Recensioni

Rimi Margherita, Nomi di cosa (motivazione Notari 16)

Margherita Rimi è neuropsichiatra infantile e di bambini, onestamente, si occupa la sua poesia. Come esergo e – diremmo quasi nota introduttiva – del libro è posto un frammento di Alice Miller, nel quale viene detto che il corpo è “incorruttibile, cessa di tormentarci solo quando non rifuggiamo più la verità”.  Data questa premessa, ci prepariamo ad affrontare la verità che ci verrà detta. La poesia di Rimi sta a metà tra Rodari e Lamarque, simula – o trascrive – il linguaggio infantile dicendo cose serie e feroci (come la violenza che si subisce mentre i grandi si accecano per non vedere), malinconiche (come la ricerca difficile della propria identità dopo che siamo stati danneggiati), dolorosissime (come la breve sezione sull’autismo, dove impera il dolore della “madre frigorifero” coniata e demonizzata da Bettelheim) – o insopportabili (come il ricordo di Palmina Martinelli, bruciata viva perché rifiutò di prostituirsi). Tutto questo perché la poesia, per Rimi, che lo scrive chiaramente, citando Antonio Presti, è responsabilità del pensiero. Ci interessa che una dottoressa che lavora (anche, immaginiamo) con bambini che hanno difficoltà di apprendimento usi anche altre lingue nella sua poesia: la deduzione è che Rimi voglia anche seriamente giocare con parole e teorie, che spesso intreccia alla propria poesia. Questo proposito appare con chiarezza nella sezione Patologhia, nella quale Rimi rivendica la corporalità del corpo, il diritto del corpo a venire ascoltato attraverso la voce chiara e concreta dei suoi sintomi, chiudendo così il cerchio che aveva aperto con l’esergo di Miller. Possiamo dire che, con Nomi di cosa-Nomi di persona, Rimi metta in pratica quanto ella stessa scrive, ovvero attinga alla propria infanzia per comprendere – più che per osservare asetticamente – l’infanzia degli altri: solo chi ha ancora vivo dentro di sé l’indifeso bisogno di una carezza, può riconoscere lo stesso bisogno in un altro. Anche nel proprio figlio. Aggiungendo poi che, nella complessa costellazione che siamo, “anche una madre si tiene fra le braccia”.

Riviello Lidia, Neon 80 (L'Illuminista, 2010)

TUTTO IL SUPERFLUO RISPLENDERE
Lidia Riviello, Neon80, Zona, 2009

 

TUTTO IL SUPERFLUO RISPLENDERE
[la parte evidenziata è in "L'Illuminista" (Ponte Sisto, 2010) e in Poeti degli Anni Zero (Ponte Sisto, 2011)]

Neon 80 è un trattato di sociologia in versi. Anzi, di videoclippentomologia: Lidia Riviello guarda a questa – sua propria – specie umana con lo sguardo che viene da un altrove – da dentro una vetrina, ipotizziamo, dove il suo corpo è un corpo-manichino che vede sfilare la sua specie-manichino – e osserva chi la osserva, ma soprattutto specchia chi la osserva – e “fa il verso” rifacendo la smorfia del mondo, utilizzando l’instrumentum subtilisdella “parola (che le è stata) data” per riprodurre – quasi – le nostre gaffes – e usando in modo improprio della punteggiatura: Lidia non chiude le strofe con il punto, sebbene inizi il brano successivo con la maiuscola. Tutto resta in attesa di qualcosa, tutto ricomincia da dove non è ancora finito. Questa irresolutezza della pausa riassume in simboli e in alterazioni del respiro affermazioni come: Presa nessuna direzione / l’Anno Ottanta se ne volò […] e i nipoti di Stalin / diventarono adulti nelle città d’Europa / in crisalidi noir. Diciamo allora che l’altrove di Lidia è il respiro parlante della poesia, che fra lei e il mondo c’è il vetro limpidissimo della parola che si frammischia e rovescia come vedremo.

Per causa di uno scoramento intelligente e reattivo Lidia Riviello descrive il mondo 80 con continue metafore animali e naturalistiche: il panorama urbano sembra una savana quasi desertificata, deserta anche della sua naturale ferocia e resa bianca dai neon che non sono luce, no, sono un gas che ha smorzato il sole: Non c’era solo il neon a illuminare l’interno / eppure non veniva accesa altra luce sui coni / acuti dei grattacieli, sulle torri e altri / pendenti, a rischiararci tutti, da capo a piedi / solo neon, senza energia, e dove c’è neon / non c’è sole. Lo scenario nel quale ci muoviamo è simile a quello di Io sono leggenda, ma gli animali sono muti animali umani, leoni presi da innaturale insonnia e commestibili gazzelle insidiate dal rovello del look. La superficie. Involucri. Cosa dunque è l’amore in una terra dove sono scomparse le regole dell’incontro? È un sentimento al buio tra sconosciuti, un amore mai consumato e perdutomentre si contratta il proprio centimetro di esistenza nel troppo pieno del branco umano. A conclusione del capitoletto amoroso Lidia Riviello (con la coda dell’occhio, ma folgorandoli) nomina i poeti, corpi che vogliono durare nella luce propria. 
Si sente, lo si enuncia con chiarezza, che l’autrice è cresciuta in una società nella quale esordivano i video e la televisione commerciale ed entrambi cominciavano a modificare l’immagine e la percezione stessa del nostro corpo: il corpo è sempre più esibito, dunque cade nel suo parossistico paradosso di lontananza e di frammentazione, non è quasi più una “questione privata”. Il corpo è pubblico ma vuoto e noi siamo pubblicamente soli. Quanto corpo a noi dovuto ci è stato sottratto? dice un suo verso che echeggia – involontariamente, credo – il canzoniere d’amore di Pedro Salinas, il suo antitetico La voce a te dovuta, dove la voce sgorga da una cavità amorosa per inneggiare. Qui la voce è il sussurro accecante e accecato di una stilita, disincantata e ironica: il corpo incomincia in quegli anni a non essere denso, a essere corpo-pixel, cosa passibile di replica infinita (quante volte possiamo ancora rivedere l’amante perduto, e quanti figli possono spiare i movimenti della propria vita intrauterina), il corpo incomincia a essere travolto da una destrutturazione molecolare e informatica (siamo tutti sempre, siamo tutti ovunque, dove siamo veramente?) che è disamina e disanimazione – fino ai minimi termini ai quali lo ridurrà Mario Benedetti con il suo big-bang linguistico e i rari meteoriti tratti in salvo dal nome della cosa e dalla voce che lo pronuncia, il nome – quasi muta. In Neon 80 da ogni frammento si potrebbe trarre un videoclip fatto ad esempio di: edere, antilopi, pillole, aceri e plexiglass. E tutto in una notte che non cala mai, in una oscurità sempre illuminata. Con artifici bianchi. 
Io (soggetto preso occasionalmente ad esempio perché a questa transitoria me sta per essere consentito il sentimentalismo degli anziani) avrei intitolato il libro con un verso che è contenuto alla metà del libro: “Tutto il superfluo risplendere”, che è la parafrasi trascesa di “Neon”. Questa me si domanda perché, se a un poeta viene “dittato dentro” un verso come Ma l’esplosione generò un silenzio formale poi lo continui con come un profumo gucci, o un tale e quale. Perché un poeta scherza sulla propria vena “lirica”, la rinnega appena dopo averla scritta?
Perché questa poetessa si incarica del mondo così com’è (lo dice lei: l’anima… resta al testo aderente) senza nessuna trasfigurazione, perché lei vuole dire: tutto questo è poesia. Vuole infrangere il vetro che la tiene lontana dai mortali immortali dei video. E quando grande deve essere la compassione. Io prendo tutta questa bruttezza e non la sublimo, la descrivo – ma in modo che voi la comprendiate e che io la giustifichi a nome di tutti. Io sto provando a rendere obiettivo questo mal comune, ve lo sto sciorinando tutto intatto e bianco sulla pagina bianca – e la mia è una scelta politica, questo mio fare virtù delle più triviali diramazioni del linguaggio. Virtù e virtuosismo, acrobazia della immaginazione che mai è arrivata a guadagnarsi – ahimé! – alcun potere mondano. Questo ci dice Lidia Riviello in ogni verso. Fantasia, immaginazione, volgarità: gli estremi qui si toccano e s’invertono. E questa è la funzione maggiore della poesia: evoluzione del linguaggio, catarsi, assorbimento e digestione della mutazione sociale (quasi genetica, ormai) da parte della voce di una scrittore. Anche il modo, ironico e performativo, col quale Lidia legge, sta in sintonia perfetta con una presa di vicinanza poetica – una poesia che vuole dire, darsi, comunicare. Nient’altro deve fare un poeta se non questo: custodire la lingua nei suoi segreti e nel suo fuoco altrimenti fatuo come una vestale, ma renderla simile al presente – non uguale: portare sulla pagina lo scarto tra la trivialità e la fantasia, fare adesso poesia con la materia sporca e minuscola del mercato. 
Un frammento riassume tutto questo: E certo che in quegli anni di peste e smeraldo / se ne andavano davvero le generazioni / dai fonemi lucenti. Niente a lei si può aggiungere concettualmente, perché la sua poesia – pure continuamente esorbitante di immagini e associazioni libere di immagini – è chiarissima e lucidissima: non è uno stream, è una miniatura. Possiamo solo descrivere il sentimento di fondo di questo libro che spiana la parola sul catalogo terrestre mentre l’aria che sopra portava gli angeli è minata da buchi nell’ozono attraverso i quali pesa e traspare un cosmo quasi malato anch’esso di solitudine.
Trovo significativo e coerente, per un’autrice che si autodefinisce ammalata di fantastico, che nelle ultime pagine del libro il suo tono si faccia serissimo e secchissimo e lei stili per noi il catalogo (qui veramente noir!) dei principali eventi italiani dal 1980 al 1989. Un elenco di fatti sociali che ci fa vergognare anche perché in genere abbiamo in mente le stesse date collegate agli episodi minimi delle nostre minime vite. Se osserviamo il mondo così esposto senza commento alcuno dopo la lunga prefazione al mondo che è stata fatta dalla poesia, noi capiamo noi stessi, noi soggetti che abbiamo accettato di essere passivi, di essere “privati”, ovvero esposti a luce artificiale, ovvero segreti e mortissimi, ovvero derubati di quell’io al quale tanto sembravamo attaccati, perché l’io davvero si forma e si individua e arriva ad autodefinirsi solo per paragone. Anche per Lidia questo freddo e frantumato elencare – che finalmente riprende fiato dai punti messi ogni poche righe! – sembra una sorta di espiazione: poiché l’infanzia e l’adolescenza erano troppo infantili per parlare, la donna che è cresciuta dal corpo della ragazzina domanda scusa – adesso, che finalmentepuò! – per non avere partecipato, perché tutta questa catastrofe culturale e politica, riassunta nella manifestazioni contro il nucleare che lei ragazzina ha disertato, tutto questo è passato sopra la sua beatissima incoscienza. Lidia Riviello sembra provare un maledetto rimpianto per gli anni per tutti noi recentissimi nei quali il privato era una cosa pubblica e vivere (qui, così) equivaleva a fare politica. Lidia ci dice io dicendo quasi sempre solo noi, dice noi siamo un corpo che reclama la sua esistenza in uno stato, e questo elenco messo a integrazione del suo versificare sembra scandire con una malinconica ironia: ma che ci avete fatto? o meglio: cosa abbiamo permesso che ci faceste? e dove, in questo oltre, sta la differenza tra “voi” e “noi”?
Avevamo bisogno di Lidia, ovvero che un poeta si prendesse carico per noi di questa rapidissima trasfigurazione del mondo e appuntasse su carta la farfalla di quegli anni fatti di nulla con lo spillo della sua intelligenza, che facesse per noi da cronista trasversale di quello che tutti abbiamo vissuto ma che alcuni – quelli nati dopo – hanno trovato normale, e che altri – noi più anziani di lei – hanno maldestramente sorvolato come avvenimento transeunte, rimanendo legati a un linguaggio più etereo ed “eterno”, meno fatto di mondo – e dico fatto come si fa una statua con la creta, con il fango del mondo: Lidia da questo fango astrattissimo e televisivo ha “fatto” un libro, dimostrando che non c’è cosa che non possa essere detta perché è nata a cavallo tra il contesto sociale dei fiori nei cannoni e quello dei blog ed è nata con la camicia di una famiglia (mamma e papà poeti non son certo natali di tutti i giorni!) dove l’uso comune della parola permette alla parola di spiegare la terra che la forma, di qualunque terra si tratti: Neon è il suo mood for love per il mondo che noi colmiamo e colma il nostro corpo di malintesi – Lidia si è fatta per noi sentinella e inviata speciale nella infinitesima zolla di un’epoca e ci tramanda che alla fine il neon si sia spento e allora al controllo sociale anteponemmo / questa strana forma di iniziale, questo ricominciare.

Rizzacasa d'Orsogna Costanza (NI 24.10.20)

leggi in «Nazione Indiana»

Il libro di Costanza Rizzacasa d’Orsogna parla a ciascun lettore, instaura e intrattiene un dialogo privato con chi legge. Quando il libro si chiude, ci pare di conoscere Matilde (la persona che nel libro dice «io»), ci pare di avere conquistato una nuova amica, della quale vorremmo continuare a seguire le vicende. Non la vicenda della sua obesità, benché l’argomento in letteratura sia raro e dunque molto interessante, ma l’intera sua vicenda umana di emancipazione progressiva, come è la vicenda di tutti.

La scrittura segue gli anfratti e le esplosioni del disturbo alimentare del quale parla: è sovrabbondante, iperemotiva e, nello stesso tempo, chirurgica, tagliente, esattissima. Coraggiosa dunque, avvolgente dunque: sicura, spudorata, quasi violenta. Chi scrive tratta chi legge con la stessa schiettezza con la quale tratta sé stessa.

La nudità perturbante di Matilde viene dalla poesia, alla quale l’ha instradata la madre, facendole riempire quaderni di versi copiati a mano. Matilde ha poi camminato da sola, eleggendo a suoi numi tutelari la democratica e rivoluzionaria poetessa statunitense Edna St.Vincent Millay e il misterioso, metafisico Robert Frost. Una compromissione permanente tra l’ombra umana e la musica segreta del così detto «reale», insomma.

Dall’abitudine mentale alla poesia, come modo di pensare i legami di tutto con tutto, viene anche il procedimento analogico di Matilde, fatto di slittamenti temporali, salti emotivi e di un sentimento di progressiva, conquistata compassione.

Si diventa adulti quando si riescono a considerare i propri genitori come creature indipendenti, non solo come portatori di bene e male per noi figli. Allora Matilde scrive «povera mamma», perché riesce oggi ad assumere nel proprio sguardo e nel proprio dantesco «intelletto d’amore» la parabola intera della vita di quella creatura che le ha dato vita: una donna a sua volta molto dotata, ma che ha avuto difficoltà a realizzare i propri talenti, poiché donna in tempi di più grandi stereotipi e noncuranza per le dinamiche emotive. Nelle descrizioni della figura materna ci sono adesso una malinconia grande e un altrettanto grande amore.

Nella storia della relazione tra sé e la madre, percepita e descritta da Matilde, esiste un prima, un ormai inarrivabile e solare paradiso perduto, e un dopo, esiste un tempo in cui l’amore era certo e poi un tempo del distacco, della violenza, del dileggio, di una competizione che si spinge fin quasi all’odio. Il giro di boa viene tradizionalmente indicato nella nascita del fratello, ma capiamo che la svolta è interiore, sta nella narrazione che di sé stessa fa la madre, negli obiettivi da lei non raggiunti, apparentemente a causa della nascita dei figli. Così lascia intendere il bellissimo narciso che Matilde ha per padre.

A volte Matilde vede dunque sé stessa con gli occhi che presume siano quelli dei genitori, non si fa sconti. Salvo scoprire, più tardi, che la madre l’ha invece sempre amata e apprezzata. Il libro di Costanza Rizzacasa ammonisce ciascuno di noi su certi tragici equivoci domestici e racconta – come in diretta, con un sentire che diventa a tratti quasi infantile – il peso dello sguardo dei genitori, il potere assoluto delle parole dei genitori su ogni creatura in crescita: non stiamo dunque leggendo solo la biografia della protagonista, stiamo leggendo la biografia di chiunque sia stato figlio, specialmente se lo sguardo dei grandi sopra di lui era affaticato o ignorava il danno che il proprio stesso peso poteva arrecare. Le chiavi di molti disastri, domestici e non solo, e di molte malattie sono infatti «indifferenza o ignoranza». Occorre dunque stare coi sensori allerta, porre continuamente quella che Simone Weil definisce «attenzione», mettersi cioè il più possibile nei panni dell’altro, uscire da sé per vederlo. Soprattutto se l’altro è un figlio. O lo costringeremo a raggiungere, da solo e con fatica, un equilibrio verosimile tra come gli altri lo vedono e come egli crede che gli altri lo vedano.

Il libro di Costanza Rizzacasa è infatti il racconto, sincero e toccante, del tentativo, lungo tutta una vita, di conquistare uno sguardo per quanto possibile obiettivo sulla propria persona. Non odiarsi, non punirsi, né farsi punire da replicanti dei nostri genitori, per i presunti fallimenti, per la delusione che crediamo di rappresentare agli occhi di chi, a suo modo, come ha potuto, come è riuscito a fare, essendo anch’egli creatura ferita, ci ha tanto amato. Perché alla fine capiamo che i nostri genitori non chiedevano che di essere amati. Proprio come noi. Proprio come tutti. 

Rollo Alberto, L'ultimo turno (NI 30.11.20)

leggi in «Nazione Indiana»

Il protagonista de L’ultimo turno di guardia di Alberto Rollo si presenta di vedetta. Come Agamennone, come un cane, come il sottotenente Drogo di Dino Buzzati. Anche qui la battaglia vitale e carnale è finita, ma il nemico immaginario non è fuori, è incluso in quella che non è fortezza, ma torre.

Il libro inizia citando l’inizio della civiltà: il vecchio portato sulle spalle dal figlio. Chi parla, qui, è il vecchio, che affida alla pagina il proprio monologo anche stentoreo, anche teatrale, fatto di versi che vengono dal confine del tempo, da un osservatorio di vetro in cima a una torre, dove pulsa un presente quasi immobile e fatto tutto carne. Chi parla, è corpo decrepito che accumula in sé corpi trapassati, corpo che esiste e basta.

Accanto alla nostra sentinella immobile c’è un altro, una “torre gemella”.

Le due torri gemelle, destinate senz’altro a crollare entrambe (chi, dopo il 2001, accosta la parola «torre» alla parola «gemella» sta evocando volontariamente una caduta rovinosa) sono corpi divisi, ma uniti nel comune destino mortale: il vecchio si riflette nel custode e lo guarda, con qualche scatto di rabbia e qualche tenerezza, affannarsi a far restare il corpo, a curarlo, a volte offenderlo involontariamente, favorendolo al gioco o esercitando su di lui «la scienza / impietosa dell’assistenza».

Chi scrive esorta l’altro a depredarlo, piuttosto, ad approfittare della vita fin che c’è, perché «mai possesso fu più volatile» del tempo.

Quando la vita nella sua gran parte è evaporata – o meglio, quando la vita è ormai stata solo quel che è già stata e ogni altra possibilità è perduta – non rimane che tempo, non siamo che tempo che ancora dura nella carne e ogni tanto viene visitato da una scheggia di memoria inservibile o, peggio, da un desiderio infine solitario.

Una tra le più belle immagini del libro è la Pietà formata dal vecchio sulle ginocchia dell’inverno. Freddo nel freddo, freddo sopra freddo senza morte, la mite morte, che pure s’aggira nella torre «vivacchiando» in attesa.

Il protagonista di quest’ultimo turno di guardia, pur avendo uno o più interlocutori, ha già collocato sé stesso oltre un confine invalicabile, si conserva dentro una solitudine riottosa, da stilita, abita un tempo impervio, un’altezza fisica e biologica dalla quale osservare e trascrivere la fine della storia, anzi di più: la fine del tempo lineare e l’impennarsi della linea del tempo nella sequenza di microfratture che altri chiamano vita.

Il vecchio però non ha rimpianti, né lezioni da dare: osserva, documenta quanto vede, con cura da scienziato. Perché lo fa, se non intende tramandare il passato? Lo fa per decifrare il presente e tramandare a sé stesso un presente vissuto come controluce; spesso, anzi, ustionato da una luce di cupola azzurra.

Il presente acceca, ma la posizione di esiliato in altezza aiuta a comprendere nello sguardo molta pianura e molta circostanza, dunque il libro è una presa diretta dall’interno di una scelta luminosissima, ispirata, che punta lo sguardo alla briga degli affetti, del moto e del «brulicante / non amore», per infine concludere che, sì, valeva la pena. Vale ancora la pena. 

Rosadini Giovanna, intro (Atelier n. 82, 6.16)

Giovanna Rosadini ci ha abituati a una poesia fatta di vita umana e di onestà, dei fatti veri di una vita, profonda e vissuta nella sua completa e complessa disponibilità. In questo mare fuori stagione qualcosa sta accadendo – o è appena accaduto: un’estate ha lasciato i suoi resti di memoria, la sua lisca, che non è labile materia, ma sintesi di un’esperienza che rilancia al futuro la sua cocente, essenziale luminosità.

Ora siamo in autunno, tra le barche ormeggiate, nel tempo sospeso di una spiaggia che sta per essere cristallizzata nell’immobilità dell’inverno. Il cielo sopra è un “campo azzurro”, che muove tra “memoria e desiderio”, angelicate rappresentazioni emotive di un’interiorità che riprende vita, nuovamente s’incarna e pretende il suo spazio vitale.

La protagonista allude infatti a una gravidanza di vento, impatto che sparge l’io parlante “come un gregge di foglie”. Qualcosa dunque scuote – e trova pronti all’urto dell’inatteso, fino alla “gestazione silenziosa della gemma”. Qualcosa, dunque, è in attesa di nascere, mentre un essere si è lasciato spargere nell’aria, è disponibile a lasciarsi disseminare, non oppone alcuna obiezione e dunque resta “incolume”, proprio perché slegato “e senza peso”.

Questo rendersi simile all’aria, questo beato sostanziarsi d’aria, questo farsi flessibili e lievi, è una forma intelligente di resistenza, che diremmo passiva, mentre invece si vivono le attività frenetiche di desiderio e attesa.

L’immobilità della danza di Manuel Scorza, l’immobilità apparente delle geishe.

La silloge – che è una sezione del libro in lavorazione di Rosadini, Fioriture capovolte – si conclude infatti con alcune incisioni, che sono il movimento minimo di una danza, nel quale si concentra l’essenza, il succo della questione: “Saremo sempre” è l’esordio reiterato di una piccola serie di immagini, di istantanee, blasoni incisi nell’aria di certe memorie, che rivelano il senso dell’accaduto.

Siamo andati oltre. Ma i noi che siamo stati sono rimasti nei luoghi dove la nostra anima ha vissuto l’intensità maggiore. La parte più vera, più incandescente e più profonda di noi, rimane nei luoghi – nelle stanze e nei panorami – dove abbiamo amato senza difese.

L’accento cade su “senza difese”.

Qualcuno era tornato dall’infanzia nella nostra vita. E noi eravamo tornati nella sua vita, dalla sua infanzia. Quando avvengono cortocircuiti come questi, reimpariamo da adulti il senso delle parole “magia” e “destino”.

Eppure, la conclusione di tutto sembra essere la trasformazione in una forma nuova. Non sappiamo che traccia lascerà l’incontro: se di sangue, d’incenso – o le tre dimensioni di una vela che gira di traverso. O, ancora una volta, sarà solo l’impronta di un movimento invisibile e instabile come quello del vento. Se torna la metafora del vento, è perché il vento si vede solo nei suoi effetti, nei mutamenti che porta alle cose.

Il vento in sé, è invisibile. Ma può distruggere. Ma può alleviare. Dipende dall’intensità del suo avvento, ma, soprattutto, dipende da quanto noi siamo saldi sulle gambe per riceverlo.

Come l’amore: se non siamo pronti, ci distrugge.

Il vento in sé, l’amore in sé, sono fenomeni dell’invisibile.

Quello che fanno della nostra materia psicofisica, dipende solo dalla resistenza che opponiamo – o meno, da quanto ariosamente allarghiamo le braccia – o meno, da quanto li lasciamo agire per sradicarci e basta – o per sradicarci e ripiantarci altrove.

In una vita nuova. Nella terra promessa.

Rosadini Giovanna, intervista a (Tempio di Adriano, 5.2.15)

intervista a  Giovanna Rosadini per "Ritratti di Poesia" (Tempio di Adriano, 5.2.15)

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Rosselli Amelia, omaggio a (la27ora, 21.3.15)

leggi on line l’intero articolo con i disegni e le didascalie di Maria Grazia Calandrone

Una guerra nuda
(Maria Grazia Calandrone)

L’insetto osceno Rosselli ci ronza intorno avendo deliberato di darci fastidio. Perché ci ama e ha bisogno di noi. Come il coltello dell’amata che si faceva la sua strada tremenda nel petto di Franz Kafka. Chi ci ama ci espone a noi stessi e al rischio del desiderio. Certo, il bene è anche la soave consolazione, ma Rosselli non poteva che infastidire per amore, perché non poteva veramente fare a meno degli altri – fossero essi amici, persecutori, amanti o lettori – e la sua urgenza atomica, il suo tirarci tutti per la manica è il paradosso chiarissimo della sua poesia, perché Amelia, con tutte le sconnesse e dottissime parole, comunica – dal suo al nostro – io afasico e pre-verbale. Per ciò, chiede a gran voce la giustizia di essere detta, chiede che vengano pronunciati i lapsus della sua esistenza, che vengano riprodotti i suoi inceppamenti infantili, i salti di gioia e anche i cupi e ottusi documenti di una solitudine terminale. Sonia Bergamasco vuole sempre bene a quello che legge. E ha preso da anni fra le braccia la voce-corpo di Amelia, questa alchimia biologica irripetibile tra la più nuda infanzia e la più esperta armatura del linguaggio – diremmo meglio: delle molte lingue. Sonia ha raccolto dal silenzio ordinario degli scaffali il tesoro febbrile di una guerriera nuda, sola e in piedi nella nostra poesia: virale e friabile insieme, chiave magnetica verso una solitudine nostra che è rimasta ghiacciata nell’atto di protendere le braccia verso l’esterno – e vuole sciogliere la sua statua di ghiaccio con la propria febbre, che si autogenera a partire dalla lingua, esponendo alla lingua la propria viva carne e addirittura la propria vivisezione.

La immaginiamo così, Amelia Rosselli: una statura che comincia a bruciare sotto i nostri occhi dalle prime parole, mostra prima la fiamma nella bocca poi si spalanca viva, si apre il petto da viva sotto i nostri occhi. E con un tale sorriso di amore, con una tale richiesta di compassione che non possiamo smettere di guardarla

qui il video della lettura di Sonia Bergamasco con l'intervento critico di MGC per le "Conversazioni del lunedì" di Raffaella Battaglini, Marzia Spanu e Attilio Scarpellini (9.5.11)

Rovigatti Franca, La bambina (alfabeta2)

Franca Rovigatti, bambina nel tempo alfabeta2, 18.11.18

La bambina di Franca Rovigatti è perturbante perché vera, come sono veri solitudine e dolore, tanto più veri se chi appartiene al dolore non lo sa dire, perché si tratta, appunto, di una bambina.

Di più: la bambina, in quanto bambina, il suo dolore non lo sa nemmeno decifrare, se la prende con sé stessa, talvolta si detesta francamente. Prende le parti dei propri oppressori.

Nessun bambino, pena lo sgretolarsi del suo mondo, finché è bambino può pensare male dei propri adulti di riferimento: i bambini umiliati prendono posizione contro sé stessi, si fidano dello sguardo malevolo dell’altro, ritengono – spinti da un paradossale istinto di sopravvivenza – che il loro carnefice abbia tutte le ragioni per comportarsi, appunto, da carnefice. Se nella loro vita torturata non interviene un adulto confidente, che mostri loro come la vita dovrebbe invece essere (recando magari eversione, disagio, rivoluzione e più tanta solitudine), i bambini sopportano l’insopportabile, preferiscono diventare ciechi che dubitare, preferiscono non sentire più niente che sentire dolore, rabbia, la ferocia dell’ingiustizia che, incolpevoli, quotidianamente subiscono. Il solo sentimento che pervade l’intero ciclo di sviluppo, è la vergogna.

Ma l’adulta che scrive ha finalmente preso in braccio la bambina che è stata, e ne ha riportato sulla pagina sentimenti e comportamenti, senza carineria nessuna, perché noi pure la conosciamo e accogliamo proprio così com’è. Il piccolo libretto rosso si pone infatti anche come una ininterrotta seduta psicoanalitica di toccante sincerità, nella quale il lettore non viene però investito del ruolo scomodo del voyeur che insinua lo sguardo nelle serrature di una casa altrui, perché la grazia assoluta del tono chiede l’ascolto partecipe di un segreto finalmente interrotto, che ammutolisce. E scrivo “grazia” non nel senso di graziosità leziosetta, ma della grazia viva del calore umano, del coraggio di darsi in pasto come estrema forma di rispetto per sé. Come per dirsi e dirci: eccomi, sono questa. Ti piaccia o no. Perché, infine, la bambina si piace. È questo il sollievo decisivo del libro: che, infine, la bambina, esista, sia reale. Proprio lei, che ha passato l’infanzia a credersi inesistente, a vivere come se niente le stesse veramente accadendo; proprio lei, che ha percepito il primo momento di incredula realtà di sé stessa dentro l’ombra confusa, come sempre non chiara, di un lutto che però finalmente – conferendole identità almeno nella sua traduzione linguistica: «diventare orfana» – la raggiunge, scavalca l’armatura della massa di corpo che ha edificato intorno a sé nel tempo, come una morbida fortezza che ottunda il reale e le lame impassibili e impossibili da manovrare dei relativi sentimenti. Un’esistenza sempre rimandata, un vita senza nome (la bambina) in attesa del Vero Nome, mentre però il vero tempo della vita vera passa e  «ad ogni svalutazione di persone o cose – punto di partenza di ogni veritiero cinismo –, dentro la bambina è come se si spenga qualcosa, come se si formino dei buchi dai quali entra vento di tristezza» e quindi accade che, come scrive in versi lei stessa, «l’anestetico / diventi fonte di sofferenza», finché l’incontro con il dettato francescano rovescia pericolosamente «il senso comune», insinua la suggestione del rifiuto come «Perfetta Letizia», l’ambigua nobiltà di non emettere lamento, mostra il «nobile scopo» di «trasformare la sventura in benedizione».

Insieme a questa piccola nemica di sé stessa, attraversiamo infatti anche il racconto del soffocante cattolicesimo altoborghese della Roma bene degli anni Cinquanta, impariamo i nomi dei negozi nei quali è decoroso fare spese (Tilesi, Rosita Contreras, Ciottoli, Tombolini), incontriamo gli anzianissimi inquilini del palazzo, immaginiamo gli odori ingombranti che emergono dalle loro preziosissime case, ci irritiamo per la carità vergognosetta dei ricchi, strangola anche noi il silenzio fatto sulle cose intuìte e nascoste, per esempio il mega e mai sciolto “perché” la bambina, pur dotata di madre vivente e addirittura di nuovo generante, abbia sempre abitato con gli zii, involontaria spettatrice di una volontaria e apparentemente appagante servitù  matrimoniale.

Come ho accennato poco sopra, la bella prosa di Rovigatti, fluente e priva di maiuscole, a simulare probabilmente lo stream of consciousness, l’ininterrotto filo dei ricordi, è intervallata da sorprendenti poesie e disegni, che rivendicano tutti i talenti non onorati, le inclinazioni un tempo negate perché ritenute sconvenienti. Ma non si pensi che La bambina sia una resa dei conti: non c’è astio o vendetta, procediamo anzi dentro una narrazione affettiva e un po’ ancora stupita, condotta con tale onestà da permettere ad altri bambini del passato di emergere dallo specchio di questa lettura tutti nuovi e puliti, a loro volta trasformati in piccole fortune.

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