prefazioni e recensioni

Lagioia Nicola, La città dei vivi (CorSera 8.11.20)

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«Je suis Charlie», «Siamo tutti Federico Aldrovandi», o «Stefano Cucchi».

Spontaneamente, ci identifichiamo con le vittime.

Nicola Lagioia tenta di oltrepassare la soglia spaziotemporale di un appartamento nel quale è stato commesso il più crudele e inspiegabile dei delitti, compiuto per amore del dolore inferto: tortura e massacro del giovanissimo Luca Varani, per mano di Manuel Foffo e Marco Prato.

Lagioia si spinge dentro l’appartamento, nel luogo fisico che cristallizza il caos e la degradazione delle ore che portano ad attrarre e uccidere un innocente.

Perché, come ogni scrittore e pensatore, indaga l’origine del male. Nella società? Anche, come vedremo. Ma, soprattutto, in noi e in sé come emblema di noi.

Lagioia vuole cogliere l’istante nel quale muoviamo il passo che ci fa scavalcare la soglia, la decisione alla quale segue lo scivolamento, dalla terraferma delle consuetudini di una vita “normale”, dentro il fiume maligno che porta in luoghi sconosciuti, imprevedibili, dai quali potremmo emergere immemori, con le mani imbrattate del sangue di un altro.

La città dei vivi è il libro di una piena maturità umana e di una assunzione di responsabilità. L’autore è in sé forte abbastanza da non separare il male dalla propria natura, attribuendogli una volontà aliena al proprio volere, rischia invece l’ingresso nella mente assassina, non si assolve, cerca l’identificazione con  chi si è spinto oltre la linea che lui stesso, come tutti noi, potremmo scavalcare. La linea oltre la quale il tempo s’interrompe e i nostri stessi gesti sono immersi in un’ombra irreale.

Anche Roma, la città dove tutto si svolge, vive in un tempo eterno e pulviscolare. È la città più adatta a ispirare delitti, con la sua confusione millenaria di vivi e morti in irridente coabitazione? Roma è un morboso, strabiliante sottosopra, che può permettersi di non avere cura di sé, tanto è sicuro di sé.

Lagioia parla di lei da innamorato, della sua luce trasparente, tagliente o intangibile, descrive la città, alla periferia della quale il delitto si compie, con parole di vero e ambivalente stupore. La detesta, ne è addirittura spaventato, ma allontanarsene è impossibile, come se Roma fosse la fascinosa rappresentazione di un male che da millenni ha scavalcato sé stesso, di un potere che si guarda allo specchio con la coscienza profonda di essere polvere dentro la polvere.

Eppure, chi è vivo non rinuncia a interrogarsi.

La questione che percorre La città dei vivi è la domanda dostoevskiana sulla colpa: guardiamoci dritti in faccia e chiediamoci quanto della nostra attuale salvezza sia dovuto al caso. Responsabilità, fortuna, incroci spaziotemporali che ci hanno fatto nascere in un determinato luogo e non altrove, per esempio non in quella periferia che giustamente detesta gli intrisi di benessere e potere che volgono lo sguardo commiserevole ai confini urbani, per poi tornare a rinserrarsi negli attici dai quali sono venuti. Né in quel vuoto d’amore che denunciano entrambi gli assassini. E così via, per tutta la vita e oltre la vita.

Lagioia sostiene che il delitto nasca nel momento in cui si accetta di lasciarsi scivolare in una zona dove le nostre azioni vengono abbandonate dal controllo. Quello che accade dopo, anche il delitto più efferato e inutile, non è che conseguenza dell’istante nel quale abbiamo mollato la presa su noi stessi. Potremmo farlo tutti.

Cosa ci tiene, allora, sulla riva del fiume, cosa ci fa tentare la fanghiglia del male con il piede e subito ritirarlo inorriditi?

L’educazione conta fino a una certa età, perché Lagioia sa che i figli lottano, con naturalezza, per avere la meglio sui genitori.

Ma la lotta ancestrale si estende al genere umano: dato per ovvio che siamo animali e agiamo secondo la radicale legge della sopravvivenza (anche psichica), la risposta di Lagioia è che alcuni fra noi cedono all’istinto animale che ci impone di annientare l’altro per non vedere in lui il nostro nulla, specchiato nei suoi occhi e nella sua eistenza.

Di più: la giurisdizione contemporanea è sempre più attenta alle analisi dei neuroscienziati sulle reazioni chimiche che precedono gesti e sentimenti (delittuosi, nei casi processuali), rischiando così di comprendere e assolvere troppo, sorvolando il fatidico istante della scelta ancora consapevole. Sì o no. Lo faccio o non lo faccio. Mi calo o non mi calo questa pasticca, che potrebbe portarmi dove non sono più cosciente di me?

La domanda delle domande rimane comunque aperta: perché alcuni decidono di sì e altri no? La risposta è nel cuore del libro: quello che non ci fa abbandonare la riva è l’amore ricevuto, che si muta in amore di sé e per gli altri, se Foffo e Prato lamentano (a volte, certo, in funzione manipolatoria) un vuoto d’amore originario, un abbandono genitoriale in presenza, che ha caricato le loro spalle prima infantili e mature poi, di un ingestibile carico di rabbia.

Luca Varani pare la loro vittima perfetta perché è debole, dolce e disperatamente bisognoso di soldi, tanto da prostituirsi, occasionalmente. Lagioia sottolinea il dato economico, che aggiunge infamia all’orrore, poiché quello di Varani è anche un delitto sociale: un ragazzino squattrinato si è messo nelle mani di due rampolli della Roma bene, che possono spendere migliaia di euro in cocaina. Ricordiamo il delitto del Circeo. Ricordiamo Simonetta Cesaroni, la ragazzina di Cinecittà andata a morire sul posto di lavoro in Prati.

Eppure, Varani è anche vittima casuale, l’ultima di un elenco di tentativi falliti. Conosciuto per caso, ucciso probabilmente senza progetto, perché la scena appare dominata da un’interiorità incontrollata.

Ma la casualità dell’assassinio si insinua nel presente: parallelamente alla vicenda maggiore, scorre l’indagine sulla prostituzione minorile che avviene ancora, sotto i nostri occhi, nella zona della stazione Termini. A sottolineare persistenza, l’occasione perennemente presente del delitto. Varani, o qualsiasi ragazzino libico o egiziano che si prostituisca per fame.

Lagioia avverte, senz’ombra di moralismo, perché ci sta parlando di sé fra tutti: la probabilità del delitto è disseminata ovunque. Attenzione a non scivolare nella zona abbandonata dentro la quale potremmo essere noi, ad alzare la mano per ferire.

La città dei vivi è il paradossale, straziante omaggio alla vita di un uomo che indaga la casualità del male e non se ne lascia assorbire, riemerge ancora capace di meravigliarsi del colore del mattino sulle facciate dei palazzi dell’eterna, cinica, morbosa, crivellata città, che è luogo di rinascita, stupore e morte di noi stessi. Tutti. 

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