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poetiche (L'Ulisse n. 18 - 22.4.15)

in “L’Ulisse” n. 18 – Poetiche per il XXI secolo

SUGGESTIONANDO LA MATERIA

Un insegnante, un medico, un poliziotto, normalmente non vengono chiamati a spiegare cosa ci fanno al mondo. Il PoetaX è consapevole di essere un arto perfettamente irrisorio del corpo sociale (in questo Occidente, intendo, ché basta spostarsi di poco per venire guardati con altri occhi).

Quando arriva a essere pubblicamente interpellato sul tema, normalmente il PoetaX ha già alle spalle l’esercizio d’essersi scagionato privatamente per la propria tenebrosa passione. Ogni volta che il PoetaX è andato nelle scuole, ha dovuto spiegare l’ovvio. L’inspiegabile. Dunque, ha provato a risolverla coi fatti: dimostrando. Ha provato a leggere e basta (se si tratta di un PoetaX particolarmente generoso, si sarà spinto a leggere poesie d’altri), sperando che qualcosa del mondo che abita passasse la porta tra i regni. Se nessuna tra quelle parole si è sollevata dalla sua voce e ha toccato chi aveva davanti, la responsabilità è stata esclusivamente del PoetaX.

Naturalmente il PoetaX non ritiene affatto indispensabile che gli studenti apprezzino la poesia, tanto meno che la scrivano. Egli ne ha già abbastanza di se stesso, sebbene non si lamenti del proprio destino. Ma – va detto – quasi nessuno vive di poesia. Ne consegue che ai PoetiX venga richiesto di rappresentare la viva sintesi tra essere e fare. Non è affatto impossibile, è anzi auspicabile. Vita speculativa e vita attiva non sono affatto in contraddizione. Anzi, l’una si avvale delle vistose contraddizioni dell’altra.

Diciamo ancora che il PoetaX considera la poesia, ormai con un discreto grado di serenità, come effetto di una malattia che lo abbia indotto, da quando ha memoria (e continui impunemente a indurlo), alla introversione speculativa. E ha già ipotizzato che la macrocreatura scrivente, nel corso dei millenni, abbia tentato di nobilitare questa sua malattia sacralizzandola.

Proseguiamo però con il dire che, abitando le parole, il PoetaX ha rilevato un discreto numero di strani fenomeni che incidono, in maniera pur marginale, sul mondo delle cose e dunque in lui è nato l’inconfessabile auspicio che il sé scrivente abbia trovato nelle parole una delle possibili porte d’accesso al mondo che amerebbe definire “originario”, ma che ha abbastanza pudore per limitarsi a definire “preverbale”.

Nei giorni di umore lieve, gli pare d’improvviso significativo che la natura abbia previsto un manipolo di persone che si siano prese la briga di custodire le parole, questa pasoliniana “merce invendibile”. Gli pare addirittura significativo che la nostra cultura, come tante altre, sia fondata su un libro dove è scritto che le parole rendono “conoscibile” il mondo. Il suo buonumore non arriva però mai a evitargli di pensare che ogni scrivente scriva pro domo sua, pure ove si tratti di un serissimo apostolo.

In tema biblico, il PoetaX ricorda spesso quanto scriveva Italo Calvino: "L'inferno dei viventi non è qualcosa che sarà: se ce n'è uno, è quello che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l'inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio." Posto che quella che (brutalmente e con una certa superficiale convenzionalità) denominiamo “realtà” sia davvero infernale (lo temiamo), il PoetaX si è rimboccato le maniche e si è impegnato a costruire bellezza per fare il mondo un poco più abitabile. Perché il mondo che si vede non basta a nessuno.

Se poi il poeta in questione è anche intelligente (dote che non gli è indispensabile a poetare, ma gli è stata sempre consigliata per praticare lo svolgimento di attività collaterali), egli vivrà in uno stato di sarcastico sentimentalismo, nel quale alternerà slanci d’innocenza (verrà ripetutamente detto ingenuo) al più efferato positivismo (verrà ripetutamente detto dissezionatore di sentimenti).

Ma tiriamo in ballo la sottoscritta PoetessaX, la quale ha già avuto modo di definire l’esperienza poetica (cfr. Nuovi poeti italiani 6, Einaudi 2012) “una solitudine corale”, perché il poeta, sebbene quando scrive sia perfettamente solo, vive l’esperienza di diventare un essere collettivo, di essere in comunione con la parte condivisa dell’umanità. Ovvero gli pare di raggiungere il punto profondo, che abita ogni creatura viva e morta – e a volte anche l’inanimato, il neutro, così ben descritto da Clarice Lispector in La passione secondo G.H.. Amabile, ossessiva GH, donna-cosa presa dalla passione per l’ottusa neutralità di Dio.

Con il suo libro, Lispector mette in scena la progressiva scoperta che si compie attraverso il processo creativo e l’agnizione del sovrumano laico, in quello che a prima vista pare infimo e addirittura ripugnante: la capacità di morire di una blatta, la propria reificata indifferenza per il proprio stesso morire. In quella neutra inerzia naturale, la GH di Lispector trova il gene divino.

Con la sua garbatissima ironia, Iosif Brodskij scrisse che “ogni carriera letteraria inizia da un’aspirazione alla santità. Nel processo della creazione risulta, molto spesso, che la vostra penna sia di gran lunga più dotata di talento della vostra anima”. Naturalmente egli rivolgeva la propria amara celia al se stesso poeta, per primo. Brodskij sperimentava quotidianamente che l’essere umano tende ad ampliarsi sempre più, che la spinta propulsiva che dapprima vorrebbe riportarlo alla casa, agli affetti – parliamo propriamente di un esule – viene sempre di più sostituita da una sorta di squarcio integrale, dalla mano “slargatamente aperta” del Rilke delle Elegie. Brodskij voleva farsi coincidere tutto con il tempo, spingere dapprima sopra i corpi dei suoi lettori una sorta di carro armato di parole e, più tardi nella vita, attrarre quei corpi magneticamente, “senza alzare la voce”, verso un’apertura che non si può dire, ma semplicemente manifestare, suggestionando la materia con la musica dello spalancamento che fanno i versi. Un pifferaio magico.

“I versi”, scriveva, “non sono che il mezzo di trasporto della poesia”. Speriamo, verso un’ampiezza di sguardo che ci faccia pieni di “compassione”: e questa è la mia parola-ossessione.

Ma, ancora Brodskij, nel resoconto poetico del 1972, scrisse della perdita come del principio di eguaglianza tra Dio e i mortali (ecco perché, alla fine della descrizione degli impassibili oggetti, fa parlare la voce di Maria: la donna-oggetto di Dio, quella suprema lei, che si è fatta terra calpestabile per il passo del più invisibile tra gli invisibili). Anche Brodskij dilata il principio di uguaglianza tra la mortalità e il divino emblema della immortalità. E allora, se uomini e cose sono uguali e se uomini e Dio sono uguali, spingiamoci fin qui: Dio è la cosa e la cosa è Dio.

Tutti i grandi parlano di questa eguaglianza radicale, della equanimità dei viventi e dei non vivi (non più, non ancora vivi). L’arte ripete da millenni e nelle sue mille forme: tu sei Dio e sei una cosa, sei talmente una cosa da possedere perfettamente e inesorabilmente la perfettissima inerzia di Dio, la mancanza di moto del motore primo. “L’amor che move il sole e l’altre stelle di Dante”: perfettamente immobile, perfettamente umano.

Probabilmente l’esperienza amorosa e la fantasia religiosa, insieme al godimento delle arti, fanno migrare i non-poeti nel mondo che i poeti abitano quando sono “ispirati”. Forse possiamo definire la poesia uno stato di innamoramento nei confronti del mondo, della natura e delle sue creature. Ma un contatto incostante e indimostrabile altrimenti che con la poesia in sé. L’organismo razionale dei filosofi raramente sopporta questa mancanza di prove. Socrate definiva la poesia come “mania”, “ispirazione divina”, dimostrando una fede pregressa in qualcosa che sovrasta l’umano e al quale il poeta attingerebbe, quando l’ispirazione lo spinge fuori dal suo sé comune. Tanto è vero che: la creatura comune che il poeta è quando non poeta, non è in grado di produrre poesia. I filosofi hanno sempre fatto ricorso alle Muse, al divino e alle più fantasiose categorie ontologiche, per spiegare il contatto che i poeti vivono attraverso il corpo. Ma qui interessa ricordare anche la considerazione socratica sulla condivisibilità della forza poetica: essa si propaga a chi ascolta (o legge) per contagio magnetico. Socrate, Brodskij – ma anche Verlaine, il quale scrisse che la poesia è tale quando “ispira” chi la legge.

Eppure, i nostri poeti hanno progressivamente introiettato la sdrammatizzazione della propria figura, umana e sociale, e questa sdrammatizzazione informa la fibra della poetica contemporanea, che si attiene a levigare la superficie del reale, offrendone una vista piena di intelligenza e d’ironia. E di pudore.

Certo tutti dobbiamo levarci dall’imbarazzo di sentirci esuli, “ebrei”, per dirla con Marina Cvetaeva. E certo tutti ricordiamo Adorno e la sua considerazione intorno all’impossibilità (inopportunità, diremmo) di scrivere poesia dopo Auschwitz. La poesia veniva immaginata dal filosofo come un atto di barbarie. Sarebbe stato barbaro (insensibile, cinico) estetizzare l’orrore.

Ma la poesia non è estetizzazione. Tanto meno evasione dal reale. È, anzi, presa in carico.

L’intera, magnifica e terribile opera di Paul Celan smentì Adorno, sciolse immediatamente l’equivoco adorniano sulla poesia. E cambiò anche la poesia, costruendo con essa una nuova fiducia, davanti all’evidente inconsistenza di Dio: fiducia nella parola e nella risorsa umana di cantare, al di sopra di ogni insanguinata corona: “per la parola di porpora / che noi cantammo al di sopra, / ben al di sopra / della spina”. Siamo nel 1963. Con il suo esistere, Celan smentisce anche il saggio di Jean-Paul Sartre contro la poesia non engagée (Qu’est-ce la littérature?, Gallimard, 1948), apprezzabile se lo storicizziamo, poiché scritto in quei tempi di tragico, umano disincanto, da un uomo che, coerentemente, non aveva più lavorato alla miniera poetica che possedeva (si pensi alla Contemplazione della maternità di Maria, che egli scrisse dalla prigionia, si pensi a quanto sia rivelatore di un attaccamento paradossale, il denigramento sartriano della persona-Baudelaire, agito proprio mentre si occupava del poeta-Baudelaire).

Ma altrettanto smentiscono Adorno l’ebrea olandese Etty Hillesum, che, come l’ebrea tedesca Gertrud Kolmar, davanti a una reale possibilità di salvezza, scelsero di rimanere accanto al proprio popolo e ai propri affetti. Entrambe morirono in Auschwitz nel 1943: essendo passate attraverso la paura e il dolore e avendo trovato una emancipazione personale da questa paura e da questo dolore. Ecco infatti Hillesum: “Sono una persona felice e lodo questa vita, la lodo proprio, nell’anno del Signore 1942, l’ennesimo anno di guerra”. Etty Hillesum e Paul Celan sono riusciti a cogliere quel filo d’oro che ci conserva vivamente vivi, anche dentro uno dei più vasti orrori umani. Perché i poeti, come tutti, in tutti i tempi di guerra, si trovano a dover conciliare il proprio mondo interno con un orrore che pare disumano e invece è umano. Celan risolse il problema da suo pari. Dichiarando il bisogno di credere al bene. Comunque. E a nome di tutti.

Ma chi sono questi esseri che vedono oltre l’orrore? Fanciullini pascoliani. Idioti dostoevskiani. Ovvero persone che hanno scelto di mettersi all’opera per contrastare l’inferno calviniano, forse coltivando la guarigione di un’antica ferita, che si è fatta patrimonio umano, collettivo. Persone che lavorano quotidianamente su una inclinazione naturale alla sopravvivenza. Questa specie di poeti abita, da alchimista, una propensione a trasformare in bene – o almeno in bellezza – ogni dolore (comprendo che le categorie di bellezza e di bene echeggiano interminati dibattiti estetici e letterari, ma – appunto – confido in un intenderci più immediato). Perché? Cosa li muove? Sono bambini incapaci di sopportare la dura realtà, che raccontano elaboratissime favole per adulti, intelligenti come sono, ma rifugiati in un pensiero magico e infantile? Oppure?

Rimanendo nella metafora del corpo sociale, direi che sono le fibre che si mettono al lavoro per riformare i tessuti dopo un trauma. Inflitto non solo al linguaggio, naturalmente, poiché la parola è emanazione diretta del corpo sociale che la pronuncia, ne rivela le viscere e i retropensieri, tutto l’inconfessabile e il non detto. Che bisogno ci sarebbe stato, altrimenti, di chiamare “pezzi” altri esseri umani? Ebrei, omosessuali, zingari: ingombranti scarti di falegnameria, da smaltire con intelligente efficienza.

Di cos’altro è deriva, infatti, la devastazione morale che conduce al delitto (di massa, in questi casi) se non dall’incapacità di riconoscersi nell’altro essere umano, di sentire quell’altro più di un fratello, come un altro sé? Quel provare la pena di un altro e il desiderio di restituirgli pulita quella pena, passata dentro il filtro di uno sguardo proprio, che ne abbia distillato la più recondita bontà. Per questa specie di poeti fare poesia è politica, è una prova di r’esistenza a oltranza sulla superficie della terra. L’ho già scritto, in un articolo apparso su “il manifesto” del 17 luglio 2011.

Questi poeti ci ricordano che siamo piegati a vivere in un mondo che non corrisponde alla nostra natura più profonda, libera e vera. Ricordano e ci ricordano che il mondo non ci corrisponde, non corrisponde alla gioia alla quale abbiamo diritto. Dico dell’Occidente – ma, della contemporaneità, privilegio la coraggiosa eversione della parola delle poetesse arabe – dico di questa ridicola struttura che ci vuole tenere impegnati fino alla morte in fatti che non ci riguardano. Perché altrimenti ci ricorderemmo che siamo destinati a morire e smetteremmo di perdere il breve tempo della nostra vita a fare cose che non ci fanno felici – o che, peggio, imprigionano altri. Perché altrimenti vedremmo l’organizzazione normativa che guida questa nostra piccola parte di mondo per quel poco che è: una rassicurante bazzecola. Quella sì, infantile. Quella sì, una galera. Fondata sul potere e sull’economia, quando non su (apparentemente) irrisorie questioni di genere. Basta scavalcare un confine geografico e cambiano le leggi. Convenzioni di buona creanza. I poeti vedono la realtà. Ma la combattono, fanno resistenza. Perché vedono la bellezza e la bontà permanenti, non l’occasione della loro disfatta. Credono all’invisibile umano. La loro vita è testimonianza di quel mondo che comunemente non si vede – o si vede a barlumi.

L’arte, infatti, è un’espressione umana che dura da più tempo di qualsiasi religione terrestre. Perché la religione è la favola che traduce in formula dogmatica e comunicabile quel che gli artisti sanno. Lo scrive tanto bene anche un illuminista come Freud. Il primo uomo (o donna) primitivo che ha fatto un gesto non finalizzato alla sopravvivenza del corpo, un disegno sulla parete della sua caverna, ha detto di quel mondo parallelo, di quel bisogno. Che pare superfluo. E invece no. Ci vuole coraggio, per mantenere viva la fiducia nella bontà degli uomini e della natura, nei legamenti segreti fra le cose e fra creatura e creatura. Che non significa non vedere quanto della realtà contraddice la nostra natura.

Ci vuole coraggio, per non cedere a quella che pare evidenza e non è che la superficie delle cose. I poeti vivono di disegni sulla parete della propria caverna. Che forse dureranno quanto la caverna stessa. O forse no. L’importante è che il gesto sia tramandato. Perché quella pur disincantata illusione è la vera forza umana.

Inoltre: che il PoetaX parli sempre di un’assenza e da una lontananza è condizione indispensabile e non “disingaggio”. Tutt’altro. Da quel solo seme nasce la poesia, anche quando è imbevuta di psicoanalisi, realismo e finanche minimalismo, come nel Novecento europeo. E ognuno risolve come può quella perdita primaria, che è di tutti: chi ponendosi in contrapposizione al mondo (Bukowski e tutti i commilitoni beat), chi isolandosi in sé e diventando irraggiungibile a chiunque, chi decidendo di vederne comunque la malinconica bellezza, chi votandosi alla ricerca della gioia come un rabdomante, per sanare e sanarsi (qui l’elenco è infinito. Due per tutti: Ted Hughes e Dylan Thomas). Questi ultimi (alla compagnia dei quali mi alimento) praticano un gramsciano “ottimismo della volontà”. Ma anche il susseguente, indispensabile “pessimismo della ragione”, perché vivono la fatica di conciliare questo genere di esperienza con una struttura sociale sempre più competitiva, con le contaminazioni di una materia ottusa che ci ingloba (l’inferno calviniano, ancora).

Dunque, il Poetaquieora deve essere in grado di sopportare non solo una mancanza originaria, ma anche una mancanza di senso originario, e deve avere in sé la forza e la fiducia bastanti per ribellarsi alla falsificazione e alla espropriazione del linguaggio, deve provare a rimettere ordine fra i nomi o praticare effetti-paradosso, simulando i linguaggi della merce. Il Poetaquieora deve affrontare il disordine alfabetico e rinnovare le parole, immettendo in esse il contatto elettrico perduto, che riformi il – più che rimandare al – senso unitario dell’esistenza.  

Scrive Antonella Anedda, in uno dei suoi tanti testi corali: “Se ho scritto è per pensiero / perché ero in pensiero per la vita / per gli esseri felici”. E ancora: “Scrivi perché nulla è difeso e la parola bosco / trema più fragile del bosco”.

Ma ecco la recentissima risposta di Jean-Luc Nancy in Prendere la parola. Ormai, scrive il filosofo, ci è permesso raggiungere quello che chiamiamo “essere” solo a frammenti, a bagliori. Siamo stretti a trascrivere apparizioni brevi (quanto rinnegate) di quello stato plurale e originario, naturale e collettivo, dell’essere che conteniamo. La nostra società è fissa su una negazione proliferante, su una continua distrazione, perché l’Occidente non sa portare l’idea della propria morte. Taluni si tengono occupati con Dio. Altri, con la Legge. Altri ancora, approfittano del tempo che sono vivi per lasciare che il loro io defluisca nelle profondità di ciascun oggetto del mondo. Hanno, nelle proprie parole, il mezzo e l’antiveleno, per lasciare che “io” diventi “mondo”: barra automatica, lampione, cane e circostanza. Forse sono già scomparsi.

Come ho scritto commentando il film perfetto In the mood for love (A+L n. 15, 2010): “il mio amore è una lingua straniera nata da me”. Valga lo stesso per la poesia. Con l’intenzione sempre più evidente di scrivere in diretta della gioia che ho detto, del festoso dilapidarsi dell’io. “Al cielo piacendo”, come salmodiavano le brave donne. Però io lo farei per piacer mio.

Maria Grazia Calandrone

Roma, 25.1.2015

poesia e conoscenza (15.3.15)

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FRAMMENTO IN MEMORIA

… ora sappiamo, poi che ne abbiamo rimosso il corpo
azzurro e cedevole, che lei era stata una cosa che non opponeva resistenza e adesso era
esaudita, mentre tubercoli
di larve ne intaccavano gli occhi e la canala dei liquami era stata
scavata profondamente
quanto
il fatto che chi se n’era andato non era più
con lei da molto tempo e lei aveva concluso nel corpo quel separarsi
lentissimo come in presenza di ostacoli e scendendo le scale quella mattina
con la fronte addolcita dal sole
sulla spalla
della piccola indiana con il nome da uccello aveva detto questo
essere stata in mani estranee è stata
la vita mia

ALBERI

Essi hanno questo fiore dentro che comincia
con l’affermazione che non sanguinano
ma hanno anzi una capacità variabile
di sopportare tagli
tra i filamenti vivi
con anelli dorsali e una frattura
marginale, con qualche escoriazione per il fuoco issato
una volta sulla bianca colonna del fusto come una bandiera di dolore.
Tutto portava una scucitura di silenzio
sulla corteccia: in quel punto
non passava più la voce.
Mimose e mandorli sono i primi a fiorire
ma tutti
se amputati, rimarginano in lance di fogliami appesi alla faretra dei tronchi con tralci portanti 
                                                                                         e un fresco e vivo rampichìo di gambi
e un clamore di stami al culmine del pomeriggio
e un luccichio frontale, tutti sono strumenti per lasciare cadere
lingue e lamine
d’oro, processioni con croci bianche di corolle e fiaccole
di stimme nel nettario, sono cose cresciute per dare
e per dimenticare. Dimenticare come s’innestava la tua voce
nel nettario del cuore, come i regoli e i timbri
delle vocali fossero fatti per impressionare
il fiore maturo.
Essi sfiorano il cielo con conformazioni audaci
si avvitano
con una pacatezza e una competenza
perfette pure nell’evidenza del corpo ferito
pure a bagno nel nero e nell’amaro
inverno. Dunque bisogna avvicinarsi a loro
senza il cupo ruminare notturno nella morchia dell’anima
ma come cinghiali, un entroterra bianco: essere terra
bisogna, sotto la loro macchina da fiore.

PARLA L’ULIVO

Oso tentare Dio con la mia solitudine
nell’orto di Getsemani, perché quel figlio

oltrepassava tutta la solitudine umana
nella sottomissione
al padre, perché quel figlio sacrificato e speso faceva scomparire nel suo cuore le lame
della corteccia. Mentre voi dormivate
io raspavo le piante degli ulivi
imitavo la dura solitudine
corticale
dei vegetali, preparavo il mio corpo con l’esempio degli alberi, facevo del mio corpo legno su legno
perché nessun lamento
disperdesse la mia unità di uomo
nel lamento del figlio abbandonato. Ecco.
Sono già solo, padre, io non posso subire più abbandono.

PER MOTIVI ESTRANEI AI CANI

Vede cani, campane e altre cose aperte
sulla campagna. Vede
cose trascolorare: una certa avversione, un certo silenzio, certi
corpi smisurati. Gambe
e attrezzi, cose che smettono
di lamentarsi e lasciano
scie di luce nei ghiacci, vede loro
innalzarsi come radici di gioia
poi si mette a baciare la consolazione di quella bellezza sulla faccia di lui
nudo come la battitura del miglio.
Sulla faccia di lui bacia la terra e tutta l’acqua di vegetazione
bacia la tramontana e l’avere portato questa possibilità di baciare
fino al mattino, bacia le masse ancora addormentate in uno smisurato sconforto
le onde fatte di graniglia azzurra e di cobalto, bacia anche il corpo
che si secca tra rovi di more
con un rumore molle
di mucose, come un fiore spiccato, una leggera
anomalia del giardino, bacia il giacere del corpo
tra i semi delle rosacee
e il suo calmo saldarsi alla terra
con un suono di fiori schiacciati e di congiungimenti,
bacia il cielo in ognuno dei corpi
che lo attraversano
fermi nelle carlinghe; le pulegge e gli spalti del frumento
bacia e lo bacia
invisibilmente
con il dolore e l’oro della lisca, con l’aria che ruota
intorno ai corpi con coincidenze elettriche, bacia la continenza di quei corpi
che, trascurati, diventano santi
bacia chi ha immaginato di morire
per mancanza di luce e poi ha detto sia benedetto il giorno
che ti ha vista nascere, bacia la perla delle cartilagini
e l’obice degli omeri
abbassati sul petto, bacia il cuore
che vistosamente declina, bacia chi le ha portato l’equilibrio,
questo modo di mettere insieme
cosa con cosa
e poiché ho attraversato con la bocca indenne
tutto il disequilibrio della notte, so che è stato
per questo
poter baciare in te ogni fenomeno,
perché giungesse l’Ora Immaginaria
con macchine terrestri nel fango naturale
e fosse appariscente
tutta la gioia e tutta la crescente
riconoscenza
perché, ecco, io ti amo senza dolore.

STUDIO CON LA LAMPADA SCIALITICA

a Gottfried Benn

Adesione del corpo all’altro corpo per mezzo
di una fascia di ghiandole sensibili
verdi malleoli alati con imponenza di bosco.
È leggera la vita, non fosse
per l’ansimare della bestia.
Guardala da vicino. Abbi paura. Chiedi scusa alla bestia per la musa, che non ti lascia solo nemmeno qui davanti a lei.
Chiedi scusa alla musa per averla portata
sul massiccio facciale della bestia. Con lei,
come un sovrarespiro.

Poi abbandona sul tavolo settorio
gli indumenti da lavoro,
accanto al corpo che era stato fatto per rimanere. Lascia qui il tascapane, il libro
e ogni altro frangente. Arriva nudo,
emerso
come una barriera frangiflutti, imponi la colonna delle gambe.

Il tavolo è un vassoio
dove tu vieni esposta:
hai i lembi rovesciati
hai la bellezza di un ramo
di una conca
cava,
viene toccato il saldo delle costole come un oracolo dai margini d’oro
pura cornice del cuore sotto la piastra sternale
e la leva del divaricatore fa come
l’amore, ti espone il cuore come per amore.

Dopo del nome viene la figura, dopo
l’asportazione del calvarium
tra lamine orbitali
e sopra la farfalla
dello sfenoide si manifesta l’adunata bianca, la massicciata, il vomere
nella sabbia perfetta, l’inarrestabile
avanzata del canto. Anche adesso, anche adesso…

Fai parlare la voce di questo
corpo risalendo la legge di natura,
fai parlare anche il marmo, l’imperfetto,
con la voce degli organi, l’uovo
dell’elegia
che contraddice il morto mentre ti affacci
su quanto di lui diventerà
immutabile; fai parlare le ulcere
vegetanti, le sacche ambrate e le schiumature
filamentose, i reflui: i grumi, la compassione, i bozzoli, le bucce
annerite dei globi e tutte
le solide gocce di sangue su questo sasso umano.

Non calpestate la terra dove lei ha versato tutta la suggestione del suo corpo
                                                                    come una luce non finita. Il corpo
fonde. Chiedi ai musi dei cani. Che ragione, e che altezza.


Il suo corpo fondeva sulla terra mentre io sognavo la sua voce che mi diceva
                                                                    aiutami. Per tre notti io potei solo
uscire
in quei fiotti di luna, in quei tornanti: stoppie
che mi facevano buttare
l’energia dal corpo come dal fondello di un bossolo.

Quelli iniziano a nascere dal buio
con tappi di materia
cicatriziale e larve,
quelli vengono come luci-spia quando li chiami per nome,
pietre che parlano da sole
in un sonno cosciente, l’improvviso
di certi monumenti in direzione del mare.
Tutto è allo stato grezzo. Tutto qui è senza metodo, incompiuto
come un pugno di sale.
Io desidero che mi veniate addosso
con tralci di vite, desidero la pasta dei vostri nomi
nella mia bocca. Tutto
mi farà meno vivo
di questo canto immortale sulla bocca dei morti.

DAVANTI AL MORTO

Sei la cosa più nuda della terra e insieme
la più indecifrabile.
Rilevo le tue tracce. L’abside delle orbite. Il catino pieno
di un male che passa
le dimensioni. Evidenzio
le reazioni del sangue affiorato
durante un’ascensione ora
ferma. Porpora, ocra, fasce
cremisi sottopelle. La vibrazione
lasciata a metà
sotto lo zigomo destro. Ma
compiuta, come certi pallori
dove insisteva l’osso scapolare.

Riconosco la tua perfezione.
Il peccato di superbia della fine. Ti riconosco
atto del futuro. Una pre
cognizione perfetta.

Esamino il tuo volto. Più nessuna tendenza.
L’altare immacolato della fronte alla fine
del pensiero. Richiuso. Esamino che corpo viene dopo
la tendenza a rinascere. Evidenzio che pure
rinascerai. Richiuso. Puro suono di cosa che si disfa. Pura
dissipazione. Una lanugine bianca
sulle corde. Le muffe
nelle pieghe vocali,
il calcagno bagnato di un’erba azzurrina
e la pace maggiore
nel guscio del cranio. Tutta la tua tendenza a dimenticare
ora
in atto. Evidenzio che tutto è diventato gioia
e tu
sei diventato la gioia
che volevi, quel non andarsene più.

Sei orazione infinita. Masso
calcareo. Solo la fine che ora sei. Solo la fine
è infinita. Solo la maschera della solitudine. Richiuso
il cerchio elementare
del serpente della separazione.

Così mi dissipo in tutti quelli che sono.

Il Corpo 3/14 (10.14)

“IL CORPO” 3/14

Carte nel vento n. 24 (10.14)

dal paesaggio - premio "Montano" 2013, poesia inedita
 
 
1. supplica all’evidenza
 
a uno a uno, in un susseguirsi
di apparizioni fantastiche – o piuttosto in massa, in lunghi filamenti
di fuoco, potenti
come lapilli, appaiono questi rossi
alberi-parola
emanati dal centro del paesaggio in fiore
 
                                                                    prima
c’era solo la splendida mutezza delle cose, l’evidenza oggettiva, nostra e del mondo.
ora siamo corrotti dallo scisma
 
ci inginocchiamo sul brusio dell’erba, l’orecchio teso al soffio disumano delle cose.
nessuno emette altra preghiera che questa
 
                                                                     solo quando
da una piega di luce del cielo
cade uno spolverio di grandine e di uccelli, ovvero
quando gli eventi riescono a oltrepassare l’abilità descrittiva
di una lingua ormai esperta, i corpi umani
assumono la densità delle origini, muti si spostano in colonne d’eco
 
 
2. il gregge
 
gli animali non ancora nominati
stanno come rudimenti
sotto un velo di calma meraviglia, danno luogo a vistosi agglomerati di esistenza
dai bordi scabri come per una piaga, quando si lasciano alle spalle
la pianura e le nostre figure
 
gli animali hanno agito sparsamente
poi sono confluiti, assecondando lo splendore chimico dell’erba che si piega sull’arco della terra, ancora ricoperta da un liquame fertile che si va disseccando dopo l’inondazione
 
 
3. la compenetrazione degli oceani
 
l’acqua appare immediatamente dotata di una aggettivazione ardua. tra gli elementi mobili è quella che presenta il potere maggiore
di persuasione del paesaggio: l’ossigeno dell’acqua
si combina per attrazione immediata con la cenere che giace dalle origini
nel cuore dell’albero. soprattutto il rosso
dei meli, riflesso
in un lucido specchio di idrogeno
permette agli alberi di modificarsi in vegetali subacquei mantenendo viva
la fiamma dell’orgoglio
 
i coralli sono infatti un allegro esperimento alchemico: i ciliegi più giovani
marmorizzano i flussi delle linfe e li espongono sotto forma di scheletri ematici
apparentemente immobili. essi, dotati di una struttura interiore ancora flessibile, confluiscono volentieri in una qualità animale e
tutto in loro dirama in forma di corallo.
 
viceversa i cespugli, sostenuti
da una basica sintassi di specie, preferiscono dilavare la propria sostanza. dunque, modificati appena, commisurano se stessi all’umidità dell’ambiente assumendo la viscosità dell’alga
 
intanto sulla terra l’acqua finisce per separare dal sommerso la razionalità dei frutti, che appariranno appesi a una certa altezza non del tutto celeste come crisoliti di dolcezza
 
 
4. il latte
 
sospinti dall’acqua, alcuni animali si raggruppano sotto la volta delle stelle con la mansuetudine bovina di un rilievo montano, la somma dei loro corpi assume la compattezza di un bianco santuario. essi cominciano ad arrotondarsi e a convergere in un punto dal quale sgorgherà il latte in luogo delle parole
 
sopra tutto lampeggiano i nomi, incandescenti e bianchi come stelle
 
 
5. la religione
 
secondo una simile fenomenologia si forma il corpo di fiamma e vapore di un dio appena ucciso e la nera terra ammonisce: non lasciare mai vivo quello che uccidi
 
dunque il gregge si espone come il sacrificio di un toro
antecedente al suolo intransitivo e scortese delle montagne, un animale esteso che dilata il ventre e lo rilascia sotto la pasta vitrea degli sguardi umani
 
questo è il retroscena di città severe e solenni come Napoli o Roma, due città capovolte all’interno
 
non è mai stato chiaro perché gli esseri umani, compiendo continui microsuicidi interiori, si siano adattati a questa povertà, se conservano ancora così viva la memoria del paradiso
 
 
6. un Dio parlante viene infine eretto affinché i corpi possano cantare
 
chi entra in possesso di un oggetto eversivo come la parola non può limitarsi a usufruire della sua mera funzionalità. per impiegare la lingua al di fuori dell’utile, gli uomini devono prima espungere da sé l’autorevolezza del verbo e onorarla attraverso un’ideazione che abbia il peso specifico dell’aria e del marmo. per esempio un altare
 
dunque all’origine della creazione – altrimenti così nuda
e terremotata, fatta di scontri casuali
di blocchi e neri carsi di materia in fiamme – una generazione di figure rosse installa
una figura esteriore, esterna al creato, un’icona paterna
alla quale attribuire la serietà integrale del Verbo, infine estromessa dalla esclusiva responsabilità umana
 
dai sussulti iniziali della materia estraiamo un dio a nostra immagine e, ancora gocciolante dell’amnio della mente e già adulto come una Minerva, lo incarichiamo di certe passeggiate preistoriche che egli, ormai indipendente dai suoi autori, spenderà nella calma euforia della nominazione del visibile e dell’invisibile. quest’ultimo appare principalmente sotto forma di simbolo
 
grazie a questa delega divina, gli uomini cominciano a cantare. la prima forma del loro canto è lauda, inno, questa gratitudine
 
 
7. l’asse
 
si forma dunque un asse cartesiano dove dio è altitudine bizantina e gli uomini sono i suoi bambini, canori come passeretti, che beccuzzano il pane della gioia su un orizzonte finito
 
poggiando sulle dune dell’informe
i piedi di dio sollevano piccole colonne di materia ancora muta, mentre egli plasma il fango con la sua voce definitiva
 
infine, per mezzo di una donna che non ha mai conosciuto e nonostante questo ha acconsentito a farsi sua obbediente e sua serva, il padre emette un figlio-Verbo
la cui parola è distillata, sapienziale
e didattica. Christòs non parla mai senza motivo, non canta mai, non rifà mai la musica dell’erba con le parole
 
il dio della più grande misericordia non ride, affinché noi possiamo
 
 
8. nel paradiso
 
la confluenza di questa carne solare al centro del paesaggio ricorda quando l’amore era quel misterioso spostamento animale
 
la massa compatta delle creature avanzava in silenzio nel fiore d’oro del sole, con la pelle scottata come acqua
 
fin quando la perla madre, colma del suo piacere e della sua discordia, è stata esposta con le sue figure di dolore nel covo bianco del sepolcro
 
la sua persona era attraversata da venature di verde e mielee sulle ciglia presentava un orlo di cereali arrivati intatti da un’economia di baratto
 
la sua urna era colma come un granaio
 
stamattina la sua maschera funeraria appare impressionata dalla quiete della fiumana umana, sulla quale dilaga una macchia di trasparenza bestiale
 
 
9. la mela è fatta di parole e il corpo canta
 
comincia così: il male genetico rosseggia e serpeggia per tutta l’ampiezza del paradiso. esso interrompe l’intimo silenzio edenico. il male avviene
quando il serpente si rivolge a Eva. Padre
che per noi indossi l’austerità della lingua, liberaci dallo scisma
che rende doverosa la parola
 
prima, solo intuizione e contemplazione dell’assembramento. il corpo unico degli animali e delle cose
è rotto. insieme al trauma della separazione urge una parola comunicante.
 
poi il Verbo viene eretto sulla croce. voce
del corpo dei corpi: io faccio musica con i corpi degli uomini, io
non parlo. la parola incarnata
ora è carne inchiodata a un oggetto. il sacrificio è volontario. gli uomini spiegano agli uomini che il mero nome (croce, legno, chiodo)
non basta a salvare. per salvarsi bisogna
che tutto il corpo canti come un bambino
 
 
Roma, 31 marzo 2013

Creatività e creazione, nota critica di Marco Furia

“dal paesaggio”, di Maria Grazia Calandrone, è intenso componimento che sembra trattare della creazione del mondo.
Una creazione non remota, bensì presente, continua.
Il lettore è coinvolto in un fitto susseguirsi d’immagini che presentano un divenire inarrestabile, privo di soluzione di continuità.
Il mondo, per Maria Grazia, fu ed è creato nello stesso tempo.
Forse, guardando in direzione del mare, potremmo scorgere l’Arca di Noè ancora in navigazione e, forse, certi episodi biblici si stanno ancora verificando.
Non siamo dinanzi a un gioco di gusto surrealista, bensì a un vivido sguardo sulle origini intese quali energie che continuamente si rinnovano.
La cronologia perde importanza quando ci si rivolge al fenomeno dell’esistere puntando a renderne evidente l’intima natura.
Siamo, sempre, le nostre stesse origini?
Sembra, a prima vista, che la risposta della poetessa a simile quesito sia positiva.
Dico “sembra a prima vista”, perché il sincero atteggiamento dell’autrice non è assoluto e, pur gettando luce su certi aspetti, non intende eliminare tutto il resto.
Il trascorrere del tempo è presente, ad esempio, quando vengono proposti precisi riferimenti alla storia sacra e, in ogni modo, non appare estraneo alla stessa sequenza di nove brevi sezioni ciascuna contraddistinta dal proprio titolo.
È presente, poi, una pronuncia davvero chiara:
“chi entra in possesso di un oggetto eversivo come la parola non può limitarsi a usufruire della sua mera funzionalità”.
Pronuncia che non si può non considerare specifica dichiarazione in cui la “mera funzionalità” del linguaggio è ritenuta insoddisfacente, non sempre adatta alla bisogna, inadeguata.
Talvolta occorre allontanarsi dagli usi idiomatici consueti, come “dal paesaggio” insegna.

http://www.anteremedizioni.it/montano_newsletter_anno11_numero24_maria_grazia_calandrone

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