Libri

Vivavox, L’infinito mélo (sossella, 2011)

un cd audio di sessanta minuti e uno pseudoromanzo
 
''Ho scritto un romanzetto in dieci notti flamboyant'', confessa l'autrice nell'interessante postfazione allo ''pseudoromanzo'', come altrimenti viene definito questo piccolo volume. Ma in realtà del romanzo ha tutti gli ingredienti: protagonista e deuteroprotagonista, scrittura spesso iperbolica e comunque molto consapevole di sé, finale imprevisto e scoppiettante. Voce narrante è una pittrice over 40, sposata, con un figlio: si immagina della buona borghesia romana, con le giuste relazioni mondane e culturali che al suo ruolo competono. Questa pittrice assolutamente convinta delle sue doti artistiche e del sacro fuoco ispiratore che la possiede ha un tema pittorico fondante: dipinge mele, ''simboli della bellezza e della disobbedienza''. Donna dalla cultura vastissima e raffinata, si vede improvvisamente sconvolgere l'esistenza dall'arrivo di un giovanissimo, e si immagina aitante, artista, ''Ludo'', come lei affetto da una ''disdicevole ossessione estetica''. Inizia tra i due un rapporto intensissimo, fatto di una ''cocciuta adorazione'' da parte di lui, di una quasi materna e gratificata attenzione da parte di lei. Che comincia a ritrarlo con trasporto emotivo, a scambiare con lui letture, film, viaggi, ''in un rapporto privo in terra di definizione non terapeutica''. Un travaso di anime, che arriva fino allo sconfinamento nei sogni di entrambi, all'estasi, alla sublimazione del corpo. Fino al brusco risveglio, quando il giovane Ludo si accompagna a un'altra donna, una ballerina in età, e tra le due mature pigmalione scoppia un diverbio fatto di male parole, aggressioni volgari, odio senza freni. Un duello che si perpetua nei mesi, e che travalica con livore anche in pubblico, lasciando il lettore divertito o annoiato, a chiedersi il perché di tale depauperato e un po' isterico, privatissimo, finale. Il libro è corredato da un cd, recitato con maestria dall'autrice, che raccoglie poesie edite e inedite, e una toccante narrazione autobiografica.
 
per acquistare: mondadori storegiunti editore
ascolta un estratto: MGC a Radio3 Suite
In me e nei poeti della mia generazione la voce è stata una scoperta tarda e di occasione. Nel cominciare a leggere in pubblico, ho istintivamente scelto di scomparire come essere umano sentimentale. Altrimenti mi sarei messa a piangere. Di amore, non di pena. E di riconoscenza per chi mi stava a sentire. Per voi che in quel momento condividevate l’assoluto silenzio del mio io.

Pare che Mallarmé leggesse a voce bassissima, quasi tra sé e Apollinaire con la monotonia delle filastrocche. Certamente più la poesia è lirica meno ha bisogno di enfasi.
Ritengo la lettura non espressiva quella che rende meglio la poesia così come si presenta sulla pagina: con i suoi ritmi, le sue cesure, i battiti di ciglia e tutti i suoi legamenti nervosi, gli scatti imprevedibili del suo piccolo corpo.
Prediligo dunque per istinto quella che possiamo definire “lettura bianca”.
[...]

Ma allora: forse anche i poeti vengono confermati nella loro esistenza dal fatto di essere sotto gli occhi di tutti? Quando un poeta cerca un pubblico credo cerchi legittimazione, perché egli stesso non è più certo della utilità – nessuna – del suo agire – e dunque non è più disposto a sopportare la completa inutilità del suo agire e intenderebbe divincolarsi dal nietzschiano “tempo dei separati”, al quale la sua disgraziata passione lo piegherebbe e diventare “corpo apparente”, “corpo appariscente”. 

"Alla compassione di tutti"
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[...]
Che modo magnifico di accettare la morte hanno gli animali. Non dimentico il primo piano di una cerva mangiata viva come in una hydrìa etrusca dalle leonesse: come lei si nettasse la pupilla con le palpebre dalle ciglia brevi mentre un rivolo lento di sangue le colava dal cono lacrimale, quale pazienza avesse nel mancare, come la massa fulva e muscolare del suo corpo lentamente crollasse e insieme a lei tutto lo sguardo come preso da un sogno si spegnesse.
Io vedevo la vita ritirarsi come acqua che asciuga dai suoi occhi, mentre il suo grande corpo ripeteva sì, ecco, è il momento.
Sia benedetta la tua rassegnazione.
La santa muore come muore la cerva. La santa muore come l’animale. La santa è l’animale. Anche il suo corpo viene usato e spartito dopo la morte per il bene comune. Lei viene trafitta in pieno petto dall’amore di quello che non vede, che esiste solo finché lei Lo crede, è la cerva assalita che non chiude i suoi occhi e se li chiude è solo per lodare, per essere di più dentro se stessa e lodare:
"Beatitudine mia, Solitudine infinita, Immensità nella quale mi perdo, io mi abbandono a Voi come una preda. Seppellitevi in me perché io mi seppellisca in Voi", sospirava la carmelitana Elisabetta, dopo aver rinunciato a una brillante carriera di pianista per amore della Trinità.
Insomma, tutto questo lavoro di indagine mortuaria per prepararmi ad andarmene come un animale e per comporre una sola opera, piccola. Per provarmi la fine e per dimenticare la fine. Per costruirmi lo stomaco forte delle mistiche e poter descrivere in una sola opera la bellezza di un angelo.
Da quei cumuli di materia arsa, tumefatta, devastata, è salita a me un’estasi, la chiarità del sorriso dell’angelo che guardava Teresa, lei dietro un albero corso da torrenti di linfe mature, lei quasi inginocchiata e sempre fiera nella propria resa disumana.
Lui che la guarda con le masse di oltrepassata morte nello sguardo e lei come la cerva accoglie l’amore che la ucciderà, con una sola lacrima di sangue.
[...]
 
Estratti critici
Paradossi in forma di romanzo - Andrea Cortellessa, il manifesto, 20 luglio 2011
Ogni libro che si rispetti – ha insegnato una volta per tutte Giorgio Manganelli col suo Pinocchio «parallelo» – è uno e bino. Ambivalente, cioè, di simmetrie e anti-simmetrie piane, rovesciate, a n dimensioni. Bifronte insomma. Amavamo già Maria Grazia Calandrone – l’epifania poetica che più abbia turbato e commosso l’ultimo decennio – ma di lei conoscevamo sinora (cioè sino a Sulla bocca di tutti, Crocetti 2010) un solo volto. Si poteva anzi dire che la sua parola densissima (disposta com’è su prosodie d’estensione abnorme, inerpicata su picchi lessicali incandescenti, sintatticamente appesa su fondamenta invisibili) – il peso enorme delle sue parole, per parafrasarla – fosse tutta-volto: le sue parole inseguono l’assolutezza, la perentoria nudità che il volto di ciascuno rappresenta per l’insieme della sua persona. Scandalosa insorgenza del tragico, nel tempo che troppo presto ne ha decretato l’impossibilità. 
Allegati:
Scarica questo file (49. il manifesto, 20.7.11, Cortellessa.pdf)Andrea Cortellessa, "Paradossi in forma di romanzo"["il manifesto", 20.7.11]
 
Nicola Bultrini, Il Tempo, 17 luglio 2011
È un doppio lavoro l'ultima produzione artistica di Maria Grazia Calandrone «L'infinito mélo-VivaVox», (Luca Sossella Editore, 2011); un originale pseudo romanzo e un CD audio.
Il primo è il racconto per frammenti dell'incompiuta relazione tra una pittrice e il giovane Ludo, che ne diventa interprete onirico.
Eppure "la condizione dello spirito necessaria all'arte è la nostalgia, l'invocazione della Cosa Perduta". Il linguaggio della poetessa, se condizionato nell'ambito della narrazione, non rinuncia al magma figurativo (pur con una vena di amara ironia). Il CD contiene i versi che la poetessa legge nel suo modus "non espressivo", per rendere la poesia esattamente come si presenta sulla pagina. Una "Lettura bianca" in cui la voce sembra voler scomparire (o nascondersi) nel flusso di parole, forzatamente spogliandole di ogni enfasi acustica. Ma si noti nel mezzo, anche il prezioso e toccante racconto della sua venuta al mondo. "L'opera nasce per accumulazione di sedimenti" e infatti tutta la scrittura, in prosa o in versi, della Calandrone rivela coerentemente una malcelata matrice autobiografica di esperienze, raggrumate attorno a duri e nudi sentimenti. 

Paradisi perduti, sogni ed eros nel romanzo L'infinito mélo di MGC
Stefano LecchiniGazzetta di Parma, 23 giugno 2011
Per una poetessa inesorabilmente bombardata dalle immagini come Maria Grazia Calandrone (le sue raccolte, da La scimmia randagia a La macchina responsabile a Sulla bocca di tutti, sono tra le più interessanti della produzione italiana recente), la difficoltà principe nell’approdo alla narratività sarà, con tutta evidenza, quella di far decantare e organizzare comunque, nelle coordinate spazio-temporali del racconto l’incoercibile magma figurale di cui ribolle la sua prosodia.
Prova – alla luce di quest’esordio nel romanzo (L’infinito mélo, Luca Sossella editore, con CD in cui la Vivavox dell’autrice pesca, oltre che fra le pagine del libro, fra i versi passati) – peraltro brillantemente superata. Ovvio che poi il “romanzetto” (Calandrone ipsa dixit) inoculerà il salutare virus dell’enormità lessicale (e talora sintattica) nell’apparente sicurezza di tali coordinate: piantando sotto lo stigma biblico, ma poi anche kafkiano (si pensi agli Aforismi di Zürau) nonché fitzgeraldiano, del Paradiso Perduto, la singolare liason tra l’io narrante, una matura/immatura pittrice di (quanto peccaminosi?) alberi di mele, e il giovane Ludo, che dallo stesso soggetto pare deliziosamente tentato. Liason certo maieutica ma tanto più erotica quanto più castamente (in)espressa: e ove poi l’erotismo sembra risolversi naturalmente in quella continua invenzione che sarà non l’interpretazione, ma la golosa, tutt’altro che luttuosa elaborazione narrativa dei sogni – e di quel Sogno disperatamente ineluttabile qual è per tutti, appunto, il Paradiso Perduto. Che peraltro non verrà mai ritrovato perché Amore si ammala, ferocemente si ammala, e nessuno può dire di avere veramente osato l’invisibile, o di avere avuto fede nella fortezza inespugnabile del proprio cuore. Siamo, e restiamo, tutti confitti altrove. La scrittura della Calandrone viceversa lo osa sempre, questo Invisibile; cerca a ogni passo di raggiungerlo e di misurarlo – e l’obliqua, anche intelligentemente bislacca designazione quantitativa dell’incommensurabile, resta uno dei più amabili tic di questo enorme “romanzetto” o – l’autrice se la gode ironicamente ad autoinfierire – “pseudoromanzo” che dir si voglia. 

L'infinito mélo, pseudoromanzo di Maria Grazia Calandrone 
Alberto CellottoLibrobreve, 1 settembre 2011
Approda alla narrativa colei che è la voce più interessante della poesia italiana degli ultimi anni. Maria Grazia Calandrone ha compiuto il passo con un certo coraggio, anche dal punto di vista editoriale. Il libro (pag. 80, euro 12, con allegato CD audio molto bello) inaugura infatti la collana Vivavox di Luca Sossella, nuova propaggine di un editore che sulla base di metafore dei nostri sensi sta costruendo l'architettura del proprio catalogo. Molto del buono che sta uscendo negli ultimi anni sta passando per questa sigla editoriale e sarebbe interessante approfondire quest'aspetto.
Scrivevo "voce più interessante". Importante è notare cosa scrive nell'introduzione riguardo il rapporto con la voce la stessa Calandrone:
"In me e nei poeti della mia generazione la voce è stata una scoperta tarda e di occasione. Nel cominciare a leggere in pubblico, ho istintivamente scelto di scomparire come essere umano sentimentale. Altrimenti mi sarei messa a piangere. Di amore, non di pena. E di riconoscenza per chi mi stava a sentire. Per voi che in quel momento condividevate l’assoluto silenzio del mio io."
Un consiglio: leggete il libretto dopo aver ascoltato la sua voce dal CD. Vi sembrerà che la stessa storia sulla pagina prenda fiato da ciò che avete ascoltato prima. E con quello si arricchisca.
Primo pensiero: quando si legge un'opera di Maria Grazia Calandrone, sia essa poesia o prosa, è davvero lecito porsi una domanda: che cosa può una lingua? E che cosa può l'italiano? Credo davvero che nelle sue pagine troviamo distesa la profonda vitalità della nostra lingua nella sua forma più smagliante.
Secondo pensiero: in questa storia d'amore tra la protagonista e Ludo, figura maieutica, ermeneutica, enigmatica e... ludica, si ha la sensazione di una realtà che trafigge il soggetto senziente, di una realtà "data" nel sentire, anche quando non pienamente appresa (smarrimento e incomprensione avvolgono la protagonista), la stessa sensazione che in poesia può venire dalla lettura di Mario Benedetti. La produzione di Maria Grazia Calandrone pare poggiare su quella "razón vital" che ci hanno così ben illustrato un filosofo straordinario come José Ortega y Gasset e la sua altrettanto straordinaria allieva María Zambrano e nella sua scrittura troviamo un nuovo legame (alleanza?) tra io e le cose, l'anticipo della realtà e della circostanza sull'idea, il senso di una materia linguistica che è dato empirico con il resto. Non sarà un caso che in questo libro possa riemergere, delicatamente ma con vigore, quella eccezionale e forse irripetibile riflessione sul sogno, segnatamente spagnola (un fiume carsico che passa per Calderón, Cervantes, Unamuno e la stessa Zambrano), che viene restituita in una rilettura aggiornata, davvero all'altezza del nostro tempo. Che cosa vuol dire vivere, sognare, scrivere e morire (ancora "vita e scrittura", quel binomio che la Calandrone avvicina con un'intonazione inedita, così come aveva fatto, molto prima di lei, Amelia Rosselli) all'altezza del nostro tempo? Il percorso di Maria Grazia Calandrone ci interessa perché pare che conduca, libro dopo libro, a un tentativo credibile di risposta a questa domanda.
Terzi pensieri: il "mélo" del titolo è, a mio avviso, un'allusione neanche troppo celata anche alla nostra fascinazione tecnologica (nulla mi vieta di pensare a... Apple), ad una realtà che purtroppo ci sta inesorabilmente trasformando in bi-dimensional men, è il rapporto con le altre arti che Maria Grazia Calandrone conosce e perlustra attentamente, l'ossessione pittorica della voce narrante, è finanche - io credo - una rivisitazione del "melòs" greco e forse del melodramma, un melodramma circolare, un loop. Gli esiti di questo breve libro, costruito con capitoli-frammento, sono tutt'altro che tragici e tendono invece a situazioni che pendolano tra l'umoristico e l'onirico, tra il comico e l'orrore da commedia. Ecco allora che il rapporto tra poesia e prosa (il pseudoromanzo) si salda.
Conclusione, quarto pensiero: un libro questo che, come il braccio di una gru, ci preleva senza mezze misure dal territorio periferico delle discussioni a vuoto e senza senso e ci lascia cadere nel mezzo dell'arena dove è in atto la trasformazione/adattamento della pratica della scrittura. Che ci piaccia o no, un'arena dove dobbiamo tornare a stare. 

Infinita mela della tentazione, Calandrone e uno pseudoromanzo sperimentale 
Alessandro MoscèProspettiva, 30 luglio 2011
[…] la mela diventa l’invocazione di una cosa perduta, “memoria di luci future”. Il frutto […] si trasforma anche nel punto di contatto con Ludo, un misterioso personaggio che sembra fatto di vento e al quale l’io narrante si rivolge in un dialogo spesso muto e invocante. Ma la mela è anche il frutto proibito di Adamo ed Eva, il frutto del biblico peccato originale. Per conoscere la felicità bisogna non averla sempre a portata di mano, sembrerebbe suggerire MGC, e quindi il paradiso non può considerarsi un terreno d’approdo stabile e inalienabile. “Un irruente immaginario lirico irradiava da dietro i miei meli e io spiegavo appassionatamente come dare con la punta più sottile del più sottile pennello la luce del distacco alle cose perché il mondo apparisse più vero del vero nella sua eco lirica”. Ogni incontro, in questo testo, sollecita altri incontri, ritrovi, visite. La realtà e il sogno non tracciano più linee di demarcazione e la mancanza di una separazione netta rende l’atmosfera per lo più visionaria, episodio dopo episodio, immagine dopo immagine. L’amore per Ludo è un grande sorriso, ma anche un irridente gesto. […] MGC rivendica proprio il diritto di riappropriarsi della vita attraverso un messaggio da “donna con molte intelligenze e molti doveri”, compreso quello di madre, come ogni donna. L’amore è una bestia, ci viene rivelato: un amore vulnerabile, uno strazio dentro la fortezza inespugnabile del cuore. L’amore invisibile, l’amore come mistero buffo. In fondo L’infinito mélo è un simbolo privo di materia. Ricalca la nostra quotidianità sentimentale, che ci condiziona e ci guida nelle nostre imprese. Una sorta di icona irrinunciabile, fonte di piacere e di dolore e “pista d’atterraggio”. “Dire ti amo è un impegno incommensurabile. Le conseguenze sono imprevedibili e tenaci”, chiosa MGC. 

 
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dialoghetto fra il vento e un sasso

DIALOGHETTO FRA IL VENTO E UN SASSO
di Maria Grazia Calandrone e Brunello Tirozzi

Se sei in movimento 
eviti il tormento
del solito argomento
se i pensieri si muovono in testa 
è sempre una festa 
 
ho imparato la calma da seduta:
è la calma dei sassi, la più arguta!
stando ferma e lontana dal rovello
vedo che il sole splende e il mondo è bello
 
seduti su uno sgabello
non si allontana il rovello 
l’ossessione è una prigione
si esca con un grimaldello
 
insegna il saggio che la vera vita
non ha bisogno di essere inseguita
 
correndo non inseguo niente
libero dai fantasmi la mia mente

neppure il saggio insegue, il saggio osserva
con l’occhio acuto e l’elmo di Minerva

non basta osservare
si deve interpretare

mi domando e mi chiedo come possa
aiutare l’analisi della sommossa
esistenza degli uomini e della commossa
vita, il tuo svettare e piroettar , che l’ossa (percossa
su percossa) rischia di far cascare in una fossa!
nessun saggio è mai nato con le corna d’ariete
il saggio è una bilancia, hai fatto un’autorete!
 
la bilancia misura i pesi
ma non aiuta i nervi tesi
Sancho Panza è un saggio bilancia
ma ha la pancia

il saggio non si cura delle zone adipose
ha altro a cui pensare: mulini e rose!
 
il saggio si occupa di molte altre cose
il suo profondo pensiero

esplora il mondo intero
 
dici bene: il pensiero, non la gamba
è quel che muove il saggio. lui non balla la samba!
 
condizione necessaria e non sufficiente
per arrivare a un risultato interessante:
che il flusso dei pensieri 
scorra tranquillamente
come le acque di un torrente
 
il serafico buddha non so immaginare
che sgambetta e va al mare
per trovare un pensiero da pensare
 
se non trovo una parola per un poema
o una formula per un teorema
faccio una passeggiata
e l'idea nuova è arrivata
 
la parola da sola come il sole
sorge
dalle rive del mare o dalle aiuole
che calpesti correndo. non c’è ricetta:
è soltanto l’Amor, che dentro detta!
e salviamo il salvabile, Brunello
(come sempre avviene), affinché il nostro vivere sia bello

Maria Grazia Calandrone e Brunello Tirozzi - con Fabrizio Fantoni e Giorgio Ghiotti - foto Dino Ignani
(Empiria, Roma, 27.1.17)

Edizioni d'arte

2. Dopo aver conquistato un'altra vetta - con  Cosimo Budetta (Ogopogo 2008)

Poeti in classe (pequod, 2017)

l'antologia contiene testi di: Martino Baldi, Vanni Bianconi, Vito Bonito, Domenico Brancale, Maria Grazia Calandrone, Grazia Calanna, Azzurra D'Agostino, Federico Federici, Francesca Genti, Paolo Gentiluomo, Massimo Gezzi, Paolo Fabrizio Iacuzzi, Andrea Inglese, Franca Mancinelli, Matteo Marchesini, Francesca Matteoni, Renata Morresi, Valerio Nardoni, Natalia Paci, Giovanni Previdi, Lucilio Santoni, Luigi Socci, Luigia Sorrentino, Italo Testa, Silvia Vecchini

Mi presento

Vivo a Roma e ho due figli. Mi piace parlare di poesia nelle scuole e nelle carceri, perché la parola poetica rende visibile qualcosa che è invisibile e che unisce, è parola d’amore che lotta, dicendo del mondo come vorremmo che fosse.

Scrivo da quando ho imparato a scrivere, ma a immaginare ho iniziato prima. I miei figli mi hanno aiutata a desiderare di comunicare con la poesia. Quando ero ragazza ricercavo furiosamente una pure stonata armonia, la perfezione linguistica. Volevo che la lingua fosse all’altezza dei miei sogni.

Ora desidero che la mia vita sia all’altezza dei miei sogni. E uso la mia vita per la poesia. Non per parlare di me, ma per mettere le mie parole a disposizione di chi sente gli stessi sentimenti. Ridotti all’essenziale, siamo tutti uguali.

Ecco, io voglio raggiungere chi mi legge proprio nel punto elementare, nel punto dove chiunque somiglia a me, ovvero dove io somiglio a chiunque. Chiunque io stessa sia.

Primo incontro con la poesia

Il mio primo incontro scolastico con la poesia si localizza nella quarta ginnasio. Ma sono andata a scuola a cinque anni, dunque vale come una terza media.

La professoressa Paola Moretti lesse il Notturno di Alcmane nella traduzione di Salvatore Quasimodo (“Dormono le cime dei monti / e le vallate intorno, / i declivi e i burroni; / dormono i rettili, quanti nella specie / la nera terra alleva, / le fiere di selva, le varie forme di api, / i mostri nel fondo cupo del mare; /dormono le generazioni degli uccelli dalle lunghe ali.”). Lesse e basta, senza commento, come lei sapeva leggere. E avvenne il contatto. Si spalancò il mondo dove avrei voluto vivere.

Quelle parole, così scelte, così composte, così vere (il poeta descrive un paesaggio notturno scegliendo nel panorama alcuni indimenticabili oggetti naturali) e nello stesso tempo così immaginifiche (il poeta descrive i fondali marini, che certamente non aveva esplorato) costruivano una realtà alla quale sentivo di appartenere profondamente.

Quella musica fatta di parole (non mi ponevo ancora il problema della traduzione) era la mia terra. Terra fisica, intendo, ché la poesia, quando è poesia, è vero corpo.

Il mio testo per voi

Ho scritto questo testo perché la sola cosa che mi viene in mente di dire ai bambini è che la vita è bella e molto spaziosa. E noi, che conteniamo questa vita spaziosa, siamo molto spaziosi...

un semplice esercizio di libertà

una a una le antere dei fiori
dicono sì
nelle giornate dolci di settembre
 
guarda, il mondo è perfetto,
non avremmo saputo farlo meglio
 
guarda le cose
con dolcezza
e con dolcezza tu verrai guardato
dalle cose:
 
con la tua anima
imita le cose
 
tu, che sei mondo, guarda
i fiori
come se fossi un fiore
e poi guarda
le api
come se fossi un’ape
 
poi guarda i fiori
con gli occhi
dell’ape
 
e vedi rosse, gialle, azzurre, bianche
tazze di nutrimento
fatte per te
 
bevi,
diventa forte
 
allora guardi
in alto
la radiazione azzurra
 
e sei cielo
 
sei la dolce giornata di settembre
che durerà per sempre
 
20.9.14

Roberto Galaverni, "La Lettura" del "Corriere della Sera", 23 luglio 2017

Marilyn non esiste (Aragno, 2016)

MARILYN NON ESISTE (in Umana, troppo umana - Aragno, 2016)
 
1. goodnight honey
 
avresti dovuto presentarti nuda
come una bambina, nuda veramente
al compleanno del Presidente
 
avresti dovuto imbarazzare tutti, essere
 
quell’onirico metro e sessantasei
di nudità lunare, stordire il potere
con il tuo odore perturbante di corpo vivo
 
il tuo corpo era già un eccesso
di generosità – e sarebbe bastato
a non essere sola
 
ma tu, la prima vittima
della tua bellezza,
 
mandavi avanti Marilyn
come un’icona
di pura obbedienza
 
quale idea ti reggeva? quale illesa innocenza o che
malinconia
teneva eretta
davanti a te l’invulnerabile
marionetta,
che sfoggiava il tuo volto
più amabile
 
quale scarica
elettromagnetica, che raggio gamma, venuto
da quale solitudine stellare
teneva teso
l’involucro perfetto del tuo sorriso
 
quale? disperazione
dietro il sorriso
aperto, che studiavi
di rendere il più fatuo e il più radioso
filo di perle
sopra la luccicante,
 
                                  sopra quell’ancheggiante
confezione
soprannominata
Marilyn Monroe
 
Marilyn non esiste, è una maschera
come Arlecchino, una montatura
del carnevale onirico
americano, un’icona circense, un costume di platino calzato a pelle
 
Marilyn è il sarcofago d’oro  
sopra un corpo scomparso
e
– dentro –
sta rannicchiato il fossile di una bambina
con gli occhi chiusi
 
la bambina, se ancora parlasse, direbbe solo abbracciami
perché io non ho anima, solo un’infanzia
rimandata fino alla morte

2. I am just a small girl in a big world trying to find someone to love
 
io non so che vuol dire provare il microfono del Madison Square Garden con una schicchera svagata,
poi spostare il microfono all’esterno
del leggio, perché tutti mi possiate vedere
soffiarvi contro, con smagata dolcezza, una filastrocca infantile
per l’uomo più potente degli Stati Uniti
 
io non so che vuol dire vacillare sui tacchi fino a sparire
con quell’aria smarrita. io non so che vuol dire calcare la mano su ogni dettaglio del corpo
fino a farsi male,
atteggiare le labbra come fossero sempre
sul punto di parlare,
poi rinunciare,
come se il cuore non avesse forza
 
io non so che vuol dire scoprire che la propria radiosità infiamma folle di soldati,
io non so che vuol dire sentirsi morire
quando uomini e donne che ti hanno voluta
ti scrollano via, io non so che vuol dire
quando ti chiamano bambola
e la bambola è la tua stessa carne.
io non so che vuol dire voler essere amata,
io non so che vuol dire voler essere amata
ed essere merce
 
ma so che vuol dire:
faccio tutto, purché tu mi veda
 
so che vuol dire
dire
e non dire:
non lasciarmi cadere. per favore

3. documenti. e la morte sarebbe avvenuta nelle prime ore della sera
 
– “io sono cresciuta in modo decisamente diverso dalla maggior parte dei bambini. per i bambini è una cosa scontata essere felici”, ma io ero un’orfana di madre viva
 
il dottor R. G. [Ralph Greenson, psichiatra], tempestivamente accorso, sembra piantasse una siringa cardiaca tra la sesta e la settima costola di Marilyn Monroe, nel disperato tentativo di rianimarla. o di finirla, come sostengono alcuni
 
– “ora tutti vogliono Marilyn Monroe, ma io ricordo quando ero un’indesiderata, quando nessuno voleva vedere la piccola Norma Jeane. neppure sua madre”
 
il dottor R. G., non riuscendo a infilare l’ago nel petto della donna, che respirava appena, sembra abbia posato tutto il proprio peso sulla siringa, rompendo una costola e insinuando finalmente l’ago sotto il cuore di Marilyn
 
– “sono priva di ogni sentimento umano. l’unica cosa che uscì fu della segatura finissima come da una bambola, che si versò per tutto il pavimento”
 
basandosi sulle ipostasi (ampie zone di ristagno del sangue, che non viene più fatto circolare dal cuore fermo) rinvenute sul lato ventrale e registrate dal dottor T.N. [Thomas Noguchi, vicecoroner] nella documentazione autoptica del 5.8.1962, il dottor G.U.R. [Giancarlo Umani Ronchi, medico legale] non ritiene che il corpo di Marilyn sia mai stato spostato. smentisce così l’ipotesi omicidiaria
 
– “il paziente vive in un vuoto completo” 
 
Los Angeles, domenica 5 agosto 1962. nel sangue viene rinvenuta una quantità di principio tossico pari al contenuto di quarantasette compresse di Nembutal. nello stomaco o nel duodeno, però, non c’è traccia di capsule, né alcuna traccia di perforazione d’ago sull’intero corpo. i leucociti, soldati del sangue, che cercano di ripristinare lo stato di equilibrio organico dopo un trauma, sono presenti in quantità normale: nessun allarme è stato registrato dal corpo vivo di Marilyn. inoltre, nella camera non si trova neanche un bicchiere
 
– “non farmi diventare una barzelletta. per favore”

4. ridi pagliaccio
 
Norma Jeane Baker non coincideva in nulla con Marilyn Monroe. credo sia stata questa dissociazione, durissima da sopportare, a ucciderla, sia che sia morta per mano propria, sia che sia morta per mano altrui, come alcune prove sembrano evidenziare. ai fini non procedurali, per noi, è lo stesso: per noi Norma Jeane Baker è stata uccisa, anche se si fosse suicidata. Norma Jeane Baker, che negli ultimi anni della propria vita aveva assunto anche all’anagrafe il nome Marilyn Monroe, è morta perché chiunque le incontrasse finiva per amare Marilyn, la maschera, e non Norma, la persona.
la piccola Norma, cresciuta in condizione di subbuglio e miseria, impossibilitata a diventare adulta da un mondo di relazioni transitorie e abusi, pur intuita e intravista da chi le era accanto, è rimasta sola fino alla fine, nascosta dietro la maschera prorompente di Marilyn, intrappolata nella propria bellezza come dentro un sarcofago.
 
svuotamento e dissociazione: un io-bambola-perfetta abita il mondo e – dentro, inascoltata, o ascoltata male: medicalizzata, psicofarmacizzata – la spelonca echeggiante e vuota del disamore. la cava, del disamore.
la femminilità spontaneamente finta di Marilyn, caricatura del sogno maschile americano, che dapprima Norma Jeane indossava con disinvoltura e ironia, ma che finì per incarnare con obbedienza infantile e feroce, la maschera feroce, modellata sui desideri degli yankee degli anni Cinquanta, ha divorato l’attrice che la indossava, a cominciare dal principio primo dell’identità: il bellissimo corpo, enfatizzato fino a diventare un prodotto, una merce in bilico tra icona e caricatura. così, Marilyn si presentava sempre simbolicamente in bilico sui tacchi. e rideva, come fosse sempre sul punto di piangere.
 
 
nota – alcune delle frasi tra virgolette sono state pronunciate da Marilyn Monroe durante l’ultima intervista, rilasciata due giorni prima di morire a Richard Meryman del settimanale “Life”. altre frasi sono tratte dal racconto della stessa Marilyn Monroe Il dottor Strasberg.
 
 
Roma, 6 settembre 2016

Massimo Natale, "il manifesto", 15 gennaio 2017

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