Recensioni

Pecoraro Francesco, La vita in tempo di pace (Auditorium, 17.3.17)

intervento per Libri Come (Auditorium, 17.3.17)
Su un fiume di impercepiti nonnulla recanti in sé la nostalgia della realtà

con Vincenzo Ostuni e Andrea CortellessaHo scelto La vita in tempo di pace di Francesco Pecoraro perché l’intero libro sembra lo sviluppo argomentativo di uno dei versi di Vittorio Sereni che più amo: “su un fiume di impercepiti nonnulla recanti in sé la catastrofe".

È infatti, questo, il romanzo di un uomo assediato dal senso della catastrofe e la catastrofe della sua vita effettivamente avverrà, a causa di una catena di minuscole casualità.

Ivo Brandani porta nel tempo privato che gli è dato lo scisma dell’uomo contemporaneo tra tecnicismo e classicità e quello, più profondo, tra realtà e immaginazione: conflitti che rispecchiano, naturalmente, lo scisma del mondo occidentale e del suo millimetrico allenamento a dimenticare come fossero le cose “prima” – o, ancora peggio, a dimenticare come le cose “dovrebbero essere”.

Le cose sono quello che sono, afferma ripetutamente e disperatamente Brandani.

Ho scelto La vita in tempo di pace, dunque, soprattutto per la sua fortissima nostalgia della realtà, la stessa di Sereni (“la parola che non è la cosa, ma la imita soltanto”): mosso dal desiderio di essere un faber, il filosofo Brandani viene addirittura fascinato da un giovane manager azzimato, rivendica legittimità alla così diversa esistenza di lui, che però gli rivelerà la sua amara, efferata e volgare solitudine. Brandani vive un’intera vita lavorativa da ingegnere, salvo poi comprendere quanto la sua scelta sia stata condizionata da una ormai irrimediabile falla caratteriale.

L’ho scelto per la sua concretezza, per la convincente abbondanza dei dettagli, che mordono senza mai allentare la presa e trattano il reale interiore al pari delle costruzioni murarie con le quali trafficano: con Pecoraro si ha un confortante e insieme destabilizzante senso delle cose, perché le cose come lui le descrive sono sì “le cose”, ma sono così ricche di dettagli da essere iperreali, lo scrive lui stesso: “la realtà è sempre altra cosa dalla più accurata, scrupolosa e documentata delle ricostruzioni”. E tanto più questa imitazione è precisa, tanto più è commovente e disperato questo mettersi sulle tracce della così detta realtà, tanto più, paradossalmente, si discosta dal suo oggetto: come nei quadri di Antonio Lopez Garcia, dipinti anch'essi pieni di un vero più vero del vero, come i ponti trasfigurati dallo sguardo di Mafai secondo Giorgio Caproni. C’è il vero, ma questo vero è più esatto e carico di come noi lo vediamo: suggerisce un’assenza, un’inquietudine, un’arma puntata contro di noi, ma in secondo piano, nascosta nel bianco, evidente e non vista. Lopez Garcia e Pecoraro ce la indicano: l’arma denunciata da Pecoraro è, ancora una volta paradossalmente, la pace. Al centro, nel cuore del libro, ecco infatti l’analisi spietata dei settant’anni di pace che danno nome al libro, ecco il santino laico di noi, inflacciditi e incastrati nella (castrati dalla) pace, come alla fine di un impero – l’impero romano, l’impero del capitale.

Anche Notti di pace occidentale di Antonella Anedda tratta il tema della presunta pace dell’Occidente. Anedda scrive: “Se ho scritto è per pensiero / perché ero in pensiero per la vita / per gli esseri felici / stretti nell’ombra della sera / per la sera che di colpo crollava sulle nuche.” Anche Anedda parla della nostra pace come di una pace turbolenta per un sordo rumore di fondo, aggrovigliata e apparente, non altro che tregua – e Pecoraro interpreta la pace come “una guerra silenziosa di tutti contro tutti”, una minutaglia di solitudini che si dibattono per emergere dal pastone di fondo, dall’indifferenziato di una equanime, “democratica” indifferenza: La vita in tempo di pace è un libro di intelligenza acuminata, affilata, smagliante, che parla in sintonia con una delle nostre due voci interiori, perché affronta il tema dell’Occidente sfinito dal proprio benessere, dal tedium vitae, ottuso dalla pace e posto davanti al “vitale”, virale, diversamente ottuso slancio della jihad.

Inoltre Pecoraro è anche poeta, un poeta leggero e cantabile, soprattutto quando parla d’amore – o addirittura in rima, nei sette rebus finali di Primordio vertebrale (Ponte Sisto, 2012), volume che contiene anche due poesie che riassumono l’atmosfera de La vita in tempo di pace: il trasognato, pseudo-onirico fastidio dell’uomo spiaggiato nella sala d’aspetto di un aeroporto, luogo-non-luogo ideale dal quale si dipartono la memoria e le riflessioni di tutta la vita – e ogni genere di considerazione estetica… Ecco dunque, a chiusura, una delle due poesie che riassumono in versi l’umor nero de La vita in tempo di pace, libro che ho scelto perché vi ho trovato, messo in ordine, quanto ho caoticamente dedotto dall’esperienza di vivere:

Milano Malpensa
Ch’era notte
Sala d’imbarco
Pinne d’aereo
Oltre le vetrate
File di bravi soldati
In grigio-valigetta
Fuori il mondo
Del divino aeronautico
Li ignora, indifferente
Una macchina attende
Complessa
Più della somma
Di tutte quelle teste
E bella più di quanto
Saranno mai capaci di capire.

Pessoa Fernando, omaggio a (submarino, 9.12)

Il mio incontro con Fernando Pessoa è avvenuto in maniera spuria, non letteraria e dunque lancinante e improvvisa, meno mediata dalla aspettativa: ero andata a vedere Lisbon Story, il film di Wim Wenders, e mi si sono schiuse due rose che non avrei più dimenticato: Ainda dei Madredeus – album di rara tenuta emotiva, la rosa di una voce purissima e bianca – e Fernando Pessoa – il fiore inafferrabile del giardino, la rosa di Gozzano, la bellezza che non volemmo cogliere, forse coscienti della coscienza di Eliot che Terminato il tormento / Dell'amore insoddisfatto / Più grande tormento / Dell'amore soddisfatto. Fino a quel momento. Siamo nel 1994 e mi aveva tenuta lontana da Pessoa la leggenda di lui (non amo i personaggi leggendari, preferisco i “sommersi”) ma, più probabilmente, un certo malanno occidentale che chiamerei “attributo di serietà dell’io”, quella visione univoca dell’io biografico, forse uno smarrimento difronte alla nostra fluidità e alla nostra ampiezza. Non avevo ancora compreso che noi siamo già una moltitudine e che possiamo, volendo, essere tutti. E soprattutto non avevo compreso che il lusso più smodato della parola è quello di portarci via da noi. Che mezzo di trasporto potentissimo sono le parole!

Pessoa seppe invece essere da subito tutti i propri luziani frammenti ed essere soprattutto altro da sé. Dunque accostandomi per gradi all’ampiezza incoerente di una figura umana mi sono accostata per gradi all’esperimento-Pessoa.

grado uno: gli eteronimi è il coro che siamo. Ho immaginato che, quando la vita di una persona viene deviata clamorosamente da una perdita, nella persona restano molte voci interrotte e tutte queste voci sono vere. Resta dentro, ad esempio, la voce del bambino che avrebbe potuto continuare a vivere la sua infanzia divina. Resta come l’ultrasuono della voce di un morto che la poesia può arrivare a sentire. Ho immaginato che Pessoa, anziché elaborare le esperienze per convogliarle in un unico fiume chiamato rio Fernando, decise di sommare voce a voce, per render conto in presa diretta di una vertiginosa ed esemplare vastità umana.

Ognuno di noi, come spiega benissimo per immagini Sliding doors, è continuamente davanti a certi bivi che possono cambiare il suo destino. Ho immaginato che Pessoa abbia voluto dare voce a tutti i propri destini, a tutte le persone che sarebbe potuto diventare se la porta fosse rimasta aperta, se si fosse chiusa solo un istante dopo il suo passaggio. Non a caso il suo primo eteronimo, Chevalier de Pas, nacque dopo la morte del padre e del fratellino, quando il piccolo Fernando aveva sei anni.

Dunque la materia incandescente sulla quale lo spavento iniziale mi portava a riflettere era precisamente il destino: come cade il destino sulla nostra carne, senza che noi possiamo rendergli nessun altro onore se non portando sulla scena l’ultrasuono delle nostre voci sommerse. Dunque anche Pessoa stava dalla parte dei miei cari “sommersi”. Aveva dato voce a tutti i morti o possibili se stesso, ai Fernando amputati dal destino: quello che avrebbe potuto avere una famiglia felice o magari anche solo viva, quello che avrebbe potuto continuare a vivere a Lisbona e non venire traslato in Sudafrica, e così via, se la madre fosse stata meno fertile o i suoi fratellini meno mortali. L’inquietudine oggettiva della sua vita divenne l’inquietudine della sua anima: anziché rifugiarsi in una landa silente o sulla gabbia d’aria di un monolite, Pessoa riuscì a farsi abbastanza capiente da accogliere e riprodurre il mutamento continuo di una esistenza umana. Gli eteronimi sono un modo paradossale per dare molta voce al proprio io, perché sotto altro nome si può parlare veridicamente alla prima persona singolare, in una escheriana sovrapposizione e contingenza di personalità. È davvero così: noi siamo – cori. Pieni di scale che portano a nulla. E ogni voce del coro dice “io”. Appunto per quel che vale.

grado due: Ophélia e un’estasi. La famosa quartina di Pessoa Il poeta è un fingitore. / Finge così completamente / che arriva a fingere che è dolore / il dolore che davvero sente contraddice ogni mia convinzione sulla poesia, che a mio parere deve essere sabianamente “onesta”. Come scriveva Umberto Saba a Giovanni Giudici: l’unica cosa che posso augurarti – non all’uomo ma al poeta – è una qualche esperienza di vita: un grande dolore, un grande amore, qualcosa che ti faccia fare un passo avanti dalla letteratura alla poesia. Ma abbiamo tentato di dimostrare come, al di là delle apparenze, la poesia di Pessoa non sia “letteratura”, non esercizio di stile, montaggio magari esperto di parole secondo i manualetti Ikea di retorica, bensì necessità di orientamento, bussola tra “le voci di dentro”. E troviamo conferme nell’uomo Pessoa, che rivela in amore una costanza e un infantilismo della lingua che commuovono. Difficile dire se, data comunque la sua abilità di trasformista verbale, abbia indossato il costume romantico dell’innamorato a favore dei soli sguardi di Ophélia. Fatto sta che il tono basso e naturale delle lettere alla donna sembra voler toccare la bellezza del mondo senza intermediari, anche quando smette per un tratto la lingua comune e chiede a Ophélia di fingere nei suoi confronti la tenerezza che gli è necessaria, proprio come fanno gli abbandonati e i dolenti.

Accade, inoltre, di non riuscire a sopportare la propria stessa grandezza e così Pessoa, nel giorno più “grande” della sua vita, còlto all’impiedi da un fiotto di ispirazione che gli fa scrivere trenta poesie di seguito, si firma Alberto Caeiro, scrivendo che gli era sorto dentro il suo proprio maestro. Questa è la poesia che mi interessa perché Pessoa, comunque voglia chiamarsi, qui è rapito da un’estasi. Ma, spaventato dalla febbrile e soave grandezza del dono, se ne sbarazza, ne attribuisce a un altro la virtù.

grado tre: richiuso il cerchio elementare del serpente della separazione. L’essere stato introdotto, ventiquattrenne, alle pratiche spiritiche informerà tutta la scrittura successiva di Pessoa. Il senso della immanenza del mistero è per me l’elemento di fascinazione maggiore della sua poesia, ovvero quando lo scrivente esce ancora di più fuori di sé per mettere nel mondo la dedica di uno sguardo inedito, personalissimo: Ci sono angeli caduti nel tuo modo di guardare / e grandi ponti su fiumi silenziosi nel tuo sorriso. O quando si interroga compassionatamente, provando la irrefrenabile tensione umana a decifrare l’indecifrabile sorriso di Dio: Tu, Passero non visto, essenza della luce spirituale, / che risplendi ancora / della sintesi del fulgore esteriore, / tu che sei mio / e tuttavia non mio ma comune sulla terra, / ali della rinascita, / la cui canzone, quantunque in me sentita, partecipa / di tutto ciò che esalta, / tu, punto d’incontro di me con le ali / nascoste in ogni cosa […]. Quale comprendiamo che sia, dopo aver letto versi come questi, l’effigie “nuova” che viene deposta sulla terra da Pessoa? Così come la sua persona era vasta, il suo sguardo è vasto, è una descrizione graduale della “compresenza” che tutti i grandi poeti esperiscono e dicono. La coabitazione di vari stati e gradienti dell’essere fuori e dentro di noi, nel caso di Pessoa addirittura dotati di nomi anagrafici e precise biografie, è lo strato di terra e sedimenti sul quale circola l’inconfondibile stile delle anime “capaci” – nel senso del merito e in senso spaziale –, che raggiungono magari esiti opposti come l’eguaglianza elementare di Brodskij con la cosa o l’immanenza dello spirito nella roccia-Stevens.

Ma, trattando io in questa fine dello specifico poetico di Pessoa, trascriverò i due versi grazie ai quali è caduto l’ultimo velo di tutto il suo mondo: e un bambino ha la divina consapevolezza / che tutto è un giocattolo e tutto è bello. Pessoa è un vero “giocatore” dostoevskiano. Salvo che egli gioca con i vari numeri di se stesso. Ossesso da una roulette, da un ouroboros alchemico in frantumi – dove ogni pezzo del serpente vive vita propria ma in qualche modo sempre si ricerchia, come la coda mozza di una lucertola – si divertiva con levità e tristezza con la piccola folla di Pessoa che abitava il mondo. Con la stessa divina consapevolezza di finitudine e infinitudine. Così mi dissipo in tutti quelli che sono. Per uno scrittore, fare capolino da dentro il sacco vuoto e dalla dissipazione degli eteronimi, è anche un modo per non prendersi piena cura delle proprie parole, lasciate andare nel cuore degli altri per mano a padri fittizi.

Questo è il massimo della divina noncuranza, sola virtù che ci tiene lontani dalla eliottiana fine dell’infinito.

Petrollo Cetta, All'epoca che le fanciulle (l'immaginazione n. 299 5-6.17)

Il libro di Cetta Petrollo è un libro sul tempo – o meglio sulla relatività del tempo (e dello spazio).

Potremmo spingerci a dire che All’epoca che le fanciulle sia una sfida lanciata al tempo – e quindi all’appesantimento della vita – per mostrare alla nostra stessa vita che riusciamo ancora a vivere dentro uno slancio di fanciullaggine gioiosa.

Ma attenzione: mantenersi fanciulle è un lavoro, una quotidiana conquista.

Apparentemente le fanciulle di Cetta Petrollo vivono un mondo di fantasia, con tanto di maghi e molteplici lune – e di amore che porta nei non-luoghi; ma si tratta in realtà di mondo allegorico, fatto di simboli, si tratta di una popolazione di personaggi allegorici apertamente sostanziati di circostanza biografica – veri corpi esistiti, veri momenti vissuti, che rivivono in queste pagine come corpi distesi da percorrere con i nostri occhi, che intercettano anche i buchi nel pavimento sotto il quale pulsa la nostra anima, in osservazione protetta del mondo. Nascosta ma non troppo, come lo stile di Petrollo, che licenzia la propria scrittura in uno stato all’apparenza  semicosciente, automatico, onirico, privo del corpo di guardia della ragione, come un esperimento surrealista: ora il suo dire è concitato e febbrile, ora rallenta o addirittura si spezza fino al verso – formando un testo, dunque, dove forma e sostanza sono corpo unico, il corpo fatto di parole che si distingue da quello umano ordinario per leggerezza e grazia, come un “grazioso” anelito a uno straordinario quotidiano!, perché questo mondo di concitata rinascita è calato anche in scene di vita quotidianissima e lenta, con tanto di sfoglia da stendere per i cappelletti di Natale e compagno che torna sbuffando e scaraventando la spesa sul tavolo – e perché le sfacciate fanciulle osano pure muoversi in corsetto ottocentesco all’interno di un dipinto…

All’epoca che le fanciulle è strutturato come un elenco che a un tratto si ferma e ricomincia, è lineare e ciclico al tempo stesso, come i due concetti di tempo che intende esprimere: il tempo lineare, che influisce sui corpi – e il tempo ciclico, che è continuo ricominciamento. Il libro lancia dunque la sua sfida – anche esistenziale – al tempo lineare, intende sottoscrivere la priorità del tempo ciclico su quello lineare, intende affermare la possibilità di un ragionevole entusiasmo nonostante tutto. Nonostante i dolori, le passate avversità, la fatica degli anni, le rotture, le separazioni e le delusioni. Nonostante ciò, la scelta è amare come se nulla fosse mai accaduto. Importa sottolineare nuovamente che si tratta di scelta e non di cecità sul reale: nel libro vengono descritti momenti nei quali la fanciulla è sopraffatta, altri momenti di vero dolore, quando lei è divorata dall’interno. Ma punta i piedi e decide di risorgere. Qui viene dunque confessato quante volte moriamo in una stessa vita e viene confessata la ciclicità della nostra resurrezione. Qui si parla di vita che, interrotta, ricomincia, ogni volta rinnovata da una volontaria incoscienza, che è però il gesto di una forza profonda e straordinaria. Perché queste fanciulle, all’apparenza stralunate, in realtà tengono sotto controllo tutti gli accendimenti e spegnimenti delle lune, sanno benissimo come vadano i fatti dell’amore e del mondo. Ma rischiano.

Il coraggio è infatti denominatore comune alle quarantasette protagoniste. E si ha l’impressione nitidissima che le nostre fanciulle siano gli aspetti di una femmina sola, che esse siano conviventi in un’unica anima o, per lo meno, siano un’unica, sfaccettata fanciulla in vari stadi della propria metamorfosi e prima del corpo che, dalla leggerezza di corpo verbale, si è trasformato in corpo di carne e materia – e viceversa, anche qui a ciclo biologico e verbale in scambio continuo: quarantasette figure femminili dunque che, parafrasando Pirandello, sono una, nessuna e quarantasette.

Prendiamo dunque questo di Petrollo come un quaderno di esercizi per lo spirito che si voglia mantenere innocente, perché riaffidarsi al mondo con tanta fiducia è un atto di rinnovata innocenza, è lavorare su uno stato di grazia, per cavare da sé e dalla propria vita entusiasmo da effondere su questo pianeta appeso al nulla infinito.

Questo rovello nel bozzolo della materia fa venire anche in mente un passaggio del “povero scribacchino” Kazantzakis mentre osserva il magnifico Zorba danzare: “Guardavo Zorba ballare e comprendevo per la prima volta la ribellione dell’uomo per vincere il peso e la materia, la maledizione ancestrale”. Anche Cetta Petrollo scrive di questa ribellione: ribellione al tempo e al peso della materia disillusa e delusa, perché infine rinasca. Ma ogni giorno.

Petrollo Cetta, Te la racconto così (il manifesto, 7.3.13)

Favole del mondo umano

Cetta Petrollo
Te la racconto così (Perrone, 2012)

La voce di Cetta Petrollo è decisamente coinvolgente, anzi: seducente. È una voce confidente che parla alla prima persona del lettore e lo “torna” un bambino che ascolta le favole. Con Te la racconto così ci muoviamo, infatti, dentro la ricostruzione di un mondo, anzi: nella restituzione di un intero mondo in forma di favola, composto forse per accompagnare la degenza di un figlio, tanto è il tono di divertimento, di amore e leggerezza che sottende a ognuno degli scritti.

Si sa che il mondo della nostra infanzia ha sempre connotati favolistici, si sa che la nostra preistoria personale resta sempre legata indissolubilmente alle fantasie e alla magnitudine del mondo nello sguardo infantile. Petrollo ha il pregio di restituire appunto un mondo gigantesco, pieno di cose reali ma, nello stesso tempo, fatto vistoso dalla lente del tempo e dall’epoca invece di bassa statura corporale e di bassa esperienza emotiva alla quale fa riferimento.

Quando siamo bambini, soprattutto, abbiamo grande fiducia nelle cose. I bambini prendono per “vere” tutte le parole. Bisogna stare attenti a parlare, con i bambini. Se dici “orco” loro lo vedono, se dici “sole”, lo vedono altrettanto. E la loro giornata s’incupisce o s’illumina attraverso le nostre parole. I bambini credono alle parole e alla indiscutibile realtà delle cose.

Ebbene, il meccanismo di questa dinamica di fiducia e confidenza appare con smagliante evidenza paragonando la poesia – che in Petrollo diremmo lo stadio “adulto” della scrittura – e la sua prosa “infantile”, fase della aderenza al mondo e della fiducia che le parole nominino esattamente la cosa che indicano, fenomeno che alla poesia o sfugge – come in Sereni o in Brodskij – o non interessa affatto, come in Petrollo e nella lunga serie di poeti che mescolano al mondo l’interiorità, che filtrano la realtà attraverso uno sguardo ormai consapevole della lontananza del mondo e della sua incessante sequenza di perdite. Petrollo poetessa non manifesta alcun attaccamento alla cosa verbale, fa cadere la parola come si lasciano cadere gli oggetti camminando verso una meta che si sposta sempre un passo più avanti: la sua scrittura scivola dal corpo, è qualcosa che ella vuole lasciare in sua vece a testimoniare un passaggio. La poesia di Petrollo vive di una sintassi destrutturata dal farsi della vita, esibisce una registrazione da sismografo degli eventi, in diretta – e i veri flutti che nomina partecipano a una religione del niente davanti al sorgere lento della morte come un fenomeno solare, fino al raggiungimento di un fermo inno alle cose che ricorda la Natura morta di Iosif Brodskij, la cosificazione del corpo del poeta che non aspira ad altra eternità che a quella di un oggetto: polveroso e dotato di spigoli e di una intimità quasi completamente vuota, sicuramente indifferente. La poesia di Cetta Petrollo non intende affatto riprodurre il mondo “per quello che è” ma lo pesca dal mare della mente e lo passa al setaccio della vita: biologica e insolente, beffarda e malinconica, fatta anche di focaccia al formaggio, di pesto e di hula hoop: motivata, insomma, dall’esperienza particolare e circostanziata del vissuto. Nelle sue passeggiate liriche assistiamo infatti alla trasfigurazione che i sentimenti operano sul mondo: il mondo appare e lampeggia, si manifesta e viene mescolato a una emersione di ricordi e di fantasie, di proiezioni al futuro, è come continuamente sovraimpresso dalla emotività della scrivente. Proprio come quelle stampe incise due volte da due immagini diverse: una che fende l’acqua come un faro interiore e l’altra che è il mero faro di Genova – e quell’amore che chi sa se è vero o si proietta – tanto è grande – adesso fuori di noi e attraversa il mare con il nostro corpo: eretto e acrobatico, sebbene mortale. Nella poesia di Petrollo la parola pietà fa tutta la differenza: pietà di sé, pietà di un altro, pietà di sé e di un altro avvinti da uno stesso destino di mortali.

Nella prosa invece – e in particolare nella prosa mimetica di Te la racconto così – il mondo è vivo e vero, è precedente, antecedente al lutto, ed è esattamente quel che è. O meglio, quel che era, con i suoi oggetti vivi, quando era, con le sue mogli in contatto animale e sapienziale con i cicli vitali. Quando racconta degli antichi legami familiari la voce un po’ s’incrina per la malinconia, sembra fare riferimento a un perduto universo di relazioni intense, sebbene quasi mute, fatte di un sottinteso codice segreto di reciproche rassicurazioni.

Leggendo questi racconti anche il lettore che abbia superato una certa soglia anagrafica torna felicemente bambino, si immerge nel mondo della propria stessa infanzia, quasi nella cronaca della sua propria infanzia – di vinai, baracchini e mamme giovani – comunque condotta con stile radioso e accattivante, senza altre malinconie da bel mondo che fu. Così è nella storia che dà il titolo al libro e racconta con tenerezza della solidarietà umana di fronte all’impeto del destino. Così è nella bella trovata sul cavatappi della morte, impossibilitata dalle moderne cure mediche a falciare una vita di netto; e così se ne deve stare lì, sorella morte, a stappare la vita a poco a poco, con pazienza e fatica, disorientata dal nostro testardo accanimento terapeutico, dalla nostra tutta contemporanea incapacità di lasciar andare.

In entrambe le forme della scrittura, poetica e prosastica, però, Cetta Petrollo afferma l’urgenza di un interlocutore. L’autrice è sempre in dialogo, ha bisogno degli altri, le persone le piacciono e ne avverte una necessità che definiremmo “seria”: profonda e seria. Anche questa esigenza di dialogo motiva la mimesi del suo linguaggio che, nel caso in cui si rivolga a un’infanzia, ridiventa infantile, si chiarifica come lo sguardo limpido della vita infantile.

Prendiamo dunque questo volumetto come un atto di gioia e di fiducia nel mondo, come l’atto di amore di un adulto che con le mani porga la conoscenza di una sfera – di un mondo intatto – a una generazione del futuro, che a sua volta stia facendo esperienza del reale: di un reale diverso, senza gitane e quadri di tempesta da esporre nei salotti borghesi ma – lo speriamo – con gli stessi legami familiari, affettivi, vitali, con la stessa radiosa propulsione alla vita. Forse libri così, se non lo cambiano, servono a leggere il mondo, come gli scrittori di una volta, perché restituiscono una memoria che possiamo adoperare come pietra di paragone con quest’oggi senza scrittori, per ricordare, a proposito, il titolo del bel documentario critico di Cortellessa-Archibugi sull’industria del libro: in “quest’oggi” uno scrittore come quelli dei quali scrive Cetta, che avesse la pretesa di guadagnarsi un dignitoso pane con la sua propria arte, sarebbe un reperto romantico, un simpatico intruso, un innocuo mattacchione – oppure veramente e propriamente un re, come il Pagliarani Elio che Petrollo Maria Concetta sposò e al quale dedica una tra le più belle e affettuose favole-memoria di questo libro fatto per amore.

Piersanti Umberto, Cupo tempo gentile (il manifesto, 22.12.12)

comunismo e poesia negli anni di piombo

Le leggi, le divinità, il corpo stesso degli dei: questi sono fatti a nostra immagine e somiglianza. Dunque un poeta che immagina la grammatica della rivoluzione non la immagina come un non-poeta. Il numero di individui affetti da poesia, che pensano un mondo “gentile” e giusto come quello che la loro mente produce quando secerne poesia, è statisticamente inferiore a quello di chi, mosso da un disegno ideale, desideri tessere i legamenti di una rivoluzione sommuovendo una realtà in atto. Ecco il nodo problematico della dissociazione, prima interiore e poi agita, tra Umberto Piersanti e il Sessantotto.

Salvo rare eccezioni, l’organismo spirituale dei poeti inclina alla pace. Postuliamo dunque un venticinquenne (un tipo “decadente”, nella spiccia traduzione dei compagni studenti rivoluzionari che gli sono coevi) colpito per intima propensione dal colore delle foglie e dei fiori – e forse soprattutto dal gusto dei loro nomi –, dal canto degli uccelli e degli uomini e dalla dolcezza calda delle donne – e chiediamoci cosa possa sentire un simile soggetto quando si accorge che la rivoluzione, alla quale i suoi sentimenti aderiscono interamente, comincia a significare tirare pietre addosso ad altri esseri umani. Riteniamo che nel ragazzo si verifichi un impedimento fisico ancora prima che etico, un impaccio nel meccanismo-corpo, impossibile da azionare se piazzato in postura aggressiva. Cupo tempo gentile di Umberto Piersanti mette in scena l’evoluzione del sentimento di un siffatto ragazzo, rimette in opera il conflitto tra ideale e reale che ha lavorato sotterraneamente e infine alla piena luce del sole occidentale nel secolo scorso, creando crolli ripetuti e ripetuti risorgimenti: di ideali, di muri e di speranze, di assesti ed equilibri planetari. Si tratta cioè di esaminare ancora una volta l’idea bellissima di comunismo e la sua traduzione nell’antropologia umana.

Il comunismo è bello perché è un’architettura della mente umana quando pensa in poesia e quando pensa che la poesia abbia a che vedere con la faccenda umana. Sebbene poggi sulla medesima ambizione strutturale di fraternità, il comunismo non soffre l’infantilismo del cattolicesimo, prodotto da coscienze che avvertono la necessità di riferirsi a un grande genitore o controllore divino: il progetto dell’uguaglianza e della fraternità comunista è già adulto, attivo e risolutivo, rassegnato alla sola cosa umana, ma che da questa cosa umana vuole spremere il meglio.

Gli uomini ahimé non sono tutti adulti, non tutti gentili.

Il cupo tempo di Piersanti comincia con il mettere in scena lo sguardo superegoico di Andrea, un eteronimo che pensa e guarda da poeta: la violenza dei poeti si concentra tutta nelle parole, in una lingua sempre esattissima e impietosa, acuminata o dura, febbrile e rivoluzionaria – oppure fitta di oasi paesaggistiche come quella del mite Andrea. Umberto-Andrea – cioè l’autore Piersanti – sembra farlo apposta: nel bel mezzo dell’azione, come a controfirmare a distanza di anni la propria dichiarazione di esistenza in vita, la propria cocciuta richiesta di legittimazione, si prende il tempo per contemplare il paesaggio, portandolo in pagina con espressioni a volte davvero felici: Le ginestre spoglie dell’inverno corrono giù a branchi, per balze ripide, verso il mare. Prima di tutto Andrea senza le parole si sente invisibile, dunque ha bisogno di tradurre in verbo anche quello che vede quando va alla cerca di attimi muti di pura bellezza e irrisorietà, quando aspira a essere solo un fiore o una purissima bestia. Ma soprattutto: le descrizioni, queste pause “estetizzanti” nell’evidenza rivoluzionaria, rappresentano una continua rivelazione del mondo e dunque una rivoluzione sommersa – e prematura forse perché non violenta: il promemoria del nostro essere molecole della immensa e rigogliosa natura, premessa psicologica indispensabile alla “gentilezza”.

Se inoltre l’estetica ha qualche radice comune con l’etica, le digressioni naturalistiche di Andrea sono nudi apparati di accoglienza: anche dei nomi della natura, dei suoi uccelli e delle piante sue. Andrea, libero come sono liberi i poeti – e altrettanto solo – manifesta la volontà di mantenere uno sguardo individuale nel collettivo. Lo confessa, poi, che anche quando andava tutto bene c’era sempre qualcosa nella testa. Dunque lo sguardo spontaneamente gli posa su quanto dà pace, fuori di sé, nel mondo naturale che è vivissimo e immobile, entra nel tempo immenso del regno naturale, che dà alle cose umane una proporzione ridicola. Soprattutto se tutto questo avviene mentre l’impronta di una scarpa umana calca la bianca cenere lunare.

Eppure, questo sguardo impregnato di filosofia naturale, come un reagente, un metallo raro, una volta immerso nel bagno rivoluzionario, produce una bolla di anacronismo.

Il problema degli uomini è sempre stato: con quale linguaggio affrontare il mondo? Anche chi sceglie di usare la bussola della parola per orientarsi nella realtà, risolve la questione in modi diversissimi: pensiamo solo agli esiti opposti dell’umor bellico in D’Annunzio e Marinetti. L’adesione del giovane Piersanti – se vogliamo chiamarlo col suo nome – al Movimento è pascaliana, sentimentale più che ideologica: egli appare commosso dalla giovane folla commossa, subisce un fenomeno di empatia, pare che voglia stare nel flusso della vita che s’infutura, che voglia essere umano per condividere le speranze belle di un grande e giovane corpo sociale. Allo stesso modo è colmo di commossa gratitudine nei confronti dei luminosi corpi femminili che gli si aprono. Potremmo dire che anche l’adesione di Andrea al Movimento sia di natura erotica, mentre egli per sua natura inclina a una forma di resistenza passiva: stare seduto per protesta sugli scalini e farsi sollevare dai carabinieri corrisponde alla sua indole. Vero “movimento” è forse stare fermi, in certi frangenti? Il problema maggiore per Andrea-Umberto sorge quando viene accusato di revisionismo. Il decadentismo è ancora “una questione privata” e può ancora essere tollerata. Ma il revisionismo ha a che fare con la realtà politica, è una contestazione della contestazione. Andrea già legge il mondo illuminato dall’eversivo lume dei poeti e in particolare di Pasolini, l’eretico, il quale mostrerà poco più tardi di essere stato tanto dentro l’affare sociale da venirne scaraventato con la faccia nel fango e nel suo stesso sangue. Ma, nei primi anni Settanta, non è ovvio che un comunista prenda le parti di Pasolini che prende le parti dei poliziotti. A questo punto Andrea deve tradire se stesso o la traduzione aggressiva di un ideale di giustizia sociale che condivide in pieno. Il percorso per raggiungere la medesima meta dei compagni in lui sarebbe diverso: quando il Movimento comincia a ficcarsi nell’imbuto di una violenza che pare senza ritorno, Andrea se ne distacca, spaventato.

Tanti anni dopo – adesso – chiuderà questo suo dolceamaro resoconto con lo spettacolo mirabolante di un doppio arcobaleno: a sottolineare, sì, ancora una volta lo splendore della cosa naturale, ma soprattutto, crediamo, a significare luce, che non cede neanche al pianto di tutto il cielo, una tenace e alta risorsa di pace. Senza altra spiegazione che guardare.

Policastro Gilda, Esercizi di vita pratica (Corriere della Sera, 30.5.17)

leggi l'articolo sul blog del "Corriere della Sera"

su esercizi di vita pratica di Gilda Policastro, ovvero la poesia più le strategie del virtuale e senza il fastidio dell'interiorità

In esercizi di vita pratica di Gilda Policastro la così detta realtà è filtrata dalla cultura (con tanto di nomi, cognomi e relative correnti) e dall’intelligenza, la presa diretta sul mondo avviene per lacerti, che vengono composti – o meglio, incastonati – dentro strutture di riferimento del pensiero, con le quali l’autrice gioca come un giocoliere ironico. La poesia di Policastro mi ha sempre fatto venire in mente un muro (per quanto aereo) con inserti di cocci antichi: la realtà, le frasi, sono reperti, che vengono impastati alla materia di un pensiero non più innocente, smagato, che vuole proprio metterci di fronte – o meglio, comporre sulla scena della pagina – la postura di chi mescola cose con cose apparentemente l’una all’altra inappartenenti.

Ma Policastro non è Sanguineti e questi anni non sono il Novecento, è passato moltissimo tempo, molto più tempo del tempo cronologico, tra la mischia parlante e ancora esplosiva dell’esperienza sanguinetiana e noi – e il tempo trascorso ha velato le parole di malinconia, di un senso di smarrimento: abbiamo perso violenza perché abbiamo perso fiducia, non sappiamo più fare la voce grossa perché crediamo di non parlare al mondo. E allora, recitiamo litanie strane nella nostra porzione di mondo, raccogliamo esperienza di realtà, la filtriamo e la restituiamo non più oggettiva ma contaminata dalla nostra esperienza corporale: bellissimo, a questo proposito, il testo 8, che riguarda il corpo e riflette la nostra materia, definita fin dalla prima riga “tutto” – e riflette su quanto questo “tutto” sia vero e inafferrabile; condizione, quest’ultima, sottolineata dall’unica immagine (Untitled di Sabrina Ragucci) presente nel libro, che mostra un corpo femminile di spalle, stappato come si stappa una lattina di birra, una vasca da bagno o una piscina gonfiabile. Il corpo presenta insomma un’apertura innaturale – ma non letale.

Segue un piccolo catalogo di frasi ascoltate in città che, lasciate così sole sulla pagina, procurano un effetto tra esilarante e commovente e collocano, nel grande bianco che le circonda, il popolo in movimento dal quale sono venute. O meglio, dal quale sono state prelevate, asportate a tesi, con nitore chirurgico: sembrano piccole steli di 2001 Odissea nello spazio; ma bianche, non nere, lucidi monoliti di frasi venute a noi da un mondo vivente come da un altro mondo, utilizzate con effetto comico e straniante, perché raccontano – per picchi, per emersioni o per ritagli sarcastici – un popolo simpatico, disincantato e volontariamente superficiale, una fetta di popolo da palestra e da discoteca, una percentuale di Roma nella quale il poeta s’immerge, ma a distanza, come chi debba fare un carotaggio, un esperimento di simbiosi osservata nel mentre la si vive.

Insomma, non sto facendo altro che dire con molte parole quello che è scritto nel titolo, tutto minuscolo come il nome dell’autrice, in stile Prufrock spa: esercizi di vita pratica. Perché davvero di esercizi si tratta, di esercizi propriamente sportivi di vita mondana. Finora.

Poi, nella terza sezione, entriamo nel vivo della materia pensante, addirittura grigia. Allora, lo dico meglio: della materia pensante che viene pensata e anche polemizzata, perché qui si scrive anche del micromondo della poesia e dei suoi abitanti e si scrive anche dei sentimenti aciduli e antipatici che attraversano l’intimo del singolo inserito in un gruppo (“mentre tu baci, io sbadaban, spacco”), dell’io incluso che vorrebbe autoescludersi ma invece addirittura supplica il mondo, con improvviso ritmo rosselliano e con Zanzotto, di “esistere buonamente”, ancora incerto tra riso e pietà, come è apparso chiarissimo nella sezione Nuove inattuali e spingendosi ad affrontare il megatema del comportamento etico, del bene e del male, esibendo in questo caso un senso pratico spiccio e pieno di buon senso, quasi facendo il controcanto a se stessa poeta, iniettandosi da sola l’antiveleno al veleno del lirico, casomai si vantasse di soggiacere non visto.

Insomma, Policastro piace non sforzandosi di piacere: è uno stile. Il suo libro si legge con la soddisfazione di sentirsi in una casa paradossale, in un puzzle (per adoperare il primo titolo dei suoi ultimi Tre esercizi passepartout – bellissimo il secondo, che ha il pudore di criptare il nome del padre, rendendolo così tanto più evidente: come un ufo, un geroglifico, un oggetto sconosciuto, ancora tutto da rimettere in ordine e da decifrare) di elementi poetici, filosofici, quotidiani che però compongono la realtà come la conosciamo, il mondo al quale siamo abituati, fotografa – è il caso di dirlo: le frasi isolate equivalgono a scatti di Instagram – la mischia di reale e poetico che già vediamo nel mondo e abbiamo visto in poesia, ma aggiungendo il virtuale ultimo nostro, il linguaggio da finto discorso diretto, l’istantaneità e la confusione di piani che sono virtù e strategia del virtuale. esercizi di vita pratica è anche un libro dove si ride un bel po’, pure di noi e del nostro senso morale, se “fai il bene e sembri il postal market della sfiga, sfogli e ne trovi un’altra e un’altra”. L’intero libro è una descrizione, intelligente nella sua frammentarietà mimetica del reale, di quanto ci raggiunge mentre abitiamo il mondo, inclusi bagliori sulle nostre stesse profondità, neanche tanto indagate, bensì corrotte da una superficie ben più interessante, nel suo vorticare e nel suo essere intercambiabile, anonima – addirittura fino a dichiarare uguaglianza tra il malato al quale siamo affezionati e che andiamo a trovare e il suo vicino di letto, in uno sguardo paradossalmente ampio e umano che ci fa sentire a nostro agio, a casa, nel mondo noto del quale siamo “pratici” anche noi, noi pure equamente suddivisi tra riso e pena.

Pugno Laura, La ragazza selvaggia / bianco (alfabeta2, almanacco 2017)

Laura Pugno. Il bianco, l’aperto, l’animale - ALMANACCO 2017 alfabeta2 e “alfabeta 2” 7.7.16

Il bianco della solitudine ma il bianco della poesia

In questi primi mesi del 2016 Laura Pugno ci offre la poesia di bianco, uscito in marzo per nottetempo e la prosa de La ragazza selvaggia (Marsilio): due libri che possono essere letti uno come il rovescio dell’altro.

Le figure che si muovono nell’opera di Laura Pugno sono sempre estremamente sole, diremmo anzi che siano governate da una solitudine estrema, che dètta loro scelte esistenziali (nel romanzo: andare via da tutto, tagliare i ponti, sparire – oppure abbandonare, lasciar andare) interrotte da rari, occasionali contatti con altri esseri, altrettanto soli e perduti dentro l’ottusa crudeltà del caso. In tutta l’opera di Pugno il clima è torrido – o gelido – e la natura è totale, a significare l’insignificanza di quest’umano, che porta la sua risata come il blasone della propria specie.

Inoltre, tutte le coordinate spaziotemporali si curvano fino a coincidere: fino a una preistoria del futuro, a un’atmosfera da fantascienza primordiale.

La solitudine de La ragazza selvaggia sembra però risolta per magia da un legame eccellente, che manda a rotoli scienza e ragione: il vincolo di un doppio gemellare, dimostrabile solo nei suoi effetti misteriosi, ma che non è neppure vera alterità, piuttosto quasi lo scindersi di un unico corpo, tanta è la coincidenza invisibile e muta tra le gemelle, tale lo scambio di energie vitali.

Le gemelle Dasha e Nina, venute da un altrove remoto, queste belle irruzioni di un panorama estraneo nella vita dell’alta borghesia romana, sembrano lentamente imparare una felicità fatta non solo di agio del corpo soddisfatto, nutrito e caldo, ma anche di una vicinanza sentimentale, che però non arriva a entrare nel nucleo profondo e impenetrabile dei loro affetti. Dasha e Nina sono una microcomunità, un binomio assoluto, una bolla di spaziotempo interrotto, sono incarnazione del tempo diviso – e però duplicato; irrecuperabile – e però irrimediabile, come il freddo di un infanzia crudele impresso per sempre nella carne adulta.

Il ribrezzo che provano altri è la parte emersa dell’ossessione, il tentativo disperato di autodifesa.

Ma l’incanto non è davvero incanto: nella sfera magica c’è la tensione assoluta di un antagonismo immobile, tanto feroce e dissipante pare la loro lotta, un pietrificato: muori perché io viva.

La morte è un semplice “dissipare calore”, viene detto. I led sul crinale della montagna, che nella prima pagina del libro appaiono come sola divinità possibile, vengono in fine associati alle luci delle candele che si lasciano accese per i morti, accanto al pane. Questo è dunque il sentimento del divino, dell’oltre terreno, di qualcuno che torna per amore. Meglio: che torna perché trova amore, ancora. Sotto forma di pane e memoria.

“Sarebbe stata felice come una che ha attraversato il dolore”, viene anche detto. Come una che abbia attraversato la morte e l’abbandono, ci spingiamo a dire, dirigendoci verso il bianco della poesia, che sembra essere il rovescio commosso del romanzo, la sua scoria luminosa e, contemporaneamente, la sua traccia sommersa. Anche qui, c’è la figura umana nella neve, ma la muta ferocia del romanzo ha pace, questa neve è biancore luminoso. I morti sono stati abbandonati anche in poesia (“nessuno / più versa vino a terra per i morti”), ma dolcemente – anche nella poesia si aggira una creatura di neve, una figura lunare, dalla pelle chiarissima, qualcosa o qualcuno, una forma che cerca una casa, che deve tornare.

Ma “ognuno muove appena / quello che di sé è vivo nel mondo”, dunque questa creatura senza casa, con la remota memoria di una casa e di un’infanzia, che forse ha bruciato la più profonda fibra della sua carne, siamo tutti noi, è ogni essere umano che da vivo desidera tornare, come quello che nell’ottava elegia di Rilke si volta a guardare la sua casa: “Ma chi ci ha rigirati così / che qualsia quel che facciamo / è sempre come fossimo nell’atto di partire? […] così viviamo per dir sempre addio.”

Quella di Laura Pugno è dunque la dichiarazione di un esilio collettivo, che in prosa è una feroce solitudine di bestia che verrà nuovamente abbandonata al suo stesso abbandono – e in poesia trova invece una soglia, un bicchiere di latte, una terra da far splendere con i propri passi e, soprattutto, una socialità, il sentimento di un gruppo umano che si muove e fa cose collettive (“comunità che fa crescere le piante”) e, alla fine, assiste al ritorno: “chiunque abbia occhi / ti vedrà tornare”.

L’esule deve rinunciare al bianco perfetto della neve, alla pace perfetta della neve, alla sua solitudine perfetta, per far parte della comunità e, se possibile, mantenersi per sempre sul bilico celaniano della soglia tra dentro e fuori, tra tasche piene di neve e invece latte e pane caldo e conforto.

La doppia opera di Laura Pugno è dunque descrizione di un confine, di uno stato di esilio che si scioglie come neve e di una solitudine che viene consolata con offerte. Solitudine di vivi e solitudine di morti, che avranno ancora sul tavolo la loro tazza colma di bianco, tanto è labile anche questo confine apparentemente estremo tra vita e morte, tra passato e futuro, tra io e mondo, tra questo fuori bianchissimo e  questo altrettanto bianco cuore, che riportiamo al caldo delle case e tra i fuochi domestici, tra coloro che “contano covoni e capi di bestie”, tra “quello che è donato e che è perduto”. Il baratto, lo scambio, la lontananza. E il calore animale: “e tutto quello che è animale / è vivo, è vivo”. Vivo è l’animale e bianca è dunque la poesia, che sgroviglia l’intricata solitudine animale e boschiva di Dasha, della creatura abbandonata da chi dovrebbe amarla come se stessa, poiché ne è il doppio. Entrambe provenute da un non-luogo, Dasha e Nina non solidarizzano. Se la protagonista del romanzo non è la ragazza selvaggia del titolo, ma colei che l’abbandona e dunque tiene nelle sue mani il capo della trama romanzesca, protagonista del bianco della poesia è la figura che torna o che vuole tornare, che rinuncia a qualcosa della propria splendente solitudine per fare parte di un cerchio caldo di animali umani.

Sappiamo che Laura Pugno desidera tenere separate prosa e poesia. Forse ora comprendiamo il perché: la poesia sembra essere il distillato, la figura alchemica della sua prosa, il frutto lavorato del dolore e della solitudine che spingono e premono, con toni anche horrorifici, sotto la bella pagina piena della sua prosa. In poesia c’è aria, c’è spazio e luce, un “tu” rimarginato e non più o non solo emarginato, c’è qualcuno che parla e dice “vedi, che hai fiducia, / nell’aperto”.

Ci prendiamo l’arbitrio di estendere queste osservazioni alla funzione della poesia: diciamo che la poesia è il frutto del dolore attraversato, il lasciapassare per una gioia più profonda. Se la prosa è il racconto del viaggio, la cronaca di un attraversamento di terre oscure e luminose come boschi, la poesia è l’Aperto, ancora una volta rilkiano, quello che l’animale guarda “con tutti gli occhi”, la meta bella e soprattutto – ma ci vuole tanto tempo, per capirlo –: condivisa.

Quintavalla Maria Pia, China (il manifesto, 2.6.11)

L'ITALIA DEGLI ANNI SETTANTA. UNA PENISOLA ANCORA TRIDIMENSIONALE
su il manifesto, 2 giugno 2011
 
Maria Pia Quintavalla, China, effigie 2010

L'ITALIA DEGLI ANNI SETTANTA: UNA PENISOLA ANCORA TRIDIMENSIONALE 

Tutti quelli che scrivono lo fanno perché hanno qualcosa o qualcuno da salvare, qualcuno al quale dare voce o da risarcire. Nel caso di Maria Pia Quintavalla si tratta della propria madre, Gina, dunque lei tratta insieme dono e lutto – e lo dice così bene: e per una sola di queste parole / sarete perdonati.
In tema di lutto e perdono (anche del perdono irreversibile che noi vivi siamo tenuti a consegnare a chi muore) teniamo a ricordare la bellissima sezione Madreperla del recente La mente paesaggio di Laura Pugno. Ma, dove Pugno procede, in malattia e morte della madre, tirandoci come un pifferaio magico dietro i suoi fascinosissimi simboli, più lattei che mai, tanto da essere cagliati in pani di burro, Quintavalla “racconta”, spiana la vista anche di tutti gli almodovariani legami parentali di una donna posta al centro delle molte orbite del romanzo familiare: manifeste e segrete, remote e presenti. Citiamo ovviamente non a caso Almodovar, in quanto la nostra Gina-China viene dalla Spagna (si tratta della discendente di una stirpe marrana che viveva isolata nel ghetto di Colorno, vicino a Parma) e citiamo Almodovar anche perché il testo ci appare “sceneggiato”, diviso in scene dove le figure appaiono e stanno in formazioni tridimensionali e nella oralità di un discorso a due voci che ruota sui fondamenti di tre parole ossesse: luce, voce, vita.
Crediamo di poter assumere i due versi solo nudo di carne / separata come pietra per descrivere perfettamente, oltre ai veri monumenti erotici occhieggiati nell'infanzia da Maria Pia, la sua motivazione per chiamare China – nome d'inchiostro che lascia segni sottilissimi e indelebili e insieme nome del continente lontanissimo, dell’altrove eccellente – la propria mai veramente disvelata madre, il continente fuori dal contatto che, come l'Arturo della Morante, uno dei più generosi amanti della letteratura, abbiamo già perdutamente amato. Ora: ricorderemo di lodarla. L’interrogazione allo stato di morte oscilla infatti tra una constatazione dolente e serena, pari a quella di Antonella Anedda quando scrive che (forse) i morti non hanno bisogno di noi e la invocazione invece a chi riposa nella conoscenza e viene chiamata in causa come una piccola divinità. Ma è soltanto un momento. Le vite, quando sono finite, diventano così semplici da capire, così “logiche”, così impossibili a essersi svolte altrimenti: a cose fatte si comprende la inevitabilità di certe direzioni prese quasi sovrappensiero, l’urgenza di certe scelte che a loro volta formano i destini, anche il nostro, anche quello di quelli che verranno poi: dei nostri figli, della figlia, qui: Sara. 
Quello di China è anche il racconto di un cannibalismo femminino, che si appiana brevemente alle soglie di una nascita e si oltrepassa per sempre insieme al ciglio freddo e muschioso della morte, quasi in un ritorno all’eden dell’infanzia, al vento della vita non passato ancora / sul naufragio. E così viene in mente il nervosissimo, il brusco e tenero Ottetto per madre di Cristina Annino. Ovvio che alle madri va reso il conto della propria vita, ma ecco che veniamo colpiti da una vistosa differenza: mentre nell’immaginario poetico di Laura Pugno la madre è il frammento centrale di un animale mitologico, una specie di altare bianco e intatto al quale dire ancora e per sempre io ti amo, nella poesia di Quintavalla e Annino la madre è de-scritta nella realtà del suo decadimento ed è da questo corpo infine arreso che viene suscitata una pietà, una passeggiata finale, unafesta Heimattiana dei vivi e dei morti. Certamente diverse le madri, ma ancora più certamente diverse le generazioni: Maria Pia Quintavalla ha vissuto la propria adolescenza durante gli anni di piombo, quando uscire per strada a Milano equivaleva a esporsi a un pericolo. In quegli anni una figlia sedicenne – ce lo racconta lei stessa in China – poteva entrare in casa sventolando provocatoriamente Darwin, Freud e Marx, poteva esporre se stessa e la propria madre al rischio di una rivoluzione, perché le mura domestiche risuonavano già di quanto andava accadendo per le strade: nei Settanta la rivolta era una esposizione universale, si trovava a ogni angolo uno specchio ancora intatto della propria energia e del proprio spavento di inesperti e nervosi gangli di vita, quando non una strage ahimé non simbolica. Credo sia per questo che le poetesse che sono state adolescenti in quegli anni hanno ancora oggi gli occhi fissi sulla realtà, da quella politica a quella così intima della propria madre. Il pubblico: il privato, si sa. Negli anni Ottanta invece la via alternativa, per un immaginario inquieto e rivoluzionario com’è quello dei poeti, erano fatti bidimensionali: i manga, gli ologrammi – che sarebbero diventati gli avatar contemporanei, ovvero il paradosso della terza dimensione virtuale – e tutto ciò schiacciato dalla luce diaccia e piatta dei Neon, portati in poesia da Lidia Riviello. Oppure il solito Dio. Oppure il barricarsi nelle minime cose, volendo dare al termine “barricarsi” una valenza di asfissia circolare: dall’io al mondo, ma soprattutto viceversa.
Nella storia letteraria italiana appare una frattura che alcuni stanno tentando di ricomporre, una omissione in via di soluzione, poiché si sta cominciando a raccontare l’atmosfera di guerra civile di quegli anni, per esempio nel bel racconto dislocato e obliquo di Patrizia Zappa Mulas suPiazza Fontana e per esempio nella quarta parte di China, dal titoloMilano, poi. Maria Pia Quintavalla, come Foscolo, sa benissimo che il vero pericolo di morte è nella amnesia: lo dice con tutta la sua opera e lo dice chiarissimamente alla fine di China, con quel Io mi ricordo, a sua volta legato alle liste di Georges Perec, al Considero valore di Erri De Luca e ai recentissimi elenchi “morali” di Fazio-Saviano, in una concatenazione di legami sommersi, invisibili ai più, che sono tutta la nostra vita e il cantare semplice della vita degli altri che ci rende vivi, sì: finalmente altro da noi! 

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