Libri

La Grande Illusione (Giunti, 2018)

in Princesa e altre regine - 20 voci per le donne di Fabrizio De André a cura di Concita De Gregorio

Guia Besana, Daniela Amenta, Ursula Ferrara, Melissa Panarello, Valentina Pedicini, Lorenza Pieri, Silvia Ziche, Barbara Di Gregorio, Silvia Camporesi, Enrica Tesio, Letizia Rubegni, Francesca Genti, Francesca Borri, Beatrice Alemagna, Carmen Pellegrino, Valentina Farinaccio, Maria Grazia Calandrone, Sara Colaone

LA GRANDE ILLUSIONE

Tutti i riferimenti e le ricostruzioni dell’omicidio di Paola Borghi sono autentici. Il suicidio in cella di Marco Prato è stato anticipato di oltre un anno per esigenze narrative, ma i fatti narrati e i documenti citati sono reali  anche in questo caso. Il personaggio di Carla Spada e il suo legame con Lorenzo Borghi e il caso Varani sono frutto di immaginazione. Nella speranza di avere rispettato e accolto le anime delle persone vere.

 “La biografia che fa pressione sulla creatura”
Giorgio Vasta

  1. la vita prima

Quando la volante della Polizia è arrivata il mercato non c’era più da anni.

Odore di cemento laborioso e compatto, un sentore di fresco, di pesce fermo al sole con gli occhi aperti e lucidi dei santi nelle edicole, rifresco di verdura che sale dai grumi dell’asfalto, cera e colature di formaggi negli interstizi dei sampietrini, il suolo scabro stuccato da goccioloni di mozzarella, falde larghe di foglie di lattuga e barbe di finocchi: un rionale scoperto, un agglomerato di matrone abituate a spicciare case che sanno di sugo: “A Nicò, e lèvame ’sta sleppa de grasso! Ma che, me vòi fa’ diventà ’na balena?!”, rare signorine garbate, ché quelle preferiscono fare la spesa nei supermercati, tutte azzimate tirano su la roba dagli scaffali, senza fare un fiato e invece qui, nel ronzio saporoso della vita, devono quasi urlare: “Un panino a lievitazione naturale, per favore” – e solitudini una accanto all’altra: uomini sempre un po’ spaesati e ragazzini che prima della scuola ficcano i denti nel rettangolo di pizza bianca appena sfornata, che bolle i polpastrelli e unge la carta da pane – e tutti sentono comunemente il mondo: i dischi delle bilance brillano al sole, le buste frusciano sulle fiancate dei banconi verdi, la piramide fragile delle uova rintocca, sullo sciacquio degli stivaloni dei pescivendoli e sui colpi di mannaia contro il legno della macelleria.

La colonna sonora del mercato è una pura teoria dodecafonica di pettegolezzi a bassa voce e vezzeggiativi urlati. Le verduraie più anziane attivano un juke-box di richiami materni per le clienti: “a ni’”, “cocca”, “gioia”, “fata”, “amore”. Si faceva la spesa per sentirsi chiamare come bambini.

Le fruttarole giovani, arrivate con l’alba dalle campagne intorno alla città, riportano addosso il freddo e il caldo dell’aperto dei campi, la pelle rossa, screpolata e arsa come la terra, mentre capano carciofi o fagiolini e filano a mezza bocca la litania “Mille al pezzo, mille al pezzo”, mentre i primi pakistani si accostano corpo a corpo alle signore, intonando il salmo di una setta segreta “Aglio, signora buole aglio?”

Il 22 giugno 2016 albeggia appena, la strada sta ferma e silenziosa. Due poliziotti in divisa posteggiano sgommando davanti al civico 58 di Via Enea. Quando aprono le portiere, l’abitacolo dell’Alfa Romeo azzurra esala l’odore del primo caffè del mattino, quello nero, velenoso, adrenalinico, depositato nei fiati come una palta protettiva, che accompagna nel lavorio del giorno.

Appena preso servizio, Renato Fiori e Claudio Bertozzi sono stati mandati sulla scena di un presunto omicidio. Una donna, una madre, pare, all’ottavo piano di un condominio – scala unica.

“Incominciamo bene!” aveva commentato Renatino, mentre il collega giovane che gli era affianco, grosso e sovrastante come un toro, non vedeva l’ora di salire, esplorare, annusare l’aria, ficcare il naso nel sangue che è stato versato dentro quel palazzone sincero, di quelli che nelle sere d’agosto esalano profumi di frittata e peperoni arrosto.

D’estate l’intimità delle famiglie rimbomba nei cortili. Le madri chiamano i ragazzini a tavola gridando nomi che sembrano l’unico, ininterrotto nome dell’Infanzia. Stanata dalla voce delle madri nei luoghi meno banali del quartiere, la grande infanzia romana converge verso l’odore di peperoni arrosto e frittata.

Suonano il campanello. Il figlio apre la porta girando quattro mandate di serratura. Appartamento della media borghesia, tende bianche alle finestre. Un forte odore di disinfettanti, nonostante le finestre spalancate e l’aria che spazza il corpo di una donna, distesa seminuda ai piedi del letto matrimoniale, con un cuscino in faccia dentro l’odore rosso delle foglie di pruno del primo giorno d’estate.

[...]

9.  colpa sua

C’è un’insolenza negli innamorati, portano una rivoluzione che il povero oggetto del loro amore non desidererebbe affatto subire! Si comportano come se il mondo fosse tutto radioso, investito e pervaso dal loro amore. Con tutto quello che succede al mondo…

Credono che l’amore che provano li renda degli stregoni, dei taumaturghi, delle manne, dia loro il diritto di interrompere quel che sei stata fino al momento del loro arrivo (diciamo meglio: irruzione!) e fondare una nuova te stessa, disordinata e irriconoscibile a te stessa. Ma modellata come piace a loro. A volte ero sicura che nemmeno mi vedesse, che avesse solo bisogno di sentire l’amore che sentiva. Mi perdonava tutto: era impossibile. Nessuno ama così, non era me che amava.

Nelle ultime settimane, mentre Lorenzo era indagato, facevo molte cose, per non meritare il suo amore: lo sfidavo, lo trascuravo, lo respingevo accampando scuse anche verosimili: la stanchezza, il lavoro, il poco tempo, lo maltrattavo invisibilmente, polemizzavo, creando il geyser sulfureo di liti microscopiche generate da nulla, anzi, dal nucleo stesso dell’amore – e lui mi amava, non smetteva, cicatrizzava subito. Al di là di ogni logica. Protervo, ottuso, cieco. In una parola: violento.

Questo dunque è l’amore? Questa violenza che sei costretta a subire a causa di un sogno sognato da un altro? Questo essere forzata a trasfigurarti perché un altro possa continuare a immaginare la persona che gli piace nel mondo che gli piace…

Ma, d’altra parte, un innamorato come fa a fermarsi? Qual è il limite oltre il quale l’amore non lievita e non spinge la creatura oltre se stessa?

E infatti, con il tempo, peggiorava: perdurava e, perdurando nonostante me, acquisiva crediti. Ero sempre in difetto, davanti alla sua limpida coscienza. Avevo perso le speranze che prima o poi smettesse di assediarmi, come si conviene nel mondo reale. Lui non accettava il cambiamento. Non lo capiva, non si capacitava. Aveva preso l’abitudine affatto malinconica di ricordare ad alta voce le parole d’amore che gli avevo detto, le cose che avevamo fatto insieme: Amore, ti ricordi? ti ricordi? me ne chiedeva silenziosamente conto. Insomma, mi accusava. Mi accusava e mi aspettava, sfidando la logica e il senso stesso della realtà. La sua attesa metteva in discussione le mie parole, il mio diritto a essere cosciente di me stessa. Come potevo sopportare tanto? L’ordine delle cose era distrutto. Il rifiuto non veniva ascoltato. E lui soffriva e amava, gioiva di potermi anche solo guardare. Orribilmente, sfacciatamente vivo.

Poi, finalmente, poco tempo dopo il fattaccio, il suo buongiorno non suona amoroso e buffo come sempre. Gli chiedo tutta speranzosa Lollo, che c’è?, risponde Niente, gli dico Se vuoi passa a trovarmi, sto studiando le carte di Prato, posso fare una pausa caffè. Non se lo fa ripetere due volte, si presenta con le paste al cioccolato e un sorriso bellissimo; ma lo sento sconvolto e mi sconvolge. Dice Ho sognato di precipitare nel vuoto. Una solitudine fisica spaventosa, dice Ho provato l’esilio del corpo che cade nel vuoto, dice Solo il tuo abbraccio poteva salvarmi.

I fatti lavorano in silenzio dentro di noi. Mi sento rispondergli cose che mi fanno stranamente male, mentre le dico: Caro Lollo, il tuo sogno ti ha detto quello che io non avevo il coraggio di dirti: non provo più attrazione per te, non sono più innamorata, non posso abbracciarti. Non aspettare che io torni indietro, non ci sono spiragli.

L’ho visto diventare bidimensionale, il cuore gli si è sfaldato in petto come un’ostia e il mondo non lo raggiungeva più. L’ho ucciso in quel momento. Senza neanche sfiorarlo. Per quello.

[continua...]

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Gino Castaldo, "la Repubblica", 7.2.18 - Maria Grazia Calandrone, partendo anche lei da La ballata dell’amore cieco, arriva lontanissimo, con un piccolo romanzo di nera che naviga tra cronache reali e fantasia. E inventa una detective di nome Carla che tra i nomi di De André non c’è, ma ci sarebbe potuto essere. Il rapporto tra invenzione e notizie era tra l’altro una delle modalità tipiche della scrittura di De André, che non di rado trasfigurava spunti della realtà e perfino di cronaca, fino a renderli talvolta irriconoscibili [...]

Luigi Milani in "GraphoMania"

magari non mi avesse mai abbracciata (carteggi letterari, 2017)

in Deaths in Venice racconti dalla laguna

magari non mi avesse mai abbracciata
 
Venezia, cappella del carcere della Giudecca. Dall’intervista di Franca Leosini a Nadia Frigerio, accusata dell’omicidio della propria madre Eleonora Perfranceschi.
 
Dicono che questo dolore non ne voglia sapere di finire perché ha a che vedere con qualcosa che ti precedeva. Non è così. Tu esisti. E mi hai danneggiata. Sei tu ad aver compiuto contro di me la tua ostinata opera di rimozione.
Mi viene sempre in mente una ruspa gialla, con la benna larga, che allontana una massa di detriti. La massa di detriti è la mia vita, sono io in persona, che vengo spinta fuori dal giardino
senza appello.
Massa di gioia già concepita che viene espulsa. Tagliata fuori. Aborto. Ma ero viva. Madre-cesoia. Veleno Madre. Guardami. Tra il pozzo, le panchine e le file dei panni al sole da ritirare.
 
Guarda l’acqua, che scorre senza forma in una città
dove la terra quasi non è terra
e l’acqua compie il miracolo quotidiano
dell’erosione.
 
lavo le patate per il pasto di mezzogiorno delle detenute. lavo tutto con cura. l’acqua cancella la terra
 
La forma di questo liquido (carbonico e limaccioso
per i detriti che trascina)
è data dagli argini, che contengono
la sua pura energia, coronata da piccole barbe di alghe flottanti.
 
per abitare da mia madre dovevo pagare. siccome non ero una pensionante estranea come la prostituta slava, il mio vantaggio era potermi cucinare pranzo e cena in casa sua. ma ciascuna comprava con i propri soldi. dividevamo pure le bollette. avevamo due linee telefoniche separate
 
Superflua e inutilizzabile, l’energia dell’amore non vissuto
si trasforma in sostanza radioattiva.
 
ero come corrosa. nessuna gioia era limpida, nessuna festa. forse perché le cose belle che mi capitavano contenevano l’amarezza di non potergliele dire
 
Il fiume scorre scavalcando se stesso.
Se stesso è pieno di cose estranee.
Vale anche per gli uomini.
 
mentre ero in coma disse che se morivo lei si vestiva di rosso. me l’ha riferito la vicina di letto
 
Il fiume scorre scavando se stesso
fino alla piana roboante del mare, che dai bastioni
vediamo mulinare
intorno all’isola di San Michele, battere
sulle sponde come bussando
alla porta chiusa
di un cuore lontano.
 
ha più vita la camera adesso che quando lei era viva
 
Le verticali degli argini delle murate sono l’esoscheletro
dell’acqua. La forza brutale, la naturale espansività
dell’acqua, riceve dalla resistenza degli argini e dei pilastri
una consistenza passiva.
 
magari non mi avesse mai abbracciata. magari non mi avesse avvelenato il sangue
con la memoria della sua dolcezza. dura, doveva essere. dall’inizio
 
Esiste solo come direzione, l’acqua. Intendimento cieco della materia
calamitata dalla gravità. La sua forma
esiste come riflesso di un’altra forma, solo in quanto risposta obbligata, atto notorio, documento di altro da sé.
 
lui aveva alle spalle una vita disastrata come la mia. da ragazzo, viveva con i giostrai, poi si era accompagnato a un travestito
 
Tutti abbiamo paura del mare
che fiotta come sangue
contro le barricate.
 
quando si è soli, ci si affeziona pure a un cane. io mi ero affezionata a un cane con un cervello. avevamo una casa. io mi prostituivo saltuariamente
 
L’amore chiede una risposta reale, è fatto di materia che incontra altra materia
e si modifica. Così, apprendiamo l’inimmaginabile. Altrimenti, ci abituiamo alla morte.
La morte è quando non succede più niente.
La morte è quando rimaniamo uguali.
 
l’ho avvolta nella coperta piccola che usava di sera per guardare la televisione, l’ho caricata sulla macchina e l’ho portata via. nessun sentimento. abbiamo fatto della strada sotto l’acqua nel buio verso il bosco. quella che guidava non ero più io. il corpo è ruzzolato giù nel fossato, nel freddo e nel temporale. temevo solo di essere scoperta
 
L’acqua scura che a notte schiuma e batte i pilastri
porta le larve, le barchette e i fantasmi
delle migliaia di lettere non spedite.
 
io cerco l’amore, anche di una donna. ho bisogno di sentirmi amata da una persona. ma in realtà mi aspetto poco. niente. solo una vita amara
 
È qui che va, l’amore non vissuto. Fluisce
fino a dove confluisce
e, dove confluisce, smette
di essere identificabile. Da questa mancanza
di identità, non si torna più indietro.
 
anche la madonna mi ha abbandonata. sto in una solitudine senza madre. piega la testa
sulla mia solitudine, per una volta
guardami ancora come mi guardavi. una volta.
 
 
Roma, 24 ottobre 2016

guarda il video della lettura in "Estate Romana Reloaded" al MAXXI (6.7.17) con introduzione di Andrea Cortellessa: qui nell’abisso del cuore sprofondiamo senza rete, sino a toccare forse la matrice originaria, l’archetipo di un sentimento denso, pesante e senza remissione qual è il disamore: "superflua e inutilizzabile, l’energia dell’amore non vissuto si trasforma in sostanza radioattiva"

Per voce sola - monologhi teatrali con disegni, foto e cd (ChiPiùNeArt, 2016)

Per voce sola - per acquistare su Amazon

 

lamammapiùbelladelmondo
(7.10.09)

Pochi avvenimenti, felicità assoluta (2.10)

La scimmia bianca dei miracoli (18.12.10)

elle
(15.1.16)

 *

cd allegato Sonia Bergamasco con EsTrio in Pochi avvenimenti, felicità assoluta

nota sonia bergamasco
postfazione andrea breda minello

 

da La scimmia bianca dei miracoli
Ragionamento della scimmia (Biblioteca Vallicelliana, 1.6.11)

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  da lamammapiùbelladelmondo

storia liberamente tratta dal programma televisivo “Chi l’ha visto” e già parafrasata in versi nel volume Gli Scomparsi (Gialla Oro pordenonelegge, 2016)

SINOSSI
Annina, madre di Angela, una bimba di nove anni, entra in coma a causa delle percosse ricevute dal marito. Si sveglia “incapace di intendere e volere”: viene internata e la sua bambina viene data in adozione. La mamma invoca invano la figlia per trent’anni – dopo i quali, grazie all’intervento di una nipote che chiede aiuto ai giornalisti televisivi, le due donne sono finalmente una di fronte all’altra. La mamma non riconosce in quella donna adulta la bambina che tanto ha chiamato.
Testo – intrecciato a pochi versi tratti da Il seme del piangere di Giorgio Caproni – sulla irreparabilità del danno e sulla opportunità di un Mondo delle Idee più vero del vero.

PERSONAGGI:
Annina
Angela (ovvero Angelina quarantenne)
voci fuori scena: il Marito
Angelina bambina

[...] III
monologo di Angela

Interno, una camera da letto signorile.
Una donna sorride nel sonno e si sveglia, ma la sua voce ancora sta sognando

Angela:
Nella sua bocca c’è il buio clamoroso dell’inferno e un dialetto lunare,
c’è un corpo che mostra il vero sangue, il fiore nero di una sposa e il mare scosso da scudi di puro acciaio come ombre di aerei in quota sul mondo
e il mondo è retto da palafitte di sabbia e tutto quasi crolla ed è fondato solo sulla voce che viene come una traccia smagnetizzata
su dalla bocca.
Quella voce ha un odore – cannella e zucchero – che mi riguarda e ha una eco di prato, un tonfare di calci tra reflussi di sole
a capofitto nelle reti.
La voce viene dallo spiazzo nudo e senza maltempo che ho qui, poco sotto la fronte.

Annina, fuoricampo:
Io vengo fino a te
dal mondo prima dello scisma, dove la voce è fatta per chiamare, non per disperdere. 

Angela:
svegliandosi un poco ancora, lievemente più narrativa

La sua bocca mi chiama dai sogni fin da quando ho memoria, con un filo di voce fin da quando ho memoria, sembra un rimescolio di tutto il mare dietro, una pesca assolata nella mischia schiumante del mare e intorno vedo il corpo, alto e gremito come la montagna.

Lei è un albero, con tutte le radici nelle profondità della mia vita
e rincresce coi piedi sul mio petto.
Porto una donna in piedi sul mio petto con la mano perfettamente eretta e la bandiera di una voce nuda che mi chiama. Il corpo è vero e la sua mano tesa mi interessa, anche la posizione della voce che dice:

Annina, fuoricampo:
Io resisto, io per te
sono rimasta alzata come l’albero, sono il corpo che vedi di spalle di fronte al mare e la nave con la chiglia laccata dall’azzurro.

Angela:
Tutti abbiamo un barbaglio di sole perfetto tra le foglie perfette mai esistite, perché il tempo ha pietà delle sue pietre: spreme un mero significato dai corpi mentre li disfa, cava già in vita il fuoco fatuo dei corpi che sgretola.

Ecco: l’unico bacio dato senza pensiero mentre il sole moriva, come se il mondo fosse col sole trascinato al di sotto della coscienza e veramente fossero oscurati i suoi legami, ecco un mattino di cristallina luce dentro la quale il corpo era tutto colpito e presente, ecco la fiamma ancora viva della filosofia e le risate davanti al fuoco acceso dall’amico, per quel bicchiere di vino talmente malvagio che non potemmo più ignorare la nostra innocenza.

Eccoli, tutti insieme, i momenti nei quali sono stata felice, che adesso che mi vado facendo vecchia si infilano da soli sul filo di una stessa Era e mi sembra di avere vissuto una continua allegria, una tondezza quasi insopportabile, dove sfolgoro e sorgo come il globo del sole e me la rido!


E così, sarò pronta a partire da orfana, come chi è appagato.
Queste sono le miniere del mio paradiso, la gioia di chi ha imparato a scegliere le illusioni…
Io ho perduto già tutto una volta, dunque sono immortale.

si alza e comincia a passeggiare infiammata nella stanza

Sono costretta dal mondo a dirle illusioni!, e invece so che la natura agisce come noi sopravvissuti, come noi immortali, come noi già morti una volta per il grande dolore, noi che non abbiamo più paura del Massimo Spavento della morte, perché ormai non possiamo rimorire.

Altrettanto immortale la natura. La natura conserva ogni molecola, non butta via nemmeno la sua polvere. La natura trasforma ogni male: fa di un morto una toppa di corteccia, un volatile, di ogni ramo caduto: grasso concime, per tutto l’altro pino ancora in piedi che rigoglia e che splende verso il cielo, fino a che ricadrà.

La natura è ironica e segreta.
Mangi una mela, e poco fa era il corpo di un colombo.
E tu: chi eri tu, quale corpo, quale mischia amorosa di organismi, quale insetto? Come sei entrato nelle tue scarpe, sai dirlo?, da quale ammasso di fogliame vieni, da quale marcio, da quale rapimento, da che larva, da che osso caduto dalla bocca di un cane, da quale aquila che ha guardato la terra e ha voluto chiudere le ali, da che fasciame di nave venuto ad arenarsi tra i cetacei e la sabbia remota degli oceani, da dove viene il muscolo del cuore che hai lasciato
a traboccare in quell’unica notte e in quanta nuova dolcezza, in quale mai sorriso o zampettare o torcersi o innalzarsi verrai diviso dalla morte?
In quali forme apparirai fino alla fine del mondo?
Attraverso che strani mutamenti porterai il tuo amore alla fine del mondo?
Sarai una scimmia, un lemure, un gabbiano, sarai un alieno, un verme – così calmo e insolente, perché hai lasciato che l’amore ti facesse vivere come fa vivere una spada:
l’amore senza terra
la foglia d’oro
che porterai alla fine tra le labbra
l’orofiamma che lascerai cadere
solo ai suoi piedi.
Niente si è mai disperso.
Niente che è stato vita va perduto.
Niente come la morte ama la vita. 
Dirai allora che il nulla non esiste
che il vuoto è un’invenzione di chi ha sconfitte da giustificare. Allora tutti vedranno
che alla foglia risponde tutto il corpo,
che il mio corpo è il tuo nome.

siede sul bordo del letto guardando fuori dalla finestra con una tragica dolcezza primaria

Adesso sono un sasso sgretolato dall’impeto del fiume che non smette
di farsi avanti, verso la distrazione. Mamma, mia
casa, Itaca. Più scompaio, più ti vedo.
Il tempo ha raddrizzato la tua schiena.

Io non voglio più essere salvata, io voglio fiancheggiare la tua morte apparente. La mia vita è una macchinazione lenta per arrivare a stare faccia a faccia con la radura emersa dal tuo volto. Ho spolpato la terra fino alle ossa sepolte dei cervi, sono il cranio sepolto del tuo cane da caccia, la sua orbita che ti guarda da sottoterra con lo stesso amore, mi sono aperta come la foresta, ho le orbite vaste come laghi montani. Io non sapevo più dove cercarti, subivo le spallate dei cinghiali e sanguinavo dal basso, nel mio cuore di fango: ti aspettavo, scavavo.

Io sollevo la terra fino alla bocca, io pronuncio e divoro la terra per essere presa sotto forma di terra nella tua bocca
immobile, io navigo
verso di te in mezzo alle tempeste
e alle alte e basse tentazioni come Ulisse e mi trasformo per raggiungerti e infine niente sarà potente a paragone della mia gioia e del mio perdono – quando sarò come te capace, ampia e trasformata
in ogni cosa pensabile. Ovvero sarò niente, niente... sarò monda, pura, cocente – sarò
il mondo,
espansa e indifferente come il mondo
che tace sotto ognuna delle sue rovine e non dà altro
che bene.

Sono ovunque tu sia, sono la terra, sono ovunque tu voglia calpestarmi. Questo diventa un’orfana. Così un’abbandonata
annulla la sua perdita: diventando generica, essendo ovunque, cioè niente in nessun luogo. Un’orfana di madre è colei che non è. Io sono uno strumento musicale di acciaio da cerimonia.
Ecco da quale luogo lei mi chiama e canta: Ancilina, Ancilina...

La voce di Annina si sovrappone sussurrando a quella di Angela

Annina:
Ancilina, Ancilina...

Angela:
Dice solo il mio nome, detto così, che sembra
il nome di un pupazzo, di un dinosauro, il nome di quei prati che profumano d’aria, nome di vele gonfie di vento e semplici – e delle nuvole che stanno in sospeso sulle marine giovani, posate dalla mano di un bambino. Si sente il mare vicino, che si può raggiungere a piedi, nel mio nome
detto così.

E mi fa dei regali bellissimi, bambolette
di pezza e rami, vestitini di foglie con le trame di filo di ferro.
Costruisce biglie
con gli aghi di pino e il fango, piste tutte contorte dove farle girare.
Certe notti mi porta strane cose, cucinate in grandi piatti bianchi, piccole sfere verdi in una salsa gialla di burro fuso e quadrati di polpe salate, con l'uva passa e i pinoli.
O tiene nelle mani stampi di cotto color senape, con sopra le lucertole a sbalzo che pare debbano saltarti in bocca mentre affondi il cucchiaio nella crema bianchissima con le codette colorate a pioggia e gli amaretti al fondo come un sorriso ironico, in tanta esagerata dolcitudine.
E, mentre lei cammina
canta, quel lunghissimo canto muto come una combustione lontana, una cosa che arde in un angolo senza cedere mai
alla tentazione della calma e del freddo.
Tutto il suo corpo è chiuso in un richiamo – ma sereno, come si chiama una cosa vicinissima, che si sa che sta già per voltarsi, per dirci – eccomi, sono io, sono qui...

Si sente la voce di Annina che canta "Yumeji’s Theme" – e Angela le fa la seconda voce

Angela:
E infatti sto per dirglielo e non riesco
mai, so soltanto ricevere dalle sua mani quei cibi e quel sentimento di sole come un’ostia – e tacere.
Però a volte non vedo il suo volto, sento solo la voce che viene
come da dietro una tenda pesante
ed è amorosa e buia, con dentro tutto il bruno delle sere d’inverno, quando non si può uscire per la grande tormenta che ulula in cerca della pace dei nostri letti e si passano ore a raccontare storie, che ancora più fanno rabbrividire.

E poi vedo la donna crocefissa, lontana, quel corpo grande come una montagna, quel corpo umano grande come il mondo – e che del mondo ha la dolcezza e la realtà, è qualcosa che posso toccare:
un sogno
che interrompe un sogno, la gran pozza di mare nella quale io nuoto da sveglia. Tutto il giorno
dopo che l’ho sognata, io sto come seduta sul mare – e lei è al mio fianco, e mi tiene la mano, guardiamo davanti
e basta.

Marito:

"Annina tutta odorosa
di camicetta e di rosa
(Annina appena sposa
da un'ora) con fantasia
sporgeva di ciclamino
il braccio, cui via via
dondolando commosso
al saluto, rosso
tinniva il cornettino
di corallo, al polso."

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frammento dell'intervento di Maria Grazia Calandrone su Clara e Robert Schumann, ad apertura dello spettacolo "Pochi avvenimenti, felicità assoluta. Scene da un matrimonio" per Estate romana, "I concerti nel parco" (Casa del jazz, 12.7.17)

NADIA AGUSTONI in punto critico 2 (23.9.16)
La mancanza assoluta non si dà comunque mai, il ricordo può ricreare sempre, al di là del male patito. [...] quell’amore che, non riconoscendo nient’altro che l’antico volto, lo innalza a voce nella propria voce. [...] La passione di vivere, anche quando l’oggetto d’amore è stato danneggiato, è accettazione di ciò che l’amore è: accogliere la nostra imperfezione. [...] La voce si pone in un lucido ripercorrere gli eventi e la propria storia, non per ricomporre, ma per appartenere, come ognuno appartiene a se stesso: da straniero. [...] Non è un dire “al femminile”, ma amare in un’altra parola.

CARLO DUTTO in CloseUp (7.2.17)
Il libro, impreziosito da foto e disegni dell’autrice, contiene quattro monologhi di grande intensità scritti per Sonia Bergamasco. I testi, alcuni dei quali già rappresentati, sono: lamammapiùbelladelmondo, ispirato a una vicenda reale di cui ha parlato la trasmissione Chi l’ha visto?; La scimmia bianca dei miracoli, che affronta il tema della perdita e della maternità; Pochi avvenimenti felicità assoluta, dedicato all’amore tra Clara e Robert Schumann; Elle, abbecedario esistenziale che racconta il viaggio nell’umano compiuto da una creatura aliena. [...]

GIULIO FRAFUSO in Close-Up (24.10.17)
Per voce sola. Un titolo musicale, a suo modo. Senz’altro, un titolo che pone al centro del discorso la voce come portatrice di parola, come veicolo di un linguaggio che comunica, certo, ma al tempo stesso allude. Perché, nella realtà teatrale di Maria Grazia Calandrone, il fonema è, sì, verbo che rimanda ad un preciso significato, ma è al tempo stesso suggestione sonora capace di rinunciare a ogni carica enunciativa per scivolare nell’assoluta libertà di una musica che non ha altro scopo che significare se stessa.
E questo è ampiamente dimostrato sia nelle parti dialettali di lamammapiùbelladelmondo (dove la parola si fa suggestione sonora di un mondo arcaico, pregno del ricordo della tragedia greca, anche a livello tematico) sia in Pochi avvenimenti, felicità assoluta che elegge a protagonista di un lungo, delicato monologo Clara Schumann, moglie del grandissimo Robert, ma musicista e pianista a sua volta.
La musica, si diceva, la grande protagonista occulta del libro di Maria Grazia Calandrone edito dalla casa editrice Chipiùneart. Che è, sottolineiamo, un libro di teatro, ma quasi per accidente, quasi per un beffardo gioco del destino. Perché queste brevi trame che prendono corpo nello spazio spesso privilegiato del monologo (tante volte più interiore che eterodiretto) pur rivelando spesso una notevole qualità scenica (e non a caso trovano un’interprete privilegiata in Sonia Bergamasco), sono prima di tutto palestra di un lungo lavoro sulla parola e sulla voce che in qualche modo se ne deve fare carico.
Una parola densa, spesso quasi materica, tutta fondata sulla gravità del suono e sulla possibilità di proiettarsi nel vuoto, per riempire lo spazio. In questa qualità aggettante, in questo bisogno di riempire, si rintraccia probabilmente la qualità del tutto teatrale del linguaggio della Calandrone. Perché la sua non è parola che resta confinata nello spazio mentale della lettura muta, ma ha bisogno di allargarsi, di sfondare i limiti dell’astrazione per diventare esperienza sensoriale.
Anche per questo, probabilmente, si è sentito il bisogno, nel preparare la composizione di questo piccolo e raffinato libricino (non si arriva a 140 pagine, comprese quelle di cortesia) di superare l’impaccio della mera lettura riempiendo i fogli con un’inesausta aspirazione alla sinestesia. Ed ecco allora che si affacciano a interporsi all’occhio leggente, fotografie e disegni della stessa autrice che sfondano la superficie bidimensionale della pagina in cerca di suggestioni visive. Come pure ecco affiancarsi al libro un bel cd che legge per noi, la parola poetica dell’autrice.
Leggere i quattro testi che compongono Per voce sola, è dunque, esperienza ben più complessa della mera lettura di un reperto di letteratura teatrale. Piuttosto è allargamento di orizzonti in un continuo non accontentarsi perché è il testo stesso a comporsi e ricomporsi in strutture sempre cangianti che vanno dalla linearità prosastica a improvvise isole di versi in un continuo accarezzare il silenzio (e il buio della scena che ci indoviniamo sotto) fino a scivolare nell’estrema linearità del canto (e si pensi in questo senso all’aerea gentilezza di Elle).
Insomma un libro intrigante, questo Per voce sola, in cui si lascia presto il razionale bisogno di capire per concedersi all’abbandono dolce nelle braccia di una poesia giammai consolatoria, estremamente femminile e straordinariamente universale.

Il libro degli allievi. Per Biancamaria Frabotta (Bulzoni, 2016)

da "Il libro degli allievi. Per Biancamaria Frabotta" a cura di Alessandro Giammei

contributi di: Marco Caporali, Paolo Febbraro, Melania Mazzucco, Mario De Santis, Stefania Benini, Giommaria Monti, Pietro Pedace (nella memoria di Tommaso Giartosio ed Edoardo Albinati), Maria Grazia Calandrone, Simone Caltabellota, Vania De Luca, Nicola Sguera, Stefano Carta, Barbara Castaldo, Michele Fianco, Massimiliano Tortora, Andrea Annessi Mecci, Giovanni Battista Elia, Simone Zafferani, Davide Toffoli, Salome Buttarazzi, Monica Venturini, Elisa Donzelli, Irene Teodori, Carmelo Princiotta, Alessandro Giammei, Giovanna Amato, Martina Piperno, Marzia D'Amico, Laura Ferro, Gabriele Sebastiani e Annamaria Piccigallo

Gli occhi della pantera

L’incontro con Biancamaria Frabotta per me ha significato l’ingresso nel mondo della letteratura vivente. La parte per il tutto. Ma anche: l’inizio di una rivoluzione.

L’incontro è avvenuto durante l’anno del Signore 1990: occupazione dell’Università, protesta nazionale contro la riforma Ruberti, che apriva la strada alle privatizzazioni. La svalutazione dell’umanesimo, cominciata negli anni Ottanta con Fininvest, veniva assunta e formalizzata dal mondo della cultura. La cultura strizzava l’occhio al mercato. Allarme rosso! I malumori degli studenti si agglutinarono in forma di Pantera. Chi c’era, ricorda. Per chi non c’era: una pantera vagava inopportuna e inafferrabile per le strade di Roma, predava ovini nelle periferie Nord: venne immediatamente eletta a simbolo del desiderio di giustizia e libertà di noi ragazzi, che desideravamo essere eversivi, sinuosi e pericolosi come quel felino, panthera pardus, inaddomesticato e fuori luogo.

Ma l’esplosione fu emotiva, generosa, non violenta ma non meditata: ci mancava un solido programma alternativo a quello curricolare. Provenivamo tutti da un decennio che aveva gettato le basi sociali dell’individualismo che sta ancora ammalando il nostro paese. Divide et impera. Non eravamo abbastanza politicizzati per ideare una riforma funzionale: in quel clima di euforia generale e di buona volontà, si ragionava sul da farsi in assemblee confusamente democratiche: cercavamo soprattutto la strada di una perduta collettività. Ricordo le interminabili discussioni circa l’opportunità della nostra apertura ai lavoratori, ricordo le gioiose incursioni del P.I.C., Pronto Intervento Creativo, costituito per la maggior parte da variopinti, esuberanti ragazzi del Dipartimento di Cinema e Spettacolo.

Io venivo da una identica realtà interiore, ma profondamente diversa nei fatti: accudivo da anni una nonna amatissima e l’avrei fatto fino alla sua morte, perciò coinvolsi i miei nuovi, compiacenti compagni, in letture collettive presso il mio domicilio. La mia libertà di movimento era limitata dai ritmi ordinatissimi della gestione di una donna in permanente pericolo di vita, così i nuovi amici, a cadenza settimanale, traslocavano in gruppo nelle mie stanze semivuote e multicolori: l’arredamento – scrivania, comodini, librerie – era costituito per la gran parte da pile di cassette della frutta e bancali di legno, che avevo variopinto con le bombolette spray. Eravamo straordinariamente liberi, dentro i confini della mia prigionia amorosa. Mettevamo a frutto l’incontro fortuito, ci accaloravamo sulle rispettive scritture e sulla facoltà di intendere e volere la poesia. Credevamo nella rivoluzione della bellezza: “SI PUÒ FARE!!”, stabiliva lo striscione teso sul muro esterno della facoltà di Lettere e il ben noto “LIBERTÀ È PARTECIPAZIONE” era impresso sulle scale del Rettorato, accompagnato dalle impronte rosse della Pantera. Ma eravamo premuti dal malcontento di alcuni compagni, che si trovavano travolti da una microrivoluzione che non avevano deciso, mentre loro desideravano sostenere regolarmente gli esami della sessione invernale.

Questo il contesto. Biancamaria Frabotta aveva gli occhi azzurri, intelligenti e  ironici. Fendeva la piccola folla che abitava i corridoi e le scale della Facoltà di Lettere e Filosofia sventolando le ali della sua fascinosa mantella da Zorro. Io salivo e scendevo fasciata in un impermeabile bianco alla Humphrey Bogart. Ero curiosa e testarda.

Da questo contrasto non poteva che nascere un affetto profondo.

Lei era fra i professori che si tenevano dalla nostra parte e alimentavano la nostra esperienza con il racconto della propria. Alcuni si erano messi a disposizione per tenere sporadiche lezioni, o seminari autogestiti. Fra questi ultimi: Biancamaria Frabotta, benché fosse in congedo. Col cuore in gola per le sorti della mia figlia novantenne, mi concessi di non mancare un solo appuntamento del seminario autogestito di poesia. In un contesto emotivo euforico e propositivo, per me che ricordavo i collettivi studenteschi del 1977, incontrai dunque la poesia contemporanea, ovvero la mia sede naturale: scoprii Ora serrata retinae di Valerio Magrelli, che analizzammo insieme su suggerimento di Simone Caltabellota – e poi Giorgio Caproni e Vittorio Sereni, quando, immancabilmente, cominciai a frequentare le lezioni regolari di Frabotta, durante la successiva annualità.

Mi ero malauguratamente formata, contro ogni mia volontà, in un asfissiante collegio di suore, dove la mia persona era stata costretta a coabitare con un’inappuntabile (quanto per me inappropriata) apparenza formale. L’indimenticabile divisa blu con camicetta bianca abbottonata. Trasgredivo slacciando bottoni di camicie, polsini e giacchette, lasciando penzolare camicie oversize fuori dalla gonna di ordinanza. Un impulso che sarebbe diventato uno stile. L’indimenticabile solitudine dei pomeriggi passati nel refettorio a leggere libri proibiti, studiare filosofia e scrivere poesie delle quali non resta più traccia. L’indimenticabile 3 preso in un elaborato su Petrarca, nel quale, come mia consuetudine, ero andata fuori dal seminato. Imparai a prendermi la libertà dove era impossibile.

Arrivavo ai corsi di Frabotta arrabbiata, timida e sempre di fretta. Tanto quanto lei era serena e solida nella sua cultura, elargitiva e intelligente, pronta alla sfida e a un insegnamento fatto con l’esempio. Biancamaria è un’insegnante carismatica e maieutica: più che spiegare, presenta un mondo, affascina e induce a seguirla. Io facevo obiezioni per la gran parte inopportune, lei mi accusava spesso di primitivismo. Perbacco, se aveva ragione! Però, la divertivo. Le facevo domande sull’umano, lei aveva la generosità e la saggezza di non voler incasellare la mia curiosità. Ero assetata di tutto. Fu presto chiaro a entrambe che, per me, la poesia non aveva a che fare con le classificazioni letterarie, ma era un modo di stare al mondo, una forma di indagine e conoscenza della realtà. Studiavo con passione quello che lei ci offriva. Sopra ogni cosa, Un posto di vacanza e Il seme del piangere. Riconoscevo e salutavo con gioia i morti affettivi di Sereni e “la mamma più bella del mondo” di Caproni, quel lutto che, siccome non va più via, viene cantato come una ninna-nanna, come quando i bambini si cullano da soli perché fuori è buio e il buio è vuoto che dilaga, ora che lei non è.

Poi, una bella mattina, Monica, generosa compagna di allora, consegnò a Frabotta le mie poesie. Indimenticabile la reazione della professoressa, che mi telefonò il pomeriggio stesso: “Da dove le hai copiate?” “Come, copiate?” “Sono molto belle. Ma non è poesia italiana”. Certo. Ignorante com’ero, ero libera. Anche dall’influenza letteraria nostrana e da ogni altro genere di condizionamento stilistico, ma anche umano. Frabotta, anche quando la nostra divenne l’amicizia che oggi è, è stata una maestra illuminata: ha avuto l’accortezza e l’acume di ritirare la sua influenza dalla mia poesia, della quale riconobbe la forza proprio nel nucleo della sua debolezza. Da critica esperta e militante, ha mantenuto un profondo e intelligente rispetto per la mia natura, così diversa dalla sua, non ha voluto fare della mia poesia una costola della sua poesia. Io sarei stata goffa nei suoi panni. Le sarò sempre grata per quel passo indietro.

Fu l’inizio di un’amicizia intensa, che dura da allora. E della quale sono grata all’utopia, che per noi ha preso la forma nera di un felino dagli occhi gialli. Fuori luogo e fuori tempo, ma: vivo.

Roma, 15 gennaio 2016

poeti e prosatori alla corte dell'Es (AnimaMundi, 2017)

contributi di: Donatella Bisutti, Franco Buffoni, Maria Grazia Calandrone, Milo De Angelis, Alessandro Defilippi, Laura Liberale, Franco Loi, Fanca Mancinelli, Umberto Piersanti, Fabio Pusterla, Giovanna Rosadini, Francesca Serragnoli, Miro Silvera, Giovanni Tesio

1) Quest’anno (2016) ricorrono i 150 anni dalla nascita dell’”analista selvaggio”, la cui celebre frase <<non è vero che noi viviamo, in verità noi in gran parte veniamo vissuti>> ha trovato eco nelle testimonianze di molti autori sulla nascita delle loro opere. Per citarne solo alcuni, Jean Cocteau affermava << noi non scriviamo, siamo scritti>>; Edoardo Sanguineti (che si riconosceva “groddeckiano selvaggio”): <<si è scritti oltre che scrivere e più che scrivere>>. Edmond Jabès, forse il più dissacrante di tutti: << ho scritto un solo libro ed era già scritto>>. Si riconosce anche Lei portavoce dell’Es, cioè di una forza misteriosa che ci trascende?

Comincio a rispondere a queste domande nella mattinata per me fantascientifica in cui Trump è stato eletto presidente degli Stati Uniti. Ancora: comincio a rispondere pochi giorni dopo l’ennesimo, incomprensibile sgombero del “Baobab” di Roma, centro volontario di prima accoglienza dei migranti diretti verso il nord Europa. In questo momento la “forza misteriosa che ci trascende” sembra quella del potere economico e burocratico (leggi: paura, formalizzata in astratta durezza legalitaria) di altri esseri umani, che paiono una specie solo in apparenza simile alla nostra, come nel film L’invasione degli ultracorpi. Ma,  poiché sono una poetessa e siccome ho due figli, ho il dovere di non smettere di avere fiducia nel genere umano, dunque rispondo appellandomi alla parte di me che continua a “credere all’invisibile”, per dirla con Cesare Viviani.

Però. Mi ha sempre imbarazzata ritenermi un essere speciale. Semplicemente, i poeti utilizzano le parole per accedere a zone dove altri accedono grazie all’amore, al volontariato, all’arte culinaria o a qualsiasi altra forma di intrattenimento.

Milo De Angelis, nelle prime righe di introduzione alla sua opera provvisoriamente omnia, afferma: “scriviamo con una parte di noi che non conosciamo interamente, che è nostra e non è nostra, che scaturisce da una zona oscura e segreta anche per noi. Segreta e a volte sconvolgente. Ma così deve essere in poesia: per cambiare la vita di chi lo legge, un libro deve sconvolgere quella di chi l’ha scritto.”

Altrettanto afferma, più sinteticamente, Szymborska: “Ve lo dico / dal mio cuore sconosciuto”.

Ovvero: più si indaga, meno si conosce – o meglio: più si sa di non sapere. Anche questo, già detto, dalla socratica notte dei tempi…

Ma sottoscrivo io pure, per esperienza: attraverso le parole, io pure ho accesso a zone che mi erano sconosciute.

Ma non zone di me: ho l’illusione che si tratti di zone interiori di altri e del mondo. Uno psicoanalista old-style a questo punto scuoterebbe la testa pensando a un caso disperato, a una specie di proiettore seriale in forma umana. Ma valichiamo l’immaginario sconforto dello psicoanalista immaginario e confermiamo che è proprio vero: per taluni è così, le parole sono un potentissimo metodo per la conoscenza dell’altro e del mondo. Ponendo un essere umano nella particolare postura meditativa fatta di vuoto che favorisce la scrittura, le parole si inanellano da sole nella sua mente, una dopo l’altra, e lo portano in luoghi dove non era mai stato. Questo è un miracolo quotidiano e riproducibile, qualcosa che non smette di accadere. E il suo accadere non smette di sorprendere. Ogni volta si scende un gradino più a fondo. E, più si scende, più si comprende che la profondità coincide con l’altezza, ovvero con lo sguardo che abbraccia porzioni sempre più ampie di esistente. E però: mai abbastanza, mai abbastanza…

2) Nel lasciarsi andare all’ascolto delle proprie intime profondità <<si spalanca un abisso che può travolgere>> (Andrea  Zanzotto). Poesia, questione d’abisso, come diceva Paul Celan?  Se è vero che la poesia ha una base necessaria e autobiografica, legata forse a un trauma originario dell’infanzia (secondo Jean Paul Weber, ripreso da E. Sanguineti ne “Conversazioni sulla cultura del ventesimo secolo”) e sicuramente agli eventi significativi della nostra vita, ha per Lei anche una valenza salvifica?

Come ho scritto qui sopra, non intendo la poesia come un ascolto delle mie intime profondità, la convivenza con le quali già mi annoia terribilmente nella vita quotidiana. Sarebbe una perversione masochista riportare la mia irrisoria particola d’essere nella zona di vuoto – che è in primo luogo vuoto di sé – e di spaziosità e di libertà nella quale veniamo posti sotto osservazione e talvolta raggiunti dalla poesia. Intendo piuttosto la poesia come una discesa nella parte di noi che è la parte comune all’umano, ovvero in quella zona della nostra persona dove ciascuno di noi somiglia a qualunque altro sulla terra. Prima o poi mi spingerò a includere gli oggetti, l’apparentemente inanimato, in questa vasta similitudine: le ultime scoperte della fisica confermano quel che i poeti intuiscono dall’origine: la materia, l’esistenza tutta, è fatta di vuoto o di relazione. La materia (l’esistente) è esclusivamente: relazione. Altrimenti, è Vuoto.

Ben prima di me Katherine Mansfield si applicò a esercizi del genere. Così scrive di lei Pietro Citati: “Nella lettera a un’amica pittrice, la Mansfield raccontò di come, al mercato, si fermò davanti a un carretto di mele e rimase stupefatta a guardarle. Non aveva altro desiderio che diventare quelle mele. E chiedeva all’amica: «Quando dipingi le mele, senti che il tuo seno e le tue ginocchia diventano mele? O ti sembra una sciocchezza?»”.

In questo senso, dunque, la poesia ci salva: dalla solitudine nella quale veniamo gettati nascendo – e ci salva proprio mentre richiede solitudine al nostro quotidiano, mentre approfondisce il nostro isolamento visibile. Il noto paradosso delle arti…

Ma ciascuno di noi è una moltitudine. Il diabolico (dia-ballo: mettere in mezzo, separare, creare divisione) “io sono legione” vale per ciascuno di noi. Chi di noi non è “legione”? Chi mai ci può ridurre a una sterile assenza di ambivalenza e di contraddizione? Neanche l’amore può. L’amore umano che, come la poesia, per un tratto ci fonde all’universo, annulla le differenze.

Se in un essere umano convivono i due principi di fusione A e P (Amore e Poesia), esso (pronome neutro) comprende di essere composto da galassie in rotazione e materia oscura. Più o meno come un tavolo. La medesima forza elettromagnetica.

Per maggiore chiarezza, riporto uno stralcio di quanto scrissi per la puntata radiofonica di “Qui comincia” del 2 novembre 2015, che chiamai il bacio delle stelle: “la fisica sta scoprendo che la materia è fatta esclusivamente di relazioni tra parti talmente piccole da essere impercettibili, per noi oggi praticamente inesistenti, ovvero che esistono solo in quanto relazione. Niente di reale, quindi, esisterebbe al di fuori di una relazione. La materia che tocchiamo è fatta di relazioni, di movimento e principio di attrazione elettromagnetica. Questa cosa mi è intuitivamente molto chiara e la trovo molto commovente. Mi fa venire in mente il ronzio del cosmo interiore che James Joyce ha voluto riportare nel suo Ulisse. L’Ulisse dantesco è una forma della grandezza umana che, però, non adopera gli strumenti appropriati per varcare la soglia della ragione. Joyce prova a mettere sulla pagina l’irrazionale assoluto, il flusso libero della coscienza, reso con la massima fedeltà possibile: è un altro modo di passare le colonne d’Ercole della ragione. Come se Joyce desiderasse riprodurre la radiazione stellare della nostra anima – i rombi della rotazione delle stelle che sono dentro di noi”.

3)<<Nei sogni siamo veri poeti>> ( Ralph Waldo Emerson) ovvero <<il poeta lavora>> quando dorme (Saint- Pol – Roux).  Per lo psichiatra esistenzialista e fenomenologo Ludwig Binswanger  il sogno è una forma specifica di esperienza (Sogno ed esistenza),  per il regista russo Andrej Tarkovskij  la poesia è << una sensazione del Mondo, un tipo speciale di rapporto con la realtà>>. Quale relazione c’è per Lei tra sogno e poesia?  

Quando ero piccola sognavo di dire ad alta voce, in uno spazio immenso, vuoto e luminoso, poesie che mi parevano perfette. Mi svegliavo desolata di non ricordare non tanto i versi, bensì il mondo dal quale provenivano e del quale provavo nostalgia. Non riconoscevo il mondo sognato nel mondo reale.

Da bambina il mio quotidiano non era felice e quell’altro mondo mi pareva invece perfettamente equilibrato e  buono.

Guidata dalle parole, mi sono immersa sempre più nel mondo che ricordavo di vivere in sogno e a lungo ho creduto di trascurare, così, il mondo così detto “reale” (uso qui questa parola nella sua forma borghese e convenzionale, ma intendendo pure quanto al momento è scientificamente dato sapere sull’esistente).

Andando avanti a vivere, ho capito (ricordato?) che non c’è alcuna differenza tra sogno-poesia e realtà, che la convenzionale dicotomia non è che una imposizione a posteriori della nostra specifica forma di civilizzazione e contenimento delle emozioni in un ordine che dobbiamo per la gran parte, credo, alla sovrappopolazione (qui avrei bisogno del conforto di un antropologo): nelle civiltà antiche, come in alcune a noi contemporanee, gli dei e i morti, personificazioni dell’invisibile, convivono con i viventi e dialogano insieme.

Si potrebbe obiettare che, vivendo, io sia semplicemente riuscita a rendere la mia vita più felice e, dunque, più omogenea ai miei sogni infantili, nei quali, forse, il ricordo di una qualche gentilezza vissuta, teneva accesa la memoria di una meta. Non è così, perché la felicità reale, che pure ho avuto, ha una qualità diversa da quella dei sogni e, soprattutto, è completamente muta. Quel mondo, invece, veniva reso vero dalle parole, veniva distillato e stillato dalle parole – ed era luminoso e interminato come non ho mai visto essere la bella terra.

Dunque ho compreso che parlare di sogni e di invisibile non significa affatto parlare di illusioni e fantasticherie, ovvero di qualcosa di irreale: i sogni, i desideri, i nessi elettromagnetici tra le cose in sé e tra cose e persone, gli influssi impalpabili, onirici e illogici tra persona e persona, sono fatti concreti, lo stadio più profondo e più vero della realtà, ovvero la realtà vista com’è: nella sua completezza e nella sua interezza, composta di visibile e invisibile. Uno sguardo che, credendo di essere realista, si attenesse esclusivamente al visibile, sarebbe lo sguardo recintato e triste di un burocrate, di un santommaso che ha paura della risurrezione e ha bisogno di mettere il dito nella piaga della realtà, per entusiasmarsi, infine.

Le ferite di Cristo sono, per il miscredente, la porta dell’invisibile, la sua prassi. Chi non crede domanda sacrificio, costringe l’invisibile a piagarsi, per dimostrare la propria esistenza.

Io sono laica, intendo la religione come una grande struttura simbolica, amo istintivamente il mondo e, invecchiando, imparo ad accettare che il mondo qui convenuto sia quel che è e ad amare il mondo e i suoi abitanti per quello che sono. I poeti, l’ho scritto tante volte, e gli artisti tutti, portano al mondo una memoria comune. Mi convinco sempre più che, se la vista di quel mondo onirico proviene, come credo, da una qualche memoria collettiva di bene, sia nostro compito morale cercare di portare il mondo reale all’altezza di quanto tutti ricordiamo sognando.

4) Con Freud i sogni sono diventati la via regia dell’inconscio e vanno contestualizzati attraverso l’interpretazione, per non restare lettere mai aperte come già si leggeva nel Talmud. Recentemente alcuni psicoanalisti ritengono più raccomandabile non solo e non tanto interpretare, cioè rendere conscio ciò che è inconscio, quanto giocare col sogno, sognare sul sogno e col sogno, rispettare l'illusione o per ampi tratti favorirla. Riguardo la poesia Elias Canetti, in “Un regno di matite”, ha scritto: << Giochiamo con i pensieri, per evitare che diventino una catena>> e ha ammonito: <<Triste interpretazione! Morte delle poesie, che si spengono per astenia quando vien loro tolto tutto quel che non contengono>>. Lei è d’accordo o ritiene che l’Es venuto alla luce nella poesia necessiti ancora di essere decifrato? È fedele all'Es che erompe nella scrittura o lo tradisce traducendolo? O forse è applicabile alla Sua scrittura la parola tedesca " Umdichtung”(che significa una poesia elaborata a partire da un'altra) ?

Non so mai, non so assolutamente mai cosa scriverò, quando comincio a scrivere. Questo vale ugualmente – e forse più ancora – per commissioni e interviste, inclusa questa. Scrivendo, scopro cosa penso e cosa so. E lo lascio così, nudo, come emerge dalla materia oscura che sono, “dal mio cuore sconosciuto”, come direbbe appunto Szymborska che, poco prima, scrive, concentrando in poche parole una verità durevole: “conosciamo noi stessi solo fin dove / siamo stati messi alla prova”.

Szymborska sopporta e addirittura canta la solitudine umana, la provvisorietà dell’esistente e la destabilizzante casualità del caso. La sua lezione è svolgere questo canto di cose precarie con la leggerezza partecipe che può venire solo dopo l’angoscia novecentesca per la perdita del punto di vista forte e univoco sulla realtà, l’imposizione del quale porta conseguenze ben più gravi che sentirsi una specie smarrita nel nero del cosmo: porta danno e massacro. La leggerezza di Szymborska viene dopo la splendida desolazione eliotiana.

Poesia dunque che, come sempre la poesia, viene dal mondo e dalla sua constatazione e dalla constatazione che di esso hanno fatto altri, poeti inclusi, prima di noi.

Tuttavia, è certamente vero che l’esperienza formi uno stile, ovvero un particolare modo di dire le cose e che, dunque, con la chiave in mano dello stile che abbiamo lottato e studiato e indagato per possedere, si aprono le porte di altre poesie da scrivere e le parole per dire nuovi sogni.

I grandi poeti, però, come credo facciano i grandi psicoanalisti, fanno molta attenzione nell’evitare gli automatismi, cercano di non scrivere sempre lo stesso libro e non vogliono sognare sempre lo stesso sogno, pur mantenendo intatto almeno un cardine di rotazione delle proprie parole, che sono a volte la loro anima stessa, consegnata nuda a te che leggi e insieme a me comprendi.  

5) Il linguaggio è l’archivio della storia, la tomba delle muse: << poesia fossile>>.  <<Un tempo ogni parola era una poesia>>, << un simbolo felice>> (Emerson). <<Gli dei concedono la grazia di un verso, ma poi tocca a noi produrre il secondo >> (Paul Valéry). Oppure:<<Se la poesia non viene naturalmente come le foglie vengono ad un albero, è meglio che non venga per niente>> (John Keats).  Come nasce la sua poesia e come si sviluppa? Quali condizioni la favoriscono?

La fiducia nel mondo. Uno stato d’animo espansivo e fiducioso è indispensabile alla nascita della mia poesia, una disponibilità all’accoglienza e all’ascolto. Per scrivere, è necessario che io mi lasci attraversare dalle storie degli altri, dallo sguardo degli altri, dal punto di vista degli altri.

Ho imparato che esistono tanti mondi quanti sono gli esseri umani che osservano il mondo e dunque, con convinzione sempre maggiore, percorro la duplice strada di indagare questa dolorosa separazione, da una parte accettandola e dall’altra allungando una mano fatta di parole verso il punto della similitudine assoluta. Per lasciare una carezza senza tempo né luogo al centro dell’essere umano.

Questo vuol essere la mia poesia.

6) <<Ogni pensiero inizia con una poesia>> dice Alain ed è noto che nella storia dell’umanità la poesia ha preceduto la prosa.  La poesia ricorda l’infanzia dell’uomo e i poeti sono dei grandi bambini, degli <<eterni figli>> (tema ripreso anche da Sanguineti). Per altri versi, la poesia  afferirebbe al codice materno mentre la prosa a quello paterno: la prima, secondo lo psicoanalista Christopher Bollas (ne: “La mente orientale”) è più legata alla presenza di pensieri – madre, <<strutture (che) mantengono il tipo di comunicazione che deriva dal modo di essere della madre col suo bambino>> con forma sintattica più semplice e più vicina al linguaggio orientale, la seconda al linguaggio occidentale e paterno, basato su espressioni verbali più articolate e complesse che ci lasciano meno liberi, sacrificando l’invenzione a favore dell’argomentazione. Due mondi alternativi, la prosa e la poesia, o due parti che possono entrare in rapporto e/o in successione? Qual è la Sua esperienza al riguardo?

Approfittando della suggestiva distinzione suggerita tra poesia (materna) e prosa (paterna), mi spingo a fare un’ulteriore distinzione, utilizzando la categoria del tempo: la prosa, come la realtà fisica, possiede un tempo lineare – la poesia, come il sogno, un tempo ciclico o immobile. Il tempo lineare è ovviamente il tempo della realtà e della ragionevolezza, dello svolgimento del pensiero logico e del corpo. Il tempo ciclico o immobile è il tempo fusionale, quello della folgorazione, che immobilizza il tempo in un frammento eterno.

Ovvero il momento dell’ispirazione.

L’ispirazione è una sequenza più o meno breve di parole roventi, ancora goccianti dell’amnio dell’invisibile dal quale – in quel momento – sentiamo con certezza di provenire.

Ancora una volta, per esemplificare il mio pensiero, mi rifaccio a una parte di una puntata di “Qui comincia”, alba elettrica, del 21 novembre 2015, dove si insiste sulla contrapposizione contradditoria e successiva di due modalità del pensiero, del desiderio e persino dell’immagine di sé: “il concetto di “immaginario”, secondo Roland Barthes, dapprima  è segno di una pulsione desiderante di radice “materna”, opposta al “simbolico”, luogo della legge, del divieto e del “paterno”. L’immaginario comporrebbe una lingua flessibile e mobile, significante, opposta a quella rigida dei significati. Più tardi, però, Barthes affermerà che “la scrittura permette di liberarsi dall’immaginario, che è una forza molto immobile, abbastanza morta, abbastanza funebre”. Il rovesciamento teorico di Barthes ricorda il rovesciamento dell’immagine di sé (da fragile a mostruoso) che all’improvviso e con orrore di sé afferra l’innamorato, colui che parla il discorso amoroso: l’enorme, lo schiacciante discorso amoroso che – in un illuminante e terribile momento di coscienza – fa comprendere all’innamorato di non essere il fragile soggetto assoggettato che credeva di essere, ma “una cosa ottusa, che va avanti ciecamente, che schiaccia ogni cosa sotto il peso del suo discorso; io che amo, mi rendo indesiderabile, sono messo sullo stesso piano degli importuni” – perché “il discorso amoroso soffoca l’altro, il quale, schiacciato da questo dire massiccio, non trova spazio per esprimersi. Non è che io gli impedisca di parlare, ma so come far scivolare i pronomi: “io parlo e tu mi comprendi, dunque siamo” (Francis Ponge). Talvolta, con terrore, prendo coscienza di questo rovesciamento:”. Dunque l’innamorato, all’improvviso e con orrore di sé, prova vergogna per il modo barbaro con il quale ha condotto il proprio incontenibile amore. Eccola, la sublime vergogna di chi ha schiacciato un altro con il proprio incontenibile discorso amoroso.”

Ovvero con un discorso condotto in un tempo fuori dal tempo, come sempre è l’amore quando comincia: prima di nascere, prima di cadere nel tempo, come ogni creatura terrestre, secondo la bellissima dedica di Marina Cvetaeva al suo Mur: “nascere, piccolo, è cadere nel tempo. / Dal non-dove, non-terra, / così rovinosa / discesa!”

7)Il momento della scrittura o “l'attimo della parola” accade, per Peter Handke,  in presa diretta con l'esperienza; per dirla con Borges (in: “L’invenzione della poesia”), <<la poesia è sempre in agguato dietro l’angolo>>. E per lei? Ha anche Lei un taccuino che l'accompagna in ogni luogo?

Sì. Anche di notte. Prima dell’invenzione dei telefoni portatili avevo una penna luminosa, per scrivere senza disturbare il sonno degli altri.

8)  C’è un altro aspetto del rapporto tra scrittura e ES che vorrebbe affrontare?

No, grazie, mi accorgo di essermi già più volte contraddetta, di avere già divagato e non risposto abbastanza!

Maria Grazia Calandrone vive a Roma: poetessa, drammaturga, artista visiva, performer, organizzatrice culturale, autrice e conduttrice di programmi culturali per Radio 3, scrive per “Corriere della Sera” e “il manifesto” e cura una rubrica di inediti per il mensile internazionale “Poesia”. Tiene laboratori di poesia nelle scuole, nelle carceri e nei DSM. Libri: La scimmia randagia (Crocetti, 2003 – premio Pasolini Opera Prima), Come per mezzo di una briglia ardente (Atelier, 2005) La macchina responsabile (Crocetti, 2007), Sulla bocca di tutti (Crocetti, 2010 – premio Napoli), Atto di vita nascente(LietoColle, 2010), L'infinito mélo, pseudoromanzoconVivavox, cd di sue letture dei propri testi (sossella, 2011), La vita chiara(transeuropa, 2011), Serie fossile(Crocetti, 2015 – premi Marazza e Tassoni, rosa premio Viareggio), Per voce sola (ChiPiùNeArt, 2016), raccolta di monologhi teatrali, disegni e fotografie, con cd allegato di Sonia Bergamasco con EstTrio e Gli Scomparsi – storie da “Chi l’ha visto?” (Gialla Oro pordenonelegge, 2016); è in Nuovi poeti italiani 6 (Einaudi, 2012). Dal 2009 porta in scena in Italia e in Europa il videoconcerto Senza bagaglio (finalista “RomaEuropa webfactory” 2009). Ha collaborato con Rai Letteratura e Cult Book (Rai 3). La sua poesia è tradotta in molte lingue. Il suo sito è www.mariagraziacalandrone.it

da Sulla bocca di tutti (Crocetti, 2010)

La chiara circostanza

La clamorosa dolcezza delle clavicole, la percussione cessata
dei finimenti muscolari, le valvole
che l’hanno finalmente abbandonata
sulla terra, l’angolo umile che fa la testa
per celare il sorriso
sulla cruda colonna del corpo
dice: ti ho aspettato per tutta la vita
ho visto la tua vita
nei miei sogni e tutta, notte
dopo notte, si risolveva nel perdono. In certe svolte
quando il cielo pieno di meraviglia coincideva
con la bolla degli alberi agitati dalla piena
luna, io mi svegliavo
per causa dei tuoi sogni
e portavo il tuo nome come una bandiera
che saliva dal petto e mi rendeva
invisibile: di me
si vedeva soltanto il tuo nome. Io sapevo
che avremmo dovuto terminare vicini
qualunque cosa nel frattempo fosse stata di noi. Adesso
eccomi, sono qui per finire
nella tua fine, per aspirare l’ultimo respiro
dalla tua bocca
e soffiarlo attraverso la bocca
che dopo te nessuno ha più baciato,
al cielo.
 
Roma, 14 febbraio 2008
 
Forme del cranio umano
 
I
Cose fuori dalla portata degli occhi
 
Come per fasciatura rituale
queste croci di spighe
immature
sul corpo anch’esso verde, incorruttibile
calamo
forgiato in un metallo dove attingiamo
nomi, laude
ed è mera materia che impariamo a usare come canto: ecce
corpus
meum
in absentia
carnale
sfruttato in questo altissimo dominio
fin che ha mandato stille
di morte e di rinascita
– quia ad omne supplicium paratum
est, sempre in estasi – raptus
semper, Signora
della Perdita, perché il canto dei morti si accumula
ed è lavoro nuovo – fiore
di campo e rosa
di tutti i giorni.
 
II
Tutta per alto
 
Siedo sola
con l’impressione della moltitudine: arriva
alle spalle
dal non condivisibile
un soffio leggerissimo e continuo
che trascrivo
come il tracciato della febbre
o la moltitudine attiva delle formiche
sulla figura assolta dall’officio umano.
 
29 luglio 2008
 
da Serie fossile (Crocetti 2015)
 
© – fossile
 
metti una mano qui come una benda bianca, chiudimi gli occhi,
colma la soglia di benedizioni, dopo che
sei passata attraverso
l’oro verde dell’iride
come un’ape regale
e – pagliuzza
su pagliuzza,
d’oro e grano trebbiato –
hai fatto di me
il tuo favo di luce
                             
una costellazione di api ruota sul tiglio
con saggezza inumana, un vorticare di intelligenze non si stacca
dall’albero del miele
 
                                   – sarebbe riduttivo dire amore
questa necessità della natura
                                                     
                                                    mentre un vuoto anteriore rimargina
tra fiore e fiore senza lasciare traccia:
                                                              
                                                              usa la bocca, sfilami dal cuore
il pungiglione d’oro,
la memoria di un lampo che ha bruciato la mia forma umana
in una qualche preistoria
 
dove i pazzi accarezzano le pietre come fossero teste di bambini:
 
                                                                                                avvicinati, come la prima
tra le cose perdute
e quel volto si leva dalla pietra per sorridere ancora
 
24.5.13
 
§ – insufflare
 
quando l’ape si stacca dal fiore, la sua piccola struttura composta
di righe sature gialle – fatta
da una dottrina di erbe medicamentose – si comporta
come un oggetto di sconosciuta bellezza
 
quando l’ape si stacca dal fiore, l’intera struttura
dorsale è intaccata da un gelo
lucido e astrale
di bambini lasciati sulla sabbia salata
come costellazioni terrestri
di calce ferma
 
i bambini abbandonati una volta
se ne vanno per sempre, per sempre
tornano
aspirati dal vento
come campane d’acqua
 
sono piccole cose che volano,
                                                 pula
nella copiosa gratitudine
che consuma quei volti
come cera, perché quelli sono
il neutro, la zona orfana
del mondo – quelli non hanno corpo, hanno grandi e sottili apparati
radicali divelti, ruotano come stelle
sopra il tuo corpo addormentato – entrano
dentro la commozione della tua figura semplicemente
soffiando all’angolo della tua bocca
la bellezza ancora addormentata del mondo, quella
che dal primo giorno
sopportano da soli:
                               ora porta con me
lo struggimento, allena tutti i muscoli del corpo
a stare fermi sotto la grande ruota dell’amore:
                                                                          solo la perpetua, solo l’insostenibile
bellezza del mondo
verrà travasata
in te come il più dolce
dei mali, come nell’ancia di una canna che suona
                                                                                – e tu amplificherai
lo splendore del mondo, tu sarai senza involucro
e senza impedimento
 
maggio muta le rotte dei pianeti
dunque se tocchi il muto della creatura,
il suo piccolo rogo di abbandono
dietro le costole, lei si avvicina come si risaldano i pianeti
all’orbita di Giove
e rinasce
e rinasci
                come dai semi addormentati sotto
la zolla, per un legame impetuoso
di obbedienza primaria, lungo una scala ascendente di gioia, da tutto il campo appare
                                                                                                                 all’improvviso
l’imperdonabile, la bellezza perduta
 
25.5.13
 
◌ –all’indimenticabile
 
dunque cominci l’opera manuale
sulle disorientate stelle – come
riordinare l’impervia materia
all’inizio del mondo, riallacciare le stelle una all’altra col filo di una lacrima – riformare le coppie degli
                                                                                                                                              astri: due a due
se ne andavano per il firmamento, compatto
e senza collasso – la materia sapeva
quel che faceva, era
soddisfatta
roteando così
lu-mi-no-sa-men-te
                                   – o – 
                                              stando ferma così, quando doveva,
nella mutezza nera del creato
 
poi venne il lampo e venne l’atmosfera – e con il lampo venne la caduta
della volta celeste:
                                ahi!, rogo
di crematorio, lingua
biforcuta, innalzata fra esangui
monconi
di giuramenti
 
{il rumore di fondo dello spazio è il rumore domestico delle stoviglie, che echeggia a lungo
tra le rovine, questo povero modo di tornare umani}
                                                                                     – a ogni catastrofe, a ogni bruciatura
del nervo del sollievo (lo tenevi sul petto, il magnete
che ordina il caso
e ne fa il tuo destino): per ogni piccolo disastro, per un nonnulla in noi
 
segue il rilascio di un’indifferenza: grigioleggera, lieve come cenere
che non tocca chi tocca
                                      e non consola – come a levante
                                                                                         brucia l’antimateria, lo splendore
 
nero dell’autosufficienza:
 
l’antistante, l’astratto
bene di Dio, che sa di diserzione
se non lo strugge
un rimpianto di quanto fu umano
 
5.6.13
 
Θ – per alba
 
l’anima mia è un dio umano,
                                                un uccello d’altura
 
che ogni notte nidifica nel chiaro
del tuo petto
come un endecasillabo perfetto
                                                                          
                                                     (cosa) bianca e copiosa, ala sottile – rosa
                                                      e roveto, cenere – parva
                                                      tra stelle profuse,
                                                                                    bianco sangue
di spugna tubolare
nel bianco planetario, bianca tigre
seduta ai bordi della bianca strada senza dolore
 
l’anima mia cresce dalle tue ossa
come una rosa da una lingua viva
                                                       – a stille,
                                                                       a emorragia
                                                                                             – dal tuo alfabeto
                                                                                                                           inimmaginabile
 
ma è da questo corpo,
dalla sua silenziosa mietitura
che viene il verbo,
questo pane assoluto
che ti offro, questa bellezza
viva, fatta per te
 
6.6.13
 
evocare l’alba
 
sono io che ti suscito?
 
                                      questa tenera cosa
questo caldo umano
che si leva da te
è tutto fatto dalle mie parole
                                  oppure
preesisteva
 
e risponde al richiamo?
 
 
tu esisti e tu prescindi
sei tu l’origine di questa specie
 
di bellezza parlante
che si offre, orlo
alla tua bellezza
 
viva
 
e incredula,
                     risuscitata
 
17.6.13
 
abbi cura di lei, mi ha detto. sì, ho detto io. amala, mi ha detto. sì, ho detto io. non lasciarla mai sola, perché attraverso il tuo amore lei ama se stessa. e io, non ho potuto più rispondere
 
22.9.13
 
® – mieleambra
 
no, l’amore non ha la crudeltà né la dolcezza
dei fenomeni umani: ha la fermezza della vita che sfonda
il suo particolare: si manifesta, prima
                                                         come una sfumatura, d’oro verde e bronzo
                                                         fuso, nelle iridi.
un colore più denso dello sguardo. l’occhio 
non è più un trasparente occhio umano, è impenetrabile come oro
– e fisso. noi pensiamo: ripesca dai secoli
lo sguardo della bestia. basica, nel profondo. diciamo: ecco l’occhio rotondo e senza palpebra
della tigre e dell’aquila. chiamiamo: tigre-amore. mia aquila, serpente, asina santa.
 
ma per quanto ingannarci? quello sguardo è più intenso
e più giallo: pensiamo allora
a una zolla di limo, all’immortale
fango dal quale siamo fatti: uno sguardo-deserto. pensiamo (ah, la bestemmia!
del pensiero): quando eccede il suo limite umano, chi ama attinge dall’inanimato
il suo colore vasto di deserto e savana.
dunque diciamo: deserto-amore, sguardo immobile della natura sola
 
deserto che rovesci, da quelle orbite disumanate, sopra di me il tuo grano.
 
non è però spiegata la compattezza, la coerenza rotonda della pietra, viva
al centro dell’essere. né il suo ronzio. diciamo allora: fossile (bastava aprirsi
e sentire): cosa comunque
inumana – magnete
prestorico, minerale
neutro
della neutralità della materia.
 
ma non è tutto: in quello sguardo c’è una pulsazione
involontaria. andiamo indietro, prima dello sguardo
opaco della pietra. andiamo a quando il fossile era vivo. andiamo al gesto:
 
ecco la goccia d’ambra
che passa sopra l'animale vivo,
la lacrima
dell’albero spaccato, la fibra aperta come un cuore aperto che trabocca
il caldo della linfa, ecco l’essenza
che si farà pietra, cosa dura
aumentata in bellezza dal suo ospite vivo. imprigionato (sembrerebbe) nel traslucente.
 
ma quello sguardo è il gesto di colare della materia prima
della volontà, che si scinde e rifonde
per contenere altra materia viva: ecco
lo stato liquido del fossile, lo slancio involontario della pietra
quand’era ancora viva e permeabile. quello sguardo è l’assenso della materia
che si schiude e fluisce
verso un’altra creatura della terra
per accoglierla irreparabilmente: un corpoanima
si apre, sgocciola il proprio miele
dentro altri occhi. ogni sua fibra è pronta
a farsi abitare – e, se respinge, ora che fibra
è commista con fibra, deve respingere il suo stesso corpo, deve oscurare il giallo cuore d'ambra.
                                                                                                                                                 eccola!
 
la continua fatica dell’amore: riaprire la materia, il filamento
duro, scostare
                      la fibra gialla, fare spazio alla larva dell’amato
nel rogo della pietra, in mezzo al corpo, dipanare la massa
della materia.
                      eccola!
l’incoscienza dell’amore: retrocedere
al gesto primordiale, al
bello come una scienza naturale: la voce fossile della materia, da tutte
le bocche, da tutte
le fauci, i musi, le cartilagini, dolenti
di gioia e di bellezza degli amanti, continua a dire più
che io ti amo: continua a dire
, come dice il viluppo dell’amore
alla vita che irrimediabilmente
la cambierà. dopo, non c’è ritorno:
                                                      dopo, ogni intercapedine, ogni crepa
lasciata
dai vivi e dai morti alla superficie del mondo
dice: versati!
sul nudo della terra
per raccogliermi,
                          gocciola il miele della tua figura sulla mia
figura, assimila a ogni alba
la mia figura in te, rinnova il patto di conservazione. continuamente,
                                                                                                           , continuamente.
28.9.13
 
lettera immaginaria

                                                dov’ero carne essa era avorio
                                                               (Pier Paolo Pasolini)
 
alba
di tenera
carne, stretta
nell’esoscheletro della Legge
 
nel tragico
mese di novembre
piangeva tutto
 
tienimi forte, fuori
dal limite umano
 
tienimi come una madre
che abbraccia in sogno
 
22.12.13
 
l’usignolo
 
è stato qui un usignolo. non avrebbe dovuto essere qui, ma era qui. e ha cantato tanto. io facevo il mio piccolo canto silenzioso e lui il suo. chissà per chi cantava, forse solo per la dolcezza di cantare. senza scopo, senza vittoria. con la vita all’altezza del suo canto.
 
è così, cara Alba, io cerco che la vita sia all’altezza del canto. è questa la sventura e questo è il bene.
 
io ti ho tutta vestita del mio canto d’amore
io ti ho tutta innalzata, come erba di marzo che buca
la terra dell’inverno, come il raglio di un’asina tra i cardi
lanaioli, la barra alare gialla
degli uccelli del cielo. la tua vita
ha risposto. il tuo corpo
ha risposto
al mio canto. poi, è tornato nel limite. ma l’usignolo, fuori
tempo e fuori dalla terra
calda d’Africa, qui, dal cuore dell’inverno occidentale
 
canta, continua, canta
 
4.1.14

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