Prefazioni

Nella Nobili, Ho camminato (Solferino 2018)

LA POESIA ATTIVA DI NELLA NOBILI

Una vita contiene molte vite. Vite potenziali, che si sono interrotte.

Ciascuno contiene molte persone. Persone potenziali, che si sono interrotte: le persone che avremmo potuto diventare, ma che il caso, o la nostra volontà, hanno fermato, prima che fossero reali.

Se abbiamo avuto fortuna, siamo stati noi a scegliere di non essere quelli che pure avremmo potuto essere. Nel migliore dei casi, la nostra scelta è stata equilibrata e soprattutto libera, dunque priva di rimpianto o, peggio, di rimorsi futuri.

Nel peggiore dei casi, uno o più eventi indipendenti dalla nostra volontà (una guerra, un rifiuto, la morte di una persona amata, la povertà) ci hanno interrotti e chiusi nell’astuccio di una vita che non avremmo scelto di vivere, di una persona che non avremmo scelto di far vivere, tanto meno attraverso di noi.

La vita che facciamo, i pensieri che pensiamo, le parole che adoperiamo, ci cambiano nel profondo, rischiano di far esistere attraverso il nostro corpo certe persone inaridite che a stento riconosciamo come noi stessi, certe facce distorte dal disincanto.

Ma Nella ha sempre fatto resistenza, ha puntato i piedi come una mula, per non perdere grazia. Ha voluto dar vita a due persone in una, a due vite possibili: la prima, aveva rischiato di interrompersi per sempre alla fine delle elementari, quando, già innamorata della poesia, le viene permesso di andare a lavorare.

La donna che avrebbe potuto essere e non è mai completamente stata, le rimane dentro con il sorriso fossile di una bambina, dal volto pallidissimo.

Nella le ridà voce con la poesia: la poesia rimette colore alle sue guance infantili e movimento e vita nel suo piccolo corpo anchilosato. La poesia ha cura di lei, la raccoglie nelle sue mani fatte di parole e la fa parlare. Anzi, cantare. Anzi, di più: giocare, finalmente.

Quelle voci dolcissime e inquiete che salgono dal sangue e ci distraggono, le apparizioni che riconosciamo immediatamente, ma non sappiamo e non vogliamo argomentare con ragionevolezza, le intuizioni, indimostrabili, ma incrollabili, le memorie di cose che non ricordiamo di aver vissuto, quelle sono le voci della poesia.

Il prezzo, per chi vive, come Nella, tra due contraddittorie idee di mondo, è non essere mai intera, mai tutta in un luogo.

1. Bologna, 1935. Poesia

Quando pensiamo alla nostra vita, ricordiamo alcuni episodi, pochi, che per noi sono stati giri di boa. Sono quelli che raccontiamo alle persone nuove che incontriamo, i rari eventi che ci hanno edificati per quelli che siamo.

Nodi biografici, insomma, oltre che bivi.

Per Nella, la prima svolta avviene in quarta elementare [...]   

  • intervista in “Corriere della Sera” 22.6.2018
  • Nella Nobili come Saffo, una raccolta celebra la poetessa morta suicida

Il libro, in libreria per Solferino dal 21 giugno, si intitola «Ho camminato nel mondo con l’anima aperta». La curatrice, Maria Grazia Calandrone: «Quella di Nella era una poesia controcorrente per il suo tempo. Parlava di amore per le donne e di lavoro in fabbrica» - di Andrea Federica de Cesco

«Quella di Nella Nobili è una testimonianza straordinaria, nel senso letterale della parola. Nella merita di essere letta e ricordata sia come figura umana sia come poetessa». A parlare è Maria Grazia Calandrone, che ha curato la raccolta di poesie di Nella Nobili «Ho camminato nel mondo con l’anima aperta», in libreria per Solferino dal 21 giugno. «Il titolo è tratto da un verso di Nella e rappresenta alla perfezione il suo essere senza pelle, il fatto che percepisse ogni soffio di vento come se fosse una tempesta».

Nella Nobili nasce a Bologna nel 1926 in una famiglia molto povera e giovanissima inizia a lavorare in fabbrica come operaia. Nel 1949 si trasferisce a Roma, dove pubblica il suo primo libro, «Poesie», e comincia a frequentare i salotti letterari. All’inizio degli anni Cinquanta va a vivere a Parigi, dove realizza oggetti di artigianato con miniature di opere d’arte attraverso il metodo della colatura a freddo, inventato da lei stessa. In Francia scrive altri due libri: La jeune fille à l’usine e - insieme alla sua compagna, Edith Zha - Les femmes et l’amour homosexuel. Nobili muore suicida nel 1985.

«I fumi degli smalti freddi che utilizzava per le sue opere di artigianato le facevano venire il mal di testa. Per rimediare aveva iniziato a prendere l’Optadilon. Probabilmente è stato questo farmaco a portarla al suicidio, perché quando si è uccisa era in una condizione florida - aveva una casa, una compagna e un discreto successo, nonostante la stroncatura di Simone de Beauvoir che non l’aveva compresa», racconta Calandrone, essa stessa poetessa, drammaturga, scrittrice, giornalista, autrice e conduttrice di programmi di poesia per Radio 3, curatrice della rubrica di inediti «Cantiere poesia» (pubblicata sul mensile «Poesia», edito da Crocetti), regista di documentari e videoreportage, organizzatrice di laboratori di poesia in scuole e carceri e madre di due figli.

Com’è nata la raccolta? «Un paio di anni fa sono andata a un convegno sulla scrittura femminile all’Università di Cagliari. C’era anche Marie-José Tramuta, traduttrice delle opere di Nella arrivata dalla Francia. Rimasi folgorata da una delle sue poesie dedicate a Rossana: era un testo materico, ma al tempo stesso trasmetteva la sensazione che il sentimento nei confronti di questa donna si estendesse alla natura in modo convincente, non retorico. Sono poi stati fondamentali due incontri con Edith Zha, la compagna di Nella».

Poi che cosa è successo? «Sono rimasta in contatto con la Tramuta, che mi ha mandato diversi materiali di Nella. Possiedo anche alcune sue fotografie e inediti in prosa, incluso “Poèmes” – la raccolta di poesie di Nella curata da Tramuta che, dopo la pubblicazione in Francia (dov’è edita dall’Istituto italiano di cultura di Parigi), la traduttrice era venuta a presentare in Italia. Dopo aver parlato di Nella Nobili a Nicola Crocetti, abbiamo realizzato un servizio sulla rivista “Poesia” (edita da Crocetti, ndr) e poi lui mi ha presentata a Solferino, che è risultata una sede opportuna per il rilancio di Nella (pubblicata in Italia nel 1949 da Tosi e Danzi Editori)».

Che cosa le ha raccontato Edith? Quando vi siete incontrate? «La prima volta ci siamo incontrate lo scorso inverno a Parigi, dov’ero andata per una lettura. Conoscere Edith di persona è stato determinante per avere Nella davanti agli occhi. Ci siamo viste a pranzo, lei parlava in francese e io in italiano. Edith sentiva di avere assolto il compito di riconsegnare le parole di Nella (alcune inedite ) alla sua terra. Il secondo incontro è avvenuto a Bruxelles. Edith mi ha raccontato di una persona piena di vita, originale, molto sensibile. La persona reale che Edith mi ha descritto coincide poco con la figura addolorata e tormentata che vive ed esiste nelle poesie di Nella. Nella consegnava la sua parte dolente alla poesia, che le permetteva di riconnettersi con una ferita primaria».

Quali sono state le ferite di Nella? «Innanzitutto, non aveva potuto studiare come avrebbe voluto. Era stata sua la scelta di andare a lavorare giovanissima in una fabbrica di vetro. Voleva aiutare il padre, che aveva trovato un impiego in Algeria. Nella al lavoro si chiudeva in bagno per leggere e scrivere. La madre inoltre aveva poca consapevolezza dei suoi sogni, non era in grado di interpretarli e di curarsene. Fu il vicino di casa, un cantante, ad accorgersi delle sue passioni letterarie: le diede da leggere i suoi libretti d’opera. Poi c’è stata la ferita della guerra. Nella si occupava della ricognizione dei corpi con la sorella, fino a che non ce l’hanno fatta più (ne parla ne “I bambini di cera”). Era una persona interrotta che con la poesia cercava di consolarsi per diventare madre di se stessa. Ha vissuto con dolore anche lo strappo da Roma. È andata via dall’Italia lasciando la madre a Bologna. Del resto, si sentiva soffocare nel sarcofago della poetessa operaia in cui l’avevano rinchiusa. Era considerata un caso umano: tutti la guardavano, ma non riuscivano a includerla nel mondo dell’intelletto».

Come ha vissuto la propria omosessualità? «Con serenità. Non ho trovato eventi traumatici su questo tema. Nella nei suoi testi parla di amore, punto. Maria Bellonci aveva delle mire su di lei, anche se Nella non se n’era accorta. Sibilla Aleramo invece provava nei suoi confronti una simpatia desessualizzata: la considerava la se stessa del futuro. L’omosessualità era accettata nell’alta borghesia intellettuale (Nella si era costruita da sé la possibilità di frequentare i salotti della Roma bene), nonostante non se ne parlasse. Non era uno scandalo. La Francia era ancora più evoluta. Ha conosciuto Edith a una mostra d’arte. Nella era appassionatissima di arte: il suo amico Aldo Borgonzoni la presentò a Giorgio Morandi, a cui Nella ha dedicato la poesia “Paesaggio 1926”».

Come definirebbe la poesia di Nella? «Controcorrente, molto diversa rispetto al “poetese” femminile degli anni ‘50 sia per i temi trattati (non esisteva una letteratura omosessuale a quel tempo) sia per lo stile niente affatto infiorettato. Ingiustamente, Maria Luisa Spaziani dipinse di lei il ritrattino della poetessa operaia da cui Nella invece rifuggiva: lasciò Roma proprio perché non riusciva a levarsi di dosso quel sarcofago. Mi hanno colpito moltissimo il suo coraggio, il suo essere all’avanguardia, il suo avere rubato tempo al sonno per imparare a leggere e a scrivere e per studiare le lingue straniere».

Perché secondo lei è importante ripubblicare Nella oggi? «La sua è la testimonianza di una persona straordinaria, in senso letterale. Il suo libro secondo me migliore, “La ragazzina in fabbrica”, racconta in modo dettagliato le condizioni di lavoro delle donne in fabbrica. Ripubblicare Nella Nobili è un omaggio doveroso a una persona con un’esistenza fuori dal comune e a una poesia che per noi oggi è scontata ma che – come dicevo - per l’epoca era all’avanguardia sia come stile sia come contenuto (i temi di Nella erano l’amore per le donne e il lavoro in fabbrica)».

In che cosa è consistito il suo lavoro di curatrice? «Ho raccolto e studiato i materiali. Poi ho chiuso tutto e ho aspettato “la voce”. Mi sono immersa nell’ascolto di alcuni audio di Nella (un’intervista radiofonica e una lettura di alcune sue poesie – da cui traspare il suo accento bolognese) per assorbire la sua persona. Una mattina mi sono svegliata e ho trovato l’attacco. Spero di avere capito nel profondo chi fosse, come abbia vissuto, come la sua forza straordinaria e la sua voglia di vivere (che mi ha descritto Edith) siano riuscite a trovare una strada in un mondo così difficile come quello che lei ha attraversato. Mi serviva percepire l’alchimia di questa stranezza, di questa straordinarietà di Nella rispetto alla vita e alla letteratura comuni. Ho cercato di diventare lei, di immedesimarmi».

Come ha scelto quali poesie includere? «Le poesie sono in ordine cronologico. Mi sono affidata al mio gusto personale, alla mia esperienza decennale di critica. Ho scelto le poesie più emblematiche, riuscite, comunicative. Spero che vengano apprezzate non solo dai cultori di poesia, ma anche dai non addetti ai lavori. Ho incluso più di due terzi della sua produzione poetica, per un totale di oltre duecento poesie».

Quali sono gli autori più amati da Nella? «Rainer Maria Rilke ed Emily Dickinson. Alcuni dei suoi testi sembrano un calco delle poesie di Saffo, che forse lei non conosceva. È sorprendente come, a distanza di millenni, si parli d’amore sempre con lo stesso tono. Da quanto mi ha raccontato Edith, Nella era una lettrice onnivora. Nei suoi testi fondeva fisica e metafisica: era in grado di penetrare con lo sguardo l’oggetto fino a vederne il contenuto di luce - o di buio (come nella poesia “La ragazza dagli occhi pieni di buio”, di cui Nella sembra leggere l’anima pur senza parlarci)».

Qual è la sua poesia di Nella preferita? E perché? «Si intitola “La fiamma rossa o blu sole incandescente”. È un breve testo dove descrive il lavoro in fabbrica, dove parla dei gradi della materia. È una poesia tecnica – sembra Andrea Zanzotto. Adoro quando la descrittività risulta così analitica e insieme così metafisica, in modo da racchiudere la parte visibile e invisibile della realtà. Nella è riuscita a tenere insieme due rette divergenti, vita attiva e vita contemplativa, fondendo meditazione, contemplazione e metafisica dentro la materia. Divento furente quando sento dire che la poesia è fuori dalla realtà. La poesia è invece sprofondamento nella realtà, al punto da vederne la parte invisibile».

in “Corriere della Sera” 26.6.18

Nella Nobili, la poetessa ritrovata

Operaia a 14 anni, autodidatta, nel 1953 lasciò l’Italia per Parigi. La fabbrica, i dolori, l’amore proibito nella raccolta curata da Maria Grazia Calandrone per Solferino - di GIULIA ZIINO

Forse, tra tanti, c’è un episodio minore che molto dice di Nella Nobili (1926-1985) — poetessa —, in vita prigioniera di povertà e di etichette, dimenticata presto come autrice, ora riscoperta nella raccolta Ho camminato nel mondo con l’anima aperta (Solferino), curata da Maria Grazia Calandrone. Lo racconta lei stessa, rievocando i suoi anni nel salotto di Casa Bellonci, a Roma: una marziana sbucata fuori dalla miseria e dalla fabbrica e ammessa a frequentare il tempio delle Lettere. «Morandi — dice Nella — (Giorgio, il pittore, ndr) che aveva simpatia per me e al quale avevo dedicato una poesia, m’aveva offerto per semplice bontà d’animo un’acquaforte, sapendo in anticipo che avrei potuto servirmene come moneta di scambio, in caso di necessità». Il caso si presenta sotto forma del matrimonio della sorella: Nella non ha neanche un abito «decente» da mettere alla cerimonia. E vende il quadro: «Una gonna e una giacca di cotone confezionato da una sartina di quartiere valevano quanto un’acquaforte — magnifica — del maestro». Lo stesso abito «decente» Nella lo indosserà invitata nel salotto di Maria Bellonci: per lei il vestito della festa, per la «sultana delle Lettere, faccia smaltata, bocca rossa» la divisa della «poetessa-operaia», ingenua e pura, da esibire «come un piccolo fenomeno da baraccone»: «Le scarpe senza tacco, i calzini corti» e quel «tailleur verdastro in cotone» che, però, «aveva una storia».

Tutto ha una storia, in Nella Nobili. Storia di fatica e di fame, soprattutto: nasce a Bologna, madre sartina, padre muratore emigrato in Algeria. Poverissimi. Va alle elementari: in quarta, l’incontro della vita, con i versi di Ada Negri. La poesia diventa una ragione d’essere. Ma per la «figlia del popolo» il destino ha già scelto: il lavoro appena finita la quinta — prima a consegnare il latte porta a porta, poi in un’azienda che fa astucci per gioielli. Nel gennaio del 1940 raggiunge l’età giusta: «La fabbrica è un muro / È una prigione la fabbrica / Una punizione / Quando ci entri a quattordici anni».

Adolescente, Nella deve darsi pace, dimenticare i libri. «Un caso emblematico — la definisce Nicola Crocetti — di una delle centinaia di intelligenze sprecate di questo Paese in quegli anni: menti che la scuola elementare risvegliava ma che la vita destinava ad altro. Lei però non si è mai rassegnata». Un vicino appassionato d’opera le presta libretti e romanzi. Lei legge dove può, quando può. Di notte a lume di candela, in fabbrica, chiusa in bagno nella pausa pranzo. Studia inglese e tedesco, da sola, per leggere Emily Dickinson e Rilke, tradurli. E scrive di suo: «E quella bambina interrotta si mise a cantare / L’acqua e il vento la gioia e il dolore / La bellezza d’allora».

Piano piano l’operaia entra nei circoli intellettuali bolognesi, si fa conoscere. L’aiutano Morandi e Giuseppe Galassi, direttore del «Giornale della Sera», che pubblica nel ‘48 un articolo che le apre le porte di Roma e di Casa Bellonci. Il primo libro pubblicato, le recensioni. Ma anche l’etichetta di cui Nella, da allora, cercherà sempre (e invano) di disfarsi: la poetessa-proletaria, una «camicia di forza, una pubblicità ingannevole». Una prigione da cui, dopo tre anni, Nella scappa. Va a Parigi, per essere libera di scrivere — e vivere — come vuole: non un’immaginetta da mostrare in salotto ma una donna vera, che fa poesia senza sconti e canta l’amore per il suo stesso sesso. Troppo per l’Italia di allora.

Costretta a lavorare per necessità, a Parigi Nella si ingegna: ama l’arte, dipinge e brevetta una tecnica per riprodurre sugli oggetti capolavori famosi: portasigarette, specchi, portacipria. Funziona, e arriva l’agiatezza: scarpe, cappotti, una villetta di proprietà. Tempo per leggere e scrivere. Anche Parigi però è una delusione: nel 1975 Simone de Beauvoir legge le bozze del primo libro in francese di Nella, non la capisce, le dà della dilettante. Il colpo è forte ma lei va avanti. Pubblica un libro, un altro. Scrive e denuncia: il lavoro che sfianca, l’amore proibito fra donne, lo stigma sociale. Ma la vita la tradisce ancora: i solventi che ha respirato per anni la avvelenano, le medicine che prende le causano la depressione. Dice addio alla vita nell’85, a neanche sessant’anni.

Oggi, più di trent’anni dopo, la sua voce sorprende. Un urlo, soprattutto quando dice delle forzate della fabbrica. «Leggera, dentro l’inferno» scrive Maria Grazia Calandrone nell’introduzione alla raccolta, che mette insieme una scelta di versi rappresentativi dei vari temi e fasi del lavoro di Nella sulla scrittura. Un testo, quello di Calandrone — poetessa anche lei — che ha poco della prefazione canonica: quasi un racconto breve, pieno di appassionata partecipazione, mai improvvisato. L’autrice ha ricostruito con cura la vita di Nobili basandosi su documenti e testimonianze anche inediti, lavorando con Marie-José Tramuta dell’Università di Caen e con Edith Zha, ultima compagna di Nella. Un lavoro di scavo che restituisce una voce poetica dimenticata ma ancora forte e accende una luce sulla condizione femminile e operaia nell’Italia degli anni Quaranta.

La curatrice - Da poetessa a poetessa: la cura delle poesie di Nella Nobili si deve a Maria Grazia Calandrone (Milano, 1964) scrittrice in versi e prosa, drammaturga, artista visiva, autrice radio e tv. Dal 2010 pubblica esordienti sul mensile internazionale «Poesia» diretto da Nicola Crocetti. Tra i suoi libri più recenti, Serie fossile (Crocetti, 2015), Gli Scomparsi (pordenonelegge, 2016) e Il bene morale (Crocetti, 2017); è in Nuovi poeti italiani 6 (Einaudi, 2012).

Agustoni Nadia, Racconto (Aragno, 16)

Il bello di questo Racconto è che non si esaurisce: si può leggere e rileggere, ricavando ogni volta da esso una pace profonda, il sentimento dell’ariosità: queste di Agustoni sono poesie piene di spazio, “costruiscono” un mondo dove ci sentiamo a casa, dove non c’è clamore, ma accoglienza, anche quando le parole sono malinconiche: “sei passata insieme alle cose belle / le cose che dico il loro nome / e non soffrono”. Il segreto di questa pace sta quasi certamente nel fatto che il dolore è stato osservato fino al suo distillarsi – che è anche la sua evaporazione. Se ne sente ormai solo il retrogusto, diremmo quasi la dolcezza. Il segreto di questa accoglienza sta nel fatto che le parole sono state depositate con estrema cura, con l’attenzione tanto raccomandata da Simone Weil, come “la forma più rara e più pura della generosità”, e hanno preso quasi il respiro lieve degli haiku.

Nel libro si scrive anche molto dello scrivere, intendendo però la scrittura come gesto concreto: si parla delle parole considerandole pari agli altri oggetti del mondo, adoperandole come leva, come una lente che aiuti a discernere, e dunque a celebrare, la realtà della vita (“le mani hanno toccato il pane / sono vere”) e a separarla dalla sua memoria, o dalla sua illusione. Agustoni cerca (e trova) una parola radicale come un albero: “parlare è come i semi, gli alberi davanti alla casa”, ma, soprattutto: “le parole vivono se ascolti”. Occorre fare nostro ancora una volta il pensiero di Simone Weil, che a noi pare abbia tanta confidenza con Nadia Agustoni: “A pochissimi spiriti è dato scoprire che le cose e gli esseri esistono”. Crediamo sia per una simile affinità filosofica che Agustoni scrive: “quello che abbiamo per gli inverni / sono i racconti / il nostro esistere perché ci sia qualcuno sempre”.

Ariot Mariasole, Anatomie della luce (Aragno, 17)

“Se oggi ho una lingua è perché non ho mai avuto voce.”. Mariasole Ariot scrive qualcosa che riguarda tutti i poeti, spicciola folla venuta dall’esilio dove ha formato una lingua, nuovissima e sorgiva: le parole si accumulano qui come singhiozzi e carezze, lacrime di un pianto non più muto, si inseguono così senza respiro che neanche vanno a capo (ma di poesia si tratta, un serratissimo ritmo musicale lo documenta), le affermazioni disaffermano e si contraddicono, creando un mondo labile ma non confuso; semplicemente, paurosamente, dolorosamente, gioiosamente aperto all’imprevisto e all’imprevedibile, libero da schemi, schermi, categorie e certezze. Un mondo fluido, infantile, “vago”, straniato e straniante, abitabile con lo sguardo pronto a una forma assoluta di accoglienza: di sé, dell’altro, di sé che diventa altro da sé, fino a quel “ditele che se non sono – sono l’altro”. Si attraversano così 28 giorni. 28 quadri viventi. 28 come le fasi lunari. E 28 bellissime immagini, che sono un altro modo di essere testo: esse pure traducono il mondo in un bianco e nero, pastoso o graffiante – sono oggetti quotidiani resi inconoscibili, dettagli di vasconi e lavatoi, vasi, uccelli di legno caduti, lune eccessive, più raramente panorami, nei quali si cammina chiamati in causa, incaricati di farsi portavoce di 27 messaggi, da recapitare a una dedicataria sconosciuta. Una pietra miliare del cammino sta in questo verso: “E l’agave, che nel giorno di festa lancia un fusto per morire”. Che vuol dire: fare canto del nostro sperdimento e del nostro silenzio, per non essere rosi dalla cavolaria, che svuota il cuore della pianta che fuori pare intatta, per non essere la “carcassa a due”, formata dai corpi cavi di esseri che si cercano con crudeltà infantile. Nossignore! Per essere due, prima bisogna “per un istante almeno farla finita con l’io”.

Attanasio Daniela, Il ritorno all'isola (Aragno, 2010)

quarta di copertina per Daniela Attanasio, Il ritorno all’isola
   Aragno, 2010
 
 
Nel ritorno all’isola di Daniela Attanasio c’è una seria competenza sentimentale: è un libro pieno di movimento e di racconto. Tutto comincia con alcune belle passeggiate cittadine, che però trasfigurano in natura il cemento e le piazze, come incensieri che portano odori e dettagli: i calzari di Enea o la penna nel taschino di Brodskij!, ma anche l’isola – effettiva e affettiva – circoscritta dalla luce vuota del fiume urbano. Le parole rifondano sulla pagina un mondo percorso da vivi e semprevivi – sebbenesempreverde sia detta la morte – perché qui la scrittura è una conoscenza acquatica, infiltrante, espansiva, calma e lievemente attonita: Attanasio osserva – da vicino e dall’alto – un luogo multietnico e multicolore – e guardando vede, ma come se dentro le si muovesse un mare mitologico e letterario che trabocca sul mondo veramente osservato. Lo sguardo che Attanasio posa sulla città viene da un mondo dove esistere è l’avere amato e l’amore è il pasternakiano salvacondotto per “tornare”, anche a un secondo corpo di ragazzo cordialmente immobile nella garza delle onde del mare, vivente e descritto con metafore tutte bellissime pure quando delibera e scatena i suoi visceri azzurri in tempeste nerissime. Tornano spesso la parola amore e la parola paura, perché questi sono i temi musicali del libro: amore e lontananza, l’amore – e la sua memoria e la sua fine – con quei gabbiani urbani che nel cielo richiamano Ginostra, l’isola piazzata al centro del libro con la sua beatitudine frontale fatta di metafore e di azzurro, di capperi prostrati e sibilanti e pomodori al sole. Tutto questo gran mare amoroso ci trascina di peso nella lunga dedica conclusiva ad Amelia Rosselli, Voce incagliata dalla evidenza insopportabile dellainsufficienza di quanto è stato detto amore, ma tentata da una preghiera che induce alla supplica finale all’angelo e fa che il libro si chiuda su un gualcito papavero celaniano ma – sopra tutto – su una parola che va osata perché nel corso del viaggio si è resa necessaria: cuore

Bidart Frank, Confessionale (L'Obliquo, 2008)

prefazione a Frank Bidart, Confessionale
L’Obliquo, 2008
 
 
L'IO CHE VORREBBE ESSERE SANTO
 
Dice e ripete l'io che qui si confessa a proposito della propria madre e in occasione della dura morte di lei: Non esisteva in natura alcun luogo nel quale ci saremmo potuti incontrare. Eppure i personaggi del poemetto – l'io e la madre morta – sono meri brandelli di natura, luoghi terrestri lontani come astri perché l'amore loro fu troppo invadente e complesso per venire sopportato da corpo naturale.
Bidart racconta la distorta costituzione di un io all'interno del legamento ossesso con la propria madre, dalla quale ha dovuto disciogliersi per asfissìa – la stessa asfissìa del gattino ucciso da lei affinché il figlio undicenne si disciogliesse invece dagli affetti terreni – e sentiamo le esclamazioni di Pasolini, lui che come Agostino ebbe il coraggio di non uccidere la propria madre e in sé si tenne fino allo strazio della morte nello strazio di tanto insostituibile amore.
Qui troviamo un confessato e un confessore e il confessato elenca i propri innumerevoli peccati di figlio, senza credere al perdono. Qui siamo nella mimesi adulta di un io infantile con le sue esagerazioni nervose, ma sostenute dal peso di una meditazione gigantesca sulla impossibilità di Dio.
La vicenda filiale agostiniana è duplicata per opposti e letta con l'amara ferocia del fallimento invece del contatto, una norma mistica affrontata sotto una luce da interrogatorio. Dove Agostino indica, già nel titoloConfessioni la descrizione del proprio intimo progredire verso, Bidart tiene a descriverci il luogo fisico – Confessionale - dove il moto si svolge, ovvero l'uno nomina il non-visibile, l'altro si tiene nel quadrilatero della natura e se anche il suo titolo intendesse evocare la "confessional poetry" statunitense, si tratterebbe di una confessione sacra filtrata alla luce di uno sgretolamento psicoanalitico: si intravvedono i sintomi di un altro mondo, ma soltanto nelle parole altrui, che sono sempre offerte irraggiungibili e non fanno che suscitare dispetto, delusione di sé. 
Siamo una specie intrisa del sangue della nostra redenzione. Abbiamo troppo vissuto, abbiamo visto organismi popolare la terra per troppi secoli, per credere. Portiamo sulla scena il nostro corpo, il vero alieno, questa nostra implacabile bilancia di morte. Ma il confessore pone domande semplici e per ciò inesorabili, domande che vengono da un altro mondo – e quasi sempre la stessa: l'hai perdonata
Al buio della morte della madre viene deposto sulla tavola di cera dell'ascolto il sudario dell'intera vicenda: questo io adulto non ha perdonato a se stesso le predazioni sentimentali dell'infanzia, la voracità propria nei confronti del cuore e del corpo della madre e senza questa compassione nulla si può compatire che sia venuto dopo. Il confessato parla immerso in un bagno echeggiante di onnipotenze infantili: crede, ama, soffre e si salva come se veramente fosse in gioco la vita. È sgraziato, è stonato, vuole spiacere dicendo tutto, e per di più pecca mentre confessa perché non smette di accusare. Lei, la madre, è veramente morta-non-perdonata e il figlio, che del perdono concesso sarebbe morto, sopravvive avvilito dal rimorso.
Perché Dio ha invece disposto il destino del ragazzo Agostino affinché si piegasse alle preghiere di sua madre? Perché Agostino può incontrare Monica la madre in Dio, fuori dalla natura? Dio e la madre sono tramite uno dell'altra. Monica e Agostino sanno gaudiosamente insieme che la vera esistenza è nel silenzio e nella cessazione del sé. 
La splendida trasposizione in versi della conversazione metafisica che si svolse tra Agostino e la madre a una finestra di Ostia mostra che l'io-confessato-poeta comprende fino in fondo cosa non può ottenere e la voce ispirata del santo che il confessato riproduce alleggerendo il fiato fino all'inno, lascia il posto al dolore perché la nostra madre di questo mondo, la madre contemporanea al nostro corpo, muore senza comprendere la propria vita.
Ecco l'umanità nella sua miseria mostrata da un altro sé – e di questo scheletro umano, di questa nera impalcatura di pochezza ci rimane nel petto l'orma di perturbamento e compassione che segue alla poesia quando è poesia. 
Lo stesso sentimento sta nel pugno di testi che seguono il primo dolorosissimo poemetto, raggiunti da uno sguardo più prossimo al volto, perché si sa che il pudore induce a dire io solo in presenza di una lente critica e a parlare degli uomini, incluso l'Iscariota, come se fossero corpi ancora lisci, illesi e innocenti sui quali chinarsi. 
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