Recensioni

Dante, Vita Nova (IULM, 5.4.11)

 Dante o il contagio dell’oltrepoesia

Commissionata di una presentazione delle Opere di Dante, la prima notte dopo aver letto le pagine iniziali, fino al sonetto Cavalcando, della Vita Nova, alle ore 6.50 del mattino ho avuto un sogno. Al principio c'erano cani e altri scabri animali da cavalcatura nei luoghi del sangue e dei rituali del primo amore e bestie alte e sfrenate e comparse e scomparse attraverso tutti i secoli – e qualcosa rideva dal sorriso di tutti gli amanti, volgeva in direzione della gioia e davanti ai miei occhi passavano figure benedicenti e bendate fino alla signoria di una forma seduta verso la quale il mio corpo provava una fedeltà bruciante e mi lasciavo cadere ai suoi piedi e dicevo parole come isfindigada et iscravamentu, ovvero le parole del parto e della crocefissione nel nostro italiano più arcaico, le parole che dicono il compito massimo di donna e uomo: lei genera vita e lui la conserva assumendosi il male – e il mio essere donna era fenomeno di occasione, ero stata uomo e donna attraverso tutti i secoli ora ero involucro potentissimo d'amore. Le creature relative a me nei secoli non erano che imagines per sviluppare in questo io occasionale la fiamma dell'amore, non mi era mai stato così chiaro e io piangevo di riconoscenza perché la meta di tutte le vite è questo incontenibile ardimento d’amore. La meta di tutto è una sconfinata scorporata fiammeggiante gratitudine. Nel sogno capivo cosa altri chiamassero dio.

Ore 6.50 del 19 marzo 2011. La somma di questi numeri è 10, Uno.

Ecco. È andata così: quando mi sono trovata questo libro tra le mani ho provato la leggera vertigine che precede le scalate montane, le sfide della iperventilazione. Ho aperto subito la Vita Nova, ho letto una diecina di pagine, ho richiuso, ho visto la televisione e ho sognato il sogno che ho detto. Nei giorni successivi leggevo una pagina di Dante poi mi alzavo dalla scrivania e buttavo via libri di poesia. Così procedendo ho sgomberato mezza libreria. E avrei fatto di peggio: pochissimi mi sembravano degni di stare sugli stessi scaffali. Poi il bisogno di ordine ha esondato dagli scaffali: ai divani, ai tavolini. Moltissimi sono stati i naufragi, i banditi e i temporanei esili. Il risultato è stato il nitore di molte superfici.

Tale è il dinamismo delle parole di Dante. Serve a fare aria in casa. In senso fisico e in senso vivamente metaforico.

E tale ne è l’utilità. Il primo affetto è il riordino della scala di valore, come se finalmente si presentasse a noi il termine di confronto, il faro nell’oceano della prassi poetica contemporanea.

Certo Dante avvalora e ridimensiona. Vale per noi quel che scrive di sé: lo si immagina quasi, naso a terra, mentre fiuta le tracce della pantera del volgare, lo figuriamo perso dietro quella astrazione così muscolosa e piena di afrori nata dalle sue stesse parole. Ebbene, noi strisciamo fiutando le tracce di Dante, perché egli stesso si è posto come misura: numero 1, il bianco, la cosa che è la più semplice, padre-“matrice” della poesia. Non un esempio. Dante è una Utopia – eper ciò riesce a esporsi come una meta senza inibirci, tanto: lo sappiamo da subito, che non saremo lui. Ma.

Egli dice di sì alla compresenza di legami inauditi, l’intero suo discorso è compresenza: autorizza con il suo esempio arroganza e umiltà brucianti, egotismo quasi livoroso e il più generoso comunismo, mette il bollo della sua autorità su parole covate dal caldo dell’embrione alla più aspera connotazione logica. [E insieme Dante è il presente – quasi una istantanea – della lingua e della storia minima, è il fiume sensitivo del mutamento e insieme ha tutte le tuniche dell’occhio fisse al senza tempo: un io onnipresente e al contempo umilissimo, ovvero un io di tutti.

Anche il futuro è raccolto nella mirabile schiuma della struttura aerea del superDante, che – ecco Santagata – annulla la differenza tra realtà e finzione e – ecco Mandel’stam – è un monumento di granito che celebra il granito.]

Solo un uomo con questo vissuto interiore quasi incontenibile di macrocosmo e microcosmo (diremmo di macro-io e micro-io) poteva afferrare le minime vibrazioni occasionali dell’aria che in strada e nei mercati si andava facendo parola per sollevarle a celebrare Dio. Perché la febbre dello strumento preesiste alla parola, forse si tratta di una forma perturbata di ascolto che trova anzi salute e ordine nella parola. Il corpo della lingua è l’organismo vivo che si addiziona al corpo del poeta, tradotto anch’esso in verba, poiché Dante è la prima figura letteraria di Dante, è il suo laboratorio, il suo principale oggetto linguistico, disordinato da ciuffi di energia allo stato libero: tutta la lingua ha una vivacità fisica e una irrefrenabile efficienzapropulsiva. Il corpo del poeta sta in piedi sul carro in fiamme delle sue parole e, anche mentre lo governa – o forse soprattutto mentre doma i cavalli coi ferri della logica, patisce ferocemente l’emorragia razionale della nostalgia. Nel caso di Dante, come sottolinea Santagata ad apertura, l’organismo dell’opera è pieno di autocitazioni, legamenti che lo rendono de-scritto nel suo farsi – e anche il pensiero è in pieno mutamento e maturazione: Dante si può permettere di preannunciarsi, di contraddirsi, di domandare scusa e usare di quest’arte quasi divina per levarsi qualche sassolino dalla scarpa.

Questo perché con ogni probabilità a Dante il mondo compare spontaneamente organizzato in parole. Dal primo all'ultimo svenimento [– l’arco voltaico tra lo svenimento iniziale all’arrivo di Beatrice e quello finale alla vista di Dio, che sottolinea Santagata –] alla definitiva personificazione di Amore che parla, colonizza gli occhi amati e per quel tramite origina l’ammirazione del creato: [in Dante Amore è una incarnazione senza sacrificio e piena di comandamenti. E] Beatrice è il Cristo che sparge il suo miracolo. In silenzio. Solo con gli occhi.

Ovvio che Dante è nebulizzato in tutta la poesia venuta dopo di lui, ma – data la sua enormità – compare appunto parcellizzato: qui con le sue visioni, là con il suo modus amandi – per assimilazione o per contrasto – altrove con le sue petrosità...

Molto Dante è, per esempio, nella dedica purgatoriale di Caproni Il seme del piangere: suo straziante requiem per la madre-fidanzata cantato in forma di filastrocca apparente, sta in quei versi pregati di andare presso l’amata, a inginocchiarsi ai piedi dell’amata come veri e fisici messaggeri d’amore, sta nella leggerezza chiara appena smentita dal poeta stesso. [Ascoltiamo Dante: Sì che volendo far come coloro / che per vergogna celan lor mancanza, / di fuor mostro allegranza, / e dentro dallo core struggo e ploro e ascoltiamo Caproni: come vorrei che intorno / andassi tu canzonetta: // che sembri scritta per gioco, / e lo sei piangendo: e con foco.]

Questo è soltanto uno degli esempi quasi a ricalco, ma leggere Dante equivale a lasciarsi contagiare dall’oltrepoesia, è come leggere la storia alla luce delle origini, al lampo del big-bang che ha espanso nella poesia successiva la polvere roboante e luminosa di ogni stella, di ogni propria sostanza. Ma.

La poesia contemporaneissima – diciamo, per capirci: dalla “scienza poetica” di Zanzotto quanto alla lingua e, quanto alla sostanza, da Anedda – tende a farsi antilirica e sempre più torna a occuparsi del mondo e delle sue istruzioni e sapienze mondane – e desidera (lo desidera sempre più sanguinosamente!) incidere il cuoio del mondo con il pirografo delle parole, intervenire con i suoi ultrasuoni: è reattiva alle cose, vibra di carica civile [sebbene proprio per questo rinnovellato senso di realtà e di ri-emancipazione sociale i poeti si presentino al mondo piuttosto sfiduciati circa la incisività del proprio mezzo e tendano a “spettacolarizzare” la propria poesia].

Fatto sta che, nonostante l’affinità con la modalità dantesca, nessuno tra i poeti contemporanei confesserebbe di sentirsi un profeta. Il vomere agostiniano della profezia viene spinto in silenzio nella terra viva del proprio corpo o è spezzato da un freddo disincanto, è un attrezzo abbandonato alla pioggia del disuso. Ma Mandel’stam. Ma Rosselli. Lei: visionaria, stilisticamente originaria, ovvero fondatrice di se stessa, evocatrice di angioli assai più fisici di quelli rilkiani, che erano volati nel frattempo nel cielo della grande poesia insieme alla lacuna di Maria – che tremava tra le altissime compassioni prima di venire accolta dal Figlio – come qui la mancanza di Beatrice, che rappresenta il solo difetto celeste. Queste mancanze sono quelle che congiungono la terra al cielo, queste rappresentanti del cielo in terra sono anche la nostalgia che il cielo ha della terra. Dante si è espanso fino a sentire la malinconia del cielo per la propria astrazione di cielo.

Una consunzione di amore fisicamente quasi insopportabile, ma che Dante sopporta. Perché? Perché questo suo amore gli permette di scrivere – se la incapacità di dire d’amore è nelle Rime più grave della morte d’amore. Anzi: sola consolazione e beatitudine dell’amore è scriverne lodando la donna amata così come comincia a fare nella canzone Donne ch’avete intelletto d’amore.

Eppure, devono accumularsi fatti e buone ragioni perché Dante decida di mettersi a scrivere. Così ci insegnerà anche Rilke, che bisogna raccogliere senso ed esperienza per tutta una vita per scrivere, alla fine, dieci versi buoni. Dante precede il metodo: raccoglie eventi, cose, fatti veri – e aspetta fin che le parole si formino e fiuti in loro la miccia della necessità.

In condizioni di normalità la ruota di tutta questa bellezza è fisicamente insopportabile. Ma Pasolini pone la lettura dantesca nelle carceri di Mamma Roma. Pasolini trasse probabilmente ispirazione dalla storia, perché Dante veniva effettivamente letto nei campi di concentramento: quelli di Tito e nei lager nazisti: dove tutta la bellezza era bruciata, sepolta, torturata, Dante era ristoro. Fu Dante stesso, del resto, a chiarire che scrisse la Commedia per rimuovere quelli che in questa vita sono in stato di miseria e condurli allo stato di felicità.

Forse solo un uomo tanto gigantesco e infebbrato riesce a farsi vicino a tanto dolore, perché più un poeta (un uomo) è grande più ha la facoltà di diventare davvero altro da sé, di “immedesimarsi” e, soprattutto, di essere, oltre che un io compresente in tutti i propri stadi evolutivi, anche una compresenza di creature.

Nella ispirazione – legato a un io particolare solo dalla necessità di non perdersi – il poeta ha un io corale e morale: più è grande più è collettivo. [Per convincere chi legge di cose che non possono essere provate bisogna che l’opera sia multiforme e concreta e, soprattutto, che ci riguardi tutti]. 

Dante è così limitrofo a se stesso e insieme così altro da una creatura umana, con questo io che ha rotto gli argini ed è quasi infinito, quasi vaneggiante ma razionalissimo, scisso tra la sovrascrittura delle ragioni del suo dire e la trascrizione di quello che egli stesso chiama farneticare, ovvero la realtà inconfutabile – perché essa si accende solo per esperienza e dunque per fede – alla quale egli accede nei sogni notturni, nelle visioni. Dante usa i ferri del mestiere sotto il sole: così prepara la logica stringente della Commedia, quel misto irripetibile di storia e delirio organizzato, perché è sisma e sismografo nello stesso momento, registra in diretta i mutamenti della lingua e ne produce a sua volta con una spinta propulsiva rivoluzionaria – soprattutto nel mescolare i generi – che non ha più avuto pari. [Annota minuziosamente eventi minimi che, inquadrati sulla pagina, diventano miti.]

È senza dubbio uno degli effetti di un pensiero gigantesco ma altrettanto certamente sono gli effetti delle parole: chi si mette sotto il governo delle parole non sa mai dal principio dove andrà a finire.

Qualunque cosa ne dica Dante la parola “detta” nel senso della comunicazione tra esseri esordisce nella Genesi come atto diabolico: nella domanda insinuante, paradossale e ironica che il serpente rivolge a Eva. Questo è comprensibile perché dover dire parole presuppone una separazione, fosse anche solo, come dice Dante stesso, dovuta alla opacità del corpo mortale. Fino a quel momento Dio parlava da solo (o con il suo creato, che è lo stesso) incitando se stesso alla creazione e Adamo dava nomi – agli animali e alla donna – e con Eva appena nata e tutta santa non sentiva il bisogno di parlare. Ma ecco il diabàllo della comunicazione, il Nemico, la solitudine.

Certo: anche scrivere presuppone una separazione, ma insieme è un atto d’amore e di fede, un gesto rivolto necessariamente al futuro. Nell’atto di scrivere è implicito il sentimento di un tempo che non smette, di un dopo – fosse anche tra un minuto, anche se tu mi leggi tra un minuto – che verrà. Scrivere dunque ha a che vedere con il sentimento del tempo e della realtà, ovvero con una solidissima certezza del mondo reale, con una certa sua praticaccia, altrimenti ci si consumerebbe in estasi senza parola come le sante, anch’esse dirette nel loro mutissimo sentimento a un destinatario invisibile. Chi scrive invece deve avere fede nel futuro – e che questo futuro formerà gli occhi visibili di un destinatario attualmente non visibile: verrà qualcuno che leggerà queste tracce, questi segni veri, con occhi veri.

Questo non è un gesto infantile. Ma è un gesto innocente.

Più leggevo più mi tornava alla mente una frase sentita per strada anni fa e che non ho più dimenticato: una signora anziana diceva a un’amica: “lui si è fatto vedere perché lei era un’anima innocente”. Parlava di Dio – o di un morto. Ebbene, Dante possiede il connotato della “innocenza”, è come un lineamento del suo volto: la sua sapienza, virile e spaventosa, la dolcezza fisica di certi suoi versi, la sua ostinazione, la confessione del tradimento, il pentimento: tutto in lui tende verso l’“innocenza”. Si tratta anche, certo, della innocenza che l’esule vuole gli venga politicamente riconosciuta – fino all’assurdo di inventare per se stesso una immaginaria nobiltà di sangue – ma si tratta soprattutto della innocenza ontologica del vate volgare, che vuole recitare il mondo nella lingua del mondo. Quella di Dante è una leva di parole, una barra di energia d’acciaio volta alla rifondazione del mondo che vuole quasi cancellare la scucitura tra cosa e cosa. [Anche nel descrivere le nostre regioni Dante sembra suggestivamente gettare il proprio sguardo dalla cima delle Alpi. Sì, certo, il suo sguardo si basava semplicemente su inesattezze cartografiche, ma mi è piaciuto immaginare questo padre altissimo e folle d’amore che mostra nel De vulgari tutta la propria arbitraria umanità anche quando rinviene le ragioni del nascere o meno della poesia nel suono della lingua.]

Certamente senza la sconfitta politica subìta Dante non avrebbe avuto bisogno né modo di allargare tanto lo sguardo, né forse si sarebbe messo a desiderare un tanto sublime riscatto spremendo da sé tanta grandezza. Sul desiderio di autoaffermazione di Dante insiste molto anche Mandel’stam, che vuole intelligentemente prestar fede alle parole di Dante personaggio della Comedia continuamente salvato da clamorose gaffes da Virgilio – altrimenti, con Dante da solo, Mandel’stam lascia intendere che la Comedia avrebbe avuto i connotati letterali della commedia grottesca.

Il troppo umano nietzschiano al cospetto di Dio fa venire da ridere, susciterebbe l’ilarità di Dio.

Eppure, quell’arrogante umilissimo ipocondriaco geniale “giullare” è nella nostra lingua quotidiana, nell’ossatura pure tutta ripetutamente rivoluzionata della nostra lingua, è lo scheletro inconscio di chiunque si arrischi a mettere penna su carta. Si porta Dante come si porta nelle vene il sangue degli avi: mischiato al nostro è cosa che si fa nuova e muove nel sé tutta una indecifrabile sapienza, così che cavarlo via sarebbe come amputarsi la mano che scrive, abbattere le macchine volanti di tutti i versi venuti dopo di lui e anche accecare la nostra coscienza del presente perché, come scrive Mandel’stam, i canti di Dante sono armati per percepire il futuro.

Dante, insomma, ci ricorda l’importanza della lingua come legante di una comunità umana nel tempo e ci ricorda che la poesia è un’ala profetica di questa comunità ed è forse ancora il suo gesto più civile, il suo raffinamento e la sua decantazione in previsione di altri, che sono e che verranno: la lingua dei poeti fonda la lingua della comunità nazionale, la lingua sociale.

La necessità stessa della locutio, che dalla sua origine [– per quanto Dante manipoli le sacre fonti per sostenere la parola come massimo dono ricevuto da Dio –] rivela insufficienza e solitudine umane, assume forse con la poesia, oltre alla funzione politica pura che abbiamo descritto, una seconda potenza: esponenziale: riporta la parola a un grado di comunicazione edenica, poiché la poesia comunica più con il silenzio tra le parole che con i segni espliciti del discorso. Lo sappiamo, l’opera è l’involucro, il corpo opaco della materia poetica, è la mera sequenza di lettere che ci permette di eseguire ancora quel silenzio perfetto che ci unisce più intimamente dell’opaco, di ogni gioioso stormento e di tutte le declinazioni della nostra pur agilissima eloquenza.

29.3.11

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Nel 150° anniversario dell’Unità d’Italia, l’Università IULM istituisce il Dipartimento di Italianistica. È questo un ulteriore contributo che l’Ateneo porta al processo di valorizzazione della lingua e della cultura italiana.

L’annuncio della nascita del nuovo Dipartimento simbolicamente si gemella alla presentazione del primo volume delle ‘Opere’ di Dante (Rime, Vita Nova e De Vulgari Eloquentia) curato da Marco Santagata e edito da Mondadori per la collana I Meridiani.

11.00 – 11.10

Presentazione del Dipartimento di Italianistica e introduzione ai lavori

Giovanni Puglisi, Rettore dell’Università IULM

11.10 11.50

Presentazione del primo volume delle ‘Opere’ di Dante (Rime, Vita Nova e De Vulgari Eloquentia) – I Meridiani, Mondadori Editore.

Intervengono:

Salvatore Silvano Nigro, ordinario di Letteratura Italiana Contemporanea e direttore del Dipartimento di Italianistica – Università IULM

Gian Luigi Beccaria, ordinario di Storia della Lingua Italiana – Università degli Studi di Torino

Maria Grazia Calandrone, poetessa

Modera:

Francesco Sabatini, Presidente emerito dell’Accademia della Crusca, già ordinario di Storia della Lingua Italiana – Università Roma Tre

11.50 – 12.00

Sonia Bergamasco recita una selezione di versi danteschi

Sono presenti gli autori del libro: Marco Santagata, Claudio Giunta, Mirko Tavoni

De Angelis Milo, Incontri e agguati (Corriere della Sera, 24.4.16)

Milo DE ANGELIS – Incontri e agguati (motivazione Premio "Luciana Notari")
 
Corriere della Sera, 24.4.16
Cosa rende poeti?, mi chiedo. Il coraggio, mi rispondo
 
Al principio si parla di una morte inserita tra cose quotidiane, si parla di una trattativa millimetrica, di una sottile guerra d’intelligenze, di apparizioni e  scomparse di lei, che arriva sempre mirabilmente inattesa. La lotta del poeta è anche con se stesso poeta, forse, anche per mettersi finalmente a tacere, per stare dalla parte della morte. Eppure no. Eppure rinviene sempre, ancora e sempre rinviene, dentro di sé, quel silenzio incantato e involontario, che germina e fruttifica in una parola perfetta. “Precisa”, come scrive lo stesso De Angelis. E preciso è il grido di amore e dolore che rivolge al figlio: grido di padre che non può aiutare un’esistenza che si è staccata dalla sua, doloroso assenso di genitore che non può consolare quel buio oscillante nella fronte del figlio, quell’immeritato castigo. Ne segue la dedica a un Mario, probabilmente Mario Benedetti, anch’egli fatto irraggiungibile, chiuso in un tempo onirico dove vede “qualcosa di buono e lontano”.

Cosa rende poeti?, mi chiedo. Il coraggio, mi rispondo. Il coraggio di sentire – e poi di scrivere versi come “e io adesso ti rifiuto / e ti amo, come si ama un seme fecondo e disperato”. E il coraggio emotivo e umano (prima del poeta è indispensabile l’uomo!) di De Angelis, meglio si manifesta nella rischiosissima ultima sezione, Alta sorveglianza, scritta sul carcere di Opera, dove De Angelis insegna e dove è stretto a riflettere intorno all’uccisione della cosa amata, come scriveva amaramente Oscar Wilde dal carcere di Reading. Nel carcere le parole fanno diga al veleno del silenzio: il silenzio del carcere non è quello atemporale e onirico che abita i poeti, è il silenzio feroce di una morte in vita che, come la morte della prima sezione, sembra iniettare “nell’alba il suo buio primitivo” e lascia dilagare una disfatta, una disfatta solitudine, non la fusione cosmica all’esistente. Dunque, ai detenuti occorre parlare con parole che siano anche semplicemente suono, testimonianze sonore di esistenza in vita. Se l’omicidio è potuto avvenire, è stato perché tutto era solo “pensiero”. Come per Gustav Richter, il giardiniere di Spoon River. Ma qui si tratta di ben altro pensiero, si tratta di fissazione del pensiero e di una lontananza che non induce alla pace, ma all’amplesso finale di amore e morte, a quella donna uccisa da vicino come per amore, ma a colpi di coltello. Il carcere di De Angelis è sì nebuloso e interiore, ma è anche vivo, popolato e reale: il poeta non risparmia stoccate ai volontari e ai preti predatori, ma il bellissimo Incontri e agguati si chiude con lo struggente corale di chi ha assassinato e adesso è abitato dal fantasma del proprio omicidio, messo a disposizione di tutti – e chissà se stiamo infine cantando la nostra salvezza, tracciata a mani nude sull’asfalto o, piuttosto, una condanna a morte desiderata, la nostra: “esecuzione”.

De Signoribus Evelina, Pronuncia d'inverno (25.2.10)

Il libro di Evelina De Signoribus comincia con la parola desolazione. Eppure no, Pronuncia d’inverno è un volume chiaro, casomai di disagio terrestre, questo sì, ma di una trasparenza consapevole e affermata da un apparente stile colloquiale, ma in effetti lavorato con una lingua estremamente avvertita.

Ci muoviamo da subito in un corale di creature che manifestano gesti e pensieri ma non hanno quasi corpo, sono trasumanate e assunte in una luce allegorica, in una mischia vivissima di visibili e invisibili dove non distinguo più i vivi dai morti, egualmente vociferanti.

Chi è Elsa, chi è Anna, chi è la signora di fronte, alla quale è dedicata la sezione dal titolo bellissimo appunto L’altare della signora di fronte? Chi sono questi portatori di destino un po’ miseri che si attraversano perché sono spalancati come piccole soglie su gesti all’apparenza quotidiani ma segnati da una inconsistenza, da una sottilissima inquietudine e fragilità? Troviamo, in questa giovane poetessa, la maturità di un sentimento già a posteriori, a volte quasi postumo: chi scrive guarda alle cose senza nessun altro intervento che non sia un’accoglienza precocemente materna, anche nei confronti degli avi, quando il mondo al condizionale, il binario parallelo alla vita evidente si manifesta attraverso il loro odore domestico. L’attitudine usa dei propri sensi e non è passiva e la poesia non è medianica, bensì contiene spostamenti ed è fatta da oggetti. La perizia sta tutta nel lasciare spiragli, negli interstizi di luce, negli spazi in sospeso tra le cose. Torna alla mente una delle più belle poesie di Per un secondo o un secolo di Cucchi: Attorno i vicini storpi che annusano, / sul portone il camion rosso dei pompieri / e le tue povere urla sulle scale, / mentre ti portano via seduta, / piccolo corpo dal viso stravolto, depresso, / che ogni tanto riesce a abbassarsi dolce / per dirmi: “Mi ricordo di lui, / così maschio e gentile, / mi ricordo di te, che volavi al laghetto / e alzavi le braccia, uccellino felice di vivere. / Io ti chiedo perdono, ma è andata così”.

La stessa fine meridiana, la stessa malinconia del ”a cose fatte”, le somme tirate dopo, nella vecchiezza che non chiede più nulla ma assume il suo proprio destino senza quasi più peso.

Ma, mentre in Cucchi i fatti sono i fatti, in De Signoribus si avverte uno slittamento millimetrico: gli oggetti sono sempre lievemente altro da sé: spunti, porticine o portali, cunicoli, deviazioni dello sguardo e, dietro lo sguardo, di un cuore semplice. Siamo in un mondo all’improvviso pronto a diventare un altro mondo, a mostrare la sua crepa, il sorriso del vivo che non è un sorriso ma il margine di accesso a una pregressa incolumità, perché di questo si tratta: Evelina De Signoribus ha nel cuore un mondo ancora intatto e sono in lei continui i gesti di compassione terrestre, venuti da un mondo prima del disincanto.

Altra protagonista non secondaria di questo giovane inverno è la casa, dalla soffitta alla cantina: il corpo vivo della casa esplorato nelle tubature grevi, nei suoi contenitori abbandonati, nei cavi conduttori, nei segreti allacciamenti, nel mobilio manifesto, nei cartoni, lacerti, nei dettagli dell’uso e del disuso, fin negli sgabuzzini.

Casa rifugio dal freddo esteriore e però casa che resiste alla nostra completa ispezione, casa inquieta ma senza dolore, una casa organica ma inerte, nella cantina della quale la specie umana si consegna alla polvere.

Rimane chiuso fuori il brusìo insidioso del prato.

Cosa stiamo denunciando dal principio infatti se non una separazione, una grave perdita di compassione e di sensitività? Cos’è tutto questo libro se non una dichiarazione di Resistenza? Di veglia, per meglio dire ancora: Per questo non dormo più e vi vengo a svegliare. Sono tempi, ci dice Evelina De Signoribus, nei quali bisogna tenere alta la guardia come sentinelle notturne, ci sono interni strapieni che bisogna setacciare con la cura che si deve alle cose comuni, voci domestiche delle quali sarebbe vivificante rintracciare gli echi.

Di sacro ci sono le mura, forti e consolidate, una sorta di perimetro di sicurezza fuori e dentro il quale tutto pullula e ci abitua al mestiere di vegliare, ci risolve a far entrare il caos di fuori e, se si riesce a infilarsi in un passaggio sconosciuto della giornata e ci si pone in una posizione propizia a un avvento, si cerca di pregare, poiché non si desidera nient’altro.

Nella sospensione del desiderio, dunque, in un canale del giorno, si rinviene questo bisbiglio quasi casuale, si aspetta che qualcosa avvenga – o ritorni. Non si può trascurare questo passaggio, né i due bellissimi versi poco distante: tu sei dove siedi come una bellezza scandita / in una crisi terrena. E io ti farei da scudo / forzando questo chiodo di tensione. Si sente la forza di queste parole, il sacrificio fiero della persona che è dietro le parole. E la paura che le fa scorrere il sangue.

La scrivente si offre quale risarcimento, assume aspetti da ultimo titano / pirata e sirena del suo vanto. Il corpo del poeta è un oggetto sensitivo inscritto (e forse scritto) in un mondo insensibile, un luogo di percezione, come dice bene Enrico Capodaglio nella sua bella introduzione: è diventata impresa da mistici abitare poeticamente la terra. C’è infatti quasi una santità in questo corpo mite che si espone ad assumere il mondo assumendo una forma materna e omnicomprensiva. C’è una strana, una quieta, una serenissima perfezione. Dunque Evelina De Signoribus fa poesia “civile” nel senso più nobile, custodendo i simboli e la segnaletica della memoria.

Inoltre Pronuncia d’inverno è anche un libro di ascendenza poetica “matrilineare”, in quanto poggia le persone in alcuni ambienti aneddiani: l’inverno stesso, la enumerazione degli oggetti, la tregua, il vivere occidentale, c’è la stessa malinconia serena e lo stesso offrirsi come parabola: parabola come antenna ricevente e parabola come racconto evangelico. “Io” mi uso per ricevere il mondo e restituisco in forma allegorica il tracciato di senso che ho ricevuto. Ma soprattutto parlo di cose vere. Parlo del richiamare quei gesti sbagliati e trasformarli, / renderli amore: questo è il desiderio, l’alchimia che si cerca – ma dove? Dapprima spinti nell’abbraccio umano, che ci restituisca il corpo o almeno l’impressione di identificarsi in un corpo che pare quasi morto per mancanza di nutrimento amoroso. Ma subito cerco di ripartire dai nomi delle cose certe. Ecco dove si trova la Casa.

Se ci vogliamo addentrare in un disvelamento arbitrario, diremmo quasi che la persona abbia edificato sacre mura, una pelle traslucida di parole e dentro porti un caos governabile – e dall’esterno alla semplicità del cuore lasci spiragliare il mistero serpeggiante, pullulante e struggente della natura. Quando è sopportabile.

Di Palmo Pasquale, Trittico del distacco (motivazione Notari 16)

Nelle poesie di Pasquale Di Palmo appaiono spesso paia d’occhi appuntiti, come immaginiamo siano i suoi: lo sguardo che Di Palmo posa sul mondo è infatti insieme acuto e compassionevole, ma di una compassione contenuta, diremmo quasi trattenuta per non esondare, pur trattando qui ovunque la materia incandescente del distacco. Le sole concessioni sono quelle che il poeta fa al cielo, a volte dal “colore schiacciato, di decomposta aringa”, altre volte messo lassù a divincolarsi fra i rami. La sostanza del cielo è quella di un organismo vivente e respirante sopra le architetture veneziane, di una città contemporanea e vicina a quella, malinconica e bellissima, camminata da Josif Brodskij. Altrove, in una delle prose finali, il cielo sarà “carta moschicida”, dunque elemento che raccoglie una infinitesimale materia viva, per farla morire. Morire come mosche, si dice – ovvero alla spicciolata, a frotte, come esseri che non sanno morire come si deve, con i dovuti congedi, semplicemente perché hanno dimenticato di dover morire. Di Palmo ha il coraggio della realtà, soprattutto nelle descrizioni della decadenza fisica degli anziani del “Centro Alzheimer” dove il poeta va a trovare il padre e intanto indaga intorno, vede gli altri, con un’intelligenza concreta, che non si risparmia e non ci risparmia la verità di quello che aspetta noi esseri umani intanto presi dall’avventura stessa di dimenticare la vita e, con essa, la morte. Ecco la solitudine irresponsabile e immedicabile dei ricoverati, ecco la verità dei loro corpi fragilissimi, ecco la loro assenza preventiva dal mondo, che li difenderà dall’ultimo dei distacchi. Ed ecco infine le prose, nelle quali, con una lingua ancora esatta e materiale, viene sbozzata la statua della memoria, affogata di sole e di perdita, lasciata in piedi nella luce “allucinata” del tempo.

Frabotta Biancamaria, omaggio a (Poesia, 12.16)

 TERRA CONTIGUA ("Poesia" n. 321)

L’opera di Biancamaria Frabotta comincia con un gesto collettivo: la cura dell’antologia Donne in poesia, pubblicata da Savelli nel 1976.  

Questa istanza di socievolezza, questo rivolgersi ad altri e includere altri, è il gesto ripetuto nella sua scrittura: gesto che avviene, in parte, a causa dell’abitudine al mestiere di insegnante (il quale, naturalmente, viene scelto da personalità che si sentono inclini a comunicare un sapere), in parte grazie alla temperie sociale degli anni nei quali è avvenuta la sua formazione: i mitici Settanta. Che sia per ciò o per inclinazione caratteriale, la poesia di Frabotta si rivolge a un fuori di sé, non è certo poesia del ripiegamento, per quanto il suo stile non risulti mai “facile” e compiacente e sia, inoltre, orgogliosamente anticonformista, come è evidente dalla piccola autoantologia che lei stessa ci ha consegnato. Frabotta chiede impegno al suo lettore, gli chiede di affidarsi alla sua mano, per entrare in un mondo dai cieli alti e dagli sguardi ampi, dove le guide sono intelligenza e il fiero coraggio di sapere le cose, fino alla tentazione del pessimismo.

Il secondo tratto che distingue lo stile di Frabotta è, infatti, l’ironia, adoperata a volte come autosalvazione dalla malinconia, a volte in funzione teneramente canzonatoria, come quando scrive dei poeti come di pulci fastidiose, grilli parlanti, spine nel fianco del mondo dei vivi. L’inclinazione ironica ha finito per trovare il suo passo più affettivo, naturale e lieve nell’ultima prova, Risatelle, uscita quest’anno per Empiria: un dialogo in rima con il marito Brunello Tirozzi, un fisico che, dopo anni di frequentazione “passiva” di letture e beghe letterarie, ha voluto cimentarsi in prima persona con i versi, insinuando nella nostra poesia il proprio spirito concreto e scanzonato di scienziato.

Con quest’ultima faccia divertita si continua a costruire il poliedro della personalità poetica di Frabotta, già composto di passione politica, di riflessione filosofica (qui pensiamo in particolare a La viandanza, volume che raccoglie un nutrito bestiario simbolico di sedentari abitatori di fondali marini), di amore per la vita naturale (i momenti di maggiore emotività della poesia di Frabotta si rintracciano nella sua contemplazione, piana e diretta, delle piante e dei cieli terrestri – e dell’infanzia, a cominciare da Gli eterni lavori, poi confluito in Da mani mortali), di testi che esplorano le molte declinazioni dell’amore coniugale e si trovano sparsi in tutta l’opera come un microtesto nel testo, una traccia sommersa, una seconda voce – e, infine, di poesie commosse e grate, dedicate agli amici. Tra queste ultime, il gruppo di Poesie per Giovanna (Sicari), dalle quali è stata qui riportata Vennero i giorni del grande Carnevale.

Frabotta torna spesso a nutrirsi e a nutrirci con il sentimento della collettività trasversale, sghemba e affettuosa, dei poeti. Ne svela i tic, le abitudini e le attitudini, le divertite miserie e rivalità. Eppure, questo è il miglior mondo al quale sente di appartenere, sempre con l’occhio acuto come un’icona intelligente e il sopracciglio alzato, a indicare una contiguità profonda, sì, ma meditativa: Terra contigua, appunto.

Insieme all’amore coniugale, un filo rosso che si snoda attraverso l’intera opera – a oggi – di Biancamaria Frabotta è la storia, anch’essa accostata nelle sue molteplici declinazioni: dal mitologico dolore di Achille per la morte di Patroclo all’invettiva contro il Presidente (Bush). Storia, dunque, in maggiore (Storia maiuscola, storia di popoli aggrediti) e in minore (storia privata di sentimenti umani nella bolgia grande dell’altra Storia, come in Fenoglio), storia che apprende dal passato il corso che non dovrebbe diventare ricorso, e storia come vis politica, tempo presente da esplorare alla luce del già accaduto. Possiamo allora concludere che l’ossessione di Frabotta (ogni poeta ha la propria: chi l’amore, chi i morti, chi entrambi…) sia comprendere il reale adoperando le parole come una leva che stacchi la maschera dal volto e mostri, infine, la tenera crudeltà dell’umano.

Chi davvero ama gli uomini non ha bisogno di fingere che essi siano diversi da ciò che sono, per amarli. Frabotta vede e comprende l’intera miseria umana, ma, nel gesto ripetuto che compie, di analizzarla per testimoniarla, denunciarla e indignarsi, rivela la sua fiducia nella trasmissione delle idee e, soprattutto, la fiducia nel compito morale della poesia, come strumento di superamento del disincanto. Frabotta scavalca e prosegue così la lezione caproniana: il Novecento, secolo sconvolgente per la fiumana di sangue della sua enorme e capillare tragedia, si è concluso. Il nuovo millennio sta portando i suoi argomenti nuovi, le delusioni e le macerie già note, ma, insieme a queste, la capacità di orientarsi meglio in questa polvere ormai conosciuta, adoperando bene le nostre mani mortali, consegnando, con esse, qualche cosa a chi viene. Questo ci suggerisce il “da” del titolo. Da mani mortali. Preposizione: semplice, rivolta a.

Frabotta Biancamaria, Da mani mortali (Fondazione Piazzolla, 30.11.12)

http://www.fondazionemarinopiazzolla.it/Calandrone_Frabotta_Da%20mani%20mortali.pdf

Se davvero esiste il dio laico e burlone dei poeti, questo certo ha nel cuore Biancamaria Frabotta, quando decide di elargirle titoli e versi come quelli che a sua volta lei inoltra ai lettori: la sua nuova opera è un volume d’impianto solidissimo, consegnato fin dal titolo dal basso della terra, in mani mortali altrettanto, per mezzo del viatico delle parole di Hannah Arendt. Il luogo di provenienza di quest’opera è una corporeità attiva e inscritta nella sua bolla temporale, che la definisce senza esaurirne l’emanazione di coscienza, una singolare capacità di osservazione in grado di muoversi avanti e indietro per il tempo e attraversare i regni vegetali e anche quello dei morti rimanendo sveglia. In principio la nostra carne ferma di osservatori, il nostro cuore lento, sono contrapposti al cantiere sempre aperto e vivo delle piante: siamo ammirati dal sangue esangue e silenzioso che le piante versano sul fango ribollente della terra e, osservandole, osserviamo a confronto il nostro difetto umano. Poiché siamo esseri verbali, scissi da una natura per la quale proviamo ammirazione e nostalgia, il nostro compito iniziale è l’allegria di nominare il mondo, cominciando dai nomi bellissimi delle sue piante. Ma improvvisamente appare – come improvvisa appariva a Caproni la fidanzata completamente morta – l’amica perduta, lentamente assorbita dalla morte sotto i nostri occhi come da una sabbia immobile, l’amata poetessa Giovanna Sicari, alla quale Frabotta rende qui il suo omaggio: alla creatura viva e di carne, confidente e maldicente e sofferente infine di un corpo solo come sono soli i corpi, ma terminale questo, abbandonato come il mare di sera, quando gli voltiamo le spalle per tornare nel conforto della vita domestica, al traffico sereno delle nostre stanze. La seconda emblematica coppia di amici che compare nel libro, dopo questa formata dalla stessa autrice con l’amica poetessa, è quella virile di Achille con Patroclo. Siamo sempre nella letteratura. Siamo sempre nell’invocazione: pensami – dice Giovanna ancora viva. Tu dormi Achille e a me non pensi, dice Patroclo morto all’amico che lo sogna. Ma ascoltiamo e impariamo ben presto che i morti desiderano che li assolviamo e li emancipiamo dal laccio della nostra nostalgia: Lasciami / andare oltre ciò che più non posso contenere: questa la supplica del morto Patroclo all’amico Achille, che si strugge in un dolore tempestoso e vendicativo.

Tutta la vita mortale è una lezione di perdita. L’addestramento materno, che arriverà alla fine di questo bel libro, è anche quello alla vita che invecchia e, in certi casi dolorosi, smarrisce la sua propria ragione d’essere vita. Ma sopra tutto bellissima splende la luna, nella sequenza delle poesie ispirate dalla luna, più che alla luna, tanta è in esse l’aderenza tra sostanza e forma: qui una luna esile e infinita e resistente come il nocciolo del trave balugina e schiara il cammino, fa luce sugli umani con una tenerezza nuova, che ha preso ad apparire in Frabotta fin da Gli eterni lavori– sezione di questo libro che già vide le stampe in forma autonoma presso San Marco dei Giustiniani – come se il chinarsi dell’autrice sulla terra vera, a contemplarne l’attività febbrile, muovesse in lei una compassione, una speranza d’essere infine collettiva. Insieme al brusio politico e polifunzionale dell’animale umano, ecco il brusio più sordo – calmo e incessante questo – della natura. Non si avverte però in questa poesia alcuna adesione o appartenenza al regno animale: quello di Frabotta resta lo sguardo separato e fondato, di una creatura fatta di pensiero che, dall’alto di una statura sicuramente eretta, sostiene lo sguardo – o l’assenza di sguardo – di un dio reticente e quasi infantile, di nessuna parola.

In questi testi la poetessa è riconoscibile e presente, a volte se ne leggono in controluce stralci e dettagli di vita biografica – ma, ovunque e comunque si muova, Frabotta assume la responsabilità intera del proprio sguardo umano, che è fatto di opinione e compassione (specialmente nei testi dedicati al crollo della Casa dello Studente de L’Aquila) e spesso riferisce la sua scrittura a una poesia già quasi diventata natura – o quanto meno archetipo, quando canta la Genova effusiva di Caproni o l’appassionata amicizia dei due uomini omerici. Lampeggia però in tutta la raccolta una disperata allegria – diversa per vitalismo dall’antecedente psicologico pasoliniano: dove Pasolini reagiva al suo presente con fiotti di nottambula energia e con una sua speciale febbricitazione intellettuale, Frabotta esprime una sorta di brio mozartiano, di malinconica coscienza liminare – tra serenità e scontento, quest’ultimo scisso a sua volta tra esistenziale e civile. Possiamo allora dire che, grazie all’opera di un’autrice che non teme di mettersi in gioco sulla pagina – scriviamo “in gioco” anziché “a nudo”, perché il pudore vigile della poesia di Biancamaria Frabotta ci ha sempre entusiasmati – ci è dato il raro dono di assistere all’evoluzione dettagliata di un’entità umana completa: poetica e pensante. Questo di Frabotta, oscillante tra invettiva e invito, sembra essere il libro della pace etica. Della pace civile, intelligente, umana, che segue allo spettacolo e all’analisi acuta d’ogni acuto dolore: anch’esso, per fortuna, come noi fugace.

Frabotta Biancamaria, Gli eterni lavori (Poesia, 2006)

FRABOTTA, GLI ETERNI LAVORI
in Poesia, 2006

 

Biancamaria Frabotta Gli eterni lavori, San Marco dei Giustiniani, 2005


Biancamaria Frabotta in questa recentissima raccolta sembra stare al mondo con una leggerezza d'altri tempi, un po' di sguincio come nella filigrana del proprio sguardo carico di una spazientita ironia immersa nell'amnio di una solitudine matura come matura l'imbrunire nell'affettuosa rete di relazioni che viene nominata e nominata. 

Ma il mondo che descrive è il mondo vero di adesso e la circonda e la tiene. La natura le ha dato un passo lirico, un abbandono e un senso della dilatazione del tempo come forse soltanto una nascita. Ci troviamo con lei su una terra dove vivono gli uomini insieme ai cespugli e la profondità del proprio stesso esistere è un fatto della natura.
Il poeta è un fatto della natura. 
A chi scrive, da sempre, interessa la persona che sta prima della parola, l'essere al quale consegue il discorso. Ebbene, Biancamaria Frabotta ci parla di un piccolo branco di poeti che sono carne ed ossa in evoluzione: partorienti, morenti, infelici, necessari, lontani – e sembra parli di uno stormo di uccelli costretti a camminare sulla terra, un movimento corporeo che lascia segni e sta nella prassi del tempo.
Riconosciamo la consuetudine dell'autrice a fare un buco improvviso nella trama che pareva sostenerci, a piantare nel mezzo del canto la sciagura del tempo. Al centro del libro, infatti, le "poesie per Giovanna", l'ultima delle quali è però dedicata "a mia madre" stanno come un giro nero del canto, una comune nominazione di amori in punto di respingerci al mittente e di chiederci insieme il bene che resta della memoria.
Bellissime le dediche a Caporali e Cucchi, vertice assoluto i cinque versi che trascriviamo come fossero cose del nostro sangue: "Normalità che posso amare solo / violandone la norma che la regge / filo di ferro per i fiori dei morti / frase che perde il filo. E lontano / dalle selve m'inselvatichisco."
Il libro si conclude con l'iterazione di un marito che al mattino vola via dal letto, apre la strada verso il mondo, al giorno diurno, al chiaro delle cose – mentre i poeti non fanno che pungere e tornare, pulci e fantasmi che si rintracciano e stanno nello splendido eterno lavoro vegetale e animale, dov'è anche la madre che impara a morire ed è nido disabitato e, al capo opposto dello stesso filo, il bambino che gioca sulla sabbia e in questo libro d'amore porta l'acqua di un mare liberato.

Frene Giovanna, il noto, il nuovo (Poesia n. 279, 2.13)

Giovanna Frene, il noto, il nuovo (transeuropa, 2011)

Le Torri Gemelle sono gli arti-fantasma dell’Occidente

Paolo Zublena, nella bella introduzione a il noto, il nuovo, ricorda opportunamente la profezia sul problema del male che, secondo Hannah Arendt, non poteva che diventare il nodo ossessivo della riflessione occidentale. Un agghiacciato stupore ci induce ancora oggi all’indagine sulla apparente disumanità umana. Perché quelli, invece, erano uomini. Gli stermini di massa ci costringono a una domanda destabilizzante intorno alla collusione personale con il male, nelle sue forme meno riconoscibili di indifferenza o apatia. Anestesia etica. Ottusità del male e ottusità nostra davanti al male. Qui ricordiamo l’imbarazzo che si prova guardando le interviste ai muti testimoni dello sterminio in Shoah di Lanzmann, ascoltando le risposte desolate o evasive dei cittadini comuni di Auschwitz-Birkenau: i polacchi che abitavano in prossimità dei campi e vedevano sfilare i treni sotto, sopra o davanti ai loro appezzamenti. Quelle famiglie seminavano o zappavano la terra o intingevano il loro pane nero nella tazza del latte mentre fuori – o sotto, o dietro – sentivano sferragliare quei treni e sapevano cosa trasportavano quei treni. Chi lo sa se guardavano. Ma di certo tacevano. Nessuno di noi può omettere di domandarsi che cosa avrebbe fatto, quanta paura e un quanto monumentale sentimento della propria impotenza avrebbe dovuto vincere per reagire, finalmente. In queste zone alte della coscienza, oltre alla prevalenza dell’omicidio, anche rimuovere è una colpa, mutilare lo sguardo penetrante della propria coscienza o cancellare le prove, dopo, a cose fatte, perché l’abominio compiuto va mantenuto inalterato. Queste le categorie etiche tra le quali si muove Frene, che procede fin dal titolo per dicotomie. Quella di Frene è una posizione poetica intelligente, onesta e frontale, utile a costruire un libro di rara serietà morale. Frene non ricorre alla bellezza per salvarsi, ricorre allo scavo e al calarsi severamente intera nello scavo: lo confermano l’ancoraggio a una lunga sequenza di citazioni, la piccozza dell’esergo e l’altrettanto lunga serie di note conclusive, che confessano quanta esattezza l’autrice pretenda da se stessa e come ella desideri rispondere a sua volta alle domande cruciali dell’Occidente dandoci conto di ogni propria parola. Ma, come quando i bambini si coprono gli occhi con le mani per non essere visti, Frene nasconde la fecondità dei propri guizzi lirici (o carne di potere, o tutto-potere, o vita che deriva dalla vita), i propri squisiti desideri di consolazione, dietro una vivissima visionarietà scientifica. Lei stessa rinomina la (sua) dicotomia: o tutto innocenza, o tutto apparato. Come nominare la morte che modifica la carne intima di un annegato o i piedi immacolati di Giovanni dalle Bande Nere, che morì dopo l’amputazione di una gamba. Una specie di tenera, crudele e paradossale ironia. Ma a questo ci conduce il desiderio. Più si cerca di tenere ferma la mano che vorrebbe dissezionare il corpo di un amante, più trema. Io e resurrezione sono gli arti-fantasma dell’Occidente, le sue torri-fantasma. Navighiamo così verso una nostra indecorosa allegoria finale: le Torri Gemelle sono gli arti-fantasma dell’Occidente. Non ci sono più, eppure le sentiamo nella carne – soprattutto nella carne della immaginazione – non come polvere e maceria, bensì come evidenza di una diminuzione che fa anche una luce irresponsabile sui nostri fiori, come nello splendido cortometraggio di Sean Penn in 11 settembre 2001 – ci corrono nel sangue dell’immaginario come brividi e fumo e corpi che veramente si lanciano da un’altezza irreale e noi circoliamo intorno a quell’assenza, a quel teatro tragico e biologico a cielo aperto di suicidi che sperano in una salvezza pur sapendola una fiducia inconsulta nella bontà del mondo (io non posso davvero bruciare viva o schiantarmi su quella nuda striscia di cemento, vedrai che mi salvo). Circa così dovevano pensare con tutto il corpo (io non posso davvero soffocare perché uno che non sa chi sono l’ha deciso. Non possono davvero farmi questo. Ora vedrai che mi salvo) gli uomini già pigiati nelle camere a gas, che morivano tutti il più lontani possibile dal punto dove erano caduti i cristalli maligni di Zyklon B. Quanta suprema volontà ha la vita! Che bisogno di essere gli oggetti di un miracolo. Ovvero oggetti di bontà. Di compassione. Che bisogno di credere fino all’ottusità che il mondo sia un posto per bambini. Così, nonostante tutto, continuiamo a correre senza enfasi intorno alla lacuna, come bambini abbandonati, riproduciamo (questa è Laura Callegaro, amata dedicataria del libro e in esso presente in posizione centrale con tre fotografie) la scena vuota di quella mancanza, di una a oggi irreparata frattura dove la riposante insufficienza dell’io e il vuoto del sepolcro non assolvono e non giustificano, ma ci restituiscono un Ground Zero dell’anima, ci lasciano finire in questo tempo senza vigilanza: al di sotto di noi stessi, liberi dalle propulsioni fenomenali e divaricanti di desiderio e dovere. Tutta la nostra solitudine e il nostro male sono stati detti e inquadrati. Ora posiamo per un momento la testa su questa pezza di lino grezzo, prima di affrontare un nuovo disordine umano: innaturale. Dopo, spariamo.

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