Recensioni

Nobili Nella (Poesia n. 327, 6.17)

Figlia di Giuseppe, muratore emigrato in Algeria, e di Cesira, sarta a giornata, Nella Nobili lavora come apprendista fin dalle scuole elementari, prima in una piccola impresa di astucci per orafi, poi in una fabbrica di ceramiche. A quattordici anni, ottenuto il libretto di lavoro, viene assunta nella vetreria come soffiatrice di fiale per medicinali. In quarta elementare, però, durante una lettura scolastica ad alta voce, il seme della poesia cade in lei. E deflagra: Nella consuma le sue notti leggendo, in maniera avida e disorganica: Il conte di Montecristo, poi l’intera biblioteca per ragazzi della Salani e infine un’antologia di versi di Carducci, proprio mentre, fra i dodici ed i quattordici anni, s’innamora e comincia a sentire salire da sé, ancora informulato, il canto della poesia. Andando al lavoro, come dichiara in una delle sue rare interviste, in quegli anni sente “una musica leggera come il ronzio di un’ape”: “in certi momenti, sentivo che quella musica saliva di tono, avvertivo un ritmo  che mi commuoveva, ma non sapevo tradurlo in parole”.

Eccoli, gli anni irripetibili, matti e disperatissimi, nei quali il poeta avverte la vocazione, ma la sua voce non è ancora all’altezza dello strumento e allora prova e riprova, strappa, scarta, si accanisce, batte i pugni, s’infervora, lotta e grida, litiga – con se stesso e col foglio – per strappare alla superficie bidimensionale della pagina la profondità che contiene in sé e sente di dover restituire alla terra.

Quegli anni, che per Nella sono di vocazione alla poesia e di lavoro in fabbrica, sono purtroppo anche anni di guerra: Nella e la sorella si offrono per il recupero dei corpi dopo i bombardamenti. Tra questi, corpi di bambini. Non reggono allo strazio troppo a lungo, si trasferiscono all’accoglienza dei soldati feriti che arrivano ai centri di smistamento. Non hanno competenze se non umane, fanno cose elementari: offrono un bicchier d’acqua, sorridono. Intanto Nella lavora come inserviente in ospedale, dove le vengono garantiti pasti quotidiani e dove è protetta dai bombardamenti. A guerra finita, torna nella vetreria di Via Zamboni, a Bologna, e da questa esperienza nasceranno in futuro I quaderni della fabbrica (1948-1950), brevi prose riprese ed ampliate poi in francese nelle raccolta la Jeune Fille à l’usine.

Gli anni della fabbrica, succeduti brutalmente all’infanzia e alla scuola elementare, segnano duramente la poetessa, ma, nello stesso tempo, la rendono sensibile alla miseria o “diversità altrui: fisica, etnica, di orientamento sessuale. L’Italia degli anni Cinquanta le va stretta, emigra nella più evoluta Francia, dove lavora per trent’anni come artigiana indipendente, ottenendo una certa agiatezza.

La professoressa Marie-José Tramuta ha ricevuto queste preziose notizie da Edith Zha, compagna di Nella dal 1977. Edith e Nella scrivono anche un libro intitolato Les Femmes et l'amour homosexuel (Hachette, 1979), una raccolta di interviste a lavoratrici che testimoniano la propria diversità, un documento civile e politico in senso lato. Nella Nobili era di sinistra, ma già all’inizio degli anni Cinquanta aveva assunto una posizione critica nei confronti dello stalinismo.

Scrivendo di Nella Nobili non possono non venire alla mente le parole tratte dal libro di Jeannette Winterson Perché essere felice quando puoi essere normale? Anch’ella in cerca della propria identità sessuale, Winterson adolescente ricevette dalla madre la risposta convenzionale con la quale intitolerà il suo romanzo. E, se non fu la madre a sostenerla, la sostennero i versi di Eliot, come lei stessa racconta: “quando sento dire che la poesia è un lusso, o un’opzione, un prodotto riservato alla classe media colta, che non dovrebbe essere letta a scuola perché non è essenziale, tutte le cose stupide e bizzarre che si dicono sulla poesia e sul posto che occupa nelle nostre vite, mi viene il sospetto che la gente che parla così abbia avuto la vita facile. Una vita dura ha bisogno di una lingua dura, perché duro è il linguaggio della poesia. Ecco cosa ci offre la letteratura: una lingua che ha il potere di dire le cose come stanno. Non è un luogo dove nascondersi. È un luogo dove ritrovarsi”.

Con questo limpido brano Winterson spazza via il trito equivoco sulla letteratura nel quale, ben prima di Adorno, cade anche Sartre, che, nel 1948, poco prima che Nella Nobili prenda casa a Parigi, pubblica il saggio Qu'est-ce que la littérature?, dove attacca i poeti, accusandoli di praticare un genere non engagée, fuori dal reale. Sartre tratta la poesia come se la poesia fosse un’astratta ricerca di bellezza senza tempo né luogo dove rifugiarsi snobbando col naso insù la trista faccenda umana, abitando un irreale, angelico, metafisico, in sé essente (dunque assente), magnifico “altrove” e trascurando dunque l’impegno civile che i poeti hanno, per il semplice fatto di essere profondi interpreti della realtà. Sappiamo che, per essere poeti, non basta guardare oltre le cose del mondo, come non basta limitarsi a vedere le cose del mondo, per cambiare le cose del mondo. Ma perdoniamo Sartre (come perdoniamo Adorno, che confuse la poesia con l’estetizzazione del dolore), storicizzando le sue parole – anzi, le parole di entrambi i filosofi, sicuramente spinti da un empito etico e soprattutto sconvolti dall’esperienza traumatica della guerra.

Ma proviamo a comprendere quale sia il legame di Nella Nobili con la realtà, visto che a Parigi, concluso il dopoguerra, negli anni Sessanta e Settanta, si agitava pure il mitico Maggio 1968 e la poesia di Nella non sembra esserne sfiorata. Anche i suoi Quaderni della fabbrica sono testi “sentimentali”, introspettivi, nei quali lo sguardo guarda oltre le cose, dietro i volti delle persone e al di là dell’evento: Nella vive la fabbrica osservando i moti dell’animo di una vicina di lavoro intensa e oscura, come leggiamo in La ragazza dagli occhi pieni di buio.

Diremmo Nella Nobili un fenomeno contrario a Szymborska: tanto Szymborska è ironica e attinente alla destabilizzante casualità del reale, tanto Nobili è tragica e profetica, indagatrice delle profondità degli uomini e dell’oltre metafisico dei luoghi. In una delle rarissime fotografie che la ritraggono, Nella ci pare un’immaginetta addirittura ieratica, con le pupille che non toccano la palpebra inferiore, rivolte verso l’alto, in una vaga somiglianza a Teresa di Liesieux: un viso tondeggiante per una sua pienezza ancora infantile, ma fiero e animato da un sorriso leggero, distaccato – preso dall’aria azzurra di un “altrove”. E la parola “azzurro”, infatti, insiste molto nelle sue poesie. Anche Maria Luisa Spaziani che, colpita dalla poesia anticonvenzionale di Nella, andò a cercare l’autrice fino a Parigi, ne scrive così: “Una bellezza fosca illuminata dall’ingenuità ancora infantile dello sguardo. Senza sorriso, di poche parole. Vestita troppo poveramente, con uno scialletto stinto sulle spalle”. Nella era anticonvenzionale anche nella vita. Sobria, quasi povera, agli occhi della mondanissima Maria Luisa.

Adoperando la metafora del corpo sociale, possiamo affermare che i poeti come Nobili siano le fibre che si mettono al lavoro per riformare i tessuti dopo un trauma. Inflitto non solo al linguaggio, naturalmente, poiché la parola è emanazione diretta del corpo sociale che la pronuncia, ne rivela le viscere e i retropensieri, tutto l’inconfessabile e il non detto. Vegliare sul linguaggio e ricostruire il linguaggio – dunque il senso – deviato da una violenza come quella della guerra, significa ricostruire la salute del corpo sociale che lo esprime. Il linguaggio è il respiro del corpo sociale, la sua espressione più nitida e nello stesso tempo più imprendibile. Averne cura è il compito dei poeti come Nobili, che sono in grado di sopportare non solo una mancanza originaria, ma anche una mancanza di senso originario. Questo è un compito etico e antico: anche quando non parlano in diretta dal mondo, anche se la loro poesia non è accusa e denuncia, mettono davanti ai nostri occhi il mondo come dovrebbe essere, alzano gli stendardi di quel mondo. Sono le sentinelle, stanno a guardia della nostra caduta. Ci tengono, con le loro mani materne fatte di parole, perché non cadiamo nell’idiozia.

Policastro Gilda, Esercizi di vita pratica (Corriere della Sera, 30.5.17)

leggi l'articolo sul blog del "Corriere della Sera"

su esercizi di vita pratica di Gilda Policastro, ovvero la poesia più le strategie del virtuale e senza il fastidio dell'interiorità

In esercizi di vita pratica di Gilda Policastro la così detta realtà è filtrata dalla cultura (con tanto di nomi, cognomi e relative correnti) e dall’intelligenza, la presa diretta sul mondo avviene per lacerti, che vengono composti – o meglio, incastonati – dentro strutture di riferimento del pensiero, con le quali l’autrice gioca come un giocoliere ironico. La poesia di Policastro mi ha sempre fatto venire in mente un muro (per quanto aereo) con inserti di cocci antichi: la realtà, le frasi, sono reperti, che vengono impastati alla materia di un pensiero non più innocente, smagato, che vuole proprio metterci di fronte – o meglio, comporre sulla scena della pagina – la postura di chi mescola cose con cose apparentemente l’una all’altra inappartenenti.

Ma Policastro non è Sanguineti e questi anni non sono il Novecento, è passato moltissimo tempo, molto più tempo del tempo cronologico, tra la mischia parlante e ancora esplosiva dell’esperienza sanguinetiana e noi – e il tempo trascorso ha velato le parole di malinconia, di un senso di smarrimento: abbiamo perso violenza perché abbiamo perso fiducia, non sappiamo più fare la voce grossa perché crediamo di non parlare al mondo. E allora, recitiamo litanie strane nella nostra porzione di mondo, raccogliamo esperienza di realtà, la filtriamo e la restituiamo non più oggettiva ma contaminata dalla nostra esperienza corporale: bellissimo, a questo proposito, il testo 8, che riguarda il corpo e riflette la nostra materia, definita fin dalla prima riga “tutto” – e riflette su quanto questo “tutto” sia vero e inafferrabile; condizione, quest’ultima, sottolineata dall’unica immagine (Untitled di Sabrina Ragucci) presente nel libro, che mostra un corpo femminile di spalle, stappato come si stappa una lattina di birra, una vasca da bagno o una piscina gonfiabile. Il corpo presenta insomma un’apertura innaturale – ma non letale.

Segue un piccolo catalogo di frasi ascoltate in città che, lasciate così sole sulla pagina, procurano un effetto tra esilarante e commovente e collocano, nel grande bianco che le circonda, il popolo in movimento dal quale sono venute. O meglio, dal quale sono state prelevate, asportate a tesi, con nitore chirurgico: sembrano piccole steli di 2001 Odissea nello spazio; ma bianche, non nere, lucidi monoliti di frasi venute a noi da un mondo vivente come da un altro mondo, utilizzate con effetto comico e straniante, perché raccontano – per picchi, per emersioni o per ritagli sarcastici – un popolo simpatico, disincantato e volontariamente superficiale, una fetta di popolo da palestra e da discoteca, una percentuale di Roma nella quale il poeta s’immerge, ma a distanza, come chi debba fare un carotaggio, un esperimento di simbiosi osservata nel mentre la si vive.

Insomma, non sto facendo altro che dire con molte parole quello che è scritto nel titolo, tutto minuscolo come il nome dell’autrice, in stile Prufrock spa: esercizi di vita pratica. Perché davvero di esercizi si tratta, di esercizi propriamente sportivi di vita mondana. Finora.

Poi, nella terza sezione, entriamo nel vivo della materia pensante, addirittura grigia. Allora, lo dico meglio: della materia pensante che viene pensata e anche polemizzata, perché qui si scrive anche del micromondo della poesia e dei suoi abitanti e si scrive anche dei sentimenti aciduli e antipatici che attraversano l’intimo del singolo inserito in un gruppo (“mentre tu baci, io sbadaban, spacco”), dell’io incluso che vorrebbe autoescludersi ma invece addirittura supplica il mondo, con improvviso ritmo rosselliano e con Zanzotto, di “esistere buonamente”, ancora incerto tra riso e pietà, come è apparso chiarissimo nella sezione Nuove inattuali e spingendosi ad affrontare il megatema del comportamento etico, del bene e del male, esibendo in questo caso un senso pratico spiccio e pieno di buon senso, quasi facendo il controcanto a se stessa poeta, iniettandosi da sola l’antiveleno al veleno del lirico, casomai si vantasse di soggiacere non visto.

Insomma, Policastro piace non sforzandosi di piacere: è uno stile. Il suo libro si legge con la soddisfazione di sentirsi in una casa paradossale, in un puzzle (per adoperare il primo titolo dei suoi ultimi Tre esercizi passepartout – bellissimo il secondo, che ha il pudore di criptare il nome del padre, rendendolo così tanto più evidente: come un ufo, un geroglifico, un oggetto sconosciuto, ancora tutto da rimettere in ordine e da decifrare) di elementi poetici, filosofici, quotidiani che però compongono la realtà come la conosciamo, il mondo al quale siamo abituati, fotografa – è il caso di dirlo: le frasi isolate equivalgono a scatti di Instagram – la mischia di reale e poetico che già vediamo nel mondo e abbiamo visto in poesia, ma aggiungendo il virtuale ultimo nostro, il linguaggio da finto discorso diretto, l’istantaneità e la confusione di piani che sono virtù e strategia del virtuale. esercizi di vita pratica è anche un libro dove si ride un bel po’, pure di noi e del nostro senso morale, se “fai il bene e sembri il postal market della sfiga, sfogli e ne trovi un’altra e un’altra”. L’intero libro è una descrizione, intelligente nella sua frammentarietà mimetica del reale, di quanto ci raggiunge mentre abitiamo il mondo, inclusi bagliori sulle nostre stesse profondità, neanche tanto indagate, bensì corrotte da una superficie ben più interessante, nel suo vorticare e nel suo essere intercambiabile, anonima – addirittura fino a dichiarare uguaglianza tra il malato al quale siamo affezionati e che andiamo a trovare e il suo vicino di letto, in uno sguardo paradossalmente ampio e umano che ci fa sentire a nostro agio, a casa, nel mondo noto del quale siamo “pratici” anche noi, noi pure equamente suddivisi tra riso e pena.

Petrollo Cetta, All'epoca che le fanciulle (l'immaginazione n. 299 5-6.17)

Il libro di Cetta Petrollo è un libro sul tempo – o meglio sulla relatività del tempo (e dello spazio).

Potremmo spingerci a dire che All’epoca che le fanciulle sia una sfida lanciata al tempo – e quindi all’appesantimento della vita – per mostrare alla nostra stessa vita che riusciamo ancora a vivere dentro uno slancio di fanciullaggine gioiosa.

Ma attenzione: mantenersi fanciulle è un lavoro, una quotidiana conquista.

Apparentemente le fanciulle di Cetta Petrollo vivono un mondo di fantasia, con tanto di maghi e molteplici lune – e di amore che porta nei non-luoghi; ma si tratta in realtà di mondo allegorico, fatto di simboli, si tratta di una popolazione di personaggi allegorici apertamente sostanziati di circostanza biografica – veri corpi esistiti, veri momenti vissuti, che rivivono in queste pagine come corpi distesi da percorrere con i nostri occhi, che intercettano anche i buchi nel pavimento sotto il quale pulsa la nostra anima, in osservazione protetta del mondo. Nascosta ma non troppo, come lo stile di Petrollo, che licenzia la propria scrittura in uno stato all’apparenza  semicosciente, automatico, onirico, privo del corpo di guardia della ragione, come un esperimento surrealista: ora il suo dire è concitato e febbrile, ora rallenta o addirittura si spezza fino al verso – formando un testo, dunque, dove forma e sostanza sono corpo unico, il corpo fatto di parole che si distingue da quello umano ordinario per leggerezza e grazia, come un “grazioso” anelito a uno straordinario quotidiano!, perché questo mondo di concitata rinascita è calato anche in scene di vita quotidianissima e lenta, con tanto di sfoglia da stendere per i cappelletti di Natale e compagno che torna sbuffando e scaraventando la spesa sul tavolo – e perché le sfacciate fanciulle osano pure muoversi in corsetto ottocentesco all’interno di un dipinto…

All’epoca che le fanciulle è strutturato come un elenco che a un tratto si ferma e ricomincia, è lineare e ciclico al tempo stesso, come i due concetti di tempo che intende esprimere: il tempo lineare, che influisce sui corpi – e il tempo ciclico, che è continuo ricominciamento. Il libro lancia dunque la sua sfida – anche esistenziale – al tempo lineare, intende sottoscrivere la priorità del tempo ciclico su quello lineare, intende affermare la possibilità di un ragionevole entusiasmo nonostante tutto. Nonostante i dolori, le passate avversità, la fatica degli anni, le rotture, le separazioni e le delusioni. Nonostante ciò, la scelta è amare come se nulla fosse mai accaduto. Importa sottolineare nuovamente che si tratta di scelta e non di cecità sul reale: nel libro vengono descritti momenti nei quali la fanciulla è sopraffatta, altri momenti di vero dolore, quando lei è divorata dall’interno. Ma punta i piedi e decide di risorgere. Qui viene dunque confessato quante volte moriamo in una stessa vita e viene confessata la ciclicità della nostra resurrezione. Qui si parla di vita che, interrotta, ricomincia, ogni volta rinnovata da una volontaria incoscienza, che è però il gesto di una forza profonda e straordinaria. Perché queste fanciulle, all’apparenza stralunate, in realtà tengono sotto controllo tutti gli accendimenti e spegnimenti delle lune, sanno benissimo come vadano i fatti dell’amore e del mondo. Ma rischiano.

Il coraggio è infatti denominatore comune alle quarantasette protagoniste. E si ha l’impressione nitidissima che le nostre fanciulle siano gli aspetti di una femmina sola, che esse siano conviventi in un’unica anima o, per lo meno, siano un’unica, sfaccettata fanciulla in vari stadi della propria metamorfosi e prima del corpo che, dalla leggerezza di corpo verbale, si è trasformato in corpo di carne e materia – e viceversa, anche qui a ciclo biologico e verbale in scambio continuo: quarantasette figure femminili dunque che, parafrasando Pirandello, sono una, nessuna e quarantasette.

Prendiamo dunque questo di Petrollo come un quaderno di esercizi per lo spirito che si voglia mantenere innocente, perché riaffidarsi al mondo con tanta fiducia è un atto di rinnovata innocenza, è lavorare su uno stato di grazia, per cavare da sé e dalla propria vita entusiasmo da effondere su questo pianeta appeso al nulla infinito.

Questo rovello nel bozzolo della materia fa venire anche in mente un passaggio del “povero scribacchino” Kazantzakis mentre osserva il magnifico Zorba danzare: “Guardavo Zorba ballare e comprendevo per la prima volta la ribellione dell’uomo per vincere il peso e la materia, la maledizione ancestrale”. Anche Cetta Petrollo scrive di questa ribellione: ribellione al tempo e al peso della materia disillusa e delusa, perché infine rinasca. Ma ogni giorno.

Scaramozzino Francesco, L'onere dei nidi (motivazione Notari, 17)

Scaramozzino ha la capacità di associare l’inassociabile, il così detto “alto” al così detto “basso”, il così detto “lirico” al così detto “impoetico”: di attingere, cioè, alla mischia parlante della poesia di temperamento novecentesco, per tirarne le conseguenze dovute. La consapevolezza linguistica è talmente evidente che è superfluo notarla più a lungo. Ma possiamo aggettivarla: è una consapevolezza evocativa, non dimostrativa. Allude senza dire e senza però usare metafore, perché la lingua è tutta già spostata in una zona metaforica diremmo quasi dell’essere, più che della stessa lingua. Ma questa zona al di là dell’essere non pare essere metafisica, tutt’altro: le parole costruiscono un universo fermo e concreto, solo baluginante di una luce interna, propria.

È attraversando il mondo, infatti, che arriviamo al volo dell’ultima sezione – come ben nota anche Marco Tabellione nella nota finale – e il volo è a sua volta un nome che sta per “poesia”, se Scaramozzino scrive: “Vedi? trema sulla pagina / con le sua ali / anche quest’ultima poesia, / che ha l’attitudine al volo”.

Il poeta getta dunque sul mondo una rete a strascico e tira alla secca della sua scrivania alcuni reperti (appunto) baluginanti, evocativi di un mondo che non è dato fissare sulla pagina, che non è dato trattenere nella vita, ma che è dato e ridato: ricordare – al quale è dato e ridato: aspirare – e che riassumiamo, con Scaramozzino, nella parola: “avvicinati”. Detto a una donna. Detto al mondo stesso.

Raimondi Daniela, Maria di Nazareth (motivazione Notari 17)

Ci vuole coraggio, a far parlare Maria per bocca nostra, a parlare al suo posto noi umani, umanissimi, tanto più perché poeti. Lo ha già fatto Merini nel Magnificat, con le sue impennate enfatiche, arrivando a fare di Maria se stessa, la poetessa che mette al mondo il Verbo, secondo una catena associativa istintiva. E, ben prima di lei, lo aveva fatto Jacopone da Todi con la lauda drammatica Donna de Paradiso, che contiene la supplica di Maria a Pilato: “O Pilato, non fare / el figlio meo tormentare, / ch’eo te pòzzo mustrare / como a ttorto è accusato”.

Ci vuole coraggio, a far scendere ancora Maria dal cielo, a costruire con le parole una Maria tutta materia umana e contemporanea, che si oppone al volere di Dio – come questa di Raimondi: qui Maria non supplica nemmeno, bensì si oppone fieramente, sebbene inutilmente, al proprio destino e al destino del figlio – rivendica con forza e disperata ironia la propria umanità: “Mi hanno fatta di legno intarsiato, / d’ebano e d’oro. E menzogne. / Perché io non fui mai così bella / ma ero fatta di carne, e dolore, e pietà.”  

Infine, orfana del figlio come Storia comanda, maledice la vita che le resta – proprio come farebbe e fa ogni madre. Questa possibilità di identificazione e scavalcamento spazio-temporale è la chiave del libro di Daniela Raimondi, che impone al nostro sguardo una figura non distaccata e ieratica, la materna e serena custode delle nostre preghiere, ma porta quella Vergine antica nel tempo nostro, ne fa una qualunque madre che grida di nero dolore: non la madre soavissima di dio, ma una qualunque madre della nostra contemporaneità: afghana, siriana, belga, sudanese, eritrea (purtroppo abbiamo l’imbarazzo della scelta), una donna che insieme al figlio ha perduto la gioia della vita, una madre di dio che non ci guarda dall’alto, piuttosto ci riguarda – e condivide una larga, dolente parte della storia contemporanea. L’evocazione è purtroppo automatica.

La poesia di Raimondi chiede dunque alla nostra coscienza un altro passo, per tornare sensibile al dolore privato di ciascuna madre, nel dolore più grande: caotico, vasto e sovranumerico al quale siamo assuefatti.

Zolghadr Farhad Ali, Sulla tenera pelle (motivazione Notari 17)

Con Sulla tenera pelle di Farhad Ali Zolghadr ci muoviamo in un mondo che non ci appartiene e che ci permette di imparare – o meglio, ricordare – una lingua nuova e un nuovo codice di relazione umana, che non teme il ridicolo del sentimento come ormai avviene nel nostro Occidente. Eppure, la convinzione che siamo in attesa di nascere, che troviamo ad apertura di libro, coincide esattamente con quanto espresso da Jung, quando scrive che al mondo vivono molti esseri non ancora nati – e che è indispensabile credere in questo mondo, e lasciarvi una traccia di sé. Ed è precisamente questo, che fa Zolghadr: lascia traccia di sé come poeta e crede al mondo, perché la sua poesia si lascia attraversare dalla bellezza e dal dolore del mondo, non ci racconta solo dell’eterno tempo sospeso dell’amore, ma anche dell’ingiustizia della realtà e della guerra contemporanee. Per quanto nella sua scrittura si riscontri l’eco notevole della tradizione, la lingua di Zolghadr è trascinata verso una stringente attualità, dunque si muove su un interessante bilico spaziotemporale di Oriente e Occidente. Della sua tradizione, mantiene soprattutto la semplicità, che abbiamo imparato ad amare quando ne abbiamo compreso la profondità, quando abbiamo imparato a riconsiderare il peso specifico della parola, ricordando – appunto – come ogni parola abbia di per sé preziosità. Zolghadr mostra ovunque la propria fede nella parola, come dovette dichiarare Celan dalla Shoah, lanciando la propria preghiera a Nessuno, fondando una incrollabile fiducia nel canto che canta sopra ogni spina – ma Zolghadr lo fa anche a nome del proprio popolo, perché, scrive: “La voce dei poeti mitigò la furia del vento in brezza poetica / che ispira all’islam parole di pace e d’amore per l’umanità intera” – e lo fa in un testo dove mescola la muta dei tassisti all’alata dea persiana Simorgh – fino a quando, forse, come scrive il poeta, la porta si aprirà perché avremo smesso di sperare, perché la nostra attesa sarà finalmente “libera dalla speranza”. E chissà che non abbia ragione…

Pecoraro Francesco, La vita in tempo di pace (Auditorium, 17.3.17)

intervento per Libri Come (Auditorium, 17.3.17)
Su un fiume di impercepiti nonnulla recanti in sé la nostalgia della realtà

con Vincenzo Ostuni e Andrea CortellessaHo scelto La vita in tempo di pace di Francesco Pecoraro perché l’intero libro sembra lo sviluppo argomentativo di uno dei versi di Vittorio Sereni che più amo: “su un fiume di impercepiti nonnulla recanti in sé la catastrofe".

È infatti, questo, il romanzo di un uomo assediato dal senso della catastrofe e la catastrofe della sua vita effettivamente avverrà, a causa di una catena di minuscole casualità.

Ivo Brandani porta nel tempo privato che gli è dato lo scisma dell’uomo contemporaneo tra tecnicismo e classicità e quello, più profondo, tra realtà e immaginazione: conflitti che rispecchiano, naturalmente, lo scisma del mondo occidentale e del suo millimetrico allenamento a dimenticare come fossero le cose “prima” – o, ancora peggio, a dimenticare come le cose “dovrebbero essere”.

Le cose sono quello che sono, afferma ripetutamente e disperatamente Brandani.

Ho scelto La vita in tempo di pace, dunque, soprattutto per la sua fortissima nostalgia della realtà, la stessa di Sereni (“la parola che non è la cosa, ma la imita soltanto”): mosso dal desiderio di essere un faber, il filosofo Brandani viene addirittura fascinato da un giovane manager azzimato, rivendica legittimità alla così diversa esistenza di lui, che però gli rivelerà la sua amara, efferata e volgare solitudine. Brandani vive un’intera vita lavorativa da ingegnere, salvo poi comprendere quanto la sua scelta sia stata condizionata da una ormai irrimediabile falla caratteriale.

L’ho scelto per la sua concretezza, per la convincente abbondanza dei dettagli, che mordono senza mai allentare la presa e trattano il reale interiore al pari delle costruzioni murarie con le quali trafficano: con Pecoraro si ha un confortante e insieme destabilizzante senso delle cose, perché le cose come lui le descrive sono sì “le cose”, ma sono così ricche di dettagli da essere iperreali, lo scrive lui stesso: “la realtà è sempre altra cosa dalla più accurata, scrupolosa e documentata delle ricostruzioni”. E tanto più questa imitazione è precisa, tanto più è commovente e disperato questo mettersi sulle tracce della così detta realtà, tanto più, paradossalmente, si discosta dal suo oggetto: come nei quadri di Antonio Lopez Garcia, dipinti anch'essi pieni di un vero più vero del vero, come i ponti trasfigurati dallo sguardo di Mafai secondo Giorgio Caproni. C’è il vero, ma questo vero è più esatto e carico di come noi lo vediamo: suggerisce un’assenza, un’inquietudine, un’arma puntata contro di noi, ma in secondo piano, nascosta nel bianco, evidente e non vista. Lopez Garcia e Pecoraro ce la indicano: l’arma denunciata da Pecoraro è, ancora una volta paradossalmente, la pace. Al centro, nel cuore del libro, ecco infatti l’analisi spietata dei settant’anni di pace che danno nome al libro, ecco il santino laico di noi, inflacciditi e incastrati nella (castrati dalla) pace, come alla fine di un impero – l’impero romano, l’impero del capitale.

Anche Notti di pace occidentale di Antonella Anedda tratta il tema della presunta pace dell’Occidente. Anedda scrive: “Se ho scritto è per pensiero / perché ero in pensiero per la vita / per gli esseri felici / stretti nell’ombra della sera / per la sera che di colpo crollava sulle nuche.” Anche Anedda parla della nostra pace come di una pace turbolenta per un sordo rumore di fondo, aggrovigliata e apparente, non altro che tregua – e Pecoraro interpreta la pace come “una guerra silenziosa di tutti contro tutti”, una minutaglia di solitudini che si dibattono per emergere dal pastone di fondo, dall’indifferenziato di una equanime, “democratica” indifferenza: La vita in tempo di pace è un libro di intelligenza acuminata, affilata, smagliante, che parla in sintonia con una delle nostre due voci interiori, perché affronta il tema dell’Occidente sfinito dal proprio benessere, dal tedium vitae, ottuso dalla pace e posto davanti al “vitale”, virale, diversamente ottuso slancio della jihad.

Inoltre Pecoraro è anche poeta, un poeta leggero e cantabile, soprattutto quando parla d’amore – o addirittura in rima, nei sette rebus finali di Primordio vertebrale (Ponte Sisto, 2012), volume che contiene anche due poesie che riassumono l’atmosfera de La vita in tempo di pace: il trasognato, pseudo-onirico fastidio dell’uomo spiaggiato nella sala d’aspetto di un aeroporto, luogo-non-luogo ideale dal quale si dipartono la memoria e le riflessioni di tutta la vita – e ogni genere di considerazione estetica… Ecco dunque, a chiusura, una delle due poesie che riassumono in versi l’umor nero de La vita in tempo di pace, libro che ho scelto perché vi ho trovato, messo in ordine, quanto ho caoticamente dedotto dall’esperienza di vivere:

Milano Malpensa
Ch’era notte
Sala d’imbarco
Pinne d’aereo
Oltre le vetrate
File di bravi soldati
In grigio-valigetta
Fuori il mondo
Del divino aeronautico
Li ignora, indifferente
Una macchina attende
Complessa
Più della somma
Di tutte quelle teste
E bella più di quanto
Saranno mai capaci di capire.

Marmo Giovanna e Dal Bianco Stefano, interviste a (Tempio di Adriano, 3.2.17)

interviste di Maria Grazia Calandrone agli illustrissimi Giovanna Marmo e Stefano Dal Bianco per "Ritratti di poesia", Tempio di Adriano, 3 febbraio 2017
 
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  19. Attanasio Daniela, Di questo mondo (il manifesto, 18.7.14)
  20. Spaziani Maria Luisa, in memoria (il manifesto, 2.7.14)
  21. Magrelli Valerio, Il sangue amaro (Poesia, 4.14)
  22. Aglieco, Caporali, Severi (motivazioni Notari 14)
  23. Petrollo Cetta, Te la racconto così (il manifesto, 7.3.13)
  24. Frene Giovanna, il noto, il nuovo (Poesia n. 279, 2.13)
  25. Caproni Giorgio, Roma la città del disamore (il manifesto, 24.1.13)
  26. Cerutti Marocco Mariella, La devozione (il manifesto, 9.1.13)
  27. Piersanti Umberto, Cupo tempo gentile (il manifesto, 22.12.12)
  28. Guida Alfonso, Irpinia (il manifesto, 14.12.12)
  29. Frabotta Biancamaria, Da mani mortali (Fondazione Piazzolla, 30.11.12)
  30. Pessoa Fernando, omaggio a (submarino, 9.12)
  31. Merini Alda, intro (il manifesto, 7.9.12)
  32. UNDICESIMO QUADERNO DI POESIA ITALIANA (il manifesto, 19.6.12)
  33. Cucchi Maurizio, L'indifferenza dell'assassino (il manifesto, 6.6.12)
  34. Anedda Antonella, Salva con nome (il manifesto, 11.4.12)
  35. Carpi Anna Maria, L'asso nella neve (il manifesto, 23.2.12)
  36. Lingiardi Vittorio, La confusione è precisa (il manifesto, 21.1.12)
  37. Bonnefoy Yves, intervista a (il Mattino, 28.10.11)
  38. Zanzotto Andrea, Il mio Campana (il manifesto, 9.10.11)
  39. Bonnefoy Yves, intervista a (il manifesto, 3.9.11)
  40. Strumia Filippo, Pozzanghere (il manifesto, 19.6.11)
  41. Quintavalla Maria Pia, China (il manifesto, 2.6.11)
  42. Paolin Demetrio, La seconda persona (il manifesto, 1.5.12)
  43. Attanasio Daniela, Il ritorno all'isola (il manifesto, 25.3.11)
  44. Cucchi Maurizio, La maschera ritratto (il manifesto, 15.3.11)
  45. Sica Gabriella, Emily e le altre (il manifesto, 30.1.11)
  46. Maggiani Roberto, Scienza aleatoria (Poesia, 2011)
  47. Brodskij Iosif, appunti (Casa delle Letterature, 30.11.10)
  48. De Signoribus Evelina, Pronuncia d'inverno (25.2.10)
  49. CORPOREA, A.A.V.V. (L'immaginazione n. 256, 2010)
  50. Riviello Lidia, Neon 80 (L'Illuminista, 2010)
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