Libri

Rosa dell'animale (Zona, 2014)

ROSA DELL'ANIMALE
poesie di Amarji
e Maria Grazia Calandrone
ZONA 2014
pp. 98 - EURO 11
ISBN 978 88 6438 468 9

vendita on-line www.ilovebooks.it e www.amazon.it
e librerie Mondadori


 

 

 

 

 

 1.7.12 / 12.1.13
 
Rami Youness A.MARJI & M.ARIA Grazia Calandrone
(autotraduzione dall’arabo all’italiano di Amarji, revisione di Maria Grazia Calandrone)

[...] M.
 
l’organo azzurro dell’amore e del pianto
adesso è un vaso di macerie. il cuore
oggi è un fulgido disco di veleni. sta tracimando l’acido e la schiuma dal mio petto.
cosa chiedo all’amore? se non questo
mai bastare, se non questo
tutto volere. l’impianto d’ossa delle tue mani aperte che non diventano ali. questo?
deve bastarmi. l’azzurro irrazionale, l’oscena fame degli innamorati? il blu di tutti i fiumi della terra
sarà meno selvaggio
delle nostre lacrime. ma tu
fammi vedere cos’è un uomo, da quale fondo di disastro raccoglie
l’ombra della sua donna. Non ti voltare,
non dar retta al mio pianto. Solo, guidami. Io forse avrò fiducia
nella tua schiena, nei muscoli flessori delle gambe, nella forma dei glutei
mentre tutto il tuo corpo risale
alla luce e io dietro, seguo con l’innocenza di una bestia ferita
la ferita matura del tuo canto
 
A.
 
Ecco il mio petto, un suolo sfavillante
e fertile: aralo
con le unghie, curve come la falce di un dio barbarico,
seminalo dei tuoi garofani
neri e sonanti – lascia che su di esso le tue labbra
siano aceto sul nitro\
 
c’è un nido nel mio petto,
sempre aperto per l’uovo di un uccello Magio –
[la fenice là dentro
cresce in silenzio]. 
c’è nel mio petto un lago
che aumenta il suo calore grazie alla saliva delle stelle,
è l’occhio muscoso amaro della terra
dove i morti sono abbandonati nel loro esilio verde.
nel petto un bosco vago,
in cui le ninfe pizzicano le ribeche del vento
e fanno tremare il nervo blu della notte –,
 
la tua tempia sul mio petto
matura frutti pesanti e incisi, che compiono
la loro rotazione nella mia tempia.
 
M.

sale del pianto e sale
dell’innocenza. sale dal pianto l’innocenza
dei morti, che sono capre dall’occhio selvaggio, fisso
in Dio, sono innocenti come l’animale.
tra noi e i morti sono avvenute parole
che ci hanno cambiati
per sempre: ora
vediamo: questa stalla è una sala di compassione, questa bestia dal corpo
bianco e monumentale emana
misericordia. mater
velata, dura
madre del velario, rossa come la terra damascena e perturbante come la sua rosa, io ti prego
perché attraverso il corpo di un ragazzo sono arrivata al regno
del silenzio: sento solo il rumore degli dei che masticano l’erba,
solo questo lontano ruminare
di pianeti, un battere
di sfere, la vastità dei muscoli orbitali tesi oltremisura per sorridere
 
A.
 
ti stringo a me\ la stella si arrugginisce nel mio petto,
palpitano invece
i corimbi a tromba degli agnocasti –
sotto le scosse del sale
stillato dalla tua ammoniaca verso il mio corpo
 
hai riempito
la mia entità di termiti e timo semiterrestre,
ho riempito la tua
di cavolaie e rosolacci luminosi –
perciò parli a volte con la bocca del vento
e io parlo con quella del fango: perciò
i tuoi papaveri neri nuotano nel fosforo del mio cuore
e il mio sole mette radici nel tuo concime.
 
è lo spaccarsi del surmaschile
nell’unità del surfemminile, non il contrario –,
 
così ti dico
la perdita,nella mia lingua, è fusione
la gioia è spaccamento
 
M.
 
nel giogo dell’impero occidentale l’etimologia del demonio
è separazione. solo quando Mosè divise le acque
fu opera di salvezza. solo l’acqua
può essere divisa senza rimpianto. altrimenti,
dove è separazione, ecco il cupo sgomento
della solitudine. Dio ha gettato Lucifero nelle profondità del creato
perché la scheggia di luce rimasta nel suo cuore dall’origine
non rispondesse al grido di dolore dell’umanità intera. Lucifero
è il corpo bellissimo e sordo, il corpo rovesciato
nell’antinatura,
la sua sostanza spirituale coincide
con una legione di bestie
che paiono rocce e lucernai in disuso, ha il sentore di zolfo di una perfezione
inservibile. nelle zone profonde della sua pelle
c’è una luce perfetta e inservibile. la sua nullità molecolare
è un fenomeno pieno di rimpianto. essere buio così, essere nessuno. mentre il giusto ha una nullità di luce,
tutto il suo corpo è un adattamento, tutto il suo corpo
è adempimento, dice io sono niente come io sono l’opera completa dei vivi.
 
che tu non veda, disse Dio al serpente, perché hai mostrato agli uomini
la vergogna di essere nudi e questo è stato il seme
della diaspora. che tu non senta,
perché hai insegnato agli uomini a parlarsi e questo è stato il segno
della loro improvvisa solitudine. prima, c’erano i Nomi. nella fusione edenica nessuna
opacità
forzava gli esseri a parlarsi: la solitudine è il comandamento
dell’inferno e la poesia è un salto, unanime e disperato, dall’inferno 
alla compresenza
perduta. allora io prego
che ogni parola sia innocente
come il silenzio di Eva, sia giusta come il nome delle cose, io prego
che ogni dialogo equivalga al silenzio del corpo
che si divide per moltiplicare
la bellezza, la gloria e l’obbedienza, che imprima nella carne l’opera piena
di gratitudine del primo Nome.
 
A.
 
il silenzio! Oh, il silenzio! ... quel diapason bianco
e unico, quando posa il suo sperma nel mio cuore, quando mi corrode
come un nuovo Giuseppe marmoreo
e ammutolisce per sempre –
il fragore delle ali degli arcangeli, il clamore degli dei
e lo strepito degli scontri violenti fra i pianeti?
 
può la tua anfora contenere un astro contradditorio che si separa
lasciando dietro di sé la sua roccaforte aerea –
per scendere nell’indole di una lenta neutralità?
 
lasciami entrare, con fuoco e acciaio,
le mie porte sono già scomposte
e i miei semi costruiscono nel non-tempo, 
le mie discendenze si arrampicano come edere
sul muro dell’oblio disteso lungo il nulla,
lasciami entrare nell’orfanità dell’acqua:
un feto di amarezza e dolcezza uguali,
nella sua bocca l’aderenza dei giorni
e sulle sue spalle i rottami del cielo [...]
 
così ho sognato dall’inizio:
che tu sia l’anfora stabilita dal suo stesso biancore – dove
si calma la ruota delle tre grazie
e gli impulsi astrali del mio cuore si allentano\
 
M.
 
oggi sei la mia resa, la bandiera
bianca davanti alla massa
verdesanta del mare, alla saldezza muscolare
delle onde, agli spruzzi dell'acqua illuminata e dispersa come un crimine
nella catena delle conseguenze. ma tu
mi cadi tra le braccia come cade in mare
il più alto sole
e il tuo nome tocca la mia bocca con tutta
la generosità dell'estate. i corpi dei poeti
sono incalcolabili
fiori di ciliegio, una flotta celeste, un sospiro di muscoli fossili
e conchiglie. ogni loro parola
è un reato, uno strumento alieno come il raggio verde che ci attraversa quando scende il buio
sulla città. ma ora tutto è verde, tutto è buono, tutto è una locanda a cielo aperto. è estremamente estate, appena oltre la china
di agosto. santo
bruciore della pelle, santa oscillazione
di frange d'ombra al vento e ossido di ottone
sulla curva dei fianchi. sale da terra questo quieto coro
di corpi, bellissimi e distesi
nell'oro. il sole estrae oro dalle nostre viscere. dalla pianta chiara
dei tuoi piedi sale
una preghiera, questa mia
religione

estratti critici

Andrea Breda Minello in Avanti on-line 16.1.15 - Trasformare in canto il sangue della specie

“La rosa dell’animale” rappresenta – oggi, tanto più dopo i fatti di Charlie Hebdo – un punto d’incontro, un luogo comune, dove due voci, appartenenti a culture e sensibilità diverse, si riconoscono e si ascoltano a vicenda. Questa è la funzione precipua della poesia: attraverso la parola dis-velare un mondo, renderlo noto, testimoniarlo. E come farlo se non tramite l’oggetto amoroso? Ecco qui sta il crinale, lo snodo cruciale: la libertà di dire, sussurrare: amore e renderlo respiro. Comprendere il soffio della cosa vocata, detta ed azzerare le differenze. Occidente e mondo arabo si sfiorano e compenetrano.

Scritto a quattro mani da Amarji, pseudonimo di Rami Youness, poeta di Damasco, studioso di letteratura italiana (ha tradotto in arabo Leopardi, Campana, D’Annunzio), e da Maria Grazia Calandrone, performer, drammaturga e soprattutto poeta tra i più rilevanti di questa nostra contemporaneità, “Rosa dell’animale” risulta essere un libro particolare. Uscito prima in Siria nel 2014, presso l’editore Attakwin, poi in Italia a fine anno per l’instancabile editore Zona, presenta un’importante prefazione di Adonis: Interrogare la domanda. Nell’introduzione si ricorda che: “Dentro l’Amore – poesia e dentro la Poesia – amore si cancellano le diversità legate alle notizie e agli eventi di ogni giorno. L’amore come la poesia è creato per essere accomunato allo stesso livello dell’esistenza, ed ha la capacità di oltrepassare le appartenenze etniche, linguistiche e politiche”.

Un moto, quello dei due lirici, di avvicinamento e di avvicendamento, un dialogo amoroso in cui stilemi e campi semantici si ritrovano: due lingue differenti, che diventano scandaglio di preghiere e riti. Universi e lessemi svariati per dire la stessa cosa: il fine ultimo è il riconoscimento dell’anima dell’altro, vegetale e animale al contempo, per approdare- come sostiene di nuovo Adonis – a “una presenza superiore, separarsi per ricongiungersi in modo più profondo, più ricco e più solido. È la distruzione dell’essenza del singolare per innalzare l’essenza dell’amore e del singolare-duale”.

Ci troviamo di fronte a un contrasto medievale rovesciato, dove la lingua si eleva e suggerisce, diventa trasmutazione lirica del desiderio fisico.

L’uomo si rivolge alla donna in questo modo: “il frutto del tuo corpo / è un grappolo di pendagli bianchi\ che cade / tutto in una volta / nella sorgente del tempo, ostruendo / gli sbocchi della conversione. / passi / nuda / tra linfa e corteccia / il tuo corpo il mio corpo / è sul fiore della notte sul neurocranio del bahamut”. La sorgente del tempo non travolge, petrarcamente, la donna verso l’oblio, anzi attesta la sua corporeità e fusione, dando vita all’alterità. La risposta è la seguente: “sono la feritoia e l’ultima cosa / della notte, sono il soffio iniziale / dalla bocca di un demone / solare, ipersensibile / come una molecola, sono un bianco organismo / infinitesimale e il mio passare / sotto la nudità della corteccia / diventa il canto delle capre e dei boschi”.

Attraverso la celebrazione della rosa dell’animale si celebra nella fusione il creato, i poeti fondano un cantico laico e privato, che si apre all’universalità e che coinvolge il mondo minerale e vegetale: ortiche, ruta, gladioli, e ancor di più quello animale: cerve, api, capre, mule (tutto un cosmo femminile) e si estende all’intero universo con le galassie alle origini del Tutto: “Mi presento a te come a una nascita”, afferma Maria Grazia, durante un’alba che restituisce la perdita e la gioia, la gioia innestata nel dolore della separazione. “Sul labbro dell’alba”, risponde Amarji.

Alla fine resta l’inno, il canto con cui si trasforma “il sangue della specie”. E tutto può ricominciare.

Dalla sua bocca (Zona, 2013)

[...] Davanti ai dattiloscritti che mi sono stati sottoposti ho provato l’imbarazzo che si prova a sorprendere involontariamente qualcuno in una sua posa intima. Qui, pareva di spiare una poetessa davanti a una sua materia verbale disarginata. Nemmeno in una bozza di laboratorio, bensì nell’out-of-order, nella irresponsabile disorganizzazione di una materia umana sottoposta a certe micidiali scosse elettriche. La vigilanza di Merini sulle proprie parole, normalmente già scarsa, qui risulta completamente in disuso: la poetessa è preda di una lingua più che mai dilaniata e oscura, ma, nello stesso tempo, questa cattiva riuscita poetica ci consegna in regalo un’evidenza: l’imperversare della follia e le relative cure fanno di lei una triste paranoica, le cure le disvelano l’angusto reale che ella non sopporta e dal quale era sempre fuggita grazie alla candela accesa in permanenza nella sua anima che aveva nome Poesia. Poesia di luce e trasfigurazione, parola-verbo di rinnovamento e di benedizione: dove il suo grido era sempre altissimo e teso in una pure disperata forma di speranza, gli elettrochoc le schiacciano la testa sulla superficie polverosa e fredda delle cose.

Ne rimane dunque il prezioso documento di un’evidenza: la “follia” poetica, il mal della parola, è di qualità radicalmente opposta a quella clinica, la quale è cinica, depauperata, angosciata. Sotto la pressa farmacologica le anime sanno di vuoto, sanno di calma chimica e di oppressione. La gestione psichiatrica era una sottile e ferocissima dittatura perché privava addirittura i corpi del rispetto dovuto: nei reparti vegetavano creature dissanguate da uno spreco mortale, prive di libertà, si spostavano grumi di materia distonica e stonata, caduta nella propria solitudine, nella infezione di una solitudine senza rimedio, dove invece la poesia ficca letteralmente le piume nelle clavicole dei poeti, mette in loro una libertà essenziale e l’intensissima qualità morale del prendere la parola a nome del coro umano.

L’internato psichiatrico è solo come il più solo degli uomini.
Il poeta prende la parola in vece dell’intera umanità.
Questa la differenza. Questa la qualità della gioia senza rimedio dei poeti.
Questa la forse involontaria denuncia politica della parolacorpo Alda Merini.

[...]

chronica IV
 
poi sui navigli si aggirano certi politicanti da strapazzo
che diffamano le donne per nascondere un’interna avarizia
del cuore – e tutti gli invisibili
tradimenti
 
mio marito affermava sovente che si tratta di cialtroni, gentaglia
che colonizza la mente degli altri con ciarlatanerie, come chi senta urgenza
di defecare sugli appezzamenti del possidente
 
e gli eriga sugli orti il suo monumento di sterco come un Evangelo
che condanna
il ricco epulone ma dell’epulone
abbia tutta la veste morale, tutta
 
la crapula, ma lo schiaccerebbe volentieri perché come lui
non è comunista;
 
e poi questi ce l’hanno con la chiesa perché la chiesa è ricca e promuove
la castità come ideale del genio. ne consegue
che mettere in dubbio la castità significhi
mandare al diavolo l’intelligenza nemica

chronica IX
 
e poi ci sono anime irraggiungibili, scempie
e scomposte,
che si rifanno al giudizio di altri, poi
che non si fidano
dei propri baiocchi, come direbbe
Pinocchio, quell’esterrefatto
aggeggio della memoria
di nome
Pinocchio, il quale rappresenta un divenire
altro nelle mani
di altri. ma alcuni hanno mani che fabbricano e versano
i veleni di un potere saltuario in un tremendo
desiderio di continuare

chronica XI
 
grazie a quelli che hanno creduto
alla mia versione e ai ricordi
dell’ormai povera
mente di questa donna, grazie
perché mi hanno salvato
per lo meno la vita, ma non sono stati
tanto generosi da lasciarmi
 
gli amori, che mi avrebbero
consolata e mi avrebbero fatto
compagnia. giuliano,
 
che è ridotto a un omuncolo
di paglia, adesso gira intorno
alle ragazzine come un vile
lupo di tane private
che esibisce i suoi spasimi amorosi tal quali
capretti infissi a una parete. io dico: certo
che mi fa pena,
ma non so perdonarlo, perché colui che semina dolore non può e non deve
 
uscirne che zoppo
e dolorante, perché guai
se in una donna
o in un uomo l’uomo
non riconosce un simile, il proprio stesso
fratello

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Elio, tu che sei Carla (Aragno, 2013)

in Dobbiamo continuare, 73 per Elio Pagliarani a un anno dalla morte - a cura di Andrea Cortellessa

Quando avviene il vivo di una voce, questa dirama in altre voci e si moltiplica: per gemmazione spontanea, primaverile. Ma, perché avvenga questa filiazione, bisogna essere stati a nostra volta abitati da vivi dalle voci di altri e bisogna aver provveduto, a nome di tutti, a mantenere oliata la macchina della voce umana. La coralità implicita nella poesia di Pagliarani, il suo volere assumere (mai riassumere) gli altri in una voce che riusciva “oggettiva”, è a nudo in questo volumetto di dediche e omaggi di settantatré fra amici, allievi e compagni di strada, quasi che, al momento del dolore, molti dei maggiori critici e scrittori di oggi si siano incamminati ad abbeverarsi alla fonte morale di un’intera lezione poetica e si siano sentiti incaricati, in molti, del suo cuporadioso segreto. E com’è ben descritto, come si risente! in queste pagine – fatte di mescolanza alfabetica di prosa e poesia – il moto ondoso e seminale della voce dell’amico e maestro: fisica, tellurica, percussiva. Dagli acrostici agli echi platonici, emerge il ricordo della poesia morale e corale – e per ciò mai definitiva, sempre da “fare” – del più realista tra i novissimi, quello che camminava dentro la protettiva nudità del mondo, nella realtà tirata fino all’osso ideologico, senza bisogno di maschera lirica. Sue manifeste compagne furono la citatissima pipa e la famosa voce, anarchica e corporale, grazie alla quale Pagliarani portò in scena la musica babelica della metropoli e, dentro il ritmo urbano: una ragazza, studenti, merci, animatori: una realtà tridimensionale nella quale sarà sempre necessario riporre la piena, vitale, analitica e laica fiducia che Pagliarani riponeva in essa.

Elio, tu che sei Carla
 
Mio caro Elio, so che non hai voglia
che si parli di te
ma lascia, per favore, ch’io ti renda la dolce protezione
di ben poche parole, ora che sei tu pure nella bianca
solitudine dei libri. Io lo faccio per me,
per nostalgia di me quand’ero Carla
e tu parlavi con la lingua mia
di quelle scrivanie, di quelle macchie
silenziose di femmine sul neutro
del falso legno (fòrmica
o compensato impiallacciato). Elio, lo vedi
le “ragazze di oggi” come stanno
sole sugli autobus, vedi il chiasso
di una disperazione
che nessuna di loro riconosce
come ha coperto gli avambracci magri
dove il peso dei fiori ha un valore
incerto. Sanno soltanto che non durerà. Lo sanno come sanno
la cosa naturale d’esser vive. Non ce n’è oggi preparati a piangere
per loro: questo danno
è per loro una cosa naturale. Sono mazzi coscienti di ginestre già intrecciati a corona
sul torace di un pallido Occidente. Ma tu, Elio, che è da cinquant’anni
che sei Carla, fai che uno raccolga
questo cupo rumore di vespaio, il rombo infetto della cattedrale
del mercato, questo impasto cruento di corpi
giovani e precariato
e ne faccia durata, tempo
comune e dell’io inesemplare, un assetto corale della voce, abbia pietà.
 
Roma, 15.3.2012 

Nuovi poeti italiani 6 (Einaudi, 2012)

Guarda che la carne non tocchi la carne
(Sant’Anna di Stazzema, 12 agosto 1944)

Quella mattina presto, camminando
come quando dal colle si capisce che tutto il paese è illuminato dal      
                                                                                      [primo fuoco
delle cucine, sentimmo rintoccare le campane
e abbiamo atteso.
Quando rincasarono gli uomini ci furono sobbalzi
di corpi e vetro e il suo sguardo divenne una terra disabitata.

In tanti aprivano la bocca e vennero
arsi com’erano. Una catasta di 100
bambini venne bruciata con il lanciafiamme
sulle strade
con le rose, quella strada bellissima
con le rose. Io rileggo la lista dei nomi
fino a vedere emergere ogni sorriso
dal suo rigo di cenere.
 
Il governo mi diede 47.250 lire
per risarcirmi del fatto
che a sette anni avevo avuto addosso come uno spruzzo d’acqua
benedetta mia madre. La sua testa
come un bello strumento scomposto. Torno dietro la casa tutti i giorni
per via dell'orto
e per sentire come apertamente si comportano i laghi, i migratori.
 
La domenica riempie di sole le mura
del paese e nell’odore di pane
ricordiamo le scariche sui campi
lavorati e lei nascosta tra le damigiane e quanto forte
la sua voce macchiasse l'aria chiamando il mio nome
perché partiva poco sopra la cassa di risonanza del cuore.
Tutto il suo corpo venne rivelato dal mio nome.
 
Io in una solitudine perfetta porto
in me muro con crepe
nelle quali scorre
purissima la gioia ma non cercarmi
altrove, sono queste parole.
 
 
Quando la morte si confonde con l'incoronazione
– scomparsa della Bestia –
 
Io mi provo ogni giorno fino a che punto
vuoi liberarti
di me. La mia anima era
malformata, Natasha
aveva il fuoco in casa
come in un campo di detonazione
e la leggerezza dei tuoi capelli spingeva il gas verso il grano
atroce ed estraneo
una cintura rossa
che succhia le sostanze della terra nella sua massima espansione
sollevata dal sole delle tue mani
già piene di polvere e bellezza.
 
Io sono la Ridotta
alla misura dei tuoi pensieri.
Non ti farò domande
quando verrai ma tu abbi pietà di questo dolore.
Sono
viva e sommersa. Inviolata. Niente
cattura le voci
là fuori – signore – non una
voce capirebbe l'amore
ammalato ma amore 
che mi hai insegnato.
 
Sono sepolto sotto falso nome – io come tu volevi
sono
decapitato – ora
che tu – come io volevo – domini
il mondo. Cosa
Natasha – di questo mondo
corrisponde al tuo cuore e sarà bello.
 
Io sono un materiale incontaminato – il mio corpo
costituito da pochi
alimenti
bianchi e a me nascosta sotto la terra suggerivi come
ingannarti ed è finita che ti sei
scomparso come un passero sui binari.
 
Io mi fidavo
solo di te Natasha perché avevo la mente costantemente
occupata
da te, e tu eri
un Luogo
l'arredo
dei miei pensieri. Io
non volevo perdere i dettagli
del tuo corpo costretto a sviluppare
a sporcarsi di morte.
 
Ma anche oggi parlano di noi
e non voglio che nessun altro veda
quanto tu sia già in grado di fiorire
come una messe
e le foglie si formano dove tu manchi.
 
Questo è perché io sono
la Presunta
– questo è perché io piango
la morte che ho causato e ardo
un cero sul tuo corpo come un codice alieno mentre loro
fanno odori
forti, certe volte profumano come altari.
 
Come la bestia santa io diffondevo
il canto del guardiano – eravamo
forme di esseri incamerati
alla roccia, l'enormità di un organismo
con il capo coperto
una casa posata sulla morte, due brevi
spasimi di violino e se non l'ho mai detto immensamente
io ti amavo e mi sono sconfitto
sotto forma di turbine di calce ora che sei
sotto gli occhi di tutti e interrompi chi parla
perché la bestia
ha marchiato la tua bocca con il suo silenzio.
 
Roma, 19 giugno 2007

poesia dedicata al rapporto tra Natasha Kampush, di dieci anni, e il suo rapitore trentaseienne Wolfgang Priklopil. La loro reciproca dipendenza si è conclusa dopo otto anni con la fuga di lei e il suicidio di lui.

Estratti critici

Alfonso Berardinelli, Poesia maschia, "il foglio", 21.7.12 - Nelle scienze, nelle arti, in letteratura, in poesia, l'essere donna è una categoria aprioristica o solo uno dei tanti criteri interpretativi? Chi legge Céline, Benn, William C. Williams ricorderà che erano medici. L'origine nobile, altoborghese o proletaria ha certo lasciato tracce nell'opera di Thomas Mann, di D. H. Lawrence, Nabokov, Jòzsef, Camus, Mi­guel  Hernandez.   L'omosessualità di Oscar Wilde e di Pasolini è leggibile nel­ la loro opera, quella di Auden no. Ma che cosa si ottiene a dividere gli scrittori in medici nobili, proletari, omosessuali? QuaÌche anno fa, parlando a Radio3 di poesia italiana contemporanea, mi ven­ne naturale fare alcun i nomi: Alida Airaghi, Anna Maria Carpi, Patrizia Caval­ li Alba Donati, Bianca Tarozzi, Patrizia Valduga. Mi fu subito chiesto: "Come mai tutte donne? Preferisce la poesia femmi­nile?". Risposi che non mi ero accorto che fossero tutte donne e rilanciai: "Se avessi nominato altrettanti  uomini, qual­cuno avrebbe notato che erano uomini?" Proporrei di superare una volta per tutte il problema, dato che in letteratura questo problema ormai non c'è. Nelle storie della letteratura inglese non viene riservato un capitolo a parte per Jane Austen, le sorelle Bronte, Gorge Eliot, Virginia  Woolf, Katherine Mansfield. Né si fa molto caso che i due vertici della poesia americana dell'Ottocento siano stati un omosessuale e una donna, Walt Whitman e Emily Dickinson. In Italia Elsa Morante non ha avuto una facile fortuna, ma neppure gli altri due maggiori narratori del Novecento, Svevo e Gadda. In Russia Achmatova e Cvetaeva fanno gruppo con Blok, Chlebnikov, Majakovskij, Pasternak, Esenin, Mandel'stam: le differenze formali e di carattere ci sono, ma si notano tra ognuno di loro e ogni altro più che fra uomini e donne. Quando all'inizio degli anni Sessanta comparvero come una rivelazione le poesie di Amelia Rosselli, prima in rivista e poi in volume, nessuno si mise a discutere del fatto che non erano scritte da un uomo. Negli ultimi due decenni anche in Italia le scrittrici abbondano, in prosa e in versi. Perché l'ultimo volume Einaudi "Nuovi poeti italiani", a cura di Giovanna Rosadini, lei stessa notevole poeta, comprende per scelta deliberata dodici poetesse in quanto la loro sarebbe "scrittura femminile"? Nessuno, credo, dovrebbe prendersi dei meriti o demeriti letterari particolari per il fatto di essere maschio o femmina, credente o ateo, conservatore o riformista, estroverso o introverso. Nella sua ampia nota introduttiva, un saggio più che una nota, la Rosadini scrive che le dodici poetesse sono state scelte perché "accomunate da un criterio qualitativo più che di gusto personale" (gusto della curatrice o delle autrici?) e "naturalmente non esauriscono il catalogo della scrittura femminile in versi praticata oggi in Italia". Poche righe dopo arriva la domanda "Si può parlare di una specificità femminile in poesia?" A questa domanda si risponde citando una affermazione di Amelia Rosselli: "Scrivere è chiedersi come è fatto il mondo: quando sai come è fatto forse non hai più bisogno di scrivere". Questa frase, più che come un principio generale, andrebbe interpretata pensando alla poesia della Rosselli (definita "la maestra di tutte") che effettivamente è una ricerca conoscitiva eroica su come è fatto il mondo e su cosa significhi ciò che avviene, le situazioni e gli incontri. Questa ricerca conoscitiva era per lei, più o meno come in Kafka, una questione di vita o di morte. Si potrebbe aggiungere: questa non è una caratteristica generale della scrittu­ra femminile (ammesso che esista come categoria letteraria): è solo un fenomeno che può verificarsi in certi periodi e in poeti per i quali l'intelligenza si presen­ta come una necessità. In effetti oggi in Italia le donne (almeno in poesia) sono di solito più intelligenti degli uomini. Ma in passato la tradizione del poeta in­telligente e conoscitivo non era un'ecce­zione, era la norma, da Leopardi a Saba, da Montale a Caproni.

Roberto Galaverni, La musica delle donne in versi, "La Lettura", "Corriere della Sera", 22.7.12 

Andrea Cortellessa, La parola-corpo, al femminile, "il manifesto", 9.8.12 - Con la sua avversione «texana» (direbbe Alain Badiou) nei confronti di qualsiasi pensiero teorico (o forse pensiero tout court) col quale ci si azzardi a leggere poesia – attitudine che riduce, chi la coltivi, a passivo succube di perniciosi «teorici moderni o postmoderni» – Matteo Marchesini ha stroncato con virulenza, sul Sole 24 ore, un’antologia di poesia da poco uscita nella collana «bianca» Einaudi (Nuovi poeti italiani 6, a cura di Giovanna Rosadini, pp. XVIII-301, euro 16). La stessa raccolta ha sollevato obiezioni più garbate (ma più di sostanza) in due critici di poesia ben più autorevoli, Roberto Galaverni (sulla Lettura del Corriere della Sera) e Alfonso Berardinelli (sul Foglio).

Se è raro che tanto si parli d’un libro di poesia, pressoché unico è che si sollevino tante perplessità. Ed è un bene: nel tempo in cui di poesia (dopo un periodo, verso la metà del decennio scorso, di nuova discussione critica) s’è invece tornato a parlare – quelle rarissime volte che lo si fa – in termini meramente occasionali promozionali (la rubrica di Galaverni sulla Lettura rappresenta una lodevole eccezione). Ma si capisce, tanta levata di scudi, non appena si viene a sapere che il sesto «quaderno» einaudiano ha deciso di includere, stavolta, solo poeti di sesso femminile (Alida Airaghi, Daniela Attanasio, Antonella Bukovaz, Maria Grazia Calandrone, Chandra Livia Candiani, Gabriela Fantato, Giovanna Frene, Isabella Leardini, Laura Liberale, Franca Mancinelli, Laura Pugno e Rossella Tempesta).

Ora, se c’è un assunto tenuto per fermo (proprio da quella critica «accademica» che a Marchesini fa correre la mano alla pistola) è il caveat di Gianfranco Contini che in un «a parte» dell’Excursus continuo su Tonino Guerra (saggio del ’71 compreso in Ultimi esercizî ed elzeviri) recisamente escludeva «l’esistenza categoriale d’una “poesia dialettale”, non avendo i “migliori poeti dialettali” molto maggior dignità epistemologica, poniamo, delle “migliori poetesse” ossia “poeti di sesso femminile”» (bisogna dire che Einaudi è recidiva, nel tradire il suo antico mentore: se è vero che la precedente Nuovi poeti italiani, curata nel 2004 da Franco Loi, accoglieva solo poeti in dialetto). Le intemperanze di Contini erano leggendarie e quandoque, come si vede, gli prendevano la mano. Proditorio non riconoscere la specificità della poesia in dialetto: si sarebbe visto di lì a poco, nel medesimo santarcangiolese di Guerra, un discepolo di gran lunga superiore al maestro quale Raffaello Baldini; più in generale il movimento «neodialettale», fra anni Settanta e Ottanta, è stato uno dei fatti più rilevanti della nostra poesia. Se non altro perché certe marche identitarie creano «minoranze» e «residenze» – frequentazioni di autori, insomma – che cementano eccome genealogie e «influenze reci- proche», come dice Rosadini.

Ma rifiutare con tanto sprezzo la categoria «poeti di sesso femminile» (il che continua a fare uno non così devoto a Contini come Berardinelli, nell’affermare che «questo problema ormai non c’è») aveva un intento vieppiù polemico, all’indomani del ’68: quando l’identità femminile veniva in primo piano come problema storico (tanto più in una letteratura che nei suoi secoli più ricchi – il Cinquecento e il Novecento – ha conosciuto una quantità di poetesse rilevanti senza paragoni nelle altre) nonché appunto «epistemologico» (stavo per dire «teorico», poi al pensiero del cinturone di Marchesini mi si è mozzata la lingua), oltre che naturalmente politico. E credo di capire cosa lo motivasse: il pregiudizio annoso, ma tuttora ben attestato (e infatti perdurante, purtroppo, nelle pagine introduttive di Rosadini), d’una poesia delle donne che «si nutra» anzitutto «di vissuto e di esperienza», che faccia «un uso emotivo, istintivo della lingua», che sia caratterizzata da «una sostanziale libertà formale scevra di retorica e di artifici» capace di dare accesso – al contrario della poesia maschile, si capisce, intellettualistica e formalistica – alla «dimensione semplice, non mediata, dell’esistenza» (tutte espressioni che Rosadini dedica non a caso alle autrici meno indispensabili fra quelle incluse).

Chi meglio espresse tale nefasto pregiudizio, proprio negli anni dell’anatema continiano, fu Dacia Maraini: «una donna che scrive poesie e sa di / essere donna, non può che tenersi attaccata / stretta ai contenuti perché la sofisticazione / delle forme è una cosa che riguarda il potere / e il potere che ha la donna è sempre un / non-potere, una eredità scottante e mai del tutto sua» (traggo la citazione dalla documentata tesi di Ambra Zorat, citata anche da Rosadini e consultabile in rete).

Il problema non può essere di contenuti in quanto tali. Altrimenti davvero un’antologia di poeti donne non avrebbe un senso molto maggiore che una di poeti dai capelli biondi. Quanto fa in parte un’occasione mancata del lavoro di Rosadini (la quale sconta consimili problemi come poetessa in proprio – entro raccolte interessanti ma diseguali come Il sistema limbico e Unità di risveglio) è l’incertezza fra questo diarismo minuto e diciamo confessional, che si riduce spesso a ron ron spontaneistico e dolciastro, e una piega diversa, e ben più profonda, che davvero percorre e connota – in modo evidente a qualsiasi lettore di poesia – le ultime generazioni. E che infatti – vale la pena esplicitarlo – giustifica in pieno, al di là dei risultati, la scelta coraggiosa di un libro di sole donne.

Al questionario di Ambra Zorat risponde in modo equilibrato, su questo punto cruciale, la più sicura maestra degli ultimi anni, Antonella Anedda: «si potrebbe dire che il contenuto nelle donne è spesso così potente da dettare forme inusuali, di grande forza e originalità».

È quanto era giunta ad ammettere, dopo lunga polemica nei confronti del «piccolo alibi intimistico» (e di una critica «quasi razzisticamente femministica»), quella che – a monte di Anedda e all’origine della genealogia – Maria Grazia Calandrone riconosce quale «maestra di tutte»: Amelia Rosselli. In una delle ultime interviste concesse, per una tesi di laurea nel ’91 (quella di Rosella Inchingolo valorizzata da Florinda Fusco e ora compresa in È vostra la vita che ho perso. Conversazione e interviste 1964-1995, a cura di Monica Venturini e Silvia De March, Le Lettere 2010), diceva dunque Rosselli che «la donna con la sua fisiologicità corporale (...) ha qualcosa non di diverso da scrivere, ma di più fisiologico da distinguere anche sul piano contenutistico».

La fisiologia, già. Se c’è in Contini un caso di sordità altrettanto dannoso è il saggio su, o meglio contro, Dino Campana (1937, negli Esercizî di lettura): avversato proprio per un «mito», il suo, che si «colora un poco di fisiologia». Ma è proprio questo (duole per Marchesini, a sentire il quale oggi si userebbe «la parola “corpo” con la fascinazione ipnotica con cui negli anni Cinquanta si usava la parola “popolo”») il punto nevralgico su cui ragiona la migliore poesia ultima. È vero quanto sostiene Galaverni, che negli ultimi anni si è assistito a una «retorica del corpo e del dolore»; ma solo perché questa piega, che attraversa la poesia moderna e post-, in tanti epigoni (ed epigone) è stata esposta in quanto tale, in modo persino ricattatorio, senza che essa attraversi davvero la pelle della lingua: così mutandola in modo irreversibile.

A partire almeno da Rimbaud (e Campana), e in modo sempre più evidente con Artaud (il «polo Artaud» che l’altro grande maestro delle ultime generazioni, Andrea Zanzotto, non a caso affiancava a quello «Mallarmé»), la poesia ha tentato in ogni modo, al contrario, di superare la scissione «cartesiana» tra lògos e appunto fisiologia. Dice ad Ambra Zorat Laura Pugno, autrice «metamorfica» se ce n’è una: «il corpo, nella mia produzione poetica, è centrale e soprattutto è legato alla mente. Cerco di ricucire la frattura, come del resto cerco di fare anche nella mia vita».

Ha senso eccome, allora, e addirittura un senso rivoluzionario, tentare di ricomporre tale frattura: ove la si riconosca persino costitutiva della poesia occidentale, da Petrarca in poi. Dove infatti il corpo che magnetizza la lingua e mobilizza la retorica di chi inconcusso si dice «io» è sempre quello di un altro (il «tu» amoroso). È stato il pensiero fenomenologico novecentesco – ragionando proprio su Cartesio – a capire, con svolta non meno che copernicana, come invece il corpo di chi dice «io» non possa essere in alcun modo messo fra parentesi: in quanto «punto zero» (Husserl) che condiziona ogni atto di percezione. Il corpo e anzi la carne (Merleau-Ponty): se è vero che il primo pregiudizio da mettere in discussione è proprio l’unità e l’organicità di quanto definiamo «corpo» (o appunto corpus: Nancy).

La poesia del corpo (o, diciamo meglio, di una lingua corporale) non appartiene naturalmente solo alle donne; senza dover risalire a Campana, lo dimostra la parabola di un «cartesiano» altrettanto esemplare come Valerio Magrelli. Eppure non si può negare, anche solo per via statistica, che nell’ultima generazione soprattutto loro, le donne appunto, abbiano interpretato una simile fisica del senso. Lo mostrano esemplarmente, all’interno dell’antologia einaudiana, i versi di Antonella Bukovaz, Maria Grazia Calandrone, Giovanna Frene, Franca Mancinelli e Laura Pugno. Ma lo mostrano altrettanto ulteriori interpreti più o meno coetanee, o più giovani ancora. A parte Elisa Biagini e Mariangela Gualtieri (ancorché già pubblicate dalla medesima collana, la loro presenza nell’antologia meglio avrebbe fatto capire di cosa si sta parlando), penso alle uscite recenti e più o meno «organiche» di autrici come l’Alessandra Carnaroli di Femminimondo (Polimata), l’Alessandra Cava di rsvp (Polimata), l’Elisa Davoglio di Detour (La camera verde), la Rosaria Lo Russo di Nel nosocomio (Transeuropa), la Giovanna Marmo della Testa capovolta (Edizioni d’If), la Renata Morresi di Cuore comune (PeQuod), la Gilda Policastro di Antiprodigi e passi falsi (Transeuropa), la Marilena Renda di Ruggine (Le voci della luna: libro che sebbene mi sia dedicato, il che mi pone in evidente conflitto d’interessi, non mi pare giusto sottacere); nonché a Sara Ventroni, dalla quale si attendono notizie dai tempi di Nel Gasometro (Le Lettere).

Magari, giusto di passaggio, qualcuno avrà notato che non uno di questi libri è uscito presso un «grande» editore. Ma certo, si sa, la poesia delle donne non è più un problema. 

Grazia Calanna, "La Sicilia", 13.8.12 

Filippo La Porta, Poesia. L'arte antica felice di stare nella rete, "il Messaggero", 13.8.12 - Singolare destino quello della poesia: rivolta malinconicamente al passato e proiettata verso un futuro ipertecnologico.Da una parte infatti ci appare come un linguaggio sempre più obsoleto (la stranezza dell’andare ogni tanto a capo), dall’altra assomiglia alla modalità non lineare, ipertestuale della stessa Rete (in un componimento lirico puoi entrare e uscire dove ti pare) e corrisponde alla modalità analogica del pensiero emotivo (vedi neuroscienze). E anzi è un linguaggio maneggevole, conforme a un’epoca basata su velocità e simultaneità. Ma chiediamoci: la produzione in versi nel nostro paese è all’altezza della scommessa che oggi la poesia, sempre più insidiata dalla canzone pop (quasi una poesia di massa), si prepara ad affrontare? Da innumerevoli segnali sembrerebbe di sì. 

I poeti italiani attuali, finalmente liberati dalle ultime scorie afasiche dell’ermetismo, sottratti alla suggestione neo-orfica (l’oscurità programmatica) e all’epigonismo manieristico del postmoderno, estranei pure alla tentazione della prosa (vedi Pasolini e l’ultimo Montale autosemplificatosi negli anni ’70 con Satura), non si vergognano più di dire qualcosa, e dunque si impegnano a pensare, a raccontare, a conversare, ad argomentare in versi (all’origine c’è il grande modello italiano della poesia di Dante, insieme morale e di straordinaria cantabilità, ragionante ed espressivamente audace). Almeno queste sono le conclusioni del lungo editoriale che Paolo Febbraro ha scritto per l’ultimo numero del glorioso Annuario di poesia, pubblicato da Perrone (diretto da lui e da Giorgio Manacorda, che lo fondò nel 1995). In quasi vent’anni l’Annuario si è prodigato nel censire, sistemare, valutare la copiosa galassia della poesia nel nostro paese (secondo un recente censimento l’Italia può vantare due milioni di poeti, se contiamo anche quelli online). Facendo bilanci, stilando graduatorie, ipotizzando canoni, emettendo giudizi di valore non conformisti. Ora Febbraro dichiara una certa stanchezza anche perché, aggiunge, l’Annuario ha vinto, esaurendo il proprio compito militante. 
Ha vinto per le ragioni che dicevamo prima, perché la poesia ha smesso di essere autoreferenziale e chiusa nel proprio gergo esoterico (significativamente si intitola Poesia senza gergo un bel saggio per Gaffi di Matteo Marchesini, il quale predilige i poeti-critici, saggisti in nuce…). E perché sulla scena restano almeno una dozzina di poeti di sicuro valore, che reagiscono all’arbitrio dell’informe e tentano di dire il mondo attraverso una lingua che è del nostro tempo, mentre l’esorbitante popolo dei poeti tende a usare una lingua poetica arcaica volgarizzata e a ignorare «un lessico e un artigianato poetico contemporaneo» (Alberto Bertoni in La poesia contemporanea, Il Mulino). 
Ma vediamo da vicino alcuni di questi poeti, raccolti nel recente Nuovi poeti italiani 6 Einaudi) a cura di Giovanna Rosadini, che ha scelto 12 voci femminili, anche per compensare un po’ l’ingiustizia di troppe antologie poetiche che quasi escludono le donne, da Mengaldo a Sanguineti (non sono certo che esista una scrittura femminile, specie in un mondo dove si sceglie tutto, perfino il sesso, però credo nel femminile come modalità conoscitiva fondata su una passività ricettiva estranea alla volontà di dominio). Tra quelle presenti nell’antologia ottimamente curata dalla Rosadini (che è anche poetessa) vorrei citare le mie preferite.
Il ritratto di Napoli nei versi di Rossella Tempesta è visionario e di minuziosa precisione: «stasera città presepiale,/deserta di pastori e affollata/ di case e lucine/ - accesi i salotti, le cucine…». Laura Liberale quasi suggerisce, con filosofica levità, una definizione della poesia: «Ci giocherai, vedrai, con le parole./Potrai fondare analogie/creare insospettate connessioni/un tuo esoterico vocabolario». Isabella Leardini fissa la tremante, effimera felicità dell’esistenza: «Chi perde il tempo di essere felice/ per prima cosa perde le risate/che tolgono il respiro, poi qualcuno/scende dentro lo sguardo lo fa nero/ come l’argento chiuso nei cassetti». Maria Grazia Calandrone riannoda le umana quotidianità una percezione cosmica: «Il sole è un animale generoso e lento/sosta/nella buca oceanica del giorno con il suo occhio, con il/suo circolare/occhio». Laura Pugno ritrae la fluidità (pur inquietante) della sua creatura in kayak: «è una ragazza con la schiena dritta/orecchie piccole e bianche con orecchini di perle/non vedi le gambe - /(…) - / non vedi la sua forma di sirena,/l’acqua è immobile sotto». Ma la più autentica voce poetica di questa antologia – e una delle maggiori nel panorama attuale – è quella di Alida Airaghi: «Non sono onde. Ne avrebbero forse/l’intenzione, increspature leggere,/rughe dell’acqua, e basta./Non sarà mai tempesta/questo lago, scarso coraggio/di farsi mare, se accoglie un fiume/lo placa, lo annulla in una quiete/casta». Con lei scopriamo la necessità della poesia anche nel terzo millennio: singolare scienza delle relazioni invisibili tra le cose, stravolgimento (o intensificazione) del discorso ordinario per rivelare qualcosa di non ovvio, autobiografia interiore, sapere per nulla esoterico ma capace di aderire al ritmo stesso della realtà.

link Einaudi

Poeti degli Anni Zero (Ponte Sisto, 2011)

Poeti degli Anni Zero
Ponte Sisto, 2011

 

 

 

 

 

 

 

 

Maria Grazia Calandrone, che sa spaziare dalla cronaca della Thyssen all'epicedio classico (Valerio Magrelli su “la Repubblica”, 23.2.2011)                                                                                                    parlano Piero Barbetta e Antonio Boccuzzi, superstiti
 
Nella notte tra il 5 e il 6 dicembre del 2007 nelle acciaierie della Thyssen Krupp di Corso Regina Margherita a Torino una briglia della spianatrice è uscita silenziosamente dal suo binario producendo attrito contro la carpenteria metallica. La scintilla che immediatamente ne è derivata ha incendiato l’olio di scarto, che normalmente trasuda dalle lamiere. Avvertiti da un collega, gli operai che montavano il turno di notte alla linea 5 di ricottura sono usciti correndo dalla sala controllo, detta pulpito principale, con l’intenzione di estinguere rapidamente il focolaio, ma hanno trovato gli estintori quasi scarichi.
Intanto i tubi portanti dell’olio ad altissima pressione, non reggendo al protrarsi del calore, sono esplosi, producendo le imponenti onde di fuoco che hanno portato a morte 7 dei 9 operai presenti.
 
Le onde di fuoco derivarono
dalla istantanea combustione dell’olio
nebulizzato: l’aria stessa
era fuoco
e cadevano attrezzature in fiamme dai carri-ponte
corpi cadevano come mandorle amare,
corpi-spugne
di acido cianidrico
che veniva assorbito dalla pelle: ognuno dei miei compagni
indossava un sudario di sangue arso, metri
 
quadri di carne vistosa, crepacci di carbone
nella muscolatura del torace
e il camice di tutta la lontananza
li velava: i miei compagni, una volta
incapsulati
nel baccello di fuoco – nel cavernoso
raschio del fuoco – diventavano cose
arse
e identiche, sovraumani
costumi di legno morto.
I miei compagni erano rivestiti dalla siccità del male. Ognuno
urlava dal suo astuccio di veleni.
Mentre spegnevo quello che restava
di lui, lui mi gridava Piero come sono in faccia.
Io lo riconoscevo dalla voce
 
poi ho alzato la coperta
che gli avevano messo sulla testa
e non era rimasto più niente
di lui se non carne indifesa
se non voce, la sovraumana
carità del legno.
 
 
Roma, 23 dicembre 2010

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