Riviste e quotidiani nazionali

Poeti e Poesia (Pagine, 2007)

Editore: Pagine
Data uscita: 2007
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
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POESIA n. 218 (Crocetti, 7/8.07)

Poesia n.218
Editore: Crocetti editore
Data uscita: luglio-agosto 2007
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Apocalisse dell'animale grande

I

Anfibia voce dell'angelo, resistenza di cosa
raccolta
dentro l'ultima corsa del mattino. La voce 
è atomica 
fatta di respiro
di espianto 
nel dormiveglia come in una piazza 
la voce a me diretta
dalla feritoia della trincea 
nello stagno dei lampi stradali dove in quella mattina di marzo mi hai
presa
sottobraccio e ridevi
come una rondine e niente di noi
presentiva la ruggine 
che la morte ha posato sul mucchio bianco delle tue mani.

La campagna squillava di luce 
io tenevo nei polsi il tuo fascio di rose 
nel vento lagunare del pomeriggio
lo piegavo 
col peso del mio petto. Voce senza disastro
nel quieto abisso del trasloco – il lato 
est della casa è un cumulo di braci e di campane 
il mio perdono adesso è inclinazione 
alla pena di un corpo macrocefalo
samaritana nel silenzio ovarico del video
nel sacrario tra i larici
e la scarmigliata compattezza dei salici su questa valva o cranio
minerale di collina.

Pure ridotto a corrotta mutaggine il corpo 
sbottonato e rivolto 
all'abbassamento domenicale del cielo sulla concia di bestia del tuo petto
che come sempre tiene chiuso il cuore 
radiante 
come una fissione nucleare, pure
quaggiù nel marasma di trine 
e rondelle schiodate
dai tuoi polsi 
ai miei polsi (io raccolgo nei polsi 
la melagrana in pezzi del tuo sangue) qualcosa
fissa i mortali
che si scambiano laghi sotterranei, un sotterraneo
infinito se un filo d'azzurro lingueggia 
tra le ginocchia e le mie mani appena sul tuo volto 
giovane che ricresce 
da terra in soffi di anidride solforosa.

Il cuore è l'animale che cede calore
nel lume gastrico delle campagne, questo 
tenerci in pugno della natura
e tra gli occhi la croce dell'addio cambiata in sole.


II

Il suo corpo somiglia alla distribuzione di un pane lontano
conchiglia estratta
dalla fossa comune del mare, mare 
sotto la campitura delle tibie, mare la rotazione dei cecchini issati 
sulla grondaia notturna, corpi lasciati disarmati là dove cadevano
tra rose di bossoli
e oratori di luce dentro l'arma del buio. Le casacche 
odoravano di pula – tutto il corpo dei fanti 
era pula e volava.

Il suo volto affiorava dal brusìo 
del lume da notte 
e diceva negli anni 
intervengono cose come l'incapacità 
di provare rimorso nei confronti del cibo che era vivo.

Le schede perforate degli aratri nel rotolìo globale del fieno – nell'oro
del cranio che prende il volo e da terra
osserviamo l'altare del suo viso – una porta nel cielo che mostra 
gli estremi della natura 
che si asciuga le piume e canta o insonne sotto le sue forche.


III

Giugno grondante una divina emorragia di sole 
sui farinacci, l'incannatura, quel reggere appena
lo sforzo muscolare dell'amore
rottamaio di lamenti
misti a linfe succhiate con le dita perché l'atlante cervicale sprofonda
nel tappeto terrestre con l'albero
dove regna un innato dover essere 
e sul tronco si poggia l'innalzarsi del tronco 
che germoglia 
schiume fosforiche, butta
una piaga d'amore dal vecchio ciglio del cielo. L'attualità
che attraversa la terra 
splende dagli occhi nel buio 
delle onde sonore 
che dal quadrato saturo dei lombi
investono i flessori della coscia, capsule
articolari, i menischi sul piatto tibiale in sospiri maggiori del peso
del vento sui roseti sbocciati
dal corpo che implorava più materia.

La sosta della capinera sul tuo essere meno di niente
nemmeno mio, nemmeno 
partorito, un fenomeno azzurro.
Certo il pinnacolo della tua anima non trattiene che luce, certo 
il segno è d'oro e di sconfitta, è lo spettacolo 
cinerino della valle stesa come una vasca lacrimale al sole 
nella mucosa del giorno con opere secche 
d'argilla mano mano che l'erba diventa viola lontana
da picconi rastrello e accumulatori solari. Cielo e fenomeni 
tra le urla del bosco
dove latita un mondo antropomorfo e puro.

Il muso nel fieno poi
nel ferro
nel vuoto alfabetico
dell'animale grande: dove finisce
quel dolore di bestia
la gabbia
dell'urlo. Le penne della coda
e la spinta dell'acqua che vira 
verso la primavera.

La specie senza colpa dell'animale mite trascinato
per le zampe come un uragano
nella portata corporale dei fiumi come un azzurro scuro di animale.
In un tappeto cremisi di nubi
cola
la ferita invernale nel cuore 
della primavera e trabocca con olio.

Il molo senza sforzo tiene
il mare nel sacco dei fondali con l'aria in viso, una pattuglia
non operativa
di nuvole insabbiate
vicine allo strisciare delle serpi tra le ombre tonanti dei pianeti
e quelle toppe sulla superficie
sono il centro macedone dello schieramento, altrimenti frugale,
di identità terrestre
acino gigantesco di carbonio 
con i poli schiacciati 
dall'armonia di masse in rotazione
nella ruota dell'etere, occhio corrotto di puledri in nodi ribollenti
di battaglie, levata eliaca delle ipotenusa della stella di Iside
che ricompone il corpo del signore
del limite estremo. Io ricongiungo
pezzo su pezzo il corpo del mio amore
su domini di alghe, io lo chiamo io lo faccio tornare
dai quattordici punti della terra
lo incollo con la plica delle lacrime io stringo 
il nodo scandaloso della sua spoglia australe sui miei fianchi
con asteroidi in trono
e salmodìe, dominazioni
sul litorale ionico che è un palazzo di sale con fondamenta
di altomare 
vuote, un disuso di ruggine e coralli, celle nuziali rotte
in ventricoli e schegge, dure arterie maschili
suturate, archetipi e cristalli di silicio, sopravventi 
di truppe con profondo splendore metallico
la regale zizzania degli dèi sul tribunale d'anime 
annegate, liquidazione d'ali 
sulla tavola periodica del mare.
Io ti chiamo io ti faccio risorgere io ti stringo 
ai miei fianchi come uno stendardo io ti tengo sdraiato sulle braccia 
intero come fossi tua madre come il sole
evirato, distrutto, ricomposto da me con questi nodi.

C'è pietà come acqua
in quel corpo che sembra
voler dire qualcosa – sono
sopraffatto dal limite del mondo
o un bambino senza sangue che chiama
per l'ultima corsa: avvicinatevi
al mio corpo
avulso, ai tralci 
del vigneto legnoso trenta chilometri a valle.


IV

Il lago opera una turbolenza al centro del petto – un giardino 
con striature di sole 
dove l'estraneo sigla la terra con brevi linee di sangue.

Le impronte nella neve del sentiero, il corpo sciolto 
nelle malghe. All'origine
lo scudo argenteo della invocazione, il nome del padre
nell'astuccio di latta.

La gioia invernale di un giardino: dotti linfatici
vivi. Le cisterne coperte da cataste – un sistema
di contenimento sotterraneo del crudo 
inverno. Inverno
è quello che rimane nei vestiti dopo il sisma notturno.

La notte dopo la partita la città 
dava un trambusto di legna marina e c'era sabbia 
sui sedili anteriori e quei resti essenziali
gli alberi nerofumo conglobati al corpo come per maggiorare la distanza.

Con un occhio di cane interrogavo smisuratamente 
il raschiamento della materia del corpo. Ho voluto conoscerla 
perché avevo un trasporto per lei 
come un corpo scomparso dalla croce.


V

Si va all'assalto correndo 
dal fronte delle campagne con la grappa che infetta
il fiato e il coraggio dei fanti passa sui morti 
sulle armi composte come mosche acquatiche – e pensare 
che uno ha nel cuore 
il grido soffocato della donna 
che aspettava senza un lamento nel mondo bianco delle soglie 
invernali, sul vialetto tra i lecci e la madreselva 
nei capelli confusi 
alla fragile arca di fieno 
e il suo profumo insiste alle campagne insieme 
alle campane in quell'alta domenica di giugno che allargava il ponte 
della feria: quello 
che sta correndo
verso l'arco di gioia delle sue braccia 
con la collana di vetrini azzurri della fiera, alla fossa di sale 
dei suoi denti, dei seni aperti 
nel sentore di oro marino dentro l'anello oscuro 
della sottana: quello!
sono io, io
finalmente – e ho pidocchi nel corpo 
che sfiatava il suo nome nella fretta mariana della ruota del sole
mai fermo
tra carrubi e metano e pareva destino
l'impressione del paradiso che stava uscendo intatto dal suo fiato 
decompresso di cosa che daccapo finisce
e mi rivolge qui con tutto il corpo a questa intensa
distruzione della materia.

Fiori che sono fiori esemplari 
del lutto. Domani 
saremo cielo domestico
sorretto con il corpo che è una mandria inumana, domani come quello 
il cui nome trasvola tra i gabbiani e la calotta aperta dei biplani e i gas 
nella spunta dell'acqua, come quello 
saremo, che è partito 
con la zappa in spalla, l'occhio grande dei bufali nel muschio 
tuscolano e nel fondo del petto il miglio d'acqua
che già fermenta alla nullità del sole.

Nel fronte interno srotolano i dispacci sotto lampade da miniera 
e l'ignoto attraversa il paese come filo spinato che sente 
battere la pala dei fanti, lo smalto
delle gamelle contro la latta
e metri d'aglio. Maria, abbiamo 
del gran danno nella testa 
sporca di bestia che scappa
sottoterra, abbiamo nella groppa il crollo dei muli 
sotto il peso plebeo dei materiali. Dammi il cuore
Maria, perché il tuo cuore
pesi come la terra tra le mani
mentre io ti raggiungo sotto il pericolo. Maria, con i pensieri 
che non smettono mai di pensarmi, anche dopo
tienimi a te, al mio posto
sulla terra dei nomi. Solo tu 
sai il mio nome Maria, perché il mio nome è all'orlo 
della tua gola, bianco 
come un affogato nel canale 
sepolto nel tuo bianco che rinviene. Anche dopo, 
stanotte, quando io sarò cenere, pronunciami Maria con il tuo corpo.


VI

La terra sta per tramontare come un santo viatico e l'industria di lucide
stelle già illumina il corpo
dove la gioia espone le sue stigmate.
Poco più che silenzio perché il mondo regga
il soffio che concorda
la sua bocca al plurale dei morti
la noce placida e primaverile del cervello sul fondo dello scisma.

Aria ansante di corpi in maglia leggera sul vascello terrestre.
Il cielo è un obolo monumentale sulla fionda del pesco.
Uno stelo di luce francescana sotto l'onda dei monti. I verricelli
sulla schiena del diavolo. Nettare barbaro di corpi in marcia come un
pestaggio acerbo
d'erba, di frutta, di spose
lasciate cadere a morsi in profondità inarrivabili sotto
la steccatura sommersa degli zaini, tra gli ex-voto e la zavorra diafana
del non-mondo che tremola dove si tengono chiusi ali e pianeti come
animali preistorici. Insieme
vivere e morire, con le coccarde 
sulle sforacchiature dei giacconi. La premessa creata nel cielo 
dal consumarsi come ceri 
delle vedette 
tra staccionate, casse di munizioni e cilindri
di cloro, spargimento di sabbia pagana sul sagrato dei borghi 
e gli esoscheletri delle granate 
abbandonate come scarabei sacri nell'aperta campagna
nuda e attenta per la detonazione di un pugno di uomini.

Lumache 
su una ciurma di foglie di giugno distorte dall'uso
laconico del vento tra le stazioni
di perfetto nitore del mondo
pieno di angeli da coltivare.
Il ventaglio sonante delle ali nel salmo domestico
l'integrità stellare del profilo.

Si piega il sole sulle ginocchia, lega
la fune chiara della fronte 
al cielo. Il corpo 
nel sottomondo è impasto di radici
conca petrosa, straccio, minerale 
quasi morto è lo sbrego nell'aria
fatto dai ganci delle gru e da aceri in pugni di cenere.

Intagliata la terra dal binario come l'anima dalla luce tra i volti
inarginabile.
Lo sterminio dei campi interrotto dal bianco dei meleti.
L'estasi ferma del cavalcavia 
nella lanugine del mondo nuovo. Amici
fuori dal cancelletto della terra 
promessa 
come bimbi nella isolata pioviggine. 
Risalgo dalla tua bocca Maria 
con queste ultime parole 
del corale dei morti: Maria
mia per sempre Maria, non aver fretta.

Il sole perfetto della parola
un mortaio
sul golfo del popolo inginocchiato.

Il sommario dei fatti minori nelle colonne laterali del quotidiano,
fotografie
di bambini lungo la superstrada in costruzione. Sarei venuta a piedi 
a onorarlo come uno spazio aereo sulla terra, una rotazione
ciclonica, vecchie storie di volo e la famiglia soffre da innocente e
scavata nei visceri come l'albero.


VII

La loro carne è estratto di cielo
punto 
che fa vibrare 
il nome che nasconde
inserto buio della zappa 
nella moltitudine della terra 
che sfrutta atomi 
di anidride per innalzare la festuca erbacea dal costato
dove noi sorelle posavamo la fronte crollata
per la scossa lunare del più profondo muscolo 
della nomenclatura addominale.

Al rombo zitto mentre sale gramigna dal loro petto resta attaccato 
il rumore di labbra spiccicate
nelle sere d'estate in parole che avevano aperture alari 
per le spose bambine 
dei foraggi, spose scalze sui campi d'erba spada in camiciotti di cotone 
bianco e lo sfondo del bosco infuocato 
dalla sonata spiccia dei capelli come un latro canino.

La colonna umana è una lacerazione mercuriale del buio. 
Nel buio della guerriglia cremano i corpi
con un fare randagio di animali. Era sveglio 
prima che toccasse terra
lo sconciamento del suo muso di cervo 
che annusa 
il gigante di cenere disteso 
nella cava del vento d'alta quota
e fremevano per il fiato secco della terra le narici 
e i larici, i filamenti d'ali delle fibbie
annerite, agli orli dello squarcio 
del suolo dopo il pasto del fiore di fuoco. Boato
e rogo. Rotto il tetto dell'orbita
focolai di ematomi sulla fronte
che ho baciato urlando brevemente
in un frullo di averle. E' caduto lontano perché era sveglio 
nel cratere del bosco il suo passo 
scomposto nelle sostanze 
teso come un elastico che non si accorcia adesso
fino alle mie ginocchia alla mia trappola rivolta al cielo di dolore
alla mia teca
cranica dove non smette
il mattatoio solare 
la medialuce 
della dura madre 
operosa del tardo pomeriggio, un trauma aperto che non passa 
dal suo corpo al mio corpo, dal suo corpo al mio corpo.

La croce medica della torre come una bianca scoria nucleare 
sul farsi luce del giorno: vetro 
lucidato dal sole che continua
a spargere il suo caldo sulle nostre opere 
di alberi
di stoppia
fina spinta a chinarsi
dando il senso di una apparizione 
primaria 
fatta della materia dei nostri sospiri e del fango perché lo stato
di perfezione venga dimenticato nella campagna che
abbaia senza riposo.

Il lino fragile delle tovaglie nello scenario del mondo 
e l'ingiuria di questa bellezza 
leggera che si muove 
a fontanella intorno ai fianchi. Il tronco caotico
del mio corpo altamente profumato di mela dolce non può mutare 
la propria ignoranza
l'oboe e la luce
del mattino
domenicale filtrata dalle tende come lo squaglio a stocchi delle erbe 
in quello che il sole non deve
toccare: le ulcere fetali, i cavallini – gli occhi 
incominciati nel mio ventre.


VIII 
Dio faccia con me come tu hai detto

Io sono la spora che rimane – ecco
sono la serva 
e la costanza.
Ma niente a che vedere con il volto l'amore
su quel camminamento non asfaltato: 
la crescita incontrollata di una sagoma espulsa dalla ghiaia
un insieme di corpi caldi aspiranti: come un magnete 
in fondo al buio
l'altro caldo di lei, pacchetti di proiettili sepolti, tacche di artiglieria
il silenzio compatto delle ossa turbini bianchi e senza vento, l'organismo
infantile
incagliato al centro come l'ultima luce del mio giorno d'amore, della
mia vita.

Passano come ombre anche bellissime le vedove bambine colme di grazia, le incestuose
sorelle
come bufale rallegrando il mattino, gonfie
melogranate di san Martino con il riso e il pianto 
nel luccichìo degli occhi – lamine 
della roccia primordiale – affioranti fascicoli
di parole scappate dagli anfratti ai garzoni 
che non credevano di saperne tanto 
della ricrescita 
di quegli iris lasciati in sterpose distanze suburbane 
dato lo scontro di rapaci in mare che fu quel pomeriggio di fienagione
e ruberia di millimetri senza responsabilità.

Lei ha messo il suo morto sotto l'albero – nella 
sua vigna catarifrangente 
fidando che si veda 
come un sole
o traslucido vischio 
di uccellatore o almeno in quanto albero veda esso
il suo frutto
l'osso lacrimale
la cartilagine
dell'ulna maturare sull'unto degli attrezzi, il suo tempo 
ripartire 
dalla toppa di un volto 
simile al suo, più piccolo. Ave
Maria, declinazione
plurale del nome 
che sale
dalle trincee, io ti saluto
in ogni donna, io
ti benedico, faccio di te
mia madre, questo è il figlio dell'uomo 
che non ti tocca, sei anche tu 
Maria l'immacolata.

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ALMANACCO DELLO SPECCHIO (Mondadori, 2006)

HO AGGIUNTO UN CORPO TRASPARENTE ALLA CASA
 
Vedendolo giocare con la palla e osservando la fluttuazione scheletrica della sua anima sotto forma di ombra circostante agli svoli – alle orbite rosse, ai campanili
della palla sull’ampio
schedario terrestre – la bambina gli disse ma tu sei uguale
a me!: inginocchiato, semplice e colpito al cuore – come la terra
sorvolata dal guizzo delle sfere
riveli il tuo costrutto di animale innalzato.
 
Ma io credo che dritto sulle gambe
tornerai – perché avanzavi (con la borsa
leggera, quasi vuota) costantemente verso una misura
domestica. Io
sono in pace, data
la luce verso la quale piego il tuo silenzio.
Davanti al tuo silenzio
io ricordo, io sono consumata dalla fratellanza.
 
Tu adesso sei corpo che non vedo ma che è stato
certamente. E’ bello come l’amore che contempla
il proprio resoconto di violenza e di pace, a cose fatte capire
di avere costruito il visibile e l’invisibile insieme
come una torre che porta in cima una torre, l’intera fabbrica del mondo.
 
L'ALTARE DELLA SPECIE
 
Era facile amarla ma era destinata
ad andarsene frettolosamente e insieme ad aderire
a certi preparativi che gli indizi rivelano
meticolosi. Di pomeriggio si prendeva cura del giardino
in silenzio. Non capivamo quello che pensasse, era
tranquilla. Oppure
trafficava su un notes. Tutte le notti – rivestitosi
l'ultimo cliente – comprava un dolce per la colazione della madre.
 
Nell'acqua viaggiano i rifiuti e vengono
trattenuti a intervalli regolari dalla grata sepolta
nel buio e nel silenzio che si formano molti metri sotto
l'aspetto superficialmente aereo dell'acqua
che dipende dall'attardarsi del sole alla sommità come una lacca
democratica, un getto straripante di ottimismo
anche nelle orticaie disossate dall'urto delle fabbriche.
Si chiama strada del canapificio e porta
in una mescolanza di fanghiglia e zolla
resistente all'imprimersi del cascame animale alla centrale
idroelettrica – è un sentimento interrotto, una deriva dei continenti e dei relativi disastri sommersi
nell'isola del corpo che finisce
alla porta del grande casamento: c'è soltanto un custode e controlla
l'andirivieni tra le due parti d'acqua e fiamma serpentina o forse trasmigrazione.
 
La trovammo in uno strano abbandono
come se tutti scissi i legamenti:
quasi niente dell'acqua del canale
nessun cattivo pensiero
nessuna ironia
non una goccia d'acqua nei polmoni, neppure
diatomee – il corpo sostenuto da una luce critica
oltre il proprio abbandono – pulsava al sole come in preda a un'estasi.
25 ottobre 2004
 
NON AVRAI CHE LA VITA
 
Le scarpe non vennero ritrovate.
Ma la luce batteva coitale sul corpo della ragazza
cristallizzato nella testimonianza.
Tra gli occhi e il ventre
tracce di lavatoio – un percorso a ritroso per stabilire gli alibi.
Il portone risultò chiuso con molte mandate.
 
Ardeva come un'ostia nella materia
lacrimale del tardo pomeriggio – con il capo impigliato tra gli arbusti
e la pervicace ripetizione dei giri. Per cause sconosciute
non ha potuto compiere i suoi anni
qualsiasi funzione avessero singolarmente ma un immobile
addio alla bellezza del mondo
riscaldava la fibra che resiste
grido di gioia del corpo senza dolore.

PAGINE (Zona, 2006)

Editore: Zona
Data uscita: autunno 2006
 
 
PAGINE, autunno 2006

Roma è un ultrasuono che si allarga in un punto abbastanza vicino al mare e tende al suolo fra le sue propaggini un reticolo di civiltà: la vestizione nordeuropea dei viali diritti sotto l'architettura donchisciottesca dei lampioni, le losanghe d'avorio del giubileo tra i lastrici, la torsione nella schiena del pescivendolo che sciacqua le interiora nei rioni, lo spalancamento paesano dei sagrati ancora rasi da quel fiato di sole estivo sulle velette chiare delle spose, quella rudezza femmina dai fianchi ampi come aratri, il portamento cinico dell'acqua larga che le serpeggia al centro e porta i suoi rifiuti e i suoi lamenti nell'imbuto di una vasta foce che alza la voce dalla mia prestoria per restituire i corpi di due che dalla metà degli anni Sessanta hanno dato peso e gravità al mio chiamare per essere. Tutta Roma mantiene quella voce col timbro solare di commiato agricolo ficcata nel cuore dell'Europa. Tutte le strade svoltano in un tempo reale non atteso, ora un tempo operaio fatto di pane e portapranzi aperti su impalcature che non smontano mai, ora un tempo archeologico che è la macchia di vuoto che divampa nel traffico – e si sente il silenzio consolare in un tempio di strada tra i palloni accalcati nello scudo azzurro. E la villa che fa ressa di alberi intorno è un pedalare calmo e domenicale di famiglie, è la catena di ragazzi saliti senza cuore verso quel niente sulla mongolfiera che prepara alla vista enorme di dopo – come la spaccatura che dal Pincio si puntella sui fari delle automobili in quel moto ordinario della vita viva che sta sotto la vita di quelli che siamo quando siamo dall'alto.

L'alto è una categoria geografica di Roma, così gonfiata sulla fascia verde dei colli, ed è una categoria del suo cessato spirito: l'alto di dentro, l'alto di sotto, l'umido, il buio corporale delle catacombe con la Cecilia viva dopo il decollamento, il bozzolo incorrotto del suo corpo che spiega l'altra santa spalancata e barocca, Teresa che divarica le braccia per eccesso d'amore nell'amore di oro dell'angelo – e la luce dardeggia sui sacri amanti dalle vesti avariate dal contatto col cielo specialmente di lei.

In questo senso Roma con il suo sacro e la sua ironia con la grandezza letterale delle sue facciate con gli squarci di sole da vigna con i suoi cani e le vedute d'oro si è infilata dentro le mie parole. Ma soprattutto si è eletta a loro custode mia mamma con il suo dogma d'insegnante. Nei dopocena dell'infanzia era mio compito domestico registrare su carta la traccia del giorno come un sismografo che non oscillasse solo ai moti visibili. E lei correggeva il visibile e l'altro. Dunque dentro tutta la mia poesia c'è un fiume con dentro una madre morta e a cavallo del fiume una seconda madre che mi abitua a formarne un racconto, a riportare alla superficie il fardello eccellente, l'ipertrofia romantica dei morti. Inoltre il mio papà era un eroe di quelli veri: da giovane era partito volontario per combattere contro il caudillo Franco nella guerra di Spagna, e di mestiere raccontava dei suoi giorni di fuori, della storia che splende alla luce del sole. Lui viveva camminando la forma vera del mondo e teneva la cronaca delle brigate, del sindacato dei metalmeccanici e della successiva esperienza politica in Italia come deputato del PCI. Non ho mai smesso di ubbidire alla coscienza familiare e l'incontro all'Università con Biancamaria Frabotta pone il sigillo dell'autocritica sulla mia solitaria gestualità di versificatrice quotidianamente arresa al geyser del suo dettato e apre la strada a un progressivo svelamento di poeti che per me sono fatti con le ali aperte: Pasternak, Mandel'stam, Rilke per tutti. A me che abito la stessa casa e probabilmente le stesse ossessioni da quando avevo otto mesi non fu lieve capire il senso di scanzonata provvisorietà dei coinquilini romani, anche dei poeti che amano le periferie della città, l'inquinato multirazziale altrove dell'impero che ha sparso ovunque questo corpo effimero di luce che all'apice si sgretola.

Ma la mia poesia è non essere me e fatico dicendo. Continua a essere un modo di respirare, la parte sottile di un corpo che cerca il bene e fumiga dal petto di altri, una sorta di sacerdozio superfluo, è comparirsi di lato dalle profondità del sogno e abbandonare tutte le mattine la propria orma sulla riva del fiume e pescare dal fiume tutti i morti, i sorrisi radiosi dei morti, le maggiorate in prendisole col profilo di aquila sapiente come un frutto, le masse dei tuffatori gagliardi di Pasolini, le ombre dei bambini che creano intorno il buffo indispensabile caos della bella vita, ed è infine un modo clandestino per localizzare e tenere nel raggio del proprio amore alcuni – rari – santi contemporanei.

Non avrai che la vita
 

Le scarpe non vennero ritrovate.
Ma la luce batteva coitale sul corpo della ragazza
cristallizzato nella testimonianza.
Tra gli occhi e il ventre
tracce di lavatoio – un percorso a ritroso per stabilire gli alibi.
Il portone risultò chiuso con molte mandate.

Ardeva come un'ostia nella materia
lacrimale del tardo pomeriggio – con il capo impigliato tra gli arbusti
e la pervicace ripetizione dei giri. Per cause sconosciute
non ha potuto compiere i suoi anni
qualsiasi funzione avessero singolarmente ma un immobile
addio alla bellezza del mondo
riscaldava la fibra che resiste
grido di gioia del corpo senza dolore.

Lo scheletro del ponte
 

La rimozione delle spoglie gialle degli insetti e del grano da parte del
vento (una mole
di vento) che si arrotola e scioglie lungo la scarmigliata verticale
dell’abete, corre sotto i ventricoli dell’albero – contro
la resistenza metallica del cielo in panne nel sole
che si carica (con sfacciata irruenza) di argini e miele di questo mondo
dove la bragia
dell’oriente ha un rigonfiamento atomico
andando verso il quartiere di ferro degli sfasciacarrozze.

Cose che fanno respirare. La magnitudine. Lontana
dalla serrata riservatezza della cosa – cose
per metà vere che rincrescono.
La fermata improvvisa del cuore nell’opera ciclopica
(nell’astratto ricalco) dell’amplesso.

Le conseguenze e i mezzi della scomparsa: polvere
ossea nel materiale di risulta edile. L’occhio 
numerico [mimetico e malinconico di K.] si volta e viene a galla 
un’erba 
smidollata e oleosa: i lineamenti spaziotemporali della gazzella in fiore, l’uomo che ieri 
avanzava disarmato e immemorabile – trovava posto
nel contagioso zelo del cantiere 
e tutto ciò che aveva nelle mani era bufera
di baci, era perduto.

La doratura sistematica delle cupole 

Lanelle di pollini sui lastrici capitolini e altre migrazioni 
ariose e il sole
calcificato sulle spalle come una soma trasparente:
articolare
il pensiero della grande dimenticanza,
il laconico andirivieni dei suoi messaggi: il moto
di tutto il cielo ricorda un aquilone.

L'ingegno patibolare degli aranceti, celle coperte di luce. Sole
terrestre alveolo
che non prescinde dai lenzuoli estesi come una sindrome infantile
nella campagna delle vecchie scuole
un ambiente sereno molto verde – quel correre
disarmato dai cardi e dalle malve al parcheggio del volto santo.

Serre bianche nei campi
odorosi di sedano selvatico e un setacciamento sommario
degli insetti da parte delle rondini – un dogma
primaverile. Ognuna delle ipotesi su un'immagine data
ci aiuta a rievocare nei punti fissi del volto la proporzione
tra la metafora alimentare degli uccelli e la sindone
dell'inginocchiamento.

Vento
e memoria del vento: esporre
come centralità del corpo sdrucciolo 
la inaccessibile bontà del cuore
che fa il rumore del mondo. Riportare 
il non detto del volto 
alla sua infanzia, che è un soffio nel vuoto
poliglotta della stazione di una città grande. Pensa
a come un corpo è solo quando si ammala.
Pensa come è nel cuore la salute
che forma i muscoli pettorali e il volo tra i continenti.

da La scimmia randagia
 

L’umano ha il disincanto minerale dei tetti
e degli anfratti rovesciati come affluenti colmi di immondizie 
verso il gergo squillante delle fontane al sole 
dei Larghi (dell’Orologio, Fontanella Borghese, il crivello del fico 
ruminale). L’umano ha freddo
e pietà, borseggia, ride, si sottomette – più è ampio, più si tiene 
alle mani sferzanti dello Straniero sulla via del ritorno.

da Una vivacità monumentale
 

con la freccia mirata nel petto fai che la bocca affiori dal cielo
e dalla bocca fai passare il cielo se con la bocca se con tutto il cielo stai
dicendo sì

lei aveva confidenza con le fiamme 
davanti al volto 
bianco nell'urna dell'inverno 
ma non guarda più niente 
lui le solleva il lembo della veste

ora il cielo le piega la bocca 
verso terra – ora il cielo
arde dalla sua bocca quietamente

***

i primi sogni della morte si formano come fiammelle sul dorso delle mani
e agli angoli
degli occhi, lasciano
bruciature nelle zone del corpo che l'amore logora

ora il cielo le chiede una supplica
olio che scorre senza vergogna 
dalla bocca, brillantezza di albume sulla spalla prona

lo spazio tra le dita
è la fine del mondo dove s'insinua
il volto al sole, l'ostia

II
muta nel suo calore
 

sono piegata a te con la lingua 
trasalita
di gioia tremenda – sono
vuoto fatto di pane
con estrema rapidità di rondini

era come formasse una pozza 
con tutto il corpo un granello
di oro – io metto 
il crematorio del corpo
sulla tua lacuna di luce 
più in basso della terra

prendi 
la salute spinale del corpo con la lingua celeste con il ferro
dei chiodi – ora chiedo un sinonimo del verbo andare
dov'e il bianco alla fine dei corpi

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