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dialoghetto fra il vento e un sasso

DIALOGHETTO FRA IL VENTO E UN SASSO
di Maria Grazia Calandrone e Brunello Tirozzi

Se sei in movimento 
eviti il tormento
del solito argomento
se i pensieri si muovono in testa 
è sempre una festa 
 
ho imparato la calma da seduta:
è la calma dei sassi, la più arguta!
stando ferma e lontana dal rovello
vedo che il sole splende e il mondo è bello
 
seduti su uno sgabello
non si allontana il rovello 
l’ossessione è una prigione
si esca con un grimaldello
 
insegna il saggio che la vera vita
non ha bisogno di essere inseguita
 
correndo non inseguo niente
libero dai fantasmi la mia mente

neppure il saggio insegue, il saggio osserva
con l’occhio acuto e l’elmo di Minerva

non basta osservare
si deve interpretare

mi domando e mi chiedo come possa
aiutare l’analisi della sommossa
esistenza degli uomini e della commossa
vita, il tuo svettare e piroettar , che l’ossa (percossa
su percossa) rischia di far cascare in una fossa!
nessun saggio è mai nato con le corna d’ariete
il saggio è una bilancia, hai fatto un’autorete!
 
la bilancia misura i pesi
ma non aiuta i nervi tesi
Sancho Panza è un saggio bilancia
ma ha la pancia

il saggio non si cura delle zone adipose
ha altro a cui pensare: mulini e rose!
 
il saggio si occupa di molte altre cose
il suo profondo pensiero

esplora il mondo intero
 
dici bene: il pensiero, non la gamba
è quel che muove il saggio. lui non balla la samba!
 
condizione necessaria e non sufficiente
per arrivare a un risultato interessante:
che il flusso dei pensieri 
scorra tranquillamente
come le acque di un torrente
 
il serafico buddha non so immaginare
che sgambetta e va al mare
per trovare un pensiero da pensare
 
se non trovo una parola per un poema
o una formula per un teorema
faccio una passeggiata
e l'idea nuova è arrivata
 
la parola da sola come il sole
sorge
dalle rive del mare o dalle aiuole
che calpesti correndo. non c’è ricetta:
è soltanto l’Amor, che dentro detta!
e salviamo il salvabile, Brunello
(come sempre avviene), affinché il nostro vivere sia bello

Maria Grazia Calandrone e Brunello Tirozzi - con Fabrizio Fantoni e Giorgio Ghiotti - foto Dino Ignani
(Empiria, Roma, 27.1.17)

Edizioni d'arte

2. Dopo aver conquistato un'altra vetta - con  Cosimo Budetta (Ogopogo 2008)

Poeti in classe (pequod, 2017)

l'antologia contiene testi di: Martino Baldi, Vanni Bianconi, Vito Bonito, Domenico Brancale, Maria Grazia Calandrone, Grazia Calanna, Azzurra D'Agostino, Federico Federici, Francesca Genti, Paolo Gentiluomo, Massimo Gezzi, Paolo Fabrizio Iacuzzi, Andrea Inglese, Franca Mancinelli, Matteo Marchesini, Francesca Matteoni, Renata Morresi, Valerio Nardoni, Natalia Paci, Giovanni Previdi, Lucilio Santoni, Luigi Socci, Luigia Sorrentino, Italo Testa, Silvia Vecchini

Mi presento

Vivo a Roma e ho due figli. Mi piace parlare di poesia nelle scuole e nelle carceri, perché la parola poetica rende visibile qualcosa che è invisibile e che unisce, è parola d’amore che lotta, dicendo del mondo come vorremmo che fosse.

Scrivo da quando ho imparato a scrivere, ma a immaginare ho iniziato prima. I miei figli mi hanno aiutata a desiderare di comunicare con la poesia. Quando ero ragazza ricercavo furiosamente una pure stonata armonia, la perfezione linguistica. Volevo che la lingua fosse all’altezza dei miei sogni.

Ora desidero che la mia vita sia all’altezza dei miei sogni. E uso la mia vita per la poesia. Non per parlare di me, ma per mettere le mie parole a disposizione di chi sente gli stessi sentimenti. Ridotti all’essenziale, siamo tutti uguali.

Ecco, io voglio raggiungere chi mi legge proprio nel punto elementare, nel punto dove chiunque somiglia a me, ovvero dove io somiglio a chiunque. Chiunque io stessa sia.

Primo incontro con la poesia

Il mio primo incontro scolastico con la poesia si localizza nella quarta ginnasio. Ma sono andata a scuola a cinque anni, dunque vale come una terza media.

La professoressa Paola Moretti lesse il Notturno di Alcmane nella traduzione di Salvatore Quasimodo (“Dormono le cime dei monti / e le vallate intorno, / i declivi e i burroni; / dormono i rettili, quanti nella specie / la nera terra alleva, / le fiere di selva, le varie forme di api, / i mostri nel fondo cupo del mare; /dormono le generazioni degli uccelli dalle lunghe ali.”). Lesse e basta, senza commento, come lei sapeva leggere. E avvenne il contatto. Si spalancò il mondo dove avrei voluto vivere.

Quelle parole, così scelte, così composte, così vere (il poeta descrive un paesaggio notturno scegliendo nel panorama alcuni indimenticabili oggetti naturali) e nello stesso tempo così immaginifiche (il poeta descrive i fondali marini, che certamente non aveva esplorato) costruivano una realtà alla quale sentivo di appartenere profondamente.

Quella musica fatta di parole (non mi ponevo ancora il problema della traduzione) era la mia terra. Terra fisica, intendo, ché la poesia, quando è poesia, è vero corpo.

Il mio testo per voi

Ho scritto questo testo perché la sola cosa che mi viene in mente di dire ai bambini è che la vita è bella e molto spaziosa. E noi, che conteniamo questa vita spaziosa, siamo molto spaziosi...

un semplice esercizio di libertà

una a una le antere dei fiori
dicono sì
nelle giornate dolci di settembre
 
guarda, il mondo è perfetto,
non avremmo saputo farlo meglio
 
guarda le cose
con dolcezza
e con dolcezza tu verrai guardato
dalle cose:
 
con la tua anima
imita le cose
 
tu, che sei mondo, guarda
i fiori
come se fossi un fiore
e poi guarda
le api
come se fossi un’ape
 
poi guarda i fiori
con gli occhi
dell’ape
 
e vedi rosse, gialle, azzurre, bianche
tazze di nutrimento
fatte per te
 
bevi,
diventa forte
 
allora guardi
in alto
la radiazione azzurra
 
e sei cielo
 
sei la dolce giornata di settembre
che durerà per sempre
 
20.9.14

Roberto Galaverni, "La Lettura" del "Corriere della Sera", 23 luglio 2017

Marilyn non esiste (Aragno, 2016)

MARILYN NON ESISTE (in Umana, troppo umana - Aragno, 2016)
 
1. goodnight honey
 
avresti dovuto presentarti nuda
come una bambina, nuda veramente
al compleanno del Presidente
 
avresti dovuto imbarazzare tutti, essere
 
quell’onirico metro e sessantasei
di nudità lunare, stordire il potere
con il tuo odore perturbante di corpo vivo
 
il tuo corpo era già un eccesso
di generosità – e sarebbe bastato
a non essere sola
 
ma tu, la prima vittima
della tua bellezza,
 
mandavi avanti Marilyn
come un’icona
di pura obbedienza
 
quale idea ti reggeva? quale illesa innocenza o che
malinconia
teneva eretta
davanti a te l’invulnerabile
marionetta,
che sfoggiava il tuo volto
più amabile
 
quale scarica
elettromagnetica, che raggio gamma, venuto
da quale solitudine stellare
teneva teso
l’involucro perfetto del tuo sorriso
 
quale? disperazione
dietro il sorriso
aperto, che studiavi
di rendere il più fatuo e il più radioso
filo di perle
sopra la luccicante,
 
                                  sopra quell’ancheggiante
confezione
soprannominata
Marilyn Monroe
 
Marilyn non esiste, è una maschera
come Arlecchino, una montatura
del carnevale onirico
americano, un’icona circense, un costume di platino calzato a pelle
 
Marilyn è il sarcofago d’oro  
sopra un corpo scomparso
e
– dentro –
sta rannicchiato il fossile di una bambina
con gli occhi chiusi
 
la bambina, se ancora parlasse, direbbe solo abbracciami
perché io non ho anima, solo un’infanzia
rimandata fino alla morte

2. I am just a small girl in a big world trying to find someone to love
 
io non so che vuol dire provare il microfono del Madison Square Garden con una schicchera svagata,
poi spostare il microfono all’esterno
del leggio, perché tutti mi possiate vedere
soffiarvi contro, con smagata dolcezza, una filastrocca infantile
per l’uomo più potente degli Stati Uniti
 
io non so che vuol dire vacillare sui tacchi fino a sparire
con quell’aria smarrita. io non so che vuol dire calcare la mano su ogni dettaglio del corpo
fino a farsi male,
atteggiare le labbra come fossero sempre
sul punto di parlare,
poi rinunciare,
come se il cuore non avesse forza
 
io non so che vuol dire scoprire che la propria radiosità infiamma folle di soldati,
io non so che vuol dire sentirsi morire
quando uomini e donne che ti hanno voluta
ti scrollano via, io non so che vuol dire
quando ti chiamano bambola
e la bambola è la tua stessa carne.
io non so che vuol dire voler essere amata,
io non so che vuol dire voler essere amata
ed essere merce
 
ma so che vuol dire:
faccio tutto, purché tu mi veda
 
so che vuol dire
dire
e non dire:
non lasciarmi cadere. per favore

3. documenti. e la morte sarebbe avvenuta nelle prime ore della sera
 
– “io sono cresciuta in modo decisamente diverso dalla maggior parte dei bambini. per i bambini è una cosa scontata essere felici”, ma io ero un’orfana di madre viva
 
il dottor R. G. [Ralph Greenson, psichiatra], tempestivamente accorso, sembra piantasse una siringa cardiaca tra la sesta e la settima costola di Marilyn Monroe, nel disperato tentativo di rianimarla. o di finirla, come sostengono alcuni
 
– “ora tutti vogliono Marilyn Monroe, ma io ricordo quando ero un’indesiderata, quando nessuno voleva vedere la piccola Norma Jeane. neppure sua madre”
 
il dottor R. G., non riuscendo a infilare l’ago nel petto della donna, che respirava appena, sembra abbia posato tutto il proprio peso sulla siringa, rompendo una costola e insinuando finalmente l’ago sotto il cuore di Marilyn
 
– “sono priva di ogni sentimento umano. l’unica cosa che uscì fu della segatura finissima come da una bambola, che si versò per tutto il pavimento”
 
basandosi sulle ipostasi (ampie zone di ristagno del sangue, che non viene più fatto circolare dal cuore fermo) rinvenute sul lato ventrale e registrate dal dottor T.N. [Thomas Noguchi, vicecoroner] nella documentazione autoptica del 5.8.1962, il dottor G.U.R. [Giancarlo Umani Ronchi, medico legale] non ritiene che il corpo di Marilyn sia mai stato spostato. smentisce così l’ipotesi omicidiaria
 
– “il paziente vive in un vuoto completo” 
 
Los Angeles, domenica 5 agosto 1962. nel sangue viene rinvenuta una quantità di principio tossico pari al contenuto di quarantasette compresse di Nembutal. nello stomaco o nel duodeno, però, non c’è traccia di capsule, né alcuna traccia di perforazione d’ago sull’intero corpo. i leucociti, soldati del sangue, che cercano di ripristinare lo stato di equilibrio organico dopo un trauma, sono presenti in quantità normale: nessun allarme è stato registrato dal corpo vivo di Marilyn. inoltre, nella camera non si trova neanche un bicchiere
 
– “non farmi diventare una barzelletta. per favore”

4. ridi pagliaccio
 
Norma Jeane Baker non coincideva in nulla con Marilyn Monroe. credo sia stata questa dissociazione, durissima da sopportare, a ucciderla, sia che sia morta per mano propria, sia che sia morta per mano altrui, come alcune prove sembrano evidenziare. ai fini non procedurali, per noi, è lo stesso: per noi Norma Jeane Baker è stata uccisa, anche se si fosse suicidata. Norma Jeane Baker, che negli ultimi anni della propria vita aveva assunto anche all’anagrafe il nome Marilyn Monroe, è morta perché chiunque le incontrasse finiva per amare Marilyn, la maschera, e non Norma, la persona.
la piccola Norma, cresciuta in condizione di subbuglio e miseria, impossibilitata a diventare adulta da un mondo di relazioni transitorie e abusi, pur intuita e intravista da chi le era accanto, è rimasta sola fino alla fine, nascosta dietro la maschera prorompente di Marilyn, intrappolata nella propria bellezza come dentro un sarcofago.
 
svuotamento e dissociazione: un io-bambola-perfetta abita il mondo e – dentro, inascoltata, o ascoltata male: medicalizzata, psicofarmacizzata – la spelonca echeggiante e vuota del disamore. la cava, del disamore.
la femminilità spontaneamente finta di Marilyn, caricatura del sogno maschile americano, che dapprima Norma Jeane indossava con disinvoltura e ironia, ma che finì per incarnare con obbedienza infantile e feroce, la maschera feroce, modellata sui desideri degli yankee degli anni Cinquanta, ha divorato l’attrice che la indossava, a cominciare dal principio primo dell’identità: il bellissimo corpo, enfatizzato fino a diventare un prodotto, una merce in bilico tra icona e caricatura. così, Marilyn si presentava sempre simbolicamente in bilico sui tacchi. e rideva, come fosse sempre sul punto di piangere.
 
 
nota – alcune delle frasi tra virgolette sono state pronunciate da Marilyn Monroe durante l’ultima intervista, rilasciata due giorni prima di morire a Richard Meryman del settimanale “Life”. altre frasi sono tratte dal racconto della stessa Marilyn Monroe Il dottor Strasberg.
 
 
Roma, 6 settembre 2016

Massimo Natale, "il manifesto", 15 gennaio 2017

Massimo Natale, "il manifesto", 15 gennaio 2017

Sulla scia dei piovaschi (Archinto, 2016)

Così verrai, completamente povero:
uno stornello
mandato a piena gola con le scarpe slacciate sul vivaio tranquillo delle strade.
 
L’anno lascia cadere dai solchi
fra dito e dito
frutti
e sottrazioni:
il tempo ci setaccia
dai campi
dalle case e dalle strade.
 
Nella terra laconica
è sepolto di traverso un eluso
possibile. Sopra
siedono i grandi animali
senza ali, prende coraggio uno snervato impianto di stecchi intorno al quale scodetta la lustra contrattura dei rettili
inanellati al rossovivo
dei lamponi, delle campagne
al crepuscolo e delle nostre ciglia di popolo spurio.
 
Se anche dal nostro impasto e dal nostro fiato
esistesse la possibilità di far nascere staremmo in piedi

uguali agli dèi, non come l’erba che addolcisce e piega sul suo respiro
zolle e miracoli
che non crediamo di compiere.
 
Il tuo corpo affiora dall’interno
come i sogni notturni e i ritratti
dei cavalieri dal buio
esultare della foresta, sfiora
l’altra faccia del corpo che cerca la terra
per deporti.
 
La falciatura della terra semplicemente comanda la morte e risponde
al canto degli uccelli
a una fonte,
a un belato.
Sarai sotto il morente mezzogiorno – con me e con tutta l’altra
contemplante voragine di pula.
 
Stiamo nella schermatura vegetante dei campi  col viso evaporato
da cortine di acqua. Ascoltiamo l’invocazione della terra bagnata.
Malva  silenziatrice  dei  passi,  il  brusìo delle opere su quei tratti
protési alla veglia che straluce.  Gli alberi  accanto alla  penombra
del giardino  passano di  ramo in ramo  la maretta del tempo per-
duto: la voce della natura 
è colmata dai succhi che il passaggio rettiliano dei corpi le ha pre-
muto dai  cardini arborei  nelle concluse  ere.  Ma  in un  vano  di acqua  corrente  sorprendiamo  il  suo  volto  scostare  da  sé una disperata tenerezza. La pietà
è al contatto – e finirà
che tutto il mondo parli all’indietro con la tua  voce
e la luce di ogni mattino spiccherà come un dogma dai tuoi occhi
iniziali. La frontiera

del tuo primo inverno ha  accumulato in essi la poligonazione dei 
cavi  lungo  la  chiacchiera  del  cielo  aperto  dai portoni  e  dalle 
apostrofi  in travertino  dei davanzali perché  anche  il  tuo corpo
vada a segno
dal telaio del grembo alla vista del cielo
che per impregnazione ricorda l’incominciare echeggiante delle tue ossa
di volatile eredità umana.
 
Sei dilazione
nel quieto ondulamento della trama terramarina
degli anni; il tuo corpo è sostanza termica tenuta in pugno – dal tempo
che si allontana lungo la natura
– dalla specie
separata da un dubbio di lucentezza (se 
siamo fatti di esistenza e pure abbiamo sogni trasparenti, di andare da Occidente verso l’amore
non sapendo che cosa ci congiunge):
l’infanzia è l’organo respiratorio della terra.
                                                                                 
14 gennaio 2001

                                                                           da La macchina responsabile

Azzurro ventre di Maria
 
Su per altari di granito e aria 
il sedimento dei sentieri
scosta lembi
di tessuto refrattario con cespugli
di sorbo e sanguinelle – orienta
i ciuffi delle isole nell'inzuppo del porto
privo di antimateria
dove rifulge
un cigolìo di pescherecci, il basso
cabotaggio dei gabbiani. Rissa ferma nell’aria
di vele e ali e colmi arrotolati. Cherosene
striscia nell’acqua come un ostaggio chimico.
 
Il mare è questa macchina esiliata che funziona col vento e s'inarca in fiumane di abbandono
sulla linea di distorsione sonora della costa. La tinta azzurra
che i volti assumono dal mare fa dei volti un'esequia tranquilla.

da Serie fossile

lettera immaginaria
 
                                       dov’ero carne essa era avorio
                                                     (Pier Paolo Pasolini)
 
alba
di tenera
carne, stretta
nell’esoscheletro della Legge
 
nel tragico
mese di novembre
piangeva tutto
 
tienimi forte, fuori
dal limite umano
 
tienimi come una madre
che abbraccia in sogno
 
22.12.13

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