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"Poesia" n. 332, dicembre 2017

anticipazione de Il bene morale

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"Poesia" n. 319 (10.16) canti per i senza patria

in "Poesia" n. 319 - CANTI PER I SENZA PATRIA

queste mani tenevano la loro creatura sopra l’indifferenziato del mare
 
Secondo il più recente rilevamento sugli arrivi via mare in Europa, reso noto dall'Organizzazione internazionale delle migrazioni (Oim), il numero di rifugiati e migranti che, dall'inizio del 2016, ha attraversato il Mar Mediterraneo per sbarcare in Europa ha ormai raggiunto quota 288.005. Tra questi, 121.155 sono arrivati in Italia e circa 164.146 in Grecia. Il numero di morti e dispersi in mare è stimato in 3.171. I dati sono aggiornati al 4 settembre 2016.
Un poeta è profondamente coinvolto con le cose del mondo. Il suo compito è mantenere la memoria della comunità umana. Il suo compito è ricordare la grandezza possibile della nostra persona. "Quando entrano in gioco le pulsioni di auto-conservazione dell'io, il principio del piacere viene sostituito dal principio della realtà. Quest'ultimo […] mette in atto la temporanea sopportazione del dispiacere, come tappa nel lungo e contorto cammino verso il piacere." (Freud) Il temporaneo dispiacere è vedere le cose come stanno, cioè che siamo creature sofferenti, crudeli e sole in misura variabile. Il massimo piacere, l’utopia del piacere, è la circolazione fluida dell’amore umano. Per ciò abbiamo inventato il paradiso.
Dato l’assunto che il poeta conservi in sé la memoria e lo slancio sufficienti per risuscitare anche negli animi più disillusi e oppressi il desiderio e il coraggio di sperare in una “comunità umana”, possiamo dire che la poesia risusciti l’utopia del piacere. E che, per ciò, sia la spina nel fianco, che ci ricorda come vorremmo che le cose fossero. Oltre il più quotidiano disincanto. Per ciò viene pensata tanto distante dalla faccenda umana: guardata con sospetto e rifiutata, perché riguarda il nostro sogno più alto e troppo pericolosamente amato, è il “seme fecondo e disperato” di De Angelis, incarna la nostra paura di illuderci come bambini. Per fortuna i poeti sono vivi, abitualmente adulti, e fanno le cose.
Questa excusatio non petita mi pare una premessa doverosa, che, mentre cerca di oltrepassarlo, documenta l’imbarazzo di chi scrive, di fronte ai risultati della crudeltà umana. Provo molto imbarazzo a fare poesia su tutte queste creature prese dal mare per colpa della parte peggiore dell’umanità, che è quella che osservo e ripudio. In primo luogo, dentro me stessa, quando la rintraccio: nella mia paura, nella mia volontà di prevalere, ma soprattutto nella mia indifferenza.
E allora, mi domando: dalle sponde di questo morto occidente, sotto la più leggibile paura, sale forse un rancore nostro, nei confronti di chi coltiva un sogno?
 
 
davanti al mare è questo orfanotrofio
senza utopia, la forza armata
 
di questa inespugnabile infelicità
che non ha più nessuno da aspettare
e invidia la vita
 
siamo noi gli ignavi, abbiamo vite
armate
per non riconoscere la nostra paura nella paura
degli altri, il nostro
respiro nel respiro
degli altri – il singolo respiro
nella massa di quel respiro umano che si gonfia e non basta
a fermare l’ondata
 
immagina che sia tua
la vita che chiede asilo
 
immaginiamo che sia nostra
la disperata utopia
di questo gigantesco
voler rinascere
 
immaginiamo siano i nostri corpi
questi corpi lasciati
a cadere nell’indifferenziato come orfani
 
l’assoluto abbandono della nascita di un orfano è senz’altro paragonabile all’abbandono nel quale è gettata ognuna di queste vite
che chiede di rinascere
 
quando sono i figli a morire, non esiste nemmeno la parola per dirlo. anche la liturgia, in quei rari, emblematici casi, si avvale di perifrasi : O Maria cum filio tuo mortuo…
 
biancore sovraumano di legno morto
– figlio mio
fatto di carne
umana
combustibile,
marcescibile
figlio mio
 
nel bruciare
del sale, riconosco il tuo odore di selva
e di laboratorio solare, quel profumo sensibile di pelle fresca e cotone
lavato – poi
per un attimo, riconosco lo sguardo dei tuoi occhi
che ho portato con me, in questa vita
che non arriva più
 
 
Roma, 24 giugno 2016

"Poeti e Poesia" n. 40 (4.17)

da Lo stupore di cui eravamo fatti
dieci frammenti sull’evoluzione
 
1.
verbo
 
originariamente la parola
aiutò una delle diverse specie preumane a formare piccole società e a orientarsi nel mondo:
 
fu un gesto di compassione che agiva sulla biologia
fissando nella laringe di una specie due bianche pliche vocali
 
originariamente la parola
fu un gesto morale della biologia
 
nel punto dove la scimmia si è staccata dall’albero non c’è sangue
né dolore
ma l’impronta morale di una parola
 
2.
elevazione
 
vedo una prevalenza di grano e gioia
e un commosso desiderio di vivere
nella carne che pascola
tra grandi rettili
al fondo del cratere
o sta a galla sui posatoi del cielo
con veli di calcare
sulla pagina inferiore delle ali
 
certe figure carponi
assumono la posizione eretta per vedere il pericolo oltre l’erba alta
 
certe altre figure meno superbe
certi tranquilli animali bianchi
simili a capre, continuano a ruminare
e la natura li lavora dentro come il sangue terrestre lavora
le vene del marmo. mentre appaiono
distratti, essi comunicano attraverso il sangue
 
la loro obbedienza consiste
nell’appartenenza alla neve
che esalta il sapore del sangue
 
quelli che si alzano in piedi nella preistoria saranno
umani: snaturati e avulsi
essi sono la specie
conscia del tempo
che urge fuori dall’erba
 
vedo quanto somigliavamo alla terra. poi
alle capre. infine
eccoci storia, eccoci tempo
e crimine
 
3.
crimine
 
io vedo sollevarsi la mia specie e vedo sollevarsi
la scheggia d’osso
mentre una vibrazione diversa
dalla parola trema dentro la mano di quello
che la solleva
e la vibra: la prima idea di crimine
un nuovo bivio della specie
tra bene e male
 
staccati come figurine di fango
dal fondo secco della terra
                                            
                                              dopo,
nella storia, saremo
le uniche creature
affette da un disturbo
di specie: eliminare i simili
a causa di astrazioni,
contravvenire alla nostra origine
 
4.
amore
 
vedo il proseguire nella stazione eretta e vedo il flettersi di uno
sul corpo dell’altra come su un campo arato, su una messe biondissima
 
lui dissipa la sua anima tutta nuova e tutto
il suo piccolo ambiente spirituale su un corpo di sonnambula
 
lui s’inchina al cospetto
di una creatura bianca dove quella
è immensa
e piena
di illusione e di grazia
è fatta
di futuro
 
ma quello teme d’essere punito per avere goduto la nudità di una dea – bruciò
ma il cuore rimaneva intatto – freddo
come l’avvento
e la statua era immensa, finiva
 
dove l’aria conduceva
i suoni cardinali di uccelli anch’essi
dal cuore incombustibile
che volavano nitidi
e contrari all’azzurro
 
e ancora una volta – oltre
l’umana sopportazione
del dolore, ancora
una volta – amore – a questa
che ti viene consegnata da un dio selvaggio
che le divarica le vertebre, apre
la sua cassa toracica come un ventaglio, una rosa dei venti, già pronta
 
a fare un’altra carne con la sua carne
come un essere in volo ma decaduto nella forma chiusa
di un corpo (sì, lei era tutta inerme
dopo, scivolava
in un sonno artificiale
con corone di ghiaccio sulle ciglia)
 
6.
cittadinanza
 
vederti in questa inerme prospettiva, Roma, la lacca gialla
del sole sul marmo dei mausolei e tu aperta
come una sposa
sei una faccenda stregata
una insubordinazione
del passato
 
                    sulla piana dei fori,
dove l’opera dell’uomo scintilla
come scintillano le stelle sul mare
 
e i volumi di tutte le arcate depositano
la loro gloria seria, appena
sgretolata, sul manto nero della nera terra
 
il Tempo qui non è lineare, ha la grazia dell’ultimo volo
di un gabbiano sul mare capovolto
di Massenzio, con le cinghie
che ne tengono eretta la rovina
sul fondale di fuoco della terra
 
poi ci siamo assuefatti ai gabbiani, a questa contraddizione ricevuta
dal mare, a questa muta
foce
       
          sui celesti ricorsi
metropolitani e le lune chiare
della consolare
 
10.
scimmia lunare
 
la poesia non è che questo
rimbalzare del suono tra angoli bianchi
di crateri preistorici – un vuoto calcinato avvitato al fondo
dell’orecchio umano
come pelle con osso
 
il cantiere è la vita, l’oro della pazzia, tutta l’umana gioia
 
il poeta è la scimmia lunare. il suo corpo
non è mai solo: traslocato
dal favo fiottante
della parola nella cella vuota
della parola, il suo corpo
prende in sé
– fisicamente tra i suoi occhi divisi –
il centro della terra, metallo liquido
composto
dalla pena e dalla gioia
di tutti
 
egli sa solo trasformare in canto
il sangue della specie
 
sebbene il suo corpo sia una comune
entità chiusa, in trasparenza la sua massa risulta
sciolta all’interno per un fenomeno di combustione
mentre attinge
alla lingua comune
della specie, a quella lingua in allontanamento
come un arcobaleno lunare
che risorge dai luoghi dell’origine,
dove la lingua serve a stare insieme
per dire le cose, è solo
compassione
 
Roma, 22-24 novembre 2012

artapart (30.9.16)

foto Isidoro Vasta

in artapart (30.9.16)

io cerco che la vita sia all’altezza del canto
 
poi, ci siamo sedute
vicine, senza spazio tra i corpi, senza rispetto
di quello che chiamate “spazio vitale”: voi, tutti, qui, occupati
a difendere l’aria, la libertà, a dimenticare
l’umano che cerca la vicinanza
come un bambino
 
poi, ci siamo sedute
sul marciapiede
e abbiamo fatto un pezzo di Somalia
– montuoso, ondulato, colorato,
sconnesso
e fermo – un pezzo di fusione
di nove corpi
neri
in terra straniera
 
ci hanno dato qualcosa, dei fazzolettini. una prima accoglienza. sandali, infradito e marciapiede. solo una di noi
sta di profilo, parla, fa sorridere
un’altra
 
la riga bianca del sorriso. poi, il bagliore di un occhio, due, la postura scomposta di una: forse
la più stanca, forse
la più sfacciata. o è la stanchezza, a renderla sfacciata. però, quasi sorride.
 
siamo righe di sabbia
incomprensibile. eppure
basta poco, a conoscere, basta
identificarsi
 
anche la donna
che scrive di noi, lo vedete, sta dando per scontato
che le straniere
siamo noi.
eppure…
eppure…
 
 
Roma, 19.9.2016

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