Interviste

"A casa del poeta" (settembre 2018)

Fabrizio Buratto a casa di M. Grazia Calandrone per dire di poesia, politica, social e realtà

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La poesia come impegno civile (LibriNews, 3.5.19)

Ricordo che, quando la vidi la prima volta, pensai subito che non potesse che essere una poetessa. Tutto in lei esprimeva poesia: lo sguardo, la postura del corpo nello spazio, quei suoi capelli che a me ricordano il carbone di zucchero che da bambina trovavo nella calza il giorno dell’epifania.

Incontriamo oggi Maria Grazia Calandrone, una delle voci più autorevoli e interessanti della scena poetica contemporanea, italiana e non solo.

Agli antipodi dall’immagine stereotipata della poetessa chiusa nella sue ‘stanze d’alabastro’ isolata dal mondo, Maria Grazia Calandrone è poetessa, drammaturga, artista visiva, performer, autrice e conduttrice per Radio 3 Rai (Qui comincia, Alfabetiere Poesie e Poesia in technicolor), firma del “Corriere della Sera” e de “il manifesto”, curatrice di una rubrica di inediti per il mensile internazionale “Poesia”, regista del ciclo di interviste «I volontari» (un documentario  sull’accoglienza ai migranti) e del videoreportage su Sarajevo «Viaggio in una guerra non finita», docente di laboratori di poesia nelle scuole, nelle carceri, con i malati di Alzheimer e volontaria nella scuola di lettura per ragazzi “Piccoli Maestri”.

É il suo credere fortemente nel senso e nella funzione etica della poesia a spingerla oltre la sola attività della scrittura, in un costante impegno di divulgazione della poesia, che la porta soprattutto nei luoghi dove essa avrebbe più difficoltà ad arrivare.

Non dall’isolamento, dunque, prende corpo la sua poesia, ma dall’immersione nel mondo, dall’esposizione al contagio con la realtà, dal vivere. Anche nelle sue liriche più intime, l’IO non si erge mai a protagonista ma, spinto dalla compassione (concetto caro all’autrice), si fa strumento e filtro di una voce corale, la voce della comunità umana. Per l’autrice, il dato biografico è poco rilevante se fine a se stesso. Scrive infatti: «La scrittura di ognuno credo attinga alla vita, ma soltanto per essere vera: come da un magazzino, per fare di sé un archivio disponibile di esperienza viva al servizio delle vite di altri e, meglio ancora, della interpretazione della storia e del mondo» (A. Zorat, «Semicerchio», a. 16, n. 46, gennaio 2012).

Una costante nell’opera poetica di Maria Grazia Calandrone è proprio l’attenzione per le vicende umane, siano esse i grandi eventi storici e sociali (dalla guerra di trincea ai disastri di Hiroshima, dagli eccidi di Guernica, Marzabotto e Sant’Anna di Stazzema, alla cronaca della Thyssen) o i piccoli e grandi drammi delle singole esistenze. Vicende raccontate attraverso l’identificazione che, come l’autrice afferma, ha il «duplice senso di “individuare” (identificare un individuo) e di “diventare” (sentire i sentimenti di un altro): il sentimento della compassione, che oggi piace chiamare empatia, non viene messo in moto dai grandi numeri: è necessario osservare, avvicinarsi al dramma di una singola esistenza, affinché ricordiamo che ognuno di quei numeri è un particolare e reale e concreto essere umano: con i suoi oggetti, il suo odore, i suoi affetti, le sue malinconie, la sua memoria, i suoi lampi di gioia e le sue certezze. Il poeta è “utile” a individuare e riconoscere il singolo nei grandi numeri».

Se nella poetica di Maria Grazia Calandrone a prevalere è il concetto, non meno importanza riveste la cura per la parola e il linguaggio, che incidono sulla realtà con la precisione di un bisturi. Mai semplici e mai banali, i versi si nutrono di parole visionarie e al tempo stesso fisiche. Il corpo, la carne (non a caso ho citato il bisturi) ricorrono frequentemente, in un lessico che a tratti attinge a un solo apparentemente impoetico vocabolario medico-anatomico: «anatomia»,  «auscultazione», «anestetizzati», «cauterizzare», «dissezione», «articolazione», «batterico», «blocco operatorio», «camera ovarica», «corticale», «cresta iliaca», «placca calcarea», «tissutale».

La lettura delle poesie di Maria Grazia Calandrone è un viaggio periglioso ma affascinante attraverso le profondità di un linguaggio alto e altro rispetto a quello che ci appartiene e che padroneggiamo, che ci trascina fuori dalla nostra comfort zone; una lingua straniera, viva, che continuamente sembra rinascere, destrutturarsi, rimodellarsi.

1. Quando e come hai compreso che la poesia è la tua “lingua madre”?

Al ginnasio, ascoltando il “Notturno” di Alcmane letto dalla mia professoressa, Paola Moretti, che si rivelò poi essere notevole autrice di teatro. Dici bene parlando di “lingua madre”, perché la sensazione fu proprio quella di una casa, di un mondo familiare che volevo tornare ad abitare.

 2. Per la tua ultima raccolta poetica hai scelto un titolo impegnativo, “Il bene morale”. Quanta fiducia nutri nella capacità dell’essere umano di compiere il bene con le proprie azioni?

Credo che compiere il bene sia una scelta. Ci troviamo quotidianamente davanti a una lunga serie di bivi: sta a noi scegliere tra il nostro fascismo naturale e il bene. Giardino della gioia, il libro che uscirà a settembre, insiste proprio su questo nostro contenere ogni bene e ogni male e, dunque, sulla nostra continua responsabilità. Aggiungo solo che l’etica, la «legge morale» non è un peso, è armonia tra le parti di sé e tra io e mondo.

3. Che ruolo possono/devono avere i poeti e la poesia nella società odierna?

I poeti, in un momento politicamente e socialmente così duro, credo abbiano il compito di fare da controcanto all’odio e alla paura che quotidianamente ci vengono inoculati. «Sette» della scorsa settimana titolava Vi amo tutti, a segnalare i primi sintomi di stanchezza collettiva per la rabbia sociale e i nemici immaginari contro i quali veniamo (anche materialmente, purtroppo) armati.

4. Tu sei una poetessa, una donna, molto attiva e impegnata. Fra le altre cose, porti la poesia all’interno delle carceri, nelle scuole e fra i migranti del centro Baobab. C’è una condizione che, a mio parere, accomuna carcerati, bambini e migranti: l’assenza o limitazione della libertà e dell’autodeterminazione. Come viene accolta in queste circostanze la poesia e che funzione può svolgere?

Anche in quei luoghi la poesia non è solo un luogo di libertà e immaginazione alternativo alla condizione concreta, ma la sottolineatura della parte invisibile di quella che chiamiamo “realtà”. Se impariamo a essere sensibili a quella parte, invisibile e collettiva, possiamo diffidare dei confini, mentre lottiamo per abbatterli. Nelle carceri, in particolare, la poesia ha il valore profondo di messaggio lanciato oltre le sbarre, all’indirizzo delle persone amate, per dire loro quello che le parole comuni non arrivano a dire. In questa pagina ci sono video e articoli nei quali descrivo più nel dettaglio alcune di queste esperienze.

5. C’è un “nocciolo profondo”, un episodio, un dolore, un sentimento, un concetto, che hai provato ad esprimere attraverso la poesia, senza riuscirci?

No, non mi pare. Mi sembra di aver compiuto un percorso verso la chiarezza. Ma, di certo, domani vorrò essere ancora più chiara…

6. Nel salutarti e ringraziarti, ti chiediamo un ultimo regalo per i lettori: una tua poesia a cui sei legata in modo particolare.

Grazie a te e a voi per l’ascolto. Vi copio una fra le ultime che ho scritto, che mi pare riassuma in maniera appunto chiara buona parte di quello che ho imparato, fino a oggi:

P – Persona

«Una persona è quello che rimane quando è lontana», questo
l’ho già scritto. Io sono qui
e ti manco, perché ricordo
solo quello che fa bene
ricordare: ho setacciato l’oro
dalla mia vita, l’oro della sabbia
dell’infanzia, quando mia madre mi portava al mare e guardavo per ore
come luccica il mare dai promontori. Non serve ricordare
quando l’amore si trasforma in mostro. Non serve ricordare
quante volte io sono già morta
mentre ero viva. Non serve ricordare
l’abbandono. Una persona è quello che contiene
dopo che la vita
ha lavorato il legno della vita
fino alla midolla, fino a farne una barca leggerissima
che tiene il mare
sotto qualunque cielo. Io ricordo soltanto
il luccicare a perdita d’occhio
della mia vita. Se guardi bene,
vedi una cosa viva. Se guardi bene,
vedi che adesso finalmente sono
solo viva.

Roma, 31 dicembre 2018 

L'arte è la forma di un'idea che si muove

Nato come progetto di tesi presso l’ISIA di Urbino, il corto di Virginia Gabrielli è stato selezionato da diversi festival italiani e internazionali: Animation Block Party di New York, Milano Film Festival, Sedicicorto International Film Festival di Forlì, Short Film Fest San Giovanni di Pesaro, International Animated Film Festival ReAnima di Bergen e Cut Out Fest International Animation and Digital Art Festival, in Messico. Le dichiarazioni in apertura sono di Maria Grazia Calandrone.

guarda

 

Che cosa mi aspetto dalla critica (il verri 2.19)

Della critica m’interessa l’intuizione folgorante, che svela e lega la posizione dell’autore esaminato al sistema-mondo, per me inseparabile dal sistema-letteratura.

Ho imparato che le poetiche e le scuole di pensiero sono la traduzione organizzata del proprio temperamento e della propria occasione storica e sociale, nonché della propria collocazione geografica. Io stessa, se fossi sudanese o inuit, scriverei tutt’altro e sarei un’altra persona. Ma dell’ultima parte della frase sono solo parzialmente certa.

Penso (e pratico) la critica letteraria come un’operazione creativa non autonoma. Ammesso che si possa affermare l’autonomia di qualsiasi opera creativa. Nel caso della critica letteraria, il debito con l’opera dalla quale deriva è semplicemente più diretto e direttamente chiaro. Ogni critica comincia dove finisce il lavoro di un altro. Ma anche questa evidenza è sempre più scivolosa: la critica letteraria, come quella sociale e addirittura politica, è spesso impastata alla prosa letteraria o alla poesia (i poeti, in realtà, si sono sempre presi la libertà di rispondere in versi, spesso caustici, ai loro critici).

Non direi dunque che la critica sia morta, direi piuttosto che i generi letterari – anzi, artistici – come noi siamo abituati a pensarli, stiano sempre più confluendo gli uni negli altri e tutti in una sempre più vasta e confusiva «socialità».

Sono gli effetti della recente rivoluzione digitale, ovvero del chiacchiericcio globale, del tempo rotto in segmenti traslucidi, della perenne raggiungibilità individuale e della disponibilità e semplificazione di strumenti – per esempio i programmi di montaggio cinematografico – fino a qualche anno fa destinati ai soli esperti. La nota nuova democrazia apparente, anche pericolosa, anche esasperante – ma, a mio parere (poiché tanti anni fa ho preso con me stessa l’impegno politico di sperare), bella officina di futuro.

Come sempre, il mondo cambia più velocemente di noi. Come sempre, tendiamo a fare resistenza. Oggi assistiamo a molti spettacoli nuovi: insieme agli spostamenti in massa di persone, che cambiano la geografia del pianeta (e, per la prima volta, rivelano davvero noi ai noi stessi della mia generazione), vediamo i rivoli di letteratura, cinema, serie televisive, poesia, politica, critica cinematografica e letteraria, convergere in un grande intreccio di contenuti dal quale probabilmente emergeranno nuove arti. Ovvero quello che noi umani saremo capaci di inventare per (ri)scoprire quello che già esiste e già sappiamo, sapevamo, addirittura sapremo.

Naturale che, accostandomi alla critica con le aspettative appena descritte, perché io cambi opinione su un autore, devo fidarmi della visione del mondo di chi scrive il pezzo critico. Per me è sempre questione di rapporto tra persona e persona, di relazione fra intelligenze e sensibilità. E questo è tanto vero che mi è capitato di cambiare opinione sul mio lavoro, leggendo quanto ne era stato scritto. Dunque sì, è avvenuto che la critica abbia modificato la mia percezione della mia opera, mi abbia rivelato l’«ultrasuono» al quale ero paradossalmente sorda, pur avendolo nominato.

In poesia, come in politica, esiste un governo (quello poetico essendo sfumatissimo, labile, provvisorio, presunto, dovrebbe legiferare per induzione, più che per proclami) ed esiste un’opposizione. Per essere più esatta, il governo riconosce sé stesso quando l’opposizione monta.

Poiché richiesta del mio particulare: non sono né tra quelli che si arroccano perché sentono vacillare i pilastri del proprio mondo, poiché il “mio mondo” è estremamente mobile e proteiforme, sconosciuto soprattutto a me stessa – né figuro tra gli iconoclasti, perché non esiste niente di sacro da fare a pezzi. Tanto meno la scrittura, verso la quale provo fiducia, gratitudine e curiosità.

Imparo infatti quotidianamente moltissimo dalla scrittura, la accompagno e mi lascio accompagnare, procedo per tentativi ed errori, sono alla continua ricerca di non so cosa, ma archivio immediatamente quel che ho imparato a fare, non ho mai scritto un libro uguale all’altro. Detto questo, gli elogi mi imbarazzano. Quanto alle stroncature, mi è dato sapere di averne ricevuta una sola, una canzonatura «social» del mio atteggiamento nei confronti della poesia, definito «buonista» ed «ecumenico». L’ho presa male, perché la pubblica accusa contraddiceva la lusinga privata. Non credo avrei nulla da obiettare a qualsiasi obiezione critica ritenessi seria e serena. Forse in futuro avrò modo di scoprirlo.

Desidero concludere raccontando quello che ho imparato nei dieci anni di laboratori di poesia fatti nelle scuole, dai bambini delle elementari agli “anziani” liceali: la critica deve venire dopo.

La prima cosa è far saltare fuori dalla tavola autoptica della pagina il corpicino alieno della poesia, gettare i ragazzi nell’acqua viva dei testi, e, soprattutto, poiché la poesia è musica fatta con le parole, è necessario far suonare le parole, è necessario che i ragazzi le leggano insieme, ad alta voce, perché la poesia risulti cosa viva e a loro vicina, un oggetto come gli altri, di uso quotidiano. Dunque che i ragazzi la adoperino, che la sporchino, la storpino, che se la rilancino in tre dimensioni come un rosso pallone sonoro, che la dedichino e, alla fine, provino anche a manipolarla in prima persona, descrivendo magari oggetti, più che gli scivolosi sentimenti, e confrontando i risultati in un gioco collettivo privo di giudizio, affinché avvenga un contagio delle idee, dei risultati e degli azzardi. Non perché tutti diventino poeti, ma perché stare accanto alla poesia mi pare un modo direttissimo di essere liberi. 

Treccani Channel (Matera, maggio 2018)

un progetto di Silvana Kuhtz

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poesia come democrazia ("affaritaliani", 16.7.18)

in occasione del premio Cetonaverde Poesia il direttore di "affaritaliani" Angelo Perrino ha intervistato Guido Ceronetti, Maurizio Cucchi, Milo De Angelis e  Maria Grazia Calandrone

guarda l'intervista 

poesia e realtà (Salone del Libro di Torino, 12.5.18)

  • intervista di Desirée Massaroni a Maria Grazia Calandrone su poesia e realtà
  • Salone del Libro di Torino, 12 maggio 2018

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Internet è il fast food della poesia (Slam[Contem]Poetry, 19.4.18)

Dimitri Ruggeri (Dima Amid) intervista Maria Grazia Calandrone

Miss Poesia, la poesia-performance in TV” (Slam[Contem]Poetry, 19.4.18)

1)  Pensi che oggi si dia abbastanza attenzione alla valorizzazione e alla divulgazione della poesia? In passato ci sono stati importanti trasmissioni come L'Aquilone su RAI 1 mentre oggi non ci sono programmi ad hoc. Cosa può fare ancora la TV? I talent possono essere “validi” sostituti?

Il rapporto tra i poeti e la televisione pone il problema del tempo.

La poesia, per come la si è sempre intesa, richiede un tempo lungo di assorbimento ed elaborazione. La televisione che si fa oggi è invece molto veloce, i dibattiti (primi fra tutti quelli politici) si sono trasformati in ineleganti attacchi reciproci privi di contenuto costruttivo, i sentimenti delle persone sono sovraesposti, la parola d’ordine è attirare immediatamente l’attenzione, bucare lo schermo, gettare l’esca sulle tavole dove le famiglie cenano e sui divani dove poi sonnecchiano.

Rimango comunque certa che la poesia, letta – letta bene – in televisione,  si farebbe notare come e probabilmente meglio di tanti programmi che scorrono sulle vite delle famiglie come se non fossero mai state visti (tanto è vero che ho anche lanciato un appello “contro l’attacco alla poesia da parte del Festival di Sanremo”). E l’esperimento della fine degli anni Ottanta di Giorgio Weiss lo dimostra, perché la piccola trasmissione, che era una semplice disfida poetica, senza contorni di musica, né balletti o valletti, raggiungeva ottimi ascolti. 

Un mezzo ancora più nuovo, che ha favorito la diffusione della poesia è certamente internet. Ma in internet può essere trasmessa solo la poesia scritta per venire immediatamente compresa e consumata, perché il nostro tempo di lettura in rete è molto breve, ed è interrotto ripetutamente da suggestioni che ci distraggono.

Internet è il fast food della poesia.

La “poesia slow food” richiede solitudine e silenzio, il rapporto uno-a-uno con la pagina e con il proprio personalissimo tempo di elaborazione.

Ho però la certezza che questa pausa, di lettura, di riflessione e contatto con sé stessi e i propri sentimenti e desideri, sia considerata pericolosa: al mercato è più utile un cittadino frettoloso, ormai quasi incapace di concentrazione, bombardato com’è da un tale numero di informazioni che è impossibile ne trattenga quotidianamente neanche un decimo.

2)  A tuo avviso la poesia letta ad alta voce può essere più efficace di quella che resta nel libro? Come ci si può riappropriare della collettività? Del pubblico?

La poesia ha il suo pubblico. Qual è il termine di paragone per definirlo vasto o invece esiguo?

Se parliamo di raggiungere un gran numero di persone contemporaneamente, la radio è un mezzo efficacissimo, che utilizzo personalmente da molti anni per leggere poesie, ovviamente di altri se la conduzione del programma è mia, come nel caso di “Qui comincia” o delle 21 puntate di ”Alfabetiere” che ho recentemente scritto e condotto per Radio3Suite.

Dunque la risposta alla tua domanda (che però in questo caso sono due) è nei fatti: amo e pratico la poesia letta ad alta voce, la ritengo utilissima a suscitare curiosità, ma non la ritengo comunque esaustiva: una poesia che si brucia in un unico ascolto diretto non è poesia.

Quanto alla televisione sarebbe certamente un mezzo per avvicinare quella che tu, con una parola bella, definisci “collettività”.

3)  Ci racconti qualche aneddoto della puntata in cui hai partecipato?

La cosa che mi è rimasta più impressa c’entra e non c’entra con la poesia: mi hanno truccata, benché io non sia abituata a truccarmi. Avrei voluto presentarmi al pubblico televisivo con la mia faccia consueta, ma mi hanno spiegato che non è possibile, perché le luci degli studi televisivi sono bianche e fanno brillare i volti. Così, ho dovuto acconsentire e mi sono anche divertita.

Dico che questo c’entra con la poesia perché l’episodio può essere letto in senso metaforico: cambiando il mezzo della sua rappresentazione, la poesia (la poetessa, nel caso specifico!) deve modificare leggermente anche la propria sostanza.

4)  In questi anni hai avuto modo di partecipare ad altri contest letterari, poetry slam o altri format analoghi? Possono, secondo te, essere considerati come strumenti per divulgare le proprie opere o altro?

Ho partecipato a diverse esperienze di poesia fuori dalla pagina. La prima negli anni Novanta, per merito di Alessandro Agostinelli, che ideò il festival “Presso tutti”, ovvero mise dei megafoni in mano a un gruppetto di poeti e li sciolse per la città di Pisa: nei mercati, nei centri commerciali, dai balconi dei quotidiani. Fu una grande esperienza di condivisione, fatta con persone che sono rimaste amiche nel tempo, come Laura Pugno e Vincenzo Ostuni e lo stesso Alessandro. In quel caso, potemmo tutti constatare l’interesse e la curiosità da parte dei passanti. Del resto, la poesia arriva sempre inattesa. Spesso anche indesiderata.

Più tardi, nei Duemila, ho collaborato con Stefano Savi Scarponi, che ha composto sul suono della mia voce le musiche di “Senza bagaglio”, un “videoconcerto per vivavox & electronics”, che abbiamo replicato in molte città anche europee, come Parigi, Istanbul e Belgrado. Il compositore ha adoperato la mia voce come uno strumento fra gli altri, al di là del senso semantico delle parole, non ha voluto scrivere un insignificante “sottofondo musicale”, ma ha intrecciato le note degli strumenti al suono prodotto dalla voce umana.

Questi i due eventi più appropriati a rispondere. Non posso però omettere di raccontare la lettura di poesie fatta per i migranti transitanti ospiti di “Baobab Experience”, esperienza che ho raccontato in un articolo uscito sul “Corriere della Sera”.

Nel caso di realtà come questa o di lettura nelle carceri, noi constatiamo la potenza e il limite della poesia.

Per tornare alla domanda: non amo nessuna delle categorie precostituite, amo tutto quello che serve a opporsi alla direzione verso il precipizio nel quale dalla metà del secolo scorso viene spinta la società occidentale.

Per fortuna la storia e la geografia stanno cambiando sotto i nostri occhi, non ci annoieremo per molto!

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