DE ANGELIS, Incontri e agguati (Corriere della Sera, 24.4.16)

Milo DE ANGELIS – Incontri e agguati (motivazione Premio "Luciana Notari")
 
Corriere della Sera, 24.4.16
Cosa rende poeti?, mi chiedo. Il coraggio, mi rispondo
 
 

Al principio si parla di una morte inserita tra cose quotidiane, si parla di una trattativa millimetrica, di una sottile guerra d’intelligenze, di apparizioni e  scomparse di lei, che arriva sempre mirabilmente inattesa. La lotta del poeta è anche con se stesso poeta, forse, anche per mettersi finalmente a tacere, per stare dalla parte della morte. Eppure no. Eppure rinviene sempre, ancora e sempre rinviene, dentro di sé, quel silenzio incantato e involontario, che germina e fruttifica in una parola perfetta. “Precisa”, come scrive lo stesso De Angelis. E preciso è il grido di amore e dolore che rivolge al figlio: grido di padre che non può aiutare un’esistenza che si è staccata dalla sua, doloroso assenso di genitore che non può consolare quel buio oscillante nella fronte del figlio, quell’immeritato castigo. Ne segue la dedica a un Mario, probabilmente Mario Benedetti, anch’egli fatto irraggiungibile, chiuso in un tempo onirico dove vede “qualcosa di buono e lontano”.

Cosa rende poeti?, mi chiedo. Il coraggio, mi rispondo. Il coraggio di sentire – e poi di scrivere versi come “e io adesso ti rifiuto / e ti amo, come si ama un seme fecondo e disperato”. E il coraggio emotivo e umano (prima del poeta è indispensabile l’uomo!) di De Angelis, meglio si manifesta nella rischiosissima ultima sezione, Alta sorveglianza, scritta sul carcere di Opera, dove De Angelis insegna e dove è stretto a riflettere intorno all’uccisione della cosa amata, come scriveva amaramente Oscar Wilde dal carcere di Reading. Nel carcere le parole fanno diga al veleno del silenzio: il silenzio del carcere non è quello atemporale e onirico che abita i poeti, è il silenzio feroce di una morte in vita che, come la morte della prima sezione, sembra iniettare “nell’alba il suo buio primitivo” e lascia dilagare una disfatta, una disfatta solitudine, non la fusione cosmica all’esistente. Dunque, ai detenuti occorre parlare con parole che siano anche semplicemente suono, testimonianze sonore di esistenza in vita. Se l’omicidio è potuto avvenire, è stato perché tutto era solo “pensiero”. Come per Gustav Richter, il giardiniere di Spoon River. Ma qui si tratta di ben altro pensiero, si tratta di fissazione del pensiero e di una lontananza che non induce alla pace, ma all’amplesso finale di amore e morte, a quella donna uccisa da vicino come per amore, ma a colpi di coltello. Il carcere di De Angelis è sì nebuloso e interiore, ma è anche vivo, popolato e reale: il poeta non risparmia stoccate ai volontari e ai preti predatori, ma il bellissimo Incontri e agguati si chiude con lo struggente corale di chi ha assassinato e adesso è abitato dal fantasma del proprio omicidio, messo a disposizione di tutti – e chissà se stiamo infine cantando la nostra salvezza, tracciata a mani nude sull’asfalto o, piuttosto, una condanna a morte desiderata, la nostra: “esecuzione”.

Paul Celan, Salmo (cultweek, 14.3.16)

Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno, dice Cristo. Io credo che non sapere quello che si fa sia la peggiore delle responsabilità. Soprattutto non avere coscienza del dolore che si arreca, perché significa ignorare l’umanità dell’altro, negargli il suo statuto di creatura viva, il suo eguale diritto a essere ascoltato e rispettato. Significa trascurare un essere umano al pari di un oggetto di servizio – una penna, un cucchiaio, un “pezzo”. La mancanza di questa compassione è la cecità dell’anima che macchia ogni giorno della nostra vita e prelude alle stragi.

cultweek

PAUL CELAN, Salmo (traduzione di Giuseppe Bevilacqua)
 
Nessuno c’impasta di nuovo, da terra e fango,
nessuno insuffla la vita alla nostra polvere.
Nessuno.

Che tu sia lodato, Nessuno.
E’ per amor tuo
che vogliamo fiorire.
Incontro a
te.
 
Noi un Nulla fummo, siamo, reste-
remo, fiorendo:
la rosa del Nulla,
la rosa di Nessuno.
 
Con
lo stimma anima-chiara,
lo stame ciel-deserto,
la corona rossa
per la parola di porpora
che noi cantammo al di sopra,
ben al di sopra
della spina.

Porto da molti anni il Salmo di Paul Celan nelle scuole e nelle carceri, lo faccio leggere ai ragazzi in coro (purtroppo nella sua traduzione italiana), come esempio di una indispensabile rifondazione spirituale.

Sappiamo tutti quel che scrisse Theodor Adorno sulla barbarica inopportunità di fare poesia dopo Auschwitz. Ebbene, Celan per primo smentì il filosofo, scrivendo in diretta dalla Shoah: perché la poesia non è estetizzazione del dolore, come probabilmente equivocava Adorno, bensì presa in carico del dolore umano, soprattutto di quello degli altri, allo scopo di renderlo testimonianza di dolore e bellezza, a disposizione di tutti.

Per “bellezza” intendiamo la capacità di stare davanti al dolore e all’orrore, fissarlo fino a quando si trasforma in un elemento sopportabile del creato. Poesie come questa servono a includere il dolore e l’orrore nell’umano, a non espungerlo da noi come se non ci appartenesse. Tutti possiamo compiere il male: ben lo sapeva Primo Levi e, con lui, tutti coloro che sono sopravvissuti alla Shoah, a prezzo di compiere chissà che azioni (anche semplici sottrazioni, omissioni di compassione) che in tempo di pace sarebbero state inimmaginabili. La “zona grigia” dell’uomo, la contaminazione del male. Questo fu il motivo per il quale molti dei sopravvissuti si tolsero la vita: più che il ricordo del male subìto, il ricordo del male che, in quelle condizioni estreme di umanità ferocemente ridotta all’istinto primario della sopravvivenza, essi stessi avevano compiuto. Questo è l’imperdonabile. Molti sopravvissuti hanno scelto di dedicare la propria vita alla testimonianza. Levi fece entrambe le cose: prima lasciò delle testimonianze, ancora oggi fondamentali, poi decise di andare via per sempre.

Salmo di Celan e gli altri testi scritti a partire da quel tempo storico, per il fatto inconfutabile di essere stati scritti, mostrano la necessità della sopravvivenza della poesia oltre un punto di orrore che ad alcuni pareva di non ritorno. Sono testi perfettamente etici, infatti, proprio perché testimoniano e non eludono.

Salmo, inoltre, assume ad argomento proprio questo ragionamento di necessità: in un momento storico nel quale Dio manifestava la propria assenza (“Nessuno c’impasta di nuovo, da terra e fango”), Paul Celan, con questo testo, rifonda una fede, rispondendo a un’esigenza interiore nella quale si riconosce la parte più sensibile dell’umanità: voler fiorire, sebbene incontro a “Nessuno”, per cantare “al di sopra” di ogni “spina”: storica e, dunque, spirituale.

Al di là di ogni usurato disincanto, al di là del triviale cinismo al quale la politica dell’individualismo ci vuole piegare, al di là di ogni banale fraintendimento intorno all’eticità della bellezza, al di là dei sentimenti di soffocante, asfittico “realismo”, Celan afferma, con sofferto vigore, che realtà è anche il nostro bisogno di cantare.

In un tempo come il nostro, nel quale l’orrore è diffuso così capillarmente che siamo assuefatti a una quotidiana strage di innocenti, trovo indispensabile ricordare e ripetere come un mantra il Salmo di un uomo che ha visto disperdersi la cenere di corpi altrettanto innocenti (“i tuoi capelli di cenere Sulamith scaviamo una tomba nell'aria là non si giace stretti.”). E ha cantato lo stesso. Sapendo di fiorire incontro a “Nessuno”.

Caterina SAVIANE (DOPPIOZERO, 3.2.16)

DOPPIOZERO – 3 febbraio 2016

Tachicardia
 
… Se non nell’allegria di un’assonanza
un verso – ti porgevo
come una malattia
come l’amore stesso – un giorno
dietro giorno e notti
e assieme sempre – stare morendo
 
l’unica morte – intendo – quella dei vivi:
(memoria mia,
raccontami solo la bellezza
poiché fra tutti i dolori
non c’è simile solitudine al mondo
dei gesti inattivi
del viso – stretto
come una bocca priva di bacio
delle frasi volgari
udite apposta per far ridere)
 
Ma la tua curiosità senza erre moscia
oltre la povertà – l’immensa
ricchezza di essere un macigno:
dove trovavi – bimba mia
azzurra e bellissima,
tanta tracotanza di vivere
la tenerezza di tenermi ancora
tanto ottimismo? –
 
(… Se non nell’allegria d’un’assonanza
un verso – ti porgevo
come una malattia
come l’amore il sesso – notte
dietro notte e giorni
ci dicevamo strette: “Stiamo morendo!”)
 
Milano, 10 luglio 1986

Caterina Saviane, Tachicardia letta da MGC


Caterina Saviane, Pin Occhio letta da MGC

Caterina Saviane si manifesta subito come una creatura eversiva, arresa al “pensiero innato” della “petula poesia”. Petula come petulante o petula come scorreggiona? In ogni caso, il neologismo non evoca niente di pacificato.

Il rapporto tra Saviane e la poesia è infatti fisico, sessuale, guerriero, disperato, traboccante rabbiosa tenerezza. Lei stessa autrice, pensante e pensata dal pensiero-poesia, suscita disperante tenerezza, in noi che ormai sappiamo com’è andata a finire: occorre dire che morì di overdose a trentun’anni, non si sa se per scelta o per sbaglio, ammesso che tra i due termini della questione si ponga mai un’antitesi.

Occorre dirlo per onorare la coincidenza tra la sua poesia e la sua vita. Scrive Maria Pace Ottieri, nella sua sentita introduzione a appénna ammattìta: “Camminava saltellando, si sarebbe detto che i marciapiedi fossero elastici sotto i suoi piedi, aveva un’energia inesauribile e il potere di far sentire chi le stava accanto pavido, comune, banale, una sentina di miserabili aspirazioni borghesi.” Saviane stessa ci offre una somigliante descrizione di sé: “il Tempo sta alla Terra, come l’Amore – all’uomo / Figlia di questa incinta forza dissennata: mi aggiro, / mi rigiro come vaso di cristallo in mezzo al piombo, / come febbricitante iperbole tra i sedicenti sani.”. Un’eccessiva che piacque a Zanzotto, una creatura fatta per scandalizzare.

Viene in mente un passo del Pilade di Pasolini: “Non sentiva nulla / – nel silenzio immedicabile del mondo – / se non la sua carne / […] / Sono pronto ad amarti; / come se tu non esistessi, / ed esistesse solo la mia pretesa”. Ma, a differenza di Pilade, Caterina Saviane è femmina di parola. Questo significa che il rapporto che instaura con le cose dev’essere per forza duale: il corpo è parola e la parola è corpo. Lo stesso equivoco che l’autrice gioca sul tema-corpo della poesia-amante significa questa dolorosa e smagliante duplicità, che non è scissione, ma raddoppiamento: come se ogni parola proiettasse sempre l’ombra di un corpo e i corpi, ovunque nominati, l’ombra di una parola, di un’idea-poesia, di una dea-poesia: “come dentro la materia, si sta così, a spiare / l’idea che, ancora innata: / NASCERÀ NASCERÀ NASCERÀ”.

Saviane si rivolge infatti a una Poesia dotata di corpo organico, certo, ma si rivolge pure a un’amante femmina: elusiva, desiderata e infine disamata senza rimpianto: “La tua fica / non l’amo più hai sentito? / Non l’amo più, né mi aggrada / Il ritornare a farlo”, perché troppa è in lei l’ansia di vivere, per continuare a trascorrere i propri giorni inseguendo colei che non la vuole. E dunque: “(Rimozione forzata: intendo di té!)”. E dunque: “Sul cuore come minuscoli passi d’animale / Rumori selvatici – il tema multiplo del male. […] il lento incalzare del dolore. Presto / corriamo al bacio – ché si muore.”

Facile immaginare che Caterina Saviane si sentisse in costante pericolo di vita, visto quel che faceva a se stessa. Facile immaginare che al suo “innato” febbricitare si fosse aggiunta una fretta di vivere dovuta al rischio mortale che lei stessa infliggeva alla sua vita.

 

Questo che abbiamo scelto è uno dei testi più trasparenti e piani (e anche uno dei più brevi) del volumetto, uscito l’anno scorso per nottetempo: 61 pagine dove l’autrice si diverte a incastrare e giustapporre lirismi (“il sacro sonno della Bellezza che mi respira affiànco”), onomatopee (“Oh, kamikaze farfalle / scappavate fatali / contro ceco clan clan / clan clan / clan destine”), parlato (“di palo in frasca”, “fica”, “a zonzo”, “come ’na pazza sto”), giochi di parole (“brésa della Pastiglia”, “inverecondoscéne” “occhi stuprofatti dal vespero perenne”), guidata da una musicalità euforica, scatenata, irriverente, battuta su ribattuta: una dominante insistita e, con ogni evidenza, necessaria a deporre sulla pagina almeno un poco della sua esuberante energia di vivere, della sua fame di essere VISTA.

L’immagine che emerge – ahimé – come un fuoco fatuo ad apertura di libro è infatti quella di una pasoliniana “disperata vitalità” – ma vissuta più avanti nel tempo: negli squallidi, edonistici, terribili anni Ottanta, con il loro vuoto politico, le loro adolescenze disorientate dalla solitudine sociale, che la sottoscritta ben ricorda, le loro cotonature, la luce fredda e bianca dei loro neon (dei quali la nostra Lidia Riviello è cantora), che rendeva tutti già un po’ salme, pesci d’acquario, sagomine distanti. Inoltre, come abbiamo scritto, Saviane viveva la sua fame psicofisica di contatto psicofisico da dentro un’esistenza che subiva gli smottamenti delle droghe pesanti. La sua è la ribellione della carne viva in un mondo di plastica e di apparenze dove nessun vivo si sentiva più tale: d’improvviso non c’era più un “noi”, non c’erano i compagni d’utopia insieme ai quali affrontare il futuro sapendo di appartenere a una giustizia simile alla bellezza, a una grande speranza.

Ma ve lo immaginate un temperamento di fuoco come quello di Saviane con le spalline imbottite e i capelli montati sul cranio come spume ordinarie?

Pare proprio che il mondo dove viveva non fosse buono con lei, creatura vivamente desiderante e dunque fuori luogo, nata troppo presto o, più probabilmente, troppo tardi. Forse negli anni Sessanta sarebbe stata felice, si sarebbe sentita a proprio agio, accolta in ogni istanza della propria concretissima ragion d’essere, del proprio ardore di vivere.

Chi lo sa a chi è rivolta la poesia che abbiamo scelto, chi lo sa a che creatura si stringeva Caterina, sentendosi morire: se a una creatura della propria mente o a un’amante di carne, alla quale offriva, notte dopo notte, il proprio sesso e le proprie poesie, o alla poesia stessa. Chissà chi era quella sua bimba “azzurra e bellissima” che la teneva accanto e la teneva ancora.

Chi sa se, come Rosselli, una volta abbandonata dalla poesia, anche Saviane venne abbandonata dalla vita. Noi non possiamo che attenerci ai fatti: l’ultima data annotata in questo librettino è 10 luglio 1986. Caterina andò via da questo mondo nel 1991, dopo anni nei quali suo padre, il Sergio Saviane caustico critico televisivo de “L’Espresso”, la riportava a casa da cliniche e commissariati. La sua poesia, invece, è poesia allegra, tanto viva da essere talvolta incontenibile. Certo non è poesia che passi inosservata.

Né la vita di lei che la porgeva.

Maria Lainà (Poesia n. 310, 12.15)

Incontrare Maria Lainà equivale a pensare Io mi trovo difronte a un magnete. L’ho conosciuta a Torino, lo scorso settembre. Stava seduta a tavola, lievemente obliqua, come una che vorrebbe essere altrove. Le ho detto “Che belle le sue poesie”. Mi ha guardata, senza l’ombra di un sorriso, di convenzione o di compiacimento, e mi ha chiesto, molto seria: “Perché?”. “Perché sono chiare e sono vere”, ho detto io, vergognandomi di non essere in grado di argomentare meglio in lingua inglese. Rimedio qui, nella mia lingua madre.

Avrei voluto dirle che le sue poesie sono chiare di quella chiarezza che è passata attraverso molto dolore. Si tratta di un chiarore distillato dal centro di una vita che ha sentito la propria materia sentimentale come un organo solido e caldo, di un organismo fisico. Volevo dirle che leggere la sua poesia è assistere alla sua lotta contro la tentazione di andare via dal mondo, di preferire al mondo un altro mondo, come si suole immaginare facciano i poeti: “C’era un altro suono / ma resistetti alla tentazione di ascoltarlo”. Volevo dirle che la sua attitudine mi pare quella descritta nell’aforisma di Edmond Rostand: “Io parto per strappare una stella al cielo e poi, per paura del ridicolo, mi chino a raccogliere un fiore”. La paura di Maria Lainà non sembra però essere quella del ridicolo, ma degli effetti psicotropi della bellezza su una sensibilità acuminata come la sua, secondo la ben nota lezione rilkiana: “Perché il bello non è / che il tremendo al suo inizio, noi lo possiamo reggere ancora, / lo ammiriamo anche tanto, perché esso calmo, sdegna / distruggerci. Degli Angeli ciascuno è tremendo.” Ma no, non è degli angeli che scrive Lainà: lei racconta le cose del mondo, le persone del mondo e i loro amori spesso insufficienti – e la grande fatica che facciamo per restarci vicini, con l’amore che ancora meritiamo, perché dolcissimamente piangono i morti con queste parole: “guardate com’è irreale la nostra bellezza / come innaturale la nostra bontà” – ma, soprattutto: “Ah, la gioia del giardino all’alba / là dove mi sotterrò il crudele padrone; / questa bellezza sa di mietitura”. Una bellezza finale, diremmo quasi terminale. La bellezza del raccolto, di ciò che farà pane dei nostri corpi, dei nostri morti e del nostro lavoro.

I vivi e i morti, spesso, in questi testi, si confondono, si stanno vicini come nella bellissima scena finale di Heimat, La festa dei vivi e dei morti, dove chi è andato si mescola a chi invece dispone ancora della propria carne e del proprio sangue. Ecco la tentazione estrema, il pericolo della poesia di Lainà: “Altrove, via dalla pallida realtà / come risplende l’uomo quando muore.” La celebrazione dello splendore della morte, la pulsione di morte, “una forte sensazione di piacere / come il remo che splende sempre più lontano”, questo amare le cose da distanze indicibili, come nella poesia di Roberto Roversi, 20 parole, magnificamente cantata da Mina: “Io ti amo da altezze incredibili”, “il sussurro di una beltà come deve uscire dalla terra” che Lainà vede, poco prima che l’altro scompaia. Ecco il canto del cigno dell’amore, che rivela il suo frutto più splendente e maturo alla fine, nell’effetto che ha fatto su di noi, nel suo averci saputi cambiare in profondità. Eppure, “ciò ch’è stato accadrà di nuovo”. Perché, infine: “Era d’estate, da una riva all’altra / lo dico anche se non hanno più senso le stagioni / così perché credo che un giorno qualcuno si ricorderà / che i giardini e i corpi devono avere sete”: la fiducia nell’ordine della natura, una qualsiasi forma di fiducia, nonostante ogni rischio e ogni paura, è quel che spinge ogni poeta a scrivere. Altrimenti, si resterebbe muti.

Dunque il fiore finale, che viene raccolto da secoli dalla poesia, ogni volta come se fosse l’ultima, è questo arrivare a cose fatte in una città che era ricca e piena di bellezza e ora è spopolata. Il poeta arriva e sosta, come un testimone che ricorda e che sa, e che immagina quello che non sa, che fa rivivere con l’immaginazione il biancheggiare delle ossa – e lo riforma nella forma della dolce impazienza dei baci, che follemente e innamoratamente pretendono di baciare la nudità del cuore – e il testimone è arrivato fin lì, si è fermato a vedere “la mollica nera” dell’anima. Della bellezza.

Lingiardi (Alias, 18.10.15)

Ciò che uno fa della propria solitudine

Vittorio Lingiardi, "Alterazioni del ritmo" (nottetempo, 2015)

Poi arriva un giorno che l’amato chiama cane quello che fino a quel momento, insieme, avevamo chiamato tavolo – ed è l’inizio delle “cose disumane”. Vittorio Lingiardi non poteva dirlo meglio, non poteva esprimere meglio lo straniamento di chi resta, quando l’Altro si chiama fuori dall’amore condiviso, cambiando il nome stesso delle cose, a volte il nome stesso dell’amore, che non era che questo: “se mi amo ti amo / senza farmi più male”. Perché gli amori cominciano amando noi attraverso l’altro, continuano quando amiamo l’altro attraverso di noi, se grazie a lui abbiamo imparato ad amarci – e finiscono, se finiscono, quando smette la reciprocità intima e dolce di questa cura. Qui addirittura per un tradimento, chiamato col suo nome. Perché la precisione delle parole è decisiva, nell’amore come nel disamore. Dare alle cose proprio il nome che hanno, il nome proprio. Anche la malattia, anche l’alterazione del ritmo cardiaco: è il solo organo mai trascurato, che si ammala. Il corpo, “bestiola / che piange e mi consola”, si ribella ammalandosi – e un giorno se ne andrà, sgancerà dalla “montagna animale” quei suoi 21 grammi d’anima, come “una grazia infantile” che esala da se stessa. Come ha fatto lei, ancora, anche in questo libro, come ha fatto la madre. Rieccole, le mani della madre, le mani fragili e bianche della madre morente che anche Pippo Del Bono, nel suo coraggiosissimo Orchidee accarezza, mostrandoci anch’egli, senza la falsa ossessione contemporanea del privato, quel tenerissimo, lungo, dignitoso addio a “pochi grammi di madre sfinita”. Le mani della madre che, quando è stato nostro il tempo d’essere indifesi e fragili, ci trattenevano dal precipitare nell’indifferenziato, nell’abbandono nel quale ogni vita è gettata nascendo – come scrive meravigliosamente Massimo Recalcati –, ora sono le mani che noi teniamo e accarezziamo, lì, all’orlo semplice e tremendo tra la vita e la morte “che della vita è la vita più forte”.

Quando il dolore si fa più feroce, Lingiardi attacca un ritmo regolare, leggero, da canzonetta: l’anima sanguina e la bocca scandisce cantilene. Pensiamo a Sandro Penna e ai suoi marinaretti: bianchi, ardenti, ossessivi. Pensiamo a come batta il tempo e le rime Caproni, nel suo capolavoro Il seme del piangere, anch’esso sulla morte della madre: “canzonetta: che sembri scritta per gioco / e lo sei piangendo: e con fuoco”. Certo, questi orfani che fanno i poeti cantano lieve perché hanno il pudore di non appesantire, ma anche perché il suono infantile, da filastrocca e da ninnananna, ci fa sentire meno soli, davanti a una perdita tanto remota e cruciale: le mani della madre vengono sostituite dal battito leggero di chi resta, il ritmo viene mantenuto regolare dalla volontà di ricostituire il canto originario del battito del cuore, materno e proprio, nonostante le sue alterazioni e adulterazioni. Nonostante la solitudine. Ad apertura della penultima sezione, Lingiardi cita Whitehead: “Religione è ciò che uno fa della propria solitudine”. Religione della parola, anche, come Celan o Mandel’stam nei rispettivi precipizi umani di Shoah e gulag, religione del silenzio di una morte: minima per il mondo, massima per chi è sprofondato in essa, l’ha conosciuta tanto da trovare la voce per cantarla. Piano.

Cerca nel sito



"Poesia"  "Nuovi Argomenti"  Nazione Indiana  le parole e le cose  Iris di Kolibris Lpels

la Recherche  Atelier Poetarum Silva  vibrisse  Dedalus  PennSound  Panorama Cultural

la27ora del CorSera

Rai Letteratura

Radio3Rai