Recensioni

De Angelis Milo, Incontri e agguati (Corriere della Sera, 24.4.16)

Milo DE ANGELIS – Incontri e agguati (motivazione Premio "Luciana Notari")
 
Corriere della Sera, 24.4.16
Cosa rende poeti?, mi chiedo. Il coraggio, mi rispondo
 
Al principio si parla di una morte inserita tra cose quotidiane, si parla di una trattativa millimetrica, di una sottile guerra d’intelligenze, di apparizioni e  scomparse di lei, che arriva sempre mirabilmente inattesa. La lotta del poeta è anche con se stesso poeta, forse, anche per mettersi finalmente a tacere, per stare dalla parte della morte. Eppure no. Eppure rinviene sempre, ancora e sempre rinviene, dentro di sé, quel silenzio incantato e involontario, che germina e fruttifica in una parola perfetta. “Precisa”, come scrive lo stesso De Angelis. E preciso è il grido di amore e dolore che rivolge al figlio: grido di padre che non può aiutare un’esistenza che si è staccata dalla sua, doloroso assenso di genitore che non può consolare quel buio oscillante nella fronte del figlio, quell’immeritato castigo. Ne segue la dedica a un Mario, probabilmente Mario Benedetti, anch’egli fatto irraggiungibile, chiuso in un tempo onirico dove vede “qualcosa di buono e lontano”.

Cosa rende poeti?, mi chiedo. Il coraggio, mi rispondo. Il coraggio di sentire – e poi di scrivere versi come “e io adesso ti rifiuto / e ti amo, come si ama un seme fecondo e disperato”. E il coraggio emotivo e umano (prima del poeta è indispensabile l’uomo!) di De Angelis, meglio si manifesta nella rischiosissima ultima sezione, Alta sorveglianza, scritta sul carcere di Opera, dove De Angelis insegna e dove è stretto a riflettere intorno all’uccisione della cosa amata, come scriveva amaramente Oscar Wilde dal carcere di Reading. Nel carcere le parole fanno diga al veleno del silenzio: il silenzio del carcere non è quello atemporale e onirico che abita i poeti, è il silenzio feroce di una morte in vita che, come la morte della prima sezione, sembra iniettare “nell’alba il suo buio primitivo” e lascia dilagare una disfatta, una disfatta solitudine, non la fusione cosmica all’esistente. Dunque, ai detenuti occorre parlare con parole che siano anche semplicemente suono, testimonianze sonore di esistenza in vita. Se l’omicidio è potuto avvenire, è stato perché tutto era solo “pensiero”. Come per Gustav Richter, il giardiniere di Spoon River. Ma qui si tratta di ben altro pensiero, si tratta di fissazione del pensiero e di una lontananza che non induce alla pace, ma all’amplesso finale di amore e morte, a quella donna uccisa da vicino come per amore, ma a colpi di coltello. Il carcere di De Angelis è sì nebuloso e interiore, ma è anche vivo, popolato e reale: il poeta non risparmia stoccate ai volontari e ai preti predatori, ma il bellissimo Incontri e agguati si chiude con lo struggente corale di chi ha assassinato e adesso è abitato dal fantasma del proprio omicidio, messo a disposizione di tutti – e chissà se stiamo infine cantando la nostra salvezza, tracciata a mani nude sull’asfalto o, piuttosto, una condanna a morte desiderata, la nostra: “esecuzione”.

De Signoribus Evelina, Pronuncia d'inverno (25.2.10)

Il libro di Evelina De Signoribus comincia con la parola desolazione. Eppure no, Pronuncia d’inverno è un volume chiaro, casomai di disagio terrestre, questo sì, ma di una trasparenza consapevole e affermata da un apparente stile colloquiale, ma in effetti lavorato con una lingua estremamente avvertita.

Ci muoviamo da subito in un corale di creature che manifestano gesti e pensieri ma non hanno quasi corpo, sono trasumanate e assunte in una luce allegorica, in una mischia vivissima di visibili e invisibili dove non distinguo più i vivi dai morti, egualmente vociferanti.

Chi è Elsa, chi è Anna, chi è la signora di fronte, alla quale è dedicata la sezione dal titolo bellissimo appunto L’altare della signora di fronte? Chi sono questi portatori di destino un po’ miseri che si attraversano perché sono spalancati come piccole soglie su gesti all’apparenza quotidiani ma segnati da una inconsistenza, da una sottilissima inquietudine e fragilità? Troviamo, in questa giovane poetessa, la maturità di un sentimento già a posteriori, a volte quasi postumo: chi scrive guarda alle cose senza nessun altro intervento che non sia un’accoglienza precocemente materna, anche nei confronti degli avi, quando il mondo al condizionale, il binario parallelo alla vita evidente si manifesta attraverso il loro odore domestico. L’attitudine usa dei propri sensi e non è passiva e la poesia non è medianica, bensì contiene spostamenti ed è fatta da oggetti. La perizia sta tutta nel lasciare spiragli, negli interstizi di luce, negli spazi in sospeso tra le cose. Torna alla mente una delle più belle poesie di Per un secondo o un secolo di Cucchi: Attorno i vicini storpi che annusano, / sul portone il camion rosso dei pompieri / e le tue povere urla sulle scale, / mentre ti portano via seduta, / piccolo corpo dal viso stravolto, depresso, / che ogni tanto riesce a abbassarsi dolce / per dirmi: “Mi ricordo di lui, / così maschio e gentile, / mi ricordo di te, che volavi al laghetto / e alzavi le braccia, uccellino felice di vivere. / Io ti chiedo perdono, ma è andata così”.

La stessa fine meridiana, la stessa malinconia del ”a cose fatte”, le somme tirate dopo, nella vecchiezza che non chiede più nulla ma assume il suo proprio destino senza quasi più peso.

Ma, mentre in Cucchi i fatti sono i fatti, in De Signoribus si avverte uno slittamento millimetrico: gli oggetti sono sempre lievemente altro da sé: spunti, porticine o portali, cunicoli, deviazioni dello sguardo e, dietro lo sguardo, di un cuore semplice. Siamo in un mondo all’improvviso pronto a diventare un altro mondo, a mostrare la sua crepa, il sorriso del vivo che non è un sorriso ma il margine di accesso a una pregressa incolumità, perché di questo si tratta: Evelina De Signoribus ha nel cuore un mondo ancora intatto e sono in lei continui i gesti di compassione terrestre, venuti da un mondo prima del disincanto.

Altra protagonista non secondaria di questo giovane inverno è la casa, dalla soffitta alla cantina: il corpo vivo della casa esplorato nelle tubature grevi, nei suoi contenitori abbandonati, nei cavi conduttori, nei segreti allacciamenti, nel mobilio manifesto, nei cartoni, lacerti, nei dettagli dell’uso e del disuso, fin negli sgabuzzini.

Casa rifugio dal freddo esteriore e però casa che resiste alla nostra completa ispezione, casa inquieta ma senza dolore, una casa organica ma inerte, nella cantina della quale la specie umana si consegna alla polvere.

Rimane chiuso fuori il brusìo insidioso del prato.

Cosa stiamo denunciando dal principio infatti se non una separazione, una grave perdita di compassione e di sensitività? Cos’è tutto questo libro se non una dichiarazione di Resistenza? Di veglia, per meglio dire ancora: Per questo non dormo più e vi vengo a svegliare. Sono tempi, ci dice Evelina De Signoribus, nei quali bisogna tenere alta la guardia come sentinelle notturne, ci sono interni strapieni che bisogna setacciare con la cura che si deve alle cose comuni, voci domestiche delle quali sarebbe vivificante rintracciare gli echi.

Di sacro ci sono le mura, forti e consolidate, una sorta di perimetro di sicurezza fuori e dentro il quale tutto pullula e ci abitua al mestiere di vegliare, ci risolve a far entrare il caos di fuori e, se si riesce a infilarsi in un passaggio sconosciuto della giornata e ci si pone in una posizione propizia a un avvento, si cerca di pregare, poiché non si desidera nient’altro.

Nella sospensione del desiderio, dunque, in un canale del giorno, si rinviene questo bisbiglio quasi casuale, si aspetta che qualcosa avvenga – o ritorni. Non si può trascurare questo passaggio, né i due bellissimi versi poco distante: tu sei dove siedi come una bellezza scandita / in una crisi terrena. E io ti farei da scudo / forzando questo chiodo di tensione. Si sente la forza di queste parole, il sacrificio fiero della persona che è dietro le parole. E la paura che le fa scorrere il sangue.

La scrivente si offre quale risarcimento, assume aspetti da ultimo titano / pirata e sirena del suo vanto. Il corpo del poeta è un oggetto sensitivo inscritto (e forse scritto) in un mondo insensibile, un luogo di percezione, come dice bene Enrico Capodaglio nella sua bella introduzione: è diventata impresa da mistici abitare poeticamente la terra. C’è infatti quasi una santità in questo corpo mite che si espone ad assumere il mondo assumendo una forma materna e omnicomprensiva. C’è una strana, una quieta, una serenissima perfezione. Dunque Evelina De Signoribus fa poesia “civile” nel senso più nobile, custodendo i simboli e la segnaletica della memoria.

Inoltre Pronuncia d’inverno è anche un libro di ascendenza poetica “matrilineare”, in quanto poggia le persone in alcuni ambienti aneddiani: l’inverno stesso, la enumerazione degli oggetti, la tregua, il vivere occidentale, c’è la stessa malinconia serena e lo stesso offrirsi come parabola: parabola come antenna ricevente e parabola come racconto evangelico. “Io” mi uso per ricevere il mondo e restituisco in forma allegorica il tracciato di senso che ho ricevuto. Ma soprattutto parlo di cose vere. Parlo del richiamare quei gesti sbagliati e trasformarli, / renderli amore: questo è il desiderio, l’alchimia che si cerca – ma dove? Dapprima spinti nell’abbraccio umano, che ci restituisca il corpo o almeno l’impressione di identificarsi in un corpo che pare quasi morto per mancanza di nutrimento amoroso. Ma subito cerco di ripartire dai nomi delle cose certe. Ecco dove si trova la Casa.

Se ci vogliamo addentrare in un disvelamento arbitrario, diremmo quasi che la persona abbia edificato sacre mura, una pelle traslucida di parole e dentro porti un caos governabile – e dall’esterno alla semplicità del cuore lasci spiragliare il mistero serpeggiante, pullulante e struggente della natura. Quando è sopportabile.

Di Palmo Pasquale, Trittico del distacco (motivazione Notari 16)

Nelle poesie di Pasquale Di Palmo appaiono spesso paia d’occhi appuntiti, come immaginiamo siano i suoi: lo sguardo che Di Palmo posa sul mondo è infatti insieme acuto e compassionevole, ma di una compassione contenuta, diremmo quasi trattenuta per non esondare, pur trattando qui ovunque la materia incandescente del distacco. Le sole concessioni sono quelle che il poeta fa al cielo, a volte dal “colore schiacciato, di decomposta aringa”, altre volte messo lassù a divincolarsi fra i rami. La sostanza del cielo è quella di un organismo vivente e respirante sopra le architetture veneziane, di una città contemporanea e vicina a quella, malinconica e bellissima, camminata da Josif Brodskij. Altrove, in una delle prose finali, il cielo sarà “carta moschicida”, dunque elemento che raccoglie una infinitesimale materia viva, per farla morire. Morire come mosche, si dice – ovvero alla spicciolata, a frotte, come esseri che non sanno morire come si deve, con i dovuti congedi, semplicemente perché hanno dimenticato di dover morire. Di Palmo ha il coraggio della realtà, soprattutto nelle descrizioni della decadenza fisica degli anziani del “Centro Alzheimer” dove il poeta va a trovare il padre e intanto indaga intorno, vede gli altri, con un’intelligenza concreta, che non si risparmia e non ci risparmia la verità di quello che aspetta noi esseri umani intanto presi dall’avventura stessa di dimenticare la vita e, con essa, la morte. Ecco la solitudine irresponsabile e immedicabile dei ricoverati, ecco la verità dei loro corpi fragilissimi, ecco la loro assenza preventiva dal mondo, che li difenderà dall’ultimo dei distacchi. Ed ecco infine le prose, nelle quali, con una lingua ancora esatta e materiale, viene sbozzata la statua della memoria, affogata di sole e di perdita, lasciata in piedi nella luce “allucinata” del tempo.

Frabotta Biancamaria, Tutte le poesie (CorSera, 26.4.18)

leggi in "la27ora" del "Corriere della Sera" (26.4.18)

La raccolta di Tutte le poesie di Biancamaria Frabotta comincia con una dichiarazione di guerra alla natura, sferrata con la leopardiana inquietudine dei giovani, che ogni volta vogliono reinventare il mondo, come è doveroso che sia.

La seconda evocazione letteraria arriva poche pagine dopo, manifestata dalla sabiana parola “onesta”, attribuita a sé stessa autrice, immortalata nell’atto di affidare le proprie parole al lettore. Affidare, non consegnare. La parola affidare contiene un nucleo singolarmente affettivo, un’assonanza atipicamente sorridente, in un’autrice sobria come Frabotta. Ma l’esortazione al lettore, affinché egli stesso si faccia verso e affinché vegli, arriva poche parole più tardi.

Il lettore è collettivo, l’esortazione è ripetuta.

Frabotta espone dunque agli occhi del lettore-custode il proprio cammino dalla leopardiana natura matrigna alla semplice natura, che naturalmente esiste ed esegue il suo compito di verdeggiare, nonostante gli uomini, tra le belle pagine de Gli eterni lavori e de I nuovi climi, che precedono il nudo esercizio di umiltà delle bellissime poesie dedicate all'invecchiamento dei corpi – della madre, del proprio. Perché alla fine si vede quel che era chiaro fin dal principio: "sotto al sole non c'è / altro che il suo calore", come dice un bel verso tra i primi, ripreso in epigrafe di uno dei testi (per ora) ultimi, Plasma, dedicato al fascinoso segreto, scientifico e poetico, dell’inavvicinabile sole.

Ma, oltre a seguire l’eterna e pur mortale Natura, la scrittura di Frabotta poeta è immersa e, anzi, formata come poche altre, dalla storia del paese e del suo tempo. Possiamo dunque leggere questa bella raccolta come una storia culturale e socialedell'Italia, dagli anni Settanta a oggi: dagli iniziali toni scanzonati, rivoluzionari, volutamente tenuti sul filo luminoso dell’impoetico ("sbocco arancio di mestruo adolescente il sole") e del concreto (numerosi sono i riferimenti politici, incluso il tanto amaro quanto sorprendente presentimento dell'omicidio Moro) come voleva la “poesia del pane e delle rose”, al frammento disincantevole del contemporaneo, concentrato nell'invettiva contro il grande peccatore Bush. Nei primi testi, l’allegro e rabbioso desiderio di rovesciare il mondo è così riassunto: "che mi portano dritta all'inferno giù fino a Dio". Negli ultimi, si è scoperta la pazienza di indagare ancora il manifesto mistero della poesia, come correndo dietro a quello che sappiamo di non poter raggiungere.

Ma il senso del nostro vivere sta tutto in quella corsa senza vittoria.

Per attenerci alla nota definizione di Cvetaeva, dunque Frabotta è un "poeta con storia", la sua poesia è integralmente tessuta di biografia e anche di semplice e pura biologia e rielabora con la sua bella tempra originale i toni della poesia che il paese va facendo. Ci sono allora i viaggi, gli amati e necessari amici poeti, il giardinaggio e l’amore coniugale, c’è il congedo con il quale i vivi finalmente liberano i morti dall’impaccio del proprio amore bisognoso.

L'intenzione di un libro tanto popolato e ricco si manifesta con un verso ispirato a Bruce Chatwin: "una terra non cantata è zolla morta". Dunque il proposito, o meglio: l'impegno di Frabotta, è far vivere – o rivivere – la terra con il proprio canto. Ma la scrittura non è mai ammiccante, tiene alta la testa, come è detto di quelli che volano tra terra e cielo, col “filo della nuca” verticale, come a tenere in riga testa e viscere, intelligenza e anatomia, senza concedersi una posizione di riposo, quasi neanche nel canto d'amore, anch'esso quasi sempre combattivo, pacificato solo in rari passaggi dei versi coniugali.

Frabotta compone dunque la poesia di una veglia continua, è protagonista di bellissime pagine sull'insonnia, rilascia parole di elevato peso specifico, come chi non solo non si concede riposo, ma neppure voglia disporsi alla posizione del riposo, perché sente il dovere di vigilare, su questo suo e nostro Occidente, che pare immerso in un pericoloso sonno della ragione. Il dovere di una ininterrotta vigilanza è espresso anche nel verso "dovevo insieme seminare e raccogliere", che ci rivela come il gesto della semina sia contemporaneamente "raccolto" in parola, quella parola che rende viva la cosidetta realtà, quella che per convenzione e per abitudine chiamiamo vita.

E ancora: “La Terra di Nessuno che non ricorda Nulla" – con le relative opportune maiuscole, non può non ricordarci La rosa di Nessuno di Paul Celan e la parola di porpora del suo definitivo Salmo, ovvero il canto cantato dall’umano sopra ogni spina. Ma i decenni trascorsi da quel canto sono passati trascinando sui corpi il peso di altre guerre e nuovo disincanto, dunque un poeta contemporaneo può scrivere che le piacciono “Le singole poesie / scritte con umiltà e pietà / nell’attimo che ritarda la morte / e sfolgora, anche per un solo istante / la luce dell’amore. E dell'intelligenza". Queste sono parole della maturità. Maturità di specie e maturità di singola persona, perché in questa poesia la singolarità è collettiva, pur rimanendo singolare.

Una seconda e, se possibile, ancora più illuminante dichiarazione di poetica, s'incontra poche pagine più avanti, messa come un inciso, tra parentesi – e dunque sottolineata, come Caproni sottolineava l'acerbità del fianco della mamma giovane, racchiudendo in parentesi i due aggettivi commossi “cauto e vergine”: così Frabotta scrive in parentesi che la poesia è "una sorta di fotosintesi dei suoni che potremmo chiamare ‘vista acustica’”. Nei poeti, dunque, l’oggetto osservato si traduce spontaneamente in parola, la cosa echeggia all’interno con un insieme di suoni che sono comunque una metafora del nome proprio, l’inafferrabile nome della Cosa.

Ma, per trascrivere l’insieme dei suoni che a sua volta trascrive la cosidetta realtà, Frabotta si fa un punto d’onore dell’uso di una viva antiretorica, del frequentare luoghi e costumi poco usati, ovvero, per dirla in una sola, bellissima parola, della sua: libertà. La libertà è infatti “la materia prima” della scrittura e dell’identità, politica e umana, di Frabotta. Libertà anche di allontanarsi dalle urgenze della contemporaneità e inoltrarsi nel tempo senza tempo che occhieggia dal fondo della nostra esistenza come l’osso sta immerso nel denso del corpo. A volte beffardo, a volte malinconico e dolente, a volte commosso. Ma indispensabile.

Frabotta Biancamaria, omaggio a (Poesia, 12.16)

 TERRA CONTIGUA ("Poesia" n. 321)

L’opera di Biancamaria Frabotta comincia con un gesto collettivo: la cura dell’antologia Donne in poesia, pubblicata da Savelli nel 1976.  

Questa istanza di socievolezza, questo rivolgersi ad altri e includere altri, è il gesto ripetuto nella sua scrittura: gesto che avviene, in parte, a causa dell’abitudine al mestiere di insegnante (il quale, naturalmente, viene scelto da personalità che si sentono inclini a comunicare un sapere), in parte grazie alla temperie sociale degli anni nei quali è avvenuta la sua formazione: i mitici Settanta. Che sia per ciò o per inclinazione caratteriale, la poesia di Frabotta si rivolge a un fuori di sé, non è certo poesia del ripiegamento, per quanto il suo stile non risulti mai “facile” e compiacente e sia, inoltre, orgogliosamente anticonformista, come è evidente dalla piccola autoantologia che lei stessa ci ha consegnato. Frabotta chiede impegno al suo lettore, gli chiede di affidarsi alla sua mano, per entrare in un mondo dai cieli alti e dagli sguardi ampi, dove le guide sono intelligenza e il fiero coraggio di sapere le cose, fino alla tentazione del pessimismo.

Il secondo tratto che distingue lo stile di Frabotta è, infatti, l’ironia, adoperata a volte come autosalvazione dalla malinconia, a volte in funzione teneramente canzonatoria, come quando scrive dei poeti come di pulci fastidiose, grilli parlanti, spine nel fianco del mondo dei vivi. L’inclinazione ironica ha finito per trovare il suo passo più affettivo, naturale e lieve nell’ultima prova, Risatelle, uscita quest’anno per Empiria: un dialogo in rima con il marito Brunello Tirozzi, un fisico che, dopo anni di frequentazione “passiva” di letture e beghe letterarie, ha voluto cimentarsi in prima persona con i versi, insinuando nella nostra poesia il proprio spirito concreto e scanzonato di scienziato.

Con quest’ultima faccia divertita si continua a costruire il poliedro della personalità poetica di Frabotta, già composto di passione politica, di riflessione filosofica (qui pensiamo in particolare a La viandanza, volume che raccoglie un nutrito bestiario simbolico di sedentari abitatori di fondali marini), di amore per la vita naturale (i momenti di maggiore emotività della poesia di Frabotta si rintracciano nella sua contemplazione, piana e diretta, delle piante e dei cieli terrestri – e dell’infanzia, a cominciare da Gli eterni lavori, poi confluito in Da mani mortali), di testi che esplorano le molte declinazioni dell’amore coniugale e si trovano sparsi in tutta l’opera come un microtesto nel testo, una traccia sommersa, una seconda voce – e, infine, di poesie commosse e grate, dedicate agli amici. Tra queste ultime, il gruppo di Poesie per Giovanna (Sicari), dalle quali è stata qui riportata Vennero i giorni del grande Carnevale.

Frabotta torna spesso a nutrirsi e a nutrirci con il sentimento della collettività trasversale, sghemba e affettuosa, dei poeti. Ne svela i tic, le abitudini e le attitudini, le divertite miserie e rivalità. Eppure, questo è il miglior mondo al quale sente di appartenere, sempre con l’occhio acuto come un’icona intelligente e il sopracciglio alzato, a indicare una contiguità profonda, sì, ma meditativa: Terra contigua, appunto.

Insieme all’amore coniugale, un filo rosso che si snoda attraverso l’intera opera – a oggi – di Biancamaria Frabotta è la storia, anch’essa accostata nelle sue molteplici declinazioni: dal mitologico dolore di Achille per la morte di Patroclo all’invettiva contro il Presidente (Bush). Storia, dunque, in maggiore (Storia maiuscola, storia di popoli aggrediti) e in minore (storia privata di sentimenti umani nella bolgia grande dell’altra Storia, come in Fenoglio), storia che apprende dal passato il corso che non dovrebbe diventare ricorso, e storia come vis politica, tempo presente da esplorare alla luce del già accaduto. Possiamo allora concludere che l’ossessione di Frabotta (ogni poeta ha la propria: chi l’amore, chi i morti, chi entrambi…) sia comprendere il reale adoperando le parole come una leva che stacchi la maschera dal volto e mostri, infine, la tenera crudeltà dell’umano.

Chi davvero ama gli uomini non ha bisogno di fingere che essi siano diversi da ciò che sono, per amarli. Frabotta vede e comprende l’intera miseria umana, ma, nel gesto ripetuto che compie, di analizzarla per testimoniarla, denunciarla e indignarsi, rivela la sua fiducia nella trasmissione delle idee e, soprattutto, la fiducia nel compito morale della poesia, come strumento di superamento del disincanto. Frabotta scavalca e prosegue così la lezione caproniana: il Novecento, secolo sconvolgente per la fiumana di sangue della sua enorme e capillare tragedia, si è concluso. Il nuovo millennio sta portando i suoi argomenti nuovi, le delusioni e le macerie già note, ma, insieme a queste, la capacità di orientarsi meglio in questa polvere ormai conosciuta, adoperando bene le nostre mani mortali, consegnando, con esse, qualche cosa a chi viene. Questo ci suggerisce il “da” del titolo. Da mani mortali. Preposizione: semplice, rivolta a.

Frabotta Biancamaria, Da mani mortali (Fondazione Piazzolla, 30.11.12)

http://www.fondazionemarinopiazzolla.it/Calandrone_Frabotta_Da%20mani%20mortali.pdf

Se davvero esiste il dio laico e burlone dei poeti, questo certo ha nel cuore Biancamaria Frabotta, quando decide di elargirle titoli e versi come quelli che a sua volta lei inoltra ai lettori: la sua nuova opera è un volume d’impianto solidissimo, consegnato fin dal titolo dal basso della terra, in mani mortali altrettanto, per mezzo del viatico delle parole di Hannah Arendt. Il luogo di provenienza di quest’opera è una corporeità attiva e inscritta nella sua bolla temporale, che la definisce senza esaurirne l’emanazione di coscienza, una singolare capacità di osservazione in grado di muoversi avanti e indietro per il tempo e attraversare i regni vegetali e anche quello dei morti rimanendo sveglia. In principio la nostra carne ferma di osservatori, il nostro cuore lento, sono contrapposti al cantiere sempre aperto e vivo delle piante: siamo ammirati dal sangue esangue e silenzioso che le piante versano sul fango ribollente della terra e, osservandole, osserviamo a confronto il nostro difetto umano. Poiché siamo esseri verbali, scissi da una natura per la quale proviamo ammirazione e nostalgia, il nostro compito iniziale è l’allegria di nominare il mondo, cominciando dai nomi bellissimi delle sue piante. Ma improvvisamente appare – come improvvisa appariva a Caproni la fidanzata completamente morta – l’amica perduta, lentamente assorbita dalla morte sotto i nostri occhi come da una sabbia immobile, l’amata poetessa Giovanna Sicari, alla quale Frabotta rende qui il suo omaggio: alla creatura viva e di carne, confidente e maldicente e sofferente infine di un corpo solo come sono soli i corpi, ma terminale questo, abbandonato come il mare di sera, quando gli voltiamo le spalle per tornare nel conforto della vita domestica, al traffico sereno delle nostre stanze. La seconda emblematica coppia di amici che compare nel libro, dopo questa formata dalla stessa autrice con l’amica poetessa, è quella virile di Achille con Patroclo. Siamo sempre nella letteratura. Siamo sempre nell’invocazione: pensami – dice Giovanna ancora viva. Tu dormi Achille e a me non pensi, dice Patroclo morto all’amico che lo sogna. Ma ascoltiamo e impariamo ben presto che i morti desiderano che li assolviamo e li emancipiamo dal laccio della nostra nostalgia: Lasciami / andare oltre ciò che più non posso contenere: questa la supplica del morto Patroclo all’amico Achille, che si strugge in un dolore tempestoso e vendicativo.

Tutta la vita mortale è una lezione di perdita. L’addestramento materno, che arriverà alla fine di questo bel libro, è anche quello alla vita che invecchia e, in certi casi dolorosi, smarrisce la sua propria ragione d’essere vita. Ma sopra tutto bellissima splende la luna, nella sequenza delle poesie ispirate dalla luna, più che alla luna, tanta è in esse l’aderenza tra sostanza e forma: qui una luna esile e infinita e resistente come il nocciolo del trave balugina e schiara il cammino, fa luce sugli umani con una tenerezza nuova, che ha preso ad apparire in Frabotta fin da Gli eterni lavori– sezione di questo libro che già vide le stampe in forma autonoma presso San Marco dei Giustiniani – come se il chinarsi dell’autrice sulla terra vera, a contemplarne l’attività febbrile, muovesse in lei una compassione, una speranza d’essere infine collettiva. Insieme al brusio politico e polifunzionale dell’animale umano, ecco il brusio più sordo – calmo e incessante questo – della natura. Non si avverte però in questa poesia alcuna adesione o appartenenza al regno animale: quello di Frabotta resta lo sguardo separato e fondato, di una creatura fatta di pensiero che, dall’alto di una statura sicuramente eretta, sostiene lo sguardo – o l’assenza di sguardo – di un dio reticente e quasi infantile, di nessuna parola.

In questi testi la poetessa è riconoscibile e presente, a volte se ne leggono in controluce stralci e dettagli di vita biografica – ma, ovunque e comunque si muova, Frabotta assume la responsabilità intera del proprio sguardo umano, che è fatto di opinione e compassione (specialmente nei testi dedicati al crollo della Casa dello Studente de L’Aquila) e spesso riferisce la sua scrittura a una poesia già quasi diventata natura – o quanto meno archetipo, quando canta la Genova effusiva di Caproni o l’appassionata amicizia dei due uomini omerici. Lampeggia però in tutta la raccolta una disperata allegria – diversa per vitalismo dall’antecedente psicologico pasoliniano: dove Pasolini reagiva al suo presente con fiotti di nottambula energia e con una sua speciale febbricitazione intellettuale, Frabotta esprime una sorta di brio mozartiano, di malinconica coscienza liminare – tra serenità e scontento, quest’ultimo scisso a sua volta tra esistenziale e civile. Possiamo allora dire che, grazie all’opera di un’autrice che non teme di mettersi in gioco sulla pagina – scriviamo “in gioco” anziché “a nudo”, perché il pudore vigile della poesia di Biancamaria Frabotta ci ha sempre entusiasmati – ci è dato il raro dono di assistere all’evoluzione dettagliata di un’entità umana completa: poetica e pensante. Questo di Frabotta, oscillante tra invettiva e invito, sembra essere il libro della pace etica. Della pace civile, intelligente, umana, che segue allo spettacolo e all’analisi acuta d’ogni acuto dolore: anch’esso, per fortuna, come noi fugace.

Frabotta Biancamaria, Gli eterni lavori (Poesia, 2006)

FRABOTTA, GLI ETERNI LAVORI
in Poesia, 2006

 

Biancamaria Frabotta Gli eterni lavori, San Marco dei Giustiniani, 2005


Biancamaria Frabotta in questa recentissima raccolta sembra stare al mondo con una leggerezza d'altri tempi, un po' di sguincio come nella filigrana del proprio sguardo carico di una spazientita ironia immersa nell'amnio di una solitudine matura come matura l'imbrunire nell'affettuosa rete di relazioni che viene nominata e nominata. 

Ma il mondo che descrive è il mondo vero di adesso e la circonda e la tiene. La natura le ha dato un passo lirico, un abbandono e un senso della dilatazione del tempo come forse soltanto una nascita. Ci troviamo con lei su una terra dove vivono gli uomini insieme ai cespugli e la profondità del proprio stesso esistere è un fatto della natura.
Il poeta è un fatto della natura. 
A chi scrive, da sempre, interessa la persona che sta prima della parola, l'essere al quale consegue il discorso. Ebbene, Biancamaria Frabotta ci parla di un piccolo branco di poeti che sono carne ed ossa in evoluzione: partorienti, morenti, infelici, necessari, lontani – e sembra parli di uno stormo di uccelli costretti a camminare sulla terra, un movimento corporeo che lascia segni e sta nella prassi del tempo.
Riconosciamo la consuetudine dell'autrice a fare un buco improvviso nella trama che pareva sostenerci, a piantare nel mezzo del canto la sciagura del tempo. Al centro del libro, infatti, le "poesie per Giovanna", l'ultima delle quali è però dedicata "a mia madre" stanno come un giro nero del canto, una comune nominazione di amori in punto di respingerci al mittente e di chiederci insieme il bene che resta della memoria.
Bellissime le dediche a Caporali e Cucchi, vertice assoluto i cinque versi che trascriviamo come fossero cose del nostro sangue: "Normalità che posso amare solo / violandone la norma che la regge / filo di ferro per i fiori dei morti / frase che perde il filo. E lontano / dalle selve m'inselvatichisco."
Il libro si conclude con l'iterazione di un marito che al mattino vola via dal letto, apre la strada verso il mondo, al giorno diurno, al chiaro delle cose – mentre i poeti non fanno che pungere e tornare, pulci e fantasmi che si rintracciano e stanno nello splendido eterno lavoro vegetale e animale, dov'è anche la madre che impara a morire ed è nido disabitato e, al capo opposto dello stesso filo, il bambino che gioca sulla sabbia e in questo libro d'amore porta l'acqua di un mare liberato.

Frene Giovanna, il noto, il nuovo (Poesia n. 279, 2.13)

Giovanna Frene, il noto, il nuovo (transeuropa, 2011)

Le Torri Gemelle sono gli arti-fantasma dell’Occidente

Paolo Zublena, nella bella introduzione a il noto, il nuovo, ricorda opportunamente la profezia sul problema del male che, secondo Hannah Arendt, non poteva che diventare il nodo ossessivo della riflessione occidentale. Un agghiacciato stupore ci induce ancora oggi all’indagine sulla apparente disumanità umana. Perché quelli, invece, erano uomini. Gli stermini di massa ci costringono a una domanda destabilizzante intorno alla collusione personale con il male, nelle sue forme meno riconoscibili di indifferenza o apatia. Anestesia etica. Ottusità del male e ottusità nostra davanti al male. Qui ricordiamo l’imbarazzo che si prova guardando le interviste ai muti testimoni dello sterminio in Shoah di Lanzmann, ascoltando le risposte desolate o evasive dei cittadini comuni di Auschwitz-Birkenau: i polacchi che abitavano in prossimità dei campi e vedevano sfilare i treni sotto, sopra o davanti ai loro appezzamenti. Quelle famiglie seminavano o zappavano la terra o intingevano il loro pane nero nella tazza del latte mentre fuori – o sotto, o dietro – sentivano sferragliare quei treni e sapevano cosa trasportavano quei treni. Chi lo sa se guardavano. Ma di certo tacevano. Nessuno di noi può omettere di domandarsi che cosa avrebbe fatto, quanta paura e un quanto monumentale sentimento della propria impotenza avrebbe dovuto vincere per reagire, finalmente. In queste zone alte della coscienza, oltre alla prevalenza dell’omicidio, anche rimuovere è una colpa, mutilare lo sguardo penetrante della propria coscienza o cancellare le prove, dopo, a cose fatte, perché l’abominio compiuto va mantenuto inalterato. Queste le categorie etiche tra le quali si muove Frene, che procede fin dal titolo per dicotomie. Quella di Frene è una posizione poetica intelligente, onesta e frontale, utile a costruire un libro di rara serietà morale. Frene non ricorre alla bellezza per salvarsi, ricorre allo scavo e al calarsi severamente intera nello scavo: lo confermano l’ancoraggio a una lunga sequenza di citazioni, la piccozza dell’esergo e l’altrettanto lunga serie di note conclusive, che confessano quanta esattezza l’autrice pretenda da se stessa e come ella desideri rispondere a sua volta alle domande cruciali dell’Occidente dandoci conto di ogni propria parola. Ma, come quando i bambini si coprono gli occhi con le mani per non essere visti, Frene nasconde la fecondità dei propri guizzi lirici (o carne di potere, o tutto-potere, o vita che deriva dalla vita), i propri squisiti desideri di consolazione, dietro una vivissima visionarietà scientifica. Lei stessa rinomina la (sua) dicotomia: o tutto innocenza, o tutto apparato. Come nominare la morte che modifica la carne intima di un annegato o i piedi immacolati di Giovanni dalle Bande Nere, che morì dopo l’amputazione di una gamba. Una specie di tenera, crudele e paradossale ironia. Ma a questo ci conduce il desiderio. Più si cerca di tenere ferma la mano che vorrebbe dissezionare il corpo di un amante, più trema. Io e resurrezione sono gli arti-fantasma dell’Occidente, le sue torri-fantasma. Navighiamo così verso una nostra indecorosa allegoria finale: le Torri Gemelle sono gli arti-fantasma dell’Occidente. Non ci sono più, eppure le sentiamo nella carne – soprattutto nella carne della immaginazione – non come polvere e maceria, bensì come evidenza di una diminuzione che fa anche una luce irresponsabile sui nostri fiori, come nello splendido cortometraggio di Sean Penn in 11 settembre 2001 – ci corrono nel sangue dell’immaginario come brividi e fumo e corpi che veramente si lanciano da un’altezza irreale e noi circoliamo intorno a quell’assenza, a quel teatro tragico e biologico a cielo aperto di suicidi che sperano in una salvezza pur sapendola una fiducia inconsulta nella bontà del mondo (io non posso davvero bruciare viva o schiantarmi su quella nuda striscia di cemento, vedrai che mi salvo). Circa così dovevano pensare con tutto il corpo (io non posso davvero soffocare perché uno che non sa chi sono l’ha deciso. Non possono davvero farmi questo. Ora vedrai che mi salvo) gli uomini già pigiati nelle camere a gas, che morivano tutti il più lontani possibile dal punto dove erano caduti i cristalli maligni di Zyklon B. Quanta suprema volontà ha la vita! Che bisogno di essere gli oggetti di un miracolo. Ovvero oggetti di bontà. Di compassione. Che bisogno di credere fino all’ottusità che il mondo sia un posto per bambini. Così, nonostante tutto, continuiamo a correre senza enfasi intorno alla lacuna, come bambini abbandonati, riproduciamo (questa è Laura Callegaro, amata dedicataria del libro e in esso presente in posizione centrale con tre fotografie) la scena vuota di quella mancanza, di una a oggi irreparata frattura dove la riposante insufficienza dell’io e il vuoto del sepolcro non assolvono e non giustificano, ma ci restituiscono un Ground Zero dell’anima, ci lasciano finire in questo tempo senza vigilanza: al di sotto di noi stessi, liberi dalle propulsioni fenomenali e divaricanti di desiderio e dovere. Tutta la nostra solitudine e il nostro male sono stati detti e inquadrati. Ora posiamo per un momento la testa su questa pezza di lino grezzo, prima di affrontare un nuovo disordine umano: innaturale. Dopo, spariamo.

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