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Nuovi Argomenti (n. 70 4-6.15)

 "Nuovi Argomenti" n.70 - “Dite quel…BIP…che vi pare”

Dieci domande rivolte a una settantina di scrittori, poeti e intellettuali italiani che hanno spiegato la loro idea di libertà di espressione e di come dovrebbe essere tutelata.

In linea con l’attenzione ai fatti di cronaca intrecciati ai fatti geopolitici, già presenti dalla fondazione della rivista, la redazione usa la formula del questionario, tratto caratteristico della formula di ricerca di Alberto Moravia, per affrontare l’argomento d’attualità usando come punto di partenza la recente strage di Parigi nella redazione del settimanale satirico «Charlie Hebdo»

Fulvio Abbate Eraldo Affinati Alessandro Agostinelli Massimo Arcangeli Federico Audisio di Somma Alberto Bertoni Filippo Bologna Carlo Bordini Maria Borio Franco Buffoni Laura Buffoni Errico Buonanno Maria Grazia Calandrone Mario Capello Aldo Cazzullo Mauro Covacich Marco Cubeddu Giancarlo De Cataldo Roberto Deidier Erri De Luca Fabio Deotto Paolo Di Paolo Simona Dolce Giuliano Ferrara Biancamaria Frabotta Gabriele Frasca Stefano Gallerani Attilio Giordano Arnaldo Greco Andrea Inglese Stefano Jossa Andrea Kerbaker Raffaele La Capria Nicola Lagioia Marina Lalovic Camillo Langone Antonella Lattanzi Loredana Lipperini Giancarlo Liviano D’Arcangelo Gaja Lombardi Cenciarelli Francesco Longo Federica Manzon Paola Mastrocola Marco Missiroli Antonio Monda Raul Montanari Italo Moscati Giulio Mozzi Edoardo Nesi Piergiorgio Odifreddi Vincenzo Ostuni Massimiliano Parente Sandra Petrignani Gabriele Pedullà Stefano Petrocchi Aurelio Picca Veronica Raimo Elisabetta Rasy Gianni Riotta Mario Santagostini Simonetta Sciandivasci Gian Paolo Serino Giulio Silvano Walter Siti Italo Testa Filippo Tuena Patrizia Valduga Giorgio van Straten Paolo Valesio Mariapia Veladiano Gian Mario Villalta Alessandro Zaccuri Giorgio Zanchini

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1) La libertà d’espressione deve tener conto di altre libertà (per esempio legate a religione, credo politico, ruoli istituzionali, memoria storica,...) o non deve essere limitata? Quali dovrebbero essere gli eventuali limiti e chi dovrebbe deciderli?

Attenendomi a riflettere intorno all’espressione verbale, orale o scritta che sia, credo che il solo limite sia l’insulto personale. La discussione, teorica o ideologica, non dovrebbe mai scivolare nell’offesa, come ci ha invece abituati a fare la cattiva politica italiana degli ultimi trent’anni, che ha infatti finito per rivoltarsi contro chi l’ha corrotta. Le funzioni dell’attacco alla persona, dello scandalismo e dell’insulto come arma politica, sono ben descritte nell’articolo di Cristina Morini, Il perturbante della sessualità, pubblicato da alfabeta2 il 12 marzo di quest’anno: lo scandalo viene impiegato, abitudinariamente e con successo, per distrarci dalla crisi della sostanza economica e ideologica della società. I discorsi dei nostri politici sono pragmatici, l’ideologia è guardata con sospetto. Certo, la macrovicenda storica ci ha messi in guardia contro gli effetti delle dittature ideologiche, ma, proprio per ciò, ritengo che il libero confronto tra idee sia indispensabile a formare e far crescere una società non monolitica e fiduciosa, che abbia appreso la lezione dai fantasmi storici ma che possa iniziare a emanciparsi da essi. Il discorso naturalmente si complica quando il confronto, oltre che tra idee, è tra culture diversissime, come sta avvenendo con sempre maggiore evidenza in tutto l’Occidente.

2) Rappresentazione artistica e opinione personale dovrebbero godere dello stesso grado di libertà di espressione?

Sì. Ma artisti e intellettuali fanno parte di una minoranza.

Spesso chi fa arte o produce pensiero dimentica questo dato di realtà, abituato com’è ad avere consuetudine con il proprio mondo, a sua volta abitato da simili. Avere figli mi costringe a riflettere su simili evidenze: gli artisti non abitano gli stessi luoghi interiori (né topografici, spesso) di quella che, per amore di prassi, definirò “la maggioranza”. Quella degli artisti è una collettività complessa e non meno reale, soltanto più ristretta, un gruppo microsociale, a sua volta composto di “minoranze”, che spesso contengono ancora altri “stati di minoranza”. I figli degli artisti – quando essi ne abbiano: non spesso – nella maggior parte dei casi frequentano scuole speciali (steineriane, internazionali, montessoriane). Oppure, quando i genitori non desiderano costruire ai figli un destino che magari quei figli non avrebbero scelto per sé e, dunque, fanno frequentare loro la scuola pubblica, quei figli si trovano a dover affrontare quotidianamente e loro malgrado un conflitto con le abitudini della maggioranza – che, per il fatto stesso di essere maggioranza, difficilmente accoglie senza paura quanto differisce da sé.

Io ho scelto di mandare i miei figli alla scuola pubblica. Da questo punto di osservazione vorrei ricordare, a me stessa per prima, che le opinioni di un artista non sono opinioni che nascono da un terreno sociale largamente condiviso. Per ciò stesso sono spontaneamente, osiamo dire “biologicamente”, eversive. Un esempio per tutti: sono una fautrice integrale della non violenza e ho cresciuto i miei figli secondo questa convinzione. Il mio modello educativo funzionerebbe se fosse condiviso. Sono stata costretta a constatare quanto lo sia soltanto in apparenza.

Gli artisti hanno, probabilmente, una memoria viva della memoria platonica (del nostro slancio comune, dell’archetipo, del mito del legame collettivo), la nostalgia di tutte le creature è il loro tessuto connettivo. Il “borghese”, il non-artista, inclina invece all’evidenza delle cose, non sopporta di vivere in via permanente in quel mondo invisibile, indecifrabile, inesauribile e incerto, non nutre o non sostiene quella nostalgia – perché, semplicemente, non sa che farne. L’artista regge la nostalgia collettiva perché è capace di testimoniare, attraverso la sua opera, del mondo dove (chissà) abitavamo o abiteremo tutti. Viceversa il borghese/la maggioranza respira l’arte (“ricorda”) provvisoriamente: va a teatro – poi però torna a casa. Legge – poi però chiude il libro. Mentre l’artista resta in quel mondo: tra quelle pagine, su quel palcoscenico – del quale il borghese/la maggioranza mantiene una rimossa nostalgia perché, pur sensibile, non ha il talento di fabbricarne bellezza in prima persona, dunque non ha motivo di reggere troppo a lungo la solitudine che chiede. A specchio, infatti: tutti gli artisti hanno provato e/o provano una struggente nostalgia del “mondo” e hanno fatto della loro differenza originaria un valore: “vissi d’arte, vissi d’amore” – con buona pace della gorgheggiante Tosca. E fin qui…

Non amo invece chi trasforma questa obiettiva condizione di lontananza e di isolamento in sentimenti di superiorità (l’altero concetto di élite). Si tratta di un semplice fatto, di un’attitudine, ma influente su ciascuna delle pratiche esistenziali. Perché, ancora: qualunque creatura si dedichi o sia incline alle arti, deve più e più volte fare i conti con una diminuzione sociale di sé: un fannullone perso nel mondo dei sogni, un parassita, un illusionista che voglia imporre ad altri le proprie illusioni, ché le illusioni sono il rovescio disilluso della bellezza alla quale una volta credevamo di avere diritto. Questa è l’altra faccia dell’esaltazione (bizzarra) che i “creativi” patiscono loro malgrado.

L’appassionata tirata è stata fin qui condotta al fine di introdurre un concetto semplice: quando artisti e intellettuali si espongono al pubblico, hanno la doppia responsabilità di legittimare la propria esistenza e, nello stesso tempo, di aggiungere al discorso della maggioranza una parola che mostri ancora l’insopportabile e desiderata nudità del Re(ale).

3) Dovrebbe essere diversa la libertà d’espressione di cui si può usufruire in ambito pubblico e in ambito privato? Perché?

Sì, dovrebbe essere diversa, perché parlando in pubblico – così come esponendo e/o pubblicando i così detti frutti del proprio ingegno – si assume una responsabilità etica che limita la libertà. Un conto è discorrere a cena con gli amici, un altro è “prendere la parola”, per citare Nancy. Questo vale anche quando, privatamente, vestiamo l’abito di educatori – e per tutte le arti. Approfondendo quanto risposto alla domanda precedente, specifico la necessità che l’espressione genitoriale e/o artistica sia etica, ovvero non metta solo in scena il male, ma ne offra anche una soluzione, fosse anche solo la bellezza della parola, secondo la mirabile lezione di Paul Celan che, poiché l’assenza di Dio si notava, imparò a pregare il Nulla con una parola che, attraverso la sua bocca, imparava a costituirsi come fine della stessa preghiera che smentiva. Per ciò, vengo commossa dalla pur algida perfezione estetica dell’ultimo Von Trier (penso a Melancholia e Nymphomaniac), ma non ne condivido i contenuti.

4) È giusto limitare la libertà di un cittadino di esporre o indossare simboli religiosi, politici,...? Se sì, in che misura?

No, non sarebbe affatto giusto, ma la storia e l’attualità dimostrano che la natura umana è anche estremamente pericolosa, dunque lo ritengo giusto solo ed esclusivamente se i detti simboli propagandano, o anche solo sottintendono, idee e/o progetti di assassinio e/o sterminio.

5) Chi difende o appoggia pubblicamente atti violenti o illegali dovrebbe esserne considerato corresponsabile sotto un profilo etico e giuridico, o dovrebbe avere diritto a esprimere liberamente la propria convinzione?

Dovrebbe, perché ne è certamente corresponsabile. Naturalmente questa mia affermazione non intende sottrarre neanche un milligrammo di responsabilità personale a chi commette il crimine, altrimenti finiremmo per aderire alla disonestà dei processati nazisti, che tentavano di scagionarsi moralmente spacciandosi per meri esecutori di “ordini”.

6) Si può ricorrere alla violenza fisica per l'affermazione di un ideale? Quali sono, se ci sono, i valori per la cui difesa varrebbe la pena ricorrere alla violenza o sacrificare la propria vita?

La domanda mi scotta da tutta la vita. Sono figlia di un uomo che, insieme a tanti altri, saltò su precari mezzi di trasporto per andare a combattere per l’emancipazione del popolo spagnolo dalla dittatura franchista. La parola “combattere”, in questo caso, non è ideale o astratta, è bensì piena di odori e di sangue. Dell’odore del sangue. Non ho mai voluto immaginare quelle mani capaci di accarezzare prese nel gesto di interrompere vite umane.

Di me, so che ucciderei solo in via animale: per difendere chi amo più della mia vita – persone per salvare le quali sacrificherei anche me stessa. Dunque la vita dell’altro, del da-me-ipoteticamente-ucciso, dell’avversario, ha idealmente lo stesso valore della mia. Riflettendo su un più fruttuoso approccio al sacrificio di sé, cito gli esempi illuminanti e quasi opposti, ma stretti nella medesima dolcezza, di Massimiliano Kolbe (ritenere la vita di un altro più “utile” della propria) e Aung San Suu Kyi (privarsi della propria libertà a difesa non violenta dei diritti di un popolo).

7) I valori della Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948 sono assoluti e universali o tutto è soggetto alla storia e non esistono valori indiscutibili?

Sottoscrivo ciascuno dei punti, non perché io – com’è comunque vero – pensi anacronisticamente per assoluti, in questo tempo di relativismi, ma perché gli articoli sono stati ragionati, al di fuori delle ricadute del tempo e dello spazio, per garantire il massimo bene sociale a ciascun individuo. Li sottoscrivo a cominciare dalla prima frase del Preambolo, che espone da subito il contenuto emotivo e intellettuale di quanto seguirà: il concetto di “famiglia umana”.

8) Si può dire che è in atto uno scontro fra due o più civiltà diverse e inconciliabili? E se sì, quali sono le cause di questo scontro (culturali, religiose, politiche, economiche,…)?

Si può dire. L’evidenza è che ci sia uno scontro tra fondamentalismi: da una parte un capitalismo che comincia a mostrare l’esaurimento delle proprie risorse, di pensiero e di materie prime terrestri, ormai sfruttate all’eccesso e senza lasciare alla terra il tempo di rimarginare e rifarsi terra – e dall’altra la virulenta crociata di religioni che vorrebbero imporre il loro dogma, inapplicabile all’organizzazione occidentale. Sono in contrapposizione due visioni incompatibili del bene e del male e, di conseguenza, del modo di immaginare la propria disposizione sul pianeta.

Ma il movimento mondiale che mi preoccupa più profondamente – e che traduce in prassi economica il conflitto ideologico appena citato – è la grande migrazione di individui dei paesi “poveri” verso i paesi “ricchi”, la necessità e il bisogno del benessere – o perlomeno della dignità – da parte di alcuni e la resistenza degli altri a condividere il proprio spazio, già saturo. Il mondo ci sta ponendo difronte alla necessità di ripensare il mondo, a partire dalla sua ormai convenzionale ripartizione geografica.   

9) È possibile mettere a confronto e stabilire quale sia il migliore tra sistemi di valori di differenti civiltà?

L’unico parametro credo sia il noto risultato pragmatico: il maggior bene (benessere sociale, in questo caso) per il maggior numero di persone.

10) Qual è lo stato della libertà di espressione in Italia? Ci sono argomenti tabù su cui risulta difficile o impossibile esprimersi liberamente?

Apparentemente no. E questa possibilità apparente di dire tutto crea una sorta di rimozione condivisa e, dunque, doppiamente pericolosa.

Posso infatti individuare almeno due grandi temi-tabù. Primo: l’amore omosessuale, argomento sul quale si ha ancora un profondo pudore sociale e altrettanti pochi diritti. Basti pensare a quanto la nostra legislazione sia indietro rispetto a quella di molti altri paesi, d’Europa e del mondo. Basti pensare che è stata letta come rivoluzionaria la sentenza di Cassazione del 2012, che semplicemente fa decadere l’”inesistenza” del legame omosessuale e attribuisce a una singola coppia gay diritti pari a quelli delle coppie coniugate.

Il secondo grande argomento tabù è la morte – e l’invecchiamento, soprattutto femminile, che ne è il progressivo preludio (ove si abbia la fortuna di vivere abbastanza a lungo) – con la quale il mondo occidentale ha perso quasi completamente la confidenza naturale. Della morte ormai parlano solo i poeti e i beccamorti, questi ultimi asetticamente rinominati “impresari di pompe funebri”. Altrimenti, siamo indotti a coltivare il mito infantile della nostra propria immortalità, a congelare la nostra giovanezza per mezzo di tristi artifici.

La mancata familiarità con la morte ci consegna al posticcio di siliconi, materie plastiche, gel, tiraggi, extension di ogni appendice estendibile dei nostri volumi corporei – a lasciar subentrare un corpo falso e illusoriamente imperituro al nostro corpo vero, di carne e sguardo per lo più mortali.

Maria Grazia Calandrone
Roma, 22.3.2015

poetiche (L'Ulisse n. 18 - 22.4.15)

in “L’Ulisse” n. 18 – Poetiche per il XXI secolo

SUGGESTIONANDO LA MATERIA

Un insegnante, un medico, un poliziotto, normalmente non vengono chiamati a spiegare cosa ci fanno al mondo. Il PoetaX è consapevole di essere un arto perfettamente irrisorio del corpo sociale (in questo Occidente, intendo, ché basta spostarsi di poco per venire guardati con altri occhi).

Quando arriva a essere pubblicamente interpellato sul tema, normalmente il PoetaX ha già alle spalle l’esercizio d’essersi scagionato privatamente per la propria tenebrosa passione. Ogni volta che il PoetaX è andato nelle scuole, ha dovuto spiegare l’ovvio. L’inspiegabile. Dunque, ha provato a risolverla coi fatti: dimostrando. Ha provato a leggere e basta (se si tratta di un PoetaX particolarmente generoso, si sarà spinto a leggere poesie d’altri), sperando che qualcosa del mondo che abita passasse la porta tra i regni. Se nessuna tra quelle parole si è sollevata dalla sua voce e ha toccato chi aveva davanti, la responsabilità è stata esclusivamente del PoetaX.

Naturalmente il PoetaX non ritiene affatto indispensabile che gli studenti apprezzino la poesia, tanto meno che la scrivano. Egli ne ha già abbastanza di se stesso, sebbene non si lamenti del proprio destino. Ma – va detto – quasi nessuno vive di poesia. Ne consegue che ai PoetiX venga richiesto di rappresentare la viva sintesi tra essere e fare. Non è affatto impossibile, è anzi auspicabile. Vita speculativa e vita attiva non sono affatto in contraddizione. Anzi, l’una si avvale delle vistose contraddizioni dell’altra.

Diciamo ancora che il PoetaX considera la poesia, ormai con un discreto grado di serenità, come effetto di una malattia che lo abbia indotto, da quando ha memoria (e continui impunemente a indurlo), alla introversione speculativa. E ha già ipotizzato che la macrocreatura scrivente, nel corso dei millenni, abbia tentato di nobilitare questa sua malattia sacralizzandola.

Proseguiamo però con il dire che, abitando le parole, il PoetaX ha rilevato un discreto numero di strani fenomeni che incidono, in maniera pur marginale, sul mondo delle cose e dunque in lui è nato l’inconfessabile auspicio che il sé scrivente abbia trovato nelle parole una delle possibili porte d’accesso al mondo che amerebbe definire “originario”, ma che ha abbastanza pudore per limitarsi a definire “preverbale”.

Nei giorni di umore lieve, gli pare d’improvviso significativo che la natura abbia previsto un manipolo di persone che si siano prese la briga di custodire le parole, questa pasoliniana “merce invendibile”. Gli pare addirittura significativo che la nostra cultura, come tante altre, sia fondata su un libro dove è scritto che le parole rendono “conoscibile” il mondo. Il suo buonumore non arriva però mai a evitargli di pensare che ogni scrivente scriva pro domo sua, pure ove si tratti di un serissimo apostolo.

In tema biblico, il PoetaX ricorda spesso quanto scriveva Italo Calvino: "L'inferno dei viventi non è qualcosa che sarà: se ce n'è uno, è quello che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l'inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio." Posto che quella che (brutalmente e con una certa superficiale convenzionalità) denominiamo “realtà” sia davvero infernale (lo temiamo), il PoetaX si è rimboccato le maniche e si è impegnato a costruire bellezza per fare il mondo un poco più abitabile. Perché il mondo che si vede non basta a nessuno.

Se poi il poeta in questione è anche intelligente (dote che non gli è indispensabile a poetare, ma gli è stata sempre consigliata per praticare lo svolgimento di attività collaterali), egli vivrà in uno stato di sarcastico sentimentalismo, nel quale alternerà slanci d’innocenza (verrà ripetutamente detto ingenuo) al più efferato positivismo (verrà ripetutamente detto dissezionatore di sentimenti).

Ma tiriamo in ballo la sottoscritta PoetessaX, la quale ha già avuto modo di definire l’esperienza poetica (cfr. Nuovi poeti italiani 6, Einaudi 2012) “una solitudine corale”, perché il poeta, sebbene quando scrive sia perfettamente solo, vive l’esperienza di diventare un essere collettivo, di essere in comunione con la parte condivisa dell’umanità. Ovvero gli pare di raggiungere il punto profondo, che abita ogni creatura viva e morta – e a volte anche l’inanimato, il neutro, così ben descritto da Clarice Lispector in La passione secondo G.H.. Amabile, ossessiva GH, donna-cosa presa dalla passione per l’ottusa neutralità di Dio.

Con il suo libro, Lispector mette in scena la progressiva scoperta che si compie attraverso il processo creativo e l’agnizione del sovrumano laico, in quello che a prima vista pare infimo e addirittura ripugnante: la capacità di morire di una blatta, la propria reificata indifferenza per il proprio stesso morire. In quella neutra inerzia naturale, la GH di Lispector trova il gene divino.

Con la sua garbatissima ironia, Iosif Brodskij scrisse che “ogni carriera letteraria inizia da un’aspirazione alla santità. Nel processo della creazione risulta, molto spesso, che la vostra penna sia di gran lunga più dotata di talento della vostra anima”. Naturalmente egli rivolgeva la propria amara celia al se stesso poeta, per primo. Brodskij sperimentava quotidianamente che l’essere umano tende ad ampliarsi sempre più, che la spinta propulsiva che dapprima vorrebbe riportarlo alla casa, agli affetti – parliamo propriamente di un esule – viene sempre di più sostituita da una sorta di squarcio integrale, dalla mano “slargatamente aperta” del Rilke delle Elegie. Brodskij voleva farsi coincidere tutto con il tempo, spingere dapprima sopra i corpi dei suoi lettori una sorta di carro armato di parole e, più tardi nella vita, attrarre quei corpi magneticamente, “senza alzare la voce”, verso un’apertura che non si può dire, ma semplicemente manifestare, suggestionando la materia con la musica dello spalancamento che fanno i versi. Un pifferaio magico.

“I versi”, scriveva, “non sono che il mezzo di trasporto della poesia”. Speriamo, verso un’ampiezza di sguardo che ci faccia pieni di “compassione”: e questa è la mia parola-ossessione.

Ma, ancora Brodskij, nel resoconto poetico del 1972, scrisse della perdita come del principio di eguaglianza tra Dio e i mortali (ecco perché, alla fine della descrizione degli impassibili oggetti, fa parlare la voce di Maria: la donna-oggetto di Dio, quella suprema lei, che si è fatta terra calpestabile per il passo del più invisibile tra gli invisibili). Anche Brodskij dilata il principio di uguaglianza tra la mortalità e il divino emblema della immortalità. E allora, se uomini e cose sono uguali e se uomini e Dio sono uguali, spingiamoci fin qui: Dio è la cosa e la cosa è Dio.

Tutti i grandi parlano di questa eguaglianza radicale, della equanimità dei viventi e dei non vivi (non più, non ancora vivi). L’arte ripete da millenni e nelle sue mille forme: tu sei Dio e sei una cosa, sei talmente una cosa da possedere perfettamente e inesorabilmente la perfettissima inerzia di Dio, la mancanza di moto del motore primo. “L’amor che move il sole e l’altre stelle di Dante”: perfettamente immobile, perfettamente umano.

Probabilmente l’esperienza amorosa e la fantasia religiosa, insieme al godimento delle arti, fanno migrare i non-poeti nel mondo che i poeti abitano quando sono “ispirati”. Forse possiamo definire la poesia uno stato di innamoramento nei confronti del mondo, della natura e delle sue creature. Ma un contatto incostante e indimostrabile altrimenti che con la poesia in sé. L’organismo razionale dei filosofi raramente sopporta questa mancanza di prove. Socrate definiva la poesia come “mania”, “ispirazione divina”, dimostrando una fede pregressa in qualcosa che sovrasta l’umano e al quale il poeta attingerebbe, quando l’ispirazione lo spinge fuori dal suo sé comune. Tanto è vero che: la creatura comune che il poeta è quando non poeta, non è in grado di produrre poesia. I filosofi hanno sempre fatto ricorso alle Muse, al divino e alle più fantasiose categorie ontologiche, per spiegare il contatto che i poeti vivono attraverso il corpo. Ma qui interessa ricordare anche la considerazione socratica sulla condivisibilità della forza poetica: essa si propaga a chi ascolta (o legge) per contagio magnetico. Socrate, Brodskij – ma anche Verlaine, il quale scrisse che la poesia è tale quando “ispira” chi la legge.

Eppure, i nostri poeti hanno progressivamente introiettato la sdrammatizzazione della propria figura, umana e sociale, e questa sdrammatizzazione informa la fibra della poetica contemporanea, che si attiene a levigare la superficie del reale, offrendone una vista piena di intelligenza e d’ironia. E di pudore.

Certo tutti dobbiamo levarci dall’imbarazzo di sentirci esuli, “ebrei”, per dirla con Marina Cvetaeva. E certo tutti ricordiamo Adorno e la sua considerazione intorno all’impossibilità (inopportunità, diremmo) di scrivere poesia dopo Auschwitz. La poesia veniva immaginata dal filosofo come un atto di barbarie. Sarebbe stato barbaro (insensibile, cinico) estetizzare l’orrore.

Ma la poesia non è estetizzazione. Tanto meno evasione dal reale. È, anzi, presa in carico.

L’intera, magnifica e terribile opera di Paul Celan smentì Adorno, sciolse immediatamente l’equivoco adorniano sulla poesia. E cambiò anche la poesia, costruendo con essa una nuova fiducia, davanti all’evidente inconsistenza di Dio: fiducia nella parola e nella risorsa umana di cantare, al di sopra di ogni insanguinata corona: “per la parola di porpora / che noi cantammo al di sopra, / ben al di sopra / della spina”. Siamo nel 1963. Con il suo esistere, Celan smentisce anche il saggio di Jean-Paul Sartre contro la poesia non engagée (Qu’est-ce la littérature?, Gallimard, 1948), apprezzabile se lo storicizziamo, poiché scritto in quei tempi di tragico, umano disincanto, da un uomo che, coerentemente, non aveva più lavorato alla miniera poetica che possedeva (si pensi alla Contemplazione della maternità di Maria, che egli scrisse dalla prigionia, si pensi a quanto sia rivelatore di un attaccamento paradossale, il denigramento sartriano della persona-Baudelaire, agito proprio mentre si occupava del poeta-Baudelaire).

Ma altrettanto smentiscono Adorno l’ebrea olandese Etty Hillesum, che, come l’ebrea tedesca Gertrud Kolmar, davanti a una reale possibilità di salvezza, scelsero di rimanere accanto al proprio popolo e ai propri affetti. Entrambe morirono in Auschwitz nel 1943: essendo passate attraverso la paura e il dolore e avendo trovato una emancipazione personale da questa paura e da questo dolore. Ecco infatti Hillesum: “Sono una persona felice e lodo questa vita, la lodo proprio, nell’anno del Signore 1942, l’ennesimo anno di guerra”. Etty Hillesum e Paul Celan sono riusciti a cogliere quel filo d’oro che ci conserva vivamente vivi, anche dentro uno dei più vasti orrori umani. Perché i poeti, come tutti, in tutti i tempi di guerra, si trovano a dover conciliare il proprio mondo interno con un orrore che pare disumano e invece è umano. Celan risolse il problema da suo pari. Dichiarando il bisogno di credere al bene. Comunque. E a nome di tutti.

Ma chi sono questi esseri che vedono oltre l’orrore? Fanciullini pascoliani. Idioti dostoevskiani. Ovvero persone che hanno scelto di mettersi all’opera per contrastare l’inferno calviniano, forse coltivando la guarigione di un’antica ferita, che si è fatta patrimonio umano, collettivo. Persone che lavorano quotidianamente su una inclinazione naturale alla sopravvivenza. Questa specie di poeti abita, da alchimista, una propensione a trasformare in bene – o almeno in bellezza – ogni dolore (comprendo che le categorie di bellezza e di bene echeggiano interminati dibattiti estetici e letterari, ma – appunto – confido in un intenderci più immediato). Perché? Cosa li muove? Sono bambini incapaci di sopportare la dura realtà, che raccontano elaboratissime favole per adulti, intelligenti come sono, ma rifugiati in un pensiero magico e infantile? Oppure?

Rimanendo nella metafora del corpo sociale, direi che sono le fibre che si mettono al lavoro per riformare i tessuti dopo un trauma. Inflitto non solo al linguaggio, naturalmente, poiché la parola è emanazione diretta del corpo sociale che la pronuncia, ne rivela le viscere e i retropensieri, tutto l’inconfessabile e il non detto. Che bisogno ci sarebbe stato, altrimenti, di chiamare “pezzi” altri esseri umani? Ebrei, omosessuali, zingari: ingombranti scarti di falegnameria, da smaltire con intelligente efficienza.

Di cos’altro è deriva, infatti, la devastazione morale che conduce al delitto (di massa, in questi casi) se non dall’incapacità di riconoscersi nell’altro essere umano, di sentire quell’altro più di un fratello, come un altro sé? Quel provare la pena di un altro e il desiderio di restituirgli pulita quella pena, passata dentro il filtro di uno sguardo proprio, che ne abbia distillato la più recondita bontà. Per questa specie di poeti fare poesia è politica, è una prova di r’esistenza a oltranza sulla superficie della terra. L’ho già scritto, in un articolo apparso su “il manifesto” del 17 luglio 2011.

Questi poeti ci ricordano che siamo piegati a vivere in un mondo che non corrisponde alla nostra natura più profonda, libera e vera. Ricordano e ci ricordano che il mondo non ci corrisponde, non corrisponde alla gioia alla quale abbiamo diritto. Dico dell’Occidente – ma, della contemporaneità, privilegio la coraggiosa eversione della parola delle poetesse arabe – dico di questa ridicola struttura che ci vuole tenere impegnati fino alla morte in fatti che non ci riguardano. Perché altrimenti ci ricorderemmo che siamo destinati a morire e smetteremmo di perdere il breve tempo della nostra vita a fare cose che non ci fanno felici – o che, peggio, imprigionano altri. Perché altrimenti vedremmo l’organizzazione normativa che guida questa nostra piccola parte di mondo per quel poco che è: una rassicurante bazzecola. Quella sì, infantile. Quella sì, una galera. Fondata sul potere e sull’economia, quando non su (apparentemente) irrisorie questioni di genere. Basta scavalcare un confine geografico e cambiano le leggi. Convenzioni di buona creanza. I poeti vedono la realtà. Ma la combattono, fanno resistenza. Perché vedono la bellezza e la bontà permanenti, non l’occasione della loro disfatta. Credono all’invisibile umano. La loro vita è testimonianza di quel mondo che comunemente non si vede – o si vede a barlumi.

L’arte, infatti, è un’espressione umana che dura da più tempo di qualsiasi religione terrestre. Perché la religione è la favola che traduce in formula dogmatica e comunicabile quel che gli artisti sanno. Lo scrive tanto bene anche un illuminista come Freud. Il primo uomo (o donna) primitivo che ha fatto un gesto non finalizzato alla sopravvivenza del corpo, un disegno sulla parete della sua caverna, ha detto di quel mondo parallelo, di quel bisogno. Che pare superfluo. E invece no. Ci vuole coraggio, per mantenere viva la fiducia nella bontà degli uomini e della natura, nei legamenti segreti fra le cose e fra creatura e creatura. Che non significa non vedere quanto della realtà contraddice la nostra natura.

Ci vuole coraggio, per non cedere a quella che pare evidenza e non è che la superficie delle cose. I poeti vivono di disegni sulla parete della propria caverna. Che forse dureranno quanto la caverna stessa. O forse no. L’importante è che il gesto sia tramandato. Perché quella pur disincantata illusione è la vera forza umana.

Inoltre: che il PoetaX parli sempre di un’assenza e da una lontananza è condizione indispensabile e non “disingaggio”. Tutt’altro. Da quel solo seme nasce la poesia, anche quando è imbevuta di psicoanalisi, realismo e finanche minimalismo, come nel Novecento europeo. E ognuno risolve come può quella perdita primaria, che è di tutti: chi ponendosi in contrapposizione al mondo (Bukowski e tutti i commilitoni beat), chi isolandosi in sé e diventando irraggiungibile a chiunque, chi decidendo di vederne comunque la malinconica bellezza, chi votandosi alla ricerca della gioia come un rabdomante, per sanare e sanarsi (qui l’elenco è infinito. Due per tutti: Ted Hughes e Dylan Thomas). Questi ultimi (alla compagnia dei quali mi alimento) praticano un gramsciano “ottimismo della volontà”. Ma anche il susseguente, indispensabile “pessimismo della ragione”, perché vivono la fatica di conciliare questo genere di esperienza con una struttura sociale sempre più competitiva, con le contaminazioni di una materia ottusa che ci ingloba (l’inferno calviniano, ancora).

Dunque, il Poetaquieora deve essere in grado di sopportare non solo una mancanza originaria, ma anche una mancanza di senso originario, e deve avere in sé la forza e la fiducia bastanti per ribellarsi alla falsificazione e alla espropriazione del linguaggio, deve provare a rimettere ordine fra i nomi o praticare effetti-paradosso, simulando i linguaggi della merce. Il Poetaquieora deve affrontare il disordine alfabetico e rinnovare le parole, immettendo in esse il contatto elettrico perduto, che riformi il – più che rimandare al – senso unitario dell’esistenza.  

Scrive Antonella Anedda, in uno dei suoi tanti testi corali: “Se ho scritto è per pensiero / perché ero in pensiero per la vita / per gli esseri felici”. E ancora: “Scrivi perché nulla è difeso e la parola bosco / trema più fragile del bosco”.

Ma ecco la recentissima risposta di Jean-Luc Nancy in Prendere la parola. Ormai, scrive il filosofo, ci è permesso raggiungere quello che chiamiamo “essere” solo a frammenti, a bagliori. Siamo stretti a trascrivere apparizioni brevi (quanto rinnegate) di quello stato plurale e originario, naturale e collettivo, dell’essere che conteniamo. La nostra società è fissa su una negazione proliferante, su una continua distrazione, perché l’Occidente non sa portare l’idea della propria morte. Taluni si tengono occupati con Dio. Altri, con la Legge. Altri ancora, approfittano del tempo che sono vivi per lasciare che il loro io defluisca nelle profondità di ciascun oggetto del mondo. Hanno, nelle proprie parole, il mezzo e l’antiveleno, per lasciare che “io” diventi “mondo”: barra automatica, lampione, cane e circostanza. Forse sono già scomparsi.

Come ho scritto commentando il film perfetto In the mood for love (A+L n. 15, 2010): “il mio amore è una lingua straniera nata da me”. Valga lo stesso per la poesia. Con l’intenzione sempre più evidente di scrivere in diretta della gioia che ho detto, del festoso dilapidarsi dell’io. “Al cielo piacendo”, come salmodiavano le brave donne. Però io lo farei per piacer mio.

Maria Grazia Calandrone

Roma, 25.1.2015

poesia e conoscenza (15.3.15)

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FRAMMENTO IN MEMORIA

… ora sappiamo, poi che ne abbiamo rimosso il corpo
azzurro e cedevole, che lei era stata una cosa che non opponeva resistenza e adesso era
esaudita, mentre tubercoli
di larve ne intaccavano gli occhi e la canala dei liquami era stata
scavata profondamente
quanto
il fatto che chi se n’era andato non era più
con lei da molto tempo e lei aveva concluso nel corpo quel separarsi
lentissimo come in presenza di ostacoli e scendendo le scale quella mattina
con la fronte addolcita dal sole
sulla spalla
della piccola indiana con il nome da uccello aveva detto questo
essere stata in mani estranee è stata
la vita mia

ALBERI

Essi hanno questo fiore dentro che comincia
con l’affermazione che non sanguinano
ma hanno anzi una capacità variabile
di sopportare tagli
tra i filamenti vivi
con anelli dorsali e una frattura
marginale, con qualche escoriazione per il fuoco issato
una volta sulla bianca colonna del fusto come una bandiera di dolore.
Tutto portava una scucitura di silenzio
sulla corteccia: in quel punto
non passava più la voce.
Mimose e mandorli sono i primi a fiorire
ma tutti
se amputati, rimarginano in lance di fogliami appesi alla faretra dei tronchi con tralci portanti 
                                                                                         e un fresco e vivo rampichìo di gambi
e un clamore di stami al culmine del pomeriggio
e un luccichio frontale, tutti sono strumenti per lasciare cadere
lingue e lamine
d’oro, processioni con croci bianche di corolle e fiaccole
di stimme nel nettario, sono cose cresciute per dare
e per dimenticare. Dimenticare come s’innestava la tua voce
nel nettario del cuore, come i regoli e i timbri
delle vocali fossero fatti per impressionare
il fiore maturo.
Essi sfiorano il cielo con conformazioni audaci
si avvitano
con una pacatezza e una competenza
perfette pure nell’evidenza del corpo ferito
pure a bagno nel nero e nell’amaro
inverno. Dunque bisogna avvicinarsi a loro
senza il cupo ruminare notturno nella morchia dell’anima
ma come cinghiali, un entroterra bianco: essere terra
bisogna, sotto la loro macchina da fiore.

PARLA L’ULIVO

Oso tentare Dio con la mia solitudine
nell’orto di Getsemani, perché quel figlio

oltrepassava tutta la solitudine umana
nella sottomissione
al padre, perché quel figlio sacrificato e speso faceva scomparire nel suo cuore le lame
della corteccia. Mentre voi dormivate
io raspavo le piante degli ulivi
imitavo la dura solitudine
corticale
dei vegetali, preparavo il mio corpo con l’esempio degli alberi, facevo del mio corpo legno su legno
perché nessun lamento
disperdesse la mia unità di uomo
nel lamento del figlio abbandonato. Ecco.
Sono già solo, padre, io non posso subire più abbandono.

PER MOTIVI ESTRANEI AI CANI

Vede cani, campane e altre cose aperte
sulla campagna. Vede
cose trascolorare: una certa avversione, un certo silenzio, certi
corpi smisurati. Gambe
e attrezzi, cose che smettono
di lamentarsi e lasciano
scie di luce nei ghiacci, vede loro
innalzarsi come radici di gioia
poi si mette a baciare la consolazione di quella bellezza sulla faccia di lui
nudo come la battitura del miglio.
Sulla faccia di lui bacia la terra e tutta l’acqua di vegetazione
bacia la tramontana e l’avere portato questa possibilità di baciare
fino al mattino, bacia le masse ancora addormentate in uno smisurato sconforto
le onde fatte di graniglia azzurra e di cobalto, bacia anche il corpo
che si secca tra rovi di more
con un rumore molle
di mucose, come un fiore spiccato, una leggera
anomalia del giardino, bacia il giacere del corpo
tra i semi delle rosacee
e il suo calmo saldarsi alla terra
con un suono di fiori schiacciati e di congiungimenti,
bacia il cielo in ognuno dei corpi
che lo attraversano
fermi nelle carlinghe; le pulegge e gli spalti del frumento
bacia e lo bacia
invisibilmente
con il dolore e l’oro della lisca, con l’aria che ruota
intorno ai corpi con coincidenze elettriche, bacia la continenza di quei corpi
che, trascurati, diventano santi
bacia chi ha immaginato di morire
per mancanza di luce e poi ha detto sia benedetto il giorno
che ti ha vista nascere, bacia la perla delle cartilagini
e l’obice degli omeri
abbassati sul petto, bacia il cuore
che vistosamente declina, bacia chi le ha portato l’equilibrio,
questo modo di mettere insieme
cosa con cosa
e poiché ho attraversato con la bocca indenne
tutto il disequilibrio della notte, so che è stato
per questo
poter baciare in te ogni fenomeno,
perché giungesse l’Ora Immaginaria
con macchine terrestri nel fango naturale
e fosse appariscente
tutta la gioia e tutta la crescente
riconoscenza
perché, ecco, io ti amo senza dolore.

STUDIO CON LA LAMPADA SCIALITICA

a Gottfried Benn

Adesione del corpo all’altro corpo per mezzo
di una fascia di ghiandole sensibili
verdi malleoli alati con imponenza di bosco.
È leggera la vita, non fosse
per l’ansimare della bestia.
Guardala da vicino. Abbi paura. Chiedi scusa alla bestia per la musa, che non ti lascia solo nemmeno qui davanti a lei.
Chiedi scusa alla musa per averla portata
sul massiccio facciale della bestia. Con lei,
come un sovrarespiro.

Poi abbandona sul tavolo settorio
gli indumenti da lavoro,
accanto al corpo che era stato fatto per rimanere. Lascia qui il tascapane, il libro
e ogni altro frangente. Arriva nudo,
emerso
come una barriera frangiflutti, imponi la colonna delle gambe.

Il tavolo è un vassoio
dove tu vieni esposta:
hai i lembi rovesciati
hai la bellezza di un ramo
di una conca
cava,
viene toccato il saldo delle costole come un oracolo dai margini d’oro
pura cornice del cuore sotto la piastra sternale
e la leva del divaricatore fa come
l’amore, ti espone il cuore come per amore.

Dopo del nome viene la figura, dopo
l’asportazione del calvarium
tra lamine orbitali
e sopra la farfalla
dello sfenoide si manifesta l’adunata bianca, la massicciata, il vomere
nella sabbia perfetta, l’inarrestabile
avanzata del canto. Anche adesso, anche adesso…

Fai parlare la voce di questo
corpo risalendo la legge di natura,
fai parlare anche il marmo, l’imperfetto,
con la voce degli organi, l’uovo
dell’elegia
che contraddice il morto mentre ti affacci
su quanto di lui diventerà
immutabile; fai parlare le ulcere
vegetanti, le sacche ambrate e le schiumature
filamentose, i reflui: i grumi, la compassione, i bozzoli, le bucce
annerite dei globi e tutte
le solide gocce di sangue su questo sasso umano.

Non calpestate la terra dove lei ha versato tutta la suggestione del suo corpo
                                                                    come una luce non finita. Il corpo
fonde. Chiedi ai musi dei cani. Che ragione, e che altezza.


Il suo corpo fondeva sulla terra mentre io sognavo la sua voce che mi diceva
                                                                    aiutami. Per tre notti io potei solo
uscire
in quei fiotti di luna, in quei tornanti: stoppie
che mi facevano buttare
l’energia dal corpo come dal fondello di un bossolo.

Quelli iniziano a nascere dal buio
con tappi di materia
cicatriziale e larve,
quelli vengono come luci-spia quando li chiami per nome,
pietre che parlano da sole
in un sonno cosciente, l’improvviso
di certi monumenti in direzione del mare.
Tutto è allo stato grezzo. Tutto qui è senza metodo, incompiuto
come un pugno di sale.
Io desidero che mi veniate addosso
con tralci di vite, desidero la pasta dei vostri nomi
nella mia bocca. Tutto
mi farà meno vivo
di questo canto immortale sulla bocca dei morti.

DAVANTI AL MORTO

Sei la cosa più nuda della terra e insieme
la più indecifrabile.
Rilevo le tue tracce. L’abside delle orbite. Il catino pieno
di un male che passa
le dimensioni. Evidenzio
le reazioni del sangue affiorato
durante un’ascensione ora
ferma. Porpora, ocra, fasce
cremisi sottopelle. La vibrazione
lasciata a metà
sotto lo zigomo destro. Ma
compiuta, come certi pallori
dove insisteva l’osso scapolare.

Riconosco la tua perfezione.
Il peccato di superbia della fine. Ti riconosco
atto del futuro. Una pre
cognizione perfetta.

Esamino il tuo volto. Più nessuna tendenza.
L’altare immacolato della fronte alla fine
del pensiero. Richiuso. Esamino che corpo viene dopo
la tendenza a rinascere. Evidenzio che pure
rinascerai. Richiuso. Puro suono di cosa che si disfa. Pura
dissipazione. Una lanugine bianca
sulle corde. Le muffe
nelle pieghe vocali,
il calcagno bagnato di un’erba azzurrina
e la pace maggiore
nel guscio del cranio. Tutta la tua tendenza a dimenticare
ora
in atto. Evidenzio che tutto è diventato gioia
e tu
sei diventato la gioia
che volevi, quel non andarsene più.

Sei orazione infinita. Masso
calcareo. Solo la fine che ora sei. Solo la fine
è infinita. Solo la maschera della solitudine. Richiuso
il cerchio elementare
del serpente della separazione.

Così mi dissipo in tutti quelli che sono.

Il Corpo 3/14 (10.14)

“IL CORPO” 3/14

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