Recensioni

Rosadini Giovanna, intervista a (Tempio di Adriano, 5.2.15)

intervista a  Giovanna Rosadini per "Ritratti di Poesia" (Tempio di Adriano, 5.2.15)

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Rosselli Amelia, omaggio a (la27ora, 21.3.15)

leggi on line l’intero articolo con i disegni e le didascalie di Maria Grazia Calandrone

Una guerra nuda
(Maria Grazia Calandrone)

L’insetto osceno Rosselli ci ronza intorno avendo deliberato di darci fastidio. Perché ci ama e ha bisogno di noi. Come il coltello dell’amata che si faceva la sua strada tremenda nel petto di Franz Kafka. Chi ci ama ci espone a noi stessi e al rischio del desiderio. Certo, il bene è anche la soave consolazione, ma Rosselli non poteva che infastidire per amore, perché non poteva veramente fare a meno degli altri – fossero essi amici, persecutori, amanti o lettori – e la sua urgenza atomica, il suo tirarci tutti per la manica è il paradosso chiarissimo della sua poesia, perché Amelia, con tutte le sconnesse e dottissime parole, comunica – dal suo al nostro – io afasico e pre-verbale. Per ciò, chiede a gran voce la giustizia di essere detta, chiede che vengano pronunciati i lapsus della sua esistenza, che vengano riprodotti i suoi inceppamenti infantili, i salti di gioia e anche i cupi e ottusi documenti di una solitudine terminale. Sonia Bergamasco vuole sempre bene a quello che legge. E ha preso da anni fra le braccia la voce-corpo di Amelia, questa alchimia biologica irripetibile tra la più nuda infanzia e la più esperta armatura del linguaggio – diremmo meglio: delle molte lingue. Sonia ha raccolto dal silenzio ordinario degli scaffali il tesoro febbrile di una guerriera nuda, sola e in piedi nella nostra poesia: virale e friabile insieme, chiave magnetica verso una solitudine nostra che è rimasta ghiacciata nell’atto di protendere le braccia verso l’esterno – e vuole sciogliere la sua statua di ghiaccio con la propria febbre, che si autogenera a partire dalla lingua, esponendo alla lingua la propria viva carne e addirittura la propria vivisezione.

La immaginiamo così, Amelia Rosselli: una statura che comincia a bruciare sotto i nostri occhi dalle prime parole, mostra prima la fiamma nella bocca poi si spalanca viva, si apre il petto da viva sotto i nostri occhi. E con un tale sorriso di amore, con una tale richiesta di compassione che non possiamo smettere di guardarla

qui il video della lettura di Sonia Bergamasco con l'intervento critico di MGC per le "Conversazioni del lunedì" di Raffaella Battaglini, Marzia Spanu e Attilio Scarpellini (9.5.11)

Rovigatti Franca, La bambina (alfabeta2)

Franca Rovigatti, bambina nel tempo alfabeta2, 18.11.18

La bambina di Franca Rovigatti è perturbante perché vera, come sono veri solitudine e dolore, tanto più veri se chi appartiene al dolore non lo sa dire, perché si tratta, appunto, di una bambina.

Di più: la bambina, in quanto bambina, il suo dolore non lo sa nemmeno decifrare, se la prende con sé stessa, talvolta si detesta francamente. Prende le parti dei propri oppressori.

Nessun bambino, pena lo sgretolarsi del suo mondo, finché è bambino può pensare male dei propri adulti di riferimento: i bambini umiliati prendono posizione contro sé stessi, si fidano dello sguardo malevolo dell’altro, ritengono – spinti da un paradossale istinto di sopravvivenza – che il loro carnefice abbia tutte le ragioni per comportarsi, appunto, da carnefice. Se nella loro vita torturata non interviene un adulto confidente, che mostri loro come la vita dovrebbe invece essere (recando magari eversione, disagio, rivoluzione e più tanta solitudine), i bambini sopportano l’insopportabile, preferiscono diventare ciechi che dubitare, preferiscono non sentire più niente che sentire dolore, rabbia, la ferocia dell’ingiustizia che, incolpevoli, quotidianamente subiscono. Il solo sentimento che pervade l’intero ciclo di sviluppo, è la vergogna.

Ma l’adulta che scrive ha finalmente preso in braccio la bambina che è stata, e ne ha riportato sulla pagina sentimenti e comportamenti, senza carineria nessuna, perché noi pure la conosciamo e accogliamo proprio così com’è. Il piccolo libretto rosso si pone infatti anche come una ininterrotta seduta psicoanalitica di toccante sincerità, nella quale il lettore non viene però investito del ruolo scomodo del voyeur che insinua lo sguardo nelle serrature di una casa altrui, perché la grazia assoluta del tono chiede l’ascolto partecipe di un segreto finalmente interrotto, che ammutolisce. E scrivo “grazia” non nel senso di graziosità leziosetta, ma della grazia viva del calore umano, del coraggio di darsi in pasto come estrema forma di rispetto per sé. Come per dirsi e dirci: eccomi, sono questa. Ti piaccia o no. Perché, infine, la bambina si piace. È questo il sollievo decisivo del libro: che, infine, la bambina, esista, sia reale. Proprio lei, che ha passato l’infanzia a credersi inesistente, a vivere come se niente le stesse veramente accadendo; proprio lei, che ha percepito il primo momento di incredula realtà di sé stessa dentro l’ombra confusa, come sempre non chiara, di un lutto che però finalmente – conferendole identità almeno nella sua traduzione linguistica: «diventare orfana» – la raggiunge, scavalca l’armatura della massa di corpo che ha edificato intorno a sé nel tempo, come una morbida fortezza che ottunda il reale e le lame impassibili e impossibili da manovrare dei relativi sentimenti. Un’esistenza sempre rimandata, un vita senza nome (la bambina) in attesa del Vero Nome, mentre però il vero tempo della vita vera passa e  «ad ogni svalutazione di persone o cose – punto di partenza di ogni veritiero cinismo –, dentro la bambina è come se si spenga qualcosa, come se si formino dei buchi dai quali entra vento di tristezza» e quindi accade che, come scrive in versi lei stessa, «l’anestetico / diventi fonte di sofferenza», finché l’incontro con il dettato francescano rovescia pericolosamente «il senso comune», insinua la suggestione del rifiuto come «Perfetta Letizia», l’ambigua nobiltà di non emettere lamento, mostra il «nobile scopo» di «trasformare la sventura in benedizione».

Insieme a questa piccola nemica di sé stessa, attraversiamo infatti anche il racconto del soffocante cattolicesimo altoborghese della Roma bene degli anni Cinquanta, impariamo i nomi dei negozi nei quali è decoroso fare spese (Tilesi, Rosita Contreras, Ciottoli, Tombolini), incontriamo gli anzianissimi inquilini del palazzo, immaginiamo gli odori ingombranti che emergono dalle loro preziosissime case, ci irritiamo per la carità vergognosetta dei ricchi, strangola anche noi il silenzio fatto sulle cose intuìte e nascoste, per esempio il mega e mai sciolto “perché” la bambina, pur dotata di madre vivente e addirittura di nuovo generante, abbia sempre abitato con gli zii, involontaria spettatrice di una volontaria e apparentemente appagante servitù  matrimoniale.

Come ho accennato poco sopra, la bella prosa di Rovigatti, fluente e priva di maiuscole, a simulare probabilmente lo stream of consciousness, l’ininterrotto filo dei ricordi, è intervallata da sorprendenti poesie e disegni, che rivendicano tutti i talenti non onorati, le inclinazioni un tempo negate perché ritenute sconvenienti. Ma non si pensi che La bambina sia una resa dei conti: non c’è astio o vendetta, procediamo anzi dentro una narrazione affettiva e un po’ ancora stupita, condotta con tale onestà da permettere ad altri bambini del passato di emergere dallo specchio di questa lettura tutti nuovi e puliti, a loro volta trasformati in piccole fortune.

Saviane Caterina, appénna ammattìta (DOPPIOZERO, 3.2.16)

DOPPIOZERO – 3 febbraio 2016

Tachicardia
 
… Se non nell’allegria di un’assonanza
un verso – ti porgevo
come una malattia
come l’amore stesso – un giorno
dietro giorno e notti
e assieme sempre – stare morendo
 
l’unica morte – intendo – quella dei vivi:
(memoria mia,
raccontami solo la bellezza
poiché fra tutti i dolori
non c’è simile solitudine al mondo
dei gesti inattivi
del viso – stretto
come una bocca priva di bacio
delle frasi volgari
udite apposta per far ridere)
 
Ma la tua curiosità senza erre moscia
oltre la povertà – l’immensa
ricchezza di essere un macigno:
dove trovavi – bimba mia
azzurra e bellissima,
tanta tracotanza di vivere
la tenerezza di tenermi ancora
tanto ottimismo? –
 
(… Se non nell’allegria d’un’assonanza
un verso – ti porgevo
come una malattia
come l’amore il sesso – notte
dietro notte e giorni
ci dicevamo strette: “Stiamo morendo!”)
 
Milano, 10 luglio 1986

Caterina Saviane, Tachicardia letta da MGC


Caterina Saviane, Pin Occhio letta da MGC

Caterina Saviane si manifesta subito come una creatura eversiva, arresa al “pensiero innato” della “petula poesia”. Petula come petulante o petula come scorreggiona? In ogni caso, il neologismo non evoca niente di pacificato.

Il rapporto tra Saviane e la poesia è infatti fisico, sessuale, guerriero, disperato, traboccante rabbiosa tenerezza. Lei stessa autrice, pensante e pensata dal pensiero-poesia, suscita disperante tenerezza, in noi che ormai sappiamo com’è andata a finire: occorre dire che morì di overdose a trentun’anni, non si sa se per scelta o per sbaglio, ammesso che tra i due termini della questione si ponga mai un’antitesi.

Occorre dirlo per onorare la coincidenza tra la sua poesia e la sua vita. Scrive Maria Pace Ottieri, nella sua sentita introduzione a appénna ammattìta: “Camminava saltellando, si sarebbe detto che i marciapiedi fossero elastici sotto i suoi piedi, aveva un’energia inesauribile e il potere di far sentire chi le stava accanto pavido, comune, banale, una sentina di miserabili aspirazioni borghesi.” Saviane stessa ci offre una somigliante descrizione di sé: “il Tempo sta alla Terra, come l’Amore – all’uomo / Figlia di questa incinta forza dissennata: mi aggiro, / mi rigiro come vaso di cristallo in mezzo al piombo, / come febbricitante iperbole tra i sedicenti sani.”. Un’eccessiva che piacque a Zanzotto, una creatura fatta per scandalizzare.

Viene in mente un passo del Pilade di Pasolini: “Non sentiva nulla / – nel silenzio immedicabile del mondo – / se non la sua carne / […] / Sono pronto ad amarti; / come se tu non esistessi, / ed esistesse solo la mia pretesa”. Ma, a differenza di Pilade, Caterina Saviane è femmina di parola. Questo significa che il rapporto che instaura con le cose dev’essere per forza duale: il corpo è parola e la parola è corpo. Lo stesso equivoco che l’autrice gioca sul tema-corpo della poesia-amante significa questa dolorosa e smagliante duplicità, che non è scissione, ma raddoppiamento: come se ogni parola proiettasse sempre l’ombra di un corpo e i corpi, ovunque nominati, l’ombra di una parola, di un’idea-poesia, di una dea-poesia: “come dentro la materia, si sta così, a spiare / l’idea che, ancora innata: / NASCERÀ NASCERÀ NASCERÀ”.

Saviane si rivolge infatti a una Poesia dotata di corpo organico, certo, ma si rivolge pure a un’amante femmina: elusiva, desiderata e infine disamata senza rimpianto: “La tua fica / non l’amo più hai sentito? / Non l’amo più, né mi aggrada / Il ritornare a farlo”, perché troppa è in lei l’ansia di vivere, per continuare a trascorrere i propri giorni inseguendo colei che non la vuole. E dunque: “(Rimozione forzata: intendo di té!)”. E dunque: “Sul cuore come minuscoli passi d’animale / Rumori selvatici – il tema multiplo del male. […] il lento incalzare del dolore. Presto / corriamo al bacio – ché si muore.”

Facile immaginare che Caterina Saviane si sentisse in costante pericolo di vita, visto quel che faceva a se stessa. Facile immaginare che al suo “innato” febbricitare si fosse aggiunta una fretta di vivere dovuta al rischio mortale che lei stessa infliggeva alla sua vita.

 

Questo che abbiamo scelto è uno dei testi più trasparenti e piani (e anche uno dei più brevi) del volumetto, uscito l’anno scorso per nottetempo: 61 pagine dove l’autrice si diverte a incastrare e giustapporre lirismi (“il sacro sonno della Bellezza che mi respira affiànco”), onomatopee (“Oh, kamikaze farfalle / scappavate fatali / contro ceco clan clan / clan clan / clan destine”), parlato (“di palo in frasca”, “fica”, “a zonzo”, “come ’na pazza sto”), giochi di parole (“brésa della Pastiglia”, “inverecondoscéne” “occhi stuprofatti dal vespero perenne”), guidata da una musicalità euforica, scatenata, irriverente, battuta su ribattuta: una dominante insistita e, con ogni evidenza, necessaria a deporre sulla pagina almeno un poco della sua esuberante energia di vivere, della sua fame di essere VISTA.

L’immagine che emerge – ahimé – come un fuoco fatuo ad apertura di libro è infatti quella di una pasoliniana “disperata vitalità” – ma vissuta più avanti nel tempo: negli squallidi, edonistici, terribili anni Ottanta, con il loro vuoto politico, le loro adolescenze disorientate dalla solitudine sociale, che la sottoscritta ben ricorda, le loro cotonature, la luce fredda e bianca dei loro neon (dei quali la nostra Lidia Riviello è cantora), che rendeva tutti già un po’ salme, pesci d’acquario, sagomine distanti. Inoltre, come abbiamo scritto, Saviane viveva la sua fame psicofisica di contatto psicofisico da dentro un’esistenza che subiva gli smottamenti delle droghe pesanti. La sua è la ribellione della carne viva in un mondo di plastica e di apparenze dove nessun vivo si sentiva più tale: d’improvviso non c’era più un “noi”, non c’erano i compagni d’utopia insieme ai quali affrontare il futuro sapendo di appartenere a una giustizia simile alla bellezza, a una grande speranza.

Ma ve lo immaginate un temperamento di fuoco come quello di Saviane con le spalline imbottite e i capelli montati sul cranio come spume ordinarie?

Pare proprio che il mondo dove viveva non fosse buono con lei, creatura vivamente desiderante e dunque fuori luogo, nata troppo presto o, più probabilmente, troppo tardi. Forse negli anni Sessanta sarebbe stata felice, si sarebbe sentita a proprio agio, accolta in ogni istanza della propria concretissima ragion d’essere, del proprio ardore di vivere.

Chi lo sa a chi è rivolta la poesia che abbiamo scelto, chi lo sa a che creatura si stringeva Caterina, sentendosi morire: se a una creatura della propria mente o a un’amante di carne, alla quale offriva, notte dopo notte, il proprio sesso e le proprie poesie, o alla poesia stessa. Chissà chi era quella sua bimba “azzurra e bellissima” che la teneva accanto e la teneva ancora.

Chi sa se, come Rosselli, una volta abbandonata dalla poesia, anche Saviane venne abbandonata dalla vita. Noi non possiamo che attenerci ai fatti: l’ultima data annotata in questo librettino è 10 luglio 1986. Caterina andò via da questo mondo nel 1991, dopo anni nei quali suo padre, il Sergio Saviane caustico critico televisivo de “L’Espresso”, la riportava a casa da cliniche e commissariati. La sua poesia, invece, è poesia allegra, tanto viva da essere talvolta incontenibile. Certo non è poesia che passi inosservata.

Né la vita di lei che la porgeva.

Scaramozzino Francesco, L'onere dei nidi (motivazione Notari, 17)

Scaramozzino ha la capacità di associare l’inassociabile, il così detto “alto” al così detto “basso”, il così detto “lirico” al così detto “impoetico”: di attingere, cioè, alla mischia parlante della poesia di temperamento novecentesco, per tirarne le conseguenze dovute. La consapevolezza linguistica è talmente evidente che è superfluo notarla più a lungo. Ma possiamo aggettivarla: è una consapevolezza evocativa, non dimostrativa. Allude senza dire e senza però usare metafore, perché la lingua è tutta già spostata in una zona metaforica diremmo quasi dell’essere, più che della stessa lingua. Ma questa zona al di là dell’essere non pare essere metafisica, tutt’altro: le parole costruiscono un universo fermo e concreto, solo baluginante di una luce interna, propria.

È attraversando il mondo, infatti, che arriviamo al volo dell’ultima sezione – come ben nota anche Marco Tabellione nella nota finale – e il volo è a sua volta un nome che sta per “poesia”, se Scaramozzino scrive: “Vedi? trema sulla pagina / con le sua ali / anche quest’ultima poesia, / che ha l’attitudine al volo”.

Il poeta getta dunque sul mondo una rete a strascico e tira alla secca della sua scrivania alcuni reperti (appunto) baluginanti, evocativi di un mondo che non è dato fissare sulla pagina, che non è dato trattenere nella vita, ma che è dato e ridato: ricordare – al quale è dato e ridato: aspirare – e che riassumiamo, con Scaramozzino, nella parola: “avvicinati”. Detto a una donna. Detto al mondo stesso.

Sica Gabriella, Emily e le altre (il manifesto, 30.1.11)

CORPI GRANDI COME IL MONDO
di Maria Grazia Calandrone
su Il manifesto - 30 gennaio 2011

 

Gabriella Sica, Emily e le Altre – con 56 poesie di Emily Dickinson, Cooper 2010


CORPI GRANDI COME IL MONDO
 
In questo libro appassionato, impertinente e terremotato Gabriella Sica fa quello che vuole, compie un viaggio irregolare secondo la mappa delle sue passioni all’interno dello sterminato e sublime pianeta Dickinson: traduce (la Dickinson), fa poesia in proprio e innamorati commenti alla poesia altrui e racconti biografici di chi è già stato attraversato e ha tradotto (la Dickinson). Il risultato è il levarsi di un coro eseguito nel nome di Dickinson da molteplici voci che ne assumono, fedeli o assonanti, la lezione di tenebrosa luce. Se, come è detto, identità è conoscersi attraverso il molteplice, ecco che Emily Dickinson ancora una volta conosce se stessa. 
Emily e le Altre non è un libro per signorine, è un libello che ci tira in faccia pallottole impastate di luce e gelo – buio ed altezza, per dirla con Celan – è la chiamata in causa di una parte della comunità dei vivi e dei morti che collabora attraverso i secoli alla ricostruzione della bellezza perduta, del Paradiso che si può tenere nelle mani perché il Paradiso è una scelta. Eccola, Emily: ecco lei che, da quel punto minimo che fu il suo corpo, volle rovesciare il mondo. Il libro regge in piedi sul nero della copertina il vulcano di una minuscola sacerdotessa, immobile e ribelle, come scolpita dalle sua parole, una ragazza piccola e vestita di bianco che annuncia il passaggio del suo corpo morto tra ali di grano. Eppure quella della Dickinson è poesia tenuta insieme dalla luce e dalla “doppia vista” di Leopardi, ovvero dalla capacità che hanno i poeti di vedere l’infinito nel niente di un oggetto. 
Nella introduzione Gabriella Sica espone il problema di essere insieme donna e poetessa, ovvero un corpo-cardine di due felicità che confliggono. Infatti, sebbene la scrittura della Dickinson sia sempre dedica, il suo “tu” è distante e comprensibile solo per Grazia, come Dio. È recentissima l’acquisizione che si possa figliare e poetare con il medesimo corpo. Gabriella Sica – tra le prime ad avere osato sfidare tanto la felicità terrestre! – descrive il mondo dell’Altra che, pure chiuso, apre il suo spiraglio, la sua fredda corrente sull’infinito. Così è condotto con partecipazione il discorso sui corpi dei poeti, ovvero sul discorso fatto di corpo: occhi fissi nell’infinito molecolare delle stanze e dei fiori che vengono catalogati senza che mai si spenga la poesia. Vestali della parola. Non sappiamo se sia necessaria la rinuncia, sappiamo che per molte è stato così: ecco le due Emily, Brontë e Dickinson, con i corpi saldati al paesaggio, corpi lirici o carnali di donne smisurate dall’amore non fatto, corpi enormi per la tensione su tutto il silenzio e la lontananza, arrampicati su tutta la pianta del Tempo. Ed ecco Sylvia Plath e il suo sposo Ted Hughes che, vedovo di lei, vorrà suscitarla dal mondo dei morti appena prima di raggiungerla, ecco l’ironica lezione di Elizabeth Bishop intorno all’arte di perdere, ecco messa alla luce la discendenza di certa extrasistolica Rosselli da certa Dickinson. Questi e altri corpi diventano un paesaggio composto dalla tensione degli arti che si smisurano per fabbricare colonne e ponti, esseri umani vivi e veri che sfamano la tigre assenza con parole che sono fibre, fibrillazioni, legamenti e articolazioni del discorso, pieno di numeri, api, libellule e lapilli di lava incandescente. Vediamo corpi capofitti nel vuoto fino a vederlo splendere del proprio fuoco. 
E’ emozionante rileggere le poesie della Dickinson così contestualizzate: sembra che lei sia qui accanto, irridente e selvaggia: figlia, sorella e madre nel grande libro scritto da generazioni di scriventi: Celan, Brontë, Plath, Hughes, Browning, Campo, Guidacci, Bishop, Campana, Rosselli: nomi che fa bene tenere stretti insieme in uno sguardo, nomi di eroi disincarnati che morirono per la bellezza, come i martiri muoiono / Per la Verità ma delle loro Proprietà – così ignari / Che il Furto – non li può danneggiare, anzi li prosegue e li espande, li dissemina in noi come profeti e sentinelle di quelle fortezze di bellezza fatta dai loro corpi diventati Parola. 

Spaziani Maria Luisa, in memoria (il manifesto, 2.7.14)

Nata a Torino nel 1922, Maria Luisa Spaziani è l’unica donna italiana ad aver percorso quasi tutto il Novecento da “poetessa” senza però essere affetta da malattia alcuna, mostrando anzi tutta la propria ironica vitalità, un saper fare e un saper affabulare che hanno sostenuto, insieme al suo gran corpo dagli azzurri occhi a mandorla, tutti i danni e le gioie che toccano a un’esistenza che ha avuto in sorte di attraversare un conflitto mondiale e un intreccio individuale con due uomini niente affatto comodi come Eugenio Montale ed Elémire Zolla – che sposerà, dal quale si separerà. Non a caso una delle opere con le quali Spaziani più identificava se stessa era proprio la sua Giovanna D’Arco – il “corpo formidabile” della ragazza santa che s’inabissa nel fuoco, cantato nello stesso anno da Maurizio Cucchi – la pulzella della quale ogni “donna, / ingiuria al loro stato” è stata altra ego.

Ma Spaziani, oltre a scrivere, parlava da poetessa. Sta a noi testimoniare. “I figli dell’amore hanno un enzima in più”: questa la frase con la quale Spaziani mutò, al primo ascolto, un destino formalmente tragico in un dono. Ecco come. L’aspirante scrittrice aveva appena sfoderato la furibonda e maleducata storia d’amore dei suoi genitori, sfociata – è il caso di dirlo – in un doppio suicidio per acqua. Senza nessun intento didattico, eversiva e fulminea com’era nella conversazione: per intuito, per istinto, per intelligenza etimologica, Spaziani aveva messo in pratica la reazione chimica di un poeta sopra una carne umana: trasformare anche l’orfanità, dalla quale tutti siamo affetti, in benedizione. Irrobustire il danneggiato apparente, svelare che luce si va facendo dall’interno del nostro destino, pur da una gromma di male. Lei, che in poesia sapeva ironizzare anche su un assassino seriale come Il mostro di Firenze, aveva il dono dell’oralità pensante. Il suo discorso spandeva un bene evocativo, mitologico, sui poeti che aveva conosciuto – a meno che non si trattasse dei cattivi ragazzi del “Gruppo ‘63”, che accusava di aver fatto impallidire, con la loro illeggibilità, il già esangue manipolo di lettori di poesia. Ma: Caproni, Sartre, Pound, Borges, Picasso, sedevano invisibili accanto a lei, fatti materia elettrica dalle sue parole, dai suoi aneddoti, dai suoi dettagli sovraesposti, immaginari per quanto erano veri. La sua era una dizione iperrealista. Quei poeti tornavano forma e consistenza, ovunque lei li pronunciasse: nel suo salotto, nelle aule universitarie (insegnava lingua e letteratura francese all’Università di Messina) o nelle belle stanze del Centro Montale, da lei fondato nel 1978 e presieduto finché la natura mutevole dei legami e degli accordi umani gliel’ha permesso. Maria Luisa Spaziani era di diritto il “carnivoro biondo” de La bufera montaliana, libro squassato dall’irruzione ferina e dai crolli della guerra, con quei tuoni di polvere da sparo e quell’andarsene disincantati, senza però aver smesso di sognare; libro della resa dolente all’irrazionale storico, dove Montale afferma però di aver visto “le ali” sulle “scapole gracili” di Maria Luisa, di aver graffiato a sangue lo stimma della “salvezza” e della “perdizione” sulla fronte di lei. E ora, io che sono in ginocchio e perdonato solo dal giorno che tu sei nata – si domanda il poeta che ha nome d’albero – “dove seppellirò l’oro che porto”. Ora che te ne vai. Come la tua Giovanna “nel rubino squillante del tramonto”.

Strumia Filippo, Pozzanghere (il manifesto, 19.6.11)

FANGO CON LA NOSTALGIA DELLE STELLE
su il manifesto, 19 giugno 2011

Filippo Strumia, Pozzanghere, Einaudi 2011

FANGO CON LA NOSTALGIA DELLE STELLE

Se è vero – e decidiamo subito che è vero – che la poesia sia uno scarto invisibile tra il mondo conosciuto e un non meglio precisato altrove, le pozzanghere di Filippo Strumia operano questo impercettibile slittamento rovesciando i cieli e imponendo a essi un movimento silenzioso, ostinato e incoerente mentre paiono mostrarne la figura a vista. Strumia sembra che dica le cose del mondo, ma solo mentre siamo ormai altrove ci accorgiamo di essere stati presi da un vento mitologico e siderale, che forse è entrato da una crepa che si è aperta nel senso prima che ne accorgessimo. Eppure, le parole erano tutte esatte. Si trattava anzi di una indagine nella bella nominazione biologica, che non fa che innalzare la meccanica umana del corpo con la cosmogonia bellissima dei suoi nomi: sartorio, timo, astrociti… si trattava della descrizione di un continuo accadere all’interno della umana fibra, si trattava di un occhio-microscopio pieno di una obiettiva compassione, tutto preso alla terra. In questa compagine di compassione Strumia aveva compreso il delitto, la gialla fessura degli occhi dei lupi, il sacro mistero della prostituzione – ma non ancora l’Orso folle e rapinoso di un rapimento mortale.
Troppa molteplicità è contenuta in noi pozzanghere perché ci sia concessa l’onestà del sale e della terra, perché ci sia concessa la nullità degli angeli:noi non siamo davvero la terra. Ma ci viene riconosciuta l’innocenza: l’idea che noi come acqua morta riflettiamo il mondo fa di noi delle specie di finestre passive degli eventi, fa di noi puri effetti, fine della catena delle conseguenze, dei meri affacciamenti, dei cataloghi muti. Qual è allora la nostra libertà? Oltre ogni pietosa discolpa, la libertà sta nell’azione tanto rapida da essere quasi un fermo immagine: il porre mano alla faretra / mentre la freccia è ancora in volo. Allora questo aggrapparsi al corpo di Strumia, l’indagine ossessiva nelle sue particole marginali o vitali aiuta a contemplare in zone insospettabili uno stellato antecedente a una manomissione, una piantagione ancora vergine, il luogo ultraterrestre. Forse la crepa è nella nostalgia, in una nostalgia così profonda da essere biologica. Diamo nomi di stelle ai nostri organi per una nostalgia che i nostri organi hanno, di quand’erano stelle. Ma abbiamo nostalgia se abbiamo memoria. E abbiamo memoria quando possiamo sopportare il dolore della felicità: di quella presente, che finirà, sull’esempio di quella già finita. Si percepisce quasi in ogni pagina di questo bel libro un desiderio che germina dall’asfalto verso un gesto significativo che ricucia un clamoroso errore divino, uno sbrego nel senso, un definitivo dislocamento – forse avvenuto a causa di una perdita prematura – perché il tempo che ci cammina addosso spacca con il suo stesso peso la scorza che il dolore ci ha calcato sulle spalle e ci lascia sgusciati e vulnerabili, ipersensibili e mercuriali. Forti. Capaci di sentire che il povero determinismo umano sta nel rimettere in piedi un insetto rovesciato – e il legame tra la rotazione stellare e questo movimento è solo e incorporeo come un eco. Questa mano di uomo sfiora le stelle solo attraverso le loro più basse manifestazioni, agisce indirettamente sulle stelle – solo come eco, solo da lontano, in un legamento che passa per il corpo distrutto della blatta divina di Clarice Lispector, perfetta elegia del neutro e del niente, perfetta calunnia di Dio. Seguiamo fino in fondo questa polifonica algebra poetica: avremo pace quando avremo il coraggio di sopportare ogni perdita. 
E allora guardiamo se possibile più dentro la nullità: il dolore che strappa le foglie / è nel nulla dell’essere amato. Cosa vogliono dire questi due versi, bellissimi ed enigmatici? Che l’amore non salva come speravamo? Che il pensiero dell’essere effimero di chi amiamo ci fa mordere la terra per il dolore? Il doppio significato di questi versi, l’accostamento tra la panacea-amore e il nulla-morte compie la sua macchinazione in noi. Questa forse è la più insopportabile delle delusioni: che dentro tutto questo amore splenda la lama del sorriso di Lucifero, che tutto questo amore sia sempre umano, sempre poco e ambiguo – e non salvi, non sani, non ti abbia guarito.
Questo libro non è consolatorio: la consolazione sta nella forza esclusivamente umana di sopravvivere alla piena coscienza della fine restando come in volo, stando felici mentre siamo macchiati di morte, macchiati a morte, felici in una sospensione di fiato, accettando di essere non più durevoli di quel millesimo temporale tra lo scatto della lingua del ramarro e l’ingoiamento della mosca-io in un nuovo gorgo intestinale dichimo e urina, nuovamente pari alle stelle. 
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