Libri

Calpestare l'oblio (Marte, 2010)

  •                                     Calpestare l'oblio
  • poeti italiani contro la minaccia incostituzionale
  • per la resistenza della memoria repubblicana
  • Marte, 2010

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

intervento di MGC per la festa PD di Reggio Emilia (10.9.10) con lettura del testo su Sant'Anna di Stazzema incluso nell'antologia

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Nella borsa del viandante (Fara, 2009)

La poesia di Maria Grazia Calandrone possiede una grande forza “primordiale”, generata dall’incontro tra la potenza visionaria che rielabora la percezione e la restituisce attraverso il filtro di un immaginario che trascende il dato oggettivo, con un equilibrio formale che, sia nel verso breve che nelle colate laviche del verso lumgo, riesce a convogliare l’energia in un flusso che trascina evitando la dispersione.

Dall’osservazione del reale, che richiama l’esperienza individuale e il sepolto della memoria, la Calandrone crea scenari talvolta surreali, in cui la realtà è come filtrata da una percezione onirica che la rende indistinta, a tratti immersa in un’atmosfera “apocalittica”, che trascende il dato stesso, rendendolo universale: “Al centro dei miei occhi lei batteva la luce e si torceva / nella demolizione colossale / poi vidi un uomo perdere la presa / come uno di quei seri colpi di vento / che stabilizzano la radicalizzazione dell’albero”.

Il verso di Maria Grazia Calandrone procede per progressiva accumulazione d’immagini e intensificazione di sensazioni, e spesso, come nel primo inedito, la realtà del quotidiano e l’esperienza individuale vengono elevate al sacro, o piuttosto è il riferimento all’elemento religioso che ne evidenzia una sacralità tutta contingente, in cui il martirio è attraversato nell’amore “[…] solido e bianco / come un sasso” e “ti amo” è detto “come una parola / detta in punto di morte”, come un’estrema preghiera di chi nel qui e ora cerca l’assoluto che eleva.

Da questo deriva la tensione che permea la poesia di Maria Grazia Calandrone, quella densità d’immagine che quasi stordisce, che, come per una reazione a catena, richiama nel lettore le immagini del proprio stesso rimosso, perché le suggestioni dettate, anzi, sferrate dalla poetessa sono materia metamorfica e cangiante, suscettibile di essere ri-plasmata da chi l’abbraccia e la sente riardere tra le mani che non sanno circoscriverla, comprenderla se non nella distanza.

Chiara De Luca

NON SIA ESPOSTO IL SEGRETO CHE BRUCIA NELL’URNA DEL CUORE
 
Con il tempo avrebbero trovato il modo – e dietro si sarebbe sentito il cinguettare di tutta la primavera, la spiga del cuore che saliva estiva come un dettaglio piccolo e bellissimo fra statue d'oro
cresciute intorno alle parole formate
nel cielo dagli sciami – ma
così sia, l'evidenza del corpo.
 
1.
Dove l'amore appare sotto forma di crudele obbedienza
 
Macchinazione a sangue (sangue)
sull'ala come la parte terminale di un albero.
Lei cammina nell’ultima prova con invisibili
imbastiture di cenere
sulla bocca. Tutto questo mio corpo preferirebbe morire anzi
che lasciare
tutta la dottrina
fuoriuscire
così
rotta in lamenti. Le braccia sono l’apice
del fiore, tengono fermo lo sciame.
 
2.
Sfondo con palazzi 
 
Gli uccelli non potevano afferrarsi
per le grandi scosse
del vento ai rami, cercavano
impalcature, crepe 
dato che il cuore non rimarginava
 
3.
Dove Maria ha la lingua tagliata e sembra proclamare in ginocchio il suo martirio
 
Io lo sapevo a cosa andavo incontro. Evanescenza
dei lapidari. Carie del marmo. Muschio freddo nell’orbita
che da viva lo sai con quale amore. Morsicatura delle larve eppure
silenzio dello sciame
che si addensa come una lacuna
di sole tra i muri
divisi dall’ingombro della terra.
Come possiamo ancora camminare – un candore, una interrogazione – oltre il caldo della lacrimazione: chiodi
neri nei polsi che tengono elevata
la reliquia di un vivo.
 
4.
Ecco la rinnegata e la incrollabile
 
Vengo ad attraversare il mio dolore
davanti a te: sono quella
che passa nel fuoco,
la flagellata e la pur sempre
amante, la programmata per transitare
in quello che non conta, nel suo proprio dolore
quando tutto il calore del mio cuore ritorna
al mio cuore e mette tra le piaghe
lame dolci di chiaroveggenza,
la distanza stellata delle anime dimenticate nei corpi
come piccoli campi di luce.
 
5.
Fatti meno solubile della pietra
 
Non bisognava trattenerli
mentre in laghi di luce passavano
e dicevano solo
buona giornata maria
e maria recintata dalle rose non parlava
stava
ferma su una pietra
come un'agnella o
il pentagono di una stella
– è lo stesso, contava solo che fosse
soavemente.
 
 
6.
Un addio che chiedeva la sua altezza
 
Io di marmo
io statua
e progetto neutrale della natura
la migrazione in massa secondo luce
di una fusoliera metallica
corruzione animale che appena agita le braccia.

7.
Martirio breve di Maria ovvero detto del cuore su se stesso
 
Lei lapidata dal suo stesso amore – solido e bianco
come un sasso – dice
ti amo
come una parola
detta in punto di morte.
 
8.
Dove non è negata la perdita
 
Gli angeli sono soli sulla terra sono i sassi
trasportati dai vermi
nella bocca dei due trovati
vicini nel capanno
ma soli
come sono soli gli angeli
ma
senza più dolore – senza
aspettare più, liberi dall'attesa.
 
Roma, 29 novembre 2007

12 Poetesse italiane (N.E.M., 2008)

  • 12 poetesse italiane
  • Nuova Editrice Magenta, 2008

 

La stella polare (Città Nuova, 2008)

nota critica di Davide Brullo

ta la specie umana. Da cui nessuna immemore Euridice verrà mai riportata in vita, nemmeno quella di Rilke, di Orpheus. Eurydike. Hermes, già disfatta dal suo Orfeo, e che "Come una lunga chioma era già sciolta, / come pioggia caduta era diffusa, / come un raccolto in mille era divisa. // Ormai era radice". Ogni cosa ormai è compiuta. E ciò vuol dire, anche, che tutto è ancora da compiere definitivamente.

Estratti

VII
Presidiare il mare
Dagli operai sentiamo dire di un’ala
della sua polvere
andata lungo la corrente
ascensionale del mondo. Occasione
di disinganno: lo scudo lustro del mare non restituisce
la scansione di una spalla natante
nella spallina
del costume – il mare
– rauca
incostanza, pianura piena di abbandono
e voli – di soli
aquiloni – lungo il margine dell’ara
terrestre. Ahi, quanto amara assiduità di sale
a rompersi e seccarsi – fingersi terra di sepoltura. Spiaggia
più che deserta: popolata da cani di naviganti, noi.
L’arruffìo del fogliame nel disgelo
su un pianale di prede lunari
al freddo senza scompiglio di un’alba dal vento contratto sulle palpebre come uno spago. O negligenza a lacrimare
del sangue
assorto nei tessuti sotto il commercio dei nostri occhi
critici e umani: coperti
da visiere, e frange: senza confidenza.
Seppellimenti alti come giardini di sangue
combusto – a contatto
con una imperdonabile morìa, con uno spargimento
morfologico che modifica e incalza
lo stato sotterraneo.
 Lo spiegamento di forze all’apparire del chiaro
 
Gli alberi occupano l'aurora della famiglia. L'animale
è una massa di attenzione, la musica che sale
dai gomiti appoggiati alla terra. La campagna, quel grumo essenziale
di rondoni e polvere serena, è ora tavola, macero
e orinatoio, principio attivo dell’anima.
 
Lei trasformata
dalla scoperta che l’amore vibrava come un timpano d’acqua dalla base del tempo. Lo rivelano
le tracce ritrovate successivamente in mare – sulla città di pietra degli scogli
e l’impronta caucasica della scomparsa.
 
Mamma – mi sento come se volassi – davanti
a queste statue che ti somigliano. Indagine
della sbordatura plantare, la luce – poco incline – sulla spalla:
rosa vinosa
d'alba fiorentina. Non mi hanno ridato l’impermeabile
che avevo offerto per coprire il suo eccesso di opacità.
 
Domando cosa non l'abbia fatta risplendere: il mio corpo da latte
era carico di misericordia. Sovrastate – restituite
allo stato di cose le sue ossa dolevano grandiosamente, mute
come respira muto dalle origini il neutro.
 
17 febbraio 2004

IX Quaderno italiano di poesia contemporanea (Marcos y Marcos, 2007)

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