Riviste e quotidiani nazionali

l'Espresso (18.4.13)

di Alessandro Agostinelli

alfapiù (27.11.12)

http://www.alfabeta2.it/2012/11/27/lune-elettriche/

Lune elettriche

L’entità astratta ACEA si materializza esclusivamente in homunculi stipendiati per eseguire ordini di distacco, quantunque illeciti. Nessun altro contatto è consentito tra l’utente, sebbene pagante, e l’ufficio tecnico. Solo sfogo è il call-center: schiere di giovani, sicuramente precari, gettati in prima linea per depistare il cliente con informazioni fantascientifiche e contraddittorie. I ragazzi che scavalcano (con l’arco di tutti i dialetti dello stivale ficcati nella strettoia di una robotica inflessione commerciale) il frastuono di fondo del numero verde 800199900 vengono provvisoriamente malpagati dall’azienda per offrire gli irrorati petti alla causa aziendale e assumersi il ruolo di capro espiatorio. Una piccola serie di Monsieur Malaussène fa da ammortizzatore tra la legittima rabbia dell’utente disconnesso senza colpa e l’illegittimo strapotere dell’azienda che sottrae la tensione dai cavi privati: senza preavviso, senza intercorsi solleciti – senza ragione.

Già estenuati da una intera giornata di conversazioni incongruenti e ormai detestando la splendida Imagine di John Lennon, malauguratamente eletta da ACEA a intrattenimento tra una voce registrata e l’altra – dunque avendo subìto un ulteriore danno affettivo ed estetico – durante il secondo giorno di buio ci rechiamo nello spazio fisico ACEA di via Ostiense 2 e a prima vista ci rendiamo conto di quanto l’altrimenti glorioso civis romanus sia ormai docile e del tutto privo della coscienza dei propri diritti civili. Non c’è sommossa, non c’è insubordinazione. Molti sono seduti con gli occhi al vuoto. Altri, col corpo posto inerte sulla magra panchetta, sono impegnati in acrobatici videogiochi. Il silenzio è frenetico e perturbante.

Dopo un’ora di fila ci avviamo pieni di speranza all’incontro con uno sguardo umano: allo sportello una nostra sovrabbondante coetanea, tatuata e con una rosa di stoffa sulla testa – ma ahimé priva di un Lancaster-Mangiacavallo al fianco – sostiene di non avere alcun altro potere che inoltrare l’ennesimo sollecito ai fantasmi dell’ufficio tecnico e ci fornisce un numero presunto di Pronto Intervento che, dopo venti minuti di preregistrato, scopriamo occuparsi esclusivamente di guasti.

Siamo anche noi al solito dolente bivio psicopolitico: dinamitardi o rassegnati? Poiché siamo non violenti per costituzione spirituale, ci forziamo a cogliere il buono nell’essere costretti a non lavorare per due giorni, nel cenare a lume di candela, ci rassegniamo a prendere contatti con l’amico avvocato (ovviamente quando l’utenza verrà riallacciata e dunque potremo radiosamente rientrare in possesso del nostro numero telefonico). Non possiamo che confermare la dolorosa considerazione agostana, quando ci trovammo con una bambina di quattro anni dietro un’affranta riga di un centinaio di persone alle Poste, mentre Poste Italiane declinava ogni responsabilità del disagio, affermando di avere affidato le consegne delle raccomandate a una ditta privata, i cui incaricati non citofonano nemmeno più ai destinatari e la cui direzione non produce il pensiero elementare di fornire agli utenti numeri d’ordine o sedie. Tutta la fila ebbe a ribellarsi quando chiedemmo se per favore, vista l’impossibilità di mantenere la piccola ferma in fila, potevamo passare avanti. Allora, letteralmente su due piedi, inventammo una legge, che ci parve all’improvviso del tutto morale: sostenemmo che le persone con bambini minori di 5 anni avessero il diritto di precedenza e ci presentammo allo sportello, frecciati come patetici sansebastiani dagli insulti pieni di pena dei “poveri contro poveri”, che sempre ci feriscono fino alle lacrime.

Il sole etico del nostro mondo riprese a splendere con timido vigore quando, accanto agli sportelli del San Gallicano, pochi giorni più tardi, trovammo scritto che i bambini addirittura fino a 6 anni godono del diritto di precedenza. Allora la giustizia, la compassione, questo essere uomini con uomini, non sono stati schiacciati dal calcagno mortale dell’individualismo! Forse allora non siamo inerti prede di un astratto “libero mercato”, forse / non siamo perduti.

Levania n. 1 (10.12)

Poeti e Poesia (Pagine, 8.12)

Deus ti salvet Maria, tu che hai subìto gli alberi ed essi erano
come distinti da numeri e sanguinavano come sanguina una pietra. Non ti vedremo
più sulla terra, Maria, mai più
dritta in piedi nel suo ricatto muto, tu piegata alla forma bellissima di questa carne. Maria io ti riconoscevo
dalle imperfezioni. Vedi, lo vedi
quello che fa il tempo, che silenzio di creta sulle spalle, che solitudine nell’attraversare. Ti riconosco dall’ostilità di un suolo enorme. Troppa cenere, troppo cercare nell’autosufficienza del paesaggio le interferenze degli immortali.

il tuo corpo cadeva contro lo sfondo magnetico di questo verde mentre io non avevo paura io non ero più niente non avevo nemmeno una lacrima ero una bruciatura di metallo che aveva visto una creatura morire entrare in uno stato definitivo come altri entrano nel rumore cupo dei luoghi che noi abbandoniamo, nel boato continuo del vento, volontariamente nella radiazione finale. poi l’odore rimane per mesi come uno stato collettivo di abbandono.
 
Maria ti amava come una bambina. Testardamente. Maria ti amava minuziosamente
come un'ape terrestre. Ti voleva soltanto innalzare. Operosa, alacre. Indefettibile. All'arrivo del treno è stata
investita dal caldo umano della macchina – stum
fffffff stum
fffffff – ripetitivo come il cuore
o una gru enorme per la manutenzione dei treni e tu le risorgevi e risorgevi
dalla sua bocca: ancora
ti chiamava. Così ecco il tuo nome si è innalzato
qui, sopra il fallimento della sua carne.

FI-BO, 17 settembre 2011
 
Canzone
 
Canto perché ritorni
quando canto
canto perché attraversi tutti i giorni
miglia di solitudine
per asciugarmi il pianto.
 
Ma ho vergogna di chiederti tanto
e smetto il canto.
 
Canto e sono leggero 
come un fiore di tiglio
canto e siedo davvero
dove mi meraviglio:
 
all’inizio del mondo
 
c’è l’ombra bianca delle prime rose
che non sono più amare
perché canto e ti vedo tornare
come tornano a riva le cose:
senza passato,
con il petto lavato
dal mare.
 
Ecco!,
 
sali le scale come un ragazzino
che scrolla dalle ciglia una corona di sale,
dà due beccate d’indice
alla porta, s’inginocchia
in fretta, in fretta
dice: “Vieni!,
ti porto al mare” e mi sorride, dalla sua statura
di nevischio e di rose, dalla sua garza d’anima salvata
dalle piccole cose.
 
Dalla sua bocca bianca ride il mondo
e ridono le cose
trasparenti del cielo
se, girandosi appena
per pudore, dice: “Lo vedi, non ho più paura”
 
come parlando a un’ombra evaporata
nell’innocenza
 
calma delle ginestre, a un fiatare di rose
andato via per le finestre
aperte
fino alle fondamenta.
 
Così mi lasci nell’aperto privo
di peso. E allora canto
lo stare seduti
nel vivo, tutto l’amore privo,
che non smetta
 
la presenza perfetta
di chi non pesa
 
ma è senza volontà, senza maceria, senza l’avvenimento
della materia
 
è solo polvere che tende alla luce.
 
Roma, 30 settembre 2010
 
Anna, tutto quel senso
 
Com’era fresco il mondo che portava
sulla bocca al mattino, ancora verde
d’erba sognata, come la innamorava
quella piccola mela che oscillava
come un rosso pianeta
sul melo nano dietro la finestra, che corona
di foglie misurate una per una le metteva
sulla chiara fontana dei capelli
l’ombra grande del pesco e come tutta
l’acqua giallo-ginestra
che era stata spalmata
dal sole nel mattino della sua nascita
sulle pareti della casa
era un annuncio della tua larghezza, Anna, tutto quel senso
è stato
fatto sulla misura del tuo cuore.
 
Roma, 10 novembre 2011
 
Tra luce e parola
 
Mondo che vieni nudo dalla luce
e coli argento liquido
ai bordi
 
Mondo-coppa, radiante
di schiuma e polline
cosa completa nella incandescenza,
argento senza scritte
e definizione
 
Tutto sale all’altezza del mutamento quando è colmo
e trabocca
dal Mondo-onda
 
Vedi il succo maturo della luce sul masso
degli indumenti, vedi
come sta in piedi sulla soglia
il corpo. Tra luce e parola
 
Le cose sanguinano senza ferita, possiedono
magnetismo e aderenza
 
Tra esse il corpo
comincia ad apparire: un frangiflutto
che tiene la luce
fuori dal manifesto delle cose visibili
 
L’aria schiuma rappresa, non-luogo
dell’ustione
 
La bestia umana è un vaso per il cielo
 
Ora il cielo è all’altezza delle sue labbra come una coppa di salnitro
una colata fiorente
 
Ora il cielo
ha posato la testa come un figlio
sul fianco della bestia
 
Tutto loda il calore della bestia
 
                                                     Dai suoi fianchi
comincia la fissione
dell’Inosservato
 
Se la tempesta elettrica scosta la tenda fa come lei che prima di
                                                                                           tornare
dal pianeta deserto
si volta, a imitazione del deserto
 

Roma, 13 gennaio 2012
[per un ritratto (dell’autrice) scattato dal fotografo Simone Casetta]

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