CARPI (il manifesto, 23.2.12)

DIMMI CHE SONO IMMORTALE
su il manifesto, 23 febbraio 2012

 

Anna Maria Carpi, L'asso nella neve, Transeuropa, 2012

DIMMI CHE SONO IMMORTALE

Esserci, star con gli altri / far le cose di sempre come loro, / o cara / o cara abitudine alla vita è il possibile splendore terrestre, la salvezza infilata come una radiazione interiore nella mandria umana, nella insiemistica antilirica e struggente di cose e uomini che Anna Maria Carpi porta sulla scena della sua pagina. Tutte le cose hanno pietà di noi, in esse sono contenute la rassicurazione e la costanza di un bene parentale. Ma qui è Cristo che parla. I poeti sanno (ricordiamo qui “solo” Rilke e Bonnefoy) che Dio prova invidia per la nostra mortalità, perché la bellezza è possibile solo nella finitudine. Forse Dio ci ha impastati con fango e tempo per poter ammirare la sfarzosa bellezza del nostro innalzare costruzioni nonostante la morte. Niente è paragonabile – la ignara corolla di nessun ignaro fiore – alla bellezza inutile del gesto umano, alla continua edificazione umana nonostante la coscienza della morte. Gesti di puro spreco, azioni mosse dalla semplice gratitudine d’essere vivi, il nostro continuo omaggio alla vita, così spontaneo e connaturato e continuo che nemmeno ce ne rendiamo conto. Che generosità sta veramente nel sacrificio di Dio che non è soggetto al tempo? Il tempo è la sola cosa che davvero possediamo e dunque davvero doniamo. Carpi, immersa nella metafora di una sera continua, regala tempo a una scrittura nella quale protesta: amore è dire all’altro non hai fine. O io sono immortale oppure niente. Che amore manifesta la morte di chi sa che al terzo giorno verrà rinato? Giusto lo stare in quel poco di sofferenza del corpo – ma è un dolore piatto, della carne, senza il dubbio e l’angoscia di una infinita oscurità; giusto provare l’illusione di poter morire e di avere anche io – Dio – l’ostinazione di inspirare, espirare, inspirare nonostante la morte. Eppure, questo Cristo carpiano si permette anche il lusso di criticare l’ignavia degli uomini, delle creature definitivamente commensurabili e che vogliono essere salvate. Di nuovo: amore è dire all’altro non hai fine. O io sono immortale oppure niente. Questa è la notizia vera che il benevolo Cristo porta alla sua umanità. Invece qui il suo disamore, il suo amaro disincanto, la sua empatia per la freddezza di Giuda, quanto sanno di invidia, povero Dio, destinato a rinascere la sua rinascita infinita, tramandata nelle generazioni. Cristo rimpiange di essere sul punto di morire eppure sa che non potrà mai veramente morire, parla del suo crudele amore per la bellezza. Ma abbiamo detto cosa sia la bellezza. Il cane nero che disordina definitivamente lo spreco infantile, la forma disumana – la forma ignara, la forma della bestia – che insorge dal di sotto e dà la gioia. Giuda e il cane nero. Amore, amore. / E poi non lo sopporti. Questo è il segreto. L’insopportabilità di quanto minaccia di essere infinito, di scavalcarci, di andare dove noi non arriviamo. La minaccia divina dell’amore che, nel futuro, sarà forse scongiurata, teme e prevede Carpi osservando nel casuale dirimpettaio di scompartimento uncompagno corpo: un simile, un soggetto al tempo, una delle innumerevoli incarnazioni del tempo, qui nella forma di uomo bello, del quale vengono immaginati casa e sentimenti quasi tutti precari, virtuali. Niente che lasci segni, niente che incida. Questo è il vero pericolo: essere bianchi come muri, non come feti, non come le barche all’àncora dell’inizio. Essere diventati scivolosi, cosa che non afferra e non viene afferrata, involucri sdruccioli. Ma se è vero che Dio è esattezza, certi poeti sono a Lui vicini, sono adunchi e solcati. La poesia è una forma preistorica con piccole mani palmate. Appare ferma e viceversa scatta, all’improvviso afferra le sue prede. Anch’esse, per quel poco, felicemente ignare. Ora la disperata vitalità di Pasolini è il rimpianto per la disperata leggerezza di quando si potevano perdere persone e cose perché davanti a noi c’era ancora tanto da conquistare. Ma quando mai io ero la mia carne? È con questa domanda che Anna Maria Carpi, in un libro solido e ossesso dalla prigionia nella finitudine del corpo, vorrebbe congedarsi dagli amici. Andar via come un soffio di vento. E restare sugli alberi, stare fra i detriti come una cosa per l’appunto leggera. Anna Maria Carpi scrive quasi “a cose fatte”, scrive dopo, dopo che l’amore è tutto avvenuto, scrive da una solitudine dannata ma attraversata da lampi di inconsulta gioia, da una testarda ammirazione per quanto è vivo. Carpi è continuamente in dialogo, cerca compagni – vivi o morti – sui treni, sugli aerei e nelle pagine dei libri. In questi testi scintilla allo specchio post mortem la bottiglia preferita di Vysockij come nella poesia di Luzi lampeggia il vestito verde di una donna infelice, un incontro mancato. Da un vivo, da un morto, che importa – se l’invocazione di Celan al Dio-Nessuno secondo Carpi non è a un Dio smentito dalla storia – ché qui anche l’angelo benjaminiano della storia è ricacciato indietro, nell’istante – ma a un Dio esistente. Si riconosce con gioia a questi versi l’essere tanto onestamente bruschi, il non nutrire alcuna volontà di compiacere né di consolare. Eppure, su tutto, veniamo avvolti e sbandati da un amore disperato per il collettivo umano, per i compagni, per i cari altri, manifestato come una vocazione continua – perché uno non basta, è una malattia dell’anima, magari anche della mercificante anima contemporanea; magari anche chi scrive – sebbene scriva – è contaminato, soffre di collezionismo compulsivo, è una rotella che consuma il volto di Cristo con le sue invocazioni (maestro, fammi eterno, dimmi che anche io non avrò fine), non è Cristo ma uno degli apostoli con il volto arato da un innocente bruto “io sono io”. Non si sa. Siamo senza certezze perché io non esiste, oscilla tra il fulmineo e pericoloso ardore della grata rovente della felicità e altre improvvise accensioni, simili al vitalismo negativo di Leopardi: Che vuol dire fortuna? E perché mi tormento? Ma sappiamo che pochi poeti quanto Leopardi hanno amato la vita e compatito la bellezza effimera del mondo – e di sé nel mondo – e hanno visto talmente a fondo nelle cose da trovarne il rovescio, il piatto d’oro che – imprevisto eppure prevedibilissimo – mette una luce salutare sul nostro cuscino e tutto è d’oro, come nella bidimensionalità apparente delle icone, tavole tutte sfondate dalla luce: davanti a quei rettangoli zecchini possiamo ridere della calamità umana con una leggerezza da ragazzini – da santi: dissennati, assennatissimi – contagiati da un raggio di sole. 

LINGIARDI (il manifesto, 21.1.12)

LINGIARDI, LA CONFUSIONE È PRECISA IN AMORE
su il manifesto, 21 gennaio 2012

 

Vittorio Lingiardi, La confusione è precisa in amore, nottetempo 2012


Sono marini corpi amorosi, corpi franchi, luccicanti e millesimali, di scoglio e plancton – e corpi distrutti fino a confondersi all’essenza del legno della croce quelli che abitano le pagine di Lingiardi. Questo poeta possiede il dono di una ironia così seria da essere liturgica, una posizione esistenziale paradossale, insieme aderentissima e laterale. Lingiardi manifesta infatti una leggerezza sabiana marcata da alcune drammatiche striature rossosangue quando lo sguardo cade su malati – sul corpo commestibile di una madre usurata fino alla contrazione di una stella cocente – che paiono terminali e hanno mani magrissime, eppure così pesanti da portare al cuore e alle nostre labbra di quasi del tutto vivi (o rifatti tali dal secondo battesimo della saliva di un bambino sul polso) che vorrebbero tirare i quasi morti sulla propria ancora rigogliosa riva, dove alla felicità basta la visione di un giardino. Lo sguardo già canoro di Lingiardi fa alle volte una musica pura, di nitore petrarchesco, poi si china su certe macchie dolenti di nemmeno tanto cripto citazioni leopardiane. Siamo nella piena coscienza della letteratura – ovvero della vita quando diventa infinita – e così, srotolando il suo filo di echi e passioni, eccoci – con i piedi e altre cose aeree – nella pozza corrosiva e ardente del Petrolio pasoliniano, che ha il suo culmine nelle dediche appaiate a Giovanni Forti e Giovanni Testori. Il primo, giornalista de “il manifesto” e poi corrispondente da New York de “l’Espresso”, fu tra i primi in Italia a esaminare sulla propria carne i geroglifici di chi è rimasto legato per eccesso di amorosa noncuranza alla cinghia mortale dell’Aids. Invitato nel febbraio del 1992 nella fruttuosissima scatola di quiete di Enzo Biagi, Giovanni Forti espose con commovente semplicità la propria persona ormai quasi finale su Rai 1, come un auspicio di prevenzione fatto tanto più vigoroso dalla sua estrema debolezza. La sua fine veniva pochi mesi dopo quella dell’invece riservatissimo Tondelli e precedette di un pugno d’anni quella del poeta Dario Bellezza. Creature sotto il comune denominatore del male e della sua trasformazione in un bene comune. Testori fu invece il geniale, multiliguistico e poliedrico autore che sappiamo, omosessuale cattolico erede dello spazio che fu di Pasolini sulle pagine del “Corriere della Sera”. La dedica di Lingiardi è una commossa riconsegna al cielo della sua voce. Dunque Petrarca, Leopardi, Saba, Pasolini, Testori – ma calati in un mondo contemporaneissimo, multietnico e divaricato verso civiltà rimaste apparentemente indietro lungo il corso della Storia Evidente, perché Lingiardi sa che il rovescio della nostra paura è la compassione; lo sa per mestiere – essendo psichiatra e psicoterapeuta – ma lo sa soprattutto come lo sanno i poeti. In un recente articolo sulla riproposizione di un Romanticismo letterale (e non letterario), Aurelio Picca scrive che è bene osare dire che la povertà della passione […] vince […] soprattutto quando la crisi divora la cultura. Questo bel libro di Lingiardi sembra parlare proprio dal basso profondo di questa vita essenziale, canta il canto delle cose, delle ossa, dello stato strutturale della radiazione umana, di una radicale povertà. Sappiamo inoltre di poter riconoscere la poesia dal fatto che ci lascia parlare, più che di sé, di altri e delle cose del mondo: il libro di Lingiardi è un ponte fermo e saldo dal quale è bello osservare la terra, pianeta fatto elettrico da tanta chiarità naturale, se noi pure portiamo il moto molecolare del plancton. Prima che il ramo tremi – vuoto di noi – ma al cielo. 

BONNEFOY (il Mattino, 28.10.11)

INTERVISTA A BONNEFOY, su Napoli
su il mattino, 28 ottobre 2011

 

MGC
I poeti vanno felici dietro le parole perché sanno che le parole hanno più intelligenza di loro nel fiutare la strada della conoscenza. Oggi sappiamo dalle neuroscienze che il cervello dei poeti è fatto diversamente da quello dei non poeti, che l’uso della parola poetica sviluppa diverse sinapsi, dunque possiamo azzardare, sostenuti da un certo rigore scientifico, che nella mente di un poeta la realtà del mondo è differente, diremmo più filosoficamente “essenziale”. Per esempio Zanzotto, ancora ragazzo, cercava tra i suoi boschi le voci degli immortali. Quando scompare un poeta che porta nel mondo una grandezza originaria e originale come quella di Zanzotto io credo soffra la respirazione globale. Forse lo spegnersi della sua mente sulla terra ha la stessa importanza del disseccamento di una foresta, perché la mente di ogni poeta opera quella sua speciale sintesi analogica, la fulminea congiunzione di parti del mondo che prima di lui erano sconnesse o inimmaginabili insieme. Il pianeta pensato da Zanzotto muore con l’uomo Zanzotto. Cosa si secca, cosa si disunisce nell’anima grande di Bonnefoy e nell’anima mundi con la scomparsa di Andrea Zanzotto?

YB
Cominciamo da questa domanda, se non le dispiace, cara Maria Grazia, poiché siamo ancora scossi dall’annuncio della morte di Andrea Zanzotto. Gli avevo appena scritto per fargli gli auguri per il suo novantesimo compleanno, quando ho appreso la sua scomparsa. Sì, pensiamo a Zanzotto, prima di tutto, e al paragone da lei fatto fra la sua morte e il disseccamento di una foresta. E’ proprio vero che la poesia è ciò che porta ossigeno al linguaggio. Come gli alberi, essa attinge da un suolo diverso dalla parola quei principi sparsi la cui sintesi gli permetterà di sprigionarsi dalla profondità rianimata delle parole, facendoci respirare meglio, vivere meglio. Ma il punto sul quale non sono assolutamente d’accordo con lei è quello in cui dice che il cervello dei poeti è diverso da quello dei non poeti. Come si può immaginare un solo istante che la poesia sia l’esperienza soltanto di qualcuno? E come potrebbe la scienza verificare tale differenza nei cervelli, visto che non esiste alcun criterio per proporre una definizione rigorosa di ciò che sono i poeti? Se ce ne fosse uno, d’altronde, servirebbe per constatare, al contrario, che la poesia vuole dare alle parole la capacità di raggruppare tutti gli esseri, senza eccezione: e che riesce anche a farlo, almeno a volte. Qual è la prova? Il posto più importante rispetto al solito che spesso occupa in epoche in cui la società è in crisi. Vediamo come riesca a toccare, in questi anni difficili, gli animi di chi non se ne era mai interessato prima.

MGC
Napoli, città scoscesa, ventrale e verticale, ospita in una delle sue colline il grande sonno di due creature quasi disumane: il colombario con le ossa di Virgilio e il monumento sotto il quale è sepolto Leopardi, quasi che i due poeti debbano avere ancora premura per i traffici pagani del nostro nobilissimo sfacelo, siano stati posti come numi muti e potenti a tutela di noi. Lei ha composto Tomba di Leopardi, una dichiarazione di commossa gratitudine per la resurrezione a nome di tutti che Leopardi ha operato attraversando ogni sorta di oscurità con coraggio e fiducia nella parola e scovando per noi tanta luce lunare, tanta confidenza con una sorella celeste. Quanta importanza hanno per un poeta il desiderio e la speranza che Leopardi nel suo testo offre alla luna, disciolte nell’acqua umana?

YB
Eccomi nuovamente d’accordo con lei, cara Maria Grazia, nel suo evocare Napoli molto giustamente, come città di poesia. Venendo a Napoli, provo sempre emozione, poiché è per me la città che accoglie, dando loro riposo – e mostrando nella loro eternità – due fra i poeti maggiori che il mondo occidentale abbia mai avuto e che sono fra i miei preferiti: Virgilio e Leopardi. E per di più, è anche la città che un altro grande poeta, stavolta francese, Gérard de Nerval, ha amato appassionatamente, ponendo al centro delle sue “Chimere” Posillipo, nel luccichio dei suoi fuochi, la tomba Virgilio, e quel fiore che tanto piaceva al suo “cuore desolato”, come egli diceva, e al quale io penso con piacere per un istante: la ginestra, la stessa che fiorisce sulle pendici del Vesuvio nel grande poema leopardiano. Nerval non ha conosciuto Leopardi, ma avrebbe amato ne “La Ginestra” questa ostinazione della vita nel voler risorgere a tutti i costi, a dispetto dei disastri della storia umana che non avranno forse mai fine.

MGC
Napoli è di per sé metafora poetica: la città sotto è vuota; dalle sue viscere sono stati cavati gli elementi utili alla costruzione della città di sopra. Ma nei millenni la mancanza è divenuta anche protezione: catacomba e ricovero antiaereo. Le sembra corretto affermare, in parallelo con questa “architettura geologica”, che la poesia sia la concrezione luminosa e vitale di una cosa perduta, il lancio di un fatto morale al di là di una mancanza, una profondità bianca dove un vuoto – se non “il” vuoto – diventa luce e vita?

YB
Sì, noi amiamo di Napoli ben più della presenza di Virgilio, di Leopardi o di Nerval che si perpetuano; noi amiamo la città così com’è, con le sue sovrapposizioni di case, di monumenti, di quartieri, che assomigliano a quelli che s’incontrano nel profondo delle parole dei poemi. Ma che sono esattamente queste sovrapposizioni? Quali sono questi livelli della profondità, nell’invisibile? Sono forse le cave dalle quali hanno estratto le pietre di cui sono fatti i palazzi e le chiese? Ciò è in parte vero, vuol dire ricordarsi che la parola è stabilita al di sopra di un non-essere, quello della materia, che è estranea alle nostre vite, alle nostre aspirazioni. E’ la parola, dunque, la sola vera luce.
Ma io vedo anche altro nella verticalità di Napoli, le cui parti basse, più che il suolo originario della terra campana, sono quelle viuzze strette e tortuose nelle quali si perpetua fin dall’antichità un modo di essere impregnato d’immagini e di credenze di un paganesimo molto competente delle pulsioni più istintive della vita. Da questo punto di vista, il basamento di Napoli è l’inconscio, qui visibile, debordante su ogni altro livello dell’esistenza. Ciò che dà alla poesia, così come è rappresentata dai tre poeti, la sua vera dimensione: essi non sono stati grandi solo perché hanno ascoltato l’inconscio o si sono calati in quei sotterranei d’altro genere. Virgilio non è forse il poeta diurno che evoca la legge sociale nell’Eneide? Ma è anche quello che fa visita agli Dei infernali. “Ho attraversato due volte l’Acheronte vincitore”, ha scritto Nerval che era affascinato dalle immagini enigmatiche che gli archeologi del suo tempo portavano alla luce dagli scavi recenti di Pompei. Il passato, a Napoli, non sono le figure eroiche della storia sociale, come a Roma, o quelle dei grandi artisti, come a Firenze. Sono le vite nell’ombra, che nel labirinto dei vicoli si sono succedute anonimamente, preservando tuttavia, ognuna, tutta la complessità di desideri, d’intuizioni oscure, che sono il terreno necessario per qualsiasi ricerca di verità.

MGC
Napoli è una città continuamente interrotta. Niente in lei ha avuto uno sviluppo armonioso, tutto è sedimento, raschio vulcanico, sferzata e sterzo, le epoche si sono posate strato su strato sopra se stesse. Solo il richiamo dei morti è continuo: si sentono ruotare stormi di fantasmi nell’umido dei vichi. In questa sua apparenza di teatro solare ecco le strie delle apparizioni: qualcosa struscia sulla guancia, una bava di disperato amore, una solitudine incomprensibile ai vivi, che il cuore dei vivi nemmeno sfiora. Ci sono momenti nei quali per amore dei morti, per farsi loro vicini come fratelli di sangue, si scavalca la nostra finitudine?

YB
Lei mette l’accento sul “dark side”, sul lato buio dell’Italia, tanto spesso immaginata – da lontano – come una terra di sole, di ragione, di trasparenza. Per quanto mi riguarda, sono sempre stato colpito dalla presenza diffusa, in Italia, di un fondo di superstizione, di pratiche oscure, di violenza. Le immagini create dagli artisti sono state, nell’antichità, e sono nuovamente, dal Rinascimento a questa parte, un mero sforzo volto a chiarire, a dominare questo disordine; come per esempio fa Caravaggio, di cui a Napoli si conserva una tela straordinaria, le Sette Opere di Misericordia, così movimentate e inquiete. Da questo punto di vista Napoli è forse la città italiana per eccellenza. Quella che manifesta maggiormente le due intense postulazioni che dividono il paese: l’accoglienza di fantasie che nutrono l’inconscio e lo slancio verso le armonie silenziose del mondo intelligibile, sogno del Platonismo.

MGC
Napoli si apre tutta per festeggiarci e farci vivere il suo premio. Questa città non fa “letteratura”: prende i poeti e li spinge in luoghi come Nisida, li trascina all’opera, di fronte ai suoi bisogni, che sono i nostri (con tutta la modestia di questo noi), spiega sotto il nostro naso mappe e lezioni di compostaggio, apre porte che dividono zone limitrofe ma inavvicinabili, fa un uso pratico del corpo poetico e della poesia che non può che gratificare chi la scrive. So che lei intende la poesia non come mera estasi estetica ma come salutare sprone all’azione. Questa è la città del bivio per eccellenza, della vita e del suo rovescio mortale, della scissione topografica: dietro i cavalli monumentali e i colonnati di Piazza Plebiscito sta lo sciorinamento intimo e selvaggio dei quartieri spagnoli. Il portato ontologico della poesia può arrivare a calmare l’inquietudine di un bivio – anche politico – tanto profondo?

YB
Napoli mette i poeti al lavoro… E’ proprio vero. Chiede loro d’incontrare la società così com’è, di andare nelle prigioni, per esempio, di riconoscere la verità dei “quartieri spagnoli” che non si può ignorare. E ha ragione perché tutto ciò è salutare. La sua forte intenzione ci obbliga a capire che il futuro della società umana non sta nell’organizzazione politica di gruppi sociali astrattamente definiti, ma nella mescolanza poetica di voci oggi discordanti: approfondimento degli scambi tra esseri lasciati liberi di vivere completamente ciò che hanno dentro e che può avere un valore. Così come la parlata delle strade di Napoli, con la sua spontaneità, può essere più veritiera, ne sono certo, di qualunque filosofia.

ZANZOTTO E CAMPANA (il manifesto, 9.10.11)

ZANZOTTO E CAMPANA, FRUTTI OFFERTI A NESSUNO
su il manifesto, 9 ottobre 2011

 

Andrea Zanzotto, Il mio Campana, a cura di Francesco Carbognin, Bologna, Clueb, 2011


ZANZOTTO E CAMPANA, FRUTTI OFFERTI A NESSUNO

Non abbiamo grazia abbastanza per compensare la grazia dei poeti che ci lasciano varcare la soglia del proprio laboratorio. Perché l’officina alchemica dei poeti è la loro stessa animacorpo, lì dove essi compiono il miracolo di rifare il mondo con le parole. Leggere dunque che una figura totemica come Andrea Zanzotto si sia accostata con circospezione a Dino Campana, come se Campana incarnasse un principio di fuoco e dissonanza, è cosa che fa spazio nel nostro cuore, perché conferma che i poeti mantengono vivo il sentimento del mito e del “timore”. Non della idolatria, non del divismo, bensì del mito greco, quello radicale, che ha espresso incomparabilmente e una volta per tutte le immutabili fondamenta umane. Non a caso, ovviamente, Freud riaffondava le mani in quell’archivio di simboli già catalogati per ricodificare, in forma più scientifica e moderna, gli eroismi e gli egoismi della nostra psiche e, soprattutto, per tentare di ristabilirne un equilibrio “personalizzato”, individuale, da ottenere attraverso un racconto fatto con le proprie parole. Al medesimo scopo i greci usavano le parole dei poeti e dei drammaturghi: così usavano liberarsi tutti insieme catarticamente dai grumi del sé. Nella terra di Euripide il pubblico assisteva alla messa in scena dei propri istinti, non solo i più incivili ma anche quelli apparentemente più innaturali, quali quelli di una madre tragica che arrivava a uccidere i propri figli per causa di strazio d’amore. Anzi, peggio: per causa di vendetta d’amore. Forse così, osservando fuori di sé la propria anima nuda, anzi che la ferocia del proprio giudizio morale si poteva produrre una qualche affinità, una qualche compassione, un qualche commosso perdono, contemporaneo a quello che si dava a chi stava soffrendo sulla scena: un poeta aveva preso in carico il nostro inconfessabile segreto e lo stava ponendo sotto i nostri occhi. Lo strazio, il desiderio sono comuni. Le sue parole, il nostro salvacondotto. Ma l’azione la simula un altro, che occupa il posto del nostro dolore. E così io mi sento provvisoriamente salvo. Oggi abbiamo i tabù della morte, che rendono ipertrofica e dunque inefficace l’esposizione della morte. E abbiamo le (una e due) dimensioni esangui della televisione. E una rete invisibile nella quale gettare una quantità istantanea di parole così abbondante da annullarle tutte. Abbiamo l’ambizione e dunque la solitudine. Vorremmo tutti essere un io che agisce sotto gli occhi di tutti. Ed ecco l’esemplarità di Zanzotto che si accosta a Campana (stampo, secondo lui, della più nobilefollia italiana novecentesca, come ricorda Niva Lorenzini nella sua bella e onesta postfazione) con il rispetto che si deve a un portatore di segreti. Ecco ancora un uomo che racconta di un io che si sottrae dalla scena mondana e, sebbene bambino già percosso dalla nota “inappartenenza” dei poeti, ubiquo al pari di Hölderlin rispetto al mondo, cerca la solitudine boschiva per trovare nell’autosufficienza del paesaggio le voci degli immortali. Quello del quale riferisce Zanzotto è un isolamento ontologico, completamente opposto a quello identitario che abbiamo rapidamente analizzato e che Massimo Raffaeli dice tanto più acutamente: quanto all’identità, mi fa venire in mente la radice greca che la connette all’”idiozia”, cioè allo stato di minorità politica. Dalla solitudine dei poeti emana infatti una voce collettiva, politica, ovvero aperta alla dimensione pubblica, civica; ancora di più, con Jean Cocteau: una voce umana. Mi sono scoperta a riflettere più volte sulla differenza tra anima e psiche e ho finito per considerare “psiche” la superficie, la confezione sociale dell’anima, la mera somma dei comportamenti, mentre chiamerei “anima” quanto di immutabile in noi, le caratteristiche con le quali abbiamo aperto gli occhi la prima volta e che nessuno degli eventi nei quali siamo incorsi ha potuto modificare. Ovvio azzardare che la voce dei poeti parli da questo nucleo immutabile e allo stesso nucleo, custodito negli altri, si rivolga – e che esso sia un nucleo comune, una scarna serie di elementi umani collettivi. Riflettendo intorno a riflessioni simili, in questo volumetto leggero leggero Zanzotto si prende il tempo per affermare che c’è una quantità enorme di persone (specie tra quelle che ci governano) catalogabili psichiatricamente. Lo fa perché Campana lo costringe a parlare di “follia”. Zanzotto ragazzo, ci dice Zanzotto adulto, operò una incursione nello snodo cruciale poesia-follia frequentando contemporaneamente Hölderlin, Rimbaud e Campana. Rendendo conto di questa sua certa affinità col terribile, Zanzotto arriva ad affermare che Campana ha il diritto di infischiarsene delle regole e ha diritto a essere imperfetto, perché ciò che lo necessita non è una comune simmetria, non è nemmeno il regolare ardore metrico dei poeti, ma una urgenza che va lasciata esposta: spuria e viva come un pesce fuor d’acqua. Dunque in Campana stanno una libertà e una solitudine maggiori, un “io” maggiore. Campana è stato altrove e, ritornando a singhiozzi presso di noi che abbiamo eretto intorno alla nostra vita le rassicurazioni della norma, ci dice – anzi, ci scrive cos’ha visto. Le parole sono il salvacondotto di Campana, come lo sono di Rosselli e di tanti altri pionieri in contatto forse più continuo con le interferenze degli immortali. Data questa lauta e cruciale premessa Zanzotto non poteva che chiudere sostenendo che la poesia – questa non catalogata divinità, questa stella che non avrebbe dovuto esserci – oggi (siamo nell’oggi già abbastanza “odierno” del 2002, quando a Zanzotto venne consegnato il premio Campana per Sovrimpressioni) viene respinta nel margine attraverso la tecnica del “riassorbimento”, attraverso il sostenere, cioè, che tutto è poesia, senza introdurre ulteriori, necessarie divisioni. Ma la poesia alla quale si riferiscono i poeti è questa conoscenza che si ottiene attraverso le parole che sono costretti a scrivere da una cieca ossessione, confessa Zanzotto. Non è il geyser di riconoscenza senza nome che ci sgorga in petto quando vediamo la vita nel suo stato di semplicità, né è il tramonto che ci tiene a bagno nel rosso di un sole enorme. Quello è il sentimento, che sta prima delle parole e non deve tradursi per forza in parola. La poesia è suscitare quel sole e quei bambini attraverso il mezzo poverissimo delle parole, è parole che risplendono chiare come quel sole e quei bambini e danno la stessa calma certezza di finitudine che scavalca se stessa. Questo mi sembra dire Zanzotto. Di questo Campana. Di questa immersione, della doppia vista di un poeta lasciata al suo stato di ferita lampante, disconnessa e guizzante in una incontrollabile vivezza. Della attrazione verso una irrinunciabile rinuncia. Perché i (rari) poeti continuerebbero a scrivere anche se nessuno li leggesse più, come gli alberi delle mele continuerebbero a fruttare, semplicemente così, lasciando cadere i proprio frutti al suolo come immancabili offerte a nessuno. 

BONNEFOY (il manifesto, 3.9.11)

INTERVISTA A BONNEFOY, OVVERO: DELLA BELLEZZA ESTREMA E SUFFICIENTE
su il manifesto, 3 settembre 2011


Incontrare Yves Bonnefoy, che da poeta scrive anche saggi d’arte e filosofia, è mettere se stessi nel cono di luce di uno sguardo pieno di bonomia e d’ironia. Bonnefoy vede lontano come un enfant terrible. Nessun pregiudizio, niente di ordinario. Una camicia azzurra senza cravatta. Si presenta così al Premio Viareggio. E, nel discorso di ringraziamento, tradotto in simultanea dall’ottimo Fabio Scotto, che ne ha recentemente curato il Meridiano de L’opera poetica, dice che la poesia contribuisce alla pacificazione perché risponde a bisogni universali e che il poeta procede a un lavoro di ricostruzione per la vita e per la causa umana e appare agli esseri nelle esperienze di dolore e gioia come figura fraterna e democratica, responsabile di quanto accade nel mondo. Capita dunque a noi quello che capita agli oggetti osservati dalla semplicità del suo sguardo: illimpidiamo. Come il suo albero sulla collina e le sue estati miliari, anche noi diventiamo atemporali, moltiplicati nei sensi della profondità e della leggerezza. Siamo posti in un luogo di evidenze. Acquisiamo prospettiva, quasi la dissipante vastità di tempo e spazio di quando fummo bambini. La parola e lo sguardo di Bonnefoy vengono da una luminosità originaria e sono rette dalla forma morale immanente alla bellezza. Questa particolare forma poetica porta alla nostra memoria una specie di infanzia collettiva delle cose e degli esseri. Risana la rovina, con l’ape che fa bottino nelle corolle dietro le colonne. Con le bacche e le ombre di traverso del sole sui mosaici. Zone larghe. Larghe bocche di smalto. Larghe borchie. Il chiaro di una zona termale, una gioia che esisteva prima di noi. Una evidenza. Chiede che comprendiamo fino in fondo il suo grido di gioia; chiede che partecipiamo al suo improvviso, ripetuto grido di esultanza ostensoria e antinarcisista, che dice: ecco, per te, l’estrema bellezza del mondo. Che questo mondo rimanga!.

1. La poesia, in bilico tra il mondo e il suo sogno metafisico, lancia codici e impulsi tra gli organi della persona scrivente e la cosa. Io leggo le sue parole come parti della commovente (e mai compiaciuta di sé) evidenza del mondo. Desidero dunque chiederle se lei scrive per provare la gioia di questa speciale grazia o per continuare a tentare di avvicinare la spigolosa inafferrabilità dell’oggetto. Ovvero, lei scrive felicemente riassorbito dal di dentro della cosa o provando la nostalgia dell’esule?

La nostalgia dell’esule è un buon modo di definire il mio rapporto col mondo, almeno con le esperienze che la poesia non permette di trasfigurare. “Noi non siamo al mondo”, ha scritto Rimbaud. Hofmannsthal ha detto pressappoco la stessa cosa ne La lettera di Lord Chandos. Ed è vero: il “pensiero concettuale” si approssima solamente ad alcuni aspetti degli eventi e delle cose e produce rappresentazioni schematiche degli oggetti. Attraverso il “pensiero concettuale” noi risultiamo separati dalla realtà nella sua immediata totalità e separati anche da noi stessi, che siamo parte della piena realtà. Ecco cosa significa sentirsi in esilio. Ma la poesia è rifiutare questa condizione di esule, è cercare parole che non si lascino ridurre a concetti, che rendano la piena presenza degli esseri e delle cose nella nostra vita.

2. La sua poesia è piena di gratitudine e approvazione e meraviglia davanti allo spettacolo del mondo. La parola entra nella Genesi attraverso la bocca del serpente, nella domanda che egli rivolge a Eva. La sua parola contiene la tentazione di riformare un Eden dopo lo smacco della separazione, la tentazione di una conoscenza originaria e atemporale?

In effetti le parole ci permettono di riprendere quota in questa piena realtà. Nel discorso ordinario si estinguono, poiché designano cose ridotte a idee, a quanto i filosofi antichi chiamavano “quiddità”. In poesia il ritmo, le allitterazioni, le assonanze, rendono alle parole la sonorità, priva di rapporti con i significati concettuali, e così le parole, che davano un’immagine del mondo astratta e parziale, sono ora libere di prestarsi ai nostri affetti e possono farsi nuovamente rappresentanti della cosa com’è al di là della sua rappresentazione. Le parole riformano allora attorno a noi e per noi – e per quelli che amiamo – un mondo di presenze che sarebbe la vita vera, come afferma ancora Rimbaud. La poesia rende alle parole la capacità sommersa di indicarci l’evidenza in ciò che è, fa apparire le cose come presenze (la loro ecceità). Le parole del serpente, che la poesia combatte, non sono le grandi parole semplici della poesia, ma i concetti, che, dopo la cacciata dall’Eden, sono strumenti di una conoscenza astratta e generica.

3. Lei ha dichiarato di scrivere come proseguendo un sogno notturno, lasciando intendere la scrittura poetica come una mera posizione di ascolto. Apprezzando profondamente la modestia della sua affermazione, desidero però chiederle di quanta cavità dell’anima, di quanta scomparsa del proprio io biografico e singolare un essere umano abbia bisogno per restare in ascolto della voce che gli “ditta dentro”.

Infatti. Scrivere per me non è la messa in scena di un “io biografico”, che è espressione del nostro “io” di facciata, la nostra costruzione di noi stessi sul piano del “pensiero concettuale” e che si oppone all’ “Io”, alla voce profonda che non si accontenta di negare la finitudine. Scrivere è il rifiuto di un “io” aneddotico, fantasmatico, in favore di un ascolto dell’ “Io”, ed è anche ascolto della parte inconscia del nostro rapporto con noi stessi. L’io rigetta l’Io nell’inconscio, ma la poesia cerca un contatto con questo Io rimosso. Ciò può avvenire con naturalezza attraverso una attenzione al sogno. Intendo dire al sogno notturno, poiché la poesia diffida delle fantasticherie diurne, che sono spesso solo espressione dell’io, di desideri riorganizzati dal “pensiero concettuale”. La poesia non è l’immaginazione, ne è bensì l’esame severo, il giudice.

4. Quale granello di sabbia al fondo, che impurità forma la perla della sua parola, quale imperfezione del mondo la costringe a scrivere?

Lei mi assimila a un’ostrica! È certo che la scrittura poetica, questa espansione delle nostre intuizioni più intime nel discorso stereotipato del gruppo sociale, è ossessionata dal ricordo di avvenimenti, spesso della nostra infanzia, che furono per noi degli chocs, perché ci rivelarono che “non siamo che vane forme della materia”, come dice Mallarmé. Ma, per stabilirsi durevolmente nella nostra memoria e nella nostra scrittura, non è necessario che questi avvenimenti siano stati drammatici. Uno dei miei “granelli di sabbia” è il ricordo di un albero che ho visto, da bambino, drizzarsi solitario sulla cima di una collina.

5. La poesia è una postura morale della persona-poeta?

Assolutamente. La poesia ridà alla persona la propria qualità di essere, mentre il discorso della conoscenza tende a ridurla alla condizione di oggetto. Possiamo dunque considerare che la poesia ricerchi il bene e sia nostro dovere volgerci verso questo suo bene. La poesia ha un pensiero del bene e del male, ma il suo imperativo morale non ha niente a che vedere con le preoccupazioni e i principi della morale sociale tradizionale.

6. Quale ritiene sia il suo compito? Chi desidera raggiungere, toccare, perturbare o consolare con la sua opera?

Perturbare sì, trasgredire le rappresentazioni alienanti, ma non consolare. Le poesie non sono fatte per distoglierci dal mondo, ma per prepararci all’azione. Ciò comporta che esse siano in rapporto con la politica, a patto però che la poesia non accetti parole d'ordine dalla politica.

7. Dopo il passaggio di un grande poeta la natura del mondo rimane la stessa o ne viene, impercettibilmente o radicalmente, modificata?

Diciamo che la grande poesia non cambia la figura del mondo, ma vuole restituirle il bagliore originale, quello che aveva ai nostri occhi all’inizio, nell’infanzia. Questo bagliore si perde se la poesia non è lì a preservarlo. Pensi a Intimations of Immortality, il grande componimento di Wordsworth: “The things which I have seen I now can see no more” (“Le cose che ho visto ora non posso vederle più”). E pensi anche ai primi versi de La sera del dì di festa: “Dolce e chiara è la notte e senza vento”. I versi di Leopardi ristabiliscono l’evidenza che quelli di Wordsworth rimpiangono di avere perduta.

8. Lei è un grande amante ed esperto di arte. In particolare, è stato legato da amicizia ad Alberto Giacometti. Quali similitudini o quali forme di completamento reciproco sono nel mondo immaginato da un poeta e da un artista figurativo?

Il problema dell’ “ut pictura poesis” è infinitamente complesso e non è possibile affrontarlo in così poco spazio. Diciamo che ci sono pittori che cercano di vedere le cose alla luce dell’evidenza originaria della quale abbiamo parlato: essi vedono il mondo oltre le figure con le quali il “pensiero concettuale” lo sostituisce. A prima vista le loro immagini non sembrano differire troppo dai risultati di una mimesis ordinaria, ma si viene presto investiti dalla luminosità misteriosa che essi percepiscono nelle profondità di tutto ciò che è. Queste opere sono un aiuto per i poeti e li incoraggiano a vedere, ma Giacometti è un’altra cosa: egli non desidera mostrarci la piena figura delle cose, come fa per esempio Vermeer de Delft, vuole invece riprodurre un avvenimento nel quale il modello si mette in piedi nel corpo per gridare che egli stesso è di più di quel corpo, che egli è qui e ora un essere mortale e nello stesso tempo assoluto.

9. In Le assi curve – che sono appunto le assi della barca di un gigantesco traghettatore lunare – lei scrive Per essere un padre, bisogna avere una casa. Poco più avanti scrive che bisogna dimenticare le parole. Al momento di passare dall’una all’altra sponda, quali sono le parole che ci trattengono più delle altre? Possiamo andarcene comunque in pace senza avere avuto da dimenticare le due parole umane originarie: “padre” e “madre”?

Non posso commentare la mia opera “Les planches courbes”, perché non l’ho pensata, prima di scriverla, l’ho semplicemente scritta, lasciandomi spesso sorprendere da quello che il mio inconscio mi dettava. Certamente ho compreso molte cose mentre scrivevo, ma non tutte, e sono dunque poco armato davanti a questo testo. Sì, ho scritto bisogna dimenticare le parole. Ma perché? Ci rifletto… ma rifletterci è ancora dalla parte della scrittura, qualcosa che resta ancora da interpretare.

10. La nostalgia di Dio per la nostra vita, addirittura per il nostro corpo mortale, fa sì che Dio cada in particole e schegge nella vita di tutti. Il Cristo risorto di Rilke non era in pace alla destra del Padre perché avvertiva un richiamo terrestre, la lacuna straziante di sua madre. Con la morte di Maria egli torna appagato e il cielo si ricolma e si richiude. Il cielo di Yves Bonnefoy rimane invece condannato a uno strazio elementare. Secondo lei Dio forse si è incarnato, oltre che per salvarci, anche per guarire la sua vertigine di non essere “questa” materia?

L’incarnazione secondo me spetta a noi, è un atto di adesione senza riserve alla nostra finitudine. È questo il nostro cielo. Non conosco trascendenza se non nelle profondità della cosa semplice, quando la percepiamo oltre la figura schematica che la conoscenza “concettuale” le attribuisce. Attraverso la poesia possiamo sperare, semplificare, chiarificare e approfondire il nostro essere in un mondo che sarebbe nostro se la nostra incarnazione fosse profonda: sarebbe la nuova terra, che potremmo dire “divina”. Dio è solamente l’ “oltre” di noi, una speranza che l’umanità non si è ancora dimostrata capace di realizzare. Non credo a un dio esistente al di fuori di noi. Il divino puro, il focolare di tutte le trascendenze è la parola. Non il linguaggio, sempre relativo e infermo, ma la nostra parola che lo rinnova.

11. Infine (purtroppo!), per citare un suo bellissimo saggio sull’Italia, L’entroterra, avviene che talvolta si sia immanenti al mondo come la luce delle proprie parole, che non si venga scacciati altrove dal proprio desiderio di conoscere, avviene che il sapere e la pace talvolta siano “semplici”, siano semplicemente tutt’uno?

Nello stare al mondo del quale parlo, accessibile attraverso la totale accettazione della nostra finitudine, l’essere parlante sarebbe in una relazione d’immanenza con tutto ciò che è: tutto sarebbe luce, la conoscenza dell’esterno coinciderebbe con la conoscenza della interiorità… Ma dire questo è formulare un’utopia. La poesia in questo mondo è un’utopia; il luogo della sua realizzazione è in un avvenire che alleggerisca il peso sul nostro spirito di un “pensiero concettuale” che non cessa di produrre i suoi sistemi chiusi e le sue ideologie. Ma ecco, la poesia è l’utopia che ci dà il coraggio di vivere. 

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