Interviste

«Krisis - Tempos de Covid-19» UFSC 5.20

«Krisis - Tempos de Covid-19» é um projeto de Patricia Peterle e Andrea Santurbano do Núcleo de Estudos Contemporâneos de Literatura Italiana da Universidade Federal de Santa Catarina na Florianópolis, BRASILSpazio di riflessione di scrittori, poeti e artisti italiani sulla tragica esperienza del Covid-19, che sta devastando la vita di tutti alle più diverse latitudini. 

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Accademia Mondiale della Poesia live 30.4.20

Il giornalista del «Corriere della Sera» Ottavio Rossani intervista Maria Grazia Calandrone per "Accademia Mondiale della Poesia", 30 aprile 2020 - introduce Alfonso de Filippis - da un'idea di Michele Afferrante e Laura Troisi - domande del pubblico

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  •  ALCMANE,NOTTURNO (traduzione di Salvatore Quasimodo)
  •  
  • Dormono le cime dei monti
  • e le vallate intorno,
  • i declivi e i burroni;
  • dormono i rettili, quanti nella specie
  • la nera terra alleva,
  • le fiere di selva, le varie forme di api,
  • i mostri nel fondo cupo del mare;
  • dormono le generazioni degli uccelli dalle lunghe ali.
  •  
  • P – PERSONA (da Giardino della gioia Mondadori 2019)
  •  
  • «Una persona è quello che rimane quando è lontana», questo
  • l’ho già scritto. Io sono qui
  • e ti manco, perché ricordo
  • solo quello che fa bene
  • ricordare: ho setacciato l’oro
  • dalla mia vita, l’oro della sabbia
  • dell’infanzia, quando mia madre mi portava al mare e guardavo per ore
  • come luccica il mare dai promontori. Non serve ricordare
  • quando l’amore si trasforma in mostro. Non serve ricordare
  • quante volte io sono già morta
  • mentre ero viva. Non serve ricordare
  • l’abbandono. Una persona è quello che contiene
  • dopo che la vita
  • ha lavorato il legno della vita
  • fino alla midolla, fino a farne una barca leggerissima
  • che tiene il mare
  • sotto qualunque cielo. Io ricordo soltanto
  • il luccicare a perdita d’occhio
  • della mia vita. Se guardi bene,
  • vedi una cosa viva. Se guardi bene,
  • vedi che adesso finalmente sono
  • solo viva.
  •  
  • Roma, 31 dicembre 2018
  •  
  • La ZONA ROSSA (in «Antinomie», 15 marzo 2020)
  • a N.
  •  
  • Ho un’amica che continua a lavorare in fabbrica nella Zona Rossa. Alla pressa
  • il contatto forzato coi colleghi
  • è stretto. Dice: «Noi operai
  • siamo carne da macello. Nessuno parla
  • dei morti sul lavoro», ogni anno un conteggio
  • di prodotti stoccati e di mosche
  • morte nella regione della neve, dove l’orto è tagliato dai cancelli
  • e divide in porzioni disuguali
  • la terra. Tutto
  • finisce, per tutti, in due metri quadri
  • di terra, rivoltata da una benna
  • manovrata da un uomo reso muto
  • dal lavoro coi morti. Tutto
  • è messo a tacere
  • sotto uno strato di viridescenti muffe nobili
  • raggelate dal soffio della prima notte. Dice: «Non ho paura
  • per me». Non aggiunge: «Sarebbe quasi una liberazione». Anzi, emette una scintilla
  • di pura gioia
  • se le chiedo, in pensiero: «Hai mangiato?»
  •  
  • Roma, 12 marzo 2020
  •  
  • PIETRO MASO. SENZA EMOZIONE E SENZA RIMORSO (da Giardino della gioia Mondadori 2019)
  •  
  • Il 17 aprile 1991 Pietro Maso, dopo tre tentativi falliti, riesce a uccidere entrambi i genitori. Non esistono contrasti gravi in famiglia, lo scopo dichiarato del matriparricida è ottenere l’eredità.
  • Nel febbraio 1992, presso la discoteca «Modo» di Domegliara, nasce il «Pietro Maso Fans Club». I masiani indossano camicia azzurra infilata dentro pantaloni morbidi di colore grigio, a vita alta, blazer blu con bottoni dorati e foulard blu a pois bianchi; portano i capelli impomatati e pettinati all’indietro, la nuca rasata a V. Copiano lo stile lussuoso che Maso ha copiato da Don Johnson di Miami Vice.
  • I più estremisti legano alla vita grembiuli da macellaio schizzati di sangue e brandiscono finti coltellacci.
  • Nel marzo 1992, durante la partita contro la Cremonese, dalla curva Sud si alza il coro delle Brigate Gialloblu dell’Hellas Verona:«Nella vecchia Montecchìa, ia- ia-o, / Maso còpa anche sua zia, ia-ia-o, / con il cricco, cricco, crick, crick, cricco...».
  • La cosiddetta «massa» idolatra chi ha avuto la disinibizione di abilitare gli istinti più colpevoli e oscuri che, a istanti, abitano chiunque, ma solo in casi eccezionali come questo diventano progetti atti a modificare la realtà.
  •  
  • Io voglio tutto quello che voglio. Prima di tutto
  • il villino col giardinetto. Per avere il villino col giardinetto, devo rimuovere la famiglia che attualmente lo abita. Essa è la mia famiglia.
  •  
  • Per estinguere la mia famiglia, mi servono alcuni attrezzi:
  • due pentole, tre amici, un tubo in ferro e un bloccasterzo.
  •  
  • «Qui a Cchattanooga Tennessee qquando il ssole ti ssspaca in quatro…»
  •  
  • Poiché i miei genitori sono restii a morire, si renderanno necessari anche una matassa di cotone e un sacchetto di nylon.
  • Erano benvoluti, buoni, semplici. Erano da sopprimere.
  •  
  • «Più lo mandi giù, più ti tira su!»
  •  
  • Se tua madre non vuole essere cremata, il suo è un corpo che può essere riesumato. Per dire. L’omicidio va pensato, vanno valutate le concause. Avevo fallito altre volte, nell’ucciderli. La prima volta era stata colpa dell’inesperienza: avevo sistemato nel salone due bombole di gas e una centralina di luci psichedeliche, di quelle che si accendono coi rumori forti. Avevo puntato la sveglia alle 21.30, perché a quell’ora i miei guardavano la televisione. Suona la sveglia, si accende la luce e provoca la scintilla d’innesco. Sbam! Una buona idea. Avevo occluso la canna del camino con i vestiti, per aumentare la potenza d’urto dell’esplosione. Ma niente. Avevo tolto la sicura alle bombole, ma non avevo aperto le manopole e il gas non era uscito. Ingenuità. Ho dovuto spiegare a mia madre che ci facevano le bombole in salotto e i vestiti nella canna fumaria. Le sue continue richieste dovevano essere arginate. Quello che sfugge al mio controllo mi attacca. Lei, particolarmente.
  •  
  • «Se ho fame me la fate passare, se non ho fame me la fate venire…»
  •  
  • La seconda volta, il mio amico non se l’è sentita di uccidere mia madre in macchina con un batticarne.
  • Mi toccava farlo io. Chi non uccide il padre rimane una persona non emancipata.
  •  
  • «E la mamma lo sa?!»
  •  
  • Mi ero staccato completamente da loro, per portare a termine il mio piano. Si era ingenerato un distacco. Solo io esistevo. Gli altri erano
  • vuoto. Mondo deserto. Ero come le chiese che hanno i demoni all’esterno. Mi dovevo proteggere. Ero sacro.
  •  
  • «Io ce l’ho profumato!»
  •  
  • Leggevo i consigli di mia madre come occasioni per umiliarmi.
  • Mi sembrava di capire cosa volesse trasmettermi lanciandomi certe occhiate.
  • Occultarmi, voleva.
  •  
  • «Vivi ora, la vita è breve, il tempo è fortuna»
  •  
  • Mia madre capiva che la stavo uccidendo. Il suo sguardo non bastò
  • a fermarmi. Questa è un’affermazione da rettificare.
  • L’odore della carne aperta
  • non mi ha più abbandonato.
  •  
  • CONTRO L'ESILIO (da Giardino della gioia Mondadori 2019)
  •  
  • Siccome nasce
  • come poesia d’amore, questa poesia
  • è politica.
  •  
  • *
  •  
  • La prima volta
  • che incontrai la persona che avrei amato
  • quando ci salutammo
  • provai la povertà d’essere al mondo, uno stento
  • irreparabile
  • dell’intero
  • essere emerso. Fu
  • più che una mancanza
  • un mancamento:
  • lo scodamento di un nero
  • getto di plasma
  • attraversava la costellazione
  • MGC 1.9.6.4 (uno.nove.sei.quattro). Il bene
  • lo riconosci così, quando vedi quel microcosmo, capace
  • di ogni bene e male, allontanarsi
  • sulla strada assolata
  • e sai che, se ritorna, smetterà un dolore
  • lungo tutta la vita, la nostalgia
  • che non sapevi provare e stava
  • sconosciuta e vicina come l’ombra alle spalle,
  • tua in silenzio e miseria
  • come la gioia che con la neve dura.
  •  
  •  
  • Roma, 20 luglio 2018
  •  
  • ’A DOLESCENTE (inedito)
  • dedicato a tutti i regazzini lagnosi
  •  
  • È ’no sport come ’n’artro, signorina: tiro ar secchione.
  • Che vòr di’ che er secchione nun è arto 
  • e er sacco de monnezza ’n’è ’n pallone?
  • Nun te devi fissà co’ li dettaji, dài risarto
  • ar complesso. Tipo che semo vivi.
  • Ah, dici nun te basta? Dici che quasi quasi preferivi
  • nun dové vede ’sta gran mascherata, che te pare
  • ’n racconto de Poe? Anvedi, fai caciare
  • ma sei colta! «Se fa quer che se po’» dicemo a Roma…
  • Ah, sei de Pisa. E perché, a voi ve piace finì ’n coma?
  •  
  • Nun semo morti, è gia ’na gran conquista
  • nun c’è bisogno de annà a core ’n pista.
  • Ah, dici m’abbastava ’n coridoio.
  • Dici che c’hai ’na camera e cucina,
  • ché si te metti lunga sur divano
  • co’ la capoccia tocchi er lavandino?
  • Sai che te dico? Mettece ’n cuscino
  • e fatte ’na dormita de ddu’ mesi. Quann’è luglio te sveji
  • prepari lo zainetto e vai a core a San Saba, sotto i tiji.
  • C’hai presente, er profumo che fa piagne
  • che ce dà ’na memoria de quarcosa
  • che nun sapemo? Mo’ da retta a ’sta scema, nun fa lagne
  • e ogni vorta che t’arzi, la matina
  • ricorda de di’ «Grazie!», regazzina! 

"A casa del poeta" (settembre 2018)

Fabrizio Buratto a casa di M. Grazia Calandrone per dire di poesia, politica, social e realtà

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Università "la Sapienza" (24.1.20)

Marco Corsi dialoga con Maria Grazia Calandrone 
Primo incontro del ciclo di seminari 2020 organizzati dalla redazione di «Polisemie - rivista di poesia iper-contemporanea» (Università di Roma Sapienza)

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Michele Mari e Elena Ferrante (poesiaeletteratura 25.1.20)

intervista di Francesca Rita Rombolà 

Michele Mari e Elena Ferrante. Due agganci diversi delle nostre persone che, per fortuna, sono ancora intere. Un'intervista.

D - Maria Grazia Calandrone, ho visto dal suo CV che la Poesia le è come familiare. Iniziamo, dunque, questa conversazione proprio parlando di poesia? La Poesia e il poetare per lei.

La poesia è il mio mezzo per conoscere me stessa, poi gli altri, infine il mondo. Mi è indispensabile come respirare. Credo che questo valga per tutti gli artisti di tutte le arti.

D - Realizzare un reportage per la televisione (so che lei ne ha realizzati) non è come scrivere un libro, vero?

Decisamente no. Sono due linguaggi molto diversi: il reportage televisivo è destinato a una ricezione immediata (sebbene ormai tutto possa essere visto e rivisto a volontà in rete).

Il libro, viceversa, è pensato per una lettura meditata, generalmente solitaria, dunque la scrittura può permettersi di essere più complessa e lavorare di più sullo stile.

Con questo non voglio dire che la scrittura di un reportage non debba porsi il problema dello stile, ma certamente deve essere più immediatamente chiara.

D - Scrivere un romanzo oggi, secondo lei, può significare davvero fare letteratura? Talvolta anche dell'ottima letteratura?

Certo che sì. Un esempio su tutti: Leggenda privata di Michele Mari. O il caso clamoroso di Elena Ferrante, che è riuscita a scrivere una saga mozzafiato.

D - Mi parli un po’ dell'Haiku, dell'idea che ha di questo modo tutto giapponese di scrivere poesia.

Sintesi assoluta. Ogni parola incisiva come una lama, ma leggera come una goccia. Parole-katana, che ti tagliano senza che tu te ne accorga.

D - Chi ama, chi sente, chi recepisce davvero la Poesia nel 2020, in Italia in primis?

I fedeli della poesia sono molti, anzi moltissimi. Ama, sente e recepisce la poesia chiunque abbia dimenticato la noia e l’inattualità con le quali l’insegnamento scolastico sommerge e porta a fraintendere la novità e l’attualità della poesia.

Dante scrive della nostra contemporaneità. Purtroppo i professori spesso lo ignorano.

D - Spesso mi sembra che il poeta è ormai una figura banale, scaduta, inattuale, inutile. E' così?

Direi proprio di no. E lo testimonia la quantità di domande “esistenziali” che mi vengono rivolte a ogni lettura o presentazione.

In ogni caso, “banale” spesso è l’opposto esatto di “inattuale”: credo che pecchi di banalità più chi vuole essere a tutti i costi “attuale”, che chi segue la propria passione scavalcando la moda del momento.

D - Ma una poesia può cambiare ancora l'uomo e il mondo...

Dipende da chi la legge. A me una poesia (il Notturno di Alcmane) ha cambiato la vita.

E, tra i moltissimi ascoltatori dei laboratori che negli anni ho fatto in scuole e carceri, addirittura due detenuti, due ex spacciatori, hanno trovato un nuovo scopo alla loro vita grazie alla poesia.

È una semina al vento, non è capitalismo. Ogni tanto, qualcosa fiorisce. E va bene così. 

QCode Magazine (7.1.20)

Maria Grazia Calandrone (Milano 1964) è poetessa, scrittrice, giornalista, drammaturga, artista visiva, autrice e conduttrice per la Rai, scrive sul «Corriere della Sera» e tiene laboratori di poesia nelle scuole e nelle carceri. Vincitrice del premio Montale per l’inedito nel 1993, ha pubblicato numerosi libri di poesia, tra i quali – per Crocetti – La scimmia randagia (2003, premio Pasolini Opera Prima), La macchina responsabile (2007), Sulla bocca di tutti (2010, premio Napoli), Serie fossile (2015), Il bene morale (2017) e – per Mondadori – Giardino della gioia (2019). Con Gli Scomparsi (pordenonelegge 2016) ha vinto il premio Dessì. Il suo sito è www.mariagraziacalandrone.it

·        Che cos’è la verità, in poesia?

La parola “verità” è pericolosa, perché chi ha creduto o sentito di possedere la verità, lungo tutta la storia umana, ha teso a imporla ad altri, sia in buona fede che no.

La verità della poesia è però una verità che non oppone uomo a uomo.

Non ho scritto la verità dei poeti, perché molti autori contemporanei, cui piace autodefinirsi poeti, hanno provato a imporre la legge del proprio stile come unico stile praticabile da parte di una poesia prodotta in una società agonizzante e ingiusta. A mio parere, non è più tempo di trascrivere in poesia la nostra solitudine e la nostra sconfitta, è tempo di lanciare il nostro cuore di autori oltre l’ostacolo, perché incontri per noi e prima di noi nuovi orizzonti di senso. Che sono i più antichi e remoti orizzonti di senso, visto che per poesia intendo un sentimento di collettività attiva.

·        Si dice che ogni essere umano sia innumerevole. E che gli innumerevoli si possano riconoscere in ogni essere umano. È questo che fa la poesia?

Precisamente. Il poeta, mentre scrive, scavalca sé stesso e raggiunge lo stato di identificazione, il punto dove gli esseri (umani e non solo, in verità) non sono “simili”, sono “identici”, radicalmente identici.

Aggiungo che il nostro essere ciascuno innumerevole ci pone davanti alla responsabilità morale della scelta tra le parti di noi da lasciar agire nella società. I miei due ultimi libri, Il bene morale e Giardino della gioia, sono stati messi al mondo come uno dei molti promemoria della nostra complessità e come invito a prestare attenzione alle nostre responsabilità nel disamore e nello sfacelo, come nell’amore e nella gioia. Non esiste gioia che non abbia guardato dritto in faccia il dolore.

·        Il senso del possibile, come si alleva nella poesia? Come pratica il futuro?

Se la poesia è quella che ho descritto sopra, i poeti possono contribuire a costruire il futuro attraverso il linguaggio. Il linguaggio è il nostro modo di pensare il mondo, l’attenzione alle parole cambia la materia fisica del nostro cervello, sviluppa nuovi collegamenti, mette in comunicazione aree complesse. Chi legge impara, si modifica, allena la sua mente alla novità. E la novità avviene ogni giorno, è sempre avvenuta. Altrimenti, siamo fermi come fossili. E, per svegliare il fossile, non c’è altro che la magnifica intuizione dantesca dell’Intelletto d’Amore.

·        La Storia e le storie. Cosa raccoglie la poesia per i venturi?

Nel senso della storia grande e di quella nostra, microscopica, la poesia può anche avere valore di testimonianza. Ma non basta, se un poeta immenso come Paul Celan non si limita a descrivere la Shoah, ma compie un salto quasi impossibile, che all’atterrito Adorno non riusciva neanche di immaginare. Celan fonda sulla corona di spine dell’umanità la fiducia nella parola, nel canto. Il Salmo di Paul Celan è una delle poesie più importanti che siano mai state scritte, perché canta dal fondo dell’orrore con esiti poetici altissimi.

·        Chi è l’altro oggi? Come lo si incontra?

Incontrare l’altro è un esercizio quotidiano. Avere la consapevolezza dell’esistenza dell’altro, identico a noi e così diverso da noi, non è affatto scontato. Simone Weil sostiene, anzi, che accorgerci dell’altro sia la conquista più grande.

L’altro è chiunque ed è nessuno, siamo anche noi per noi, così difficili da comprendere e spesso estranei a noi stessi, invasi da pensieri e desideri altrui che dobbiamo, con pazienza, districare dai nostri.

Allo stesso modo, qualcuno che abiti fisicamente un altro corpo, può risultare più innamorato di noi di quanto lo siamo noi stessi. Eppure, l’amore per sé stessi è indispensabile per amare un altro. Dunque, se vogliamo davvero andare incontro all’altro, dobbiamo prima sapere e accogliere quello che siamo, altrimenti portiamo al mondo il risuonare di un linguaggio vuoto dietro una maschera, e dovremmo portare un abbraccio.

·        La poesia rende giustizia? Può essere il suo ruolo, oggi?

La poesia può dare voce a chi non ne ha, e questa è una forma di giustizia. Ma non può fare davvero giustizia sociale. Può portare il suo contributo alla giustizia sociale, questo sì. Ricordando cosa ci aspettiamo dal mondo quando nasciamo. Un’attesa e un desiderio trasversali al tempo e al luogo: essere, appunto, amati. Sfamati, protetti, compresi. Perché possiamo farlo, a nostra volta.

·        La poesia può essere anche reazione al reale? Come lo agisce?

La poesia nasce dalla realtà, dunque reagisce certamente alla realtà. Se però stiamo dando alla parola “reale” la connotazione lacaniana del più autentico “vero”, la risposta è doppiamente sì, perché la poesia smaschera gli inganni della “realtà” e ci conficca (uso di proposito una parola sgradevole e quasi violenta, perché la poesia spesso lo è) dentro il “reale”, fatto di quello che siamo, dell’essenza profonda del desiderio. Dunque la poesia agisce il reale smascherandolo e facendo da specchio, a volte violento, alla nostra faccia segreta.   

·        Dare un nome alle cose le mette al mondo. Come dobbiamo raccontare il bene comune, oggi?

Con fiducia. L’idiozia o lo splendore della bellezza, un testo del 2011 contenuto nel Bene morale, comincia con queste parole: «Adesso credo necessario un ottuso atto di fiducia nella bellezza. Agire come non fossimo mai stati. Come non fossimo mai stati traditi».

La penso ancora così. Credo che il solo modo di stare al mondo sia quello che Gramsci definisce “ottimismo della volontà”: vedere le cose, ma non limitarsi a vederle, lottare con fiducia affinché quelli che verranno dopo di noi possano abitare un mondo più abitabile. Gli adolescenti (Greta Thunberg, il neonato movimento, apartitico ma non apolitico, delle “sardine”) stanno agendo bene, per sé stessi e per tutti.

·        Quali sono le domande alle quali collettivamente è necessario iniziare a rispondere?

Una, sopra tutte: da che parte stai? In questo momento è assolutamente necessario esporsi, se non si vuole essere, in futuro, tra i complici del disastro antidemocratico mondiale che certa politica sta mettendo in atto per egemonizzare il potere economico, usando mezzi di propaganda capillare e invisibile, dai quali stiamo però imparando a difenderci.

·        Versi a commiato?

Desidero salutare ripetendo in versi quello che ho risposto a queste belle domande. La poesia è tratta da Giardino della gioia (Mondadori 2019)

Intelletto d’amore

  • La poesia è anarchica, risponde a leggi solo proprie, non può e non deve piegarsi a nient’altro che a se stessa.
  • La sua legge interiore è ritmo, musica assoluta.
    Questo spiega la commozione che proviamo nell’ascoltare letture di poesia in lingue a noi sconosciute.
  • Abbiamo l’impressione di comprendere
    anche se non capiamo le parole,
    perché le nostre molecole consuonano con la musica profonda della poesia,
    che è la stessa in ogni lingua: un ultrasuono, un rumore bianco.
    Una lingua invisibile, un ronzio nucleare
    traducibile per approssimazione,
    una sonorità che entra in risonanza con la parte più estranea e profonda delle nostre molecole
  • e col rombo primario della materia
  • che compone la sedia
  • sulla quale sediamo.
  • Come certa musica – penso al Chiaro di luna di Ludwig van Beethoven – è un linguaggio
    letteralmente universale:
    i poeti lo scrivono da sempre, ma le recenti scoperte astrofisiche lo confermano
    con rigore scientifico, non più solo intuitivo: il nucleo più profondo di noi
    è composto della stessa materia delle stelle.
    Parole di Margherita Hack: «Tutta la materia di cui siamo fatti l’hanno costruita le stelle. Tutti gli elementi, dall’idrogeno all’uranio, sono stati fatti nelle reazioni nucleari che avvengono nelle supernovae, stelle molto più grandi del Sole, che alla fine della loro vita esplodono e sparpagliano
  • nello spazio
    il risultato di tutte le reazioni nucleari avvenute al loro interno».
    Dalle scoperte ultimissime sappiamo ancora che
    metà degli atomi che formano i nostri corpi è materia prodotta fuori dalla Via Lattea, viene da una distanza che non si può
  • commensurare.
    La vibrazione delle nostre molecole entra in risonanza materiale con la vibrazione dell’universo,
    fin dentro l’universo sconosciuto. Questa forza
    «che move il sole e l’altre stelle»
    è quella che Dante chiama «amore».
    La poesia intercetta il corale profondo e ininterrotto di questa forza, intona la sua voce
    al rombo delle stelle extragalattiche
  • e al rombo primario della materia
  • che compone la sedia
  • sulla quale sediamo.
    È un oggetto fatto di parole
    sempre d’amore.
    E basta.

intervista (2.1.20)

Intervista a Maria Grazia Calandrone di Sonia Ciuffetelli

1)   Il giardino della gioia è il luogo in cui la tua poesia attraversa zone di luce e d’ombra; la gioia è l’altra parte del dolore, è il saper guardare “il luccicare a perdita d’occhio della mia vita”. Il libro è anche una riflessione sul dolore e sulla perdita, si compone di zone diverse ed è pieno di vita. Cos’è la gioia da te poeticamente pensata-sentita-riflessa?

La vera gioia, la gioia profonda e permanente, non può che essere consapevole. Necessita di aver affrontato il dolore a viso aperto, faccia a faccia, non averlo evitato, non essersi nascosti. Attraverso il dolore, se ne facciamo buon uso, possiamo comprendere molto, di noi stessi e del mondo. Scrivendo questo non intendo fare l’apologia del dolore, ma dire che, poiché esso è inevitabile, il solo modo di vincerlo è viverlo.

2)   “Non vediamo le cose come sono, vediamo le cose come siamo”. Il nostro modo di percepire la realtà riflette, proietta il nostro ego sulla realtà stessa? Esiste una realtà intellegibile al di là di noi, libera dallo sguardo narcisistico e dalla necessità di ritrovarsi nelle cose del mondo?

Più che di necessità narcisistica di trovare nel mondo frammenti e specchi di noi,  scrivo che, data la nostra possibilità di percezione, limitata dalla psicologia – ma anche da biografia e biologia – la realtà esiste certamente in sé, ma raramente il nostro sguardo riesce a coglierla intera. La realtà è un poliedro, ogni osservatore ne percepisce una delle facce. Esiste infinita filosofia e letteratura, specialmente teatrale, sull’argomento. La tensione di molti poeti è rendere l’oggetto per quel che è. Non è certo questa l’intenzione di Pasolini o Whitman, che impongono coscientemente a cose e persone la propria visione di cose e persone: fascinosa, mitologica o di moltitudine dei sé. Ma è quello che tentano autori come Francis Ponge e George Oppen. Sapendo di non riuscire, come dichiarano esplicitamente quasi tutti i poeti, per esempio il melanconico Vittorio Sereni o l’allegorico Giorgio Caproni.  

3)   “Mentre il mondo cambiava […] tu come gli animali stavi senza domande. Senza dolore. Semplicemente esistere. Esistere e basta. Essere casa come sono casa i corpi, gli abbandoni, le guarigioni”.

L’esistere evocato nella poesia dal titolo Interiore invernale è un esistere oltre il limite, “per curare il disamore che sarebbe arrivato”.

In quel testo dico di un esistere umano animale, quasi arboreo. Esistere nel sapere di non sapere, nella coscienza serena della propria ignoranza, tema che riprendo nel testo dedicato a mia figlia Anna. Sapere di non sapere, alla fine, ci salva.

4)   La violenza e la superiorità razziale, il male sono temi che affronti nel libro. La nostra specie ha storicamente dimostrato miseria umana, crudeltà. Come conciliare questo aspetto con la vitalità della gioia?

Come ho scritto nella prima risposta, non credo alla gioia come rimozione del male ma come attraversamento del male. Siamo una specie orribile e meravigliosa e dobbiamo convivere con il nostro orrore, anche per poter essere meravigliosi. Se cancelliamo la cognizione della crudeltà, la nostra gioia è mutilata e precaria. E, soprattutto, se ignoriamo la nostra stessa capacità di violenza, se assolviamo noi stessi dal male che possiamo compiere, rischiamo di compierlo inconsapevolmente. Il Giardino della gioia, infatti, vuole anche essere un avvertimento perché ciascuno di noi osservi da vicino la propria crudeltà, si identifichi con l’assassino e inorridisca.

5)   Saper trasformare la materia povera in poesia. Di questo scrivi in Corsivi di Anna, un componimento in cui tu parli di grandezza della realtà, di belle cose per cui vale la pena essere nati. La realtà ha in sé del bello e dell’utile: conoscerla, entrarci in relazione per capirla è necessario per raggiungere la consapevolezza della bellezza dell’esistere? Oppure basta coglierla, odorarla, sapere che c’è?

Dipende dall’inclinazione psicologica e dalla fortuna. C’è chi riesce a godere spontaneamente del mondo e chi arriva al mondo per via intellettiva. Unire queste due attitudini significa scrivere come Dante e dipingere come Van Gogh. Capire la realtà significa forse capire il sistema umano che la ingabbia. Il resto, è vivo.

6)   Chi è oggi il poeta? Che ruolo ha nel mondo intellettuale e culturale?

Ho sostenuto molte volte che la poesia è un controcanto all’ondata di odio e paura che, al momento, sembra aver trovato qualche diga. Penso a Greta Thunberg, penso alle sardine. Greta e le sardine compiono azioni poetiche: dicono la verità e arginano l’odio. Rivelano, cioè, la nudità non solo del «re», ma del mondo.

7)   Se tu fossi una parola come ti chiameresti?

Musica.

8)   E se dovessi scegliere un mito tra i miti di ogni tempo quale salveresti?

Antigone. La legge morale del legame affettivo contro la burocrazia e il potere.

9)   Il poeta o la poetessa più incisiva, irrinunciabile, qual è?

Scelgo Pier Paolo Pasolini, per il suo essere poeta in ogni aspetto e arte e attività.

Grazie davvero, è un piacere ascoltarti ogni volta.

Grazie a te. 

«L’Altrove» (6.3.20)

Intervista di Daniela Leone, «L’Altrove» 6 marzo 2020

1. Domanda tanto facile quanto difficile: Che cos'è per voi la poesia?

Un tramite per conoscere il mondo.

2. E come definireste la vostra?

Uno dei molti tentativi umani di indagare un mistero che – immagino – non sarà mai svelato.

3. Quale eredità vi ha lasciato la poesia femminile italiana?

La strada fatte dalle donne prima di noi ha aperto la nostra: la nostra possibilità di pubblicare, la nostra possibilità di dirigere collane e, soprattutto, ha sgomberato il campo dall’associazione immediata e immeditata tra poesia “femminile” e mielosa effusività sentimentale. Penso a donne come Rossana Ombres o Nella Nobili, da me recentemente riscoperta, soprattutto ad Amelia Rosselli, che ha fatto esplodere il linguaggio e ci ha autorizzate all’invenzione, all’innovazione e al coraggio.

4. Ed esiste un poesia prettamente femminile in Italia?

No.

5. Poesia e social. Qual è la vostra opinione al riguardo?

I social sono il fast-food della poesia, l’ho già detto. Possono servire come esca istantanea, con la stessa funzione di uno spot pubblicitario. Ma poi il “prodotto” poesia ha bisogno di tempo e spazio, di vuoto intorno, per emanare la sua radiazione e fare la sua musica. Essendo, come affermava Pasolini, «inconsumabile», si colloca all’opposto dell’immediatezza e del consumo.

6. Poesia come antidoto, si dice. Ma antidoto a cosa?

Credo si intenda antidoto al dolore e alla solitudine umani. È in effetti anche questa una funzione della poesia, ma in senso opposto: non perché lenisca o consoli, ma perché dice la verità, non nasconde. Poiché la verità è spesso dolore e solitudine, la vicinanza del poeta, l’evidenza che un poeta abbia già attraversato quei territori desolati (pensiamo a Eliot, a Cvetaeva, a Celan, a Trakl) e ne abbia fatto bellezza, ci fa sentire compresi e ci incoraggia. Personalmente, più che a un antidoto, preferisco pensare alla poesia come a un controcanto collettivo, sociale, alla paura e all’odio. E così ho infatti intitolato il mio intervento a un convegno su poesia e politica.

7.  Se doveste descrivere con tre parole le emozioni provate quando scrivete, quali utilizzereste?

Vuoto, collettività, stupore.

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