Riviste e quotidiani nazionali

Poeti e Poesia (Pagine, 8.12)

Deus ti salvet Maria, tu che hai subìto gli alberi ed essi erano
come distinti da numeri e sanguinavano come sanguina una pietra. Non ti vedremo
più sulla terra, Maria, mai più
dritta in piedi nel suo ricatto muto, tu piegata alla forma bellissima di questa carne. Maria io ti riconoscevo
dalle imperfezioni. Vedi, lo vedi
quello che fa il tempo, che silenzio di creta sulle spalle, che solitudine nell’attraversare. Ti riconosco dall’ostilità di un suolo enorme. Troppa cenere, troppo cercare nell’autosufficienza del paesaggio le interferenze degli immortali.

il tuo corpo cadeva contro lo sfondo magnetico di questo verde mentre io non avevo paura io non ero più niente non avevo nemmeno una lacrima ero una bruciatura di metallo che aveva visto una creatura morire entrare in uno stato definitivo come altri entrano nel rumore cupo dei luoghi che noi abbandoniamo, nel boato continuo del vento, volontariamente nella radiazione finale. poi l’odore rimane per mesi come uno stato collettivo di abbandono.
 
Maria ti amava come una bambina. Testardamente. Maria ti amava minuziosamente
come un'ape terrestre. Ti voleva soltanto innalzare. Operosa, alacre. Indefettibile. All'arrivo del treno è stata
investita dal caldo umano della macchina – stum
fffffff stum
fffffff – ripetitivo come il cuore
o una gru enorme per la manutenzione dei treni e tu le risorgevi e risorgevi
dalla sua bocca: ancora
ti chiamava. Così ecco il tuo nome si è innalzato
qui, sopra il fallimento della sua carne.

FI-BO, 17 settembre 2011
 
Canzone
 
Canto perché ritorni
quando canto
canto perché attraversi tutti i giorni
miglia di solitudine
per asciugarmi il pianto.
 
Ma ho vergogna di chiederti tanto
e smetto il canto.
 
Canto e sono leggero 
come un fiore di tiglio
canto e siedo davvero
dove mi meraviglio:
 
all’inizio del mondo
 
c’è l’ombra bianca delle prime rose
che non sono più amare
perché canto e ti vedo tornare
come tornano a riva le cose:
senza passato,
con il petto lavato
dal mare.
 
Ecco!,
 
sali le scale come un ragazzino
che scrolla dalle ciglia una corona di sale,
dà due beccate d’indice
alla porta, s’inginocchia
in fretta, in fretta
dice: “Vieni!,
ti porto al mare” e mi sorride, dalla sua statura
di nevischio e di rose, dalla sua garza d’anima salvata
dalle piccole cose.
 
Dalla sua bocca bianca ride il mondo
e ridono le cose
trasparenti del cielo
se, girandosi appena
per pudore, dice: “Lo vedi, non ho più paura”
 
come parlando a un’ombra evaporata
nell’innocenza
 
calma delle ginestre, a un fiatare di rose
andato via per le finestre
aperte
fino alle fondamenta.
 
Così mi lasci nell’aperto privo
di peso. E allora canto
lo stare seduti
nel vivo, tutto l’amore privo,
che non smetta
 
la presenza perfetta
di chi non pesa
 
ma è senza volontà, senza maceria, senza l’avvenimento
della materia
 
è solo polvere che tende alla luce.
 
Roma, 30 settembre 2010
 
Anna, tutto quel senso
 
Com’era fresco il mondo che portava
sulla bocca al mattino, ancora verde
d’erba sognata, come la innamorava
quella piccola mela che oscillava
come un rosso pianeta
sul melo nano dietro la finestra, che corona
di foglie misurate una per una le metteva
sulla chiara fontana dei capelli
l’ombra grande del pesco e come tutta
l’acqua giallo-ginestra
che era stata spalmata
dal sole nel mattino della sua nascita
sulle pareti della casa
era un annuncio della tua larghezza, Anna, tutto quel senso
è stato
fatto sulla misura del tuo cuore.
 
Roma, 10 novembre 2011
 
Tra luce e parola
 
Mondo che vieni nudo dalla luce
e coli argento liquido
ai bordi
 
Mondo-coppa, radiante
di schiuma e polline
cosa completa nella incandescenza,
argento senza scritte
e definizione
 
Tutto sale all’altezza del mutamento quando è colmo
e trabocca
dal Mondo-onda
 
Vedi il succo maturo della luce sul masso
degli indumenti, vedi
come sta in piedi sulla soglia
il corpo. Tra luce e parola
 
Le cose sanguinano senza ferita, possiedono
magnetismo e aderenza
 
Tra esse il corpo
comincia ad apparire: un frangiflutto
che tiene la luce
fuori dal manifesto delle cose visibili
 
L’aria schiuma rappresa, non-luogo
dell’ustione
 
La bestia umana è un vaso per il cielo
 
Ora il cielo è all’altezza delle sue labbra come una coppa di salnitro
una colata fiorente
 
Ora il cielo
ha posato la testa come un figlio
sul fianco della bestia
 
Tutto loda il calore della bestia
 
                                                     Dai suoi fianchi
comincia la fissione
dell’Inosservato
 
Se la tempesta elettrica scosta la tenda fa come lei che prima di
                                                                                           tornare
dal pianeta deserto
si volta, a imitazione del deserto
 

Roma, 13 gennaio 2012
[per un ritratto (dell’autrice) scattato dal fotografo Simone Casetta]

alfabeta2 n.18 (4.12)

Elio Pagliarani (1927-2012)

Caffè Michelangiolo (1/4.11)

da LE METAFORE DELL'AMOR PERDUTO
 
Non toccarmi, non sono questa cenere
né la salvezza
della carne viva
non la rosa
ma il canto
di una cosa.
 
Non toccarmi, non sento più dolore
dell’oggetto composto in tutti i sensi
da superfici: strati
di bianco
fino nel buio della profondità, steli d’aria
dal cuore che è
statue in elevazione
uno stato di cose senza sguardo.
 
Non toccarmi, non ho più intelligenza
dell’albero che ciecamente frutta.
Ho sentito qualcosa che sovrastava.
Ho sentito che siamo incorruttibili.
Ecco allora i bambini
monumenti alla gioia
del corpo quando è forte
più del dolore, monumenti su coppe di silenzio
e un rumore di botole su lastre bianche.
 
Non toccarmi, sono la pietra bianca
e l’animale sotto la sua luce senza oggetto
e la parte profonda del cielo come una tunica di rovi
e il ruotare dei rovi.
Sotto il sasso c’è un rivolo di sangue, un insetto
senza speranza
e senza dolore
ma il suo canto si spegnerà per ultimo.
       
Novembre 2011

L'ILLUMINISTA - Poeti degli anni Zero (Ponte Sisto, 2011)

L'illuminista - Poeti anni Zero
Editore: Ponte Sisto
Data uscita: 2011
 

Il percorso di Maria Grazia Calandrone, romana – anche se nata a Milano – del 1964, è fra i più coerenti della recente poesia italiana, tanto che non solo le pause tra i testi delle raccolte, come ha scritto di recente Stefano Lecchini, appaiono «solo un’interruzione di comodo», ma lo stesso si sarebbe tentati di dire per gli intervalli «non rilegati» fra le varie raccolte: non solo i quattro libri scritti nei Duemila (in ordine – grosso modo - di stesura: Come per mezzo di una briglia ardente, La scimmia randagia, La macchina responsabile, Sulla bocca di tutti), ma – ce lo conferma la recentissima uscita di un self repêchage, Atto di vita nascente, che contiene testi del ’96 – per la sua intera e quantitivamente fecondissima produzione. Del resto le pause
fra le raccolte sono intessute di esistenza, e, come sostiene con particolare chiarezza la stessa Calandrone, «una ossessione mia di sempre è la necessità della coincidenza tra la poesia e il suo autore»; a riprova, la «dominanza autobiografica» funziona nella sua opera da cornice per l’interpretazione della Storia (ad es. la Shoah e Hiroshima ne La macchina responsabile, l’11 settembre in Sulla bocca di tutti) piuttosto che valere il viceversa. Ma la coerenza non impedisce una grande varietà di temi, che abbraccia l’intero spettro della lirica classica. Inni e parteni: il rapporto con la trascendenza è per la Calandrone poeta-donna una liberatoria necessità, che si avvicina alla preghiera o meglio alla lauda (Maria ne è la destinataria principale) e si esprime tuttavia in forme sempre antidogmatiche e umanistiche («il sangue perdutamente dice dammi signore / una generazione felice», si legge in Sulla bocca). Treni, epicedi, (auto)consolationes in versi: davvero «il poeta parla direttamente dal mondo dei morti o [...] i morti parlano per la sua bocca», fra gli affetti come sulle pagine di cronaca e della Storia (si veda qui l’inedito sulla Thyssen, ma anche i testi sulla Shoah e Hiroshima (ne La macchina), sull’11 settembre (in Sulla bocca). Gli epitalami, le familiares in versi: quattro se non cinque dei sei libri pubblicati da Calandrone sono centrati su figure biografiche. Soprattutto, Calandrone non teme l’elegia, privata e civile. In questo, potrebbe vedersi come la più Maria Grazia Calandrone L’illuminista 92 tradizionale fra i poeti qui antologizzati: se non fosse che i Duemila, più che ogni altro decennio recente, hanno riconfigurato (o confuso? o spostato?) i novecenteschi distinguo tra tradizione e sperimentazione. Dunque, come nota efficacemente Cortellessa, «questo lamento non è mai chiuso nel guscio umidiccio del’io lirico tradizionale ma […] chiama in causa una condizione universale: una tramatura profonda dell’umano»: grazie in primo luogo a un linguaggio capace di accostamenti fulminanti fra termini-totem (e per alcuni tabù: mare, bambini, dolore, ma anche cuore e amore; l’onnipresente azzurro, che è spesso dell’acqua e del cielo assieme) e lessemi scientifici, vocaboli settoriali, legati al mondo della tecnica (non siamo in fondo che Macchine responsabili) e della fisiologia (e certamente corporee Scimmie randagie).

Vincenzo Ostuni


ESC, Roma, 26.2.11 - con: Massimiliano Manganelli, Marco Giovenale, Vincenzo Ostuni, Andrea Inglese, Michele Zaffarano, Lidia Riviello, Sara Ventroni, Francesco Muzzioli, Giovanna Frene, MGC, Tommaso Ottonieri
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