Costanza Lindi intervista MGC per UmbriaPoesia (6.11.16)

Costanza Lindi intervista MGC per UmbriaPoesia (6.11.16)

Nella tua attività poetica, come hai dichiarato più volte, affiora una forte premura etica palesata in un tentativo di diffondere la poesia anche tra i giovani. Quanto questo tipo di pubblico si è reso accessibile e aperto nei tuoi confronti?

Che i giovani siano accessibili o meno dipende solo da noi. Il mio compito è facile: arrivo nelle scuole come l’ospite, la vacanza dalla routine scolastica – e questo, per quanti pregiudizi i ragazzi abbiano nei confronti della poesia, li bendispone nei confronti del paio d’ore che passeranno in mia compagnia. Credo che siano sorpresi dall’evidenza di una insospettabile vitalità: i poeti che escono dalle pagine e acquistano la terza dimensione, sono corpo e volume di corpo, sono immediatamente interessanti perché umani e vivi, normalmente piuttosto intelligenti. Meglio ancora se hanno figli e dunque non si scandalizzano di niente!

La poesia si fa quindi mezzo di comunicazione e di comunione. In un’intervista affermi che lo scopo principe della poesia sia quello di creare compassione, un sentire insieme fino a creare una comunità umana che si incontra nella poesia. Quanto di questo impulso etico a tuo avviso, nella poesia contemporanea, è realmente applicato oggi?

Comunione, l’hai detto benissimo. In senso totalmente laico. I poeti, come la maggior parte degli artisti, tendono all’autoaffermazione. Per fortuna il mio modo di autoaffermarmi include il mondo, quella che tu opportunamente definisci “comunità umana”. Non credo che questa sia stata l’inclinazione dominante della poesia moderna. La contemporaneità, però, sta imponendo ai poeti l’esistenza del mondo, con i suoi drammi e i suoi mutamenti, sempre più rapidi, evidenti e colossali, dunque proliferano le iniziative di poesia come ascolto dell’altro e del mondo, come identificazione, dedica e omaggio e non più sterile esercizio di stile o lagno dell’io egocentrico e/o abbandonato.

Utilizzi la poesia sotto forme e mezzi molto vari per poter arrivare a tutti e nei modi più stimolanti. Pensando alla tua esperienza con Radio 3 o ai laboratori organizzati nelle scuole, quale tra i mezzi che utilizzi è a tuo avviso più efficace?

Ti rispondo che la poesia stessa è un mezzo per raggiungere l’altro. Un mezzo che amo, perché mi permette di scavalcare ogni forma e parlar chiaro, senza perdere tempo in fronzoli e beghe di ordine gerarchico, alla parte di ogni essere umano che è uguale a quella di qualunque altro essere umano. La poesia è trasversale e non conosce ostacoli di classe sociale, razza o genere.

La tua singolare esperienza con i detenuti di Regina Coeli ha generato in te qualche nuovo stimolo?

Regina Coeli e Rebibbia, ma soprattutto i minorili Nisida e Casal del Marmo, mi hanno confermato l’esistenza della indiscriminata e indiscriminante zona umana della quale parlo qui sopra. Non sono la sola a fare lavori del genere: Edoardo Albinati e Milo De Angelis insegnano in carcere – e insegnava in carcere anche Giovanna Sicari. C’è però un problema, che mi appare sempre più doloroso: noi portiamo (soprattutto ai ragazzi, che sono ancora in formazione) il seme di uno sguardo nuovo, la possibilità di un nuovo modo di stare nel mondo. E poi? Se i ragazzi non vengono seguiti, accompagnati, quando escono di galera, la possibilità che noi abbiamo offerto resta in loro come una spina nel fianco, la nostalgia di qualcosa alla quale non hanno accesso, tornando a vivere in un gruppo umano dove sparare, rubare o spacciare sono l’unico patto di convivenza. È dunque certamente necessario offrire loro accesso alla propria parte invisibile, ma anche un lavoro che li metta nella condizione di accedere alla suddetta loro parte invisibile anche quando ritornano a casa.

Nella tua raccolta “Serie fossile” (Crocetti, 2015) scrivi “Io cerco che la vita sia all’altezza del canto”. La parola si fa mezzo potentissimo nelle mani di esseri terreni, utile per raggiungere qualcosa di esterno a noi ma che sentiamo dentro e a cui riusciamo a dare voce solo tramite la lente del verso. La poesia è un mezzo, a tuo avviso, troppo grande per noi? Riusciremo o riusciamo, ad oggi, a sfruttare la parola esatta nella sua essenza?

Riusciamo a prezzo di un duro esercizio. Siamo sommersi, sopraffatti da una comunicazione completamente inessenziale. La poesia non è troppo grande, è l’area di silenzio che non ci è concessa e che non concediamo alla nostra vita. Il primo e più grave furto che la struttura sociale occidentale ha sempre compiuto – e ora compie più che mai – ai nostri danni è il tempo.  Viene sottratto alla nostra vita il patrimonio essenziale, costituente la vita stessa. La vita è fatta di tempo, la nostra vita è il tempo che ci è dato. Il resto, è conseguenza di questo furto primario: la mancanza di concentrazione, la distrazione fatta di comunicazioni ininfluenti e continue, l’ininterrotta interruzione del nostro contatto con noi stessi. La poesia serve a tenerci vicini a noi stessi, intimi con la nostra umanità, in un tempo lento, biologico, vero.

Sempre in “Serie fossile” parli di amore terreno, di limite umano pesante, un ingombro quasi. Quanto è dura questa separazione e quanto è duro farla conoscere?

Nell’innamoramento il limite umano scompare. Siamo noi alla massima potenza. Questo è il pericolo dell’amore. E della poesia che ne deriva.

La vita è altro (Qui Libri n. 38 11-12.16)

La vita è altro. Conversazione con Maria Grazia Calandrone
di Nadia Agustoni

Una conversazione intorno ai temi dello scrivere non è cosa semplice, in particolare con un poeta e tanto più se non è solo un autore di versi. L’intelligenza è curiosa, esplora e sa che il relegare la scrittura poetica in una zona/campo simile a quella dove decollano i deltaplani o il parapendio non rende l’idea del fare poesia, o forse si. I voli in jet sembrano appartenere ai best seller, ai romanzi in serie già prenotati due mesi prima dell’uscita e dimenticati molto presto, ma l’avventura autentica è proprio di chi prende dei rischi e richiede uno slancio. L’esperienza mi dice che spesso i libri di poesia hanno bisogno di tempo per essere assimilati. Un libro di poesia può sparire per anni e ricomparire all’improvviso. Nel frattempo è stato letto e riletto.

Maria Grazia Calandrone appartiene alla generazione scomparsa dei poeti, la generazione dei nati nei 60, in gran parte rimasta nell’ombra. Il suo è uno dei pochi nomi conosciuti. La poesia di Calandrone è complessa e nello stesso tempo rimane leggibile. Il verso è spesso lungo, con folgorazioni alla Whitman e lo stesso senso di unità del tutto. Un senso in cui la vita è ben oltre la pagina, oltre il canto, come nell’ultimo libro “Serie fossile” 2015 in cui è raccontato un amore e in cui il corpo e la luce, il corpo e la paura, costituiscono la materia continuamente evocata per darsi un mondo. Questa ri-novellazione prende atto di come l’umano sia caduta e nascita, ferite e splendore. Il continuum delle amanti, che Adrienne Rich avrebbe molto amato, non termina in una fine, ma in un ulteriore segno d’amore, lucido e chiarissimo come un tempo salvato da tutto.

“La vita chiara” 2011 propone diversi testi di poesia civile e dialoghi con il poeta persiano Hafez e con la mistica Teresa D’Avila. Parto da questi due libri per una conversazione con Maria Grazia Calandrone sullo scrivere, sull’insegnare e sul coraggio.

1 - Nel suo libro “La vita chiara” vi sono quattro sezioni, acqua, fuoco, terra e aria. I quattro elementi della vita sulla terra. Lei vi associa temi diversi, dall’amore in dialogo a distanza con Hafez, a poesie su eventi tremendi del 900, come le stragi di Marzabotto e di Sant’Anna di Stazzema. Le chiedo perché secondo lei quegli eventi ci interrogano ancora?

Tutto ci interroga, perché noi siamo del mondo. Un poeta viene interrogato, in particolare, dalle voci di quelli che non hanno voce – o non l’hanno più.

Credo fortemente al senso etico della poesia, alla sua capacità di tenerci nella comunità umana della quale abbiamo nostalgia.

Gli episodi di massacro, come questi che lei cita, vengono ricordati come monito, certo, ma non come lezioncina, bensì attraverso l’identificazione, nel duplice senso di “individuare” (identificare un individuo) e di “diventare” (sentire i sentimenti di un altro): il sentimento della compassione, che oggi piace chiamare empatia, non viene messo in moto dai grandi numeri: è necessario osservare, avvicinarsi al dramma di una singola esistenza, affinché ricordiamo che ognuno di quei numeri è un particolare e reale e concreto essere umano: con i suoi oggetti, il suo odore, i suoi affetti, le sue malinconie, la sua memoria, i suoi lampi di gioia e le sue certezze.

Il poeta è “utile” a individuare e riconoscere il singolo nei grandi numeri: prende in carico la voce dei testimoni e la rilancia, attraverso le sue parole, al futuro.

2 - Tutta la poesia è sempre “poesia civile” se non altro perché dà conto di esperienza ed esistenza che sono reali. Parlare di un fatto storico che ancora ci riguarda o intessere un dialogo con Teresa D’Avila, figura dell’obbedienza a una regola e insieme dell’essere oltre, ben radicata nella propria libertà, è un inscrivere nel mondo un disegno comunque diverso.

Ecco, vede, lo sa anche lei! Non a caso è poeta… La diversità alla quale fa cenno, credo sia proprio quella della comunità umana che ho nominato qui sopra.

3 - Scrivere poesia dopo Auschwitz, per Adorno, era immorale, ma ormai scriviamo in presenza di Auschwitz ogni giorno. Vediamo le immagini, spesso in diretta, di stragi, esodi, guerre. Nessuno, tanto meno chi scrive, può rimuovere queste cose. Tuttavia il nostro tempo è quello di una superficialità estrema. Suscita emozione la foto di un bambino annegato, ma tutti quelli che annegano dopo vengono ignorati. E’ possibile che ci si stanchi delle persone ferite? Che l’abitudine alle immagini ferite desensibilizzi?

Ian Mc Ewan, nel suo ahimé profetico Sabato, riflettendo proprio su questo argomento, scrive che siamo naturalmente portati a difenderci dalla gran massa di dolore che entra nelle nostre case ogni giorno attraverso gli schermi televisivi e i giornali, scrive che abbiamo a disposizione solo una certa quantità di compassione e che siamo costretti a selezionare alcune zone d’intervento, ad agire sul poco che ci è dato migliorare e dimenticare il resto, per sopravvivere.

Poiché voglio bene agli esseri umani, preferisco pensare che si tratti di questo, più che di superficialità e insensibilità. Se spendessimo il nostro amore verso ogni dolore che ci viene incontro, verremmo sopraffatti e annientati da un gigantesco senso d’impotenza. Dunque, scegliamo il poco, la frazione di mondo della quale occuparci.

4 - Lei tiene corsi di poesia in carcere. Cosa cercano le persone che seguono queste lezioni?

Credo che, in carcere, uno tra i problemi più urgenti e quotidiani sia come impiegare il tempo della pena. Dunque i detenuti vengono ai laboratori sicuramente per riempire un paio d’ore della loro giornata. A volte arrivano di malavoglia, con il pregiudizio di annoiarsi, dovuto a come la poesia è insegnata nelle scuole. Poi, si trovano di fronte una sorpresa: il poeta è una persona normale, che parla di cose e sentimenti che li riguardano.

La poesia non è quel tirar dietro alla retorica inafferrabilità di angelicate donzellette, non è l’esalazione soporifera che sembra sollevarsi dai fogli delle antologie scolastiche: la poesia dice cose che fanno parte della loro vita. Amore, dolore, ingiustizia, ironia, sentimento dell’esilio, nostalgia, immaginazione, rabbia. Tutte cose che stanno sulla terra. Ovvero, su una terra condivisa.

5 - Se pensiamo al coraggio in poesia vengono in mente Achmatova o da noi Pasolini. Lei ha parlato di eventi traumatici della sua vita, ha toccato nel vivo il darsi la morte dei suoi genitori naturali, non si è sottratta a questa materia dura, intrattabile quasi. Vi è però anche un coraggio della forma, uno stare sulla pagina in modo diverso che è di alcuni poeti, non solo sperimentali. Penso a “Petizione per il rilascio dell’alba”, un testo del suo ultimo libro in cui lei sembra “giocare”, ma nulla è lasciato al caso. C’è una composizione precisa. Ce ne parla?

Ci sono momenti di dolore dai quali solo l’ironia ci salva. Ma, per arrivare all’ironia profonda, cioè alla levità di tutto l’essere, bisogna che il dolore non sia stato eluso, ma sia stato affrontato. La parola “affrontare” rende bene l’idea dello scontro frontale. “Prendere un treno in faccia”, si dice.

Se abbiamo preso un treno in faccia, impieghiamo del tempo per rimettere insieme i nostri pezzi. Ma proviamo a incollarli con l’oro, come insegnano i giapponesi: l’operazione di collage dell’animacorpo nostra può essere preziosissima, possiamo approfittarne per lasciar andare il superfluo, per abbandonare sui binari – per esempio – l’ultima delle maschere, che è appunto l’ironia disperata – per raggiungere l’ironia dolce, affettiva, cioè la benedetta leggerezza!

In Petizione per il rilascio dell’alba tento una ricomposizione tra ironia e amore, è messa in scena un’ironia amorevole. Dedicata.

6 - Leggendo i suoi libri si ha l’impressione che l’amore sia al centro; l’amore per le persone, non solo la passione d’amore.

Io credo fortemente alla comunità umana, ho il sentimento molto chiaro della circolazione di affetti tra le creature. A volte si nota: sembra di vedere il fluire di sentimento tra creatura e creatura, come onda di calore o piuttosto rigidità, muro e armatura, che respinge le peggiori intenzioni dell’altro – a volte anche le migliori, purtroppo, quando un vecchio dolore ci rende diffidenti, inaccessibili all’amore nuovo, cioè alla vita nuova. La passione d’amore ha infatti a che fare con il mondo, perché aumenta esponenzialmente l’evidenza della circolazione collettiva, porta in luce il fuori-da-sé: quando si è innamorati, si ha il desiderio e la forza di abbracciare il mondo, non si fatica ad ascoltare, a prestare attenzione.

L’amore di coppia sano e fruttuoso si riconosce perché ci rende spontaneamente accoglienti verso l’esterno. Attraverso l’esistenza dell’essere amato, ci accorgiamo dell’esistenza del mondo – e questa è la conquista più importante e difficile che possiamo ottenere da noi stessi. Se, viceversa, l’amore ci chiude, nella coppia o in noi stessi, non si tratta di amore, ma di altro.

La poesia, come ho detto, viene da quel sentimento di collettività umana, lo abita e lo evoca, in tutti noi che lo ricordiamo, che lo desideriamo, spesso con sconforto. Faccio riferimento al sentimento che spinge a scrivere versi. Faccio riferimento all'Utopia. Senza la quale non restano che amarezza e disincanto.

Il disincanto è la via più facile per vivere. Ci si protegge.

La poesia ci rimette allo scoperto, in contatto con la nostra nostalgia originaria di quel mondo di bene semplice. E di reciproco ascolto.

7 - Il suo presentare sulla rivista “Poesia” altre voci di poeti le ha dato negli anni l’opportunità di vagliare molte scritture; un bilancio le è possibile?

Dico la verità: ho bisogno di disintossicarmi dalla poesia contemporanea, che troppo spesso è intrisa, appunto, di solitudine, amarezza e disincanto, di narcisismo e beghe quotidiane, come in chi abbia perduto la memoria dell’unità del senso. Questo qualunquismo non “serve” a nessuno.

Come vadano le piatte e tragiche cose del mondo lo vediamo da soli, non occorre che i poeti si affatichino a descriverle. Ma estenderei il discorso all’arte in generale.

Rimanendo nello specifico nostro: i poeti viventi spesso scrivono bene, ma che importa: non è l’esibizione di bravura a fare la poesia, bensì la sua premessa etica, non mi stanco di ripeterlo. Ma neppure lo slancio etico, da solo, basta alla poesia: deve essere diventato stile. Non “comunicazione”: evocazione della comunità.

Facciamo un passo oltre la famosa frase di Pasolini “La morte non è nel non poter più comunicare, ma nel non poter più essere compresi”. Facciamo ancora un passo: femminile, materno – e concludiamo così:

la morte non è nel non poter più comunicare, ma nel non poter più comprendere.

The Heroine's Journey (8.9.16)

The Heroine’s Journey di Peter de Kuster (8.9.2016)

What is the best thing that I love about my work? freedom
What is my idea of perfect happiness? freedom. to be near to the others in mutual freedom
What is my greatest fear? become cynical
What is the trait that I most deplore in myself? when I have few time and don’t listen the others
What is my greatest extravagance? claim to be free in a world enslaved to the market economy
On what occasion would I lie? never. please…
What is the influence of role models, in my work and in my life? my models are the great poets who act in the reality. like Boris Pasternak, like Giorgio Caproni
What is the thing that I dislike the most in my work? narcissism
When and where was I the happiest, in my work? to be immediately in contact with the deepest part of the others
If I could, what would I change about myself? I would like to be sweeter and to produce more love
What is my greatest achievement in work? to have changed the lives of some students and some prisoners: some of them started to write after meeting me
What is my most inspirational location, in my city? I write about all and in every places. but the river Tevere is the nearest place to my heart
What is my favourite place to eat and drink, in my city? my home and the houses of my friends
Who is my greatest fan, sponsor, partner in crime? my children…
Whom would I like to work with in the future? with migrants. I already started to work with them. I see that they haven’t just physical and material needs. they need also feelings and nearness
What project, in the nearby future, am I looking forward to work on? I have a videopoetry projects with schools and musicians, in which I will recite also
How can you contact me? through my website www.mariagraziacalandrone.it

dicono che il carnefice è chi ama (succedeoggi, 28.8.16)

Le parole e i fossili, intervista di Pasquale Di Palmo – succede oggi (28.8.16)
 
Maria Grazia Calandrone, poetessa milanese che vive e opera e Roma, ha pubblicato varie raccolte, tra cui La scimmia randagia (2003), La macchina responsabile (2007) e Sulla bocca di tutti (2010), edite da Crocetti. Sempre per l’editore milanese è uscita nel 2015 Serie fossile (144 pagine, 14 euro) che conferma l’impressione di trovarsi di fronte a una personalità sicura, capace di misurarsi, nella sua versatilità, con esiti che si ricollegano sia al versante della poesia amorosa sia a quello della poesia civile che, nella nostra tradizione novecentesca, ha referenti d’eccezione come Fortini e Pasolini, la cui opera è richiamata a più riprese nell’ultima silloge.

Il dettato della Calandrone, peraltro, non è immediato né semplice, essendo la sua poesia sfuggente, magmatica, di difficile catalogazione. Una possibile eco potrebbe derivarle dalla voce “atipica” di Amelia Rosselli o, per rimanere in un contesto cronologico più ravvicinato, di Antonella Anedda. Tuttavia non mi sentirei di ascrivere questa poesia ad ascendenze di tipo sperimentale nonostante il proposito di rendere la parola poetica meno “fossile” di quanto sia, bensì a una lirica che si muove sapientemente sul filo del rasoio che divide tradizione e modernità, affiancandosi (e affrancandosi) con colpi improvvisi di coda da una deriva anziché da un’altra.

La sua ultima raccolta poetica Serie fossile si caratterizza, fra gli altri aspetti, per la presenza di un singolarissimo bestiario. Ce ne può parlare?
Il bestiario sta a significare metamorfosi, fluidità, possibilità umana di incarnare ogni specie animale. Sta a significare che noi siamo potenzialmente tutto e tutti. Poi, c’è l’io: la biografia, la psicologia – che caratterizza una singolarità, ovvero (concretamente, semplicemente, banalmente) quel che ci è capitato nella vita e che ci ha forgiati in una determinata forma. Ma ricordare la nostra potenzialità è una salvezza dalle gabbie formali, anche dell’io, dove ci rinchiudiamo per abitudine, per comodità, per paura dell’Aperto di Rainer Maria Rilke, quell’Aperto che l’animale guarda, al quale l’animale appartiene. Serie fossile è abitato da un corpo vivente mentre ricorda il suo essere animale, dunque la sua inclinazione alla gioia elementare, condivisa col resto della natura. È una bella Sido contemporanea, la grande madre sapiente di Sidonie-Gabrielle Colette…
 
Da svariati anni lei firma una rubrica intitolata Cantiere Poesia dedicata ai giovani autori che appare sul mensile Poesia edito da Crocetti.
Sì, è così. Questo mi permette di avere un punto di vista privilegiato, un panorama abbastanza ampio e preciso di quel che accade alla poesia in Italia prima che arrivi ai circuiti “ufficiali”, ovvero prima che venga consacrata da una pubblicazione. Posso dire che la poesia è vivissima, che ci sono stuoli di scriventi di buon livello. Questo significa che, socialmente, sentiamo un bisogno profondo di guardare la realtà con occhi nuovi. Ovvero: “originari”: con gli occhi che avevamo da bambini, nonostante la tetra tentazione del disincanto.
 
Lei spesso ha affermato che la figura di suo padre è stata fondamentale per la sua formazione. Può ricordarci chi era?
Mio padre era un operaio metalmeccanico che, con la propria passione e il proprio studio, è diventato dirigente comunista. Ha combattuto da volontario nelle Brigate Internazionali, contro il dittatore Franco, per la libertà del popolo spagnolo. Un homo faber e insieme un homo sapiens, secondo l’esatta analisi gramsciana. Un uomo che faceva le cose per trascinare in terra l’utopia. Il suo esempio è per me illuminante. Sebbene sia morto quando avevo dieci anni, ha lasciato in me un’eredità incancellabile, anche attraverso i suoi libri. Posso dire che la mia vita sia un tentativo di essere alla sua altezza.
 
Che cosa sta preparando attualmente?
A luglio sono usciti due libri, uno di teatro, Per voce sola (una raccolta di quattro monologhi con miei disegni e fotografie, cd allegato di Sonia Bergamasco con le musiciste di EsTrio, che interpretano uno dei testi raccolti: l’intera storia di Robert Schumann raccontata allo stesso Robert ormai molto malato da Clara, sua moglie, con toni ironici, drammatici, scherzosi: in sintesi, amorosi) e un altro di poesia, Gli Scomparsi – storie da “Chi l’ha visto?”, che raccoglie alcune storie ascoltate durante l’edizione 2004 di Chi l’ha visto?, condotta da Daniela Poggi.
Nell’attualità, sto scrivendo con Gabriella Schina, autrice teatrale e cara amica, una sceneggiatura cinematografica dal titolo Un amore e sto portando a termine un nuovo libro di poesia, Giardino della gioia. Per il prossimo inverno, ho in progetto due nuovi laboratori video: uno con gli studenti del Cine-tv “Roberto Rossellini”, dove ho già realizzato questo lavoro per l’iniziativa “Caro poeta” 2016 e uno con gli ospiti del Centro Diurno “Monte Tomatico”, in collaborazione con l’educatore Giulio Candiolo e con il regista e poeta Stefano Massari. Infine, il musicista Stefano Savi Scarponi, con il quale abbiamo già realizzato il progetto Senza bagaglio, sta lavorando a La questione degli organi celesti, un nuovo videoconcerto al quale partecipo con testi e voce.
 
Ritiene che, in un’epoca come la nostra dominata dal cinismo e dalle regole dettate dal profitto economico che sempre meno collimano con le esigenze reali delle persone, la poesia civile possa ritagliarsi un minimo di visibilità?
La poesia è civile per il solo fatto di essere poesia. È rivoluzionaria e controcorrente, perché sta tra le principali attività umane che esprimono una logica contraria al mercato, in una società dove il mercato impera. O meglio, dove ha imperato, visto che stiamo assistendo ai risultati catastrofici della sua legge di prevaricazione e burocrazia. Non credo alla poesia di “argomento” civile, anche se io stessa ne ho scritta, e molta. Credo però che il tema non debba essere programmatico: per i poeti, che per forza di cose vivono in un determinato tempo e in un determinato luogo, è spontaneo farsi carico della voce di altri, della protesta di altri. La poesia testimonia, denuncia, soprattutto ricorda. Ricorda a tutti chi siamo e come dovremmo vivere. Canta la bellezza e la giustizia, canta l’Umano. Basta guardarsi intorno, per comprendere l’importanza di questa forma di resistenza. Assoluta.
 
Lei conduce per la Rai vari programmi radiofonici e televisivi dedicati alla poesia. È possibile scalfire l’indifferenza della gente verso tale disciplina?
Certamente sì. Le persone hanno pregiudizi intorno alla poesia, a causa dell’insegnamento scolastico. Non sanno che la poesia li riguarda. Non sanno che i poeti sono vivi e sono gente “normale”: fanno la spesa, hanno il raffreddore, si annoiano facendo la fila, come tutti gli altri. Ascoltare i poeti alla radio accorcia la distanza mitica e deleteria che la scuola crea tra i poeti e il mondo, corregge la superstizione che la poesia non abbia a che fare con la realtà, ma sia fuga, evasione, bambinesco diletto. La poesia è tutt’altro. È indagine seria e severa sul reale. Condotta con capacità (anche nel senso di spaziosità) sentimentale. Ma non bisogna dirlo, bisogna farlo. I fatti sono assai più persuasivi delle parole. A parte quando le parole sono poesia.
 
Può commentare la poesia inedita che qui presenta?
L’inedito è tratto da Giardino della gioia, prosecuzione chiarificata del tema amoroso di Serie fossile. Il tema amoroso è enorme. Insieme alla morte, alla quale è strettamente connesso (addirittura sviluppando, a posteriori, l’etimologia fantastica: “a-mors”, senza morte), è il grande tema umano.
Sono sempre più convinta che le cose vadano dette con parole semplici e chiare. Le cose da capire sono poche e, una volta che le abbiamo capite bene, siamo in grado di esprimerle con nitore. Come scriveva Wislawa Szymborska poco più che ventenne: “Il nostro bottino di guerra è la conoscenza del mondo: / – è  così grande da stare fra due mani / così difficile che per descriverlo basta un sorriso”. Con la persona che amo desidero dichiarare che l’amore è spesso avvertito dall’oggetto d’amore come un pericolo. Non è per niente facile lasciarsi amare: crediamo sempre di non meritarlo, di non averne diritto, dunque prendiamo a distruggere: each man kills the thing he loves, come scrive Oscar Wilde. Uccidiamo quello che amiamo. Peggio. Uccidiamo chi ci ama, a causa del nostro banale pregiudizio di non meritare l’amore che ci viene offerto. Arrivare a credere di meritare amore è un duro lavoro. E così, troppo spesso, anziché amare, preferiamo diligere, cioè scegliere riflettendo. Cadendo così, amaramente, nell’illusione di essere liberi.
 
la persona che amo era gentile
e io l’amai da subito
perché era la persona più gentile
che avessi conosciuto
 
la persona che amo io l’amai da subito con una emanazione ininterrotta
di gioioso amore
perché era dolce e umana
e aveva cura del bene
di tutti
 
la persona di oggi
parla per ferire
chi la ama, parla
per infierire e non si scusa
e non spiega

io, che non credo all’evidenza del male,
cerco la colpa
 
mi dicono che questa
sia la colpa: non andare via,
non essere precaria
 
dicono che il carnefice è chi ama
 
dicono che l’offesa sia ottenere
quello che per diritto naturale
aspettiamo nascendo: essere amati
senza condizioni
 
dicono
che la ferita
non sia la mia, d’essere abbandonata,
che la vergogna più profonda sia
essere
finalmente
senza pretese e senza condizioni
 
finalmente amati
 
 
19 maggio 2015

XII Festival della Letteratura Mediterranea (Lucera, 21.9.14)

Lucera, 21 settembre 2014: i migranti, le ferite, il corpo, il comunicare. l'abbraccio della parola
 

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XII edizione del Festival della Letteratura Mediterranea
Tema "L'identità"

17-21 settembre 2014
Lucera (Fg)

Intervista di Rosario Russo
Video by "Beeekaming" before Beeek
(Serena Checchia, Giuseppe Lepore, Annarita Favilla)

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IL SILENZIO PERFETTO DELL'AMORE
Stanescu, Murakami, Kim Ki-Duk: gli innamorati stanno nell’assoluto. a volte feriti, trasfigurati e sfigurati. ma solo a loro è dato conoscere cosa sia la così detta “realtà”
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Radio 3 su Sylvia PLATH - 25.5.14
con Giorgio Van Straten ascolta
 
"Pochi avvenimenti, felicità assoluta" - il caso Clara SCHUMANN - 13.12.13
drammaturgia originale di MGC - con Sonia Bergamasco, EsTrio guarda

Radio 3 - 15.3.12
Chiodo fisso - Poeti: MGC ascolta

Radio 3 Suite - 9.5.10
Le forme d'acqua ascolta
 
Radio 3 Suite - 21.8.07
Poesia spagnola sulla Guerra Civile
II puntata: danni naturali e umani ascolta


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