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La poesia, ovvero l'economicamente inutile (pagina99, 21.3.16)

pagina99

 La poesia, ovvero l’economicamente inutile per eccellenza

“La Giornata Mondiale della Poesia, al contrario di quello che molte menti perspicaci potrebbero pensare, non è AFFATTO identica a una qualsiasi altra giornata dedicata alla poesia per il semplice fatto che, invece  che da un piccolo gruppo di persone, è celebrata dai poeti presenti nei sottoscala affittati di tutto il mondo; ed essendo questo un evento festeggiato (?) in tutto il globo terracqueo,  si spera sarà un minimo più dignitoso di un evento di poesia medio. Ma temo che niente divida un poeta dal suo sottoscala affittato, nemmeno un evento mondiale.

Arturo Casu Calandrone

Uno dei danni non secondari della poesia è che i figli dei poeti sono più intelligenti dei poeti stessi, ma altrettanto provati da quello che mio figlio (quindicenne) definisce “evento di poesia medio”. Perché questo è il nodo della questione: in questo magnifico 21 marzo, che si ripete ogni anno con coerenza, tutti ricordano che i poeti sono vivi. Nei rimanenti 364 giorni (365, negli anni bisestili come il corrente) i poeti lamentano di rimanere sepolti nei più sopra descritti “sottoscala affittati”.

Eppure la poesia, come tutte le arti, ci parla del mondo dal quale proveniamo e del quale tutti abbiamo nostalgia. Quale sia questo mondo, non è dato sapere: amnio materno, platonico mondo delle idee, Paradiso... Ciascuno chiami con il nome che più somiglia alla propria esperienza questo senso di umana nostalgia per una casa che solo le arti e l’amore ci permettono di abitare ancora. Questo luogo dal quale proveniamo, questo mondo realissimo e ultramondano, del quale sentiamo il profumo e la scarica elettromagnetica quando leggiamo Dante, Pasternak, Celan, Lucrezio…

Si tratta di un sentimento che somiglia alla gratitudine e alla perdita di confine, come nell’innamoramento. Si tratta di un suono (è importante che la poesia venga “ascoltata” dalla viva voce) che collega il nucleo vivo di un essere umano al nucleo vivo degli altri esseri umani. Si tratta di compassione.

  1. Il gesto della compassione è un gesto profondamente politico. Parla di un “noi”, antecedente e radicale, in una società che lavora da decenni per ridurci a monadi.
  2. Il gesto dell’inutilità è altrettanto profondamente politico, in una società schiava delle leggi di mercato. E schiava per la maggior parte inconsapevole, automatica. La poesia sta fuori dal mercato. Ed è utile solo per questo. La poesia è l’economicamente inutile per eccellenza. Ed è utile solo per questo: prosegue il gesto superfluo del primo uomo o donna sulla parete della sua grotta.

Cosa avrà spinto quell’uomo o quella donna primordiale a incidere una scena di caccia sulla parete di una grotta, se non la necessità di testimoniare la bellezza del mondo? Una scena di caccia, una scena d’amore, un’incoronazione, un funerale, una festa. Tramandare. Salvare dall’indifferenziato.

Salvare te dall’indifferenziato, te che sei oggetto della mia poesia, perché sei soggetto della mia vita. Che tu sia figlia, padre, madre, amante, o semplice creatura che ho incontrato – o della quale ascolto le parole, che vengono da una distanza che nemmeno conosco. Viva o morta che tu sia, attraverso la poesia io: ti conosco e, attraverso di te, conosco il mondo.

Visto? Funziona proprio come l’amore…

Testo a fronte (marcos y marcos, 2015)

Se Ulisse è condannato dagli dei a errare di isola in isola, di avventura in avventura, questa è un po’ anche la “condanna” dei tre poeti italiani che chiudono questa rassegna. Dalle avventure mentali e fisiche al calor bianco narrate con grande forza poetica da Maria Grazia Calandrone

(Franco Buffoni)

                   traduzioni di Johanna Bishop
from LA VITA CHIARA (transeuropa, 2011)

from INVOCATION FOR THE SEA-PERSEPHONE
 
The trunk at its maximum point of expansion
sings like a harmonium
the ducts contracting inside
to modulate the song of the species. Turning over
in the water to touch the ground and bob
back to the surface two or three times making
amphibian movements, taking on
the arctic, mercurial tint of amphibians – the pose
of zero, devoid
of interest: only
thus will you and your whole body pass
from realm to realm.
On the shore, among the browned agaves
they will think it is an occupation
of sun in the veins taking place for all to see –
they will smile in fellowship.
 
Rome, July 11-13, 2007
 
from SERIE FOSSILE (Crocetti, 2015)
 
© – fossil
 
put one hand here like a white blindfold, close my eyes,
flood the threshold with blessings, after
passing through
the green gold of the iris
like a queenly bee
and – mote
by mote,
of gold and winnowed wheat –
turning me
into your hive of light
                             
a bee constellation wheels around the linden
with inhuman wisdom, a gyration of minds sticking fast
to the honey tree
 
                            – it would be reductive to call it love
this necessity of nature
                                         
                                         while a foregone emptiness heals over
without a trace between flower and flower:
                                                             
                                                                      use your mouth, ease the golden
stinger from my heart,
the memory of a flash of light that burnt my human form
in some prehistory
 
where madmen caress stones as if they were children’s heads:
 
                                                                                                    come closer, like the first
among lost things
and that face rises up from stone to smile again
 
5.24.13
 
x – metamorphosis
 
I have saddled my mount, the disc of the sun 
rings out like bronze over the countryside,
                                                                    inspired
                                                                                  by a magnificent ram
 
– transhumance, time out of time
 
a chorus of corollas unfurls at dawn, your flower-eye
cracks open, lets its gaze
settle into the golden vein
of the earth, into the world’s joy at being
                                                                   alive, trodden
by beasts at pasture, which are living
up to life
 
really I...
 
as your whole body
worshipped, said yes
as the bronze of your eyes
worshipped, said yes
 
breach-bloom of wisteria appearing
out of the bitterness of iron
make her happy, black thorn
of wild robinia
make her happy, make her happy, field
of mallow, spread out like a laud
under the blue calm of the mountain:
     
                                                              I serve the animal that worships the sun
 
*
 
take care of her, I was told. yes, said I. love her, I was told. yes, said I. never leave her alone, because through your love she loves herself. and I, could no longer answer
 
the nightingale
 
a nightingale was here. it shouldn’t have been here, but it was here. and sang so long. I made my little silent song and he made his. who knows who he was singing for, maybe just for the sweetness of singing. no purpose, no victory. with life living up to his song.
 
that’s it, sweet Alba, I want life to live up to the song. that’s the trouble and that is the good thing.
 
I dressed you all up in my song of love
I raised you all up, like March grass piercing through
the winter earth, like the bray of a jenny among the fuller’s
teasels, the yellow wing bar
of birds in the sky. your life
answered. your body
answered
my song. then, it went back within the bounds. but the nightingale, out
of time and out of his warm
African land, here, from the heart of the western winter
 
sings, sings on, sings
 
1.4.14

Satisfiction (17.11.15)

Satisfiction 17.11.15 Maria Grazia Calandrone inedita. Verba manent. Una quasi cinica oggettività

Una quasi cinica oggettività, mi dice Maria Grazia Calandrone di questo scritto.
L’occasione è il film del regista francese Claude Lanzmann, Shoah, del 1985. Shoah è un film-fiume che dura nove ore e mezzo.
La meditazione traduce, ancora una volta, il saper ascoltare l’altro, la parola di chi non ha diritto di parlare, privato del corpo, dunque. Qui leggo la capacità di sopportare il fardello dell’altrui dolore, così esposto da non poter creare anestesia. Eppure, pur non registrando la vita che sboccia, ma la vita declassata a oggetto, questa meditazione, cruda e oggettiva, è etica, dunque vitale e splendida. Sopporta la responsabilità etica di una denuncia, perenne, forte, coraggiosa, all’umano. Si può dire solo quello che si può vedere. Il dolore è inimmaginabile. Non cessa di non dirsi completamente, parafrasando Lacan. E l’unico modo di raccontarlo è scegliersi da un punto di vista oggettivo: Io potevo guardare perché ero morto.
Comportamento: la scrittura è anche stile di pensiero. E ancor prima di essere poesia, messa in scena del linguaggio che da sempre ci appartiene, questa meditazione sembra ricreare un atletismo affettivo prima della vera corsa, un abbozzo, un progetto, è la reazione dell’anima poetica a contatto-scontro con il reale macabro, nauseabondo, con il monstrum, cera fusa immersa in gelida acqua. Il bestiale che non trova sosta e non può esprimersi e che avviene, ancora oggi, sempre. Corpi carbonizzati che diventano questa Parola.
Una grande lezione di umiltà, un’immensa lezione, ancora, di poesia e amore anche, e soprattutto, se l’oggetto è l’obbrobrio che non ha più parole umane da darsi né occhi che vogliano indugiare. Una riflessione amara, però: quando finirà il dolore? È una scelta il male, il bene è una resurrezione, ugualmente una scelta. Responsabilità: il passato non è trascorso invano: l’ultimo pezzo, se non ricordo male, è proprio un sogno nel quale io ero Primo Levi, mi dice infine la poetessa e io immagino che queste parole possano, come per contagio, riscattare l’oppressione di molti. Restare indelebili, più delle milioni di quelle anonime lapidi.
Gianluca Garrapa

Verba manent
meditazione sulle parole dei testimoni in Shoah di Claude Lanzmann, 1985
 
Non era il mondo. Non era l’umanità. Non sembravano esseri umani. Invece, siamo capaci anche di questo. È una scelta.
 
Quando abbiamo aperto le fosse piangevamo tutti per quella legna marcia fatta di uomini – figuren. Avevamo davanti uno strato secco, una pianura di corpi che si sbriciolavano. Noi
dovevamo macinare le loro ossa
e gettarle nel fiume: bisogna fare spazio ai morti più recenti, dicevano. Così
il fondo del fiume era un bianco deposito di polvere umana. In un attimo tutto il paesaggio.
 
Sed libera pueros a malo
 
Sono triste perché ho visto gli uomini camminare verso la morte.
Eravamo una massa che proseguiva ciecamente sui morti.
Eravamo noi stessi un omicidio di massa compiuto in parte.
Macinavamo chilometri e macinavamo corpi. Eravamo raggiunti dall’odore. Solo
certe donne non reggevano: le madri erano rotte dalla pietà
le madri non volevano che i loro figli
assistessero a tutta quella morte
data di proposito. Nessuna madre vuole che un bambino sopporti l’esperienza del male, io capisco: quei bambini venivano da un altro mondo, erano stati concepiti tutti
per fiducia e per gioia.
Se il corpo di una donna dice sì a un figlio è per la fiducia istintiva, bellissima, che il suo corpo ha nella bellezza del mondo, qualunque cosa lei ne dica. Per ciò, nell’evidenza
del male, alcune tagliavano le vene ai figli e poi si davano la morte.
 
Pausa. Respiratorio.
 
Un uomo spera, anche pigiato al buio del crematorio
con centinaia di altri che come lui
sperano, perché nessuno crede veramente al male.
 
Dopo che tutti erano stati pressati all’interno del Krematorium – circa 300 persone per carico – i cristalli bluastri di gas Zyklon (ciclone) B venivano spinti all’interno attraverso sottili fessure praticate sui lati ciechi del muro.
I granuli erano composti di polpa di legno o terra diatomacea impregnata di acido cianidrico.
Le esalazioni di acido cianidrico inibiscono la respirazione cellulare fino alla completa anossia, ovvero alla soffocazione delle cellule dei tessuti vivi. Il corpo che si è spento in questo modo si presenta rosso violaceo, livido, per l’eccesso di ossigeno inutilizzato dal sangue.
All’interno del Krematorium è buio, ognuno è solo nella circoscrizione sempre più piccola e deserta del proprio corpo.
Il buio amplifica il terrore. I nazisti provano piacere nell’annientare la compassione, ovvero le fondamenta della mia umanità, prima dell’animale del mio corpo.
I nazisti hanno bisogno della conferma che loro sono uomini e io no.
 
Pausa. Esperimenti su uomini vivi.
 
Questa è l’umiliazione insopportabile: mi hanno mostrato fino a dove posso strisciare per fame e terrore. Il male commesso da altri, il male fuori di me, era una visione incomprensibile che riuscivo a respingere. Istintivamente si è portati a negare quello che pure vediamo nitidamente.
Ma il contagio: il contagio è insopportabile. Il male dentro.
L’ossessione dei sopravvissuti è la quantità di male inoculata in se stessi, è la colpa per quello che noi stessi siamo stati capaci di compiere. Per il tozzo di pane che abbiamo sfilato dalle mani
del più debole. Per il triangolo di coperta che abbiamo fatto scivolare dalle spalle del nostro compagno, profittando del suo sonno cinereo. Così, diventavamo estranei a noi stessi.
Ma soprattutto, lo stato di ininterrotta violenza ha finito per suscitare in noi quello che veramente non perdoniamo. Più
che questa guerra sorda per le briciole, forse ancora pietosamente umana, sebbene fatta da uomini alti quanto fili d’erba, noi non ci perdoniamo
la nostra indifferenza verso il dolore e la morte degli altri.
Gli uomini per lo più sono sensibili. Se non lo sono, non li riconosciamo come uomini. Nemmeno più come creature vive. Nei campi di sterminio i fatti di eroismo e di solidarietà o di semplice compassione venivano immediatamente azzerati dalla uccisione del temerario. Dunque si era costretti in sé.
Le vittime umane erano indotte a non riconoscere come vittime umane le altre vittime umane.
Scomparsa la identificazione con il dolore dell'altro. Niente ci brutalizza più di questo ripiegamento primario. Niente ci rende più estranei a noi stessi.
Io non mi conoscevo in questa solitudine, in questa ermetica interruzione dell’anima. È una scelta. Alla quale siamo stati forzati. Ma è una scelta.
 
Pausa. Disposizione.
Ora i cristalli sono caduti a terra, dunque il fumo sale dal basso. Dunque i forti salgono alla cieca sopra i corpi degli altri per respirare.
Il carico impiegava circa 15 minuti a morire del tutto.
Ma tutti, per istinto, si gettavano verso le porte.
Il carico si dirigeva sistematicamente verso la fonte di luce.
Dunque quando riaprivano le porte del Krematorium la catasta di uomini e donne morti cercando aria e luce veniva giù come un precipitare di massi paonazzi da un camion che si fosse improvvisamente aperto per una buca nel terreno.
Molti restavano marmorizzati in posizione di sollevamento. 
 
Pausa. Apertura.
 
Dopo la caduta dei primi corpi si evidenziavano i bambini.
I bambini apparivano sempre alla base della valanga, sempre compressi sotto quella sconnessa piramide di corpi umani.
Spesso i padri erano montati al buio sui propri figli. Già quasi soffocati dall’angoscia e dal fumo, per respirare avevano premuto alla cieca i calcagni sulla faccia dei figli e i piccoli cadaveri presentavano delle lacerazioni. Alcuni riportavano sfondamenti del cranio o della cassa toracica.
Ma quasi tutti, grandi e piccoli, avevano ferite, perché nel buio avevano combattuto. I cadaveri perdevano sangue dalle orecchie, dal naso.
Lo sgocciolio del sangue dagli orifizi era il solo movimento in quell’asfissiato muro di corpi violacei.
 
Io potevo guardare perché ero morto, come ho detto. Prova.
Vieni a leccarmi il cuore, prova: rimarrai avvelenato.
 
Pausa. Sommossa.
 
Quando ha paura l’essere umano si svuota. Per esempio
quando sboccavano nello spogliatoio sotterraneo come una primitiva catena di morte, lì capivano cosa li aspettava: himmelweg, la via del cielo.
Ma una volta ci fu come un coro, il canto invase tutto lo spogliatoio: l’inno nazionale cecoslovacco e poi la tikka
e allora io improvvisamente decisi che volevo morire con loro, io d’improvviso per la forza del canto ritornai umano e finalmente
non compresi più la ragione della mia cieca
sopravvivenza
ma la mano di una delle donne mi fermò e la sua voce disse: no!, tu sarai il Testimone.
                                                                                                                                       Roma, 18 febbraio 2011
Nota. Nessun perdono.
 
A ogni apertura dei crematori si notava che intorno ai luoghi dove erano cadute
le pasticche di veleno rimaneva un vuoto irregolare. Noi
volevamo contrastare lo spreco di tutta questa bella carne che voleva vivere come l’albero
vuole vivere. Ma quelli erano impassibili: guardavano e basta
mentre la vita degli altri come cataste di alberi
bruciati vivi si consumava sotto i loro occhi e – sa, la legna umana brucia molto bene. Restano angoli di
    rigidità dove filtra il vento
e il fuoco prende
alle spalle e i tendini del mio collo si erano quasi
rotti a causa di uno sforzo per il quale il mio corpo non era fatto: la mia azione è
meccanica, secca, militare: io sono
come malato, in posizione di difesa tra mucchi
di spazzolini, occhiali
e capelli di donna stesi ad asciugare. Sì, in principio avevano pensato
di utilizzare completamente i corpi: i capelli venivano tessuti; della pelle facevano
paralumi e fodere
di poltroncine per gli alloggi
degli ufficiali. Un piccolo vezzo
di conservazione – sa, come del maiale, che
non si butta niente: neanche i denti, le ossa (era noto già allora che la complessione
umana reagisce come quella del maiale). Le nostre ossa
erano concime. Ma alla fine non si sapeva che fare di tutti
quei paralumi e così
ci bruciavano, con la pelle e tutto. Io
non potevo più credere che questo
fosse comunque umano. Dunque sono più cieco di un oggetto,
mi sono fatto
cosa: – spazzolino, matita, portafogli. Solo
in certe notti
io subisco quel buio senza uomini, io penso ancora:
sono l’ultimo ebreo, ora aspetto
mattina, ora aspetto i tedeschi, questa specie mortale.
 
Ecco. Vi vengo incontro. Di pari passo. Primo Levi. Häftling (pezzo) 174 517. Funzionante.
 
 
Roma, 16 marzo 2011

Nuovi Argomenti n. 72 (10-12.15)

Grappoli di pere con piccoli spacchi
 
Penso che con questo magnifico sole freddo l'unica cosa ragionevole da fare sia argomentare intorno a piccole pere verdi dopo averne osservato nei giorni lo strutturarsi e il gonfiarsi in forme che si presentano come di consueto tondeggianti in basso (che è verso la gravità della terra) e allungate verso la cima (che è dove pendiamo dal ramo).
Ogni piccolo fiore, se non cade per la stanchezza del ramo – che riesce a portare a compimento solo i più robusti tra i propri frutti – e se non viene trascinato dal vento sulla terra – che origina una vita simile a se stessa solo dalla matrice dei semi, mentre dall’altra materia organica produce differenti specie di larve – asciuga lentamente e si traduce in frutto.
La buccia – fredda,
liscia e lucente – a volte cede alla secchezza dell’aria invernale e si forma uno spacco – i bordi del quale
anneriscono con il trascorrere dei giorni e delle notti a causa dell’ossidamento del ferro contenuto nella polpa.
Osservando nella ferita
si rivela il vivo della polpa, granulare e bianca come la traccia dei morti.
Nella pera c’è un cuore molto bianco che in realtà rimanda alla nostra morte
e allo splendore (conseguenza del male che lo precedette e che è anche già stato
lavorato
– ma tu sei giovane e hai ancora tempo da perdere col dolore
– oh, vorrei anch’io subire ancora l’offesa della giovinezza!)
Intorno a questa traccia c’è la ruggine, che possiamo considerare come la parte del corpo vivo che ha reagito all’aria, come la scia di una emorragia nel passaggio che avviene tra regno (dei vivi) e regno (dei morti).
Raramente infatti passiamo intatti dall’essere una pera liscia e impassibile a essere una pera parlante cioè dotata di ferita aperta.
Tutto quello che possiamo immaginare avvenga al di là dei sensi nella formazione della pera, esorta a una serena pulizia dello sguardo, esorta a eliminare il superfluo e le scorie mentre si forma l’agglomerato dolce che diciamo frutto.
Ma alle volte, come vale per tutti gli altri frutti, avviene che il biancore sia insidiato dalla fame di un essere vivente. E la pera serenamente ospita il suo ospite – che si nutre di lei e della sua bianca morte – così com’è, illuminata dalla gioia del ridicolo.
 
Roma, 9 novembre 2009
 
Poniamo il caso della gratitudine
 
Chiamiamo A il donatore.
Chiamiamo B il destinatario del dono.
A cammina verso la casa di B portando in dono a B una cosa severa, concentrica e importante: qualcosa
di equivalente a una possibilità di dilatarsi, a un liquido per la compassione
e per ciò A sente il petto come una nave ferma nella luce.
A prevede la gioia che darà a B, anticipa l’abbraccio che solleverà ciascuno dei due amici più in alto di se stesso quando è solo.
A si avvicina alla casa di B e sorride da solo.
A non sa che nella bocca di B si è formata una sacca di silenzio, dura come la capsula di un dente, infetta come la sua inattesa
suppurazione. Niente ha ancora guarito quel male. Non i ragionamenti sulle opportunità. Non l’amore che, dopo, è venuto a salvare: se l’amore non salva e non guarisce, se l’amore può solo indicare
la direzione. Ora
o mai più: dove puntava
la scaglia d’oro dell’unica freccia. La tua vita è quello che mi hai fatto. Lo splendente disastro
che hai fatto
di me. Un follicolo inerte
che ha manifestato il suo sorriso
una volta. All’insaputa di A nella bocca di B si nasconde una infermità: sulle salivari
di B preme una ghiandola di fallimento
la cova velenosa di un ascesso.
A non sa che il cuore di B è una bilancia e che B ha mandato a memoria il minuzioso elenco degli oggetti dati. Tutto il cuore di B è in abbandono. Questo è senza rimedio. Questo fossile nel mio petto sanguina
le sue pareti colano rimpianto. Il bene che mi porti è solo eco
del mio amore perduto. Io sono della specie
che non dimentica – dunque
perde natura. A non sa che B è incapace di privarsi di qualcosa e poi dimenticare, di trasformare tutta la mancanza in combustione.
Dunque B non riconosce la gratuità del dono e nel dono di A legge una inumana perturbazione
e una cruda, una acidula affermazione di potere
da parte di A. B intravede l’aguzzo di una chiglia che separa la calma del mare. Ci è voluto
tutto il mare, per coprire la solitudine di B. Così, avviene che:
1. B allontani con rancore A dalla propria casa, B si disfi con violento disprezzo di A, che lo ama; 
dopo avere smantellato l’ingombro del dono di A, B si impegni nel denigrare A per affermare la propria libertà dal bisogno che il dono di A gli ha rivelato.
A ha involontariamente dimostrato di sapere cose sul passato di B che B non vorrà conoscere
mai più. B sa che adesso è tardi per l’amore. B rimarrà fedele alla siccità. B ha posato una copertura nera senza fiamme dove stava
tutta la fioritura.
Il silenzio del cuore rassicura B. Il nero gotico delle albe, la spelonca vuota, il muto
concerto dei morti. Il vuoto è privo di contrasto: una completa assenza di contrasto
circola nella linfa dei fantasmi. Il fantasma ha espressioni circolari.
Il fantasma è soggetto come un arbusto di dolore al sole incostante del capriccio di B.
B non mette nella bocca del fantasma il tralcio aguzzo della parola: l’esca viva.
La parola farebbe sanguinare anche il fantasma.
B mette nella bocca del fantasma una ruota bianca di silenzio.
A vedeva i fantasmi di B stretti e muti sul cuore di Buio.
Uno scenario esangue.
A è composto di fango e di pastura. A è del tutto
compromesso con la vita. Il suo cuore è un fattore algebrico sanguinante. Rosso come un’appoggiatura patetica. Ogni vita lo culla e lo tradisce. A prova rabbia, umiliazione, gioia e spavento. Canta, piange, è soprattutto nascente. Germinativo.
Amore porta in dono Amore. Amore
porta nudità
trasparenza e umiltà di Amore. Niente altro.
Da principio Buio ammirava il perpetuo devolversi di Amore. Prima che la moltiplicazione di Amore cominciasse a manifestare la sottrazione di Buio.
Scacciando Amore con malanimo Buio richiude la crepa, asciuga la paurosa infiltrazione del sangue, quel profumo di nettare che piegherebbe il capo sulla terra e piegherebbe le ginocchia
nell’odore dei tigli, riconferma un’avara superiorità sul proprio deserto:
scempio, se vogliamo chiamarlo col suo nome. Buio non desidera desiderare. Buio non intende essere turbato
dal vano impulso alla generazione. Buio, dopo quella notte
di impassibili mantici di sangue rovesciati
a sfiatare nel buio
esoterico dell’isola, dice a se stesso che a generare sono buoni tutti
i pedissequi e gli inetti, triste animule prive
di libertà e coraggio, spiriti facili e senza spessori
che si tirano dietro il mondo
secondo la legge
di attrazione dell’ovvio. Giogo della natura. Niente di più insipiente.
Buio si ritiene molto esotico. Buio dice che solo Buio è veramente libero. A questo punto A dovrebbe morsicare B con sapido trasporto
e mostrargli il sedere. Ma qui si vuole dimostrare
come perdonare una ingratitudine.
Sembra niente ricevere un dono ed esserne grati. La vita, per dire. E invece. Così avviene che:
2. Spaccato il primo guscio di dolore
tutta la cera del cuore di A venga accesa da una compassione per il cuore di B, così privo di questa compresenza ronzante e buona
di fiori e api, della plastica altezza
della fiducia. A piange per il petto di B che ospita un sordo
magma – e così
definitivamente solo. Dunque:
1. A non ha smesso di amare B. Eppure
2. B non smetterà di essere solo.
 
Buio ha appena richiuso la porta alle spalle di Amore e per un breve istante dice questo. Poi dimentica.
Detto di Buio:
 
Amore, se spacchi il mio cuore con il tuo dono intravedi le tracce
della vita che lo attraversava. Questo è senza rimedio. Via da me questo scempio! Vattene, lasciami rimarginare: questo fossile sanguina
nel mio petto – tutto il costato cola dall’interno
il suo rimorso – stalattiti di lacrime ghiacciate
da quell’ultima notte di modestia, quando ero
ancora così docile
devoto
e naturale da ricevere tutti i tuoi baci
come una logica consolazione. Con quale senso di opportunità e di cosa ben fatta io ricevevo
in tutto il corpo la consolazione dei tuoi baci. Allontana da me
il graffito di bestia del tuo nome: l’incisione che sgocciola
sul piatto
un tatuaggio di diavoli e di angeli
compenetrati. Allontana da me!
questa incoerente liquefazione, questa tardiva attesa, questa impressione di meritare ancora
la feroce bellezza della vita: disattenta
e incostante. Lo vedi: il risultato di ogni cosa
è che muore. Solo il lutto è rassicurante
e perfetto. Divino. Solo il lutto
è immutabile e fedele. Tutto il bene che porti è buia eco
del bene perduto. Disamorata eco. Niente regge il confronto con il morto.
Il Dio morto, il Dio vero, il Dio divino, il più Dio
di te, Eros, indecoroso caprone! Mendicante! Sei un’infelice emorragia di nuvole, il groviglio di un parto di bestia
che sfonda gli sterpi. Membra insolenti, zampe che affondano in quote di fango, striscia di sangue
sulla pelliccia, versamento di organi vivi
dall’interno del corpo: fertilità che prova
la prevaricazione di una specie dannata. Sei l’indugio che non permette al morto di morire, il picco in basso della sua idiozia. E quello urla e non ha più giustizia. Non riconosce il ferro della legge. Stacca! dalla lingua del morto il residuo fetale
della combustione di un melo
che fu nutriente. La mia lingua era tutta fiammeggiante. Stupido, ridicolo, languido
amore: tutto tremante, tutto sospiroso, tutto illuso di essere vivo. Vattene, lasciami rimarginare! Chiudi la terra! Chiudi l’imboccatura alle tue spalle. Mondami! Tutte le rose hanno esasperato il loro male
sul mio corpo soggetto
alla rosa letale
del tempo. Vattene!
e io dimentico. Io non sono più vivo.                                                                          
 
Roma, 1-3 giugno 2011

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