ATTANASIO (il manifesto, 25.3.11)

PAROLE COME POMODORI AL SOLE
su il manifesto, 25 marzo 2011

 

Daniela Attanasio, Il ritorno all'isola, Aragno, 2010

PAROLE COME POMODORI AL SOLE

Il ritorno all’isola è uno sperone, un raschio lavico di parole incagliate nel mare animato del vivere, è un libro pieno delle ondate di una lingua che si abbassa quasi al parlato e poi si impenna. I versi: il loro andamento, il loro ritmo, hanno un andamento acquatico – e lo stesso la lingua, che scivola dalla conversazione alla lirica su impasti di perfetto equilibrio. 
L’isola di Ginostra è la stanza all’aperto di una memoria amorosa, è un luogo così vero da diventare un simbolo, che viene posto al centro del viaggio. Prima e dopo Ginostra c’è la città di Roma, fatta di cemento e altre materie pesanti che portano su di sé cose leggere e corpi che hanno odore. Essenzialmente si prepara nel vento la fine del libro, tutta ariosa di aria combusta: alla fine si leveranno le fiamme del compianto e di una rapidissima preghiera, fatta spiegando, fatta con pudore, lo vedremo. Intanto, le prime piazze e strade di città vengono descritte per accumulazione di dettagli, è reso sulla pagina il moto dritto del vento e degli oggetti sottili – e soprattutto gli odori, quelli pesanti e domestici delle cucine, quelli che passano con le folate e sono il più lieve, proustiano mezzo di trasporto: attraverso gli odori si entra nelle case e nelle solitudini degli altri, nei loro corpi, sotto i loro vestiti, sugli asfalti. Ecco che dice Attanasio:L’acqua della poesia scorre su cose sporche e / zone d’amore come sui rauchi rumori / di questa piazza – e parla anche da subito di fedeltà al ricordo. Ma la sua memoria non è una figura piegata né ha la testa girata all’indietro, è invece una memoria della quale si fa uso per colmare il futuro. Questo si avverte con chiarezza nella sezione propria del ritorno all’isola, dove l’imperfetto del verbo (imperfetto come tempo verbale e imperfetto come imperfezione della parola-memoria) tira su dalla acque interiori certi grandi cetacei, certe navi ferme, certe febbri d’amore e malattia e sole. 
Chi scrive è ritornata nella stanza del sentimento, che viene detta spoglia, senza tende né specchi: tutto è un dato semplicemente nudo come nudo si presenta a noi l’amore, che ci vuole nudi – e sull’isola torna, insieme all’amore, il morso del ricordo della morte, della completa irragionevolezza della morte di chi aveva solo da vivere: un secondo corpo estraneo di ragazzo spinto dal mare e arrivato fino a noi dalla sua involontaria e casuale esposizione agli occhi di un poeta. Qui il ritmo della poesia segue il ritmo naturale di onda e respiro: si spezza e ricomincia, si spezza e ricomincia. Qui viene detto che le parole diventano simili al loro autore: il poeta plasma la lingua a propria somiglianza. Somiglianza del verbo all’uomo (all’uomo verbale), dunque, anziché dell’uomo al Verbo. La poesia di Daniela Attanasio descrive una cosmogonia rovesciata e piena di adesione alla vita, e lo fa così apertamente: se c’è un libro dei sogni nella / mia vita lasciatelo aperto al / rosso dei pomodori / rimasti a seccare sotto il sole / su tavole di legno. Diciamo allora che la poetessa rende le sue parole simili a se stessa dopo aver reso se stessa somigliante ai frutti della terra al sole. E così, attraverso se stessa, Attanasio cerca un verso che / sanguini fedeltà alla vita: descrive un cerchio di fedeltà, una fiducia. Della parola alla vita. Fedeltà, somiglianza. E soprattutto adesione a tutta la sorprendente bellezza del mondo, anche alla tempesta, che produce poesia feroce e materica e straordinaria e pesante e animata di vere e gravi masse corporali in sobbalzo.
La poesia raschia dentro come altrove raschiavano i freni dei tram le catene e l’aria metallica della piazza romana – ma è il solo raschio delicato che dà ragione alla vita dei poeti. Dopo la massa centrale dell’isola Attanasio, concluso il viaggio, ritorna alla finestra dalla quale è partita: per il momento si mischia al mondo solo con lo sguardo, colpita dalla rivelazione di qualcosa che covava da tempo: è finito l’amore, sono finite la ri-conoscenza e la similitudine. 
La sezione finale è un rapporto di perdite: questo secondo Tempo Presente abita la casa e la persona e il ricordo paradossale della propria morte e quello ahimé vero della morte di un’amica comune, la poetessa Paola (Febbraro), la cui madre si disfa delle poesie della propria figlia come del distillato del doloroso lavoro della carne della propria figlia. La consunzione della carne parallela alla consunzione delle parole. E poi vengono le parole brusche e bellissime, piene di sangue e di amorosa rabbia di Lei, la voce, febbrile unità in dialogo con Amelia Rosselli, la maestra di tutte. Questa ultima parte contiene la testimonianza struggente di chi ha conosciuto e amato e assistito a un imperdonabile declino, a un nuovo imperdonabiledisastro umano, come è detto per Paola Febbraro. Vengono alla mente le immagini di un martirio. Il dolore, il silenzio dell’amore e la conversione: ma a una preghiera di Madonna ai piedi della croce, di essere umano femmina che ha perduto la necessità di vivere. Ora che qualcosa di importante è andato perduto viene evidenziata la parola cuore: è su questa parola che si chiuderà il libro. Muscolo, certo, ma anche convenuta sede di amore. Per questi lutti e per tutto il viaggio precedente, Attanasio si mette a pregare, senza nemmeno avere messo a fuoco la forma angelica alla quale si rivolge: forse si tratta semplicemente di un cuore intatto, della sua bella e sana vitalità, forse dei suoi sottintesi legami. Certo è una forma costituita dal bisogno di chi la prega di trovare doverosa la propria vita. O forse chi prega chiede solo ciò che umanamente ricorda, chiede ancora la gioia come una sana abitudine

CUCCHI (il manifesto, 15.3.11)

LA GIOIA FANCIULLESCA DI UN POETA EN PROSE
su il manifesto, 15 marzo 2011
Maurizio Cucchi, La maschera ritratto, Mondadori, 2011
LA GIOIA FANCIULLESCA DI UN POETA EN PROSE
 
La prosa dei poeti è prosa da poeti. Non dico per la cura della parola – non solo, quella è anche la maschera della poesia – dico che quando un poeta si mette a scrivere (anche prosa, anche saggi o critica d’arte) lo fa dalla sua ubicazione: essere poeta è una postura rispetto all’esistenza, una posa di slancio, come di chi instancabilmente ricominci la fatica e la gioia di pronunciare il non dicibile. I poeti vivono di magnifiche ossessioni e manifestano la caparbietà gentile e infantile di voler pronunciare la parola che “dice”, la parola-oggetto, anche se la loro materia adulta sa che non ci è dato costruire case con l’aria della voce, ma è come ostinarsi beatamente a edificare ad archiviare a stipare pur sapendo che si dovrà morire. Anzi, proprio per ciò! 

Notammo questa bella posizione di fiducia poetica en prose già nel romanzo precedente di Maurizio Cucchi, che rovesciava la conclusione di un dialogo con il padre dell’altro grande poeta e maestro Giovanni Raboni. In un testo dall’ironico titolo Risanamento, Raboni immaginava di rivolgersi a un padre già morto e commentava con lui la distruzione dei vecchi quartieri di Milano, rasi al suolo con la scusa della riqualificazione urbana – fenomeno equiparabile alla infelice e ambigua proposta di Alemanno, appena approvata dalla giunta capitolina, di demolire e ricostruire il quartiere romano di Tor Bella Monaca. Raboni immaginava di dire al padre che in scale, cortili e ballatoi non risiede il male: A me sembra che il male / non è mai nelle cose, gli direi. L’architettura non causa delinquenza, dice il poeta, riferendosi a quel preciso episodio storico e sociopolitico. E l’amico poeta Cucchi, a distanza di anni, posa su noi uno sguardo amplificato, che viene da una compassione filosofica e ontologica e ci dice che Il male è nelle cose, conducendo la descrizione tenera e crudele della immanenza del male, che è anche dentro gli uomini in quanto essi sono cose del mondo. Ma ovunque si sente già il perdono, si sente che Maurizio Cucchi ha una dolce fiducia nella bontà degli uomini, ha una confidenza fanciullesca con i suoi propri simili e col mondo, perché, per quanto descriva dettagliatamente il reale con tutti i suoi oggetti, i suoi paesaggi e tutti i fili d’erba, sotto le sue parole rimane un mistero, quel sentimento nuovo e indecifrabile dell’esistenza e a ben guardare, una irragionevole gioia sotterranea, una gioia fanciullesca. No, ragionevolissima: la gioia e la gratitudine di stare al mondo. Nonostante il dolore, nonostante il sentirsi talvolta “agghiacciati dalla consapevolezza” di dover morire. O, lo diciamo ancora, forse proprio per quello. Ecco che con La maschera ritratto siamo al fianco di un uomo e delle sue scoperte progressive sulla linea maschile dalla quale oscuramente discende e che contiene l’enigma di io, ritornato a sfogliare luoghi, case e paesaggi di cinquant'anni fa. È passato del tempo ma avvertiamo la stessa nitidezza sospesa. La narrazione è condotta quietamente (ricorrono parole come mite e mansueto) ma è attraversata e scossa da correnti sotterranee come febbri o terremoti. Inoltre, i diversi personaggi mettono in scena un ventaglio di età che copre quasi una vita intera, dalla timidezza preadolescenziale allo scarto lieve che non fa abitare completamente il corpo con agio allegro e salute e infine a un “corpo che il tempo ha rasserenato”. Romanzo “malinconico, e a volte tragico” questo, come la vita della madre del protagonista, ma pagine dove la tragedia viene anche detta con pudore, piene come sono di un sistematico e ostinato desiderio di vita, di un capillare assenso a questo mondo che pure ci raggiunge per intermittenze, in certe splendide giornate di sole e all'aperto, quando sentiamo che il mondo ritiene che noi lo riguardiamo, che siamo una sua meritevole, umile, infinitesima parte. In questo bel mondo di 140 pagine non sfugge il ritratto del cavallerizzo quindicenne, che osservando con minuzioso sguardo autocritico tutti i dettagli di una gara, manifesta “il rispetto umile per ogni minuzia che può portare in alto”. È esemplare la leggerezza con la quale, qui e altrove, Cucchi dice la sua sulla poesia. Come se nulla fosse, usando la maschera ritratto del suo protagonista. 
E ancora avviene, andando avanti nel libro come nel vivere, la malinconia per una madre erosa dall'invecchiamento e per la quale si hanno tenerissime parole, tanto più tenere quanto più spazientite, e avviene la delusione di fronte ai luoghi della memoria che magari ci hanno ossessionati. Lei è sempre più minuta davanti a noi che siamo ancora eretti e i luoghi sono sempre più ristretti di come li ricordavamo. Con gli anni si acquisisce concretezza e anche i luoghi devono diventare esatti. Questo è crescere e diventare veri: un bel viaggio per liberarsi di identità presunte e quasi certamente indotte, per spogliarsi del proprio sé abituale e assecondare infine le somiglianze che la nostra carne dichiara. Come dire che si è portato fino a oggi sul volto la maschera ritratto ciascuno del suo idolo, mentre la nostra carne dichiarava da sempre adesione a quello che si credette di odiare ma che non venne mai respinto da tutto il proprio corpo. Questa evidenza ci fa ricominciare più veri, dalla voce del corpo, perché la cessazione di una identità – posticcia: che la maschera cada come cade un pure dolce inganno – lascia al corpo la spaesante euforia di rinascere con il proprio volto.

SICA (il manifesto, 30.1.11)

CORPI GRANDI COME IL MONDO
di Maria Grazia Calandrone
su Il manifesto - 30 gennaio 2011

 

Gabriella Sica, Emily e le Altre – con 56 poesie di Emily Dickinson, Cooper 2010


CORPI GRANDI COME IL MONDO
 
In questo libro appassionato, impertinente e terremotato Gabriella Sica fa quello che vuole, compie un viaggio irregolare secondo la mappa delle sue passioni all’interno dello sterminato e sublime pianeta Dickinson: traduce (la Dickinson), fa poesia in proprio e innamorati commenti alla poesia altrui e racconti biografici di chi è già stato attraversato e ha tradotto (la Dickinson). Il risultato è il levarsi di un coro eseguito nel nome di Dickinson da molteplici voci che ne assumono, fedeli o assonanti, la lezione di tenebrosa luce. Se, come è detto, identità è conoscersi attraverso il molteplice, ecco che Emily Dickinson ancora una volta conosce se stessa. 
Emily e le Altre non è un libro per signorine, è un libello che ci tira in faccia pallottole impastate di luce e gelo – buio ed altezza, per dirla con Celan – è la chiamata in causa di una parte della comunità dei vivi e dei morti che collabora attraverso i secoli alla ricostruzione della bellezza perduta, del Paradiso che si può tenere nelle mani perché il Paradiso è una scelta. Eccola, Emily: ecco lei che, da quel punto minimo che fu il suo corpo, volle rovesciare il mondo. Il libro regge in piedi sul nero della copertina il vulcano di una minuscola sacerdotessa, immobile e ribelle, come scolpita dalle sua parole, una ragazza piccola e vestita di bianco che annuncia il passaggio del suo corpo morto tra ali di grano. Eppure quella della Dickinson è poesia tenuta insieme dalla luce e dalla “doppia vista” di Leopardi, ovvero dalla capacità che hanno i poeti di vedere l’infinito nel niente di un oggetto. 
Nella introduzione Gabriella Sica espone il problema di essere insieme donna e poetessa, ovvero un corpo-cardine di due felicità che confliggono. Infatti, sebbene la scrittura della Dickinson sia sempre dedica, il suo “tu” è distante e comprensibile solo per Grazia, come Dio. È recentissima l’acquisizione che si possa figliare e poetare con il medesimo corpo. Gabriella Sica – tra le prime ad avere osato sfidare tanto la felicità terrestre! – descrive il mondo dell’Altra che, pure chiuso, apre il suo spiraglio, la sua fredda corrente sull’infinito. Così è condotto con partecipazione il discorso sui corpi dei poeti, ovvero sul discorso fatto di corpo: occhi fissi nell’infinito molecolare delle stanze e dei fiori che vengono catalogati senza che mai si spenga la poesia. Vestali della parola. Non sappiamo se sia necessaria la rinuncia, sappiamo che per molte è stato così: ecco le due Emily, Brontë e Dickinson, con i corpi saldati al paesaggio, corpi lirici o carnali di donne smisurate dall’amore non fatto, corpi enormi per la tensione su tutto il silenzio e la lontananza, arrampicati su tutta la pianta del Tempo. Ed ecco Sylvia Plath e il suo sposo Ted Hughes che, vedovo di lei, vorrà suscitarla dal mondo dei morti appena prima di raggiungerla, ecco l’ironica lezione di Elizabeth Bishop intorno all’arte di perdere, ecco messa alla luce la discendenza di certa extrasistolica Rosselli da certa Dickinson. Questi e altri corpi diventano un paesaggio composto dalla tensione degli arti che si smisurano per fabbricare colonne e ponti, esseri umani vivi e veri che sfamano la tigre assenza con parole che sono fibre, fibrillazioni, legamenti e articolazioni del discorso, pieno di numeri, api, libellule e lapilli di lava incandescente. Vediamo corpi capofitti nel vuoto fino a vederlo splendere del proprio fuoco. 
E’ emozionante rileggere le poesie della Dickinson così contestualizzate: sembra che lei sia qui accanto, irridente e selvaggia: figlia, sorella e madre nel grande libro scritto da generazioni di scriventi: Celan, Brontë, Plath, Hughes, Browning, Campo, Guidacci, Bishop, Campana, Rosselli: nomi che fa bene tenere stretti insieme in uno sguardo, nomi di eroi disincarnati che morirono per la bellezza, come i martiri muoiono / Per la Verità ma delle loro Proprietà – così ignari / Che il Furto – non li può danneggiare, anzi li prosegue e li espande, li dissemina in noi come profeti e sentinelle di quelle fortezze di bellezza fatta dai loro corpi diventati Parola. 

MAGGIANI (Poesia, 2011)

MAGGIANI, SCIENZA ALEATORIA
in Poesia, 2011

 

Roberto Maggiani, Scienza aleatoria, LietoColle, 2010


Nelle quattro sezioni della Scienza aleatoria di Roberto Maggiani entra con decisione il suo corpus sapienziale di fisico: la persona Roberto Maggiani è veramente laureata in fisica e il poeta – che egli stesso è – ora desidera che questa sua dottrina, altra ed affine e fino a oggi sommersa, risalga la corrente per arrivare alle sue parole di poeta come affiora un sorriso di pace in un volto. Sembra proprio così, perché il poeta sana la frattura del reale che lo scienziato ha appena scomposto, la ferita che il corpo umano forma e riforma con il suo volume in movimento.

Il mondo – qui presentato in stile cristallino, ma secondo il dettame di una scienza appunto aleatoria – è organizzato in atomi molecole e cellule ed è un mondo emerso dal possibile, è solo una delle infinite possibilità – o la sola? – e dopo la sua emersione sono apparse la nostra possibilità di immaginarlo e di “nominarlo”. Maggiani dice emersione, non dice aggregazione o espansione, dice che il mondo apparve come una cosa che prese luce dopo un inconoscibile buio sottomarino che tutto precede, dice di un mondo dove reale e immaginabile sono funzioni a tal punto intercambiabili che il mondo appare sorretto dalle parole del primo uomo. Ammettiamo questa potenza biblica del Verbo sebbene sia qui negata l’onnipotenza creatrice del Dio che immagina il mondo e gli uomini per la sua propria festa.
Siamo solo all’inizio: il volume forma una parabola ascendente che poggia i piedi sulla celebrazione della rosa, sulla iniziale osservazione del reale e, passando per la sua formulazione fisica, arriva alla affermazione della sussistenza di un pensiero assoluto e immortale che organizza il per sempre delle cose, ovvero gli atomi, invisibili come sono invisibili i santi che provano pietà di noi, se alla fine intercedono in nostro nome. Gli atomi, s’intende, mica i santi!
Sono stata recentemente a vedere Copenhagen di Michael Frayn, testo teatrale sul principio di indeterminazione di Heisenberg ma che riflette soprattutto sul dualismo tra la gioia della ricerca e l’etica (nel caso specifico, addirittura intorno alla scoperta della bomba atomica). La storia dice che Heisenberg “dimenticò” di controllare alcuni conteggi sbagliati eseguiti da altri. Dato l’errore, gli risultò che la possibilità reale di sganciare ordigni nucleari fosse remotissima. È ovvio che la storia lo smentì. Il drammaturgo Frayn immagina dunque che il fisico Heisenberg abbia compiuto questa omissione inconscia, proprio lui che sosteneva che dove i calcoli sono esatti risiedono verità e certezza, perché non ne voleva sapere di arrivare a comprendere che fosse possibile realizzare la bomba e che lui potesse figurare come complice anello di una catena di scoperte che avrebbe portato al disastro. 
Questo sbaglio – vero nella storia della fisica – e l’interpretazione letterararia dello stesso, entrano a proposito nella lettura di Scienza aleatoria perché, secondo l’interpretazione dell’errore data da Frayn, parrebbe valere anche per Heisenberg il bel verso di Maggiani: Creo stelle e le creo alte potenti e belle. Questo verso illumina con un lampo interiore il confine tra la poesia e la realtà dissezionante e bombarola: la scienza quando è altissima diventa poesia (e altre declinazioni di laica religiosità!) – e la poesia chiede al mondo tutto tranne uccidere. L’omissione di Heisenberg e la doppia anima di Maggiani sono figlie della stessa madre-poesia.
Infatti Maggiani nella bellissima Equazioni di Maxwell del campo elettromagnetico si esprime così: Belle formule, di bell’aspetto, voglio leggervi / in spirito di poesia / come quattro piccoli versi del grande poema, la luce: Il rotore del vettore campo elettrico E è uguale a meno uno su c per la derivata parziale del vettore campo magnetico H rispetto al tempo t.
Queste parole e i disegni stessi delle formule sono poesia perché contengono insieme la realtà e il mistero del mondo. La poesia, come la fisica, sonda cose visibili e invisibili per arrivare alla conoscenza, anzi a quel minimo comun denominatore della conoscenza che ci riguarda tutti. In fisica: alla scoperta che tutti noi e tutta la materia siamo fatti degli stessi elementi combinati. In poesia: che tutti siamo composti degli stessi elementi emotivi. Infatti Heisenberg sbaglia i suoi conti. Altri no, altri sono riusciti a portare a compimento la loro opera. La deviazione della scienza dal solco della poesia sta nel fatto che i risultati della ricerca scientifica modificano vistosamente la realtà e possono essere usati malamente da altri. O forse in alcuni casi la febbre della teoria – l’ascesa e l’ascesi del pensiero – diventa tale che non si calcolano più le conseguenze reali delle proprie scoperte. E la poesia ha scarsissime conseguenze dimostrabili.
Lo dice lo stesso Maggiani: l’intelligenza attua nuove complessità / che la natura non potrebbe realizzare / se non si fosse dotata / di tale cerebro-marchingegno. Ecco come la funzione-uomo interagisce inoppugnabilmente con il creato e, ancora di più: Dio sa che senza la nostra vita / l’universo è sprecato. Tanto ottimismo nonostante la constatazione della sporcizia e del silenzio dei nostri corpi è commovente: qui è anche evidenziato che noi siamo ferite dello spaziotempo che rimarginano con la nostra morte. Nel concetto stesso che lo spazio che occupiamo sia uno sbrego nel grande silenzio dell’ordine universale, sta la preziosità del segmento brevissimo e provvisorio di questa nostra apparizione. 
L’ultima parte del libro, come è giusto che sia, dalla formula fisica evolve alla ubicazione divina, individuata sulle cime degli alberi in una solitudine ventosa e terrestre, sebbene il buio, gli occhi chiusi, lo sprofondamento nella materia, siano i luoghi dove spesso s’incontra più luce, dove più chiaramente si rivela il Logos e nella irremovibile oscurità della morte germogli pure il seme di un nuovo mondo. La scienza aleatoria è dunque la zona dove i calcoli non tornano perfettamente ma dove si è più prossimi alle colonne di fuoco del corpo universale, sul quale la poesia – anziché la morte – si adagia come un manto di stelle immaginate e dunque reali: cioè vere, e regali. 

De Signoribus (25.2.10)

Il libro di Evelina De Signoribus comincia con la parola desolazione. Eppure no, Pronuncia d’inverno è un volume chiaro, casomai di disagio terrestre, questo sì, ma di una trasparenza consapevole e affermata da un apparente stile colloquiale, ma in effetti lavorato con una lingua estremamente avvertita.

Ci muoviamo da subito in un corale di creature che manifestano gesti e pensieri ma non hanno quasi corpo, sono trasumanate e assunte in una luce allegorica, in una mischia vivissima di visibili e invisibili dove non distinguo più i vivi dai morti, egualmente vociferanti.

Chi è Elsa, chi è Anna, chi è la signora di fronte, alla quale è dedicata la sezione dal titolo bellissimo appunto L’altare della signora di fronte? Chi sono questi portatori di destino un po’ miseri che si attraversano perché sono spalancati come piccole soglie su gesti all’apparenza quotidiani ma segnati da una inconsistenza, da una sottilissima inquietudine e fragilità? Troviamo, in questa giovane poetessa, la maturità di un sentimento già a posteriori, a volte quasi postumo: chi scrive guarda alle cose senza nessun altro intervento che non sia un’accoglienza precocemente materna, anche nei confronti degli avi, quando il mondo al condizionale, il binario parallelo alla vita evidente si manifesta attraverso il loro odore domestico. L’attitudine usa dei propri sensi e non è passiva e la poesia non è medianica, bensì contiene spostamenti ed è fatta da oggetti. La perizia sta tutta nel lasciare spiragli, negli interstizi di luce, negli spazi in sospeso tra le cose. Torna alla mente una delle più belle poesie di Per un secondo o un secolo di Cucchi: Attorno i vicini storpi che annusano, / sul portone il camion rosso dei pompieri / e le tue povere urla sulle scale, / mentre ti portano via seduta, / piccolo corpo dal viso stravolto, depresso, / che ogni tanto riesce a abbassarsi dolce / per dirmi: “Mi ricordo di lui, / così maschio e gentile, / mi ricordo di te, che volavi al laghetto / e alzavi le braccia, uccellino felice di vivere. / Io ti chiedo perdono, ma è andata così”.

La stessa fine meridiana, la stessa malinconia del ”a cose fatte”, le somme tirate dopo, nella vecchiezza che non chiede più nulla ma assume il suo proprio destino senza quasi più peso.

Ma, mentre in Cucchi i fatti sono i fatti, in De Signoribus si avverte uno slittamento millimetrico: gli oggetti sono sempre lievemente altro da sé: spunti, porticine o portali, cunicoli, deviazioni dello sguardo e, dietro lo sguardo, di un cuore semplice. Siamo in un mondo all’improvviso pronto a diventare un altro mondo, a mostrare la sua crepa, il sorriso del vivo che non è un sorriso ma il margine di accesso a una pregressa incolumità, perché di questo si tratta: Evelina De Signoribus ha nel cuore un mondo ancora intatto e sono in lei continui i gesti di compassione terrestre, venuti da un mondo prima del disincanto.

Altra protagonista non secondaria di questo giovane inverno è la casa, dalla soffitta alla cantina: il corpo vivo della casa esplorato nelle tubature grevi, nei suoi contenitori abbandonati, nei cavi conduttori, nei segreti allacciamenti, nel mobilio manifesto, nei cartoni, lacerti, nei dettagli dell’uso e del disuso, fin negli sgabuzzini.

Casa rifugio dal freddo esteriore e però casa che resiste alla nostra completa ispezione, casa inquieta ma senza dolore, una casa organica ma inerte, nella cantina della quale la specie umana si consegna alla polvere.

Rimane chiuso fuori il brusìo insidioso del prato.

Cosa stiamo denunciando dal principio infatti se non una separazione, una grave perdita di compassione e di sensitività? Cos’è tutto questo libro se non una dichiarazione di Resistenza? Di veglia, per meglio dire ancora: Per questo non dormo più e vi vengo a svegliare. Sono tempi, ci dice Evelina De Signoribus, nei quali bisogna tenere alta la guardia come sentinelle notturne, ci sono interni strapieni che bisogna setacciare con la cura che si deve alle cose comuni, voci domestiche delle quali sarebbe vivificante rintracciare gli echi.

Di sacro ci sono le mura, forti e consolidate, una sorta di perimetro di sicurezza fuori e dentro il quale tutto pullula e ci abitua al mestiere di vegliare, ci risolve a far entrare il caos di fuori e, se si riesce a infilarsi in un passaggio sconosciuto della giornata e ci si pone in una posizione propizia a un avvento, si cerca di pregare, poiché non si desidera nient’altro.

Nella sospensione del desiderio, dunque, in un canale del giorno, si rinviene questo bisbiglio quasi casuale, si aspetta che qualcosa avvenga – o ritorni. Non si può trascurare questo passaggio, né i due bellissimi versi poco distante: tu sei dove siedi come una bellezza scandita / in una crisi terrena. E io ti farei da scudo / forzando questo chiodo di tensione. Si sente la forza di queste parole, il sacrificio fiero della persona che è dietro le parole. E la paura che le fa scorrere il sangue.

La scrivente si offre quale risarcimento, assume aspetti da ultimo titano / pirata e sirena del suo vanto. Il corpo del poeta è un oggetto sensitivo inscritto (e forse scritto) in un mondo insensibile, un luogo di percezione, come dice bene Enrico Capodaglio nella sua bella introduzione: è diventata impresa da mistici abitare poeticamente la terra. C’è infatti quasi una santità in questo corpo mite che si espone ad assumere il mondo assumendo una forma materna e omnicomprensiva. C’è una strana, una quieta, una serenissima perfezione. Dunque Evelina De Signoribus fa poesia “civile” nel senso più nobile, custodendo i simboli e la segnaletica della memoria.

Inoltre Pronuncia d’inverno è anche un libro di ascendenza poetica “matrilineare”, in quanto poggia le persone in alcuni ambienti aneddiani: l’inverno stesso, la enumerazione degli oggetti, la tregua, il vivere occidentale, c’è la stessa malinconia serena e lo stesso offrirsi come parabola: parabola come antenna ricevente e parabola come racconto evangelico. “Io” mi uso per ricevere il mondo e restituisco in forma allegorica il tracciato di senso che ho ricevuto. Ma soprattutto parlo di cose vere. Parlo del richiamare quei gesti sbagliati e trasformarli, / renderli amore: questo è il desiderio, l’alchimia che si cerca – ma dove? Dapprima spinti nell’abbraccio umano, che ci restituisca il corpo o almeno l’impressione di identificarsi in un corpo che pare quasi morto per mancanza di nutrimento amoroso. Ma subito cerco di ripartire dai nomi delle cose certe. Ecco dove si trova la Casa.

Se ci vogliamo addentrare in un disvelamento arbitrario, diremmo quasi che la persona abbia edificato sacre mura, una pelle traslucida di parole e dentro porti un caos governabile – e dall’esterno alla semplicità del cuore lasci spiragliare il mistero serpeggiante, pullulante e struggente della natura. Quando è sopportabile.

Cerca nel sito



"Poesia"  "Nuovi Argomenti"  Nazione Indiana  le parole e le cose  Iris di Kolibris Lpels

la Recherche  Atelier Poetarum Silva  vibrisse  Dedalus  PennSound  Panorama Cultural

la27ora del CorSera

Rai Letteratura

Radio3Rai