Interviste

"A casa del poeta" (settembre 2018)

Fabrizio Buratto a casa di M. Grazia Calandrone per dire di poesia, politica, social e realtà

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Affari italiani 17.10.19

intervista di Ernesto Vergani

Si intitola Giardino della gioia (Lo Specchio-Mondadori) l’ultima raccolta in versi di Maria Grazia Calandrone. La poetessa, drammaturga e giornalista romana ci restituisce un’opera articolata, una sorta di sintesi della sua poetica capace di spaziare dal verso alla prosa. Allo stesso modo assistiamo a una scrittura che sa declinare il privato in collettivo, forte di un impegno che si focalizza su temi precisi: la complessità dell’amore, la molteplicità dell’io, soprattutto «ricordare che siamo un impasto tragicomico di bene e di male», dice Calandrone. Un tema, quest’ultimo, che detta anche il passo della sezione più originale, sostenuta da una ordinaria e tragica cronaca quotidiana, dove il registro diventa cronachistico e a parlare sono le voci di omicidi, criminali, artefici del male e di una deriva che talvolta – paradossalmente – nasce da un bene.

Il suo è un libro dedicato alla gioia, ma per niente consolatorio, mette infatti in evidenza quanto sia difficile “esporsi” anche alla felicità. Quali sono i rischi dell’amore?

Innumerevoli, limitandoci al dettagliato elenco scritto nel libro: mia figlia, di nove anni, sostiene che il rischio sia l’ottimismo eccessivo; Dante, che il rischio sia il venire fraintesi; Sabine Spielrein che il pericolo sia la perdita dell’io.

Io credo che il pericolo dell’amore coincida con la libertà radicale di perdere finalmente sé stessi. Finalmente e spaventosamente. Perdere sé stessi al punto di non riconoscere più i propri gesti e le proprie parole. Le lettere d’amore sono ridicole, scrive Pessoa. Tutti noi, innamorati, facciamo e diciamo cose ridicole, che però sono la nostra salvezza dall’abitudine e dall’asfissia dell’io.

L’amore è un terremoto che non ci lascia quelli che eravamo prima di essere travolti. Ma quella che resta in piedi dopo l’uragano è la parte più vera di noi.

È molto originale come nella prima parte, la dimensione più affettiva – a tratti lirica – a un certo punto converga nelle sezioni successive dove si entra frontalmente in certa tragica e spietata contemporaneità. Qual è la funzione della poesia oggi?

Dire la verità e ricordare che siamo un impasto tragicomico di bene e male. Questo libro vuole essere un promemoria sulla privata mostruosità e anche grandezza di ognuno di noi. Per ottenere il rispecchiamento del lettore attraverso la mia persona, mi sono messa per la prima volta nei panni degli assassini: alcuni disperati, altri spietati. Alla lettera: «organismi disabitati, luoghi deserti / dall’apparenza umana», persone completamente incapaci di compassione. L’ho fatto per comprendere, per indagare le sconosciutissime radici del male «e vedere di nascosto l’effetto che fa», se vogliamo alleggerire il tema con le parole di Enzo Jannacci. E l’effetto è francamente devastante.

Può accadere a tutti, che la potenza eversiva dell’amore si rovesci nel proprio contrario.

Nel suo libro tutto ci dice quanto siamo e possiamo essere solo nell’altro. È così?

Sì. Se l’altro non esistesse, non avremmo la meravigliosa opportunità di smettere, per un poco, di essere noi stessi e diventare, appunto, l’altro da sé.

Come è nata l’idea di dare al testo anche un taglio “cronachistico”?

Da qualche anno provo molto imbarazzo nell’estetizzare eventi particolarmente drammatici. Affrontando il tema della Shoah, nel febbraio 2011, ho compiuto per la prima volta una virata decisa verso la cronaca: mi sono rifiutata di sublimare, ho deciso di dire le cose come stanno, riportando parole di testimoni. Il sottotitolo del “poemetto” Verba manent, nato dalla visione di un lungometraggio sulla Shoah, è infatti, esplicitamente: «meditazione sulle parole dei testimoni in Shoah di Claude Lanzmann».

Allora – mi si potrebbe chiedere – perché queste parole si trovano in un libro di poesia? All’ipotetica domanda rispondo che la poesia, per me, è mondo che prende la parola. In certi casi, decido dunque di lasciare al mondo la sua voce e limitare il mio intervento a comporre le frasi degli altri in maniera suggestiva, evocativa, indicativa. Utile, perché anche solo lasciar annegare quelle frasi nel bianco della pagina, stampata dentro un libro di poesia, serve a staccarle dal brusio di fondo della cronaca, le incide nella nostra memoria.

Lei scrive: “Siccome nasce,/come poesia d’amore, questa poesia/è politica”. Qual è l’essenza politica dell’amore?

Ogni nostra azione, ogni piccola scelta quotidiana, tanto più quella delle parole che adoperiamo, è politica. La mia affermazione vuole anche richiamare la strategia politica al proprio fondo etico, di amore per la cosa pubblica e comune.

Inoltre, l’amore tra persone ci costringe ad accorgerci dell’esistenza di un altro. E l’esistenza dell’altro, che amiamo, è il primo bagliore del mondo, che ameremo.

La sua poesia è attraversata dal corpo, c’è molta fisicità e adesione alla vita, c’è attenzione all’altro e c’è una memoria della bellezza che pare essere nostra gioia ma anche pena. Che cos’è la bellezza per Maria Grazia Calandrone?

Quello che basta.

Se guardiamo il viso di una persona amata, siamo completi. Al posto giusto, nel tempo giusto. Mai sazi e, nello stesso tempo, pieni dell’ammirata malinconia del tempo che trascorre e del ricordo di una perfezione irraggiungibile, come è scritto nell’ideogramma giapponese di amore, che riassume la capienza assai piccola della nostra persona di fronte alla vastità appunto fisica del sentimento.

Se guardiamo uno spettacolo naturale, o la luce di una vetrina, che ci fa sentire “a casa”, siamo nella bellezza, cioè in un’identica pienezza amorosa.

La parte finale del libro è interamente dedicata ai rari momenti nei quali ci accorgiamo di essere vivi e della luce segreta del mondo, al puro esistere. Ovvero lo stupore per la bellezza che abbiamo ancora la fortuna di poter osservare. Ogni giorno.

Lei è autore, performer, giornalista e molto altro, soprattutto fortissima lettrice. Quali sono i suoi autori?

Tra i poeti: Dante e i poeti russi della rivoluzione, perché i testi di questi autori sono sospinti direttamente dall’energia propulsiva della storia. L’esilio, la rivoluzione, i grandi mutamenti sociali e politici, danno letteralmente fuoco alle parole.

E poi, seguo ogni volta con apprensione la ricerca esistenziale di Giorgio Caproni, il suo approdo all’ironia lieve, alla «disperazione calma» del viaggiatore che si congeda.

Naturalmente, la mia poesia si nutre di ogni genere di lettura, dai saggi scientifici ai quotidiani, che non mancano mai sulla mia scrivania.

Qual è la sua gioia?

I momenti nei quali sono accanto alle persone che amo e le so serene. Pur nella difficoltà del nostro mondo, ci sono delle oasi di straordinaria purezza, per le quali sono profondamente grata. La gioia è una costruzione quotidiana, sta soprattutto nel moto e nella direzione che imprimiamo al nostro tempo su questo stortissimo, stoltissimo e bellissimo pianeta.

Giornale di Brescia, 18.6.19

La poesia come impegno civile (LibriNews, 3.5.19)

Ricordo che, quando la vidi la prima volta, pensai subito che non potesse che essere una poetessa. Tutto in lei esprimeva poesia: lo sguardo, la postura del corpo nello spazio, quei suoi capelli che a me ricordano il carbone di zucchero che da bambina trovavo nella calza il giorno dell’epifania.

Incontriamo oggi Maria Grazia Calandrone, una delle voci più autorevoli e interessanti della scena poetica contemporanea, italiana e non solo.

Agli antipodi dall’immagine stereotipata della poetessa chiusa nella sue ‘stanze d’alabastro’ isolata dal mondo, Maria Grazia Calandrone è poetessa, drammaturga, artista visiva, performer, autrice e conduttrice per Radio 3 Rai (Qui comincia, Alfabetiere Poesie e Poesia in technicolor), firma del “Corriere della Sera” e de “il manifesto”, curatrice di una rubrica di inediti per il mensile internazionale “Poesia”, regista del ciclo di interviste «I volontari» (un documentario  sull’accoglienza ai migranti) e del videoreportage su Sarajevo «Viaggio in una guerra non finita», docente di laboratori di poesia nelle scuole, nelle carceri, con i malati di Alzheimer e volontaria nella scuola di lettura per ragazzi “Piccoli Maestri”.

É il suo credere fortemente nel senso e nella funzione etica della poesia a spingerla oltre la sola attività della scrittura, in un costante impegno di divulgazione della poesia, che la porta soprattutto nei luoghi dove essa avrebbe più difficoltà ad arrivare.

Non dall’isolamento, dunque, prende corpo la sua poesia, ma dall’immersione nel mondo, dall’esposizione al contagio con la realtà, dal vivere. Anche nelle sue liriche più intime, l’IO non si erge mai a protagonista ma, spinto dalla compassione (concetto caro all’autrice), si fa strumento e filtro di una voce corale, la voce della comunità umana. Per l’autrice, il dato biografico è poco rilevante se fine a se stesso. Scrive infatti: «La scrittura di ognuno credo attinga alla vita, ma soltanto per essere vera: come da un magazzino, per fare di sé un archivio disponibile di esperienza viva al servizio delle vite di altri e, meglio ancora, della interpretazione della storia e del mondo» (A. Zorat, «Semicerchio», a. 16, n. 46, gennaio 2012).

Una costante nell’opera poetica di Maria Grazia Calandrone è proprio l’attenzione per le vicende umane, siano esse i grandi eventi storici e sociali (dalla guerra di trincea ai disastri di Hiroshima, dagli eccidi di Guernica, Marzabotto e Sant’Anna di Stazzema, alla cronaca della Thyssen) o i piccoli e grandi drammi delle singole esistenze. Vicende raccontate attraverso l’identificazione che, come l’autrice afferma, ha il «duplice senso di “individuare” (identificare un individuo) e di “diventare” (sentire i sentimenti di un altro): il sentimento della compassione, che oggi piace chiamare empatia, non viene messo in moto dai grandi numeri: è necessario osservare, avvicinarsi al dramma di una singola esistenza, affinché ricordiamo che ognuno di quei numeri è un particolare e reale e concreto essere umano: con i suoi oggetti, il suo odore, i suoi affetti, le sue malinconie, la sua memoria, i suoi lampi di gioia e le sue certezze. Il poeta è “utile” a individuare e riconoscere il singolo nei grandi numeri».

Se nella poetica di Maria Grazia Calandrone a prevalere è il concetto, non meno importanza riveste la cura per la parola e il linguaggio, che incidono sulla realtà con la precisione di un bisturi. Mai semplici e mai banali, i versi si nutrono di parole visionarie e al tempo stesso fisiche. Il corpo, la carne (non a caso ho citato il bisturi) ricorrono frequentemente, in un lessico che a tratti attinge a un solo apparentemente impoetico vocabolario medico-anatomico: «anatomia»,  «auscultazione», «anestetizzati», «cauterizzare», «dissezione», «articolazione», «batterico», «blocco operatorio», «camera ovarica», «corticale», «cresta iliaca», «placca calcarea», «tissutale».

La lettura delle poesie di Maria Grazia Calandrone è un viaggio periglioso ma affascinante attraverso le profondità di un linguaggio alto e altro rispetto a quello che ci appartiene e che padroneggiamo, che ci trascina fuori dalla nostra comfort zone; una lingua straniera, viva, che continuamente sembra rinascere, destrutturarsi, rimodellarsi.

1. Quando e come hai compreso che la poesia è la tua “lingua madre”?

Al ginnasio, ascoltando il “Notturno” di Alcmane letto dalla mia professoressa, Paola Moretti, che si rivelò poi essere notevole autrice di teatro. Dici bene parlando di “lingua madre”, perché la sensazione fu proprio quella di una casa, di un mondo familiare che volevo tornare ad abitare.

 2. Per la tua ultima raccolta poetica hai scelto un titolo impegnativo, “Il bene morale”. Quanta fiducia nutri nella capacità dell’essere umano di compiere il bene con le proprie azioni?

Credo che compiere il bene sia una scelta. Ci troviamo quotidianamente davanti a una lunga serie di bivi: sta a noi scegliere tra il nostro fascismo naturale e il bene. Giardino della gioia, il libro che uscirà a settembre, insiste proprio su questo nostro contenere ogni bene e ogni male e, dunque, sulla nostra continua responsabilità. Aggiungo solo che l’etica, la «legge morale» non è un peso, è armonia tra le parti di sé e tra io e mondo.

3. Che ruolo possono/devono avere i poeti e la poesia nella società odierna?

I poeti, in un momento politicamente e socialmente così duro, credo abbiano il compito di fare da controcanto all’odio e alla paura che quotidianamente ci vengono inoculati. «Sette» della scorsa settimana titolava Vi amo tutti, a segnalare i primi sintomi di stanchezza collettiva per la rabbia sociale e i nemici immaginari contro i quali veniamo (anche materialmente, purtroppo) armati.

4. Tu sei una poetessa, una donna, molto attiva e impegnata. Fra le altre cose, porti la poesia all’interno delle carceri, nelle scuole e fra i migranti del centro Baobab. C’è una condizione che, a mio parere, accomuna carcerati, bambini e migranti: l’assenza o limitazione della libertà e dell’autodeterminazione. Come viene accolta in queste circostanze la poesia e che funzione può svolgere?

Anche in quei luoghi la poesia non è solo un luogo di libertà e immaginazione alternativo alla condizione concreta, ma la sottolineatura della parte invisibile di quella che chiamiamo “realtà”. Se impariamo a essere sensibili a quella parte, invisibile e collettiva, possiamo diffidare dei confini, mentre lottiamo per abbatterli. Nelle carceri, in particolare, la poesia ha il valore profondo di messaggio lanciato oltre le sbarre, all’indirizzo delle persone amate, per dire loro quello che le parole comuni non arrivano a dire. In questa pagina ci sono video e articoli nei quali descrivo più nel dettaglio alcune di queste esperienze.

5. C’è un “nocciolo profondo”, un episodio, un dolore, un sentimento, un concetto, che hai provato ad esprimere attraverso la poesia, senza riuscirci?

No, non mi pare. Mi sembra di aver compiuto un percorso verso la chiarezza. Ma, di certo, domani vorrò essere ancora più chiara…

6. Nel salutarti e ringraziarti, ti chiediamo un ultimo regalo per i lettori: una tua poesia a cui sei legata in modo particolare.

Grazie a te e a voi per l’ascolto. Vi copio una fra le ultime che ho scritto, che mi pare riassuma in maniera appunto chiara buona parte di quello che ho imparato, fino a oggi:

P – Persona

«Una persona è quello che rimane quando è lontana», questo
l’ho già scritto. Io sono qui
e ti manco, perché ricordo
solo quello che fa bene
ricordare: ho setacciato l’oro
dalla mia vita, l’oro della sabbia
dell’infanzia, quando mia madre mi portava al mare e guardavo per ore
come luccica il mare dai promontori. Non serve ricordare
quando l’amore si trasforma in mostro. Non serve ricordare
quante volte io sono già morta
mentre ero viva. Non serve ricordare
l’abbandono. Una persona è quello che contiene
dopo che la vita
ha lavorato il legno della vita
fino alla midolla, fino a farne una barca leggerissima
che tiene il mare
sotto qualunque cielo. Io ricordo soltanto
il luccicare a perdita d’occhio
della mia vita. Se guardi bene,
vedi una cosa viva. Se guardi bene,
vedi che adesso finalmente sono
solo viva.

Roma, 31 dicembre 2018 

L'arte è la forma di un'idea che si muove

Nato come progetto di tesi presso l’ISIA di Urbino, il corto di Virginia Gabrielli è stato selezionato da diversi festival italiani e internazionali: Animation Block Party di New York, Milano Film Festival, Sedicicorto International Film Festival di Forlì, Short Film Fest San Giovanni di Pesaro, International Animated Film Festival ReAnima di Bergen e Cut Out Fest International Animation and Digital Art Festival, in Messico. Le dichiarazioni in apertura sono di Maria Grazia Calandrone.

guarda

 

Che cosa mi aspetto dalla critica (il verri 2.19)

Della critica m’interessa l’intuizione folgorante, che svela e lega la posizione dell’autore esaminato al sistema-mondo, per me inseparabile dal sistema-letteratura.

Ho imparato che le poetiche e le scuole di pensiero sono la traduzione organizzata del proprio temperamento e della propria occasione storica e sociale, nonché della propria collocazione geografica. Io stessa, se fossi sudanese o inuit, scriverei tutt’altro e sarei un’altra persona. Ma dell’ultima parte della frase sono solo parzialmente certa.

Penso (e pratico) la critica letteraria come un’operazione creativa non autonoma. Ammesso che si possa affermare l’autonomia di qualsiasi opera creativa. Nel caso della critica letteraria, il debito con l’opera dalla quale deriva è semplicemente più diretto e direttamente chiaro. Ogni critica comincia dove finisce il lavoro di un altro. Ma anche questa evidenza è sempre più scivolosa: la critica letteraria, come quella sociale e addirittura politica, è spesso impastata alla prosa letteraria o alla poesia (i poeti, in realtà, si sono sempre presi la libertà di rispondere in versi, spesso caustici, ai loro critici).

Non direi dunque che la critica sia morta, direi piuttosto che i generi letterari – anzi, artistici – come noi siamo abituati a pensarli, stiano sempre più confluendo gli uni negli altri e tutti in una sempre più vasta e confusiva «socialità».

Sono gli effetti della recente rivoluzione digitale, ovvero del chiacchiericcio globale, del tempo rotto in segmenti traslucidi, della perenne raggiungibilità individuale e della disponibilità e semplificazione di strumenti – per esempio i programmi di montaggio cinematografico – fino a qualche anno fa destinati ai soli esperti. La nota nuova democrazia apparente, anche pericolosa, anche esasperante – ma, a mio parere (poiché tanti anni fa ho preso con me stessa l’impegno politico di sperare), bella officina di futuro.

Come sempre, il mondo cambia più velocemente di noi. Come sempre, tendiamo a fare resistenza. Oggi assistiamo a molti spettacoli nuovi: insieme agli spostamenti in massa di persone, che cambiano la geografia del pianeta (e, per la prima volta, rivelano davvero noi ai noi stessi della mia generazione), vediamo i rivoli di letteratura, cinema, serie televisive, poesia, politica, critica cinematografica e letteraria, convergere in un grande intreccio di contenuti dal quale probabilmente emergeranno nuove arti. Ovvero quello che noi umani saremo capaci di inventare per (ri)scoprire quello che già esiste e già sappiamo, sapevamo, addirittura sapremo.

Naturale che, accostandomi alla critica con le aspettative appena descritte, perché io cambi opinione su un autore, devo fidarmi della visione del mondo di chi scrive il pezzo critico. Per me è sempre questione di rapporto tra persona e persona, di relazione fra intelligenze e sensibilità. E questo è tanto vero che mi è capitato di cambiare opinione sul mio lavoro, leggendo quanto ne era stato scritto. Dunque sì, è avvenuto che la critica abbia modificato la mia percezione della mia opera, mi abbia rivelato l’«ultrasuono» al quale ero paradossalmente sorda, pur avendolo nominato.

In poesia, come in politica, esiste un governo (quello poetico essendo sfumatissimo, labile, provvisorio, presunto, dovrebbe legiferare per induzione, più che per proclami) ed esiste un’opposizione. Per essere più esatta, il governo riconosce sé stesso quando l’opposizione monta.

Poiché richiesta del mio particulare: non sono né tra quelli che si arroccano perché sentono vacillare i pilastri del proprio mondo, poiché il “mio mondo” è estremamente mobile e proteiforme, sconosciuto soprattutto a me stessa – né figuro tra gli iconoclasti, perché non esiste niente di sacro da fare a pezzi. Tanto meno la scrittura, verso la quale provo fiducia, gratitudine e curiosità.

Imparo infatti quotidianamente moltissimo dalla scrittura, la accompagno e mi lascio accompagnare, procedo per tentativi ed errori, sono alla continua ricerca di non so cosa, ma archivio immediatamente quel che ho imparato a fare, non ho mai scritto un libro uguale all’altro. Detto questo, gli elogi mi imbarazzano. Quanto alle stroncature, mi è dato sapere di averne ricevuta una sola, una canzonatura «social» del mio atteggiamento nei confronti della poesia, definito «buonista» ed «ecumenico». L’ho presa male, perché la pubblica accusa contraddiceva la lusinga privata. Non credo avrei nulla da obiettare a qualsiasi obiezione critica ritenessi seria e serena. Forse in futuro avrò modo di scoprirlo.

Desidero concludere raccontando quello che ho imparato nei dieci anni di laboratori di poesia fatti nelle scuole, dai bambini delle elementari agli “anziani” liceali: la critica deve venire dopo.

La prima cosa è far saltare fuori dalla tavola autoptica della pagina il corpicino alieno della poesia, gettare i ragazzi nell’acqua viva dei testi, e, soprattutto, poiché la poesia è musica fatta con le parole, è necessario far suonare le parole, è necessario che i ragazzi le leggano insieme, ad alta voce, perché la poesia risulti cosa viva e a loro vicina, un oggetto come gli altri, di uso quotidiano. Dunque che i ragazzi la adoperino, che la sporchino, la storpino, che se la rilancino in tre dimensioni come un rosso pallone sonoro, che la dedichino e, alla fine, provino anche a manipolarla in prima persona, descrivendo magari oggetti, più che gli scivolosi sentimenti, e confrontando i risultati in un gioco collettivo privo di giudizio, affinché avvenga un contagio delle idee, dei risultati e degli azzardi. Non perché tutti diventino poeti, ma perché stare accanto alla poesia mi pare un modo direttissimo di essere liberi. 

Treccani Channel (Matera, maggio 2018)

un progetto di Silvana Kuhtz

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poesia come democrazia ("affaritaliani", 16.7.18)

in occasione del premio Cetonaverde Poesia il direttore di "affaritaliani" Angelo Perrino ha intervistato Guido Ceronetti, Maurizio Cucchi, Milo De Angelis e  Maria Grazia Calandrone

guarda l'intervista 

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