Prefazioni

Campana Dino, Preferisco il rumore del mare (Ponte alle Grazie 2019)

Che cos’è la realtà? è la domanda scritta fra le righe delle poesie di Dino Campana, un autore che sembra proiettare con evidenza cinematografica la propria esasperata, fosca, sensualissima sensibilità su un fondale di cose concrete, spigolose e salde come rocce.

Sappiamo che ciascuno di noi percepisce il mondo a modo proprio. Lo stesso accade ai poeti: alcuni – come Montale – vestono oggetti e paesaggio con sentimenti e riflessioni che appartengono al poeta, non al paesaggio, poiché il paesaggio di per sé esiste e basta, privo com’è, nella realtà, di sentimento e pensiero.

Questa prima specie di poeta sovrappone sé stesso alle cose con tale forza che altri poeti vogliono invece impegnarsi a contenere le emanazioni sentimentali o intellettuali del proprio io sulle cose reali, addirittura cercando di difendere la «cosa» dal proprio stesso linguaggio, nel tentativo di offrire al lettore la nuda realtà, il più possibile vicina al suo stato di pura esistenza.

Campana sceglie una terza via: copre il visibile, lo ammanta con la propria visione, come se il suo mondo interiore traboccasse più abbondante sul mondo dei fatti, fosse più evidente di quel che vedono gli occhi del corpo.

Eppure, non è un visionario.

La realtà appare infatti «rivelata» dalla sopraffazione di Campana, perché il punto di vista di Campana ci riferisce di un legame recondito e indispensabile, che per lo più ci sfugge, tra cosa e cosa, tra creatura e roccia, tra luna e gomito e fianco e filo d’erba e guerra e foce e colore di stella. E perché egli stesso pare assumere, a volte, «la dolcezza dei seppelliti», una dolcezza che ci pare – a bagliori – di intuire.

Forse pure Campana è arrivato, a momenti, a quel che Dante mirabilmente chiama «intelletto d’Amore» e che è la sola strada per comprendere il mondo.

La visione del mondo di Campana è un ininterrotto fluire di elementi, una mescolanza perturbante e felice di zone d’ombra improvvisamente illuminate dal faro di un’intuizione, raggiunta per metafore: «una forma nera cornuta immobile mi guarda immobile con occhi d’oro» o paragoni: «Avanti come una mostruosa ferita profondava una via». Altrove, le descrizioni sono gustose e chiare, leggibili e pianeggianti, per una quiete sempre provvisoria e lievemente brusca come «l’odore pirico della sera di fiera», tridimensionali per quanto sono esatte.

Altrove, ancora, l’eccesso è tutto fuori, attribuito alla natura stessa, allora «il poggio è troppo bello» e il cielo è «troppo azzurro», e infine è il mare a essere depositario di una «bestialità irritante».

Ma Campana sa benissimo che «ogni fenomeno è per sé sereno» e che «la mano irritata» che si sporge dal muro di terra dell’umano, la mano infebbrata, curiosa, tremante, insicura o fiera, tocca «la parte immota» delle cose, quel tanto di estraneità e indifferenza che la materia ci riserva, pur nello slancio della più viva e sincera nostra adesione.

Riflettere su Dino Campana significa dunque evadere dall’aneddotica del poeta invasato che strappa le pagine dai propri libri per sottrarle allo sguardo di chi non ritiene potrà mai comprenderle e uscire pure dall’automatismo di lasciar coincidere l’appassionato amore per la vita con l’illusione della conoscenza della vita.

Chiunque ami la vita, l’ama proprio perché sa che non potrà mai davvero possederla. E, come ben sentenzia la prostituta Jodie Foster in Ombre e nebbia di Woody Allen: «C’è un unico tipo d’amore che regge: quello non corrisposto». Se così è, raramente l’amore per la realtà fu meno corrisposto di quello che le portò Dino Campana: siamo in Italia, nell’Italia piccola di fine Ottocento. Campana nasce irregolare, tutta la sua energia non può essere contenuta nelle stringenti convenzioni della provincia italiana di inizio Novecento, ma le sue fughe giovanili, i suoi viaggi all’estero, gli valgono l’inizio di una serie ininterrotta di internamenti psichiatrici. Per fortuna scrive. Per sfortuna è così fiducioso da consegnare l’unica copia dei Canti Orfici a Papini e Soffici, sperando in una pubblicazione sulla rivista «Lacerba», ma il manoscritto viene perduto e Campana quasi impazzisce davvero, per lo sforzo mentale di riscriverlo. Ma stavolta lo pubblica a proprie spese. Il libro gli vale tre anni d’amore tempestoso con Sibilla Aleramo, che se ne dice «incantata e abbagliata insieme», perché i Canti Orfici è un libro pagano, onnivoro, ipnotico, sconnesso, eppure chiarissimo, nel suo pedinare con certosina nitidezza i processi mentali del suo autore – e il fatto che Campana abbia potuto ripercorrerne le tracce a memoria, a distanza di un anno, è la prova che fossero quelli, che fossero «veri» – ma, invece di conseguire un risultato stento, oscuro e autoreferenziale, inseguendo sé stesso Campana incontra il mistero del mondo.

Dino Campana è un anticipatore, un uomo dalle disperate certezze, un inquieto che ha inventato la libertà che sarebbe stata di molto Novecento letterario ma, negli anni che è durata la sua vita, la sua arte irrequieta non gli ha portato troppa fortuna, perché non sa di buono e di pulito come la pace, non risolve i conflitti, ma lascia in bella vista il perturbante, il barbarico, qualcosa di irrisolto che si torce in fondo alle parole, sempre lievemente intorbidate da lacrime di pianto e riso – non dimentichiamo le staffilate e gli affondi della sua bella ironia – o da una metafisica malinconia, ma si agita anche al fondo delle parole più chiare, «come un peso sconosciuto sull’acqua» di questa nostra esistenza che però spesso è «calida di felicità, lucente». 

Nella Nobili, Ho camminato (Solferino 2018)

LA POESIA ATTIVA DI NELLA NOBILI

Una vita contiene molte vite. Vite potenziali, che si sono interrotte.

Ciascuno contiene molte persone. Persone potenziali, che si sono interrotte: le persone che avremmo potuto diventare, ma che il caso, o la nostra volontà, hanno fermato, prima che fossero reali.

Se abbiamo avuto fortuna, siamo stati noi a scegliere di non essere quelli che pure avremmo potuto essere. Nel migliore dei casi, la nostra scelta è stata equilibrata e soprattutto libera, dunque priva di rimpianto o, peggio, di rimorsi futuri.

Nel peggiore dei casi, uno o più eventi indipendenti dalla nostra volontà (una guerra, un rifiuto, la morte di una persona amata, la povertà) ci hanno interrotti e chiusi nell’astuccio di una vita che non avremmo scelto di vivere, di una persona che non avremmo scelto di far vivere, tanto meno attraverso di noi.

La vita che facciamo, i pensieri che pensiamo, le parole che adoperiamo, ci cambiano nel profondo, rischiano di far esistere attraverso il nostro corpo certe persone inaridite che a stento riconosciamo come noi stessi, certe facce distorte dal disincanto.

Ma Nella ha sempre fatto resistenza, ha puntato i piedi come una mula, per non perdere grazia. Ha voluto dar vita a due persone in una, a due vite possibili: la prima, aveva rischiato di interrompersi per sempre alla fine delle elementari, quando, già innamorata della poesia, le viene permesso di andare a lavorare.

La donna che avrebbe potuto essere e non è mai completamente stata, le rimane dentro con il sorriso fossile di una bambina, dal volto pallidissimo.

Nella le ridà voce con la poesia: la poesia rimette colore alle sue guance infantili e movimento e vita nel suo piccolo corpo anchilosato. La poesia ha cura di lei, la raccoglie nelle sue mani fatte di parole e la fa parlare. Anzi, cantare. Anzi, di più: giocare, finalmente.

Quelle voci dolcissime e inquiete che salgono dal sangue e ci distraggono, le apparizioni che riconosciamo immediatamente, ma non sappiamo e non vogliamo argomentare con ragionevolezza, le intuizioni, indimostrabili, ma incrollabili, le memorie di cose che non ricordiamo di aver vissuto, quelle sono le voci della poesia.

Il prezzo, per chi vive, come Nella, tra due contraddittorie idee di mondo, è non essere mai intera, mai tutta in un luogo.

1. Bologna, 1935. Poesia

Quando pensiamo alla nostra vita, ricordiamo alcuni episodi, pochi, che per noi sono stati giri di boa. Sono quelli che raccontiamo alle persone nuove che incontriamo, i rari eventi che ci hanno edificati per quelli che siamo.

Nodi biografici, insomma, oltre che bivi.

Per Nella, la prima svolta avviene in quarta elementare [...]   

  • intervista in “Corriere della Sera” 22.6.2018
  • Nella Nobili come Saffo, una raccolta celebra la poetessa morta suicida

Il libro, in libreria per Solferino dal 21 giugno, si intitola «Ho camminato nel mondo con l’anima aperta». La curatrice, Maria Grazia Calandrone: «Quella di Nella era una poesia controcorrente per il suo tempo. Parlava di amore per le donne e di lavoro in fabbrica» - di Andrea Federica de Cesco

«Quella di Nella Nobili è una testimonianza straordinaria, nel senso letterale della parola. Nella merita di essere letta e ricordata sia come figura umana sia come poetessa». A parlare è Maria Grazia Calandrone, che ha curato la raccolta di poesie di Nella Nobili «Ho camminato nel mondo con l’anima aperta», in libreria per Solferino dal 21 giugno. «Il titolo è tratto da un verso di Nella e rappresenta alla perfezione il suo essere senza pelle, il fatto che percepisse ogni soffio di vento come se fosse una tempesta».

Nella Nobili nasce a Bologna nel 1926 in una famiglia molto povera e giovanissima inizia a lavorare in fabbrica come operaia. Nel 1949 si trasferisce a Roma, dove pubblica il suo primo libro, «Poesie», e comincia a frequentare i salotti letterari. All’inizio degli anni Cinquanta va a vivere a Parigi, dove realizza oggetti di artigianato con miniature di opere d’arte attraverso il metodo della colatura a freddo, inventato da lei stessa. In Francia scrive altri due libri: La jeune fille à l’usine e - insieme alla sua compagna, Edith Zha - Les femmes et l’amour homosexuel. Nobili muore suicida nel 1985.

«I fumi degli smalti freddi che utilizzava per le sue opere di artigianato le facevano venire il mal di testa. Per rimediare aveva iniziato a prendere l’Optadilon. Probabilmente è stato questo farmaco a portarla al suicidio, perché quando si è uccisa era in una condizione florida - aveva una casa, una compagna e un discreto successo, nonostante la stroncatura di Simone de Beauvoir che non l’aveva compresa», racconta Calandrone, essa stessa poetessa, drammaturga, scrittrice, giornalista, autrice e conduttrice di programmi di poesia per Radio 3, curatrice della rubrica di inediti «Cantiere poesia» (pubblicata sul mensile «Poesia», edito da Crocetti), regista di documentari e videoreportage, organizzatrice di laboratori di poesia in scuole e carceri e madre di due figli.

Com’è nata la raccolta? «Un paio di anni fa sono andata a un convegno sulla scrittura femminile all’Università di Cagliari. C’era anche Marie-José Tramuta, traduttrice delle opere di Nella arrivata dalla Francia. Rimasi folgorata da una delle sue poesie dedicate a Rossana: era un testo materico, ma al tempo stesso trasmetteva la sensazione che il sentimento nei confronti di questa donna si estendesse alla natura in modo convincente, non retorico. Sono poi stati fondamentali due incontri con Edith Zha, la compagna di Nella».

Poi che cosa è successo? «Sono rimasta in contatto con la Tramuta, che mi ha mandato diversi materiali di Nella. Possiedo anche alcune sue fotografie e inediti in prosa, incluso “Poèmes” – la raccolta di poesie di Nella curata da Tramuta che, dopo la pubblicazione in Francia (dov’è edita dall’Istituto italiano di cultura di Parigi), la traduttrice era venuta a presentare in Italia. Dopo aver parlato di Nella Nobili a Nicola Crocetti, abbiamo realizzato un servizio sulla rivista “Poesia” (edita da Crocetti, ndr) e poi lui mi ha presentata a Solferino, che è risultata una sede opportuna per il rilancio di Nella (pubblicata in Italia nel 1949 da Tosi e Danzi Editori)».

Che cosa le ha raccontato Edith? Quando vi siete incontrate? «La prima volta ci siamo incontrate lo scorso inverno a Parigi, dov’ero andata per una lettura. Conoscere Edith di persona è stato determinante per avere Nella davanti agli occhi. Ci siamo viste a pranzo, lei parlava in francese e io in italiano. Edith sentiva di avere assolto il compito di riconsegnare le parole di Nella (alcune inedite ) alla sua terra. Il secondo incontro è avvenuto a Bruxelles. Edith mi ha raccontato di una persona piena di vita, originale, molto sensibile. La persona reale che Edith mi ha descritto coincide poco con la figura addolorata e tormentata che vive ed esiste nelle poesie di Nella. Nella consegnava la sua parte dolente alla poesia, che le permetteva di riconnettersi con una ferita primaria».

Quali sono state le ferite di Nella? «Innanzitutto, non aveva potuto studiare come avrebbe voluto. Era stata sua la scelta di andare a lavorare giovanissima in una fabbrica di vetro. Voleva aiutare il padre, che aveva trovato un impiego in Algeria. Nella al lavoro si chiudeva in bagno per leggere e scrivere. La madre inoltre aveva poca consapevolezza dei suoi sogni, non era in grado di interpretarli e di curarsene. Fu il vicino di casa, un cantante, ad accorgersi delle sue passioni letterarie: le diede da leggere i suoi libretti d’opera. Poi c’è stata la ferita della guerra. Nella si occupava della ricognizione dei corpi con la sorella, fino a che non ce l’hanno fatta più (ne parla ne “I bambini di cera”). Era una persona interrotta che con la poesia cercava di consolarsi per diventare madre di se stessa. Ha vissuto con dolore anche lo strappo da Roma. È andata via dall’Italia lasciando la madre a Bologna. Del resto, si sentiva soffocare nel sarcofago della poetessa operaia in cui l’avevano rinchiusa. Era considerata un caso umano: tutti la guardavano, ma non riuscivano a includerla nel mondo dell’intelletto».

Come ha vissuto la propria omosessualità? «Con serenità. Non ho trovato eventi traumatici su questo tema. Nella nei suoi testi parla di amore, punto. Maria Bellonci aveva delle mire su di lei, anche se Nella non se n’era accorta. Sibilla Aleramo invece provava nei suoi confronti una simpatia desessualizzata: la considerava la se stessa del futuro. L’omosessualità era accettata nell’alta borghesia intellettuale (Nella si era costruita da sé la possibilità di frequentare i salotti della Roma bene), nonostante non se ne parlasse. Non era uno scandalo. La Francia era ancora più evoluta. Ha conosciuto Edith a una mostra d’arte. Nella era appassionatissima di arte: il suo amico Aldo Borgonzoni la presentò a Giorgio Morandi, a cui Nella ha dedicato la poesia “Paesaggio 1926”».

Come definirebbe la poesia di Nella? «Controcorrente, molto diversa rispetto al “poetese” femminile degli anni ‘50 sia per i temi trattati (non esisteva una letteratura omosessuale a quel tempo) sia per lo stile niente affatto infiorettato. Ingiustamente, Maria Luisa Spaziani dipinse di lei il ritrattino della poetessa operaia da cui Nella invece rifuggiva: lasciò Roma proprio perché non riusciva a levarsi di dosso quel sarcofago. Mi hanno colpito moltissimo il suo coraggio, il suo essere all’avanguardia, il suo avere rubato tempo al sonno per imparare a leggere e a scrivere e per studiare le lingue straniere».

Perché secondo lei è importante ripubblicare Nella oggi? «La sua è la testimonianza di una persona straordinaria, in senso letterale. Il suo libro secondo me migliore, “La ragazzina in fabbrica”, racconta in modo dettagliato le condizioni di lavoro delle donne in fabbrica. Ripubblicare Nella Nobili è un omaggio doveroso a una persona con un’esistenza fuori dal comune e a una poesia che per noi oggi è scontata ma che – come dicevo - per l’epoca era all’avanguardia sia come stile sia come contenuto (i temi di Nella erano l’amore per le donne e il lavoro in fabbrica)».

In che cosa è consistito il suo lavoro di curatrice? «Ho raccolto e studiato i materiali. Poi ho chiuso tutto e ho aspettato “la voce”. Mi sono immersa nell’ascolto di alcuni audio di Nella (un’intervista radiofonica e una lettura di alcune sue poesie – da cui traspare il suo accento bolognese) per assorbire la sua persona. Una mattina mi sono svegliata e ho trovato l’attacco. Spero di avere capito nel profondo chi fosse, come abbia vissuto, come la sua forza straordinaria e la sua voglia di vivere (che mi ha descritto Edith) siano riuscite a trovare una strada in un mondo così difficile come quello che lei ha attraversato. Mi serviva percepire l’alchimia di questa stranezza, di questa straordinarietà di Nella rispetto alla vita e alla letteratura comuni. Ho cercato di diventare lei, di immedesimarmi».

Come ha scelto quali poesie includere? «Le poesie sono in ordine cronologico. Mi sono affidata al mio gusto personale, alla mia esperienza decennale di critica. Ho scelto le poesie più emblematiche, riuscite, comunicative. Spero che vengano apprezzate non solo dai cultori di poesia, ma anche dai non addetti ai lavori. Ho incluso più di due terzi della sua produzione poetica, per un totale di oltre duecento poesie».

Quali sono gli autori più amati da Nella? «Rainer Maria Rilke ed Emily Dickinson. Alcuni dei suoi testi sembrano un calco delle poesie di Saffo, che forse lei non conosceva. È sorprendente come, a distanza di millenni, si parli d’amore sempre con lo stesso tono. Da quanto mi ha raccontato Edith, Nella era una lettrice onnivora. Nei suoi testi fondeva fisica e metafisica: era in grado di penetrare con lo sguardo l’oggetto fino a vederne il contenuto di luce - o di buio (come nella poesia “La ragazza dagli occhi pieni di buio”, di cui Nella sembra leggere l’anima pur senza parlarci)».

Qual è la sua poesia di Nella preferita? E perché? «Si intitola “La fiamma rossa o blu sole incandescente”. È un breve testo dove descrive il lavoro in fabbrica, dove parla dei gradi della materia. È una poesia tecnica – sembra Andrea Zanzotto. Adoro quando la descrittività risulta così analitica e insieme così metafisica, in modo da racchiudere la parte visibile e invisibile della realtà. Nella è riuscita a tenere insieme due rette divergenti, vita attiva e vita contemplativa, fondendo meditazione, contemplazione e metafisica dentro la materia. Divento furente quando sento dire che la poesia è fuori dalla realtà. La poesia è invece sprofondamento nella realtà, al punto da vederne la parte invisibile».

in “Corriere della Sera” 26.6.18

Nella Nobili, la poetessa ritrovata

Operaia a 14 anni, autodidatta, nel 1953 lasciò l’Italia per Parigi. La fabbrica, i dolori, l’amore proibito nella raccolta curata da Maria Grazia Calandrone per Solferino - di GIULIA ZIINO

Forse, tra tanti, c’è un episodio minore che molto dice di Nella Nobili (1926-1985) — poetessa —, in vita prigioniera di povertà e di etichette, dimenticata presto come autrice, ora riscoperta nella raccolta Ho camminato nel mondo con l’anima aperta (Solferino), curata da Maria Grazia Calandrone. Lo racconta lei stessa, rievocando i suoi anni nel salotto di Casa Bellonci, a Roma: una marziana sbucata fuori dalla miseria e dalla fabbrica e ammessa a frequentare il tempio delle Lettere. «Morandi — dice Nella — (Giorgio, il pittore, ndr) che aveva simpatia per me e al quale avevo dedicato una poesia, m’aveva offerto per semplice bontà d’animo un’acquaforte, sapendo in anticipo che avrei potuto servirmene come moneta di scambio, in caso di necessità». Il caso si presenta sotto forma del matrimonio della sorella: Nella non ha neanche un abito «decente» da mettere alla cerimonia. E vende il quadro: «Una gonna e una giacca di cotone confezionato da una sartina di quartiere valevano quanto un’acquaforte — magnifica — del maestro». Lo stesso abito «decente» Nella lo indosserà invitata nel salotto di Maria Bellonci: per lei il vestito della festa, per la «sultana delle Lettere, faccia smaltata, bocca rossa» la divisa della «poetessa-operaia», ingenua e pura, da esibire «come un piccolo fenomeno da baraccone»: «Le scarpe senza tacco, i calzini corti» e quel «tailleur verdastro in cotone» che, però, «aveva una storia».

Tutto ha una storia, in Nella Nobili. Storia di fatica e di fame, soprattutto: nasce a Bologna, madre sartina, padre muratore emigrato in Algeria. Poverissimi. Va alle elementari: in quarta, l’incontro della vita, con i versi di Ada Negri. La poesia diventa una ragione d’essere. Ma per la «figlia del popolo» il destino ha già scelto: il lavoro appena finita la quinta — prima a consegnare il latte porta a porta, poi in un’azienda che fa astucci per gioielli. Nel gennaio del 1940 raggiunge l’età giusta: «La fabbrica è un muro / È una prigione la fabbrica / Una punizione / Quando ci entri a quattordici anni».

Adolescente, Nella deve darsi pace, dimenticare i libri. «Un caso emblematico — la definisce Nicola Crocetti — di una delle centinaia di intelligenze sprecate di questo Paese in quegli anni: menti che la scuola elementare risvegliava ma che la vita destinava ad altro. Lei però non si è mai rassegnata». Un vicino appassionato d’opera le presta libretti e romanzi. Lei legge dove può, quando può. Di notte a lume di candela, in fabbrica, chiusa in bagno nella pausa pranzo. Studia inglese e tedesco, da sola, per leggere Emily Dickinson e Rilke, tradurli. E scrive di suo: «E quella bambina interrotta si mise a cantare / L’acqua e il vento la gioia e il dolore / La bellezza d’allora».

Piano piano l’operaia entra nei circoli intellettuali bolognesi, si fa conoscere. L’aiutano Morandi e Giuseppe Galassi, direttore del «Giornale della Sera», che pubblica nel ‘48 un articolo che le apre le porte di Roma e di Casa Bellonci. Il primo libro pubblicato, le recensioni. Ma anche l’etichetta di cui Nella, da allora, cercherà sempre (e invano) di disfarsi: la poetessa-proletaria, una «camicia di forza, una pubblicità ingannevole». Una prigione da cui, dopo tre anni, Nella scappa. Va a Parigi, per essere libera di scrivere — e vivere — come vuole: non un’immaginetta da mostrare in salotto ma una donna vera, che fa poesia senza sconti e canta l’amore per il suo stesso sesso. Troppo per l’Italia di allora.

Costretta a lavorare per necessità, a Parigi Nella si ingegna: ama l’arte, dipinge e brevetta una tecnica per riprodurre sugli oggetti capolavori famosi: portasigarette, specchi, portacipria. Funziona, e arriva l’agiatezza: scarpe, cappotti, una villetta di proprietà. Tempo per leggere e scrivere. Anche Parigi però è una delusione: nel 1975 Simone de Beauvoir legge le bozze del primo libro in francese di Nella, non la capisce, le dà della dilettante. Il colpo è forte ma lei va avanti. Pubblica un libro, un altro. Scrive e denuncia: il lavoro che sfianca, l’amore proibito fra donne, lo stigma sociale. Ma la vita la tradisce ancora: i solventi che ha respirato per anni la avvelenano, le medicine che prende le causano la depressione. Dice addio alla vita nell’85, a neanche sessant’anni.

Oggi, più di trent’anni dopo, la sua voce sorprende. Un urlo, soprattutto quando dice delle forzate della fabbrica. «Leggera, dentro l’inferno» scrive Maria Grazia Calandrone nell’introduzione alla raccolta, che mette insieme una scelta di versi rappresentativi dei vari temi e fasi del lavoro di Nella sulla scrittura. Un testo, quello di Calandrone — poetessa anche lei — che ha poco della prefazione canonica: quasi un racconto breve, pieno di appassionata partecipazione, mai improvvisato. L’autrice ha ricostruito con cura la vita di Nobili basandosi su documenti e testimonianze anche inediti, lavorando con Marie-José Tramuta dell’Università di Caen e con Edith Zha, ultima compagna di Nella. Un lavoro di scavo che restituisce una voce poetica dimenticata ma ancora forte e accende una luce sulla condizione femminile e operaia nell’Italia degli anni Quaranta.

La curatrice - Da poetessa a poetessa: la cura delle poesie di Nella Nobili si deve a Maria Grazia Calandrone (Milano, 1964) scrittrice in versi e prosa, drammaturga, artista visiva, autrice radio e tv. Dal 2010 pubblica esordienti sul mensile internazionale «Poesia» diretto da Nicola Crocetti. Tra i suoi libri più recenti, Serie fossile (Crocetti, 2015), Gli Scomparsi (pordenonelegge, 2016) e Il bene morale (Crocetti, 2017); è in Nuovi poeti italiani 6 (Einaudi, 2012).

Agustoni Nadia, Racconto (Aragno, 16)

Il bello di questo Racconto è che non si esaurisce: si può leggere e rileggere, ricavando ogni volta da esso una pace profonda, il sentimento dell’ariosità: queste di Agustoni sono poesie piene di spazio, “costruiscono” un mondo dove ci sentiamo a casa, dove non c’è clamore, ma accoglienza, anche quando le parole sono malinconiche: “sei passata insieme alle cose belle / le cose che dico il loro nome / e non soffrono”. Il segreto di questa pace sta quasi certamente nel fatto che il dolore è stato osservato fino al suo distillarsi – che è anche la sua evaporazione. Se ne sente ormai solo il retrogusto, diremmo quasi la dolcezza. Il segreto di questa accoglienza sta nel fatto che le parole sono state depositate con estrema cura, con l’attenzione tanto raccomandata da Simone Weil, come “la forma più rara e più pura della generosità”, e hanno preso quasi il respiro lieve degli haiku.

Nel libro si scrive anche molto dello scrivere, intendendo però la scrittura come gesto concreto: si parla delle parole considerandole pari agli altri oggetti del mondo, adoperandole come leva, come una lente che aiuti a discernere, e dunque a celebrare, la realtà della vita (“le mani hanno toccato il pane / sono vere”) e a separarla dalla sua memoria, o dalla sua illusione. Agustoni cerca (e trova) una parola radicale come un albero: “parlare è come i semi, gli alberi davanti alla casa”, ma, soprattutto: “le parole vivono se ascolti”. Occorre fare nostro ancora una volta il pensiero di Simone Weil, che a noi pare abbia tanta confidenza con Nadia Agustoni: “A pochissimi spiriti è dato scoprire che le cose e gli esseri esistono”. Crediamo sia per una simile affinità filosofica che Agustoni scrive: “quello che abbiamo per gli inverni / sono i racconti / il nostro esistere perché ci sia qualcuno sempre”.

Ariot Mariasole, Anatomie della luce (Aragno, 17)

“Se oggi ho una lingua è perché non ho mai avuto voce.”. Mariasole Ariot scrive qualcosa che riguarda tutti i poeti, spicciola folla venuta dall’esilio dove ha formato una lingua, nuovissima e sorgiva: le parole si accumulano qui come singhiozzi e carezze, lacrime di un pianto non più muto, si inseguono così senza respiro che neanche vanno a capo (ma di poesia si tratta, un serratissimo ritmo musicale lo documenta), le affermazioni disaffermano e si contraddicono, creando un mondo labile ma non confuso; semplicemente, paurosamente, dolorosamente, gioiosamente aperto all’imprevisto e all’imprevedibile, libero da schemi, schermi, categorie e certezze. Un mondo fluido, infantile, “vago”, straniato e straniante, abitabile con lo sguardo pronto a una forma assoluta di accoglienza: di sé, dell’altro, di sé che diventa altro da sé, fino a quel “ditele che se non sono – sono l’altro”. Si attraversano così 28 giorni. 28 quadri viventi. 28 come le fasi lunari. E 28 bellissime immagini, che sono un altro modo di essere testo: esse pure traducono il mondo in un bianco e nero, pastoso o graffiante – sono oggetti quotidiani resi inconoscibili, dettagli di vasconi e lavatoi, vasi, uccelli di legno caduti, lune eccessive, più raramente panorami, nei quali si cammina chiamati in causa, incaricati di farsi portavoce di 27 messaggi, da recapitare a una dedicataria sconosciuta. Una pietra miliare del cammino sta in questo verso: “E l’agave, che nel giorno di festa lancia un fusto per morire”. Che vuol dire: fare canto del nostro sperdimento e del nostro silenzio, per non essere rosi dalla cavolaria, che svuota il cuore della pianta che fuori pare intatta, per non essere la “carcassa a due”, formata dai corpi cavi di esseri che si cercano con crudeltà infantile. Nossignore! Per essere due, prima bisogna “per un istante almeno farla finita con l’io”.

Attanasio Daniela, Il ritorno all'isola (Aragno, 2010)

quarta di copertina per Daniela Attanasio, Il ritorno all’isola
   Aragno, 2010
 
 
Nel ritorno all’isola di Daniela Attanasio c’è una seria competenza sentimentale: è un libro pieno di movimento e di racconto. Tutto comincia con alcune belle passeggiate cittadine, che però trasfigurano in natura il cemento e le piazze, come incensieri che portano odori e dettagli: i calzari di Enea o la penna nel taschino di Brodskij!, ma anche l’isola – effettiva e affettiva – circoscritta dalla luce vuota del fiume urbano. Le parole rifondano sulla pagina un mondo percorso da vivi e semprevivi – sebbenesempreverde sia detta la morte – perché qui la scrittura è una conoscenza acquatica, infiltrante, espansiva, calma e lievemente attonita: Attanasio osserva – da vicino e dall’alto – un luogo multietnico e multicolore – e guardando vede, ma come se dentro le si muovesse un mare mitologico e letterario che trabocca sul mondo veramente osservato. Lo sguardo che Attanasio posa sulla città viene da un mondo dove esistere è l’avere amato e l’amore è il pasternakiano salvacondotto per “tornare”, anche a un secondo corpo di ragazzo cordialmente immobile nella garza delle onde del mare, vivente e descritto con metafore tutte bellissime pure quando delibera e scatena i suoi visceri azzurri in tempeste nerissime. Tornano spesso la parola amore e la parola paura, perché questi sono i temi musicali del libro: amore e lontananza, l’amore – e la sua memoria e la sua fine – con quei gabbiani urbani che nel cielo richiamano Ginostra, l’isola piazzata al centro del libro con la sua beatitudine frontale fatta di metafore e di azzurro, di capperi prostrati e sibilanti e pomodori al sole. Tutto questo gran mare amoroso ci trascina di peso nella lunga dedica conclusiva ad Amelia Rosselli, Voce incagliata dalla evidenza insopportabile dellainsufficienza di quanto è stato detto amore, ma tentata da una preghiera che induce alla supplica finale all’angelo e fa che il libro si chiuda su un gualcito papavero celaniano ma – sopra tutto – su una parola che va osata perché nel corso del viaggio si è resa necessaria: cuore
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