Recensioni

Maggiani Roberto, Scienza aleatoria (Poesia, 2011)

MAGGIANI, SCIENZA ALEATORIA
in Poesia, 2011
Roberto Maggiani, Scienza aleatoria, LietoColle, 2010


Nelle quattro sezioni della Scienza aleatoria di Roberto Maggiani entra con decisione il suo corpus sapienziale di fisico: la persona Roberto Maggiani è veramente laureata in fisica e il poeta – che egli stesso è – ora desidera che questa sua dottrina, altra ed affine e fino a oggi sommersa, risalga la corrente per arrivare alle sue parole di poeta come affiora un sorriso di pace in un volto. Sembra proprio così, perché il poeta sana la frattura del reale che lo scienziato ha appena scomposto, la ferita che il corpo umano forma e riforma con il suo volume in movimento.

Il mondo – qui presentato in stile cristallino, ma secondo il dettame di una scienza appunto aleatoria – è organizzato in atomi molecole e cellule ed è un mondo emerso dal possibile, è solo una delle infinite possibilità – o la sola? – e dopo la sua emersione sono apparse la nostra possibilità di immaginarlo e di “nominarlo”. Maggiani dice emersione, non dice aggregazione o espansione, dice che il mondo apparve come una cosa che prese luce dopo un inconoscibile buio sottomarino che tutto precede, dice di un mondo dove reale e immaginabile sono funzioni a tal punto intercambiabili che il mondo appare sorretto dalle parole del primo uomo. Ammettiamo questa potenza biblica del Verbo sebbene sia qui negata l’onnipotenza creatrice del Dio che immagina il mondo e gli uomini per la sua propria festa.
Siamo solo all’inizio: il volume forma una parabola ascendente che poggia i piedi sulla celebrazione della rosa, sulla iniziale osservazione del reale e, passando per la sua formulazione fisica, arriva alla affermazione della sussistenza di un pensiero assoluto e immortale che organizza il per sempre delle cose, ovvero gli atomi, invisibili come sono invisibili i santi che provano pietà di noi, se alla fine intercedono in nostro nome. Gli atomi, s’intende, mica i santi!
Sono stata recentemente a vedere Copenhagen di Michael Frayn, testo teatrale sul principio di indeterminazione di Heisenberg ma che riflette soprattutto sul dualismo tra la gioia della ricerca e l’etica (nel caso specifico, addirittura intorno alla scoperta della bomba atomica). La storia dice che Heisenberg “dimenticò” di controllare alcuni conteggi sbagliati eseguiti da altri. Dato l’errore, gli risultò che la possibilità reale di sganciare ordigni nucleari fosse remotissima. È ovvio che la storia lo smentì. Il drammaturgo Frayn immagina dunque che il fisico Heisenberg abbia compiuto questa omissione inconscia, proprio lui che sosteneva che dove i calcoli sono esatti risiedono verità e certezza, perché non ne voleva sapere di arrivare a comprendere che fosse possibile realizzare la bomba e che lui potesse figurare come complice anello di una catena di scoperte che avrebbe portato al disastro. 
Questo sbaglio – vero nella storia della fisica – e l’interpretazione letterararia dello stesso, entrano a proposito nella lettura di Scienza aleatoria perché, secondo l’interpretazione dell’errore data da Frayn, parrebbe valere anche per Heisenberg il bel verso di Maggiani: Creo stelle e le creo alte potenti e belle. Questo verso illumina con un lampo interiore il confine tra la poesia e la realtà dissezionante e bombarola: la scienza quando è altissima diventa poesia (e altre declinazioni di laica religiosità!) – e la poesia chiede al mondo tutto tranne uccidere. L’omissione di Heisenberg e la doppia anima di Maggiani sono figlie della stessa madre-poesia.
Infatti Maggiani nella bellissima Equazioni di Maxwell del campo elettromagnetico si esprime così: Belle formule, di bell’aspetto, voglio leggervi / in spirito di poesia / come quattro piccoli versi del grande poema, la luce: Il rotore del vettore campo elettrico E è uguale a meno uno su c per la derivata parziale del vettore campo magnetico H rispetto al tempo t.
Queste parole e i disegni stessi delle formule sono poesia perché contengono insieme la realtà e il mistero del mondo. La poesia, come la fisica, sonda cose visibili e invisibili per arrivare alla conoscenza, anzi a quel minimo comun denominatore della conoscenza che ci riguarda tutti. In fisica: alla scoperta che tutti noi e tutta la materia siamo fatti degli stessi elementi combinati. In poesia: che tutti siamo composti degli stessi elementi emotivi. Infatti Heisenberg sbaglia i suoi conti. Altri no, altri sono riusciti a portare a compimento la loro opera. La deviazione della scienza dal solco della poesia sta nel fatto che i risultati della ricerca scientifica modificano vistosamente la realtà e possono essere usati malamente da altri. O forse in alcuni casi la febbre della teoria – l’ascesa e l’ascesi del pensiero – diventa tale che non si calcolano più le conseguenze reali delle proprie scoperte. E la poesia ha scarsissime conseguenze dimostrabili.
Lo dice lo stesso Maggiani: l’intelligenza attua nuove complessità / che la natura non potrebbe realizzare / se non si fosse dotata / di tale cerebro-marchingegno. Ecco come la funzione-uomo interagisce inoppugnabilmente con il creato e, ancora di più: Dio sa che senza la nostra vita / l’universo è sprecato. Tanto ottimismo nonostante la constatazione della sporcizia e del silenzio dei nostri corpi è commovente: qui è anche evidenziato che noi siamo ferite dello spaziotempo che rimarginano con la nostra morte. Nel concetto stesso che lo spazio che occupiamo sia uno sbrego nel grande silenzio dell’ordine universale, sta la preziosità del segmento brevissimo e provvisorio di questa nostra apparizione. 
L’ultima parte del libro, come è giusto che sia, dalla formula fisica evolve alla ubicazione divina, individuata sulle cime degli alberi in una solitudine ventosa e terrestre, sebbene il buio, gli occhi chiusi, lo sprofondamento nella materia, siano i luoghi dove spesso s’incontra più luce, dove più chiaramente si rivela il Logos e nella irremovibile oscurità della morte germogli pure il seme di un nuovo mondo. La scienza aleatoria è dunque la zona dove i calcoli non tornano perfettamente ma dove si è più prossimi alle colonne di fuoco del corpo universale, sul quale la poesia – anziché la morte – si adagia come un manto di stelle immaginate e dunque reali: cioè vere, e regali. 

Magrelli Valerio, Il sangue amaro (Poesia, 4.14)

Farsi il sangue amaro vuol dire arrabbiarsi o, più precisamente, arrovellarsi all’eccesso o senza costrutto su problemi di difficile soluzione, assoggettarsi, in maniera convulsa (segnaliamo, fin d’ora, questa forma emotiva quale veicolo della bellezza) e inefficace, a furie di natura atrabiliare. Nel parlato, l’espressione viene comunemente associata a un affettuoso invito: “eddài, non farti il sangue amaro!”. Colui che invita, invita dunque a un sollievo, al conforto del “non ci pensare”, alla leggerezza del cuore che induca infine il melancholico a una beata dimenticanza. Quale poeta è amico di se stesso? Così, Magrelli semplicemente descrive Magrelli, scuotendo il capo con rassegnazione, essendo egli, come spesso i poeti, tenutario e spettatore del teatro di un io contingente, quanto meno biologico e biografico. “Tutti i poeti sono ebrei”, decideva Marina Cvetaeva nel poema della fine, lanciando la freccia della sua profezia dall’inizio del secolo scorso, per indicare, a quell’altezza storica, le qualità di diaspora e d’esilio, la natura apolide consustanziale al versificatore. Il sangue amaro di Magrelli fa eco alla sentenza cvetaeviana dalla foce di un Novecento che ha issato sulla terra degli uomini la bandiera di un io non più corale, ma fratto nella sostanza e graffettato in extremis, da un’intelligenza prensile e psico-analitica, che tiene insieme tutte le nature nel denominatore della coscienza, tanto dis-incantata quanto la voce di Cveateva era un fluido costante, che si abbeverava all’incantamento di sé e del proprio ahimé non troppo dolce avvenire.  

La decrittazione autoriale del Sangue Amaro si trova però nel primo testo della sezione omonima, posta a fine libro, quasi una nota dispiegata al vento dell’ironia prima delle note. Ovvero: ci viene detto di cosa si tratta quando abbiamo ormai attraversato l’intero libro, ora che siamo stati già sbalzati tra i singhiozzi del pianto e del riso, tra le dolcezze e le invettive che fanno un uomo. A un passo dalla chiusa, Magrelli si scaglia contro l’IO IO - IO IO - IO IO: giambo letale. Egli ha infatti descritto per l’intero volume bradi animali umani, che circolano continuamente tra dentro e fuori, alla soglia di una separazione necessaria che viene a volte violata, o nelle cui segrete rimanere sigillati come da finestroni teutonici troppo perfettamente gravi e chiusi. Ora nostri custodi sono i cardini anzi che gli angeli.

La serie La lettura è crudele dice proprio la vertigine di un io che si sporge su un altro io, intento a un rito di separazione, “se è vero che il linguaggio / ha innanzitutto lo scopo di nascondere”: osservando il corpo di un leggente, si prova lo stesso sperdimento che si prova davanti a chi ci esclude sognando. Abbandonati sul ciglio di un abisso onirico. Chi sono i nostri amati quando noi non ci siamo? L’osservazione della lettrice amata porta sulla scena della coscienza magrelliana il desiderio mai dimenticato di possedere l’altro, perdendosi nel suo lungo segreto – desiderio ovunque contraddetto dalla paura dello smarrimento, poiché, diventando adulti, ci siamo persuasi che il paradiso originario contenga in sé il morso mortale della perdita dell’io, al quale siamo abbarbicati come le scimmie all’albero di un falso Eden. Così, già stretti al tavolo delle certezze, ci troviamo decisi a pasteggiare, più o meno dignitosamente, con un cibo che manca.

Ma come caldamente sopravvivere? Ecco, ad esempio: a tanto sostanziosa densità emotiva, Magrelli alterna lo scudo della propria leggerezza, ironica e tenebrosa insieme, declinata in versi come “Qui, tutti noi aspettiamo / sulle rive del Nihil”, dove rappresenta i funerali laici non-celebrati nel Tempietto Egizio di Roma, con il medesimo humor e la medesima topografia del disincanto dello scrittore Jep de La grande bellezza, abulico e sorridente: “siamo tutti sull’orlo della disperazione, non abbiamo altro rimedio che farci compagnia, prenderci un po’ in giro”. Meteorologico o meteoropatico autore, scientifico o piuttosto infastidito, umorale. Sostanzialmente pieno di fiducia. Ragazzo, infatti, Magrelli già scriveva “Scrivere come se questo / fosse opera di traduzione”, anticipando la dichiarazione di fiducia di Tranströmer nel farsi tradurre, se ciascuna delle nostre parole è a sua volta trascrizione di un linguaggio invisibile, di una lingua bianca celata dietro il suono del mondo, che la musica e la musica delle parole riescono talvolta a cogliere. Quale informazione cercava veramente il giovane Magrelli dal maestro Barthes, se infine esce dalla casa di lui con la sola notizia che la musica tolga dal silenzio il suono sommerso del mondo, lasci apparire l’ombra della casa perduta dietro l’ombra del mondo, ci faccia capaci di sopportare il singhiozzo del mondo, la visione vera, anche nella forma ultraprosaica di giovani privati della dignità, della libertà e della pavesiana stanchezza del lavoro? Questa coscienza di una casa battuta dai venti di un altrove, ci permette di sopravvivere anche all’intollerabile immaginazione delle torce umane della Thyssen o alla visione delle umane schegge di fuoco dell’11 settembre, vittime per mano umana, e anche alle vittime di una natura che riprende il dominio di sé, trema, si rende nuovamente inabitabile, inaudita e convulsa nel suo sciame sismico, che ci lascia scoperti come bestie in esilio: “animali marini che vivono sulla terra e che vorrebbero volare”, per estendere al genere umano la bella definizione che Carl Sandburg dà dei poeti. E Magrelli, che vede la lapide sotto un eccellente fritto misto, assume la sua quota di sangue amaro.

Il sacrificio è infatti l’incarnazione nel nostro sangue. Farsi uomo è darsi in pasto, darsi in sacrificio. Ci mantiene vivi il conforto del piccolo branco che si protegge vicendevolmente, perché ha stipulato un antico patto di bene, e la scrittura fa di questa carne un codice dolce e avvelenato, raramente divino, spesso d’occasione, impastato alla casualità crudele della vicenda umana, anche alla caduta irreversibile e senza resurrezione di un ragazzo investito, amputato dell’amputazione delle sue altre figure potenziali, se crescere significa scegliere progressivamente una vita sola fra quelle possibili e, se tutto va bene, scoprirsi un giorno contenti perché si hanno i denti, un bagno nel quale lavarli e una figlia, lì dietro il muro, che canta. Ma forse anche dalla zona franca del bagno di quel ragazzo si sarebbe levato il rumore dell’asciugacapelli, che, per lui come per Magrelli, avrebbe contenuto il frastuono di un lavacro di sangue capace di sconvolgere l’ignaro dall’umida chioma.

Da Domani mattina mi farò una doccia, contenuto in Ora serrata retinae, splendido esordio liminare tra sonno e veglia, i luoghi delle soste provvisorie sono per Magrelli zone d’interesse, luoghi sospesi dove siamo più vuoti e le interferenze del mondo arrivano amplificate, fanno eco più grande al ronzio della nostra coscienza, musica umana offerta all’inframondo nella forma di un piccolo mucchio di flauti spezzati. Ascolteremo l’incessante brusio del mondo interno-esterno fino a che, senza vista e parola, cadremo in quella che non sarebbe la caduta rilkiana “di quando cosa ch’è felice”, ma la mortale caduta senza visione citata nei Frammenti di un discorso amoroso di Barthes: “ La morte è essenzialmente questo: tutto ciò che è stato visto, sarà stato visto per niente.” (François Wahl). Ma noi lasciamo tracce. Sebbene gettati nella separazione e nel frammento, rinasciamo laboriosamente abili a sopportare la separazione e il frammento, l’ormai assorbita visione dell’altro che si rintana il quel suo proprio abisso, con alibi abusati e poco credibili quali dormire e leggere, lasciando il corpo come un vestito vuoto sulla sedia, la casa dolce del suo corpo trasformata in una località provvisoriamente disabitata. Così visti e obiettivi, possiamo arrivare nietzschianamente a osservarci anche dal punto di vista del nemico (senza però perdonarlo: l’inimicizia va tenuta a distanza) e il distacco dal nostro consueto e indulgente osservarci, serve a una crudeltà dolce da macelleria dell’anima, che finisce per identificarci nella nostra debolezza. Ma lasciamo tracce. Anche biologiche: nel passaggio dallo slancio quasi infantile, energico e pieno di fiducia di certi versi all’incupimento di altri, Magrelli somiglia al padre scritto in Geologia di un padre, per il quale ripubblica qui Occhio, ché il Pellerossa, dedicato alla sua (di chi?) corona ippocratica – altrimenti detta calvizie: anche in essi l’autore osserva il proprio lento calarsi nel calco biologico del genitore, il proprio arrendersi al destino genetico e di specie umana, alla “ferita non rimarginabile, ossia la mia professione”, nata dallo spettacolo di un’antica umiliazione paterna, e infine al suo convulso sottostare alla convulsa bellezza del mondo, restituita a ondate che sono frutto di cesello e arguzia e talvolta si placano sulla riva di una pacata maschera adulta. Magrelli innalza di continuo il porticato di un tempio, anch’esso egizio, sull’architrave del padre. Non depone una lapide, forma un vivo, tanto amato da potere davvero finalmente morire.

In tutto il lavoro di Magrelli c’è l’arredo di questo e tanto altro corpo, che afferma la sua provvisoria esistenza ed è sondato come fosse davvero trasparente, mentre porta una vera gratitudine all’astuccio che ci preserva dal suo intimo scenario idraulico, ematico, crudo, che permette anche il sesso e la manualità nemmeno troppo lieve del gesto poetico. Scrivere è però quell’ambiguo seminare i caratteri (tipografici) di una distanza, quel dolce e pericoloso sostituire al corpo carnale un corpo di segni, dietro il quale traluce la materia carnale del poeta, la materia fluviale che nasce e rinasce dal disgelo del cuore, ma come durante l’esumazione dei corpi sembra appaia il barlume dell’immagine viva, che immediatamente si dissolve dentro il tocco dell’aria. La pena analitica che Magrelli ha sempre provato per il proprio corpo, dalla testa tagliata del femore che manda odore di bistecca cruda nel condominio di carne alla testa del proprio corpo intero, che sporge come una pianta o un grande frutto dalla terra del letto dove è radicato in Ora serrata retinae, si movimenta ora nel gusto per la vita necessaria: dal bagno nel fiume, caldo come una vena organica, all’opposto scricchiolare della Nevà al vento, che la muove come un ghiacciaio in frantumi e decompone l’ordine razionale dei soldati. Ancora: le viscere fluviali della casa, sì, ricordano i visceri umani, il freddo seminterrato di vene, dove scivola un sangue che la pellicola dell’epidermide tiene separato, confezionato nel suo fodero di odori e sapori, sì, ma hanno anche derive improvvise e altrettanti improvvisi tradimenti del muto stato delle cose: il vento, il terremoto, questa testa di femore fuori dal corpo e le tracimazioni, tutte le cose che sfuggono alla logica ordinaria, sono forze fuori controllo, che sottolineano la nostra fibra umana naturale. L’improvviso disordine del corpo e della natura ci ride in faccia, neutrale, imponendo su di noi la sua potenza di disarginare, disarcionarci dalla cavalcatura della terra, sulla quale ci siamo issati a forza di intelligenza e logica. “La società ha addirittura creato un gigantesco strumento mentale che cattura tutte le espressioni umane nell’inganno e nella falsificazione: si tratta della logica, arma con cui si impedisce che ragionamenti, discorsi, pensieri si sottraggano alla mascherata universale.”: così scrive Giulio Ferroni, riferendosi al saggio di Pirandello su L’umorismo come scomposizione della forma, ovvero sentimento del contrario.

E questo sangue amaro che, come un pesce di fiume, si rovescia nel trascinio dell’acqua e rivela il riflesso argenteo della sua pancia e della sua risata, è la cifra che Magrelli affina, dalle origini, per abitare il mondo, col proprio corpo e con il corpo della propria opera. Mai soli.

Malavasi Paola (Secolo Donna 2018)

Non posso scrivere di Paola Malavasi senza scrivere della sua vita. E della mia vita. Per cominciare, ho riletto quattro anni di corrispondenza quasi quotidiana tra lei e me. Ricordavo benissimo: coincidenza perfetta tra la mia amica, le sue dichiarazioni di poetica (quelle private identiche alle pubbliche) e la sua poesia. Paola intende la scrittura come restituzione di qualcosa di vivo: non incide nel marmo, ma raccoglie tra i palmi, per offrire e porgere. Esperienza. E l’esperienza dev’essere vissuta tanto più intensamente, in vista della futura trascrizione.

Credo di non farle torto, riportando alcuni brevi stralci tratti dalle sue lettere, spesso bellissime: «a volte mi piace la vacanza di vivere e basta», scrive – e questa affamata, a volte affannosa voglia di vivere compare, depurata, nella parte finale del lungo poemetto dedicato alla morte del padre, che apre A questo servono le lacrime: «un sogno / incantevole è sempre meno che la vita». A dimostrare subito come sia possibile affidarsi alle parole di Paola.

Ma riavvolgiamo il nastro: venerdì 25 gennaio 2002 una certa Paola Malavasi mi telefona per chiedermi un’intervista. Dice di essere riuscita a far passare il progetto di una panoramica di poetesse contemporanee, arditamente destinato alle pagine di un rotocalco cosiddetto “femminile”, «Gioia». Il fatto che abbia telefonato a me rende immediatamente evidente che il suo servizio non si limiterà a un elenco di poetesse facili o assodate, ma che Paola si sia messa in testa di esplorare gli infiniti e infidi recessi della poesia che si va facendo in quegli anni. Anni nei quali non do confidenza a nessuno, voglio scrivere mattamente e nulla più. Ma Paola parla di cose concrete e, soprattutto, si sente che è generosa perché ha il sorriso nella voce. Accetto.

E ancora, tanti anni dopo, non solo accetto nuovamente, ma mi sento grata verso chi mi ha chiesto di scrivere di lei, perché Paola non mi ha mai delusa: se l’umanità di un poeta mi delude, smetto di leggerlo e di scriverne, perché smetto di considerarlo poeta. Invece Paola per me è ancora, per dirla con le sue stesse parole, «farina che resuscita senza miracolo, e polvere era».

Del resto, il nostro inizio riassume molto della sua personalità e di quella che sarebbe poi stata la nostra amicizia: una sorellanza spirituale, oltre che poetica. Ricordo lo stupore gioioso e incredulo di entrambe, nell’incontrare chi aveva percorso lo stesso cammino, all’insaputa dell’altra, calcato le stesse orme sulle medesime strade. Dico di una coincidenza totale di vita e arte, sebbene Paola sia allora più avanti di me, in quanto – da insegnante – ha cominciato a svolgere la propria opera di diffusione della poesia nelle scuole, che io avrei intrapreso solo dieci anni più tardi.

Continuando a leggere la nostra posta, incontro alcune sue parole cristalline del gennaio 2004: «la poesia deve uscire dalla cerchia dei poeti, deve arrivare al pubblico. E noi, che siamo la nuova generazione, dobbiamo essere solidali, uniti nelle nostre diversità. E aiutarci». Paola crede alla comunità dei poeti. Forse perché, come scrive alla fine del libro, «la bellezza è indispensabile come la riproduzione» e non ritiene pensabile il sussistere di conflitto tra bellezza e bellezza, visto che la poesia, come le suggerisce di scrivere la sua bella ironia, è insieme «l’altro volto dell’astronomia e l’altro volto dell’arte culinaria». L’altra faccia di tutto, dunque. L’eversione di tutte le apparenze.

A questo servono le lacrime comincia con lo struggente ricordo di lei scritto dal suo compagno poeta Ennio Cavalli, dunque comincia con il diminutivo di Paola, Paolina, scritto per lei che – come tutti, come i gatti di Eliot – cercava il proprio vero nome.

E quando Paola prende la parola, lo abbiamo detto, comincia a scrivere della morte dell’amatissimo padre Angelo. E lo fa con una scrittura contenuta, a volte chirurgica, per timore dell’equivoco sentimentale, che però staglia una figura gigantesca, come sono giganteschi gli esseri amati, su uno sfondo popolato di storia e di storie. Storia umana, storia di specie e di generazioni. In Malavasi è fortissimo il senso del tempo, della storia globale e del discendere gli uni dagli altri. Si ha spesso la sensazione che, nella sua interpretazione del mondo, l’umanità sia una sola grande famiglia.

Altrove, infatti, la scrittura è empatica, quasi orale, le parole scivolano all’apparenza leggere, lasciando però tracce indelebili. La città di legno, per esempio, non si può leggere senza immedesimarsi, perché riguarda l’incredulità di ciascuno di noi davanti alla morte di una persona cara – e riguarda il dolore per il dolore che involontariamente daremo, a nostra volta morendo. Ancora una volta il tempo, la nascita come caduta nel Tempo, per riprendere una suggestione di Marina Cvetaeva.

Entrare nel libro di Malavasi significa dunque entrare in un mondo ombroso e insieme radioso, costellato di figure quasi fantasmatiche, ma insieme solide come legno. Un mondo fatto di contraddizione ardita, ovvero scritto da chi non ha mai avuto timore di sopportare la contraddizione, di vedere l’inferno e la bellezza di questo mondo, sapendo per sapienza originaria che ogni infingimento di pace  è un seme di guerra e sapendo soprattutto che non sappiamo altro che quanto abbiamo affrontato.

La vita racchiusa – purtroppo definitivamente – nel libro, emerge lacerata dalle parole, tirate da una parte dall’amore assoluto (per il figlio) e, dall’altra, dal lutto (per il padre, che ormai è «quanto resta del mostro del lago»). E lo strappo continuo tra vita e morte è riassunto dai versi dedicati alla sabbia sulla quale invita il padre a scivolare: «La stringo in un pugno come una mano. / L’altra, in quella di mio figlio». Il corpo stesso di Paola si fa arco voltaico tra vita e morte. Ponte, diremmo. Anzi, diciamo senz’altro, se con la penna Paola incide una supplica: «Ti prego, padre, non dirmi che sei / terra» e se intende la crescita come un accumularsi di presenze nelle ossa e «invece quand’ero bambina, ospitavo solo me stessa».

Ma tutte le figure delle poesie, anche quella dell’autore, sono occasioni: se la scrittura è scrittura, l’esperienza viene limata fino al simbolo, al blasone, all’emblema; viene lustrata fino a quando chi legge può specchiare sé stesso in quelle parole, lucide e limpide come un laghetto montano. Ma dal fondo oscuro, pericoloso. Ovunque, infatti, si avverte aria di allarme, anche nella radiosità – pericolosa perché precaria, «sorretta da un niente più forte di me». Questo libro solare sente di fine, anche nel capitolo finale dedicato al figlio, quell’amatissima figura ibrida tra nuoto e nuoto, tra infanzia e maturità, per il quale la madre fa da apripista e che però protegge la fortezza della casa addormentata con il respiro. Ovunque è l’ansia della fine del bene e del bello. Perché dopo, chi sa.

L’ultima delle nostre lettere è mia, e porta la data del 17 settembre 2005, il giorno prima della sua scomparsa improvvisa. La mia ultima frase per lei è: «Ormai i miei morti li ho congedati tutti». La vita a volte ha un’ironia crudele.

Ma posso ancora immaginarla ridere. Ed già più di questo, già più del noto, già trasparente e indicibile, ovvero già completamente sé stessa. Ovvero già non più sé stessa. 

Marmo Giovanna e Dal Bianco Stefano, interviste a (Tempio di Adriano, 3.2.17)

interviste di Maria Grazia Calandrone agli illustrissimi Giovanna Marmo e Stefano Dal Bianco per "Ritratti di poesia", Tempio di Adriano, 3 febbraio 2017
 
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Mazzoni Guido, La pura superficie (alfabeta2, 20.5.18)

È orribile ma non importa - in alfadomenica, 20.5.18

La pura superficie è un libro emblematico, coraggioso e straziante.

Fin dal principio, ponendo Kafka in esergo: “La Germania ha dichiarato guerra alla Russia. / – Nel pomeriggio scuola di nuoto”, si dichiara lo scandalo dell’equivalenza fra tragedia e quotidianità – o meglio, lo scandalo che nulla abbia più il potere di scuoterci: “È un video orribile. È un video molto bello”, è detto del video della decapitazione di Sedici soldati siriani, trattato in parte come una rappresentazione, un’attenta messa in scena, perché alla fine “si capisce che gli altri non ci riguardano o non ci interessano”.

Il rilkiano “terribile” è diventato “orribile”, mentre bella è l’azione di uccidere che, ovviamente, pertiene all’umano ed è un gesto che, nella nostra parte di mondo, l’Occidente, viene quotidianamente sublimato in gesti di divoramento reciproco o lontananze di natura aliena. “Il bello non è che il tremendo al suo inizio”, scrive Rilke. Il bello è l’orribile, coincide con l’orribile, potrebbe riassumere il poeta contemporaneo, perché l’orribile è la sola cosa che provvisoriamente perfori la bolla nella quale ciascuno è isolato – e per ciò siamo attratti dal massacro.

Uno dei fattori d’isolamento, è dichiarato nella seconda riga della prima poesia, è il linguaggio: “Le scherma col linguaggio, […] per non vedere”.

Il protagonista continuo – sebbene mutevole e presunto – de La pura superficie, riportato per lo più in una oggettivante terza persona singolare, è dunque semplicemente quel che è, un adulto qualsiasi, che cerca di farsi bastare la realtà, che dissimula i propri desideri, cercando di accondiscendere alla richiesta globale dell’ipercontemporaneo, del cangiante istantaneo, ovvero del precario, convinto com’è che la cosidetta realtà cambi così vertiginosamente, lungo la retta pur apparente dello spaziotempo, che diventiamo tutti incomprensibili per la generazione che ci succede di pochi anni appena.

Mazzoni si prende la briga di spiegare nonostante tutto, di tirare le fila della storia, per arrivare a dire, raccontando l’irruzione del “nuovo” che divide il tempo tra prima e dopo l’11 settembre, che lo scrivente “può scrivere le parole che leggete grazie alla forma di vita che questa nazione [l’America] ha imposto al mondo nella seconda metà del XX secolo, sconfiggendo le dittature nate per costruire un mondo meno ingiusto e facendo di lui un piccoloborghese.”

Un sommario di storia contemporanea in poche, lucidissime righe. Nelle quali si inscrive il destino individuale, mentre ne vengono comprese le ragioni globali.

Protagonista del libro è allora, per meglio dire: il tono, che è più di uno stile, è un umore pervasivo e contagioso. Sono pronta a scommettere che questo libro avrà molti imitatori, perché si prende la responsabilità di raccontare la crisi dell’umano presente, il sé stesso per tutti come antieroe urbano, che si permette il quieto dondolio sentimentale solo confinandolo in camei a nome d’altri (Stevens), a sottolineare che queste cose sono state già dette e fatte. Ma anche che non si può fare a meno di rifarle. L’autentico e “le cose fabbricate”.

La realtà pare dunque questo irritabile incrociarsi di solitudini che non fanno niente per conoscersi, perché non siamo interessati a conoscerci e non riconosciamo somiglianza alcuna con gli altri, non intravvediamo più la famosa radice umana che tutti ci lega, i pochi gradi di separazione tra uomo e uomo.

Qui interviene il poeta, indicando la somiglianza di tutti nell’essere “soli e incomprensibili” gli uni agli altri.

Il libro ruota infatti intorno ai cardini di tre brevi frasi: “Ciò che siete non è reale. Ciò che siete vi oltrepassa a ogni istante” e “Sono quello che vedete.”

Niente di più vero. Ed è tanto vero che le persone descritte da Mazzoni, pur nelle differenti caratteristiche – chi ha un figlio, chi è solo, chi è di genere femminile, chi è lo scrivente o altri, semplicemente allusi o con nomi e cognomi – sono tutte uguali, tutte chiuse dentro questa pellicola di malmostosa impossibilità.

L’interrogazione su chi sia “io” non ha più alcuna importanza. Per un lungo tratto La pura superficie sembra un confortevole e rassegnato libro del malumore lucido, che si occupa con tono descrittivo, senza giudizio alcuno, della parte peggiore dell’umano. Ma, avvicinandoci alla fine, incastonato dentro la descrizione della partecipazione dello scrivente al G8 di Genova, leggiamo: “A volte ha l’impressione di abitare un io vagamente falso che si è costruito nel corso del tempo perché diventi la sua parte migliore. A volte ha l’impressione che tutti intorno a lui facciano lo stesso.”.

Questa affermazione è certamente vera. Ma ribalta la scena. Dunque c’è un prima, dunque c’è un tempo nel quale il desiderio di verità era vivo.

Qual è dunque l’etica, l’impulso che la precede e viene contraddetto da questa verità e fa di questa verità un sottile dolore? Quale l’inclinazione a un inesistente vero?

Se la delusione è così amara e feroce (“È orribile ma non importa”), ci si domanda quale fosse il mondo immaginato, quale il contatto sperato, quale il destino sensato, dove i gesti quotidiani e il lavoro stesso non fossero solo strategie o automatismi di pura sopravvivenza, agiti per sfuggire all’angoscia onirica del vuoto e dell’umana estraneità, ma gesti che comunicano e vengono compresi.

Se negli anni Settanta Pasolini diceva che “la morte non è nel non poter più comunicare, ma nel non poter più essere compresi”, questo intellettuale e poeta degli anni Duemila ci dice che essere compresi non è più possibile, che abbiamo rinunciato (“mi sembra chiaro che nessuna vita può essere compresa”).

Questo è accaduto, io credo, perché la nostra società non è mai arrivata al pensiero che la morte sta nel non poter più comprendere.

E dunque siamo in buona parte morti.

Mazzoni, poeta disincantato, sembra però abitare un’altra ipotesi di mondo, una seconda realtà fatta di sogni che “significano molto” o di qualcosa che pare autentico e che lascia lampeggiare qui e là nel libro, a volte senza neanche schernirsi, per esempio nella variante stevensiana: “Allora lo sai che non è la ragione / a farci felici o infelici. / L’uccello canta, le piume splendono, la palma svetta / al bordo dello spazio, lentamente”.

Pur celati nell’ombra grande di Wallace Stevens, testi così sembrano un bordone, un controcanto continuo alla patologia sociale descritta nel libro, di un poeta che non vuole più sentirsi un dissimile, un eletto, che pone invece la propria identità a delucidazione delle identità altrui, che prende le proprie idiosincrasie, le piccolezze e gli urti raccontati con lucida onestà, come emblema del “noi” umano che lo circonda e riguarda: io, come voi, sono creatura ammalata dal vivere, affetta da un montaliano male che ha trovato il suo nome: solitudine, inoculata nella fibra più minima e tenera del quotidiano.

Dunque Mazzoni, come l’insetto enorme di Grammatica, si prende la responsabilità di esprimere il disagio dei contemporanei “gettando sé stesso contro un limite” che però, a differenza dell’insetto, egli vede col massimo nitore, sia quando leva lo sguardo a osservare il succedersi delle generazioni e degli eventi – sia quando ingrandisce i particolari delle singole vite con l’obiettivo macro, finché, quando l’oggetto esteriore occupa tutto il campo visivo, emerge lo splendido, obliquo oggetto interiore dell’ultima poesia, che scavalca sé stessa perché, alla fine, “le parole non contano”.

Roma, 25 aprile 2018

Merini Alda, intro (il manifesto, 7.9.12)

stralcio della introduzione a un volume di riscritture di inediti di Alda Merini:
NEI SUOI VERSI UNO SGUARDO DI DISUMANA COMPASSIONE

Davanti ai dattiloscritti che mi sono stati sottoposti ho provato l’imbarazzo che si prova a sorprendere involontariamente qualcuno in una sua posa intima. Qui, pareva di spiare una poetessa davanti a una sua materia verbale disarginata. Nemmeno in una bozza di laboratorio, bensì nell’out-of-order, nella irresponsabile disorganizzazione di una materia umana sottoposta a certe micidiali scosse elettriche. La vigilanza di Merini sulle proprie parole, normalmente già scarsa, qui risulta completamente in disuso: la poetessa è preda di una lingua più che mai dilaniata e oscura, ma, nello stesso tempo, questa cattiva riuscita poetica ci consegna in regalo un’evidenza: l’imperversare della follia e le relative cure fanno di lei una triste paranoica, le cure le disvelano l’angusto reale che ella non sopporta e dal quale era sempre fuggita grazie alla candela accesa in permanenza nella sua anima che aveva nome Poesia. Poesia di luce e trasfigurazione, parola-verbo di rinnovamento e di benedizione: dove il suo grido era sempre altissimo e teso in una pure disperata forma di speranza, gli elettrochoc le schiacciano la testa sulla superficie polverosa e fredda delle cose.

Ne rimane dunque il prezioso documento di un’evidenza: la “follia” poetica, il mal della parola, è di qualità radicalmente opposta a quella clinica, la quale è cinica, depauperata, angosciata. Sotto la pressa farmacologica le anime sanno di vuoto, sanno di calma chimica e di oppressione. La gestione psichiatrica era una sottile e ferocissima dittatura perché privava addirittura i corpi del rispetto dovuto: nei reparti vegetavano creature dissanguate da uno spreco mortale, prive di libertà, si spostavano grumi di materia distonica e stonata, caduta nella propria solitudine, nella infezione di una solitudine senza rimedio, dove invece la poesia ficca letteralmente le piume nelle clavicole dei poeti, mette in loro una libertà essenziale e l’intensissima qualità morale del prendere la parola a nome del coro umano.

L’internato psichiatrico è solo come il più solo degli uomini.
Il poeta prende la parola in vece dell’intera umanità.
Questa la differenza. Questa la qualità della gioia senza rimedio dei poeti.
Questa la forse involontaria denuncia politica della parolacorpo Alda Merini.

Quando Merini era poetessa, infatti, la follia ne faceva un’ispirata: la visionarietà, il suo tutto-pieno (il rovescio buono di una desertica angoscia), rompeva con costanza la membrana che tiene le cose dentro le tre dimensioni del reale. Tutto il mondo per lei era già slittato permanentemente nella sua dimensione ulteriore. Era come una morta che guarda ai vivi con una disumana compassione.

Alla sua stessa specie percossa nella carne dalla poesia appartiene il ragazzo Alfonso Guida, forse il nostro giovane poeta maggiore, che le fu infatti amico dell’amicizia contrastata e difficile di due corpi affollati di parole. La distanza faceva i suoi danni: la distanza della loro materia corporale e la distanza di ciascuno dei due dalla propria contraddetta materia corporale. Casto fino al disservizio l’uno, carne aperta in un grado costante di solitudine, che andava sanata comunque fosse, l’altra: Merini e Guida sono entrambi invasi (vorrei dire invasati) dal sentimento della poesia, non dalla sua estemporanea emozione.

Le emozioni differiscono dai sentimenti per il valore della durata. Se la cerea emozione arde e si consuma manifestando vivide apparenze (lacrime, anche, anche abbracci e slanci perfetti come in un sogno dell’adolescenza), il sentimento adopera intera la variabile “tempo” che ci è stato assegnato, cova dentro e non smette. Ciclico, circolare, alle volte nemmeno si vede ma non smette. È il nostro scheletro, la nostra forza e giustificazione.

Così è la poesia per questi due poeti della visione e della commozione: un sentimento continuo, l’uroburo, il serpente che morde la propria estremità e che in ciò mai finisce di iniziare. Tutt’altro che emozione.

Nobili Nella (Poesia n. 327, 6.17)

Figlia di Giuseppe, muratore emigrato in Algeria, e di Cesira, sarta a giornata, Nella Nobili lavora come apprendista fin dalle scuole elementari, prima in una piccola impresa di astucci per orafi, poi in una fabbrica di ceramiche. A quattordici anni, ottenuto il libretto di lavoro, viene assunta nella vetreria come soffiatrice di fiale per medicinali. In quarta elementare, però, durante una lettura scolastica ad alta voce, il seme della poesia cade in lei. E deflagra: Nella consuma le sue notti leggendo, in maniera avida e disorganica: Il conte di Montecristo, poi l’intera biblioteca per ragazzi della Salani e infine un’antologia di versi di Carducci, proprio mentre, fra i dodici ed i quattordici anni, s’innamora e comincia a sentire salire da sé, ancora informulato, il canto della poesia. Andando al lavoro, come dichiara in una delle sue rare interviste, in quegli anni sente “una musica leggera come il ronzio di un’ape”: “in certi momenti, sentivo che quella musica saliva di tono, avvertivo un ritmo  che mi commuoveva, ma non sapevo tradurlo in parole”.

Eccoli, gli anni irripetibili, matti e disperatissimi, nei quali il poeta avverte la vocazione, ma la sua voce non è ancora all’altezza dello strumento e allora prova e riprova, strappa, scarta, si accanisce, batte i pugni, s’infervora, lotta e grida, litiga – con se stesso e col foglio – per strappare alla superficie bidimensionale della pagina la profondità che contiene in sé e sente di dover restituire alla terra.

Quegli anni, che per Nella sono di vocazione alla poesia e di lavoro in fabbrica, sono purtroppo anche anni di guerra: Nella e la sorella si offrono per il recupero dei corpi dopo i bombardamenti. Tra questi, corpi di bambini. Non reggono allo strazio troppo a lungo, si trasferiscono all’accoglienza dei soldati feriti che arrivano ai centri di smistamento. Non hanno competenze se non umane, fanno cose elementari: offrono un bicchier d’acqua, sorridono. Intanto Nella lavora come inserviente in ospedale, dove le vengono garantiti pasti quotidiani e dove è protetta dai bombardamenti. A guerra finita, torna nella vetreria di Via Zamboni, a Bologna, e da questa esperienza nasceranno in futuro I quaderni della fabbrica (1948-1950), brevi prose riprese ed ampliate poi in francese nelle raccolta la Jeune Fille à l’usine.

Gli anni della fabbrica, succeduti brutalmente all’infanzia e alla scuola elementare, segnano duramente la poetessa, ma, nello stesso tempo, la rendono sensibile alla miseria o “diversità altrui: fisica, etnica, di orientamento sessuale. L’Italia degli anni Cinquanta le va stretta, emigra nella più evoluta Francia, dove lavora per trent’anni come artigiana indipendente, ottenendo una certa agiatezza.

La professoressa Marie-José Tramuta ha ricevuto queste preziose notizie da Edith Zha, compagna di Nella dal 1977. Edith e Nella scrivono anche un libro intitolato Les Femmes et l'amour homosexuel (Hachette, 1979), una raccolta di interviste a lavoratrici che testimoniano la propria diversità, un documento civile e politico in senso lato. Nella Nobili era di sinistra, ma già all’inizio degli anni Cinquanta aveva assunto una posizione critica nei confronti dello stalinismo.

Scrivendo di Nella Nobili non possono non venire alla mente le parole tratte dal libro di Jeannette Winterson Perché essere felice quando puoi essere normale? Anch’ella in cerca della propria identità sessuale, Winterson adolescente ricevette dalla madre la risposta convenzionale con la quale intitolerà il suo romanzo. E, se non fu la madre a sostenerla, la sostennero i versi di Eliot, come lei stessa racconta: “quando sento dire che la poesia è un lusso, o un’opzione, un prodotto riservato alla classe media colta, che non dovrebbe essere letta a scuola perché non è essenziale, tutte le cose stupide e bizzarre che si dicono sulla poesia e sul posto che occupa nelle nostre vite, mi viene il sospetto che la gente che parla così abbia avuto la vita facile. Una vita dura ha bisogno di una lingua dura, perché duro è il linguaggio della poesia. Ecco cosa ci offre la letteratura: una lingua che ha il potere di dire le cose come stanno. Non è un luogo dove nascondersi. È un luogo dove ritrovarsi”.

Con questo limpido brano Winterson spazza via il trito equivoco sulla letteratura nel quale, ben prima di Adorno, cade anche Sartre, che, nel 1948, poco prima che Nella Nobili prenda casa a Parigi, pubblica il saggio Qu'est-ce que la littérature?, dove attacca i poeti, accusandoli di praticare un genere non engagée, fuori dal reale. Sartre tratta la poesia come se la poesia fosse un’astratta ricerca di bellezza senza tempo né luogo dove rifugiarsi snobbando col naso insù la trista faccenda umana, abitando un irreale, angelico, metafisico, in sé essente (dunque assente), magnifico “altrove” e trascurando dunque l’impegno civile che i poeti hanno, per il semplice fatto di essere profondi interpreti della realtà. Sappiamo che, per essere poeti, non basta guardare oltre le cose del mondo, come non basta limitarsi a vedere le cose del mondo, per cambiare le cose del mondo. Ma perdoniamo Sartre (come perdoniamo Adorno, che confuse la poesia con l’estetizzazione del dolore), storicizzando le sue parole – anzi, le parole di entrambi i filosofi, sicuramente spinti da un empito etico e soprattutto sconvolti dall’esperienza traumatica della guerra.

Ma proviamo a comprendere quale sia il legame di Nella Nobili con la realtà, visto che a Parigi, concluso il dopoguerra, negli anni Sessanta e Settanta, si agitava pure il mitico Maggio 1968 e la poesia di Nella non sembra esserne sfiorata. Anche i suoi Quaderni della fabbrica sono testi “sentimentali”, introspettivi, nei quali lo sguardo guarda oltre le cose, dietro i volti delle persone e al di là dell’evento: Nella vive la fabbrica osservando i moti dell’animo di una vicina di lavoro intensa e oscura, come leggiamo in La ragazza dagli occhi pieni di buio.

Diremmo Nella Nobili un fenomeno contrario a Szymborska: tanto Szymborska è ironica e attinente alla destabilizzante casualità del reale, tanto Nobili è tragica e profetica, indagatrice delle profondità degli uomini e dell’oltre metafisico dei luoghi. In una delle rarissime fotografie che la ritraggono, Nella ci pare un’immaginetta addirittura ieratica, con le pupille che non toccano la palpebra inferiore, rivolte verso l’alto, in una vaga somiglianza a Teresa di Liesieux: un viso tondeggiante per una sua pienezza ancora infantile, ma fiero e animato da un sorriso leggero, distaccato – preso dall’aria azzurra di un “altrove”. E la parola “azzurro”, infatti, insiste molto nelle sue poesie. Anche Maria Luisa Spaziani che, colpita dalla poesia anticonvenzionale di Nella, andò a cercare l’autrice fino a Parigi, ne scrive così: “Una bellezza fosca illuminata dall’ingenuità ancora infantile dello sguardo. Senza sorriso, di poche parole. Vestita troppo poveramente, con uno scialletto stinto sulle spalle”. Nella era anticonvenzionale anche nella vita. Sobria, quasi povera, agli occhi della mondanissima Maria Luisa.

Adoperando la metafora del corpo sociale, possiamo affermare che i poeti come Nobili siano le fibre che si mettono al lavoro per riformare i tessuti dopo un trauma. Inflitto non solo al linguaggio, naturalmente, poiché la parola è emanazione diretta del corpo sociale che la pronuncia, ne rivela le viscere e i retropensieri, tutto l’inconfessabile e il non detto. Vegliare sul linguaggio e ricostruire il linguaggio – dunque il senso – deviato da una violenza come quella della guerra, significa ricostruire la salute del corpo sociale che lo esprime. Il linguaggio è il respiro del corpo sociale, la sua espressione più nitida e nello stesso tempo più imprendibile. Averne cura è il compito dei poeti come Nobili, che sono in grado di sopportare non solo una mancanza originaria, ma anche una mancanza di senso originario. Questo è un compito etico e antico: anche quando non parlano in diretta dal mondo, anche se la loro poesia non è accusa e denuncia, mettono davanti ai nostri occhi il mondo come dovrebbe essere, alzano gli stendardi di quel mondo. Sono le sentinelle, stanno a guardia della nostra caduta. Ci tengono, con le loro mani materne fatte di parole, perché non cadiamo nell’idiozia.

Nove Aldo, intervista a (Tempio di Adriano, 5.2.16)

intervista ad Aldo Nove per "Ritratti di Poesia" (Tempio di Adriano, 5.2.16)

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