MERINI Alda, appunti inediti

Corpo a corpo con la virulenza della parolacorpo Alda Merini
in Dalla sua bocca (Zona, 2013)

Ho deciso di farmi contaminare. Ha vinto il fiuto amaro della bestia, accarezzo il suo muso proteso sull’erba del mondo. Sono esposta al contagio. C’è un rapporto animale con Merini – o niente. Lei è un organismo panico e pericoloso, inseparabile dalla poesia che emana – come un tentacolo, come un filamento di seta che a un tempo la protegge e la espone.

Così, ho deciso che questa rovente e ventosa estate della mia maturità meritasse il suo piccolo giro di boa, fosse il momento per lasciarmi portare nell’infernale paradiso di un’anima prava e benedetta; ho deciso che adesso avrei potuto farmi avvicinare da questa parola di qualità virale che è il depositato di un’anima che già aveva macchiato la sua carne, la porzione di mondo materiale consegnata alla nascita.

Ebbi già modo di scrivere (in un articolo dal titolo Fare poesia è un’azione politica uscito per “il manifesto” giusto un anno fa) intorno all’identificazione assoluta della poesia di Merini con il nudo della sua autrice, specie con quello esposto nelle fotografie di Giuliano Grittini – politicamente, ebbi a sottolineare – come un risarcimento già quasi postumo della sua carne fatta sobbalzare dagli elettrochoc e così rimossa, schierata nel macero ipernumerico degli internati, disertata e infine: disabitata, come disabitata si voleva fosse la carne dei matti nei reparti psichiatrici.

Lo vediamo benissimo analizzando questi inediti. Vediamo i risultati dei carichi farmacologici sui territori di un’anima pure assoluta e colma di lucerne e vie di fuga come quella di Merini.

Davanti ai dattiloscritti che mi sono stati sottoposti ho provato l’imbarazzo che si prova a sorprendere involontariamente qualcuno in una sua posa intima. Qui, pareva di spiare una poetessa davanti a una sua materia verbale disarginata. Nemmeno in una bozza di laboratorio, bensì nell’out-of-order, nella irresponsabile disorganizzazione di una materia umana sottoposta a certe micidiali scosse elettriche. La vigilanza di Merini sulle proprie parole, normalmente già scarsa, qui risulta completamente in disuso: la poetessa è preda di una lingua più che mai dilaniata e oscura, ma, nello stesso tempo, questa cattiva riuscita poetica ci consegna in regalo un’evidenza: l’imperversare della follia e le relative cure fanno di lei una triste paranoica, le cure le disvelano l’angusto reale che ella non sopporta e dal quale era sempre fuggita grazie alla candela accesa in permanenza nella sua anima che aveva nome Poesia. Poesia di luce e trasfigurazione, parola-verbo di rinnovamento e di benedizione: dove il suo grido era sempre altissimo e teso in una pure disperata forma di speranza, gli elettrochoc le schiacciano la testa sulla superficie polverosa e fredda delle cose.

Ne rimane dunque il prezioso documento di un’evidenza: la “follia” poetica, il mal della parola, è di qualità radicalmente opposta a quella clinica, la quale è cinica, depauperata, angosciata. Sotto la pressa farmacologica le anime sanno di vuoto, sanno di calma chimica e di oppressione. La gestione psichiatrica era una sottile e ferocissima dittatura perché privava addirittura i corpi del rispetto dovuto: nei reparti vegetavano creature dissanguate da uno spreco mortale, prive di libertà, si spostavano grumi di materia distonica e stonata, caduta nella propria solitudine, nella infezione di una solitudine senza rimedio, dove invece la poesia ficca letteralmente le piume nelle clavicole dei poeti, mette in loro una libertà essenziale e l’intensissima qualità morale del prendere la parola a nome del coro umano.

L’internato psichiatrico è solo come il più solo degli uomini.

Il poeta prende la parola in vece dell’intera umanità.

Questa la differenza. Questa la qualità della gioia senza rimedio dei poeti.

Questa la forse involontaria denuncia politica della parolacorpo Alda Merini.

Quando Merini era poetessa, infatti, la follia ne faceva un’ispirata: la visionarietà, il suo tutto-pieno (il rovescio buono di una desertica angoscia), rompeva con costanza la membrana che tiene le cose dentro le tre dimensioni del reale. Tutto il mondo per lei era già slittato permanentemente nella sua dimensione ulteriore. Era come una morta che guarda ai vivi con una disumana compassione.

Alla sua stessa specie percossa nella carne dalla poesia appartiene il ragazzo Alfonso Guida, forse il nostro giovane poeta maggiore, che le fu infatti amico dell’amicizia contrastata e difficile di due corpi affollati di parole. La distanza faceva i suoi danni: la distanza della loro materia corporale e la distanza di ciascuno dei due dalla propria contraddetta materia corporale. Casto fino al disservizio l’uno, carne aperta in un grado costante di solitudine, che andava sanata comunque fosse, l’altra: Merini e Guida sono entrambi invasi (vorrei dire invasati) dal sentimento della poesia, non dalla sua estemporanea emozione.

Le emozioni differiscono dai sentimenti per il valore della durata. Se la cerea emozione arde e si consuma manifestando vivide apparenze (lacrime, anche, anche abbracci e slanci perfetti come in un sogno dell’adolescenza), il sentimento adopera intera la variabile “tempo” che ci è stato assegnato, cova dentro e non smette. Ciclico, circolare, alle volte nemmeno si vede ma non smette. È il nostro scheletro, la nostra forza e giustificazione.

Così è la poesia per questi due poeti della visione e della commozione: un sentimento continuo, l’uroboro, il serpente che morde la propria estremità e che in ciò mai finisce di iniziare. Tutt’altro che emozione.

Bene dunque, sono pronta a sporcarmi e a illuminarmi con questa piccola serpenta di Dio, che è prudenza protocristiana e iniezione di nero veleno – e con le sue parole, cupe e luminose, edeniche e infernali, visionarie e mutissime: sempre imprudenti, sempre feroci. Ora vedremo che sarà di noi.

Roma, 17.7.2012

A cose fatte

Alcuni di questi testi scorrono via leggeri come un soffio, altri sembrano rotti da singhiozzi – o da un’ansia che nemmeno la parola calma. A volte la parola è piegata e sopraffatta da un automatismo ossessivo, da una fobia. Eppure.

Una donna, una macchina da scrivere, il suono di un battito di tastiera che insieme a quello del suo cuore la salva, non la fa sprofondare veramente mai.

Oggi, giorno nel quale – trentasette anni fa e due giorni dopo la morte di mio padre Giacomo Calandrone – veniva martoriato il mero corpo di Pier Paolo Pasolini, oggi che ancora ricordiamo tutto

di questi uomini e di questa donna, sigliamo nuovamente la certezza che nemmeno la devastante sabbia mobile della follia, che nemmeno la più criminale delle azioni, possono far tacere la poesia.

Roma, 2.11.2012

Di morte in vita

Alda Merini lasciava spesso tracce incompiute delle sue parole.

L’opera incompiuta a volte chiede di essere portata a termine, è piena di faville che chiamano all’immedesimazione, che suggeriscono una maniera ardita e spuria di mettere al servizio dell’ispirazione di un altro la propria esperienza: in questo caso setacciando la pepita della parola “ispirata” dal ferro del morso persecutorio.

Queste parole storte che Merini aveva strappato al male sono state un dono all’amico Michele Caccamo e come tale le abbiamo trattate, come la suggestione che per lei sarebbero divenute se le avesse riavute poiché, a nostro parere, si tratta di appunti composti in un momento nel quale la sua macchina da scrivere era, oltre che un veicolo verso il lontano baluginare della bellezza, un argine contro l’assedio di un doppio male: interno (una solitudine accecante) ed esterno (l’istituzione manicomiale).

Abbiamo infine deciso di non divulgare gli undici inediti [tranne quello dedicato a Zanzotto, che ci è sembrato letterariamente compiuto e perciò abbiamo presentato su “il manifesto” del 7.9.12 e scelto come copertina del presente volume] che avevamo tra le mani perché la loro autrice non ebbe mai modo di verificare il valore etico e poetico degli scritti donati, né espresse mai la volontà di darli alle stampe così com’erano.

Basandoci sui fatti – ché altro non ci è dato ricevere dagli scomparsi – abbiamo dunque ritenuto che, con il suo gesto, Merini avesse inteso semplicemente agire una delle condivisioni con le quali era solita liberarsi dall’esondazione imperfetta delle parole che la abitavano.

Doniamo dunque a nostra volta il dono ricevuto, con la certezza di avere portato il massimo rispetto a ognuna delle fasi del passaggio di queste parole, ormai venute dalla morte, di vita in vita e di morte in vita.

Maria Grazia Calandrone

Nadia AGUSTONI, Racconto (Aragno, 16)

Il bello di questo Racconto è che non si esaurisce: si può leggere e rileggere, ricavando ogni volta da esso una pace profonda, il sentimento dell’ariosità: queste di Agustoni sono poesie piene di spazio, “costruiscono” un mondo dove ci sentiamo a casa, dove non c’è clamore, ma accoglienza, anche quando le parole sono malinconiche: “sei passata insieme alle cose belle / le cose che dico il loro nome / e non soffrono”. Il segreto di questa pace sta quasi certamente nel fatto che il dolore è stato osservato fino al suo distillarsi – che è anche la sua evaporazione. Se ne sente ormai solo il retrogusto, diremmo quasi la dolcezza. Il segreto di questa accoglienza sta nel fatto che le parole sono state depositate con estrema cura, con l’attenzione tanto raccomandata da Simone Weil, come “la forma più rara e più pura della generosità”, e hanno preso quasi il respiro lieve degli haiku.

Nel libro si scrive anche molto dello scrivere, intendendo però la scrittura come gesto concreto: si parla delle parole considerandole pari agli altri oggetti del mondo, adoperandole come leva, come una lente che aiuti a discernere, e dunque a celebrare, la realtà della vita (“le mani hanno toccato il pane / sono vere”) e a separarla dalla sua memoria, o dalla sua illusione. Agustoni cerca (e trova) una parola radicale come un albero: “parlare è come i semi, gli alberi davanti alla casa”, ma, soprattutto: “le parole vivono se ascolti”. Occorre fare nostro ancora una volta il pensiero di Simone Weil, che a noi pare abbia tanta confidenza con Nadia Agustoni: “A pochissimi spiriti è dato scoprire che le cose e gli esseri esistono”. Crediamo sia per una simile affinità filosofica che Agustoni scrive: “quello che abbiamo per gli inverni / sono i racconti / il nostro esistere perché ci sia qualcuno sempre”.

Marco GIOVENALE, Maniera nera (Aragno, 15)

Nella tecnica d’incisione della maniera nera si procede a rovescio: per levare, anziché aggiungendo segni. Il nero è prima e l’incisore toglie strato a strato, fino alle ombre liquide o al bianco. Una tecnica lenta e faticosa, per lasciare che l’immagine – o, meglio, il legame tra la figura, vista o immaginata, e l’immaginazione dell’artista – emerga dall’indistinto. L’esattezza degli incisori nel riprodurre ombre è il preludio della suprema forma barthesiana del già estinto, la fotografia. Come le parole dei poeti, sempre postume all’oggetto che dicono. Cosa rileva dunque – o immagina – il poeta Giovenale, che cosa chiede al buio? Maniera nera è un volume di legami segreti fondati nel bianco. L’idea del libro risale al 2006, anno nel quale Giovenale fonda, con altri (altra cifra della sua poetica è la partecipazione), il sito gammm.org, che si occupa di scritture di ricerca. Le parole emergono come le parti – anche interne, psichiche – lucidissime e protese di un corpo intuibile, sommerso – e questo le rende insostituibili, come insostituibili sono le interpunzioni che le legano e separano, i neologismi e la melancholica ironia. Di questo libro non potremmo cambiare una virgola: Maniera nera è un’architettura perfetta, la camera chiara della scomparsa di tanto Novecento. La fondamenta invisibile ne è infatti il Novecento privato e interno alla scrittura precedente di Giovenale che, scavalcandolo, lo scavalca, qui, anche a nome nostro. Ma non ne è ancora il monumento funebre, lo scatto fotografico (del quale Giovenale è anche esperto); ne è piuttosto il bilico, il filo dell’equilibrista teso tra l’archeologia di «un paesaggio di tracce delle tracce» verso l’«aperto labirinto» del futuro, al quale ci si orienta seguendo suoni e segni di parole come una «lettura della luce».

Spoon River (Giunti, 2015)

Charles Webster
 
Il bosco di pini sulla collina
e la fattoria lontana molte miglia
erano chiari come attraverso una lente
sotto un cielo blu pavone!
Ma nel pomeriggio un manto di nuvole  
velò la terra. E tu camminavi per strada
e attraverso il campo di trifogli, dove il solo suono
era il tremolo liquido del grillo.
Poi il sole tramontò tra grandi rotazioni
di burrasche lontane. Un vento che si andava levando
illimpidì il cielo e alimentò le fiamme
delle stelle esposte;
e fece dondolare la luna rossastra, appesa
fra la linea del colle
e i rami scintillanti del meleto.
Tu camminavi in pensiero la riva,
dove le gole delle onde erano civette
che cantavano sommerse e piangevano
allo sciacquio del vento fra i cedri,
finché ti sei fermata, troppo piena per piangere, vicina alla casa
e, guardando in alto, hai visto Giove
sfiorare la cima del pino gigante
e, guardando in basso, la mia sedia vuota,
cullata dal vento nel portico vuoto –
Sii brava, Amore!

 3 traduzioni e 10 voci alla Lee Masters: segreti – morti – abbandono – amore – ingratitudine – guerra – animali – fiori – libertà – luce

[...] amore • Molti di voi sanno che non è vero, ma quant’è affascinante pensare che la parola “amore” derivi da “a-mors”! Che vuol dire immortale. Perché, appunto, l’amore è una morte di sé. Ed è, come la morte, infinito e senza ritorno. Solo la morte è infinita. Dunque l’amore vero è questa morte. Mi diverte e mi colma di dolcezza applicare una simile falsa etimologia “a-mortale” a un libro dove a parlare sono i morti.

    Oh – sì! – sapevo bene di che bestia scrivevo, quando scrivevo d’amore. E lo sapevo tanto bene da cavalcarne tutte le declinazioni. I poeti non temono l’amore, perché sanno dove incanaleranno l’acqua bruciante delle loro lacrime. Del resto, come evitarle? Ma quelli, col dolore, ci fanno le poesie. E soprattutto con la nostalgia. Per lo meno, non hanno rimorsi, perché i poeti dedicano tutto. E, per essi, come per tutti, essere innamorati è come essere massimamente vivi, ovvero è come essere morti.

    Nell’amore e nella morte è presente la stessa quota di nudità. Oppure, ci si difende: perché essere esposti, come si è davanti a chi si ama, ci sembra tanto pericoloso. Se, quando non sappiamo confidare. Oppure, ho conosciuto il lento spegnersi della fiamma che somiglia a un’altra morte: il progressivo impallidire dei coniugi come William e Emily: “c’è qualcosa nella Morte / come l’amore stesso!”; ho conosciuto l’unico, splendente giorno d’amore di Francis Turner, ucciso dall’emozione dei baci di Mary in un pomeriggio di giugno;  e l’amore assoluto di Caroline Branson, “dove il tempo non c’era, né lo spazio, né noi stessi”, reso grottesco dalla successiva esposizione matrimoniale; e sono stato lei, che ancora supplica per rinascere, per venire di nuovo gettata in quel flusso segreto di passione; e ho provato l’amore effusivo del suonatore Jones – per il quale il paesaggio si trasformava in musica improvvisa – che muore poi senza rimpianto, come un’allegra cicala che abbia onorato bene il proprio dono e infine, con Jack il cieco, con me e con tutti i musici, siede qui, ai piedi di Omero: un cieco visionario “dalla fronte / grande e bianca come una nuvola”.

    Certo l’amore è il principale mezzo di trasporto per la luce. La prima comparsa del chiarore che irradierà, ironico e benigno, dai testi finali, è nella lettera della maestrina vergine al suo studente prediletto “perché tutto il tuo fango, tutta la tua scoria / possa cedere al tuo fuoco, fin che il fuoco non sia altro che luce!... / Non sia altro che luce!”. Quanto ardore si trasforma in bene.

     Ma non sempre è così. Nel mio libro ci sono anche amori inferi, interessati. C’è l’amore incrollabile della signora Purkapile, che ha formato la forma di una gabbia; c’è il rifiuto inflessibile e fermo di un seno, bianco come una lapide, che finisce Harmon Whitney; c’è l’amore paziente e tradito di Homer Clapp; e amori lunghi e segreti come quello di Em Stanton per il dottor Hill, che si accorge del sentimento di lei solo durante il proprio funerale, vedendola nascosta dietro la quercia del cimitero; e c’è la donna dotata dello stesso talento di Eliot, rovinata dal sesso e dagli otto figli che ne conseguirono; ci sono femmine ordinate e ordinarie, miti e gioiose, inserite nel flusso di una vita priva di ambizioni, come Lois Spears; e c’è l’amore tradito, che Louise Smith lasciò si avvelenasse di dolore e gelosia, mentre, dalla sua tomba, l’amato Herbert declama: “e i nostri cuori sono attratti da stelle / che non ci vogliono”.

     In questa parte amara di discorso amoroso, vi ricordo il monito di Louise: “Non permettete che la volontà diventi giardiniera della vostra anima / se non siete certi / che essa sia più saggia della sostanza della vostra anima”. E vi ricordo la paura di vivere di George Gray, una povera barca con le vele ammainate, che ebbe timore dell’aperto del mare. E vi esorto a tenere davanti alla vostra anima l’esempio gigantesco dell’amore che Dante seppe provare: lo stesso impulso che, nella vita di un dongiovanni come Lucius Atherton, fu povera materia che rovina, diventa il canto immortale di un poeta, che prende dallo sguardo di una donna lo slancio per raggiungere una parte di sé che chiama Dio. Canta l’amore. Canta, se hai coraggio.

 ingratitudine • In quest’unico caso, per quest’unico tema bruciante, raccolgo le mie parole da un unico testo. Duro e severo com’è appunto l’umana ingratitudine. E tanto triste. Qui, Harlan Sewall fa un’amara disamina del proprio cuore ingrato, ovvero dell’egoismo che nasce, feroce, dalla vergogna di avere offerto a un altro essere umano lo spettacolo del nostro intimo vuoto.

     Se dobbiamo gratitudine a una creatura perché essa ha visto, con i suoi occhi amanti di carne e sguardo, l’infermità e la debolezza della nostra anima e ha avuto cuore e mani per sanarle, può accadere che noi, tornati forti grazie alle sue cure, non sopportiamo la sua conoscenza della nostra ferita. Per vergogna di come eravamo davanti ai suoi occhi, o perché ne proviamo una paura di bestie. Così, ringraziamo quell’uomo sempre meno. Anzi, mettiamo in moto contro di lui la macchina di un graduale allontanamento. Egli è l’estraneo in noi. Lo straniero, lo spettatore alieno, nella tana richiusa della nostra anima. Non abbiamo fiducia nel suo amore e nella sua bontà, cui tanto giustamente credevamo. Tanto più egli ci ha saputi vedere, tanto meglio ha saputo raccogliere nei suoi occhi amorevoli la nostra più segreta nudità, la fibra più intima e tenera della nostra anima-corpo, tanto più è probabile che arriveremo a cancellare anche il suo nome dalla nostra memoria: solo qui, solo in questa poesia, qualcuno viene detto “Sconosciuto”. Ed egli è stato: il benefattore. Il devoto, il servitore, l’amico un tempo più caro al nostro cuore bisognoso. Ci dimentichiamo di lui perché abbiamo bisogno di dimenticare “non tanto il nostro stesso dolore / quanto la mano che lo ha guarito”. Cioè lo sguardo che ci ha visti tanto malati e nudi.

     Ora il benefattore, il testimone scomodo, viene respinto nel limbo dei senza nome. Ed è respinto senza spiegazione, ricacciato nella non-conoscenza: “Non comprendesti mai, o Sconosciuto”. Egli è un senza diritti, poiché ora viene frainteso come un invasore. Ho scritto che “il peccato sopra tutti i peccati / è il peccato di cecità delle anime verso le altre anime”. L’ingratitudine, che discende da quella cecità, è la più oscena oscenità dell’anima. [...]

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Francesca MATTEONI, Acquabuia (Aragno, 14)

La poesia di Francesca Matteoni è un pieno di natura: alberi, bambini, animali, fantasmi di amanti e pietre, dalle quali sale il sussurro, ancora attivo, delle madri. Ma non ingannino i nomi veri di animali e piante: qui è natura che trasfigura in bestia, creatura umana, fiore e sangue che sporgono, a fiotti e a fenomeno carsico, dall’indistinto. Tutta questa materia espone sempre e comunque il suo rovescio fiabesco, ectoplasmatico, e chi si muove in essa ha raramente consistenza di creatura umana già formata, è idea preumana dell’uomo o narrazione dell’umano che si espande, a slancio o per crescita lenta, esponenziale, dal nucleo magico e onirico dell’infanzia.

Magico e battente è infatti anche il ritmo di molti dei testi, che a volte suonano come filastrocche nere, declinazioni originali di folklori nordici, e a volte paiono virate verso un mondo “buono”, per il quale si forma sulle labbra spontaneamente un inno, che si snoda fino alla pace della casa-riva come il percorso e il decorso di un fiume. Più che di gratitudine, si tratta del desiderio di restituire, rendere onore a tanta bellezza “vista”. Il senso della vista è infatti la dominante di questa bella opera di ricostruzione rituale, che vede anche nel buio, anche nel buio dell’acqua originaria, e arriva alla sua foce con un’affermazione come «Durano i sentimenti / più del tuo corpo / e del mio».

A dire che non siamo che occasioni, contenitori provvisori di qualcosa che comunque esisteva, esiste ed esisterà: prima, durante, attraverso e dopo noi, che passiamo. Ma possiamo, intanto che abbiamo cuore.

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