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Nuovi Argomenti (Mondadori 5-8 20)

  • «STRANIERO», MASCHERA DELLE MASCHERE
  • * Chi brucia?

[...] L’etimologia della parola straniero è il latino extraneus: estraneo, esterno.

Quando il sostantivo «straniero» viene adoperato come aggettivo, assume il significato etimologico di «estraneo». Due esempi per tutti: Foscolo e Leopardi, che usano il termine nella sua accezione radicale: prima viene lo «straniero latte», al quale le ottocentesche madri di Foscolo negano i propri figli e poi, nelle Ricordanze leopardiane (1829), la terra appare come «straniera valle» all’immaginazione del poeta, che contempla la proiezione futura di sé stesso ormai prossimo alla morte.

Al morituro Leopardi – così immagina Leopardi trentunenne – diventa estranea, incomprensibile e spaventosa, la casa terrestre che ha abitato (per quanto con scarso diletto, a sentir lui: «E quando pur questa invocata morte / Sarammi allato, e sarà giunto il fine / Della sventura mia; quando la terra / Mi fia straniera valle»).

Nei due grandi poeti vediamo all’opera la convenzione della sopravvivenza senza riflessione: in entrambi i casi, viene espressa in modo diretto, semplice e chiaro, la paura dell’animale davanti all’estraneo, l’istinto primario dello spaesamento portato dalla diversità e, soprattutto nelle «pie / giovani madri» di Foscolo, che «a straniero latte / non concedean gl’infanti», leggiamo la risposta conservativa (della specie, in questo caso), che diventa resistenza bellicosa e politica.

Siamo nel 1812 e, nelle parole che Foscolo-Venere rivolge alle Grazie, resistere all’invasione risulta legittimo. Anzi, doveroso, ove opportuno sia il concetto di «Patria».

Nel 1812, nel 1829, lo «straniero» è l’estraneo che attacca i confini.

Nel 1942 Lo straniero di Albert Camus insinua un dubbio concreto sulla prospettiva dalla quale osservare l’ipotetica estraneità del cosiddetto «altro».

E nel 2020? [...]

"Il Messaggero" 22.3.20

  • Caro Dante, (come devo chiamarti? Sommo Padre? Maestro? No, di te basta il nome!),
  •  
  • voglio applicare a questo tempo infetto
  • la tua pratica dell’Intelletto
  • d’Amore, dove Amore è
  • mancarsi, con fiducia. Chi più manca,
  • più brucia. Come Beatrice, l’eccellente
  • Assente, che ti ha fatto inventare
  • il Paradiso. Ma inventare significa
  • trovare. Non c’è niente da aggiungere
  • al reale: il futuro
  • è anamnesi del già diagnosticato, basta osservare
  • i transiti di forza del passato, ed ecco
  • apparire l’avvenire. Come una controluce, una corona
  • di memoria. Tu, in esilio, scrivendo la Commedia, hai sconfitto l’inedia e l’idiozia.
  • Noi cantiamo Volare dai balconi, appellandoci al margine d’errore
  • di ogni profezia.
  •  
  •  Roma, 16 marzo 2020 

«Antinomie» 20.3.20

  • La casa
  •  
  • Adesso che il fantastico ha intaccato il reale, abbiamo l’occasione di sottoporre alla prova del vero le teorie su noi stessi.

 

  •  
  • Senti come funziona la casa che amavi. Le resistenze elettriche
  • vibrano negli astucci
  • di polietilene, le condotte
  • fiottano. Analizza l’amore
  • che le cose ti portano. Le superfici
  • lisce, non intaccate. Esse
  • sono vicine, disponibili. Analizza l’amore
  • che le cose ti portano ancora. La durezza concreta degli smalti. I solventi, le cere
  • sparse sui legni di una nave affondata
  • nel cielo. Io
  • diffuso
  • nel corpo collettivo vulnerabile.
  •  
  • Morbilità. Guerra
  • dall’invisibile. Tutti dicono
  • guerra. Il nostro primo scontro planetario
  • non l’avevamo immaginato così. Resistenza immobile
  • contro un unico sciame. In assenza di corpi, il corpo urbano è
  • astratto, scarnificato. Paesaggio con sirene,
  • uno sconcerto
  • inferto
  • al corpo comune. I palazzi sporgono dall’asfalto
  • come fenomeni del Pleistocene.
  • Le costole fluttuanti della Tangenziale, il gran riso sdentato
  • del Colosseo, riso totale
  • dell’arcata dentale
  • con gli alveoli vuoti. Rictus
  • prestorico, cava del sogno di maschere severe del futuro.
  •  
  • Adoperano strumenti simili a quelli del verderame, per nebulizzare le strade
  • con un amalgama di acidi
  • iridescenti. Metti il corpo lavato nell’aria. L’aria
  • è un reagente, si addensa
  • quando tocca una corolla. Riconosce la vita, l’
  • accarezza. Anche questa
  • che muore da sola. Intorno ai polsi
  • ha un’estate in rovina.
  • Quando l’alieno sarà stato esposto
  • alla coscienza, verrà ingoiato nell'indifferenza della storia
  • insieme all’immodificabile ammontare
  • dei morti. Quello che brilla, mi dicevi sempre, non ha fine.
  • Il lavandino, una stella.
  •  
  • Ci orientavamo nello spaziotempo dei pomeriggi
  • filando dietro al suono di ogni nome
  • aperto dal dialetto come un’arancia. Sentivamo di essere vicini
  • al punto di rottura di un sistema, un ingranaggio asciutto
  • che non vale la pena definire ancora.
  •  
  • Borchie e lastre. Nei fatti, tutto è fermo
  • come da un blocco di paesaggio sognato.
  • Ma è passato talmente tanto tempo
  • e a non avere fine non sono state stelle
  • né pianeti, sei stata tu: a non avere fine
  • sono quelli che fanno brillare
  • il mondo dentro il suo mero essere
  • questo silenzio ampio, domenicale, con la voce che chiama
  • dalla cucina.
  •  
  • O dalla fine del mondo, è lo stesso, se a chiamare è la voce
  • di chi governa fino a tarda sera
  • e poi
  • cede al futuro, che è una conchiglia di memoria, lo splendore promesso
  • quando ogni mattina mi posavi
  • una tazza di latte sul comodino.
  •  
  •  
  • Roma, 18 marzo 2020  

GQ (ottobre 2019)

intervista di Laura Pezzino in «Gentlemen's Quarterly» ottobre 2019

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