Libri

Atto di vita nascente (LietoColle Graal, 2010)

Editore: LietoColle
Collana: Il Graal
Data uscita: 18/09/2010
Pagine: 84
Lingua: Italiano
EAN:
Listino: € 13,00
 
 
 
 
 
 
"Nello stile inconfondibile di Maria Grazia Calandrone, una raccolta in versi contro il pregiudizio, basata sull'amore e sulla nudità, sulla gioia e sulla libertà: il canto di un'araba fenice che rinasce da acqua/cenere."
 
 
LA BESTIA TRAMONTA NELL'UMANO
 

Non sorga il sole della nostra fine, non a te che hai radice di primo vento
all’alba, non a me che ho la voce nuda degli oggetti che aspettano
giustizia, la voce dei papaveri e dei campi, l’ira dei flauti e delle tele, gli archi
dalle bocche di vento: ecco la sposa, ecco la primizia
di tutte le stagioni, l’ombra fuggevole dei meli agri
sul tuo petto, e di notte le stelle cadenti, un angelo fra gli albicocchi dello Ionio.

Lavoravamo il grano a braccia nude; cominciò la raccolta 
dei meloni d’inverno, e il primo temporale ci serrò
sottocoperta: dal baule come un frutto di mare cresce la camera da letto, dal mare
torna il mio sposo del mezzogiorno, domani, dal mare.

Un giorno ancora e guarirai
la fatica di credere. Sei mio fratello, sei il mio sole avaro; sono la sposa
del Mediterraneo, tua sorella. In me schiuma il tuo mare, il suo lamento
serale, e la tua messe di cèrcini neri: qui
ti inginocchi ai mandorli dei campi, sul mio viso,
e alla cenere. Fascio d’erbe aromatiche, creanza della sera, vola sul grano del mio petto e dormi
per bisogno di luce.

CONGEDO DAL SANTUARIO TERRESTRE

VI

Vedo lei, affacciata 
dalla finitudine sua 
sul bianco raccolto 
scivolamento 
in un gonfiore di germoglio
e di pianto finito
nello schianto del mare. Vedo una viola 
di latte 
che cola 
tra spalancate braccia 
d’acqua dolce. Poi vedo il mare muoversi come un telo di altare
io vedo l’ostensione
della sua bellezza
sotto alte infreddate costellazioni. Le ginestre

dopo: all’angolo estremo dell’occhio, poco prima del niente.

Il mare è dove la strettoia del fiume diventa beatitudine
è la pianura senza gravità
dove il carico 
si disfa. Riconosciamo il mare 
dall’odore infantile che gli prende la terra 
vicina 
alla punta pulita dei piedi
esposta per prima 
nelle calze 
e da una irragionevole felicità negli omeri, che stanno 
per affidarsi al nuoto, per allungarsi
come radici, congedarsi. 

Estratti critici

Luca Manes, Una conquistata rinascita, "Avanti!", 9.11.10 - Di solito la bestia è nera, rabbiosa, insaziabile. Così la descrive Dante all’inizio del colle, sul punto di cominciare la salita verso la salvezza: “Ed ecco, quasi al cominciar de l’erta, / una lonza leggera e presta molto, / che di pel macolato era coverta; / e non mi si partia dinanzi al volto, / anzi ‘mpediva tanto il mio cammino, / ch’ì fui per ritornar più volte volto”. È uscito a settembre l’ultimo libro di poesie di Maria Grazia Calandrone (milanese che vive a Roma, performer, autrice e conduttrice per Radio Rai 3), intitolato “Atto di vita nascente” (LietoColle, 79 pagine, 13 euro). Ed ecco che nelle parole della poetessa l’ostacolo, l’impedimento alla salita verso le stelle si trasforma in un luogo, in un “santuario terrestre” dove rifugiarsi. Il disumano che diventa non-umano, innocente, puro, “bianchissimo”.Già nel titolo della prima parte della raccolta, “La bestia bianchissima riposa”, è racchiuso tutto il significato dell’opera. Il riposo della “bestia bianchissima” in attesa che l’uomo gli si faccia vicino, compagno. “La cerva bianchissima riposa / la fronte. Tramonta / nell’umano la bestia / bianca e non svelata che non cela nulla / stanotte le macchine sono le macchine di un’estate finita / a sua somiglianza”. E ancora, nella poesia “La bestia è senza rimedio”: “Tutta l’estate mi hai chiamata, invano, tutta l’estate hai edificato nel bianco / della stortura umana / il bianco della bestia, / il nome fatto / dalla calce dei muri / (…) Lei ha fatto il mio nome”. È una bestia che si aggira per le città, qui, tra noi. Che, sulla calce dei muri, lascia la sua traccia. Che, nel succedersi delle stagioni, estate e inverno, non smette di fare “il mio nome”. Ma chi è, cos’è la bestia che ci attende? E per cosa?“C’è un luogo che nessuna morte tocca, una stanza di fiori / e di specchiere al sole come laghi / verticali di luce / dove la bestia si stende come l’officiare di un pino marittimo. / Di qui. Non vedo. Più niente, nella / altitudine: più niente / increspa la nativa / attitudine / alla felicità”. Ecco la bestia: la casa protetta dove non moriamo. Il campo di fiori e alberi dove la bestia riposa, in silenzio con la sua innocenza, e attende. Attende l’incontro, lo sguardo dell’uomo. E poi più niente. Nulla più che sporca, appassisce il bianchissimo, felice rinascere reciproco. Ma facciamo un passo indietro. “Primo amore” è il titolo della seconda parte del libro. Quasi che la poetessa intenda fermarsi e chiarire a tutti la condizione, la posizione necessaria per l’incontro. “Qui / un sussulto corrisponde / all’aria, e tu lo curi come una ferita, perché nel chiuso / del tuo petto è una serra sonora, a riprova / di quel punto invisibile”. È una spaccatura, una ferita chiusa, protetta nel petto che chiama a “quel punto invisibile”. È necessario che l’uomo sgomberi tavoli, tovaglie e divani. Perché in questo far posto, in questo svuotare vi è allusa la promessa di un incontro, di una crepa che si chiuderà. E l’ingresso in questo mondo animale non ha tanti accessi, sembra dirci la poetessa: “L’amore è una presa dell’anima sul mondo”. Solo amando l’uomo può porsi su quel ramo che ondeggia sulla bestia. E tutto, improvvisamente, si riunisce intorno all’amore che si avvicina. Tutto partecipa di questo vento in direzione di quel punto di non-morte: “All’amore appartiene anche l’inezia, la gramigna dei queruli uccelli/ posati in una pausa dell’aria, sul ramo, disarticolati / o rimossi dal vento”. La crepa che viene sanata. Il pianto che trova ristoro. L’attesa e la solitudine riempite del “bianchissimo” riposo. Dopo l’incontro, al di là dello sfociare umano nell’innocente. I versi della poetessa non si concludono con l’abbraccio alla bestia. Le parole si spingono molto più in là, dentro il permanere dell’innocenza animale nell’uomo all’attimo del congedo. La terza e ultima sezione dell’opera, “Le ginestre poco prima del niente”, si apre con la commovente, e precisa fino all’esasperazione, narrazione del suicidio della madre e del suo rimanere orfana. E con un invito al lettore nell’incisione-dedica a Katherine Mansfield: “L’apprendimento, attraverso la comprensione, porta alla compassione, e quest’ultima appare come la più alta facoltà dell’anima: la sua capacità di avvicinarsi”. Come se la poetessa volesse che il lettore le si faccia vicino. Prossimo alla sua umanità. E questo è possibile solo dopo aver partecipato dei suoi travagli ritornati in versi. Un modo efficace e schietto per conoscerla. Come se il vero rinascere della persona avvenga dopo l’incontro con la bestia, non durante. Al congedo, non nello sguardo. “Riconosciamo il mare / dall’odore infantile che gli prende la terra / vicina / alla punta pulita dei piedi / esposta per prima / nelle calze / e da una irragionevole felicità negli omeri, che stanno / per affidarsi al nuoto, per allungarsi / come radici, congedarsi”. Qui sta il segreto del libro di Maria Grazia Calandrone. “Atto di vita nascente” ha il gusto della rinascita conquistata. Le radici che finalmente si allungano, pronte alla vita. Dopo l’abbandono conflittuale col non-umano. Quando la bestia guarda la sua preda mancata nell’allontanarsi, prima di ritornare al riposo. “Bianchissima” come prima. 

Franca Alaimo - [...] Dalla com-passione nasce uno dei testi più alti, nitidi e commossi della silloge, che è “Congedo dal santuario terrestre”, in cui Maria Grazia si fa testimone immaginaria e più che mai fedele dell’abbandono del luogo natio da parte della madre, decisa ormai alla morte. [... ]
Una minuta e sensibile vividezza, quella che nasce dall’attenzione verso tutte le piccole creature che accompagnano la consegna del corpo all’ampiezza del mare, percorre i versi della sesta strofa. Quasi come nel celebre quadro del preraffaellita John Everet Millais, che ritrae il corpo di Ofelia che galleggia tra erbe e corolle, così anche qui il bianco scivolamento avviene “in un gonfiore di germoglio” e le braccia sono consegnate alla corrente mentre un cespo di ginestre è l’ultima cosa viva della terra offerta alla vista “poco prima del niente”.
Ancora una volta torna il lemma “altare”: ed ecco, allora, che il lettore comprende come la fitta simbologia liturgica che colmava la prima strofa fosse preparata per lei, la vittima sacrificale, in nome dell’amore materno. Ed ecco anche che la struttura della silloge si manifesta nella sua compattezza tematica, nella sua ciclicità a spirale, aperta.
Quale sfociare sarà quello della madre se non verso l’altra beatitudine, dopo “l’irragionevole” felicità degli omeri che si protendono al congedo definitivo, ma mostrando, inaspettatamente, “radici”? Può ciò che muore, nel punto stesso del suo finire, generarle? Oh, sì! Esse, infatti, sono da ricercare in quella somiglianza postuma che i vivi possono offrire ai morti come unico tributo alla “colpa” “d’essere vivi” e non poterli risuscitare.
E’ la stessa somiglianza che si fanno come reciproco dono il bambino e la campagna della seconda strofa (non ha sottratto, forse, il bambino santissimo ogni cosa alla morte? ), che si fanno perfino le piante fra loro. Affinché mai nulla “venga perduto”, scrive l’autrice. Per questo ella dichiara nel suo discorso teorico sulla poesia che “il poeta parla direttamente dal mondo dei morti o che i morti parlano per la sua bocca”.
In questa poesia, infatti, Maria Grazia parla della madre morta, al posto di lei: bocca su bocca, bocca da bocca, ella parla “la parola”, come leggiamo in Il duro filamento di Luzi, “all’unisono di vivi / e morti, la vivente comunione / di tempo e eternità.”. Versi amatissimi, questi, di Luzi che riecheggiano nella disposizione e nella qualità delle parole e delle immagini che compongono questo soavissimo “congedo” di dolore e amore, di svuotamento e di pienezza, grazie alle parole che “ci guariscono”, pronunciate amorosamente su quella “soglia” tra vita e morte, tra avere e perdere, verso cui l’autrice sosta sempre “piena d’ospitalità”. 

Francesco Palmieri, Un punto di vista: nota critica ad "Atto di vita nascente", www.lietocolle.info, 2010 - L'universo interiore di ogni individuo è le vedute, il panorama aperto dalle immagini che soggettivamente costruisce, osserva, scruta, gode e soffre; è il tessuto di parole (testo, discorso, monologo dell'anima e nell'anima) con cui dà forma e struttura a sé e al mondo; è il linguaggio nella cui interminabile costruzione e decostruzione si celebra espressivamente, formalmente, la drammatica ricerca umana di un Senso che legittimi l'esperienza consapevole dell'Essere ovvero ciò che chiamiamo vita, esistenza, esserci. E in Maria Grazia Calandrone la "parola" è tutto questo: visione fino alla visionarietà onireggiante, cifra dell' Io e tracciata dall'Io, interrogazione ora inquieta ora sedata, canto e meditazione, nominazione di un divenire singolare e tuttavia inscritto in una trama plurale di rapporti, relazioni, scambi dialogici fra sé e il mondo prossimo, circostante, storico e metastorico, presente e atemporale. 
"Atto di vita nascente" è una raccolta di liriche il cui segno prevalente e distintivo, è proprio la "liricità" nella sua accezione più originaria e classica, ossia poetica del sentimento, ma sincronicamente è anche ricerca spasmodica della "forma", di una forma pura più che di una purezza della forma. È un po' come dire, non la parola per la parola (o l'arte per l'arte di primonovecentesca memoria) ma la parola per dire, raccontare, far esplodere un sentimento saturo di vita, perché "L'oro rumina nel profondo/ sbattere d'acqua nelle terre cotte/ dal passo dei morti." (p. 16), o semplicemente perché la biografia umana è una successione di stagioni e arriva il momento in cui "L'estate opera nei frutti.../ un addensarsi della segretezza delle linfe/ al di fuori del ramo, l'estroversa dolcezza di una pesca/ compiuta." (p. 44). E questa pesca-raccolta sembra portare con sé il sentimento di un vissuto terminale, la cadenza emozionale di un commiato che non a caso -suppongo- prende forma nella poesia di chiusura del libro: "Congedo dal santuario terrestre", la cui ultima parola è "congedarsi", appunto.
Tale interpretazione (ma si tratta né più né meno di un punto di vista fra gli altri) sembra in contraddizione netta e stridente con la direzione semantica di un "atto di vita nascente", con un testo che sembra voglia certificare il farsi aurorale di una nuova esistenza, ma è proprio in quell'aggettivo verbale, in quel participio presente (nascente) che a mio avviso sta la chiave interpretativa, il punto nodale di soluzione di una poetica fortemente allegorica e, se vogliamo, di un percorso linguisticamente terapeutico ("Conta la solitudine. Rimuoverla/ è la cura di anni..." p. 43), di una confessione definitiva che prelude ad una liberazione, al recupero -nascente- di un Io che si riappropria di se stesso. È proprio in questa montante crescita d'Identità, in questo rendersi, pagina dopo pagina, nuovamente disponibili a sé stessi, che risiede la ragione, il senso della reiterata metafora della partenza, del viaggio; un viaggio che sembra richiedere l'obolo caronteo dello "sradicamento", uno strappo che ha la necessarietà di un atto dovuto, "un modo [...] di vincere la colpa/ di essere oltrefrontiera..." (p. 59).
È la struttura stessa del libro a segnare il percorso, la direzione, le tappe. Si apre con una lirica introduttiva ("sono intatti..."), con una dichiarazione di "fine battaglia", con una ripresa visiva di "alberi/ e un davanzale di neve", ma con il sentore di un qualcosa che nasce, nascente: "Cosa rischiuma dalla terra, che geme/ dalla casa sfollata/ dal sole enorme nell'erba/ mortale dove chiara riposa/ la corona regale dei biancospini." (p.11); e poi, a seguire, quella sezione che definerei una cantica sulla "Bestia", un'entità vitale e vitalisica dai tratti onomastici spesso dichiarati -ora cerva, ora mula, ora colomba (sebbene in similitudine), ora lupo e uccello, quasi a rappresentare la natura ambigua aereo/terrestre dell'umano- ma a mio avviso meglio tratteggiata nella figura indefinita, germinativa, della "bestia bianca", dove l'elemento cromatico del bianco sembra essere l'ancora indistinto o l'innocente, o soltanto il bianco della pagina di un "poema" privato ancora da scrivere.
Il corpo centrale del libro, "Primo amore", sembra segnare il percorso principale del recupero mnestico (quella "pesca" quasi evangelicamente miracolosa), il passo dopo passo dove il motivo erotico appare e scompare come se non fosse il motivo centrale, ma uno fra altri di pari importanza: l'infanzia, il crescere e maturare, la "perdita dell'innocenza", il sentimento metafisico del sublime mai davvero rimosso, la partenza e il viaggio interiore verso una destinazione non precisata (storicamente, autobiograficamente) ma che ha nella direzione dei rami, l' "alto", un senso, e sulla terra "l'amore [che] è una presa dell'anima sul mondo." (p. 58).
Infine, solo un accenno alle due "sezioni" che chiudono la raccolta: un omaggio a due donne tragiche: Lucia Galante e Katherine Mansfield; due donne accomunate da un differente destino, ugualmente e diversamente drammatico: Lucia, una donna comune, uccisa da una Storia e da una Cultura che oggi definiamo senza mezzi termini oscurantista e claustrofobicamente provinciale; Katherine, una scrittrice ed un'intellettulae, segnata dal dolore a cui mai si è sottratta, dalla malattia e da una morte indubbiamente precoce. Di questa parte del libro "Atto di vita nascente", voglio limitarmi a due soli e brevi rilievi: il titolo che richiama il fiore della ginestra (o il fiore del deserto, scriveva Leopardi nella lirica omonima), come ad indicare un guizzo di colore vitale (o addirittura proporre degli exempla d'umanità) "prima del nulla"; e in secondo luogo, l'epigrafe di p. 69 che voglio citare per intero:
"L'apprendimento, attraverso la comprensione, porta alla compassione, e quest'ultima appare come la più alta facoltà dell'anima: la sua capacità di avvicinarsi.".
In conclusione non posso non accennare alle pur presenti difficoltà di lettura, dove leggere non è solo un evento morfosintattico ma soprattutto penetrazione semantica, proprio quell'operazione di comprensione del testo a cui la stessa Maria Grazia Calandrone si appella nella citazione riportata sopra. È innegabile la maestria poematica dell'Autrice, la sua capacità di proporre soluzioni stilistiche di alto livello (le segnalazioni sarebbero una miriade); è innegabile altresì il grado elevato di raffinazione-raffinatezza formale, tuttavia è proprio in tale alto grado di astrazione linguistica, di allegorizzazione del contenuto che sembrano persistere presenti oscurità ermetiche, quasi come espressioni ultime, ultime resistenze di una sorta di pudore del dire, del raccontarsi ulteriore; è come se lo "scialle caduto dalle spalle" (nella chiusa della lirica "La cerva risuona"), non fosse in realtà caduto del tutto ma fosse sempre lì, trattenuto, con la sua trama preziosa, i suoi ricami aerei e terrestri, a celare ancora un poco la "bestia [che] bianchissima riposa". 

link correlati

Sulla bocca di tutti (Crocetti, 2010)

Editore: Crocetti Editore
Collana: Aryballos
Data uscita: 04/05/2010
Pagine: 140
Lingua: Italiano
EAN: 9788883062070
Listino: € 15,00
 
per acquistare:
 
 
 
 
 
 
 
premio Prata, premio città di Sassari - finalista premi Cetonaverde, Sandro Penna e città di Fabriano
 

ascolta “Sulla bocca di tutti” a Radio3 Suite (24.6.10)

La chiara circostanza

La clamorosa dolcezza delle clavicole, la percussione cessata
dei finimenti muscolari, le valvole
che l’hanno finalmente abbandonata
sulla terra, l’angolo umile che fa la testa
per celare il sorriso
sulla cruda colonna del corpo
dice: ti ho aspettato per tutta la vita
ho visto la tua vita
nei miei sogni e tutta, notte
dopo notte, si risolveva nel perdono. In certe svolte
quando il cielo pieno di meraviglia coincideva
con la bolla degli alberi agitati dalla piena
luna, io mi svegliavo
per causa dei tuoi sogni
e portavo il tuo nome come una bandiera
che saliva dal petto e mi rendeva
invisibile: di me
si vedeva soltanto il tuo nome. Io sapevo
che avremmo dovuto terminare vicini
qualunque cosa nel frattempo fosse stata di noi. Adesso
eccomi, sono qui per finire
nella tua fine, per aspirare l’ultimo respiro
dalla tua bocca
e soffiarlo attraverso la bocca
che dopo te nessuno ha più baciato,
al cielo.
 
Arietta dei bambini

L’aria, la prima
che hai respirato, era aria di marzo e di mattina.
Il sole
ardeva quieto nella sua onda
dalla finestra grande perché grande
era il cuore
e disinteressato
come il sole che appoggia la sua luce sulle acque
del fiume
e naviga chiaro
fino al mare
dove lo spazio è tutto attraversato
da fischi di gabbiani e piú niente
fa male. È bello custodire
l’aria nuova sul viso di chi nasce, con mani
umane conservare
sacro il sacro, fare l’aria piú chiara dove tocca
il cuore, perché il cuore sia semplice e leggero
come un aquilone
e altre cose che vanno dalla terra al cielo.
Bello è dire farò quello che posso
e piú di me, come tutte le altre sulla terra: prendi,
vita
dalla mia vita
la tua innocente libertà.  

Estratti critici

Enzo Golino, Amore e dolore, quei versi estremi della visceralità, "il Venerdì di Repubblica", 2.1.11 - Dopo l’esordio nel 1998, con La scimmia randagia (Crocetti, 2003) aveva ottenuto il Premio Pasolini Opera Prima: in seguito la sua attività teatrale e radiofonica, la collaborazione a riviste, ancora due raccolte hanno consolidato la poetica e la visibilità di MGC (Milano 1964, vive a Roma). Il nuovo libro, Sulla bocca di tutti (Crocetti, 2010), premiato e plurisegnalato, ambisce fin dal titolo a un più ampio ascolto del mentalismo viscerale ribollente nei versi. Una fiumana di sangue attraversa le pagine – pura biologia, eventi chirurgici, guerre, terrorismi – con la forza simbolica dell’elemento primordiale che unisce l’amore e il dolore più estremi: la gioia della maternità, il lutto per il suicidio dei genitori. Intorno al tema del sangue si aggregano la passione carnale per la terra (ricorrente la figura dell’albero), l’acuta percezione della realtà non solo fisica (trasmessa anche con linguaggi tecnici), immagini vigorose (Il sole / fabbro delle campagne). Ritmi più distesi e meno ripetizioni avrebbero giovato all’insieme del testo che rivela in un pensiero intelligente, di alta eloquenza, il suo più compiuto ruolo esistenziale: Siamo l’effetto di un contratto / provvisorio tra la materia e il nulla
 

Il corpo materno della poesia, Giovanna Frene in Passione Poesia (Edizioni CFR, 2016) - Il motivo della violenza della storia e della sua possibile espressione nella poesia è centrale in questo, come in altri, simili per taglio e per intenti, testi della produzione poetica di Maria Grazia Calandrone, e va ad intrecciarsi a un altro motivo capitale, sotteso a tutta la sua scrittura, ma vivissimo appunto nella raccolta Sulla bocca di tutti: il corpo materno della poesia, la morte e la gioia. I fatti sono noti: 560 civili – donne, vecchi, bambini e in parte uomini – vennero trucidati a Sant’Anna di Stazzema nei modi più efferati dagli occupanti nazifascisti, a partire dalle prime ore del mattino del 12 agosto 1944. Chi racconta la vicenda è la voce oracolare, quasi in trance, di un testimone che all’epoca dell’eccidio aveva sette anni e che oggi, come i custodi della memoria di letteraria tradizione, torna ogni giorno sul luogo stesso del massacro della madre (“Torno dietro la casa tutti i giorni”) per ritrovare quell’accordo con il fare naturale che la violenza dell’uomo sull’altro uomo ha distrutto. Ma chi, anche essendo testimone, di fronte a tali crimini, però, è autorizzato a dire qualcosa che non risulti oscenamente retorico, se non colui che ha ricevuto un battesimo non di fuoco, ma di sangue dal corpo stesso della madre nel momento in cui veniva colpita a morte: avevo avuto addosso come uno spruzzo d’acqua / benedetta mia madre? La testa della madre, “come un bello strumento scomposto”, è quello stesso “muro con crepe” della strofa finale, da cui, cresciuto all’interno della voce salmodiante “in una solitudine perfetta”, scorga “purissima la gioia” di parole (poetiche) che non sono narrazione, ma essere stesso del testimone.

Ciò che non si deve cercare “altrove”, per certi versi, allora non è solo il corpo e la voce di chi parla, ma anche i luoghi dove i fatti sono accaduti, e perfino le tracce dei morti, ricapitolate queste, infatti, nella presentificazione della voce, la quale ha la capacità di far riemergere i volti stessi dei bambini bruciati con i lanciafiamme, i loro nomi – e ancora una volta, i loro sorrisi sono emblemi di una gioia ineffabile, contro cui nulla può il grigiore del corpo ormai diventato cenere, e come tale scritto su un monumento commemorativo. E anche, la poesia è dare corpo alle cose, attraverso le parole, nominando cioè le cose per quello che sono: la voce della madre che urla il nome del figlio affinché si metta in salvo rivela per primo il corpo stesso della madre, ed è un suono che macchia l’aria tanto è l’intensità della voce che promana dal luogo “poco sopra la cassa di risonanza del cuore”. Così come il corpo diventa santo, reliquia posta in essere dal nome, allo stesso modo, i luoghi, reliquia dei fatti, diventano santi nei segni della memoria illuminati dal linguaggio: il sole che ritorna a riempire le mura del paese, il pane che conserva nella sua fragranza i colpi sparati nei campi dalle mitragliatrici. Allora come ora, si ripete perciò nella memoria linguistica il rito tremendo accaduto “quella mattina presto”: il cammino osservando a distanza, le campane, l’attesa, il rientro, l’abominio del massacro di massa, la desertificazione di ogni vita nello sguardo dei morti, le urla bruciate, i bimbi arsi col lanciafiamme lungo la strada delle rose.

Non è il governo che può risarcire con il denaro l’immane danno, ma proprio la sua riproposizione linguistica all’infinito, perché tale è il segreto tendere di ogni memoria: l’infinito essere presente. Con echi certamente ungarettiani, nell’intimo della voce parlante è vivo il paese devastato di allora (“muto con crepe”), parallelo al paese rinato che si erge davanti agli occhi (“La domenica riempie di sole le mura / del paese”), tanto quanto per il fante Ungaretti il paese più devastato era il suo cuore (San Martino del Carso). E questo passaggio nella tradizione non è casuale, perché permette lo slittamento dal soggetto-testimone al testimone-poeta, che d’altro canto trovava la sua raffigurazione perfetta nei modi di porsi del sopravvissuto, specie per quanto concerne, si è già visto, la connessione linguaggio-corpo-cose: ma da questo punto di vista, allora, il tragitto del fare poetico si configura rovescio: non è più il poeta che nomina le cose, ma le cose che, rivelando il di lui nome al poeta, appaiono fisicamente. Cosicché la poesia viene a configurarsi come fluido linguistico che prende atto dell’esserci fisico dei corpi e delle cose, che si fanno mediante la parola poetica, e il poeta scrive e parla come in trance una lingua che semplicemente registra ciò che la attraversa - che è esattamente il punctum dello stile, magmatico e assieme preciso, di Maria Grazia Calandrone: la sua “purissima gioia”.

Alessandro Seri, RESISTERE E COMBATTERE in "AbsoluteVille" (motivazione premio Poesia di Strada 2010)

I percorsi, siano essi umani o geografici, necessitano di regole basiche tramite le quali orientarsi. Camminare attraverso il tempo, lungo una strada, ai bordi di un precipizio implica un equilibrio costante accompagnato dal coraggio incostante, perché non sempre si può aver coraggio. Maria Grazia Calandrone racconta tutto questo percorrere con una naturalezza che sembra quella del lenzuolo teso appena prima di essere piegato. Il raro incontro con la poesia a volte disarma per la sua semplicità, anche quando, come in questo caso, la complessità è tutta stilistica e si contrappone con sguardo forte e sereno ad un raccontare i grandi eventi della vita nostra e normale. L’attesa, il perdono, l’accudire corrispondono ai moti santi per i quali vale la pena vivere, per i quali si accettano le sofferenze del quotidiano e anche quelle extra ordinarie. I gesti umani si fanno più poesia dei pensieri e la consapevolezza è l’equilibrio di cui sopra, quello che ci mantiene dritti, che ci dona la naturalezza della posizione eretta, la regola appunto. Anche una possibile mistica propensione o idea può concedere la stabilità del cammino, qualunque esso sia: la discesa, la strada sconnessa e la scala verso un qualsiasi ipotetico paradiso. La binomia equazione del vivere terrestre dove le soluzioni possono essere una, due o nessuna pure, mostra come nella cura dei testi sia sempre presente un doppio, un simbolo che va al di là del detto: la poesia quindi. Comprendere questo rivolo di ragionamento rende più umano l’autore e concede una minuscola grazia al lettore. Eppure, tornando al luogo incriminato degli umani, quello chiamato terra, si può cogliere il disordine nascosto del pianto e quell’ansimare felice e sfinito della corsa. I cieli, le zolle di terra, gli orti ed i cortili, le case. E persino le città, nelle estreme periferie, possono salutare la discrezione di un sorriso riflesso che equivale alla speranza, alla forza, alla semplicità del resistere e combattere.

Raffaele Piazza, www.poiein.it, 9.2.11 - […] Sulla bocca di tutti è un libro caratterizzato da una fortissima densità sinestesica e semantica, e c’è, nel procedere dei versi per accumulo, una forte urgenza del dire, una forte tensione che è etica ed estetica. La poetessa raggiunge una forma trasparente ed elegantissima, sorvegliatissima, in una raccolta in cui ogni elemento detto è ottimamente risolto, con una dizione sorvegliatissima: sono frequentissimi i versi lunghi, caratterizzati da un’ottima connotazione espressiva. Nel susseguirsi dei versi l’io poetico si dipana in maniera omogenea in una lingua lirica tagliente e subisce una mitosi, cioè quel processo di filiazione, di separazione cellulare, sdoppiandosi dalla prima persona della scomparsa, di una madre “pazza d’amore perdutamente incatenata”, al soggetto ricordante e figliare, l’autrice; da un luogo cioè segreto e mitico della memoria individuale al “guscio esterno della terra”. Sulla bocca di tutti, presenta una forte ambivalenza, tra la chiarezza narrativa dei testi e la complessità dei significati, nel loro riflettere incessante sulla vita,  una vita considerata a partire da una natura inquietante, che viene  interiorizzata; un pregevole esercizio di conoscenza.  Si prova in tutta la stesura del testo un forte anelito verso l’assoluto […]anche in questi versi, che hanno per argomento l’attentato dell’undici settembre alle Torri Gemelle, incontriamo un forte senso della fisicità nei molari scheggiati per il digrignare durante il sonno; qui viene detto il peggio con una descrizione di inferriate, cemento e macerie: vengono dette le sensazioni di alcune vittime del tragico evento e la descrizione ha un carattere fortemente numinoso e materico. La scrittura di Maria Grazia Calandrone non è leggera e presenta una certa velocità e tutto è imperniato sul senso del sentire, del percepire dell’essere umano, anche in terza persona, del mondo, della realtà esterna che, generalmente, ha una forma naturalistica. […] Anche in Sia fatto di me, incontriamo la figura della Vergine Maria, descritta in un modo tale da essere fortemente delineata nella sua semplice umanità. Si tratta di una poesia sul tema dell’Annunciazione. Variegato e incisivo Sulla bocca di tutti, un testo tra i più significativi tra quelli pubblicati recentemente in Italia. 
 
Davide Nota, "Atelier"n. 60, dicembre 2010 - “Perché nulla è il bello se non l’emergenza del tremendo.”.
Perché recito questi versi di Rilke, dalla Prima delle Elegie duinesi, in riferimento a questo nuovo capitolo dell’Opera poetica di Maria Grazia Calandrone? Cerco di spiegarlo. Sulla bocca di tutti è un libro boschivo, nel senso che davvero (e vi invito a leggerlo, per averne una prova) non si tratta solamente di un libro ma di un bosco.
Se la poesia per noi (così come in Mandel’stam) è parola-campanello di Pavlov che risveglia la vita e i sensi (e con essi il pensiero, la memoria e l’azione cerebrale), ogni singola sillaba intagliata nelle pagine lignee di questa Opera contiene e trasporta gli odori della terra bagnata e tiene la consistenza ambigua della riva, cioè di quel limbo di naturale ambiguità dove gli elementi della vita e della non-vita si sciolgono, dove riverbera il suono delle felci sfogliate e del legno franto al passaggio umano: «la prima volta che toccavo cosa non umana: la riva / era la prima cosa naturale ad essere / fuori di me nell’aria / sentimentale / per lo sgomento di aver concepito / il materiale di cui sono fatte le cose / non umane». (Scrive Agamben in un saggio dedicato all’amico Giorgio Caproni di come la memoria umana sia assolutamente non idonea al trattenimento musicale, incapace di ripercorrere il minuzioso concerto dei segnali sonori di un bosco, legati l’un l’altro da un’incessante struttura che è possibile comprendere ed avere solo nell’esperienza vivente del passaggio. E la poesia, o meglio dire: il pensiero fonico, è quanto di più somigliante a tale esperienza.).
Dove ci conduce nel libro di Maria Grazia Calandrone questo sentiero, questa selva sonora, questo “bello”? Ad un evento tragico, la morte. Ci conduce cioè all’emergenza del “tremendo” di cui parlava l’elegia di Rilke.
In questo senso l’Opera è un vero e proprio ciclo, il cui primo verso ci dice che «La terra era bellissima» e l’ultimo (una sorta di preludio al silenzio dell’assimilazione) chiude con queste parole: «Io più di questo non potevo fare per mettere argine a questa fine». 
Si dovrebbe meglio definire questa interpretazione dicotomica tra la "bellezza" e la "fine", perché Sulla bocca di tutti è un’opera liquida, in cui i due poli dell’interpretazione umana vengono sciolti in un unico corso fluviale di grazia e cenere, lutto e battesimo, sangue e neve: «lo sposalizio segreto» (sono parole del libro) della «luce nelle ossa».
Di cosa stiamo parlando, o meglio: di cosa ci sta parlando il libro, è presto detto: l’evento, l’irreversibile momento di questo viaggio nell’universo della memoria fisica (e cioè di quella memoria che si manifesta da sé nelle eco dei sensi, in una continua apertura di passaggi segreti e digressioni), è il suicido materno, che da un’origine misterica dell’infanzia torna ed emerge come un’emergenza da affrontare, un’esigenza di portare luce e chiarezza sopra un nodo coagulato di senso rimasto coperto, omesso; come una chiamata a scendere, «col passo e col pensiero», in un abisso fondativo dell’esistenza individuale.
La parola poetica di Sulla bocca di tutti ha la consistenza di una bacca di sangue, come il sanguinaccio dei piccoli paesi rurali, un rubino che si aggruma sul fuoco coagulando il sangue del vitello ucciso, e che poi si scioglie e rivela nel palmo della mano, al calore della condivisione.
Anche il mistero di questo libro si rivela a partire da ogni sua singola parola-gemma, coagulata di senso e suono, nella sua crudeltà di storia privata e reale: la scomparsa materna nelle acque del Tevere.
C’è un coraggio duro, di confessione e adiacenza, di fedeltà al dolore vissuto e vivente, che in un ambiente letterario (e in un'antropologia nazionale) sempre più prede della vergogna e della ossessione patologica e schifiltosa nei confronti della sincerità non educata ai canoni dell’ipocrisia (o del travestitismo) può risultare (addirittura) sconvolgente, esplosivo, vulcanico. Si tratta invece di un bagno di delicatezza, di un raffinato naufragio, elegante come l'ordito ritmico, la trama prosodica, lo stile della costruzione del verso e delle dilatazioni apparentemente prosastiche dei proemi. 
L'io poetico, che si dipana in maniera omogenea e in una lingua lirica cristallina e tagliente (la lingua della poesia, da Petrarca ad Amelia Rosselli), subisce (come ne Lo specchio di Tarkovskij) una mitosi, cioè quel processo di filiazione, di separazione cellulare, sdoppiandosi dalla prima persona della scomparsa, di una madre «pazza d’amore perdutamente incatenata», al soggetto ricordante e figliare, l'autrice; da un luogo cioè segreto e mitico della memoria individuale al «guscio esterno della terra».
Ho spesso avuto a mente un’immagine di Umberto Saba, un verso dalla poesia “Il torrente”, in cui l’acqua del fiume «dove ristagna scopre cose immonde».
Le cose immonde di Saba sono le verità emerse, spinte dal di dentro dell'inconscio al di fuori (sue definizioni) della scrittura, come un Cuore messo a nudo del nostro Baudelaire italiano.
Maria Grazia Calandrone scrive: “Ecco il mio cuore / più mio.”. E scrive ancora: “Non cercarmi altrove: sono queste parole.”.
Io credo che ci troviamo di fronte ad un’opera molto significativa ed importante, che mi ha fatto pensare anche alla centralità di un’altra opera-confessione e rosario come il Requiem di Anna Achmatova.
In un’epoca di dispersione e rimozione, che ha abolito capacità di raccoglimento e di scavo interiore per far posto ad una solitudine di massa istericamente taciuta e falsata, una ricerca autenticamente solitaria (la «solitudine perfetta», la definisce l'autrice) di assimilazione del sommerso e consegna della verità ritrovata, assume forse una posizione talmente morale (davvero una fedeltà, un “Compito” per tornare a Rilke) da risultare, ben oltre la dimensione della confessione, una presa di posizione storica, un approccio nei confronti del vivere e dello scrivere, del pensarsi e del dirsi, che ci riguarda direttamente e storicamente.
Bisogna guardare a fondo, nelle acque del fiume. 
 
Elena PriviteraMaria Grazia Calandrone – L’inarginabile colpa"FemminArt Review", novembre 2010 - E’ il vaticinio postumo della distruzione che in Maria Grazia Calandrone è come il peccato: originale. La sua poesia si snoda tenue e sobria come chi ha ancora pace da intendere, non indugia negli inutili aforismi di una realtà troppo cruda da essere digerita, se pur malamente, si lascia andare nell’assoluto realismo dell’onirico descrittivo, accettato per non essere da meno nell’enorme proscenio dell’assurdo fatto persone. “Magnitudine e rose sui corpi festivi e carichi di un lamento inaudito”. Maria Grazia è troppo cosciente e senziente dell’abominio da voler essere passato, in un rigore logico che non è pessimismo, più o meno gratuito, ma assunzione di responsabilità senza fremiti né gemiti, con il compìto respiro che i suoi gangli vitali, quel “forame pupillare che è una spugna di luce dell’altro mondo”, le consentono, anzi le obbligano per modestia cosmica di sofferenza. “Io volevo passare senza dolore. Io volevo diventare il passato come quella inservibile oscurità sul lago artificiale”.
Commuove la disponibilità ad essere transeunte del dolore, come se la sua scorza non avesse timore alcuno ad essere incisa e lacerata, perché per lei lo strazio fa parte di un passato infuturibile, appunto. E su questo registro è pronta a rimodellare gli schemi, quali il maschio, l’amore, la felicità delle relazioni, lasciandoli intatti, e diluendo il loro rancore nella colpa propria, irrintracciabile per assunto, perché possa continuare a vivere nella morte nobile del senso. “Siete corpi iniziati dal nome e da quel nome – mamma – evaporate con quegli occhi iniziali scacciati dal dolore e dal freddo come bestie”, rivolto, forse, a uomini pedine dell’incontrollata voglia di morire che si specchia nei suoi occhi, mutandosi in colpa, per anelito a salvare quel che del mondo c’è ancora in termini di “lamento inaudito”. “Non furono le pallottole dei soldati ubriachi a far morire ha ieled shelì, fu il peso del mio abbraccio sotto il peso dei corpi”. E’ poesia che si estingue nel suo inizio infinito, non reiterazione semantica, ma sacrificio che si rinnova, puntuale, spietato, mai sazio di sé.
“Lo sguardo di mia madre era spaventoso – sotto lei era un mare di corpi coperti nell’anima – io tacqui come fanghiglia nera”.
Quindi l’amore. Non è un partito preso, in Maria Grazia, come sovente accade, quello di irridere a trappole umane sofisticate con grazia, torbidi marchingegni di menti raffinatissime tese al dilaniamento del proprio simile, orgoglio di potere. No, per Maria Grazia paradossalmente il Potere è estinto da un pezzo, e l’horror ispiratore è solo una “insipida calca di neve che l’inverno sottrae ai nostri volti per ammucchiarsi sopra le campagne come un cane evaporante, lunatico”. Per Maria Grazia il dado è tratto da tempo immemorabile e la sua nuova etica di vita, riconoscibile a fiuto, è quella di avallare i bisbigli amari e acidi, come si concede amore ad un soldato in pausa dalla trincea, tacendo sulle sue contraddizioni di uomo-terra, perché da dove viene e dove andrà non c’è bisogno di humus che non sia se stesso.”Abbiamo – terra e rogo, sul volto, rimasugli di sangue, l’estasi”. L’estasi secondo Maria Grazia: reggere lo sguardo al sangue mentre si è costretti, a fare l’amore.
E quindi, “Posa il tuo piede sopra le mie spalle, adopera la scala delle mie vertebre che reggono l’atlante cerebrale, per calzare nel sacco della pelle l’autosufficienza della tua forma”. Beninteso, così facendo non è che Maria Grazia si escluda dalla portanza di un dolore proprio, tacendone l’interposto, lei sa che le costerebbe l’elusione dalla sua identità così vitale per la sua stessa morte, compagna di vita di morti analoghe, vestite di estatica compromissione. E così si tende, a “trasformare in ancora più amore il disastro che ha fatto la tua croce nella mia vita”. E’ chiaro, chiarissimo. “A trasformare l’osso esposto della croce nell’aprile del non voler morire”. Lei, per cui morire equivale a vivere, cioè nulla.
Straordinario, amore e morte che si fondono in una inedita, questa sì futuribile, incrollabile robusta fede nell’uomo e nella sua fine. “Inserisci la lingua nel fermaglio e domanda la grazia del martirio”. E’ questo l’amore, cautela del trapasso.
“Non creare eccessiva sofferenza all’animale durante il sacrificio, controlla che la lama sia tagliente”. 
 
Gerhard Mumelter del quotidiano austriaco "Der Standard", "Internazionale" 870, 29.10.10 - “La poesia”, sostiene Maria Grazia Calandrone, “allena a una spiritualità libera da dogmi”. L’ultimo volume della poetessa e performer romana di 46 anni sembra darle ragione. Sono liriche forti dal linguaggio complesso dedicate alla precarietà della condizione umana. Corporalità, morte e rinascita si intrecciano in immagini visionarie, la poesia serve come “autopsia degli arti vivi”: “Sia vendemmiata / l’uvaspina dell’osso / e l’osso sia uno stelo falciato. / Venga lasciato aperto il foro d’ingresso delle aracnidi / e le parole messe a disposizione / del ferro disumano del cuore”. 
Calandrone cerca di dare voce al “corpo senza verbo che fu all’inizio” e lo fa con immagini
struggenti dense di allusion tragiche, che spesso ricordano le oscure visioni di Paul Celan:
“Il fiume è viola / mio plumbeo paramento profano: / sono concime fatto per trasformarsi
in luce / sono passato per l’intestino di carpe, rovelle e anguille / e tutto si moltiplica e si arrende / dentro l’acqua corrotta dal dolore”. Nel suo nuovo libro Maria Grazia Calandrone si conferma come personaggio singolare e affascinante.
Entrare nel suo complesso mondo poetico non è sempre facile, ma è stimolante e suggestivo. 
 
Leone D’Ambrosio, La Calandrone “Sulla bocca di tutti”, Il Territorio", 16.10.10 - La necessità di comunicare nell’ultimo libro della poetessa romana - Della sua poesia qualcuno ha già detto ch’è “fiato di vulcano”. Così in tutte le sue opere precedenti la poetessa romana, tra le più accreditate, testimonia l’elemento essenziale della funzione poetica, ovvero la necessità di comunicare. […] È un roteare continuo, ininterrotto di immagini che fluttuano verso il dissolvimento per cercare di afferrare la recondita parvenza dell'essenza. Così tutto si adombra di qualcosa di indefinito soprattutto quando la Calandrone definisce e porta la lingua sullo spessore del reale. Il diafano sembra possedere il suo spirito e quindi ogni cosa si trasforma in un canto che sembra arrivare da lontananze estreme, dove ancora la razionalità è un'infanzia dorata e imprendibile. Una poetica quanto mai realistica, pregna di significazioni etiche che evidenzia una personalità forte e sensibile alla quotidiana realtà umana. I versi della Calandrone si manifestano come una meditazione d’innegabile fermezza sociale, pronta a diventare appello contro le decisioni dolenti degli uomini. […] “Sulla bocca di tutti” è un bel libro di poesie e rappresenta la via tortuosa che si trova a percorrere ogni uomo per il raggiungimento della propria libertà interiore. 
 
Stefano Lecchini, "Gazzetta di Parma", agosto 2010 - Giunta alla quinta raccolta (Sulla bocca di tutti, Crocetti), la voce di Maria Grazia Calandrone ha acquisito un timbro ormai inconfondibile: una colata magmatica (si pensi però a Dylan Thomas piuttosto che a un certo Luzi), in cui la lava al calor bianco della prosodia finisce per rapprendersi in una visionarietà feroce ma capace di secco splendore minerale; e se le lesioni dei nessi sintattici, in queste nuove composizioni, risultano in qualche modo cauterizzate (ossia sanate dal fuoco stesso di quella pronuncia), l'inarginabile invasamento analogico-oracolare che dilaga sulla pagina e sporca felicemente ogni astrazione residua, fa quasi pensare che il bianco piantato fra brano e brano sia solo un'interruzione di comodo – la temperie e la temperatura del dettato risultando senza alcuna interruzione omogenee. La preoccupazione principe incistata nelle sentenze e nelle figure, che pure riescono a emergere dal ribollire del magma, sembra essere quella di disfarsi dell'ingombro, dell'imbratto del corpo. La Calandrone, in più di un punto, è perentoria; ma il culmine lo si raggiunge osservando le sagome, soprattutto umane, che precipitano dal World Trade Center in fiamme: “A ogni cosa caduta / corrisponde una luce, uno spazio / che prima era occupato. Pensa che se tu cadi / fai luce.” I nostri corpi dovranno semplicemente imparare a ridursi ai minimi termini; dovranno sfarinarsi e sgretolarsi, deporre l'armatura, farsi puro scheletro, puro osso, pure ancelle della terra che vi passerà attraverso, per accogliere incrollabili, e diventare, il vento del perdono: e rinascere in tal modo all'innocenza luminosa dell'infanzia: “I bambini non hanno organi interni / sono aquiloni / pula / palloncini / (...) / e catene di ossa / abbandonate sull'altare / di una riva...” In questo abbraccio di rapina e resistenza (che da un punto di vista stilistico, se non addirittura lessicale, sono pure i due poli attorno ai quali ruota la raccolta: estasi, anche dolorosa, della visione, e crudeltà della precisione terminologica), si gioca ogni equilibrio: compreso quello, supremo, che ci permette di lasciar accadere il mondo, e di essere alla fine sovrastati dalla sua “equanime bellezza”. 

Dante Maffia, "Polimnia" n. 23, 1-2.12 - Il mondo odierno, il mondo antico, la memoria, il mito, la scia di idee, di sensazioni, di sentimenti che tra loro cozzano e si divincolano dal mistero per trovare una dimensione umana, perfino troppo umana. E le atmosfere sibilline, in pagine che fanno rimbalzare le parole da un senso all'altro, da un'improvvisa verità che però non resta ferma nel suo guscio e si trasforma in ritmo sincopato del dire quasi negandosi al senso. La scrittura di Maria Grazia Calandrone ha qualcosa di imprendibile e di magicamente alto, è come se le parole fossero oggetti contundenti che tuttavia non vogliono fare male, ma squarciare il significato in modo da farlo diventare un atto della quotidianità. "Io non sapevo reggere tutta quella importanza, io stavo / con i cani che scintillano nel crepuscolo / con i meli che stillano il calore / del pomeriggio e una mollezza di verdure estive nei bracieri / e un creparsi ossidrico delle conche del cuore..". È un roteare continuo, ininterrotto di immagini che fluttuano verso il dissolvimento per cercare di afferrare la recondita parvenza dell'essenza. Così tutto si adombra di qualcosa di indefinito soprattutto quando la Calandrone definisce e porta la lingua sullo spessore del reale. Il diafano sembra possedere il suo spirito e quindi ogni cosa si trasforma in un canto che sembra arrivare da lontananze estreme, dove ancora la razionalità è un'infanzia dorata e imprendibile. "Io dimentico il male / ma ricordo una terra che odorava di ruggine e d'inizio / con fiori di sale nelle ossa / degli asini domestici / che emergevano dalla madre / erosa". Versi lunghi e versi brevi si alternano creando una sorta di fibrillazione ritmica che non permette di fermarsi né sulle descrizioni né sul paesaggio né sulle idee: tutto rotola in un incessante angelico-demoniaco librarsi di accensioni che svelano e negano, che accendono linfa per ulteriori accessi al divino e al misterico per subito dileguarsi. Del resto a un certo punto la Calandrone scrive: "Ci fu un tempo del quale rechiamo le tracce. Ma comunque / la musica / delle apparizioni bisognava che si sentisse molto male / come da una radiolina / a transistor". Mi sembra che questo possa essere un esempio probante del procedere della poetessa che ha in sé il dono del magma da cui attinge a piene mani, spesso portandoci dentro climi di tenerezza e di dolcezza e più spesso disorientandoci per l'afflusso di materiali perfino inerti che condiscono la sua parola. C'è in lei, forte e decisa, la forza di un dilemma che non riesce a trovare la direzione e così tutto si avviluppa in un farsi e disfarsi che scintilla di metafore, di sinestesie, di affondi musicali che vanno disinvoltamente dalla musica classica al jazz, dal canto gregoriano al rock. A volte addirittura alcune pagine diventano stupore di pittura primitiva, fiato di vulcano. 

Franca Alaimo, "Poesia" n. 253, ottobre 2010 - “Al principio fu il corpo senza verbo” e “Una ossessione mia di sempre è la necessità della coincidenza tra la poesia e il suo autore”: si tratta, rispettivamente, del primo verso, e per di più isolato e perciò molto “visibile”, che dà inizio a Anatomia, la falsa porta e di un’affermazione di Maria Grazia, tratta da un suo pubblico intervento sulla poesia; li cito entrambi perché, anche se sembrano a prima vista non possedere elementi di contiguità, si assicurano una lettura esatta solo grazie ad un vicendevole sostegno. 
Maria Grazia è stata destinata sin da bambina ad un destino speciale a cui ella è andata incontro con la più assoluta ubbidienza. La madre, come la Maria del Caravaggio, morì suicida per annegamento nelle acque del Tevere, proprio come la modella che il pittore aveva scelto per raffigurare il transito della madre celeste. Parallelo, anche questo, assai fecondo, come si vedrà, nella versificazione della poeta. Questo corpo muto della madre, muto di morte, ma fecondo d’amore, poiché per amore ella aveva scelto il suicidio, è per l’autrice, l’eletta figura, come scriverebbe Cristina Campo, dalla quale sgorga la poesia: “Una sposa con l’acqua nella bocca attraversa il mio corpo / dalla testa / ai piedi…” Essa permette la coincidenza fra l’autrice e la sua poesia. Che significa, poeticamente, che “il poeta parla direttamente dal mondo dei morti o che i morti parlano per la sua bocca”, poiché essi ci amano di un amore tenace senza che ne “siamo raggiunti, riscaldati, colmati di conforto e consolati”. 
Non si tratta soltanto di una consapevolezza letteraria di continuità e contaminazione creativa, né di una coscienza storica tout court che sarebbe, d’altra parte, banale enunciare come uno dei capisaldi del proprio poetare. Si tratta, invece, di cercare nella doppia direzione biografica ed emotiva (ben intuibile alla luce degli eventi a tutti noti, perché fatti oggetto all’epoca del loro accadimento, dai mass media); ma soprattutto in una singolare dimensione panica e metamorfica, secondo la quale gli elementi della natura e gli uomini, pur costituendo il territorio della “Signora della Perdita”, sono entrambi destinati di nuovo, ogni giorno, a fiorire. Così, la dolorosa necessità della vita, mentre si addobba di segnali di morte, parla anche la lingua della gioia, della forza vitale che pretende nuove terre da arare e nuovi semi da spargere per altri fiori e frutti, rendendo vicinissimi e del tutto simili i corpi di tutte le creature terrestri. 
Una caritatevole ed insieme gioiosa curiosità spinge la Calandone a guardare dentro i corpi e le loro strutture; e da questo sguardo ostinato ed amoroso si genera quell’abbondanza quasi barocca di parole ed immagini, che non hanno affatto, però, in sé l’horror vacui, ma, invece, quella consapevolezza della grazia a cui fa posto “il corpo che si perde poco a poco”. Ed è grazia di voce, allegria di parole, poesia. Ecco che bisogna tornare al personaggio di Maria, cui prima accennavo, perché Maria è un simbolo gravido di molteplici sensi, significando la maternità in senso doppiamente biografico ( la madre morta d’acqua, la poeta stessa anch’essa da poco madre di una bimba), la maternità come vitalità fecondante, l’amore come servizio e destino, la morte come sacrificio di sé, ed infine, la poesia stessa, ossia il parto di parole annunciato dall’angelo che ha “la crepa profetica del forcipe alla sommità del cranio e una valva d’etere nel petto”. Da qui il rovesciamento dall’evangelico: all’inizio era solo il Verbo in all’inizio c’era il corpo. 
Una congerie di filamenti, una piena di sangue e di ferite e di carni aperte da ferri chirurgici, straziate, enfiate, e muscoli, e membra umane ed animali, elementi vegetali, si accumulano, travasano le loro appartenenze in un solo spettacolo, ossessivo e di rara potenza espressiva, di disfacimento in attesa di risurrezioni, poiché proprio al confine tra uno stato e l’altro si accende la luce che rivela e che ridà senso e colore alle cose. Ciò che sta per diventare invisibile di nuovo trapassa nel visibile e canta il suo esserci, il suo destino che resta per sempre inscritto nel tempo.
La morte che passa e falcia (immagine che ricorda certe celebri tele medioevali) giunge spesso con il passo della guerra, la cui presenza, in quanto attraversa molti dei testi di questo libro, costituisce anche il tramite dell’immissione della storia personale dell’autrice in quella più vasta del mondo. Sono riconoscibili, infatti, molteplici allusioni alle guerre combattute nel passato e nel presente e, finanche alla tragedia del crollo delle due Torri gemelle. Chi non ricorda quelli che, per sfuggire al fuoco, si gettarono dalle finestre dei grattacieli? L’immagine della ragazza, che tutti abbiamo visto, la quale come una foglia si staccò da sola / dall’albero cavernoso del grattacielo si fissa sulla pagina dopo la doppia affermazione: Ad ogni cosa caduta / corrisponde una luce e Pensa che se tu cadi fai luce, poiché anche lei, avvinta dalla sua “paura primordiale” “al centro del miei occhi batteva la luce”.
Guerra e morte non si contrappongono, ma si affiancano alla ricomposizione ed all’amore; in questa nuova ottica bisogna leggere anche i testi della prima sezione Quando non eravamo, i più autobiografici, che mettono in scena l’archetipo letterario di amore e morte sotto forma di un compianto pronunciato dalla donna, già morta, al suo amato anch’egli morto, sposo mai terrestre, dove, fra l’altro, quegli accenti di liricità tanto diffusa nella poesia di Maria Grazia Calandrone, giungono a dei vertici di straordinario impatto, nonostante la qualità topica dei sentimenti espressi. 
La liricità della poesia di Maria Grazia sembra nascere da una serena pietas e da un indomito amore nei confronti della vicenda esistenziale e trova i luoghi migliori nelle sue manifestazioni estreme: la tragicità e la bellezza spesso congiunte, poiché entrambi segnali della dolcezza inesplicabile dell’effimero “Lui ha le braccia incrociate sul petto come roccia / nera / e cocci di mandibola nei seni nasali: l’emorragia / cerebrale salita come bistro fino agli occhi lo faceva più / bello e più felice.
Il linguaggio usato dall’autrice, complesso, singolare e maturo, denota un lungo esercizio sul codice comune di comunicazione, alla ricerca di uno stile. “Dire con stile – afferma la stessa Calandrone nell’intervento già citato - è divenuto sempre più indispensabile. E, permettetemi di dire, tanto più necessario alla società quanto più la comunicazione sociale diventa fittizia, deviata, falsificata come in questi nostri tempi di rimozione globale”. 
 
Alida Airaghi, ibs Un libro importante, denso e profondo, di una poesia che scava se stessa alla ricerca della verità, ultima o approssimativa, di una parola-comunque-che sia rivelatrice d'altro. Poesia radicata nel dolore, che è di tutti, della natura, del mondo e della storia. Una storia che ci precede("gli scomparsi", tanto citati in questi versi: dai primi abitanti della terra ai soldati con le corazze dello stesso argento del cielo, dai genitori suicidi alle vittime di ogni violenza); una storia illuminata da flash improvvisi ,incubi e allucinazioni: paesi sterminati dai nazisti, stragi e attentati, macerie, mutilazioni. Partendo dai sacrifici animali dei riti antichi per arrivare all'undici settembre, descritto con analiticità quasi scientifica, a evitare qualsiasi retorica o abuso di commozione. Non c'è traccia di innocenza, in questi versi: sentimenti e corpi vengono disarticolati con asciutta compunzione, con anatomica precisione. Non troviamo sguardi, carezze, capelli:la fisicità è fatta di crani, tendini, vertebre, viscere, atlanti cerebrali, e la nudità della sostanza di cui siamo composti ci condanna senza scampo a un destino di annullamento, di silenzio eterno: "Siamo l'effetto di un contratto/provvisorio tra la materia e il nulla". Non si può certo parlare di freddezza, per queste poesie così severamente e tranquillamente disperate; esse esprimono una loro sacralità paganeggiante, vibrando orgogliosamente di una voce perentoria, declamata, alta e severa, del tutto laica, nonostante i numerosi riferimenti evangelici. Poesia visionaria e misteriosa, ma estranea al sentimento del fantastico e dell'immaginoso: invece concreta e dura nel dichiarare l'ingiustizia di una condanna alla mortalità, alla sofferenza. C'è insomma questa amara consapevolezza del nostro comune destino, di noi piccoli episodi transeunti nella indifferente e grandiosa vicenda universale. A questo sconfortato senso di disfacimento della materia, la poetessa può e sa opporre solo la potenza inclemente di suoi versi.
 
Museo Capodimonte, Napoli, 27.10.11 - con: Luigi Trucillo, Yves Bonnefoy, Milo De Angelis
 
You need to a flashplayer enabled browser to view this YouTube video
 
Teatro Comunale, Città della Pieve, 3.10.10 - con: Enrico Cerquiglini, Walter Pedullà, Davide Nota, Roberto Deidier, Elio Pecora

link correlati

La macchina responsabile (Crocetti, 2007)

Editore: Crocetti Editore
Collana: Aryballos
Data uscita: 2007
Pagine: 134
Lingua: Italiano
EAN: 9788883061776
Listino: € 14,00
 
per acquistare:
 
 
 
 
finalista Premi Mario Luzi e Terme di San Giuliano 
  
 
 
 
 
Dal mondo esposto
 
L'amore è la salute della scimmia.
Gli occhi dell'asino santo imbrattati dal vedere
la ruggine quieta delle cisterne.
 
Vento che arrota l'erba, l'ultravioletto calice
della sera come una latitudine radiante.
 
O il mare e i pomeriggi
composti dall'involucro ninfale della cicala.
 
Dammi le prove della tua gioia
nella carcassa del quotidiano
che rodi fin che è luce, luce...

 
da Apocalisse dell'animale grande
 
Nel fronte interno srotolano i dispacci sotto lampade da miniera
e l'ignoto attraversa il paese come filo spinato che sente
battere la pala dei fanti, lo smalto
delle gamelle contro la latta
e metri d'aglio. Maria, abbiamo
del gran danno nella testa
sporca di bestia che scappa
sottoterra, abbiamo nella groppa il crollo dei muli
sotto il peso plebeo dei materiali. Dammi il cuore
Maria, perché il tuo cuore
pesi come la terra tra le mani
mentre io ti raggiungo sotto il pericolo. Maria, con i pensieri
che non smettono mai di pensarmi, anche dopo
tienimi a te, al mio posto
sulla terra dei nomi. Solo tu
sai il mio nome Maria, perché il mio nome è all'orlo
della tua gola, bianco
come un affogato nel canale
sepolto nel tuo bianco che rinviene. Anche dopo,
stanotte, quando io sarò cenere, pronunciami Maria con il tuo corpo.

Estratti critici

Antonella Pizzo, I morti passano, le poesie restano. Per questo sono grata ai poeti ("Letture (e scritture)", 6.2.11)

Dopo la morte di mia figlia Martina, avvenuta a causa di un incidente stradale nel febbraio del 2001 (e quindi dieci anni fa, ed è questa la ragione di questi miei post, in modo come un altro per ricordarla, per ricordare le numerose vittime della strada, affinché qualcosa si faccia per fermare la strage) ho inviato la sua foto e la mia testimonianza all’Associazione Vittime della Strada, affinché fossero inserite in uno degli opuscoli della memoria, testimonianza viva del fenomeno. Scrive sul sito dell’associazione il primo presidente in merito alla necessità di questi opuscoli: “Nelle intenzioni di chi le ha volute - dei pochi che hanno avuto il coraggio di affondare le mani al centro del loro dolore per trarne una storia e una foto - queste pagine devono essere insieme memoria e monito. Dopo avere raccontato la mia vicenda, come altri, in un libro, io non ho avuto quel coraggio; ed anche ho temuto che l’esiguo numero di storie potesse trarre ín inganno sulle reali dimensioni del fiume di sangue e di lagrime che attraversa l’Italia, o sulla capacità della nostra dolente struttura di incanalarlo a fini di vita. Chi ha curato le pagine mi dice che ce ne saranno altre; forse allora quelle dimensioni appariranno più chiare, forse anche io sarò di nuovo pronta. Ma intanto voi che dall’altra parte aprite queste pagine col rispetto dovuto a chi ha perso tutto, spiegateci come potete accettare che quel fiume continui a scorrere e crescere ogni giorno.” (Marcella Castellini – primo presidente dell’associazione). La mia testimonianza apparve nel quarto opuscolo, oggi gli opuscoli sono diventati dodici, questo fa male perché significa che i morti sono davvero tanti. Stralci di testimonianze dei familiari delle vittime della strada che ho deciso di inserire in quattro post in memoria, che usciranno a partire da domani uno al giorno, sono tratte da questi opuscoli; raccontano le storie vere di Vania, Manuel, Tommaso, Athanasios e saranno  accompagnate da alcuni versi, ispirati dalle suddette testimonianze di Maria Grazia Calandrone. I versi, a loro volta, sono tratti dal trittico Ministero della realtà teatro di sinistri mortali. Negli opuscoli di sangue e di materia cerebrale (in senso proprio di materia grigia e sangue che imbrattano l’asfalto) su cui lavorare purtroppo se ne trova tanta, anzi troppa.

Mi sono imbattuta in questi versi casualmente. Accadde nel 2004 in occasione della mia partecipazione al Premio Turoldo.  Prima mi fece  strano riconoscere nel testo di Maria Grazia Calandrone, con il quale anche lei partecipava al Premio Turoldo 2004 alcune frasi che avevo letto negli  opuscoli della memoria, fra le quali una brevissima scritta da me. In seguito lo strano si trasformò “piacere” (fra virgolette, non si può trovare nessun piacere nel vivere queste tragedie, ma non trovo un termine diverso). Un “piacere” maggiore ho provato quando l’autrice mi ha donato il Nono quaderno italiano di poesia contemporanea (Marcos y Marcos, 2007) contenente il testo e  l’indicazione che le frasi in corsivo erano state tratte dagli opuscoli delle "Vittime della strada", (ne feci espressa preghiera, che la Calandrone cortesemente esaudì).
Poichè Maria Grazia Calandrone è un poeta affermato spero che ai familiari delle vittime della strada la cosa possa far  “piacere”, così come lo fece anche a me, perchè i morti passano e le poesie restano.
Chi si ricorderà di mia figlia fra 100 anni? Nessuno; è probabile, invece, che la poesia della Calandrone resterà. Della testimonianza scritta malamente da un familiare addolorato nessuno si ricorderà, di un dolore non provato sulla propria pelle ma empaticamente elaborato in forma di buona poesia di certo il mondo si ricorderà e ne riconoscerà la portata. Questa è la forza della poesia,  testimoniare, raccontare, rappresentare, tenere vivo il ricordo,  quel ricordo che se espresso male è destinato a perdersi nel nulla. Per questo sono grata ai poeti. 

Andrea Cortellessa, Nono quaderno italiano di poesia contemporanea (Marcos y Marcos 2007)
Nell’ultimo triennio, l’epifania di Maria Grazia Calandrone ha colto tutti di sorpresa. Se sono ancora possibili sorprese di questo genere, mi dicevo e mi dico, tutto è ancora possibile. Poi mi sono imbattuto in un verso di Anatomia nucleare che sintetizza in un lampo, incenerendolo, tutto questo ragionare: «Il peso enorme delle mie parole è una traccia sommersa, un ultrasuono». Ed è proprio così. Era questa infine, mi dicevo, la spiegazione dell’enigma che risponde al suo nome, della sua particolarità di venire da prima, e da lontano
[...] Non assistiamo all’estasi asettica e inumana del crash, bensì a quanto viene dopo (immediatamente dopo, magari). E la temperatura non è gelida; è incandescente, cioè umanissima. Quel che invece perturba, di simile, è la presenza urticante del lessico tecnico, di quella vulgata: dalla longherina irregolare e scoperta alle ruote gemellari del rimorchio, dalle piastre antisfilamento alla teca muriatica. L’infestante precisione d'un lessico materico, proditoriamente antilirico, in una partitura invece così lirica, è un altro connotato eminente – forse fra tutti il più ammaliante – del peso di questa poesia. Viene da pensare allo Zanzotto più clinico, all’implacabile radiologo del paesaggio e della storia. Il mio nome è lesione, diceva indemoniato un Io della Beltà. Quella Lesione non è ancora cauterizzata, quella ferita non è rimarginata. È qui che sanguina. Responsabile di ciò, si capisce, è la poesia: questa macchina. Così pesante – così sfrecciante. 

Laura Pugno, "il manifesto", 5.7.07[...] varrà sottolineare come sia Maria Grazia Calandrone ad affermare, ne La Macchina responsabile, una così grande fiducia nei mezzi della poesia da poterne bere fino in fondo «l'ultravioletto calice» senza temerne la potenza tossica, ma anzi neutralizzandone il veleno segreto, che risana e riporta in uso parole e oggetti che sembravano perduti per tuffarli di nuovo, immediatamente, nella materia fangosa del dolore, dalla cronaca degli incidenti stradali e delle stragi del sabato sera, alla storia nera dell'Olocausto e di Hiroshima. 

Stefano Raimondi, recensione al IX Quaderno italiano di poesia contemporanea, settembre 2007 - [...] la tragedia/tensione esistenziale della Calandrone sa come stabilirsi su tonalità che la trattengono nell'urlo e nella carezza. Tutti si svolgono nei passaggi di un tempo dove la poesia chiede udienza, lasciando spazio alla tensione dei rapporti con il contesto. 

Stefano Lecchini, "Gazzetta di Parma", 5.1.08 - [...] Tutt'altro che sorda alle tragedie della Storia (come le nefandezze della Shoah, qui folgorate in versi che non si dimenticano), questa poesia forse non ignora che nell'occhio buio, nel "volto / disordinato" del disastro possono continuamente riaffacciarsi, e forse risorgere, i colori della gioia. Perciò la voce della Calandrone, slanciata – malgrado tutto – oltre il carcere di ogni metro e di ogni cielo, scende di nuovo, ogni volta, a tumularsi nella terra. La terra, ci fa capire un passo molto intenso di questo libro, ora è un lenzuolo sepolcrale steso sul mare ove infuria la battaglia: ma solo accettando la profondità, anche luttuosa, delle sue fibre, forse l'Io potrà evitare di smarrirsi completamente, di soccombere al disastro, di rinunciare a preparare gli occhi al ritorno della luce. 

Stefano Guglielmin, "L'Indice", 2008La macchina responsabile sviluppa, nelle tre sezioni che lo compongono, una biografia sommersa sopra la quale si stende l'intrico del mondo, il "paradiso non finito del mondo", messo in scena per celare pudicamente un intimo dialogo con l'ombra materna, con il suo corpo, ormai "Estraneo" e "Minerale". Rispetto ai suoi precedenti libri, Calandrone scioglie il connaturato surrealismo in un canto tragico, che tocca con maggiore immediatezza il lettore, gettandolo nell'esperienza della perdita, venata tuttavia da una luce albale, che si adagia su chi resta, "estrema razza azzurra", mentre sulla crosta terrestre brulica una materia scura e senza speranza. Questa luce permea anzitutto la lividissima mater archetipica, il mare-grembo striato dal "cherosene", nel cui umore galleggiano i detriti dell'occidente sconfitto (emblematicamente incarnato, nella seconda e terza parte del libro, da eventi luttuosi tratti dalle due guerre mondiali), ma riposa anche "la viscerale / pace della persona". Recuperando infatti la lezione del Sanguineti laborintico, la poetessa romana costruisce, con questo intensissimo libro, un "colatoio alchemico", una macchina responsabilmente agita dalla lingua, in cui si filtra "l'oro del mondo", che è eredità d'affetti e capacità di toccare con le parole, di benedire l'esistente alla maniera di Rilke, nella pienezza della presenza inconsapevole. Ecco allora che la verità dell'essere, sopratutto nella prima sezione, si legge per esempio nella "ruggine quieta delle cisterne", mentre colpevole appare la specie integrata, l'uomo ad una dimensione dell'odierna civilizzazione. Procedendo nella lettura, il contrasto si attenua, sino a stemprarsi in pietas verso le secrete cure dei mortali, mutando così il canto in preghiera, e, il destino dell'io narrante, in quello di tutti i sopravissuti. 

Roberta Bertozzi, "Atelier", 2008 - [...] Su tutte queste miscele spicca l’accostamento di codice liturgico e codice settoriale delle scienze e della tecnica – una combinazione la cui ricorsività, di là dall’immediato effetto straniante, tende a divenire spia ultrastilistica: il raccordo tra dizione sacra e dizione profana, la loro incessante traslazione, è funzionale alla formazione di nuove concrezioni di senso, nuovi alveoli di culto intorno alle forme e alle cose. Ovunque nei versi trapela questa nota di apprensione, di trasporto partecipante, diretta a circondare ogni dato di realtà di ulteriore spessore, volta a fare della poesia un pegno di risarcimento per ogni essere, per ogni creatura che l’autorità razionalistica e mercantile ha strumentalizzato, che la storia ha depredato di valore e vita: «Io ti chiamo io ti faccio risorgere io ti stringo / ai miei fianchi come uno stendardo io ti tengo sdraiato sulle braccia / intero come fossi tua madre come il sole / evirato, distrutto, ricomposto da me con questi nodi». In un esercizio di continua elezione e di paziente, femminea, ricucitura, accanto a ciò che è sacro per antecedenza e statuto fanno la loro comparsa le nuove, riconvertite sacralità, compare «il paradiso della terra / tra ghiandole di nichel / e poliedri»: epifanie di cui ogni suo testo ci restituisce la totalità psichica e climatica, di evento regale e insieme domestico, arcano eppure prossimo, sempre filtrato, e preservato nella sua integrità, da una grammatica percettiva privatissima e quintessenziale. L’esterno, il mondo, è in perfetta osmosi con l’esperienza interiore da esso stimolata, la loro reciprocità è totale: corrispondenze e somiglianze si avvicendano senza soluzione di continuità, come variazioni, piccole oscillazioni sul corpo di uno, e solido, antefatto metaforico, omnipervasivo e ridondante, che si dispiega come un pattern. Maria Grazia Calandrone fa un uso estensivo della metafora, uso che ricalca questa intuizione di un’interdipendenza cosmica fra gli esseri [...] 
Roberto Carifi, "Poesia", giugno 2008 - […] Si tratta, come dicevo, di alcune delle poetesse più brave di oggi e vorrei segnalare Maria Grazia Calandrone, che persegue – come afferma Francesco Carbognin nelle prefazione – "quella che costituisce sotto il profilo stilistico la più intima cifra della propria scrittura: un enthusiasmòs, un impeto lirico rampollante". 

Vincenzo Di Maro, "Poesia", luglio 2008[…] dalla Calandrone dei cola elegiaci de L’Amore umano, di ascendenza rilkiana e luziana, come rileva Carbognin ( … con la parte del corpo ancorata alla terra/ trascina in terra/ la remissione e un transito di legni…) alla quasi minerale dolenza delle bellissime Diecimila civili e De umani corporis fabrica […] 

Alberto Cappi, "la Voce di Mantova", 18.9.08 - Il lavoro in oggetto [La macchina responsabile] è una pratica scritturale dallo stile alto e densa di senso. Fioriscono, entro un campo in cui i segni hanno andatura animata, i temi della corporalità, della morte, della distruzione: temi e motivi che rispondono all’etica autoriale. Soffia sui lemmi il vento della storia, i significati si dinamizzano e si aprono ala coscienza e al dono estetico che loro è consegnato dal linguaggio: "Il Nome spazia / sulla faccia di gelo della natura". 

Marilù Oliva, "Thriller Magazine", 4.3.09 - […] la complessità, il fascino e la forza di questa musa del crepuscolo. La macchina responsabile è una raccolta di liriche sul tema colpa/destino, in cui guerre di trincea e guerre di tutti i giorni, stragi — di Babi Yar e Hiroshima — sono il quadro incorniciato dal  paradigma di un uomo condannato alla sua umanità. Ed è un’umanità sofferente, incompiuta, in balìa della tragicità del fato. Un’umanità calata in una natura a volte ostile, a volte vittima, in cui il male, la morte, ma anche la vita hanno lo stesso raggio concentrico e gridano al vento la loro ineluttabilità. L’attenzione per l’attimo della quotidianità si dilata alla tensione per la storia in senso lato. Nascono così liriche forti ed emozionanti come Anatomia nucleare. 

link correlati

Come per mezzo di una briglia ardente (Atelier, 2005)

Editore: Edizioni Atelier
Collana: Parsifal
Data uscita: 2005
Pagine: 80
Lingua: Italiano
EAN: 9788889520031
Listino: € 7,50
 
per acquistare:
 
 
 
 
 
 
 
La materia ha il peso e l’esattezza che ci serve
a dividerci come nuotando, come arcieri che scoccano. Abbiamo
convincimenti da laboratorio angelico: nell’acuto, nel perno
del cronografo, nel
fulgido. La sfoglia calda della superficie sostiene
una comune interezza, l’incedere
lauto e canoro delle pallonate – spezzoni: curve, torsioni della vela
dell’esistenza tutta che non si vorrebbe
pronta. O sangue malinconico o vascello legato
a cose come – la schiuma
–  l’ombra – la consistenza agrosalina del sangue, la miseria climatica
dell’unghia, la midolla
radiografica dell’osso
quasi scoperto – o
l’argilla che rode
il tubo
gommato – il vulnere
ingoiato
nella ferma
poderosa. Questo volto rifatto sconosciuto è una cosa
che rimbomba e approssima a niente
l’automatismo del respiro. Entra
nella memoria
nella fermezza della caccia
e nella discriminazione senza profitto
dell’amore. Datele
coscienza:
la pietà che apre gli occhi. Sempre, sopra
ogni fortuna, avrei chiesto che tu non fossi morta.
 
Conta di caldo e freddo dalla città
 
Essere terra è il nostro risultato
lo scorrere zigzagante e tardivo
di un’idea perpendicolare del corpo. La terra è frutto di una decisione
collettiva – è
autentica fondazione – zappatura.
La piegatura delle sue specie folgora e monda: fonda
uno sguardo orizzontale e chiaro: uno specchio (quasi
di acqua) dal quale sgorgare come flauti – energia verticale
con le vanghe
nella terra inzuppata e cariata dal temporale. Dove termina
il pensiero non resta che constatare
l’esistenza
la soavità della mandria
l’orma
del pitecantropo. Selce
della famiglia eretta
(a sacramento). 
 
***
 
Lo scoppio nelle camere
di combustione (la combustione
della grafia legata all'emisfera nella quale il corpo fu incominciato
– incomincia ogni giorno –
ad esistere prima per iscritto e dolcemente poi
a desistere
a cedere un calore di sottana alle sponde
di acciaio cromato) con l’elevato grado di fermezza prodotta
dal cobalto
della schiuma marina. Nel letto
vinilico i residui del nòcciolo
radioattivo: cuore vicino al flusso della lava, vene senza esercizio – un fulmine
globulare – le feritoie di olio e di bitume – perché il letto ha grandezza e superfici
– navate – o è un Reno gelato
e plebeo – piccole fruste che sbandano le truppe (e nei reparti
vige una generale ritirata
verso il santuario, la porta occidentale). Siete navi
condotte dal vento come per mezzo di una lunga briglia
a figure interne che tendono alla sequenza e alla stasi.
Siete corpi iniziati dal nome e da quel nome
– mamma – evaporate
con quegli occhi iniziali
scacciati
dal dolore e dal freddo come bestie.
 
***
 
E tu violenta e rassegnata nella vestìna smalvita: una reliquia
nel suo fiammeggiare
preparata a una muta capienza. Ti poso sulla seggiola
come un vestito vuoto
e bianco. Mio piccolo legno di tabernacolo. 
 
***
 
Io sono nella mia morte – sono dove nessuno più mi cerca:
infelice come una bambina – felice come una bambina.
 
Estratti critici

Andrea Cortellessa, motivazione Premio "Diego Valeri" 2005 - L’epifania di Maria Grazia Calandrone, negli ultimi tre anni, è stata folgorante. Di quelle apparizioni che stupiscono ma che, ciò malgrado, una volta manifeste appaiono necessarie da sempre. La sua lingua poetica è quella della grande analogia, degli accostamenti lessicali e visivi (visionari, cioè) stupefacenti, eppure appunto mai gratuiti. Ma c’è in lei – rispetto a questa nobile tradizione – una ruvida concretezza tutta contemporanea, un aggancio a terra tattile e materico che si esprime soprattutto nell’espansione infrenabile di un verso lungo o lunghissimo, dunque massimamente inclusivo, in certe spavalde impuntature lessicali e, più in generale, con un’espressione della sofferenza assai tangibile ed evidente. Questo lamento non è però mai chiuso nel guscio umidiccio dell’io lirico tradizionale ma, proprio grazie allo strumento analogico e visionario, si estende a ondate progressive sino a chiamare in causa una condizione universale: una tramatura profonda dell’umano.
 
Massimo Sannelli, "Microcritica", 28.3.05È come se Calandrone mescolasse poesia e non-poesia, lirica e struttura, nella speranza di uscire da una condizione esclusivamente lirica o esclusivamente analitica. È inspiegabile, forse, in termini esattamente critici, ma non secondaria, in me lettore, la percezione di una feconda non italianità di questa poesia. [...] 
Prima sintesi, da verificare: Maria Grazia Calandrone testimonia qualcosa che non è né oltre né prima, né chiaro né oscuro. Si vorrebbe dire: né Paradiso né Inferno. La stessa morte è una sorta di fissità mobile, giustamente ossimorica. [...] 
Ne deriva anche l’impressione, da percepire meglio, che i morti non sono solo i trapassati. Tutto questo è in rapporto con la particolarissima metrica di Calandrone, in cui alcuni versi diventano lunghissimi e si ripiegano due o tre volte? E l’evocazione formale della forma-prosa nel corpo della poesia si lega all’interpretazione poetica della morte? Queste domande sono anche ipotesi di lavoro per il futuro. [...] 
Seconda sintesi: le cose e i concetti ci sono, e devono essere qualificati il più possibile, a costo di creare sintagmi aristocratici, in cui si ascolta qualche eco di scritture storiche (p. 12: “trebbiatura qualitativa”; p. 13: “l’orda / mondana”; p. 25: “briglia argentina”; p. 29: “sopravvivenza idroelettrica”; p. 55: “corpi sulfurei”). 
Solo chi sa (dire) che cosa si perde muore convinto, anche se disperato. E solo chi sa che cosa circonda il passaggio dal rumore al silenzio può concepire un’idea della morte come movimento. Tutto questo non può lasciare intatte la lingua dell’uso e la metrica ‘tipica’. 
“Non finiamo mai di morire” perché la fine della morte comporterebbe la seconda, e definitiva, morte. Siamo quasi nel Medioevo, dove il nuovo è una religione stilistica ed etica: ciò che non si rinnova – all’interno di un omaggio devoto alla Tradizione, implicita ma superabile – è veramente morto. 
[...] quella di Moravia sui “due o tre poeti” che nascono in un secolo. Leggo libri quasi solo per trovare questa purezza, che ha i suoi effetti sulla vita e non è narcisistica: non si tratta, come Derrida chiarisce infra, di un purismo ‘grammaticale’, ma del “mormorio imperioso di un ordine” che tende alla lingua. Ben altro che trovare conferme ad un egocentrismo che sarebbe frivolo o risibile, o schierarsi per santificare una posizione opposta a un’altra. Il nemico è nella mente, ma la mente non è nemica. La mente interpreta ciò che dovrà essere vissuto in un altro modo. La poesia è un bene rarissimo: scoprirla, ardente, è la felicità. 

Giovanni Salviati, "Il Giornale di Vicenza", 2.4.05 - [...] in Maria Grazia Calandrone c'è un gusto analitico, indagatore e al tempo stesso fluviale di occupare lo spazio metrico con la propria espressione, con la piacevolezza del dirsi e del comunicare, di risentire l'articolata pienezza del suono delle parole di tutti i giorni, con il loro referente linguistico portatore di vita [...] e verrebbe voglia di lasciar proseguire il fluire di questi versi, che ricordano un po' l'irruenza di un Whitman passato attarverso il '900. 

Alberto Toni, "Avanti!", 26.5.05 - [...] Tutto viaggia verso un assoluto da ricomporre, un fronte comune da ritrovare, da ricucire dopo le distruzioni La poesia si salva così, nel tentativo di rompere l'assedio [...]. Ogni volta sembra la prima volta "in un essenziale grumo". 

Maurizio Cucchi"Specchio della Stampa", 10.9.05 - Maria Grazia Calandrone conferma l'articolazione complessa e sostanziosa dei suoi percorsi poetici. Scrive testi come monologhi o frammenti poematici, mescolando pensiero inquieto e immagini, concreto e astratto, in versi di misura estremamente variabile. Nelle poesie di maggior concentrazione e sintesi compie un passo in avanti. 

Guido Mazzoni"Almanacco dello Specchio" (Mondadori 2006) - [...] l'allungamento smisurato del verso, quasi che Calandrone non potesse andare a capo prima di aver esplicato le implicazioni interne a ogni dettaglio. E' uno stile che può ricordare, per somiglianza di famiglia, quello di Amelia Rosselli o di Milo De Angelis, ma che ha un tono singolare e riconoscibile. Se pochi componimenti sembrano davvero necessari in ogni loro verso, molti testi contengono frammenti memorabili. Ma forse la ragione dell'interesse che la poesia di Calandrone suscita sta proprio nella sua spiazzante mancanza di misura. E' grazie a questo eccesso che Come per mezzo di una briglia ardente cerca di rompere la patina della miopia quotidiana e di restituirci il senso della nostra precarietà, della nostra esposizione. 

Matteo Fantuzzi, "Poesia 2006 - Annuario" (Castelvecchi, 2006)
 
Luigi Cannillo, "Le voci della luna", marzo 2007 - [...] il destino umano, il rapporto con l'Altrove, le componenti della materia e del corpo vengono rovesciati e travasati gli uni negli altri, in un Trattato Emotivo dove fisica e spiritualità, meccanica e pietà convergono in un approccio e in strumenti linguistici originali e insoliti nella poesia contemporanea. [...] Proprio nel testimoniare la ricchezza della terrestrità, i suoi fenomeni, sta l'energia di questi versi la terra che ospita i viventi e li accoglie nel congedo. 

Sandro Montalto, Forme concrete della poesia contemporanea (Joker 2008)Maria Grazia Calandrone torna sul tema della morte della madre con il penetrante Come per mezzo di una briglia ardente che ripropone la scansione poematica, il verso iperlungo, l’esuberanza analogica e una sorta di concezione polifonica o meglio pluriprospettica della poesia già manifestata in La scimmia randagia, ambizioso libro che intende raccontare in versi l’essere “uomo”, pensante e pensato, sapendo utilizzare a scopi antropologici seri il tema della maternità che solitamente si presenta come banale mito nella poesia femminile, incompreso dalle poetesse stesse. La scimmia randagia è un ottimo esempio di poesia non-maschile che non si accontenta di essere superficialmente femminile, un fecondo punto di partenza per un proficuo dialogo tra pulsioni poetiche, senza recriminazioni o poetismi. Tornando alla più recente pubblicazione, il tema accennato è invasivo, onnipresente, tinge i versi non di staticità ma certo di un qualcosa di fosco, terragno e non enfatico anche quando ha slanci verso il solenne, il rituale e quasi il profetico davvero affascinanti: “Questa appendice terrestre detta Cielo – o Dovere / – o Giudizio, ha bisogno del quoziente melmoso e gravitazionale dei corpi / per colpire e redimere. (Risuscitare?) / dorsali di animali dalla polvere). Niente altro – non altra / giustizia capisce, nessuna fanghigliosa pesca di frodo. Questa / deduzione è la morte – la non più / sacrificabile sovrapposizione plebea delle sostanze”. La poesia di Calandrone non permette scansioni precise, ingabbiamenti, basti osservare come nella prima densissima sezione Tremenda semplicità della morte, forse a contrasto con tale semplicità, il mondo si palesa attraverso una sorta di “futurismo psichico”: “Marciano come eccezioni proverbiali, intrusioni / di odori e sensi / inversi nella sterpaglia della parabola / generazionale. Non hanno antenne / e non hanno ali – il loro corpo / è bianco / è una porta. La testa / sente il peso della declinazione”. D’altra parte ciò che resta, il mondo, e la vita di chi resta, merita un rispetto che il dolore del distacco potrebbe cancellare, un rispetto che la poetessa ci ricorda con alcuni versi icastici e che fugano sia la monotonia degli sconsolati sia la fastidiosa involuzione uterina di molta poesia femminile: “Dove termina / il pensiero non resta che constatare / l’esistenza / la soavità della mandria / l’orma / del pitecantropo. Selce / della famiglia eretta / (a sacramento)”. La forza di questa silloge davvero preziosa si manifesta ovviamente anche in molti altri aspetti, da una certa attenzione fonica che la struttura espansa riesce a conservare, alle spie che saldano la struttura intrapoematica e la collegano alla tradizione (pensiamo al viola, fiore e colore associato alla morte, potenziato da un’assonanza: “E tu violenta e rassegnata nella vestina smalvita: una reliquia”). Ma è una forte autoconsapevolezza quello che rende il tutto davvero necessario (“Ogni cosa toccata dal sole è coronata dalla sua smagliatura”, e si noti bene il secondo verbo), la decisione ferma di non abbandonarsi e di restare qui, a combattere: anche se a contatto “con una imperdonabile morìa” è ben definito il confine tra chi va e chi resta (i morti “Entrano”, il “suo viso” vive “nel proprio rimpianto”, ma al verso successivo l’aggettivo “nostra pena” sancisce una distanza, una diversa direzione). Senz’altro si tratta di uno dei più bei libri su questo argomento negli ultimi anni.
 

l’Ombra delle Parole 16.5.15 Giorgio Linguaglossa

La scimmia randagia (Crocetti, 2003)

Editore: Crocetti Editore
Collana: Neòteroi
Data uscita: 2004
Pagine: 154
Lingua: Italiano
ISBN-10: 8883061020
ISBN-13: 9788883061028
Listino: € 14,80
 
per acquistare:
 
 
 
 finalista Premi Dessì, Lorenzo Montano e Torri di Quartesolo
 
 
 
L’orto è dove si nasce
 
                                                                                                        ... io sono straniero  e povero.  E passerò;    
                                                                                               ma nelle tue mani  deve restare tutto ciò che un 
                                                                                               tempo,  se fossi  stato più forte,  sarebbe potuto
                                                                                                                                     diventare la mia patria.
                      
                                                                                                                                            Rainer Maria Rilke
 
E’ luce quasi solida quella che medita e si articola in basso lungo gli snodi glabri e superficiali del vigoroso
deliberare radicale sotto i campi
visibili e invisibili, sotto la capriola dei bambini
che raggiunge dio in petto come un sobbalzo
e un rimpianto
di quando anch’egli fu umano
e piccolo, perfetto
come struggente e perfetto è quello che deve finire e con poveri mezzi
inutilmente tentiamo
di conservare – fingendo
di ignorare che infinita è la perdita e infinito      
rende quello che tocca.
 
introduzione alla felicità
 
Ora abbandona le mie parole, abbandonami lentamente
in un rumore umano di martelli
che quasi culla il mio sonno. Credi alla maggioranza del corpo
e ai galli rochi della campagna. Forse
amerai come me il sole a perpendicolo sui campi, quel bollore di terra
che sembra un corpo che ama, e crederai alla schiena impietosita di un uomo
che però scampa al suo destino.
Credi alla prosa calda e senza civetteria
degli acquedotti, alla masserizia macroscopica del bagliore del mare
sulle credenze colme
di tazze inglesi
e tovaglie, credi a quello a cui io non ho creduto, anche mentre addormentavo
il tuo piccolo corpo onnipotente
che inverava il mio corpo
disarmato dal tempo. Sei il solo ospite di sangue
di una creatura senza stirpe. Domanda dunque
alle conifere, alla presa pigra e ostinata delle tue dita
nella scarpetta di gomma, domanda alla realtà – a un sestante
di argilla – il giusto
o l’umano
tra i filamenti del mattino, la nostra data di deposizione: quello che si dimenticherà
di noi, e quello che dimenticheremo, annientati e contigui. Il resto
avviene nel buio
di un mondo nostro senza più abbandono.

Estratti critici

[...] La scimmia randagia, "interamente dedicato" al figlioletto Arturo, è uno dei libri più suggestivi che io abbia incontrato di questi tempi, folto e ricco, mosso da una scansione o meglio palpitazione interna al verso libero di cui l'autrice, oggi alla soglia dei quarant'anni, si avvale con bravura. L'estro della combinazione analogica è sovrano, può iterarsi e moltiplicarsi inesauribilmente, ma non per gioco, se le 'cose' dette in queste pagine hanno rintocchi intensi, spesso provocatori. Mentre descrive e circoscrive, la parola spazia oltre, fruga dietro, scava sotto ciò che appare. 
Silvio Ramat, "Poesia" (Crocetti, febbraio 2004)

La vena onirico – riflessiva della Calandrone è talmente travolgente da rischiare di irritare il suo lettore che non riesce a salvare dal flusso inarrestabile della corrente le straordinarie intuizioni liriche, le folgoranti massime morali e, soprattutto, l’inebriante frutto di quell’esaltazione mitico-panica in cui l’intera vicenda della gestazione del Figlio Voluto è innalzata fino a gareggiare con l’impeto della ricreazione dell’universo. E il canto, ora intonato nella piena voce dell’inno, ora abbassato negli struggenti rimandi alla morte di un’altra perduta madre che fa da tacito contraltare al miracolo della nascita, fonda un ardimentoso “controtempo” che, aldilà di ogni verbosità ed eloquenza, espande “la latenza di un generare immenso” in una dilatazione che travalica ogni misura, mescola prosa e verso in uno “strumento di chiarore” di grande suggestione e novità. 
Biancamaria Frabotta, "Poeti e poesia" (Pagine, maggio 2004)

[...] Ecco, quando senti questa cosa premere, strizzare il gozzo, è per me il chiaro indizio che mi trovo di fronte a qualcosa di potente, di desiderabile.
Questa forma in cui si stabilisce la poesia (parola che è sempre verticale, a perpendicolo arpionando il palato al detto) non chiede conferma o precisione nel comprendere, essa persuade, conquista, conduce nei suoi campi (parole dritte come i fusti linguacciuti dell'orzo): chiede aderenza piuttosto.
[...] la poesia della Calandrone diversamente dal ricercare e far conoscere la verità la crea, descrive con precisione questa sua verità che non è altro che essa. E proprio questa, nuda, dona un fascino di "mete lontane" a cui non possiamo sottrarci, appesi come bambocci alle sue parole filanti. 
Davide Brullo, "Il Domenicale", 5 giugno 2004

[...] In questa linea rischiosa, renitente alla classificazione rigidamente formale, è Maria Grazia Calandrone, autrice del folgorante, splendido esordio intitolato La scimmia randagia (uscito per i tipi Crocetti): siamo di fronte a un libro di poesia formidabile, a un talento che bisogna seguire nei suoi esiti futuri, a partire da una premessa che è già una conclusione: l'esperienza poetica che esalta e trascina.
[...] la poesia di Maria Grazia Calandrone copre l'intero arco dell'espressione poetica italiana: l'espressionismo e il nitore, il prosastico e lo gnomico, il musicale e l'antimusicale, la distensione e la contrazione, il ruvido e il liscio, lo ctonio e l'apollineo. [...] E' questa la povertà rilkiana, è questo che si annida sotto il verde alla seconda di Zanzotto ("ma quanto verde sotto tutto questo verde"), o, per dirla direttamente con i versi di questa straordinaria poetessa, "acqua che non annega", "il vuoto vento dell'io".
Poesia che sarebbe da accogliere come renovatio delle folgoranti strutture di lingua e immagini delle Pitiche di Pindaro o, se si cerca un equivalente filosofico, della commutazione di sguardo secondo Plotino, i versi di Maria Grazia Calandrone regalano al panorama poetico italiano una protagonista fatta e finita, finalmente pronta a sfarsi e a finirsi. 
Giuseppe Genna, "I Miserabil1", 23 agosto 2004

Maria Grazia Calandrone, che – alla raccolta d'esordio – sfodera un pathos oracolare e rapinosamente visionario, bruciati in lunghi versi fiammanti di un epos (di un eros) dylanthomasiano, e tentati non di rado dalle vertigini dell'astrazione. Se l'esperienza primaria è, anche qui, quella della perdita infinita, che «infinito / rende quello che tocca», la Calandrone non può fare a meno di contrapporre perentoriamente, a questo cattivo infinito, l'infinita energia della sua voce. Così facendo, partecipa - da dentro - alla continua catena di morti e rinascite di cui è tramata l'esistenza stessa dell'universo. [...] sarà l'amore, l'apertura dell'amore, a sollevarci dalla nostra solitudine - e il futuro ci verrà incontro «inchiodato nell'azzurra testimonianza» dei suoi occhi. 
Stefano Lecchini, "Gazzetta di Parma"
 
Teatro del Lido, Ostia, 1.11.04 - con: Ivano Ferrari, Humberto Ak'abal, MGC, Mary B. Tolusso, Alberto Toni, Piera Degli Esposti, Fabrizia Ramondino, Gianni Borgna, Ariodante Marianni, Francesco Agresti, Martha Canfield, Dacia Maraini, Bianca Maria Frabotta, Alessio Brandolini
http://www.pasolini.net/premio-poesia-cinquina.htm
link correlati

Sottocategorie

Cerca nel sito