Riviste e quotidiani nazionali

"Poesia" n. 2 (Crocetti-Feltrinelli 7-8.20)

  • Al mondo vero
  • Questo presente è talmente pervasivo che esisterà un prima e un dopo. Quello che abbiamo fatto, detto, scritto, pensato prima, sembra appartenere a un’altra vita, che – come sempre accade – adesso sembra libera e felice senza che lo sapessimo. Ciò che era dato per ovvio, non lo è più. Questa sventura ha minato le basi dell’ovvio. Riusciamo a dare a questa sventura la possibilità di trasformarci in una comunità dove nessuno viene lasciato solo, per esempio chi oggi ha paura perché aveva un lavoro in nero, per esempio chi in questi giorni ha tremato perché, se si fosse ammalato, non avrebbe avuto nessuno ad assisterlo? Riusciamo a riorganizzare pensiero e azione in modo da diventare finalmente quel corpo umano sociale del quale, da sempre, scrivono i poeti?
  •  
  • È bella quest’immagine di noi
  • che siamo soli senza solitudine,
  • perché siamo molecole animate
  • di un organismo umano.
  • E non è solitudine la solitudine
  • dei corpi, perché sappiamo d’essere materia
  • esposta come creta all’intemperia
  • di una vita più grande, planetaria.
  •  
  • Lo vedi, che nemmeno la natura
  • è perfetta, se in lei esistono forme che si rifanno, tanto
  • da sopraffare
  • la vita che le ospita.
  • Ma la colpa non è dell’abbandono
  • né del crimine, che sono effetti della nostalgia
  • di qualcosa che non sappiamo dire.
  •  
  • Cerchiamo ovunque
  • il mondo perduto, giriamo attorno
  • a quell’unica voce, che nemmeno
  • ricordiamo più, e intanto
  • fugge il mondo.
  •  
  • Ma ora, ora che siamo per forza
  • essenziali e scegliamo  
  • le merci necessarie, adesso che a momenti sperimentiamo cosa
  • slanci la leonessa
  • a bocca aperta al collo dell’impala e cosa
  • fa grattare col muso
  • la terra secca al bufalo, adesso che proviamo
  • parole vere come: paura, fame, malattia,
  • approfittiamo del silenzio intorno per ascoltare
  • la prima voce
  • dentro la nostra voce,
  • approfittiamo per sognare case
  • con stanze piene di contenitori
  • trasparenti e finestre affacciate sul fiume
  • e cortili che a giugno sono pieni di rondini e bambini.
  •  
  • Da quel chiaro, guardiamo
  • quello che manca.
  • Gli altri. Friabili
  • corpi esposti alla vita
  • come noi, come noi proprietari di un solo
  • tesoro: il tempo
  • di una vita. Nient'altro.
  •  
  • Facciamo che ci basti il mondo vero
  • come all’uomo venuto dalle torbe,
  • mentre nell’alba livida usa gli occhi
  • come strumenti di levigatura, con le palpebre calcinate
  • sopra. Occhi chiusi che plasmano la pasta madre
  • mentre comincia a piovere e le mani
  • fasciano i tronchi
  • con legature d’argento e dai gesti si vede che avviene
  • qualcosa di caro. Ricomponiamo con la stessa calma
  • ogni frammento
  • e poi diciamo sì, dal provvisorio, a questo mondo imperfetto
  • e vistoso, con lo stesso stupore
  • dell’uomo delle torbe, perché noi pure siamo
  • materia esposta al sole di mezzogiorno,
  • materia vulnerabile e mortale,
  • che al centro tiene il sogno
  • dell’immortalità.
  •  
  • Roma, 25 marzo 2020
  •  
  • [...] da STORNELLI DE L’APOCALISSE
  •  
  • 24 febbraio
  •  
  • Roma se sgrezza e passa,
  • repentina, dall’aroma de monnezza
  • all’aroma de Amuchina.
  • Er raider
  •  
  • A ’n passo dallo sbrocco nazzionale
  • er raider schianta er palmo de la mano
  • sur citofono de la mia vicina. Sì, proprio lei, er soprano
  • che stava a fa’ la prova generale.
  • Quella cantava «Lasciami morire»
  • quello je fa’ «’N che senso? Io te devo lascià solo du’ spire
  • d’ajo e du’ broccoletti. Mo’ nun famo cagnare,
  • fa’ la brava, metto er pacco qua a tera, poi fa’ come te pare.
  • Però te lo sconsijo, è ’n gesto brutto,
  • ché tanto, prima o poi, finisce tutto…»
  • «Nun ero io, era Arianna che lagnava»
  • je dice lei «perché quer fregnobbuffo de Teseo…»
  • «Aò, ma è l’indirizzo der liceo?
  • Qua c’è scritto Teresa Spacciabbelli. Lo corco co’ la clava
  • ’sto farlocco! C’hai l’occhi ardenti come du’ diamanti.
  • Chi li fa piagne, ’st’occhi, nun c’ha onore!»
  • ’N ce ’ndovinano manco i chiromanti:
  • è così a caso che colpisce, Amore.
  •  
  • casa, 8 aprile 2020
  •  
  • Giovanni Sterminio
  •  
  • Me lo diceva, mamma, de studià!
  • J’arisponnevo «E smorza ’ste paturne»
  • e mo’ nun so’ capace a decifrà
  • er nome de mi’ madre ’n mezzo a l’urne.
  •  
  • casa, 8 aprile 2020 [...]

Nuovi Argomenti (Mondadori 5-8 20)

  • «STRANIERO», MASCHERA DELLE MASCHERE
  • * Chi brucia?

[...] L’etimologia della parola straniero è il latino extraneus: estraneo, esterno.

Quando il sostantivo «straniero» viene adoperato come aggettivo, assume il significato etimologico di «estraneo». Due esempi per tutti: Foscolo e Leopardi, che usano il termine nella sua accezione radicale: prima viene lo «straniero latte», al quale le ottocentesche madri di Foscolo negano i propri figli e poi, nelle Ricordanze leopardiane (1829), la terra appare come «straniera valle» all’immaginazione del poeta, che contempla la proiezione futura di sé stesso ormai prossimo alla morte.

Al morituro Leopardi – così immagina Leopardi trentunenne – diventa estranea, incomprensibile e spaventosa, la casa terrestre che ha abitato (per quanto con scarso diletto, a sentir lui: «E quando pur questa invocata morte / Sarammi allato, e sarà giunto il fine / Della sventura mia; quando la terra / Mi fia straniera valle»).

Nei due grandi poeti vediamo all’opera la convenzione della sopravvivenza senza riflessione: in entrambi i casi, viene espressa in modo diretto, semplice e chiaro, la paura dell’animale davanti all’estraneo, l’istinto primario dello spaesamento portato dalla diversità e, soprattutto nelle «pie / giovani madri» di Foscolo, che «a straniero latte / non concedean gl’infanti», leggiamo la risposta conservativa (della specie, in questo caso), che diventa resistenza bellicosa e politica.

Siamo nel 1812 e, nelle parole che Foscolo-Venere rivolge alle Grazie, resistere all’invasione risulta legittimo. Anzi, doveroso, ove opportuno sia il concetto di «Patria».

Nel 1812, nel 1829, lo «straniero» è l’estraneo che attacca i confini.

Nel 1942 Lo straniero di Albert Camus insinua un dubbio concreto sulla prospettiva dalla quale osservare l’ipotetica estraneità del cosiddetto «altro».

E nel 2020? [...]

"Il Messaggero" 22.3.20

  • Caro Dante, (come devo chiamarti? Sommo Padre? Maestro? No, di te basta il nome!),
  •  
  • voglio applicare a questo tempo infetto
  • la tua pratica dell’Intelletto
  • d’Amore, dove Amore è
  • mancarsi, con fiducia. Chi più manca,
  • più brucia. Come Beatrice, l’eccellente
  • Assente, che ti ha fatto inventare
  • il Paradiso. Ma inventare significa
  • trovare. Non c’è niente da aggiungere
  • al reale: il futuro
  • è anamnesi del già diagnosticato, basta osservare
  • i transiti di forza del passato, ed ecco
  • apparire l’avvenire. Come una controluce, una corona
  • di memoria. Tu, in esilio, scrivendo la Commedia, hai sconfitto l’inedia e l’idiozia.
  • Noi cantiamo Volare dai balconi, appellandoci al margine d’errore
  • di ogni profezia.
  •  
  •  Roma, 16 marzo 2020 

«Antinomie» 20.3.20

  • La casa
  •  
  • Adesso che il fantastico ha intaccato il reale, abbiamo l’occasione di sottoporre alla prova del vero le teorie su noi stessi.

 

  •  
  • Senti come funziona la casa che amavi. Le resistenze elettriche
  • vibrano negli astucci
  • di polietilene, le condotte
  • fiottano. Analizza l’amore
  • che le cose ti portano. Le superfici
  • lisce, non intaccate. Esse
  • sono vicine, disponibili. Analizza l’amore
  • che le cose ti portano ancora. La durezza concreta degli smalti. I solventi, le cere
  • sparse sui legni di una nave affondata
  • nel cielo. Io
  • diffuso
  • nel corpo collettivo vulnerabile.
  •  
  • Morbilità. Guerra
  • dall’invisibile. Tutti dicono
  • guerra. Il nostro primo scontro planetario
  • non l’avevamo immaginato così. Resistenza immobile
  • contro un unico sciame. In assenza di corpi, il corpo urbano è
  • astratto, scarnificato. Paesaggio con sirene,
  • uno sconcerto
  • inferto
  • al corpo comune. I palazzi sporgono dall’asfalto
  • come fenomeni del Pleistocene.
  • Le costole fluttuanti della Tangenziale, il gran riso sdentato
  • del Colosseo, riso totale
  • dell’arcata dentale
  • con gli alveoli vuoti. Rictus
  • prestorico, cava del sogno di maschere severe del futuro.
  •  
  • Adoperano strumenti simili a quelli del verderame, per nebulizzare le strade
  • con un amalgama di acidi
  • iridescenti. Metti il corpo lavato nell’aria. L’aria
  • è un reagente, si addensa
  • quando tocca una corolla. Riconosce la vita, l’
  • accarezza. Anche questa
  • che muore da sola. Intorno ai polsi
  • ha un’estate in rovina.
  • Quando l’alieno sarà stato esposto
  • alla coscienza, verrà ingoiato nell'indifferenza della storia
  • insieme all’immodificabile ammontare
  • dei morti. Quello che brilla, mi dicevi sempre, non ha fine.
  • Il lavandino, una stella.
  •  
  • Ci orientavamo nello spaziotempo dei pomeriggi
  • filando dietro al suono di ogni nome
  • aperto dal dialetto come un’arancia. Sentivamo di essere vicini
  • al punto di rottura di un sistema, un ingranaggio asciutto
  • che non vale la pena definire ancora.
  •  
  • Borchie e lastre. Nei fatti, tutto è fermo
  • come da un blocco di paesaggio sognato.
  • Ma è passato talmente tanto tempo
  • e a non avere fine non sono state stelle
  • né pianeti, sei stata tu: a non avere fine
  • sono quelli che fanno brillare
  • il mondo dentro il suo mero essere
  • questo silenzio ampio, domenicale, con la voce che chiama
  • dalla cucina.
  •  
  • O dalla fine del mondo, è lo stesso, se a chiamare è la voce
  • di chi governa fino a tarda sera
  • e poi
  • cede al futuro, che è una conchiglia di memoria, lo splendore promesso
  • quando ogni mattina mi posavi
  • una tazza di latte sul comodino.
  •  
  •  
  • Roma, 18 marzo 2020  
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