Riviste e quotidiani nazionali

NUOVI ARGOMENTI (Mondadori, 2005)

Nuovi Argomenti
Editore: Mondadori
Data uscita: 2005
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
La gabbia tua, l’armatura portante
 
Residui vespertini di canto e sapone.
L’altoforno schiumante del giorno
rilascia un odore di cavo familiare e panni stesi sulla menta sbandante, anfore seminali
nella luce postuma della montagna. Rimescolati
dai cardellini della luce veleggiano fenomeni come piccole nubi di potassio. Così noi siamo autorizzati a crederti
esistente, corpo sereno, colmo
di innocenza nativa – una cavalla bianca come una nuvola.
 
La presa elicoidale delle pale sull’aria di nevischio (inferno
misto a pioggia). Intorno
sintomi di fragilità e ustione. Le ossa faraoniche
del cigno. La corolla del fango
è acqua mista a terra del distacco. Il mantello del cielo
asciuga
quotidiano e immortale sulle tue spalle.
 
I rituali puntelli degli oggetti
di uso comune nella irruenza apocalittica delle ortiche. Il tuo occhio destro
è sul lato del giorno globale.
ll nulla fatto immenso delle tue mani.
Il torrido intrico del tuo petto.
La sorgente teoretica delle tue labbra.

Ho aggiunto un corpo trasparente alla casa
 
Vedendolo giocare con la palla e osservando la fluttuazione scheletrica della sua anima sotto forma di ombra circostante agli svoli alle orbite rosse, ai campanili 
della palla sull’ampio
schedario terrestre – la bambina gli disse ma tu sei uguale 
a me!: inginocchiato, semplice e colpito al cuore – come la terra
sorvolata dal guizzo delle sfere riveli il tuo costrutto di animale innalzato.

Ma io credo che dritto sulle gambe
tornerai – perché avanzavi (con la borsa 
leggera, quasi vuota) costantemente verso una misura 
domestica. Io 
sono in pace, data 
la luce verso la quale piego il tuo silenzio.
Davanti al tuo silenzio 
io ricordo, io sono consumata dalla fratellanza.

Tu adesso sei corpo che non vedo ma che è stato
certamente. E’ bello come l’amore che contempla
il proprio resoconto di violenza e di pace, a cose fatte capire
di avere costruito il visibile e l’invisibile insieme
come una torre che porta in cima una torre, l’intera fabbrica del mondo.

I muschi pavimentano le primavere

Era buio, quella sera – un buio
molto lento e tranquilllo – dal quale apparve 
la vecchia con lo scialle e la lunga gonna
nera. Disse se vuoi salvare
la tua bambina, lasciala digiuna
tutto il giorno, e la notte le devi
solamente parlare
della grande distanza del paradiso.

Di lei mi resta 
il lapsus sulla lingua tra figlia e vita mia.

Grafico o golfo della discendenza

In molti la ricordano seduta sui gradini della chiesa – o che dormiva 
sparsamente in una macchina abbandonata in riva al fiume 
sul quale sono cresciuti i cieli come dischi di luce 
investendo i musi delle bestie 
basse e mansuete, le lattine traboccanti piogge primaverili.

Sotto la madonna miracolosa alla confluenza dei fiumi
il viso c’era – e il suo orologino, le origini
nascoste nel suo cuore che dorme da settimane sotto il cielo incorrotto
definitivamente limpido.

E più avanti il metallo a ricalco del mare – o una gioia invulnerabile
fin che si estingue l’elemento divino
nell’alta ruota di cenere degli occhi
sporchi e sprecati, labili settimane di vero amore.

Lui si è potuto riconoscere dal lasciapassare 
involtato nel cellophane affinché il doppio sogno della identità
e dell’espatrio gli sopravvivesse. Sono
l’uomo che gratta l’angolo del passaporto aspettando il suo turno, sono 
quel niente divenuto carne fiammeggiante nelle tue mani.

Nella bocca girano le vaghezze del fondo, l’archeologia lacustre dei 
loro occhi di animali
purificati – nudi e montuosi 
come la luna che ha spinto lo sguardo sul mare, straripante 
re sopravvissuto al diluvio. Queste
le conseguenze del caos e della dimenticanza (interventi 
igienici nello spazio 
cittadino) e l’amore che spinge a indagare – a essere
feroci: così essi ascoltano 
la musica lontana della terra 
che ciecamente con le sonde nell’anima e sul greto, li cerca
– gratta via quel coperchio di terra dai loro corpi di agnelli diffidenti.

Ma i bambini ci trovano. Con il cuore bagnato
sotto il piccolo guscio del sole osservano
l’indizio incredulo e costante della nostra bocca e la compresenza
invincibile dei gelsomini appena sopra
le nostre teste – capanne
incustodite di parole odorose di muschio
come i capelli dei fratelli felici senza indulgenza né circospezione, dai quali viene 
una curiosità rovente
una distesa di terra e fermagli, un fronte rasato e ammiccante
di sole diurno – di sole eterno – di eterno.

22 maggio 2004

da Gli Scomparsi, storie da “Chi l’ha visto?”

Tratti (Mobydick, estate 2006)

Non solo nel parlare e nel procreare
 
Ogni crepuscolo è il varo di un colosso di fuoco – una zuffa canina
sotto la croce bianca della sera, la chiara retta di sopraffazione
del mare appena congedato oltre il reticolato
ordine dei campi. Si stacca
dalla campagna congelata una campagna d'erba
sottoposta alla pena ultravioletta dell'altopiano e il volo
a intermittenza delle anatre
aggira blocchi
forza di soglia in soglia lo stridore
di voci umane.
 
Una iniezione di cemento nel vivo
dei vespai – un insieme anteriore
all'oro ascensionale dei platani
mischiato
alla maturità celeste.
 
Impalcature disarmate, scale
aggrappate alla casa come amanti
fatte marmo dal grande
silenzio con elementi di lavagna nera.
 
Lui composto in maniera cristiana sopra i letti di tutti
vita virata in forma di stanchezza
minerale, che ronzava e volava
sulla pista ciclabile fatto
di differenze pitagoriche e ingegno.
 
8 dicembre 2003

Reliquiario di foglie
 
Il treno, di taglio: una falce
d’intelligenza umana scorcia la campagna e la sua rappresentazione
fetale sotto la catena montuosa: una coppa
e una striscia di deserto dorato, di due – come ardessero trattenuti
adesso da uno stesso male, un sospiro.
 
Forme sdrucciole nella galleria: cenere fredda
intorno al treno, sul ghiaino ghiacciato
dei binari nella mucosa della sera: una quiete
apparente di impianto
abbandonato al secco degli ulivi, alla mascella del binario in una curva anatomica.
 
La campagna era ebbra e sfebbrata
da una bruma lunare che torceva i capelli.
La campagna era bruna, sferrata
dal volo degli uccelli
sottotetto: lucciolava, rideva. La luna faceva
brillare lo sterno dei santuari.
 
La mano immersa nella pioggia
è un imbuto celeste. L’appariscenza dei bambini riluce
nello schermo del vento con l’oro
del grammo di luce
nei loro occhi, col loro sgombro
farsi avanti come fragili esempi
dell’amore – data
la conservazione lentissima dell’essere umano nei raggi
e nelle città, fabriche d’anime e vertebra
dove soffia
la mischia di nevischio delle steppe.
 
11 dicembre 2003
 
Fine dell’interrogatorio
 
Il mare torna – così
bianco – nella fondina della terra:
un innesto socratico
l’indagine
di uno che sogna.
 
La immatricolazione della terra nell’acqua.
Nel cavalletto ornato e ancora lucido di tracimazione
della campagna preveniamo
la dimensione di altri corpi largamente
presenti e la scorribanda virale del sangue
in essi (una
elargizione intuitiva)
– la prima casa.
 
16 dicembre 2003
 
Le infezioni dell’acqua
 
I
 
La primavera ogni tanto si ammucchia tra le foglie
come inseguita da grandi felini, dai mosconi a rovescio sui quadrati calcarei dei sagrati oltre la scrittura e la terra.
 
L’oratorio infantile dei mosconi – il melodramma
ordinario del tramonto apre la carne del cielo – dimostra 
ogni giorno che ancora brucia di orgoglioso amore
l’ossatura infuocata di dio
versa il sangue di ogni creatura che collochiamo in alto nel deserto
pieno di antenne
estremità e radici dei nostri corpi
innamorati: feriti
da un nonnulla come il cielo che subito si oscura – trasparenti
come le tempie dei bambini – come la piegatura delle ali
nell’amministrazione della trasvolata notturna.
 
L’arcipelago altissimo del bosco, una stirpe accorpata
di bovini e nuvole. Il suo corpo impegnato
dalla umiltà limbica del bosco
la durezza senile dei musi dei cani sugli avambracci.
 
II
 
Puoi spremere la spugna del suo corpo: come nei cani il cuore
soffia
nella gabbia vicina alla terra. L'astro profondo batte
in un pozzo di visceri. Nel suo lungo silenzio telefonico
è l'impianto degli argini
irrigati. L'erba ingoiata a fiotti
dalle acque fluviali
ha lo sgomento dell'idra
lo innalza come un cigno nel maltempo.
 
Il fiume dà alla luce un corpo adulto e coperto di panni bianconeri. Ferma sensibile di transatlantico
nelle sue mani, dove il fiume ha piegato le dita
sul ventre. Ecco l'uomo
la sua proiezione
il suo nudo bagaglio attraversato dal sole.
 
Da moltissimi anni nei suoi panni con allegria e sperpero
pratica innesti di oleandri rossi
e diserba, bonifica – allarga
la beatitudine della famiglia
con il suo modo di impostare la giornata tra il cantiere e la caccia, resta fedele
alla promessa di sopportare la riduzione dell’amore a circostanza che non abbassa gli occhi.
 
3 giugno 2004

POESIA n. 139 (Crocetti, 5.2000)

Poesia n. 139
Crocetti Editore
maggio 2000
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

PANORAMA (Mondadori, 20.8.94)

"Per il giusto verso" di Sandra Petrignani
 
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