini delle cure dell’uomo: pennello e schiuma da barba, rasoio, lametta e un pettine di un bel verde veronese.

Femmina e maschio nel canale del fato, respirano, all’unisono con un sereno organismo sociale. Essi si amano con una splendida normalità, si addormentano in una consuetudine colma di tutta l’intelligenza della specie. Essi irradiano pace e in pace aspettano il futuro.

La luce tocca la scena da destra. Fuori dalla cornice ci dev’essere una finestra aperta, che posa all’interno la luce chiara del sole di un mattino di marzo, già asceso alla metà tra orizzonte e zenith. Il sole fonde con struggente dolcezza sul chiaro delle maioliche. La sua luce ha le note leggere di un pianoforte solo (Chopin, Satie) e i rubinetti stanno per aprirsi, nel lavacro soavemente osceno del tardo risveglio di una coppia.

Ma l’esattezza millimetrica di López García non sopporta ulteriori ingrandimenti, desidera che l’indagine, apparentemente realissima, del reale, mantenga non svelato un mistero. Sarebbe stato facile, per la sua mano espertissima, definire i contorni di alcune cose che abbandonano un peso insondato, grigio o latteo, lungo la superficie del quadro.

Cosa è riflesso nello specchio, ad esempio? Forse un accappatoio appeso dietro una porta? E cos’è il piccolo groviglio sulle tessere esagonali che rivestono il pavimento sotto il lavandino? Cosa? quel filamento nero in basso a destra.

Inoltre il luogo non è perfettamente pulito: piccole prove d’infelicità.

Cosa intendono suggerire questi minimi indizi, questi vertici di un triangolo ottuso di inquietudine? 

Ma soprattutto: tutto il quadro è in realtà pericolante, la sua linea prospettica portante risulta distorta, come se il muro fosse piegato e tutta la parete sottostante alla mensola portaoggetti stesse per scivolare verso un altro luogo.

Il quadro dietro il muro del quadro

Da queste spie leggere siamo portati a immaginare che dietro il muro sia stato consumato un abbandono e ora qualcuno sia involontariamente solo.

Le cose ne risentono. Lo vedi come, solo a immaginarlo, il quadro cambi aspetto, si inazzurri di una patina dura di ghiaccio. Come le cose si coprano di solitudine e gelo. Come la domesticità radiosa di poco prima si tramuti in un sentimento di oggetti abbandonati. Come si senta grondare un silenzio finale dalle commessure, dagli stucchi – e risalti lo sporco sulla parete come il vapore di un sangue interiore. Lo vedi come l’occhio fa improvvisamente pressione sulla trasandatezza negli angoli.

Da quanto tempo quella lametta non viene spostata da mano umana?

Supponiamo una separazione. Forse il cuore di lei ora è sbeccato, tagliente e pericoloso come la sua metà di mensola. Se lei si piega troppo su se stessa sbocca sangue dal petto. Ora deve tenere alto il taglio, dritta la testa sopra la ferita. Niente fascia. Sarà l’aria, sarà la compassione degli altri, saranno gli occhi di tutti, ad asciugare pianto e sangue, se meriteranno di essere asciugati.

Supponiamo sia stato lui ad andarsene. Nel suo petto c’è sempre stato niente. Ha posata una neve irrimediabile sul petto. Egli eseguiva il compito dell’amore senza esserne gravemente ossesso. Lei lo sapeva. Lei non è perdonabile. Lei sapeva da prima di lui che il nemico è l’inverno del cuore. Lei ne prova il contagio. Lei ha avuto paura e ostinazione, nemmeno

la quotidiana cura di offrire frutti e fenomeni da sostenere alle mani di amore.

In quanto esseri umani di media portata morale, non disponiamo di punti di riferimento per muoverci nel mondo interiore dell’anaffettivo, del traditore, dell’uomo che non riconosce i propri delitti come delitti: del criminale, insomma, a qualunque grado di efferatezza la sua insensibilità al dolore degli altri abbia sospinto l’opera delittuosa della sua vita. In questo prototipo umano insiste una cecità siderale.

Lei ha reagito con una ostinazione disperata all’esperienza di una creatura che covava nel petto una qualità trasparente di antimateria, un disamore inoculato nelle fibre primarie dal latte materno. Quando avrebbe dovuto mostrare affetto, in lui si avverava il vortice di un buco nero. La forma esteriore al principio constava in qualche gaffe paradossale, nella violenza passiva di una dimenticanza. Con l’aumentare della confidenza tra i due, quello di lui divenne il rombo cupo di una rabbia invidiosa, continua, spaventosamente preparata a esplodere lasciando rottami dalle fondamenta. Niente era salvo, ogni gesto d’amore era trasfigurato da un sospetto. Niente arrivava mai a compimento, la fibra del loro tempo era interrotta e precaria – il muro portante è piegato come da una mancanza di resistenza, da un cedimento intimo e strutturale – nessuna impresa sentimentale giungeva mai fluidamente a un calmo stato di maturità. La gioia di lei conteneva il ruggito sommerso dell’uomo.

Eppure niente poteva guastare la fiducia bambinesca di lei nel loro futuro. Lei reggeva quel pianeta di dolore comune come Atlante la materia serena e dolente della volta celeste. E lui le invidiava anche questa capacità di rimuovere il male. Questi due poveri esseri si erano incaricati del rigore di una frattura. Lei ricordava solo la felicità, lui solo una continua solitudine di disamato. Voleva imparare da lei e insieme voleva ucciderla.

Possiamo definire fenomeno di natura vertiginosa l’effetto che il criminale tipo causa su chi entra in relazione con esso. Al suo cospetto siamo completamente disorientati perché siamo moralmente disorientati: il contatto con questo genere di creatura, perfettamente lucida e immorale, che si comporta come un innocente paradossale e spesso come una vittima, che ha per sé una cocente compassione e nessuna dolcezza per le sue vittime, le quali vengono addirittura accusate dei delitti compiuti ai loro danni, ci procura un inesprimibile sconcerto. Nella psicologia criminale è assente il rimorso se non come una forma iniziale, l’assunzione larvale di un sentimento per sentito dire, che ben presto viene sostituita dall’allegria feroce dell’essere impunito e da una femminea tenerezza per sé.

Lei è molto ferma, seria. Ha le mani posate sulle ginocchia. Somiglia a una delle icone femminili ferme nel rumore della pioggia o nel silenzio attonito della neve nelle poesie di Antonella Anedda. È in effetti attonita. E in punto di svanire come una figura nevosa. Pensa fissamente che l’uomo è completamente colonizzato dal piacere dell’uomo. Ricorda di avergli detto annaspo in te, non mi oriento, come per uno stato confusionale grave.

Ne segue in lei uno scontento di sé, la sensazione che deve provare un pianeta in abbandono tra stelle millenarie dopo che la sua costellazione ha preso una deriva incontrollabile. Tanto tempo prima.

Salvare Caino

Così si sente, abbandonata in modo siderale, come se, in una vasta area di scambio, un treno in corsa le avesse appena sfiorato i capelli. Lei è la Karenina sopravvissuta al suo autore o ancora sospesa, incastrata nella goccia d’inchiostro che sta per cadere dalla penna di Tolstoj mentre la mente del genio oscilla tra la sua morte e la sua salvezza.

A questa specifica tipologia criminale sembra essere del tutto alieno l’uso dell’astrazione. Astrazione e realtà, nel suo universo, si sono progressivamente allontanati, con scossoni geologici, come terra da mare. Da questo scisma originario, da questo appiattimento del reale, dunque da questa cruda emergenza tellurica di cose, comincia la separazione della carne. Pensi che poi, da morto, non servi più a niente. Te ne viene una fretta…

Quando si alza e mette in un grande sacco nero le cose di lui, lei si è ormai riconosciuta come unica responsabile del proprio attuale dolore.

Lei ritiene che pensare e scrivere senza esattezza sia impossibile, dopo la psicoanalisi e internet, le due rivoluzioni incruente del Novecento, due forme estreme e introiettate come naturali dalla quasi totalità della comunicazione sociale contemporanea: una lavora per fare affiorare sul muro del presente l’ombra remota delle febbri infantili, intende amore e dolore presenti come onda lunga di quelli passati; la seconda frammenta il presente in una serie di istanti arborescenti come demoni di Hieronymus Bosch e ci lascia esplosi, abnormi, ricresciuti da un nostro sangue, invisibile e sconosciuto a noi stessi, sulle nostre poltroncine da lavoro.

Eppure, lei è stata affascinata dalla ignoranza virulenta di un cattivo ragazzo. Quello che l’ha spinta a rimanere affacciata per anni sul latitare di una coscienza è stata l’attrazione per l’ignoto di una terra senza altra legge che un piacere destrutturato, senza filosofia e lungimiranza, senza progetto. L’anima dell’uomo era una jungla senza futuro, senza eredi e statuto. Lei è rimasta nell’orbita di quel caos primigenio magnetizzata dallo stupore, da una terrifica volontà di sondare l’inumano, il veramente alieno:

non esiste nessuno così alieno come il fratello che non riconosca il fratello.

Così, il criminale non sarà neppure toccato dal vostro amore, per quanto intensamente desideriate amarlo: egli non è in grado di fidarsi del bene che gli viene offerto, pure ove il vostro attaccamento sia così esteso da lasciare i suoi segni nel vostro corpo come le stimmate di un sacrificio, benché, purtroppo, irrisorio e inutile. L'amore anzi rappresenta per il criminale il pericolo di una prossimità e di un paragone con la propria preistoria che farebbe tremare le radici dell'albero della sua vita. Nel suo branco originario vige l’ingovernabile, sommerso da una cupa inimicizia di facciata: il potentissimo scisma prenatale.

Egli dunque sarà propenso a uccidere, più o meno simbolicamente, proprio chi massimamente lo ama. E con maggiore foga eliminerà dal suo cuore proprio quello che con la propria tenacia abbia fatto saltare le serrature del suo cuore. Anche la biologia basica degli affetti in queste psicologie risulta sconvolta. Il criminale uccide con costanza, accanimento e passione, tutto quello che ama. Lo spettacolo amoroso, qualora gli divenga decifrabile, gli è insopportabile come una terribile promessa di fine. Egli deve disfarsene al più presto.

Tanto a lungo lei è rimasta – istruente, fastidiosa, didattica alla fine, insistente e fedele – accanto a quella assenza, da venirne scacciata con violenza, da essere scagliata fuori dalla vita di lui con cattiveria inumana, da venirne umiliata, colpita nel corpo – la mensola rotta –, rinnegata in ognuno dei doni e addirittura perseguita.

Nel mondo interno dell’uomo che diffonde una simile qualità della solitudine umana tutto quello che non riguarda un soddisfacimento immediato e superficiale sguscia fuori dal campo visivo. Questo suo è un male irrimediabile, tissutale, un male che non può venire eradicato perché egli ne è intriso. La cecità è la psicologia delle sue ossa, rigide come travi senza giunture, il suo fenomeno intimo, il suo eros materno, il suo incipit. Egli per ciò preferisce eradicare il mondo dai suoi occhi, a prezzo di lasciarsi vuote le orbite. Per non soffrire, per non rinascere, per non provare il terrore, panico e pagano, delle seconde nascite.

Soprattutto, voleva salvarlo, insegnargli a credere all’esistenza di un mondo, bellissimo e gentile.

Così lei si è trovata, incredula e spaesata, a esplicare concetti elementari, ha ricominciato un’opera disperata di conversione, giustificando con nomi di successive nevrosi quella che, adesso lo sa, fu semplicemente mancanza di una etimologica intelligenza del mondo.

I criminali puri hanno potere su di noi perché appartengono a una categoria antropologica a noi sconosciuta e, soprattutto, che noi stessi siamo complici nel non voler decifrare. Il dolore più acuto non è infatti quello che il criminale compie intorno a e contro di noi, ma è ammettere che il nostro investimento amoroso fu di natura farsesca, proiettiva e dunque allucinatoria, che anche la nostra edificazione per il futuro fu soltanto una melancholica eccedenza del nostro passato, serviva solo a riaffondarci nel male di un abbandono primario.

Lei ha voluto sfidare il suo passato. Ed è stata sconfitta. Orgogliosa e sconfitta, ricorda. Come ogni sentimento elementare non trovasse la risonanza consueta. Come tutta la legge naturale risultasse sconvolta. Solo violenza, un urto continuo di violenza. Ricorda che ha più volte visto scorrere l’ombra di una bambina lungo il muro del corridoio. Non voleva salvare la bambina, voleva salvare l’uomo e la donna che la facevano piangere.

Lei per tutta la vita ha voluto salvare la madre dalla morte. Anche questo dell’uomo era il corpo, l’idolo casuale, di un morto al mondo. Sa di avere impiegato tutte le forze per farsi abbandonare, ancora e ancora.

Ora è vuota e radiante come un osso. Altrettanto forata, altrettanto esposta. Una canna che può fare suono da ferma.

Questo disordine morale si abbatte sul nostro materiale interno come una nuvola piena di temporale. Il potere del criminale è buio. Una volta che egli è lontano, lentamente si ricompone l’ordinamento del mondo noto: familiare, amichevole.

Nessun dolore resterà impunito

Il delitto è una forma del disordine.

Il delitto è mancanza di compassione. 

Questo scarto impercettibile nel cuore di un uomo figlia tutte le stragi della storia.

Ma il male è anche complicità con il male. Ottusa cecità di fronte al male. Incapacità di respingerlo o almeno di arginarlo, fare in modo che esso non si propaghi a generazioni future. Di fronte al male non dovremmo indugiare in tesi e argomentazioni, dovremmo bensì denunciarlo e agire per rimettere in circolo nel corpo sociale una limpida linfa di fiducia. Suturare i circuiti solari interrotti. Trasfondere solidarietà e cooperazione.

Nessun male subìto ci serva mai a giustificare un dolore che abbiamo recato.

Lei ha commesso l’assoluta dedizione al sovraumano e inutile sforzo di riordinare le azioni di un altro. Ha peccato di orgoglio e di una ingenuità sproporzionata alla sua intelligenza e imperdonabile in una creatura adulta. Ma soprattutto, ha lasciato che dilagasse in lei la confusione tra il bene e il male, ha giustificato con una incomprensibile e magnanima superiorità azioni inaccettabili e malvage. Per mantenere inalterata la speranza. Di fronte alla più atroce delle evidenze, lei non lasciava andare, non andava via: perdonava ancora, senza dimenticare, teneva in mano il cappio di una corda

alla quale lei stessa era legata. Oggi porta il proprio fallimento come un sollievo, come la cessazione di uno spreco.

l’occupazione oggi è la cimatura
delle gardenie, e il sobbollire intenso della cicoria
sotto la cappa illuminata. anche così
si resiste al dolore.

Qualcuno, forse solo un odore di bollitura, entra nel bagno di López García come una luce dalla finestra aperta. Un rumore di tacchi femminili, il pffffff-pffffff di due spruzzi di profumo. La luce che si fa. L’alba di un mondo è fatta di parole.                                                                                                                            

30.8.2012 / 1.9.2012

Il destino delle immagini, Andrea Cortellessa (in alfabeta2 22.6.1)

Non c’è branca dei saperi un tempo definiti «umanistici» che goda oggi di attenzioni maggiori, in senso tanto quantitativo che qualitativo, dell’intreccio – equazione, osmosi, traduzione, confronto o conflitto (i curatori del libro donzelliano hanno dato un titolo kafkiano alla loro densa introduzione: Descrizione di una battaglia) – fra parola e immagine.

Può darsi che davvero, come dicono appunto Bertoni, Fusillo e Simonetti, si sia entrati in un tempo che ha definitivamente messo da parte la suddivisione lessinghiana fra arti del tempo e arti dello spazio – frame fondamentale dell’estetica moderna – e che ciò debba essere messo in relazione con quell’altra stimmate della contemporaneità che è stata definita spatial turn.

Hanno comunque buon gioco, i medesimi curatori, a sottolineare come a indurci praticamente, empiricamente a trattare parole e immagini sullo stesso piano (non più disponendole cioè, come sino a un passato recente, in più o meno implicite gerarchie) sia quella parte integrante della nostra vita, e della nostra mente, che è la Rete: nella quale pare assistere alla «realizzazione tecnologica di un’utopia concepita da Wagner e perseguita poi da tante avanguardie del Novecento: l’opera d’arte totale, che fonde in sé tutti i linguaggi espressivi».

È davvero, il www, l’iconotesto globale: nel quale testi verbali e immagini sono tutti e alla stessa stregua oggetti, fruiti scambiati e interconnessi come tali, cioè – in una configurazione appunto object-oriented –, quasi sempre privando le une come gli altri di spessore: cioè della rispettiva specificità materiale, della propria storia individuale e di genere, insomma della loro ontogenesi e filogenesi. In fondo risponde alla stessa logica l’originale struttura del libro che, anziché dilungarsi in dotte quanto ripetitive spiegazioni sulle diverse forme dell’ekphrasis, performativamente ce le mostra: allineando in «una sorta di esposizione ideale» (come la chiama Stefano Chiodi nella postfazione) una quantità di differenti strategie di scrittura, assai più che di immagini. (E allora non ha molto senso discutere della scelta di questo o quell’autore – che in sé, a volte, può anche lasciare perplessi.)

Se è vero quanto sostiene uno fra i più autorevoli esponenti degli odierni visual studies, W.J.T. Mitchell, e cioè che esistano ormai solo «mixed media», davvero siamo ormai entrati nel dominio incontrastato del pastiche, come Fredric Jameson negli anni Ottanta definiva la dominante estetica del postmoderno («una parodia bianca, una statua con le orbite vuote»). Il che non vuol dire però – come sostenuto con intenti opposti dai troppo euforici corifei del postmodernismo prima, dai suoi troppo frettolosi liquidatori poi – che questo allontani di per sé, dall’universo delle rappresentazioni, quella sostanza traumatica del conflitto che ovviamente, dall’universo delle realtà, non s’è mai sognata di allontanarsi.

Giustamente i curatori del volume – senza aver inteso in tal senso orientare i loro collaboratori – notano a posteriori il ricorrere, nei loro testi, di «immagini che inscenano o suggeriscono l’angoscia, e ancor più spesso la violenza: una violenza pluriforme e pervasiva, che si irradia dalla sfera pubblica a quella privata»: dalla tortura allusa nel tableau odontoiatrico gaddianamente inventato da Gabriele Frasca al Trionfo della Morte del palermitano Palazzo Abatellis, dal Giardino delle delizie di Bosch al Prado ai miliziani della Guerra di Spagna nella doppia immagine di Robert Capa e Gerda Taro.

E quest’aura di minaccia (giustamente Chiodi identifica nella paura, il mood dominante della silloge) si accresce ulteriormente, se dal repertorio delle immagini si passa a quello dei commenti d’autore. Perché, teste il Duchamp evocato appunto da Chiodi, «sono gli spettatori che fanno i quadri». (In questo senso ha valore di implicita epitome teorica dell’intero volume il testo di Emanuele Trevi ispirato a una natura morta di Zurbarán: nel quale si distingue – sulla scorta di un’osservazione di Somerset Maugham sul pittore spagnolo – la fantasia, che «costruisce dei mondi paralleli, più o meno verosimili», dall’immaginazione che «si esercita su ciò che già esiste, indipendente da noi».)

Penso per esempio a come Maria Grazia Calandrone «entri» narrativamente in un’immagine perfettamente quotidiana come Sink and Mirror di Antonio López Garcia rendendola, alla lettera, la scena di un delitto. O a Mauro Covacich che, della propria stessa performance intitolata L’umiliazione delle stelle (nella quale «espone» se stesso mentre corre l’intero percorso di una maratona, 42 chilometri e passa, su un tapis-roulant), dice che l’applauso del pubblico è «sincero, benché sottilmente velato dalla delusione per la morte mancata».

O a come Filippo D’Angelo retroceda dalla contemplazione imperturbata (sino a «un senso di sacra sonnolenza») di una maschera Teotihuacán, che registra orrori antichi di millenni, a quella lacerata degli orrori d’oggi nelle videotorture dei Narcos atrocemente esposte su www.mundonarco.com. Una violenza che turba quanto più è sottile, sino all’infrasottile di Tommaso Pincio che commenta il ritratto ideale di Marilyn Monroe realizzato da Willem De Kooning nel 1954: prima cioè che Andy Warhol ne codificasse l’icona pop.

Nell’espressionismo del gesto di De Kooning, nei cui corpi di donna la «massa corporea, che sembra sul punto di tracimare dalla tela, è sfigurata se non squartata da pennellate violente», viene a nudo la segreta brutalità insita – per questo fiammingo esule a New York – nella pittura a olio. Se Warhol uccide Marilyn in sottrazione, rendendo incorporea la sua immagine col seriarla all’infinito, viceversa De Kooning uccide Marilyn rendendola puro corpo: «squarciandola a furia di pennellate» e offrendocela – prima che, di lì a qualche anno, quel destino davvero si realizzasse – «come una vittima sacrificale (e predestinata) di eccessi tutti maschili».

Che il libro funzioni come un test analitico dell’«inconscio collettivo al lavoro» (è ancora Chiodi che parla) lo mostra quasi didascalicamente la prosa poetica di Guido Mazzoni su una delle tante foto dell’11 settembre. Nulla quanto questa immagine (cioè questa infinita galassia di immagini, fra loro tutte diverse e tutte identiche) ha dato una forma alla paura per eccellenza che ha abitato il postmoderno in cui siamo cresciuti: quell’«evento» esterno, e immensamente alieno, che Paul Virilio (i cui seminari, così vuole la leggenda, aveva seguito il capo del gruppo di attentatori, Mohammed Atta) ha definito – così intitolando una sua mostra andata in scena a Parigi giusto l’anno dopo l’eventoCe qui arrive. La struttura del testo di Mazzoni riproduce, come una meta-ekphrasis, non quanto nell’immagine si vede bensì le condizioni nelle quali la vediamo (anche nel testo di Alessandra Sarchi, che dà voce a sei diversi immaginari personaggi-spettatori delle Nozze di Cana del Veronese al Louvre, assistiamo a questa inversione di vettore dello sguardo). Così come contempliamo la sua immagine, assistiamo alla vita: possiamo osservarla, non prendervi parte.

Ma se da molto tempo ormai ci è preclusa la strada – la strada modernista – che nell’immagine entrava, prendendovi appunto parte (penso all’immersività cui ci obbliga per esempio Rothko, evocato dall’acuto testo di Elio De Capitani – l’unico che metta in campo la rete di relazioni economiche, politiche e sociali che soggiace alla produzione, alla circolazione e al consumo delle immagini), come fanno i fotografi militanti della guerra di Spagna nel testo di Helena Janeczek, ormai non ci è più possibile neppure assistere allo spettacolo del reale con l’asetticità, la sacra sonnolenza che è il mood postmodernista per antonomasia.

Perché sono quelle immagini a essere entrate, senza chiedere permesso: tatuandosi per sempre sulla pelle della nostra mente, inserendosi nella struttura della nostra personalità e modificandola definitivamente. Caduto con uno schianto assai meno udibile di quello delle Twin Towers, è anche il dualismo paralizzante che ci ha visto nascere alla coscienza. Non quello fra parola e immagine, da tempo archiviato, bensì appunto quello che separava con un muro invisibile l’orrore senza fine della realtà – un segno senza significato – e appunto la nostra coscienza. Una coscienza che di segni è stracolma, e che a ogni segno pretende di dare un significato. Una coscienza che per troppo tempo ha pensato fosse possibile ripararsi – da quell’orrore – rifugiandosi in se stessa.

Vivavox, L’infinito mélo (sossella, 2011)

un cd audio di sessanta minuti e uno pseudoromanzo
 
''Ho scritto un romanzetto in dieci notti flamboyant'', confessa l'autrice nell'interessante postfazione allo ''pseudoromanzo'', come altrimenti viene definito questo piccolo volume. Ma in realtà del romanzo ha tutti gli ingredienti: protagonista e deuteroprotagonista, scrittura spesso iperbolica e comunque molto consapevole di sé, finale imprevisto e scoppiettante. Voce narrante è una pittrice over 40, sposata, con un figlio: si immagina della buona borghesia romana, con le giuste relazioni mondane e culturali che al suo ruolo competono. Questa pittrice assolutamente convinta delle sue doti artistiche e del sacro fuoco ispiratore che la possiede ha un tema pittorico fondante: dipinge mele, ''simboli della bellezza e della disobbedienza''. Donna dalla cultura vastissima e raffinata, si vede improvvisamente sconvolgere l'esistenza dall'arrivo di un giovanissimo, e si immagina aitante, artista, ''Ludo'', come lei affetto da una ''disdicevole ossessione estetica''. Inizia tra i due un rapporto intensissimo, fatto di una ''cocciuta adorazione'' da parte di lui, di una quasi materna e gratificata attenzione da parte di lei. Che comincia a ritrarlo con trasporto emotivo, a scambiare con lui letture, film, viaggi, ''in un rapporto privo in terra di definizione non terapeutica''. Un travaso di anime, che arriva fino allo sconfinamento nei sogni di entrambi, all'estasi, alla sublimazione del corpo. Fino al brusco risveglio, quando il giovane Ludo si accompagna a un'altra donna, una ballerina in età, e tra le due mature pigmalione scoppia un diverbio fatto di male parole, aggressioni volgari, odio senza freni. Un duello che si perpetua nei mesi, e che travalica con livore anche in pubblico, lasciando il lettore divertito o annoiato, a chiedersi il perché di tale depauperato e un po' isterico, privatissimo, finale. Il libro è corredato da un cd, recitato con maestria dall'autrice, che raccoglie poesie edite e inedite, e una toccante narrazione autobiografica.
 
per acquistare: mondadori storegiunti editore
ascolta un estratto: MGC a Radio3 Suite
In me e nei poeti della mia generazione la voce è stata una scoperta tarda e di occasione. Nel cominciare a leggere in pubblico, ho istintivamente scelto di scomparire come essere umano sentimentale. Altrimenti mi sarei messa a piangere. Di amore, non di pena. E di riconoscenza per chi mi stava a sentire. Per voi che in quel momento condividevate l’assoluto silenzio del mio io.

Pare che Mallarmé leggesse a voce bassissima, quasi tra sé e Apollinaire con la monotonia delle filastrocche. Certamente più la poesia è lirica meno ha bisogno di enfasi.
Ritengo la lettura non espressiva quella che rende meglio la poesia così come si presenta sulla pagina: con i suoi ritmi, le sue cesure, i battiti di ciglia e tutti i suoi legamenti nervosi, gli scatti imprevedibili del suo piccolo corpo.
Prediligo dunque per istinto quella che possiamo definire “lettura bianca”.
[...]

Ma allora: forse anche i poeti vengono confermati nella loro esistenza dal fatto di essere sotto gli occhi di tutti? Quando un poeta cerca un pubblico credo cerchi legittimazione, perché egli stesso non è più certo della utilità – nessuna – del suo agire – e dunque non è più disposto a sopportare la completa inutilità del suo agire e intenderebbe divincolarsi dal nietzschiano “tempo dei separati”, al quale la sua disgraziata passione lo piegherebbe e diventare “corpo apparente”, “corpo appariscente”. 

"Alla compassione di tutti"
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[...]
Che modo magnifico di accettare la morte hanno gli animali. Non dimentico il primo piano di una cerva mangiata viva come in una hydrìa etrusca dalle leonesse: come lei si nettasse la pupilla con le palpebre dalle ciglia brevi mentre un rivolo lento di sangue le colava dal cono lacrimale, quale pazienza avesse nel mancare, come la massa fulva e muscolare del suo corpo lentamente crollasse e insieme a lei tutto lo sguardo come preso da un sogno si spegnesse.
Io vedevo la vita ritirarsi come acqua che asciuga dai suoi occhi, mentre il suo grande corpo ripeteva sì, ecco, è il momento.
Sia benedetta la tua rassegnazione.
La santa muore come muore la cerva. La santa muore come l’animale. La santa è l’animale. Anche il suo corpo viene usato e spartito dopo la morte per il bene comune. Lei viene trafitta in pieno petto dall’amore di quello che non vede, che esiste solo finché lei Lo crede, è la cerva assalita che non chiude i suoi occhi e se li chiude è solo per lodare, per essere di più dentro se stessa e lodare:
"Beatitudine mia, Solitudine infinita, Immensità nella quale mi perdo, io mi abbandono a Voi come una preda. Seppellitevi in me perché io mi seppellisca in Voi", sospirava la carmelitana Elisabetta, dopo aver rinunciato a una brillante carriera di pianista per amore della Trinità.
Insomma, tutto questo lavoro di indagine mortuaria per prepararmi ad andarmene come un animale e per comporre una sola opera, piccola. Per provarmi la fine e per dimenticare la fine. Per costruirmi lo stomaco forte delle mistiche e poter descrivere in una sola opera la bellezza di un angelo.
Da quei cumuli di materia arsa, tumefatta, devastata, è salita a me un’estasi, la chiarità del sorriso dell’angelo che guardava Teresa, lei dietro un albero corso da torrenti di linfe mature, lei quasi inginocchiata e sempre fiera nella propria resa disumana.
Lui che la guarda con le masse di oltrepassata morte nello sguardo e lei come la cerva accoglie l’amore che la ucciderà, con una sola lacrima di sangue.
[...]
 
Estratti critici
Paradossi in forma di romanzo - Andrea Cortellessa, il manifesto, 20 luglio 2011
Ogni libro che si rispetti – ha insegnato una volta per tutte Giorgio Manganelli col suo Pinocchio «parallelo» – è uno e bino. Ambivalente, cioè, di simmetrie e anti-simmetrie piane, rovesciate, a n dimensioni. Bifronte insomma. Amavamo già Maria Grazia Calandrone – l’epifania poetica che più abbia turbato e commosso l’ultimo decennio – ma di lei conoscevamo sinora (cioè sino a Sulla bocca di tutti, Crocetti 2010) un solo volto. Si poteva anzi dire che la sua parola densissima (disposta com’è su prosodie d’estensione abnorme, inerpicata su picchi lessicali incandescenti, sintatticamente appesa su fondamenta invisibili) – il peso enorme delle sue parole, per parafrasarla – fosse tutta-volto: le sue parole inseguono l’assolutezza, la perentoria nudità che il volto di ciascuno rappresenta per l’insieme della sua persona. Scandalosa insorgenza del tragico, nel tempo che troppo presto ne ha decretato l’impossibilità. 
Allegati:
Scarica questo file (49. il manifesto, 20.7.11, Cortellessa.pdf)Andrea Cortellessa, "Paradossi in forma di romanzo"["il manifesto", 20.7.11]
 
Nicola Bultrini, Il Tempo, 17 luglio 2011
È un doppio lavoro l'ultima produzione artistica di Maria Grazia Calandrone «L'infinito mélo-VivaVox», (Luca Sossella Editore, 2011); un originale pseudo romanzo e un CD audio.
Il primo è il racconto per frammenti dell'incompiuta relazione tra una pittrice e il giovane Ludo, che ne diventa interprete onirico.
Eppure "la condizione dello spirito necessaria all'arte è la nostalgia, l'invocazione della Cosa Perduta". Il linguaggio della poetessa, se condizionato nell'ambito della narrazione, non rinuncia al magma figurativo (pur con una vena di amara ironia). Il CD contiene i versi che la poetessa legge nel suo modus "non espressivo", per rendere la poesia esattamente come si presenta sulla pagina. Una "Lettura bianca" in cui la voce sembra voler scomparire (o nascondersi) nel flusso di parole, forzatamente spogliandole di ogni enfasi acustica. Ma si noti nel mezzo, anche il prezioso e toccante racconto della sua venuta al mondo. "L'opera nasce per accumulazione di sedimenti" e infatti tutta la scrittura, in prosa o in versi, della Calandrone rivela coerentemente una malcelata matrice autobiografica di esperienze, raggrumate attorno a duri e nudi sentimenti. 

Paradisi perduti, sogni ed eros nel romanzo L'infinito mélo di MGC
Stefano LecchiniGazzetta di Parma, 23 giugno 2011
Per una poetessa inesorabilmente bombardata dalle immagini come Maria Grazia Calandrone (le sue raccolte, da La scimmia randagia a La macchina responsabile a Sulla bocca di tutti, sono tra le più interessanti della produzione italiana recente), la difficoltà principe nell’approdo alla narratività sarà, con tutta evidenza, quella di far decantare e organizzare comunque, nelle coordinate spazio-temporali del racconto l’incoercibile magma figurale di cui ribolle la sua prosodia.
Prova – alla luce di quest’esordio nel romanzo (L’infinito mélo, Luca Sossella editore, con CD in cui la Vivavox dell’autrice pesca, oltre che fra le pagine del libro, fra i versi passati) – peraltro brillantemente superata. Ovvio che poi il “romanzetto” (Calandrone ipsa dixit) inoculerà il salutare virus dell’enormità lessicale (e talora sintattica) nell’apparente sicurezza di tali coordinate: piantando sotto lo stigma biblico, ma poi anche kafkiano (si pensi agli Aforismi di Zürau) nonché fitzgeraldiano, del Paradiso Perduto, la singolare liason tra l’io narrante, una matura/immatura pittrice di (quanto peccaminosi?) alberi di mele, e il giovane Ludo, che dallo stesso soggetto pare deliziosamente tentato. Liason certo maieutica ma tanto più erotica quanto più castamente (in)espressa: e ove poi l’erotismo sembra risolversi naturalmente in quella continua invenzione che sarà non l’interpretazione, ma la golosa, tutt’altro che luttuosa elaborazione narrativa dei sogni – e di quel Sogno disperatamente ineluttabile qual è per tutti, appunto, il Paradiso Perduto. Che peraltro non verrà mai ritrovato perché Amore si ammala, ferocemente si ammala, e nessuno può dire di avere veramente osato l’invisibile, o di avere avuto fede nella fortezza inespugnabile del proprio cuore. Siamo, e restiamo, tutti confitti altrove. La scrittura della Calandrone viceversa lo osa sempre, questo Invisibile; cerca a ogni passo di raggiungerlo e di misurarlo – e l’obliqua, anche intelligentemente bislacca designazione quantitativa dell’incommensurabile, resta uno dei più amabili tic di questo enorme “romanzetto” o – l’autrice se la gode ironicamente ad autoinfierire – “pseudoromanzo” che dir si voglia. 

L'infinito mélo, pseudoromanzo di Maria Grazia Calandrone 
Alberto CellottoLibrobreve, 1 settembre 2011
Approda alla narrativa colei che è la voce più interessante della poesia italiana degli ultimi anni. Maria Grazia Calandrone ha compiuto il passo con un certo coraggio, anche dal punto di vista editoriale. Il libro (pag. 80, euro 12, con allegato CD audio molto bello) inaugura infatti la collana Vivavox di Luca Sossella, nuova propaggine di un editore che sulla base di metafore dei nostri sensi sta costruendo l'architettura del proprio catalogo. Molto del buono che sta uscendo negli ultimi anni sta passando per questa sigla editoriale e sarebbe interessante approfondire quest'aspetto.
Scrivevo "voce più interessante". Importante è notare cosa scrive nell'introduzione riguardo il rapporto con la voce la stessa Calandrone:
"In me e nei poeti della mia generazione la voce è stata una scoperta tarda e di occasione. Nel cominciare a leggere in pubblico, ho istintivamente scelto di scomparire come essere umano sentimentale. Altrimenti mi sarei messa a piangere. Di amore, non di pena. E di riconoscenza per chi mi stava a sentire. Per voi che in quel momento condividevate l’assoluto silenzio del mio io."
Un consiglio: leggete il libretto dopo aver ascoltato la sua voce dal CD. Vi sembrerà che la stessa storia sulla pagina prenda fiato da ciò che avete ascoltato prima. E con quello si arricchisca.
Primo pensiero: quando si legge un'opera di Maria Grazia Calandrone, sia essa poesia o prosa, è davvero lecito porsi una domanda: che cosa può una lingua? E che cosa può l'italiano? Credo davvero che nelle sue pagine troviamo distesa la profonda vitalità della nostra lingua nella sua forma più smagliante.
Secondo pensiero: in questa storia d'amore tra la protagonista e Ludo, figura maieutica, ermeneutica, enigmatica e... ludica, si ha la sensazione di una realtà che trafigge il soggetto senziente, di una realtà "data" nel sentire, anche quando non pienamente appresa (smarrimento e incomprensione avvolgono la protagonista), la stessa sensazione che in poesia può venire dalla lettura di Mario Benedetti. La produzione di Maria Grazia Calandrone pare poggiare su quella "razón vital" che ci hanno così ben illustrato un filosofo straordinario come José Ortega y Gasset e la sua altrettanto straordinaria allieva María Zambrano e nella sua scrittura troviamo un nuovo legame (alleanza?) tra io e le cose, l'anticipo della realtà e della circostanza sull'idea, il senso di una materia linguistica che è dato empirico con il resto. Non sarà un caso che in questo libro possa riemergere, delicatamente ma con vigore, quella eccezionale e forse irripetibile riflessione sul sogno, segnatamente spagnola (un fiume carsico che passa per Calderón, Cervantes, Unamuno e la stessa Zambrano), che viene restituita in una rilettura aggiornata, davvero all'altezza del nostro tempo. Che cosa vuol dire vivere, sognare, scrivere e morire (ancora "vita e scrittura", quel binomio che la Calandrone avvicina con un'intonazione inedita, così come aveva fatto, molto prima di lei, Amelia Rosselli) all'altezza del nostro tempo? Il percorso di Maria Grazia Calandrone ci interessa perché pare che conduca, libro dopo libro, a un tentativo credibile di risposta a questa domanda.
Terzi pensieri: il "mélo" del titolo è, a mio avviso, un'allusione neanche troppo celata anche alla nostra fascinazione tecnologica (nulla mi vieta di pensare a... Apple), ad una realtà che purtroppo ci sta inesorabilmente trasformando in bi-dimensional men, è il rapporto con le altre arti che Maria Grazia Calandrone conosce e perlustra attentamente, l'ossessione pittorica della voce narrante, è finanche - io credo - una rivisitazione del "melòs" greco e forse del melodramma, un melodramma circolare, un loop. Gli esiti di questo breve libro, costruito con capitoli-frammento, sono tutt'altro che tragici e tendono invece a situazioni che pendolano tra l'umoristico e l'onirico, tra il comico e l'orrore da commedia. Ecco allora che il rapporto tra poesia e prosa (il pseudoromanzo) si salda.
Conclusione, quarto pensiero: un libro questo che, come il braccio di una gru, ci preleva senza mezze misure dal territorio periferico delle discussioni a vuoto e senza senso e ci lascia cadere nel mezzo dell'arena dove è in atto la trasformazione/adattamento della pratica della scrittura. Che ci piaccia o no, un'arena dove dobbiamo tornare a stare. 

Infinita mela della tentazione, Calandrone e uno pseudoromanzo sperimentale 
Alessandro MoscèProspettiva, 30 luglio 2011
[…] la mela diventa l’invocazione di una cosa perduta, “memoria di luci future”. Il frutto […] si trasforma anche nel punto di contatto con Ludo, un misterioso personaggio che sembra fatto di vento e al quale l’io narrante si rivolge in un dialogo spesso muto e invocante. Ma la mela è anche il frutto proibito di Adamo ed Eva, il frutto del biblico peccato originale. Per conoscere la felicità bisogna non averla sempre a portata di mano, sembrerebbe suggerire MGC, e quindi il paradiso non può considerarsi un terreno d’approdo stabile e inalienabile. “Un irruente immaginario lirico irradiava da dietro i miei meli e io spiegavo appassionatamente come dare con la punta più sottile del più sottile pennello la luce del distacco alle cose perché il mondo apparisse più vero del vero nella sua eco lirica”. Ogni incontro, in questo testo, sollecita altri incontri, ritrovi, visite. La realtà e il sogno non tracciano più linee di demarcazione e la mancanza di una separazione netta rende l’atmosfera per lo più visionaria, episodio dopo episodio, immagine dopo immagine. L’amore per Ludo è un grande sorriso, ma anche un irridente gesto. […] MGC rivendica proprio il diritto di riappropriarsi della vita attraverso un messaggio da “donna con molte intelligenze e molti doveri”, compreso quello di madre, come ogni donna. L’amore è una bestia, ci viene rivelato: un amore vulnerabile, uno strazio dentro la fortezza inespugnabile del cuore. L’amore invisibile, l’amore come mistero buffo. In fondo L’infinito mélo è un simbolo privo di materia. Ricalca la nostra quotidianità sentimentale, che ci condiziona e ci guida nelle nostre imprese. Una sorta di icona irrinunciabile, fonte di piacere e di dolore e “pista d’atterraggio”. “Dire ti amo è un impegno incommensurabile. Le conseguenze sono imprevedibili e tenaci”, chiosa MGC. 

 
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