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Nuovi Argomenti n. 72 (10-12.15)

Grappoli di pere con piccoli spacchi
 
Penso che con questo magnifico sole freddo l'unica cosa ragionevole da fare sia argomentare intorno a piccole pere verdi dopo averne osservato nei giorni lo strutturarsi e il gonfiarsi in forme che si presentano come di consueto tondeggianti in basso (che è verso la gravità della terra) e allungate verso la cima (che è dove pendiamo dal ramo).
Ogni piccolo fiore, se non cade per la stanchezza del ramo – che riesce a portare a compimento solo i più robusti tra i propri frutti – e se non viene trascinato dal vento sulla terra – che origina una vita simile a se stessa solo dalla matrice dei semi, mentre dall’altra materia organica produce differenti specie di larve – asciuga lentamente e si traduce in frutto.
La buccia – fredda,
liscia e lucente – a volte cede alla secchezza dell’aria invernale e si forma uno spacco – i bordi del quale
anneriscono con il trascorrere dei giorni e delle notti a causa dell’ossidamento del ferro contenuto nella polpa.
Osservando nella ferita
si rivela il vivo della polpa, granulare e bianca come la traccia dei morti.
Nella pera c’è un cuore molto bianco che in realtà rimanda alla nostra morte
e allo splendore (conseguenza del male che lo precedette e che è anche già stato
lavorato
– ma tu sei giovane e hai ancora tempo da perdere col dolore
– oh, vorrei anch’io subire ancora l’offesa della giovinezza!)
Intorno a questa traccia c’è la ruggine, che possiamo considerare come la parte del corpo vivo che ha reagito all’aria, come la scia di una emorragia nel passaggio che avviene tra regno (dei vivi) e regno (dei morti).
Raramente infatti passiamo intatti dall’essere una pera liscia e impassibile a essere una pera parlante cioè dotata di ferita aperta.
Tutto quello che possiamo immaginare avvenga al di là dei sensi nella formazione della pera, esorta a una serena pulizia dello sguardo, esorta a eliminare il superfluo e le scorie mentre si forma l’agglomerato dolce che diciamo frutto.
Ma alle volte, come vale per tutti gli altri frutti, avviene che il biancore sia insidiato dalla fame di un essere vivente. E la pera serenamente ospita il suo ospite – che si nutre di lei e della sua bianca morte – così com’è, illuminata dalla gioia del ridicolo.
 
Roma, 9 novembre 2009
 
Poniamo il caso della gratitudine
 
Chiamiamo A il donatore.
Chiamiamo B il destinatario del dono.
A cammina verso la casa di B portando in dono a B una cosa severa, concentrica e importante: qualcosa
di equivalente a una possibilità di dilatarsi, a un liquido per la compassione
e per ciò A sente il petto come una nave ferma nella luce.
A prevede la gioia che darà a B, anticipa l’abbraccio che solleverà ciascuno dei due amici più in alto di se stesso quando è solo.
A si avvicina alla casa di B e sorride da solo.
A non sa che nella bocca di B si è formata una sacca di silenzio, dura come la capsula di un dente, infetta come la sua inattesa
suppurazione. Niente ha ancora guarito quel male. Non i ragionamenti sulle opportunità. Non l’amore che, dopo, è venuto a salvare: se l’amore non salva e non guarisce, se l’amore può solo indicare
la direzione. Ora
o mai più: dove puntava
la scaglia d’oro dell’unica freccia. La tua vita è quello che mi hai fatto. Lo splendente disastro
che hai fatto
di me. Un follicolo inerte
che ha manifestato il suo sorriso
una volta. All’insaputa di A nella bocca di B si nasconde una infermità: sulle salivari
di B preme una ghiandola di fallimento
la cova velenosa di un ascesso.
A non sa che il cuore di B è una bilancia e che B ha mandato a memoria il minuzioso elenco degli oggetti dati. Tutto il cuore di B è in abbandono. Questo è senza rimedio. Questo fossile nel mio petto sanguina
le sue pareti colano rimpianto. Il bene che mi porti è solo eco
del mio amore perduto. Io sono della specie
che non dimentica – dunque
perde natura. A non sa che B è incapace di privarsi di qualcosa e poi dimenticare, di trasformare tutta la mancanza in combustione.
Dunque B non riconosce la gratuità del dono e nel dono di A legge una inumana perturbazione
e una cruda, una acidula affermazione di potere
da parte di A. B intravede l’aguzzo di una chiglia che separa la calma del mare. Ci è voluto
tutto il mare, per coprire la solitudine di B. Così, avviene che:
1. B allontani con rancore A dalla propria casa, B si disfi con violento disprezzo di A, che lo ama; 
dopo avere smantellato l’ingombro del dono di A, B si impegni nel denigrare A per affermare la propria libertà dal bisogno che il dono di A gli ha rivelato.
A ha involontariamente dimostrato di sapere cose sul passato di B che B non vorrà conoscere
mai più. B sa che adesso è tardi per l’amore. B rimarrà fedele alla siccità. B ha posato una copertura nera senza fiamme dove stava
tutta la fioritura.
Il silenzio del cuore rassicura B. Il nero gotico delle albe, la spelonca vuota, il muto
concerto dei morti. Il vuoto è privo di contrasto: una completa assenza di contrasto
circola nella linfa dei fantasmi. Il fantasma ha espressioni circolari.
Il fantasma è soggetto come un arbusto di dolore al sole incostante del capriccio di B.
B non mette nella bocca del fantasma il tralcio aguzzo della parola: l’esca viva.
La parola farebbe sanguinare anche il fantasma.
B mette nella bocca del fantasma una ruota bianca di silenzio.
A vedeva i fantasmi di B stretti e muti sul cuore di Buio.
Uno scenario esangue.
A è composto di fango e di pastura. A è del tutto
compromesso con la vita. Il suo cuore è un fattore algebrico sanguinante. Rosso come un’appoggiatura patetica. Ogni vita lo culla e lo tradisce. A prova rabbia, umiliazione, gioia e spavento. Canta, piange, è soprattutto nascente. Germinativo.
Amore porta in dono Amore. Amore
porta nudità
trasparenza e umiltà di Amore. Niente altro.
Da principio Buio ammirava il perpetuo devolversi di Amore. Prima che la moltiplicazione di Amore cominciasse a manifestare la sottrazione di Buio.
Scacciando Amore con malanimo Buio richiude la crepa, asciuga la paurosa infiltrazione del sangue, quel profumo di nettare che piegherebbe il capo sulla terra e piegherebbe le ginocchia
nell’odore dei tigli, riconferma un’avara superiorità sul proprio deserto:
scempio, se vogliamo chiamarlo col suo nome. Buio non desidera desiderare. Buio non intende essere turbato
dal vano impulso alla generazione. Buio, dopo quella notte
di impassibili mantici di sangue rovesciati
a sfiatare nel buio
esoterico dell’isola, dice a se stesso che a generare sono buoni tutti
i pedissequi e gli inetti, triste animule prive
di libertà e coraggio, spiriti facili e senza spessori
che si tirano dietro il mondo
secondo la legge
di attrazione dell’ovvio. Giogo della natura. Niente di più insipiente.
Buio si ritiene molto esotico. Buio dice che solo Buio è veramente libero. A questo punto A dovrebbe morsicare B con sapido trasporto
e mostrargli il sedere. Ma qui si vuole dimostrare
come perdonare una ingratitudine.
Sembra niente ricevere un dono ed esserne grati. La vita, per dire. E invece. Così avviene che:
2. Spaccato il primo guscio di dolore
tutta la cera del cuore di A venga accesa da una compassione per il cuore di B, così privo di questa compresenza ronzante e buona
di fiori e api, della plastica altezza
della fiducia. A piange per il petto di B che ospita un sordo
magma – e così
definitivamente solo. Dunque:
1. A non ha smesso di amare B. Eppure
2. B non smetterà di essere solo.
 
Buio ha appena richiuso la porta alle spalle di Amore e per un breve istante dice questo. Poi dimentica.
Detto di Buio:
 
Amore, se spacchi il mio cuore con il tuo dono intravedi le tracce
della vita che lo attraversava. Questo è senza rimedio. Via da me questo scempio! Vattene, lasciami rimarginare: questo fossile sanguina
nel mio petto – tutto il costato cola dall’interno
il suo rimorso – stalattiti di lacrime ghiacciate
da quell’ultima notte di modestia, quando ero
ancora così docile
devoto
e naturale da ricevere tutti i tuoi baci
come una logica consolazione. Con quale senso di opportunità e di cosa ben fatta io ricevevo
in tutto il corpo la consolazione dei tuoi baci. Allontana da me
il graffito di bestia del tuo nome: l’incisione che sgocciola
sul piatto
un tatuaggio di diavoli e di angeli
compenetrati. Allontana da me!
questa incoerente liquefazione, questa tardiva attesa, questa impressione di meritare ancora
la feroce bellezza della vita: disattenta
e incostante. Lo vedi: il risultato di ogni cosa
è che muore. Solo il lutto è rassicurante
e perfetto. Divino. Solo il lutto
è immutabile e fedele. Tutto il bene che porti è buia eco
del bene perduto. Disamorata eco. Niente regge il confronto con il morto.
Il Dio morto, il Dio vero, il Dio divino, il più Dio
di te, Eros, indecoroso caprone! Mendicante! Sei un’infelice emorragia di nuvole, il groviglio di un parto di bestia
che sfonda gli sterpi. Membra insolenti, zampe che affondano in quote di fango, striscia di sangue
sulla pelliccia, versamento di organi vivi
dall’interno del corpo: fertilità che prova
la prevaricazione di una specie dannata. Sei l’indugio che non permette al morto di morire, il picco in basso della sua idiozia. E quello urla e non ha più giustizia. Non riconosce il ferro della legge. Stacca! dalla lingua del morto il residuo fetale
della combustione di un melo
che fu nutriente. La mia lingua era tutta fiammeggiante. Stupido, ridicolo, languido
amore: tutto tremante, tutto sospiroso, tutto illuso di essere vivo. Vattene, lasciami rimarginare! Chiudi la terra! Chiudi l’imboccatura alle tue spalle. Mondami! Tutte le rose hanno esasperato il loro male
sul mio corpo soggetto
alla rosa letale
del tempo. Vattene!
e io dimentico. Io non sono più vivo.                                                                          
 
Roma, 1-3 giugno 2011

Nuovi Argomenti (8.9.15) autocommento a "Serie fossile"

 “Nuovi Argomenti” I poeti leggono se stessi /10

© – fossile (da “Serie fossile”)

metti una mano qui come una benda bianca, chiudimi gli occhi,
colma la soglia di benedizioni, dopo che
sei passata attraverso
l’oro verde dell’iride
come un’ape regale
e – pagliuzza
su pagliuzza,
d’oro e grano trebbiato –
hai fatto di me
il tuo favo di luce
                             
una costellazione di api ruota sul tiglio
con saggezza inumana, un vorticare di intelligenze non si stacca
dall’albero del miele
 
                                   – sarebbe riduttivo dire amore
questa necessità della natura
                                                     
                                                    mentre un vuoto anteriore rimargina
tra fiore e fiore senza lasciare traccia:
                                                              
                                                              usa la bocca, sfilami dal cuore
il pungiglione d’oro,
la memoria di un lampo che ha bruciato la mia forma umana
in una qualche preistoria
 
dove i pazzi accarezzano le pietre come fossero teste di bambini:
 
                                                                     avvicinati, come la prima
tra le cose perdute
e quel volto si leva dalla pietra per sorridere ancora
 
24.5.13

Io scrivo per dire qualcosa a qualcuno, che talvolta è morto o, sebbene si mantenga gioiosamente in vita, non mi leggerà. E finisco per dirla a chiunque mi legga. Messaggi in bottiglia. Questo il primo statuto della poesia.

In questo momento, più che da un unico testo, mi sento rappresentata dall’intera Serie fossile, libro con il quale – come ho scritto rispondendo a Maiko Favaro per “Soglie”, quadrimestrale di poesia e critica letteraria – “ho voluto contraddire quanto esplorato negli ultimi libri, ovvero la disillusa inclinazione alla “divinocadaverica” autosufficienza del volo mistico. Serie fossile è un’affermazione di libertà e di coraggio, un continuo plurale con la creatura amata, il cui volto “così solo / all’interno, riassume / il genere umano” – e dunque induce a un serio contatto con il mondo e le sue creature, da quelle alate a quelle minerali. L’io vi è implicato profondamente: tanto più, fuso al mondo, sparisce, tanto più esiste.

In Serie fossile ho voluto sostenere l’apparizione della grazia. Con il verbo “sostenere” intendo anche la fatica fisica di sopportare la tensione elettrica di una rivoluzione interiore. E, con la parola “grazia”, intendo anche il sentimento di venire graziati dal peso dell’esperienza, che progressivamente uccide la fiducia originaria e ci rende ogni giorno più soli. Infatti, perché la grazia ci attraversi, dobbiamo essere già morti una volta, aver perso tesori, regni e speranze, dobbiamo insomma essere impreparati. L’incontro dev’essere incondizionato, deve trovarci indifesi. Solo allora, se colti di sorpresa, possiamo tornare idioti, meravigliosamente bambini. Presi da assoluto stupore. Allora un volto che ci irradia di fronte ci disargina, inverte i vettori dello spaziotempo e ci proietta indietro lungo la traiettoria della nostra vita, ripulisce la nostra biografia dalle scorie di metallo pesante del disamore, dai doni rifiutati, dalle domande rimaste senza risposta, dagli abbracci vuoti.

Si rischia tutto. Pronti ad accettare che potrebbe essere l’ultima illusione.

Se il disastro dell’abbandono avverrà ancora, avremo almeno contraddetto il gesto della malinconia e del disincanto che sulla terra viene detto maturità, avremo scavalcato, per un tratto, il limite di quella che troppo superficialmente viene detta “realtà”. ”

Da quest’ultima raccolta scelgo © – fossile, che ne è la poesia-madre, perché mi permette di svolgere alcune considerazioni sull’amore e sugli effetti del sentimento amoroso nella natura lirica. Non a caso ho appena riletto il De profundis di Oscar Wilde, provandone insieme una viva irritazione e una certa compassionevole adesione. Wilde è intelligente e ironico, ben consapevole di aver trasfigurato la persona dell’amato Bosie, ben consapevole di nutrire il nobilissimo ma cieco bisogno d’amare, a prescindere dal proprio oggetto d’amore, che in effetti incomprensibilmente disprezza.

L’inclinazione di una natura lirica a fissarsi su un oggetto e a fissargli sulle spalle ali che magari non gli appartengono, è pericolosissima, per chi prova l’amore e ancor più per chi ne è oggetto. L’amato si sente caricato di un’aspettativa disumana. La sua reazione è rimarcare il limite della propria pur degna umanità, riaffermare con dolorosa esasperazione la propria immagine mondana, l’autonomia della propria persona reale dalla visione dell’amante. L’amato non si sente amato nel suo limite naturale – e dunque si ribella, con diritto, causando un dolore più o meno violento all’amante: per narrare di sé, attraverso il dolore che infligge. Per districarsi dall’impasto, altrettanto violento, della visione.

Il dolore che l’amato infligge è un disperato dire, colpendo l’amante nella carne e nella carne sensibile della sua figura umana e della sua arte (“Quando non ti trovi sul tuo piedistallo non sei interessante”: parole durissime, che Bosie scrive a Oscar): “io non sono come mi vedi tu”, ovvero: “allontanati, perché non mi ami, tu ami qualcuno che non sono io”. L’innamorato Wilde viene accusato dall’amato di arroganza sentimentale, attraverso l’ostentazione di un distacco crudele.

Ma l’amante continua ad amarlo. Perché? E allora, siamo giusti anche con i poeti.

Qualunque innamorato crede e sente profondamente di aver còlto la vera natura dell’essere amato – e, inoltre, di essere il solo ad avere la facoltà di risvegliarla, attraverso la comunicazione profonda, attenta e paziente, che solo un grande amore rende possibile. Egli sa di essere il tramite per riportare al mondo la parte più vera dell’amato, la sua natura originaria o, meglio ancora, la sua naturale predisposizione alla “gioia originaria”.

Di quale gioia si tratta, se non di quella edenica e rischiosissima della fusione? Di sé con l’altro e di questa luminosa, densa e potentissima unità duale con la natura intera, pure nelle meccaniche declinazioni dell’intelligenza umana.

Quanti esseri umani sanno reggere questa apparente perdita di sé nel corpo planetario apparentemente esterno a sé?

La saggezza profonda di chi ama ha fiducia nella possibilità di scindere a piacere questa fusione, per ritornare singoli individui che fanno “funzionare il mondo”. Per poi di nuovo tornare ad alimentarsi alla indispensabile fonte amorosa. Sempre con la coscienza benedicente di possedere una fonte di alimentazione continua nel sentimento dell’altro. Tutto questo è profondamente vero. Tutto questo è profondamente umano. Solo, è l’umano alla massima potenza.

Per la natura lirica, la visione della potenzialità dell’amato e della splendida officina di bene mondano che insieme diventano gli amanti, è più vera del vero. E questo è il limite paradossale: cercare “che la vita sia all’altezza del canto. è questa la sventura e questo è il bene”, come ho scritto altrove in Serie fossile. Cercare che l’amato sia costantemente all’altezza del suo massimo sé. Una gran fatica. Il poeta è impietoso con l’amato come lo è con sé.

Il suo amore si deve modulare sulla terra. Oppure, è insostenibile.

Quando il poeta parla alla creatura amata, si rivolge all’intravista potenzialità di quella. Più raramente, all’atto, alla declinazione concreta, all’attualità della creatura storica e biografica che ha di fronte. Il suo discorso, come quello di tutti gli innamorati (ma di più, a causa della sua coabitazione costante col mondo delle idee e degli incandescenti materiali sentimentali), viene lanciato in una altezza-profondità atemporale. Egli parla all’origine e alla meta insieme, parla al nucleo atemporale dell’amato, al suo essere fuori dallo spazio e dal tempo. Però noi siamo fatti di cronologia e biografia, delle minuzie che scandiscono la nostra quotidianità, dei risultati delle micro e macro scelte che abbiamo compiuto, magari per guarirci con la vita, magari in tempi di disillusione che precedevano l’avvento dirompente dell’amore. E la nostra realtà ci condiziona.  

L’errore più frequente, in chi ama, è sottovalutare la realtà, credere che la forza propulsiva del sentimento scavalcherà ogni ostacolo (concreto o psicologico) in volata, ci renderà leggeri e subitaneamente noi stessi. Abbiamo visto la luce, non possiamo più vivere in penombra. Questo pensa l’amore. Ma la penombra è anche riposante, non ustiona. Testi come Serie fossile lo insegnano. Testi come Jucci di Franco Buffoni lo insegnano. L’amore è un’occasione, una rivoluzione radicale di ogni pregressa abitudine e di ogni difesa, che non tutti siamo disposti a vivere. È un diritto. Velocità di fuga, s’intitola il romanzo di Biancamaria Frabotta. È un diritto.

Ma è altrettanto un diritto coltivare all’interno di noi qualsiasi torrenziale illusione: non sempre costruiamo paradisi al solo fine di distruggerli.

Dunque, desidero estendere il discorso oltre il discorso amoroso, perché la poesia è un modo di vivere nel mondo e anche il modo di vivere l’amore equivale al modo di vivere, nel rimanente mondo.

Io coltivo con quotidiana dedizione una fiducia ottusa “nella bontà degli uomini e della natura”. È la condizione indispensabile che precede ogni gesto della mia vita. Quello che ho scritto per l’amore, vale anche al di fuori del discorso amoroso, vale per tutte le creature umane e per il mondo nella sua struttura ontologica: parlare al nucleo atemporale di noi creature umane. Parlare al mondo come dovrebbe essere. Non ciechi alle persone e alle cose come sono, ma rivolgendosi con uno slancio instancabile all’utopia del mondo e delle sue creature, di noi stessi per primi.

Dunque, si deve essere guerrieri, per resistere in questa che possiamo definire “visione poetica” del mondo – che è inclinazione, naturale prima e volontaria poi, alla bellezza delle cose, decisione di credere e volere che il mondo sia come dovrebbe essere. Non perché non vediamo la realtà, ma perché ne vediamo il limite – e non ci rassegniamo ad accettarlo. Il poeta, per come io lo intendo, è un partigiano, un combattente, un resistente, un consapevole donchisciotte. Di certo, è posto fuori dalla retorica del poeta-fanciullino che schianta nei pozzi lodando i pozzi. Egli è di certo non violento, mai mite. Lo sguardo che posa sulla sua specie è uno sguardo fiero. Non facile, ma fiero. Fortemente implicato con la realtà che lo circonda. Perché la poesia non può che essere un canale aperto tra pubblico e privato, ovvero l’utilizzo, anche impudico, di quanto accade nella vita di chi scrive, al fine della comprensione della storia: quella macroscopica e quella personale, di altri.

La mia meta più vera è riportare in pagina la gioia o, perlomeno (date non auspicabili sventurate vicende, personali o collettive), ogni dolore trasformato in gioia. Quanto meno in bellezza. Gioia, bellezza. Parole ridicole, abusate. Ecco la sfida. Ecco il rinnovamento che ci viene chiesto. Il dovere di sostenere il rischio del ridicolo della retorica, ovvero rinnovare la retorica che fonda le relazioni tra esseri umani. Poiché – ne sono convinta – siamo creature infinitamente semplici.

Il nostro grado di semplicità tende a infinito.

Questa cosa che, spesso sovrappensiero, chiamiamo realtà non basta a nessuno, non soltanto ai poeti.

Se la realtà ci bastasse, non esisterebbe l’arte. E non esisterebbe chi ne gode. Se la realtà ci bastasse, non esisterebbero le utopie, neanche quelle amorose.

Ma l’utopia è feroce. La meta toglie l’aria, si respira a fatica per quanto è alta. È, appunto, cercare che “la vita sia all’altezza del canto”. Una cosa possibile a bagliori. Ma è in memoria e in cerca di quei bagliori d’assoluto – ottenuti grazie alla generosità amorosa di creature che non possiamo smettere di ringraziare, per l’apparire semplice della bellezza del mondo ai nostri occhi non più introvertiti – che un poeta vive, che io: vivo.

Roma, 30.5.2015

Nuovi Argomenti (n. 70 4-6.15)

 "Nuovi Argomenti" n.70 - “Dite quel…BIP…che vi pare”

Dieci domande rivolte a una settantina di scrittori, poeti e intellettuali italiani che hanno spiegato la loro idea di libertà di espressione e di come dovrebbe essere tutelata.

In linea con l’attenzione ai fatti di cronaca intrecciati ai fatti geopolitici, già presenti dalla fondazione della rivista, la redazione usa la formula del questionario, tratto caratteristico della formula di ricerca di Alberto Moravia, per affrontare l’argomento d’attualità usando come punto di partenza la recente strage di Parigi nella redazione del settimanale satirico «Charlie Hebdo»

Fulvio Abbate Eraldo Affinati Alessandro Agostinelli Massimo Arcangeli Federico Audisio di Somma Alberto Bertoni Filippo Bologna Carlo Bordini Maria Borio Franco Buffoni Laura Buffoni Errico Buonanno Maria Grazia Calandrone Mario Capello Aldo Cazzullo Mauro Covacich Marco Cubeddu Giancarlo De Cataldo Roberto Deidier Erri De Luca Fabio Deotto Paolo Di Paolo Simona Dolce Giuliano Ferrara Biancamaria Frabotta Gabriele Frasca Stefano Gallerani Attilio Giordano Arnaldo Greco Andrea Inglese Stefano Jossa Andrea Kerbaker Raffaele La Capria Nicola Lagioia Marina Lalovic Camillo Langone Antonella Lattanzi Loredana Lipperini Giancarlo Liviano D’Arcangelo Gaja Lombardi Cenciarelli Francesco Longo Federica Manzon Paola Mastrocola Marco Missiroli Antonio Monda Raul Montanari Italo Moscati Giulio Mozzi Edoardo Nesi Piergiorgio Odifreddi Vincenzo Ostuni Massimiliano Parente Sandra Petrignani Gabriele Pedullà Stefano Petrocchi Aurelio Picca Veronica Raimo Elisabetta Rasy Gianni Riotta Mario Santagostini Simonetta Sciandivasci Gian Paolo Serino Giulio Silvano Walter Siti Italo Testa Filippo Tuena Patrizia Valduga Giorgio van Straten Paolo Valesio Mariapia Veladiano Gian Mario Villalta Alessandro Zaccuri Giorgio Zanchini

*

1) La libertà d’espressione deve tener conto di altre libertà (per esempio legate a religione, credo politico, ruoli istituzionali, memoria storica,...) o non deve essere limitata? Quali dovrebbero essere gli eventuali limiti e chi dovrebbe deciderli?

Attenendomi a riflettere intorno all’espressione verbale, orale o scritta che sia, credo che il solo limite sia l’insulto personale. La discussione, teorica o ideologica, non dovrebbe mai scivolare nell’offesa, come ci ha invece abituati a fare la cattiva politica italiana degli ultimi trent’anni, che ha infatti finito per rivoltarsi contro chi l’ha corrotta. Le funzioni dell’attacco alla persona, dello scandalismo e dell’insulto come arma politica, sono ben descritte nell’articolo di Cristina Morini, Il perturbante della sessualità, pubblicato da alfabeta2 il 12 marzo di quest’anno: lo scandalo viene impiegato, abitudinariamente e con successo, per distrarci dalla crisi della sostanza economica e ideologica della società. I discorsi dei nostri politici sono pragmatici, l’ideologia è guardata con sospetto. Certo, la macrovicenda storica ci ha messi in guardia contro gli effetti delle dittature ideologiche, ma, proprio per ciò, ritengo che il libero confronto tra idee sia indispensabile a formare e far crescere una società non monolitica e fiduciosa, che abbia appreso la lezione dai fantasmi storici ma che possa iniziare a emanciparsi da essi. Il discorso naturalmente si complica quando il confronto, oltre che tra idee, è tra culture diversissime, come sta avvenendo con sempre maggiore evidenza in tutto l’Occidente.

2) Rappresentazione artistica e opinione personale dovrebbero godere dello stesso grado di libertà di espressione?

Sì. Ma artisti e intellettuali fanno parte di una minoranza.

Spesso chi fa arte o produce pensiero dimentica questo dato di realtà, abituato com’è ad avere consuetudine con il proprio mondo, a sua volta abitato da simili. Avere figli mi costringe a riflettere su simili evidenze: gli artisti non abitano gli stessi luoghi interiori (né topografici, spesso) di quella che, per amore di prassi, definirò “la maggioranza”. Quella degli artisti è una collettività complessa e non meno reale, soltanto più ristretta, un gruppo microsociale, a sua volta composto di “minoranze”, che spesso contengono ancora altri “stati di minoranza”. I figli degli artisti – quando essi ne abbiano: non spesso – nella maggior parte dei casi frequentano scuole speciali (steineriane, internazionali, montessoriane). Oppure, quando i genitori non desiderano costruire ai figli un destino che magari quei figli non avrebbero scelto per sé e, dunque, fanno frequentare loro la scuola pubblica, quei figli si trovano a dover affrontare quotidianamente e loro malgrado un conflitto con le abitudini della maggioranza – che, per il fatto stesso di essere maggioranza, difficilmente accoglie senza paura quanto differisce da sé.

Io ho scelto di mandare i miei figli alla scuola pubblica. Da questo punto di osservazione vorrei ricordare, a me stessa per prima, che le opinioni di un artista non sono opinioni che nascono da un terreno sociale largamente condiviso. Per ciò stesso sono spontaneamente, osiamo dire “biologicamente”, eversive. Un esempio per tutti: sono una fautrice integrale della non violenza e ho cresciuto i miei figli secondo questa convinzione. Il mio modello educativo funzionerebbe se fosse condiviso. Sono stata costretta a constatare quanto lo sia soltanto in apparenza.

Gli artisti hanno, probabilmente, una memoria viva della memoria platonica (del nostro slancio comune, dell’archetipo, del mito del legame collettivo), la nostalgia di tutte le creature è il loro tessuto connettivo. Il “borghese”, il non-artista, inclina invece all’evidenza delle cose, non sopporta di vivere in via permanente in quel mondo invisibile, indecifrabile, inesauribile e incerto, non nutre o non sostiene quella nostalgia – perché, semplicemente, non sa che farne. L’artista regge la nostalgia collettiva perché è capace di testimoniare, attraverso la sua opera, del mondo dove (chissà) abitavamo o abiteremo tutti. Viceversa il borghese/la maggioranza respira l’arte (“ricorda”) provvisoriamente: va a teatro – poi però torna a casa. Legge – poi però chiude il libro. Mentre l’artista resta in quel mondo: tra quelle pagine, su quel palcoscenico – del quale il borghese/la maggioranza mantiene una rimossa nostalgia perché, pur sensibile, non ha il talento di fabbricarne bellezza in prima persona, dunque non ha motivo di reggere troppo a lungo la solitudine che chiede. A specchio, infatti: tutti gli artisti hanno provato e/o provano una struggente nostalgia del “mondo” e hanno fatto della loro differenza originaria un valore: “vissi d’arte, vissi d’amore” – con buona pace della gorgheggiante Tosca. E fin qui…

Non amo invece chi trasforma questa obiettiva condizione di lontananza e di isolamento in sentimenti di superiorità (l’altero concetto di élite). Si tratta di un semplice fatto, di un’attitudine, ma influente su ciascuna delle pratiche esistenziali. Perché, ancora: qualunque creatura si dedichi o sia incline alle arti, deve più e più volte fare i conti con una diminuzione sociale di sé: un fannullone perso nel mondo dei sogni, un parassita, un illusionista che voglia imporre ad altri le proprie illusioni, ché le illusioni sono il rovescio disilluso della bellezza alla quale una volta credevamo di avere diritto. Questa è l’altra faccia dell’esaltazione (bizzarra) che i “creativi” patiscono loro malgrado.

L’appassionata tirata è stata fin qui condotta al fine di introdurre un concetto semplice: quando artisti e intellettuali si espongono al pubblico, hanno la doppia responsabilità di legittimare la propria esistenza e, nello stesso tempo, di aggiungere al discorso della maggioranza una parola che mostri ancora l’insopportabile e desiderata nudità del Re(ale).

3) Dovrebbe essere diversa la libertà d’espressione di cui si può usufruire in ambito pubblico e in ambito privato? Perché?

Sì, dovrebbe essere diversa, perché parlando in pubblico – così come esponendo e/o pubblicando i così detti frutti del proprio ingegno – si assume una responsabilità etica che limita la libertà. Un conto è discorrere a cena con gli amici, un altro è “prendere la parola”, per citare Nancy. Questo vale anche quando, privatamente, vestiamo l’abito di educatori – e per tutte le arti. Approfondendo quanto risposto alla domanda precedente, specifico la necessità che l’espressione genitoriale e/o artistica sia etica, ovvero non metta solo in scena il male, ma ne offra anche una soluzione, fosse anche solo la bellezza della parola, secondo la mirabile lezione di Paul Celan che, poiché l’assenza di Dio si notava, imparò a pregare il Nulla con una parola che, attraverso la sua bocca, imparava a costituirsi come fine della stessa preghiera che smentiva. Per ciò, vengo commossa dalla pur algida perfezione estetica dell’ultimo Von Trier (penso a Melancholia e Nymphomaniac), ma non ne condivido i contenuti.

4) È giusto limitare la libertà di un cittadino di esporre o indossare simboli religiosi, politici,...? Se sì, in che misura?

No, non sarebbe affatto giusto, ma la storia e l’attualità dimostrano che la natura umana è anche estremamente pericolosa, dunque lo ritengo giusto solo ed esclusivamente se i detti simboli propagandano, o anche solo sottintendono, idee e/o progetti di assassinio e/o sterminio.

5) Chi difende o appoggia pubblicamente atti violenti o illegali dovrebbe esserne considerato corresponsabile sotto un profilo etico e giuridico, o dovrebbe avere diritto a esprimere liberamente la propria convinzione?

Dovrebbe, perché ne è certamente corresponsabile. Naturalmente questa mia affermazione non intende sottrarre neanche un milligrammo di responsabilità personale a chi commette il crimine, altrimenti finiremmo per aderire alla disonestà dei processati nazisti, che tentavano di scagionarsi moralmente spacciandosi per meri esecutori di “ordini”.

6) Si può ricorrere alla violenza fisica per l'affermazione di un ideale? Quali sono, se ci sono, i valori per la cui difesa varrebbe la pena ricorrere alla violenza o sacrificare la propria vita?

La domanda mi scotta da tutta la vita. Sono figlia di un uomo che, insieme a tanti altri, saltò su precari mezzi di trasporto per andare a combattere per l’emancipazione del popolo spagnolo dalla dittatura franchista. La parola “combattere”, in questo caso, non è ideale o astratta, è bensì piena di odori e di sangue. Dell’odore del sangue. Non ho mai voluto immaginare quelle mani capaci di accarezzare prese nel gesto di interrompere vite umane.

Di me, so che ucciderei solo in via animale: per difendere chi amo più della mia vita – persone per salvare le quali sacrificherei anche me stessa. Dunque la vita dell’altro, del da-me-ipoteticamente-ucciso, dell’avversario, ha idealmente lo stesso valore della mia. Riflettendo su un più fruttuoso approccio al sacrificio di sé, cito gli esempi illuminanti e quasi opposti, ma stretti nella medesima dolcezza, di Massimiliano Kolbe (ritenere la vita di un altro più “utile” della propria) e Aung San Suu Kyi (privarsi della propria libertà a difesa non violenta dei diritti di un popolo).

7) I valori della Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948 sono assoluti e universali o tutto è soggetto alla storia e non esistono valori indiscutibili?

Sottoscrivo ciascuno dei punti, non perché io – com’è comunque vero – pensi anacronisticamente per assoluti, in questo tempo di relativismi, ma perché gli articoli sono stati ragionati, al di fuori delle ricadute del tempo e dello spazio, per garantire il massimo bene sociale a ciascun individuo. Li sottoscrivo a cominciare dalla prima frase del Preambolo, che espone da subito il contenuto emotivo e intellettuale di quanto seguirà: il concetto di “famiglia umana”.

8) Si può dire che è in atto uno scontro fra due o più civiltà diverse e inconciliabili? E se sì, quali sono le cause di questo scontro (culturali, religiose, politiche, economiche,…)?

Si può dire. L’evidenza è che ci sia uno scontro tra fondamentalismi: da una parte un capitalismo che comincia a mostrare l’esaurimento delle proprie risorse, di pensiero e di materie prime terrestri, ormai sfruttate all’eccesso e senza lasciare alla terra il tempo di rimarginare e rifarsi terra – e dall’altra la virulenta crociata di religioni che vorrebbero imporre il loro dogma, inapplicabile all’organizzazione occidentale. Sono in contrapposizione due visioni incompatibili del bene e del male e, di conseguenza, del modo di immaginare la propria disposizione sul pianeta.

Ma il movimento mondiale che mi preoccupa più profondamente – e che traduce in prassi economica il conflitto ideologico appena citato – è la grande migrazione di individui dei paesi “poveri” verso i paesi “ricchi”, la necessità e il bisogno del benessere – o perlomeno della dignità – da parte di alcuni e la resistenza degli altri a condividere il proprio spazio, già saturo. Il mondo ci sta ponendo difronte alla necessità di ripensare il mondo, a partire dalla sua ormai convenzionale ripartizione geografica.   

9) È possibile mettere a confronto e stabilire quale sia il migliore tra sistemi di valori di differenti civiltà?

L’unico parametro credo sia il noto risultato pragmatico: il maggior bene (benessere sociale, in questo caso) per il maggior numero di persone.

10) Qual è lo stato della libertà di espressione in Italia? Ci sono argomenti tabù su cui risulta difficile o impossibile esprimersi liberamente?

Apparentemente no. E questa possibilità apparente di dire tutto crea una sorta di rimozione condivisa e, dunque, doppiamente pericolosa.

Posso infatti individuare almeno due grandi temi-tabù. Primo: l’amore omosessuale, argomento sul quale si ha ancora un profondo pudore sociale e altrettanti pochi diritti. Basti pensare a quanto la nostra legislazione sia indietro rispetto a quella di molti altri paesi, d’Europa e del mondo. Basti pensare che è stata letta come rivoluzionaria la sentenza di Cassazione del 2012, che semplicemente fa decadere l’”inesistenza” del legame omosessuale e attribuisce a una singola coppia gay diritti pari a quelli delle coppie coniugate.

Il secondo grande argomento tabù è la morte – e l’invecchiamento, soprattutto femminile, che ne è il progressivo preludio (ove si abbia la fortuna di vivere abbastanza a lungo) – con la quale il mondo occidentale ha perso quasi completamente la confidenza naturale. Della morte ormai parlano solo i poeti e i beccamorti, questi ultimi asetticamente rinominati “impresari di pompe funebri”. Altrimenti, siamo indotti a coltivare il mito infantile della nostra propria immortalità, a congelare la nostra giovanezza per mezzo di tristi artifici.

La mancata familiarità con la morte ci consegna al posticcio di siliconi, materie plastiche, gel, tiraggi, extension di ogni appendice estendibile dei nostri volumi corporei – a lasciar subentrare un corpo falso e illusoriamente imperituro al nostro corpo vero, di carne e sguardo per lo più mortali.

Maria Grazia Calandrone
Roma, 22.3.2015

poetiche (L'Ulisse n. 18 - 22.4.15)

in “L’Ulisse” n. 18 – Poetiche per il XXI secolo

SUGGESTIONANDO LA MATERIA

Un insegnante, un medico, un poliziotto, normalmente non vengono chiamati a spiegare cosa ci fanno al mondo. Il PoetaX è consapevole di essere un arto perfettamente irrisorio del corpo sociale (in questo Occidente, intendo, ché basta spostarsi di poco per venire guardati con altri occhi).

Quando arriva a essere pubblicamente interpellato sul tema, normalmente il PoetaX ha già alle spalle l’esercizio d’essersi scagionato privatamente per la propria tenebrosa passione. Ogni volta che il PoetaX è andato nelle scuole, ha dovuto spiegare l’ovvio. L’inspiegabile. Dunque, ha provato a risolverla coi fatti: dimostrando. Ha provato a leggere e basta (se si tratta di un PoetaX particolarmente generoso, si sarà spinto a leggere poesie d’altri), sperando che qualcosa del mondo che abita passasse la porta tra i regni. Se nessuna tra quelle parole si è sollevata dalla sua voce e ha toccato chi aveva davanti, la responsabilità è stata esclusivamente del PoetaX.

Naturalmente il PoetaX non ritiene affatto indispensabile che gli studenti apprezzino la poesia, tanto meno che la scrivano. Egli ne ha già abbastanza di se stesso, sebbene non si lamenti del proprio destino. Ma – va detto – quasi nessuno vive di poesia. Ne consegue che ai PoetiX venga richiesto di rappresentare la viva sintesi tra essere e fare. Non è affatto impossibile, è anzi auspicabile. Vita speculativa e vita attiva non sono affatto in contraddizione. Anzi, l’una si avvale delle vistose contraddizioni dell’altra.

Diciamo ancora che il PoetaX considera la poesia, ormai con un discreto grado di serenità, come effetto di una malattia che lo abbia indotto, da quando ha memoria (e continui impunemente a indurlo), alla introversione speculativa. E ha già ipotizzato che la macrocreatura scrivente, nel corso dei millenni, abbia tentato di nobilitare questa sua malattia sacralizzandola.

Proseguiamo però con il dire che, abitando le parole, il PoetaX ha rilevato un discreto numero di strani fenomeni che incidono, in maniera pur marginale, sul mondo delle cose e dunque in lui è nato l’inconfessabile auspicio che il sé scrivente abbia trovato nelle parole una delle possibili porte d’accesso al mondo che amerebbe definire “originario”, ma che ha abbastanza pudore per limitarsi a definire “preverbale”.

Nei giorni di umore lieve, gli pare d’improvviso significativo che la natura abbia previsto un manipolo di persone che si siano prese la briga di custodire le parole, questa pasoliniana “merce invendibile”. Gli pare addirittura significativo che la nostra cultura, come tante altre, sia fondata su un libro dove è scritto che le parole rendono “conoscibile” il mondo. Il suo buonumore non arriva però mai a evitargli di pensare che ogni scrivente scriva pro domo sua, pure ove si tratti di un serissimo apostolo.

In tema biblico, il PoetaX ricorda spesso quanto scriveva Italo Calvino: "L'inferno dei viventi non è qualcosa che sarà: se ce n'è uno, è quello che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l'inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio." Posto che quella che (brutalmente e con una certa superficiale convenzionalità) denominiamo “realtà” sia davvero infernale (lo temiamo), il PoetaX si è rimboccato le maniche e si è impegnato a costruire bellezza per fare il mondo un poco più abitabile. Perché il mondo che si vede non basta a nessuno.

Se poi il poeta in questione è anche intelligente (dote che non gli è indispensabile a poetare, ma gli è stata sempre consigliata per praticare lo svolgimento di attività collaterali), egli vivrà in uno stato di sarcastico sentimentalismo, nel quale alternerà slanci d’innocenza (verrà ripetutamente detto ingenuo) al più efferato positivismo (verrà ripetutamente detto dissezionatore di sentimenti).

Ma tiriamo in ballo la sottoscritta PoetessaX, la quale ha già avuto modo di definire l’esperienza poetica (cfr. Nuovi poeti italiani 6, Einaudi 2012) “una solitudine corale”, perché il poeta, sebbene quando scrive sia perfettamente solo, vive l’esperienza di diventare un essere collettivo, di essere in comunione con la parte condivisa dell’umanità. Ovvero gli pare di raggiungere il punto profondo, che abita ogni creatura viva e morta – e a volte anche l’inanimato, il neutro, così ben descritto da Clarice Lispector in La passione secondo G.H.. Amabile, ossessiva GH, donna-cosa presa dalla passione per l’ottusa neutralità di Dio.

Con il suo libro, Lispector mette in scena la progressiva scoperta che si compie attraverso il processo creativo e l’agnizione del sovrumano laico, in quello che a prima vista pare infimo e addirittura ripugnante: la capacità di morire di una blatta, la propria reificata indifferenza per il proprio stesso morire. In quella neutra inerzia naturale, la GH di Lispector trova il gene divino.

Con la sua garbatissima ironia, Iosif Brodskij scrisse che “ogni carriera letteraria inizia da un’aspirazione alla santità. Nel processo della creazione risulta, molto spesso, che la vostra penna sia di gran lunga più dotata di talento della vostra anima”. Naturalmente egli rivolgeva la propria amara celia al se stesso poeta, per primo. Brodskij sperimentava quotidianamente che l’essere umano tende ad ampliarsi sempre più, che la spinta propulsiva che dapprima vorrebbe riportarlo alla casa, agli affetti – parliamo propriamente di un esule – viene sempre di più sostituita da una sorta di squarcio integrale, dalla mano “slargatamente aperta” del Rilke delle Elegie. Brodskij voleva farsi coincidere tutto con il tempo, spingere dapprima sopra i corpi dei suoi lettori una sorta di carro armato di parole e, più tardi nella vita, attrarre quei corpi magneticamente, “senza alzare la voce”, verso un’apertura che non si può dire, ma semplicemente manifestare, suggestionando la materia con la musica dello spalancamento che fanno i versi. Un pifferaio magico.

“I versi”, scriveva, “non sono che il mezzo di trasporto della poesia”. Speriamo, verso un’ampiezza di sguardo che ci faccia pieni di “compassione”: e questa è la mia parola-ossessione.

Ma, ancora Brodskij, nel resoconto poetico del 1972, scrisse della perdita come del principio di eguaglianza tra Dio e i mortali (ecco perché, alla fine della descrizione degli impassibili oggetti, fa parlare la voce di Maria: la donna-oggetto di Dio, quella suprema lei, che si è fatta terra calpestabile per il passo del più invisibile tra gli invisibili). Anche Brodskij dilata il principio di uguaglianza tra la mortalità e il divino emblema della immortalità. E allora, se uomini e cose sono uguali e se uomini e Dio sono uguali, spingiamoci fin qui: Dio è la cosa e la cosa è Dio.

Tutti i grandi parlano di questa eguaglianza radicale, della equanimità dei viventi e dei non vivi (non più, non ancora vivi). L’arte ripete da millenni e nelle sue mille forme: tu sei Dio e sei una cosa, sei talmente una cosa da possedere perfettamente e inesorabilmente la perfettissima inerzia di Dio, la mancanza di moto del motore primo. “L’amor che move il sole e l’altre stelle di Dante”: perfettamente immobile, perfettamente umano.

Probabilmente l’esperienza amorosa e la fantasia religiosa, insieme al godimento delle arti, fanno migrare i non-poeti nel mondo che i poeti abitano quando sono “ispirati”. Forse possiamo definire la poesia uno stato di innamoramento nei confronti del mondo, della natura e delle sue creature. Ma un contatto incostante e indimostrabile altrimenti che con la poesia in sé. L’organismo razionale dei filosofi raramente sopporta questa mancanza di prove. Socrate definiva la poesia come “mania”, “ispirazione divina”, dimostrando una fede pregressa in qualcosa che sovrasta l’umano e al quale il poeta attingerebbe, quando l’ispirazione lo spinge fuori dal suo sé comune. Tanto è vero che: la creatura comune che il poeta è quando non poeta, non è in grado di produrre poesia. I filosofi hanno sempre fatto ricorso alle Muse, al divino e alle più fantasiose categorie ontologiche, per spiegare il contatto che i poeti vivono attraverso il corpo. Ma qui interessa ricordare anche la considerazione socratica sulla condivisibilità della forza poetica: essa si propaga a chi ascolta (o legge) per contagio magnetico. Socrate, Brodskij – ma anche Verlaine, il quale scrisse che la poesia è tale quando “ispira” chi la legge.

Eppure, i nostri poeti hanno progressivamente introiettato la sdrammatizzazione della propria figura, umana e sociale, e questa sdrammatizzazione informa la fibra della poetica contemporanea, che si attiene a levigare la superficie del reale, offrendone una vista piena di intelligenza e d’ironia. E di pudore.

Certo tutti dobbiamo levarci dall’imbarazzo di sentirci esuli, “ebrei”, per dirla con Marina Cvetaeva. E certo tutti ricordiamo Adorno e la sua considerazione intorno all’impossibilità (inopportunità, diremmo) di scrivere poesia dopo Auschwitz. La poesia veniva immaginata dal filosofo come un atto di barbarie. Sarebbe stato barbaro (insensibile, cinico) estetizzare l’orrore.

Ma la poesia non è estetizzazione. Tanto meno evasione dal reale. È, anzi, presa in carico.

L’intera, magnifica e terribile opera di Paul Celan smentì Adorno, sciolse immediatamente l’equivoco adorniano sulla poesia. E cambiò anche la poesia, costruendo con essa una nuova fiducia, davanti all’evidente inconsistenza di Dio: fiducia nella parola e nella risorsa umana di cantare, al di sopra di ogni insanguinata corona: “per la parola di porpora / che noi cantammo al di sopra, / ben al di sopra / della spina”. Siamo nel 1963. Con il suo esistere, Celan smentisce anche il saggio di Jean-Paul Sartre contro la poesia non engagée (Qu’est-ce la littérature?, Gallimard, 1948), apprezzabile se lo storicizziamo, poiché scritto in quei tempi di tragico, umano disincanto, da un uomo che, coerentemente, non aveva più lavorato alla miniera poetica che possedeva (si pensi alla Contemplazione della maternità di Maria, che egli scrisse dalla prigionia, si pensi a quanto sia rivelatore di un attaccamento paradossale, il denigramento sartriano della persona-Baudelaire, agito proprio mentre si occupava del poeta-Baudelaire).

Ma altrettanto smentiscono Adorno l’ebrea olandese Etty Hillesum, che, come l’ebrea tedesca Gertrud Kolmar, davanti a una reale possibilità di salvezza, scelsero di rimanere accanto al proprio popolo e ai propri affetti. Entrambe morirono in Auschwitz nel 1943: essendo passate attraverso la paura e il dolore e avendo trovato una emancipazione personale da questa paura e da questo dolore. Ecco infatti Hillesum: “Sono una persona felice e lodo questa vita, la lodo proprio, nell’anno del Signore 1942, l’ennesimo anno di guerra”. Etty Hillesum e Paul Celan sono riusciti a cogliere quel filo d’oro che ci conserva vivamente vivi, anche dentro uno dei più vasti orrori umani. Perché i poeti, come tutti, in tutti i tempi di guerra, si trovano a dover conciliare il proprio mondo interno con un orrore che pare disumano e invece è umano. Celan risolse il problema da suo pari. Dichiarando il bisogno di credere al bene. Comunque. E a nome di tutti.

Ma chi sono questi esseri che vedono oltre l’orrore? Fanciullini pascoliani. Idioti dostoevskiani. Ovvero persone che hanno scelto di mettersi all’opera per contrastare l’inferno calviniano, forse coltivando la guarigione di un’antica ferita, che si è fatta patrimonio umano, collettivo. Persone che lavorano quotidianamente su una inclinazione naturale alla sopravvivenza. Questa specie di poeti abita, da alchimista, una propensione a trasformare in bene – o almeno in bellezza – ogni dolore (comprendo che le categorie di bellezza e di bene echeggiano interminati dibattiti estetici e letterari, ma – appunto – confido in un intenderci più immediato). Perché? Cosa li muove? Sono bambini incapaci di sopportare la dura realtà, che raccontano elaboratissime favole per adulti, intelligenti come sono, ma rifugiati in un pensiero magico e infantile? Oppure?

Rimanendo nella metafora del corpo sociale, direi che sono le fibre che si mettono al lavoro per riformare i tessuti dopo un trauma. Inflitto non solo al linguaggio, naturalmente, poiché la parola è emanazione diretta del corpo sociale che la pronuncia, ne rivela le viscere e i retropensieri, tutto l’inconfessabile e il non detto. Che bisogno ci sarebbe stato, altrimenti, di chiamare “pezzi” altri esseri umani? Ebrei, omosessuali, zingari: ingombranti scarti di falegnameria, da smaltire con intelligente efficienza.

Di cos’altro è deriva, infatti, la devastazione morale che conduce al delitto (di massa, in questi casi) se non dall’incapacità di riconoscersi nell’altro essere umano, di sentire quell’altro più di un fratello, come un altro sé? Quel provare la pena di un altro e il desiderio di restituirgli pulita quella pena, passata dentro il filtro di uno sguardo proprio, che ne abbia distillato la più recondita bontà. Per questa specie di poeti fare poesia è politica, è una prova di r’esistenza a oltranza sulla superficie della terra. L’ho già scritto, in un articolo apparso su “il manifesto” del 17 luglio 2011.

Questi poeti ci ricordano che siamo piegati a vivere in un mondo che non corrisponde alla nostra natura più profonda, libera e vera. Ricordano e ci ricordano che il mondo non ci corrisponde, non corrisponde alla gioia alla quale abbiamo diritto. Dico dell’Occidente – ma, della contemporaneità, privilegio la coraggiosa eversione della parola delle poetesse arabe – dico di questa ridicola struttura che ci vuole tenere impegnati fino alla morte in fatti che non ci riguardano. Perché altrimenti ci ricorderemmo che siamo destinati a morire e smetteremmo di perdere il breve tempo della nostra vita a fare cose che non ci fanno felici – o che, peggio, imprigionano altri. Perché altrimenti vedremmo l’organizzazione normativa che guida questa nostra piccola parte di mondo per quel poco che è: una rassicurante bazzecola. Quella sì, infantile. Quella sì, una galera. Fondata sul potere e sull’economia, quando non su (apparentemente) irrisorie questioni di genere. Basta scavalcare un confine geografico e cambiano le leggi. Convenzioni di buona creanza. I poeti vedono la realtà. Ma la combattono, fanno resistenza. Perché vedono la bellezza e la bontà permanenti, non l’occasione della loro disfatta. Credono all’invisibile umano. La loro vita è testimonianza di quel mondo che comunemente non si vede – o si vede a barlumi.

L’arte, infatti, è un’espressione umana che dura da più tempo di qualsiasi religione terrestre. Perché la religione è la favola che traduce in formula dogmatica e comunicabile quel che gli artisti sanno. Lo scrive tanto bene anche un illuminista come Freud. Il primo uomo (o donna) primitivo che ha fatto un gesto non finalizzato alla sopravvivenza del corpo, un disegno sulla parete della sua caverna, ha detto di quel mondo parallelo, di quel bisogno. Che pare superfluo. E invece no. Ci vuole coraggio, per mantenere viva la fiducia nella bontà degli uomini e della natura, nei legamenti segreti fra le cose e fra creatura e creatura. Che non significa non vedere quanto della realtà contraddice la nostra natura.

Ci vuole coraggio, per non cedere a quella che pare evidenza e non è che la superficie delle cose. I poeti vivono di disegni sulla parete della propria caverna. Che forse dureranno quanto la caverna stessa. O forse no. L’importante è che il gesto sia tramandato. Perché quella pur disincantata illusione è la vera forza umana.

Inoltre: che il PoetaX parli sempre di un’assenza e da una lontananza è condizione indispensabile e non “disingaggio”. Tutt’altro. Da quel solo seme nasce la poesia, anche quando è imbevuta di psicoanalisi, realismo e finanche minimalismo, come nel Novecento europeo. E ognuno risolve come può quella perdita primaria, che è di tutti: chi ponendosi in contrapposizione al mondo (Bukowski e tutti i commilitoni beat), chi isolandosi in sé e diventando irraggiungibile a chiunque, chi decidendo di vederne comunque la malinconica bellezza, chi votandosi alla ricerca della gioia come un rabdomante, per sanare e sanarsi (qui l’elenco è infinito. Due per tutti: Ted Hughes e Dylan Thomas). Questi ultimi (alla compagnia dei quali mi alimento) praticano un gramsciano “ottimismo della volontà”. Ma anche il susseguente, indispensabile “pessimismo della ragione”, perché vivono la fatica di conciliare questo genere di esperienza con una struttura sociale sempre più competitiva, con le contaminazioni di una materia ottusa che ci ingloba (l’inferno calviniano, ancora).

Dunque, il Poetaquieora deve essere in grado di sopportare non solo una mancanza originaria, ma anche una mancanza di senso originario, e deve avere in sé la forza e la fiducia bastanti per ribellarsi alla falsificazione e alla espropriazione del linguaggio, deve provare a rimettere ordine fra i nomi o praticare effetti-paradosso, simulando i linguaggi della merce. Il Poetaquieora deve affrontare il disordine alfabetico e rinnovare le parole, immettendo in esse il contatto elettrico perduto, che riformi il – più che rimandare al – senso unitario dell’esistenza.  

Scrive Antonella Anedda, in uno dei suoi tanti testi corali: “Se ho scritto è per pensiero / perché ero in pensiero per la vita / per gli esseri felici”. E ancora: “Scrivi perché nulla è difeso e la parola bosco / trema più fragile del bosco”.

Ma ecco la recentissima risposta di Jean-Luc Nancy in Prendere la parola. Ormai, scrive il filosofo, ci è permesso raggiungere quello che chiamiamo “essere” solo a frammenti, a bagliori. Siamo stretti a trascrivere apparizioni brevi (quanto rinnegate) di quello stato plurale e originario, naturale e collettivo, dell’essere che conteniamo. La nostra società è fissa su una negazione proliferante, su una continua distrazione, perché l’Occidente non sa portare l’idea della propria morte. Taluni si tengono occupati con Dio. Altri, con la Legge. Altri ancora, approfittano del tempo che sono vivi per lasciare che il loro io defluisca nelle profondità di ciascun oggetto del mondo. Hanno, nelle proprie parole, il mezzo e l’antiveleno, per lasciare che “io” diventi “mondo”: barra automatica, lampione, cane e circostanza. Forse sono già scomparsi.

Come ho scritto commentando il film perfetto In the mood for love (A+L n. 15, 2010): “il mio amore è una lingua straniera nata da me”. Valga lo stesso per la poesia. Con l’intenzione sempre più evidente di scrivere in diretta della gioia che ho detto, del festoso dilapidarsi dell’io. “Al cielo piacendo”, come salmodiavano le brave donne. Però io lo farei per piacer mio.

Maria Grazia Calandrone

Roma, 25.1.2015

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