Recensioni

Cristina Cattaneo, Naufraghi senza volto (alfabeta2, 30.12.18)

LA STESSA BARCA alfabeta2, 30 dicembre 2018

«Non faccio patti con te perché sei pericoloso!», urla al figlio il rudissimo padre slavo, di quelli alti e solidi, che hanno il mestiere nelle braccia. Ora così indifeso davanti a un ragazzino di otto anni. Nel suo grido è spiegata la potenza rivoluzionaria del sentimento.

Sono sul treno verso l’aeroporto, sto leggendo Naufraghi senza volto di Cristina Cattaneo e l’urlo di questo padre va in corto con la mia esperienza di lettura.

L’argomento centrale del libro di Cattaneo – come della Forza dell’empatia di Lynn Hunt – è il bisogno etico di scavalcare la distanza che separa la realtà – nel caso dei diritti elementari, la prassi del buon senso, «l’empatia», nella dizione di Hunt – dalla sua macchinosa traduzione legislativa.

In due parole: come far accettare l’evidenza a uomini che non vogliono vedere.

Tengo a dire che il titolo originale di Hunt è Inventing Human Rights. A History. «To invent» significa «inventare», «immaginare». In italiano la radice latina di «inventare», invenio, parla di immaginazione, ma anche di ritrovamento, di scoperta. La lingua antica dice che le cose da inventare già esistono. Basta trovarle.

E il libro di Cattaneo è una messa in scena sia della radice inventiva della realtà, sia dei processi storici che Lynn Hunt analizza come necessari perché gli esseri umani, addirittura anche attraverso la lettura di romanzi «sentimentali» che ne muovevano la sensibilità, arrivassero infine alla stesura di una Dichiarazione universale dei diritti umani. Sempre da rinnovare, perché i diritti umani sono una conquista mai definitiva.

Nelle notti della nostra apparente pace occidentale, come la chiama Antonella Anedda, abbiamo assorbito l’informazione che il nostro mare sia quotidianamente la tomba di tanti. Mi sono spinta a scrivere che, probabilmente, invidiamo questi popoli che hanno ancora un – sebbene disperato – progetto di vita, a differenza nostra, così asfissiati ormai anche dai muri che erigiamo, per difenderci dal sogno collettivo degli altri. Siamo arresi al punto da cenare, appena un po’ turbati, davanti ai telegiornali che elencano naufragi o inquadrano gli accampamenti-galera dei confinati, senza acqua o corrente, nella neve o nell’arsura di agosto. Pratichiamo ogni sera la quota di autodifesa della quale scrive così bene Ian McEwan in Sabato, quando afferma che non potremmo sopportare l’enorme massa di compassione che il mondo contemporaneo ci chiede, senza venirne a nostra volta schiacciati. Così, siamo ormai in grado di scegliere quanto e cosa compatire. Abbiamo imparato a corazzarci, un po’ come i medici hanno imparato a curare i corpi, lasciandosi raramente folgorare dall’impasto di relazioni e biografia che quel corpo porta in sé.

Oppure, sei Gottfried Benn – e scrivi Morgue. O sei Ivano Ferrari – e scrivi Macello. O sei Cristina Cattaneo – e scrivi Naufraghi senza volto.

La forza empatica e la determinazione di Cattaneo rimangono intatte, nonostante i suoi sensi siano spesso sopraffatti dall’orrore: vista, udito, tatto, soprattutto l’olfatto.

Perché?

Entrare in empatia significa immedesimarsi per compatire, ovvero «sentire insieme».

Perché avvenga l’«insieme», deve prima avvenire la comprensione, l’esperienza di un sentimento simile. Per Cattaneo avviene alla morte del padre: quando il padre muore, Cattaneo cade nel sentimento della morte, comprende quale annichilimento porti la morte. Lei, medico legale, donna che mette quotidianamente le mani nella morte dei morti, solo adesso comprende cosa significhi morire, l’effetto del morire in quelli che restano. Torniamo all’urlo iniziale del padre slavo e alla rivoluzione del sentimento, che rivela le cose.

Ma i morti «migranti» non sono neanche certamente morti, per i cari. La loro morte è un morire forse. E questo forse crea indicibile angoscia e anche secche legali dalle quali è impossibile districarsi. Per esempio: senza il certificato di morte dei genitori, un bambino non può essere dichiarato adottabile. Precipita in un limbo senza famiglia. Nella negazione dell’identità e del diritto agli affetti. Oltre all’angoscioso non sapere se il padre, la madre (o il figlio, la sorella), sia mai arrivato dove sognava di arrivare o sia stipato in una stiva in fondo al mare, a mescolare involontariamente la propria materia biologica a quella degli altri.

Eppure, i cosiddetti «migranti», che tanto ci terrorizzano, «si erano arresi senza rumore al fatto che persone sconosciute avessero deciso che per i loro morti non si sarebbero messi in atto gli stessi sforzi che per quelli degli altri», scrive Cattaneo.

Invece, in questo caso, il governo Renzi è sensibile, risponde positivamente alle pressioni fatte dalla dottoressa e dalla sua equipe – e autorizza la gigantesca operazione di recupero del barcone naufragato il 18 aprile 2015, con il suo contenuto di corpi. Arriviamo dunque a pagine terribili e confortanti sul lavoro della Marina, sulla pietas dei pompieri che abbracciano cadaveri, separando corpo da corpo tra quelli pigiati nelle stive, spiccando singoli corpi o minuscole ossa, che riassumono un intero corpo, da una repellente massa in decomposizione: «Per capire quante persone erano rappresentate da quelle duecento minuscole ossa le antropologhe avrebbero dovuto prima distinguere tra metacarpali, falangi prossimali, intermedie e distali (falange, falangina e falangetta, tanto per intenderci), di quale dito (primo, secondo, terzo, quarto, quinto), e infine se appartenevano alla mano destra o sinistra – tutto attraverso le caratteristiche anatomiche». Nel naufragio del 18 aprile solo nella stiva erano stipate 232 persone. Cinque persone per metro quadro. Vi prego, provate a immaginare: cinque persone per metro quadro. Sessantacinque nella sala macchine, normalmente impraticabile a causa delle altissime temperature. Molte persone, morendo, si erano richiuse in posizione fetale. Molte persone, morendo nella stiva della nave, dove erano stipate in cinque per metro quadro, si erano richiuse in posizione fetale. Importa sottolineare che, a differenza di quanto avveniva nelle camere a gas, dove spesso anche i corpi dei bambini recavano fratture, soprattutto della volta cranica, perché gli adulti erano saliti sulle loro teste per raggiungere l’aria ancora per pochi minuti respirabile, i corpi rinvenuti nella stiva non presentavano alcun segno di violenza, sebbene recassero i simboli di molte religioni.

Se un essere umano decide di intraprendere un viaggio in condizioni simili, la sua disperazione è certamente più forte della nostra paura. Come scrive a chiarissime lettere la poetessa somala Warsan Shire: «dovete capire / che nessuno mette i suoi figli su una barca / a meno che l’acqua non sia più sicura della terra».

Quella stiva invivibile, per quei mille esseri umani, era un luogo più sicuro della propria casa.

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  • Cristina Cattaneo, Naufraghi senza volto. Dare un nome alle vittime del Mediterraneo - Cortina, 2018, 198 pp., € 14
  • Lynn Hunt, La forza dell’empatia. Una storia dei diritti dell’uomo - traduzione di Paola Marangon - Laterza, 2018, 256 pp., € 20