Interviste

Poesia, tempo e memoria (SIV 2.10.20)

"IMMONDO - La bussola europea per non morire di rifiuti" - progetto di Alessandro Agostinelli per "Società Italiana dei Viaggiatori" Europe Direct Firenze

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Menabò (10.20)

intervista di Renato Fiorito

1)    Vorrei iniziare questa chiacchierata chiedendole del suo ultimo lavoro: Giardino della gioia edito da Mondadori 2019 – 2020, perché mi sembra che esso rappresenti una svolta importante nella sua carriera e la consacri definitivamente, anche agli occhi del grande pubblico, come una delle figure più rappresentative della letteratura italiana di questo inizio millennio. Cosa l’ha spinta a scrivere il libro e come si colloca nello sviluppo del suo discorso poetico?

Innanzi tutto grazie per le sue parole. E grazie per aver scritto “letteratura” e non “poesia”, perché mi offre l’occasione di dire immediatamente che desidero aprire la gabbia nella quale la poesia si è autoreclusa, parlando solo ai suoi specializzatissimi adepti, chiudendosi in diatribe fra intenditori e smettendo di parlare al suo popolo. Avevo già sperimentato la tecnica di montaggio di Giardino della gioia con il libro precedente, Il bene morale: libri non tematici ma compositi, che intendono raccogliere molteplici forme espressive dell’umano. Credo che la poesia possa spingersi a essere inchiesta giudiziaria, mantenendo la stessa dignità della lirica amorosa.

2)    Giardino della gioia è un libro ricco di tenerezza e umanità, libro di contrasto tra anima e carnalità, miseria del vivere e sua felicità, tragedia del male e ansia di riscatto. Se queste sono le caratteristiche più evidenti, ci aiuti a coglierne qualche aspetto più nascosto e segreto.

Posso osare dire che si tratta anche di un libro di narrativa, dotato di trama: il macrotesto parla infatti dapprima di amore, poi di una rovinosa caduta nel disamore e, quindi, analizza la nostra possibilità di compiere il male – che dipende dalla incapacità di identificarsi con l’altro da sé. Alla fine, arriva l’auspicabile scoperta del “puro esistere”, ovvero la gioia – troppo spesso trascurata – d’essere vivi, che arriva a sostituire la maligna pretesa d’essere amati. Un altro elemento che m’interessa è l’ironia, a volte quasi la comicità.

3)     Nonostante il suo titolo, che richiama l’idea del giardino e della gioia, e dunque della bellezza, il libro parla soprattutto del dolore del mondo. Le chiedo se l’apparente contraddizione si può spiegare col fatto che lei indica un percorso, suggerendo l’idea che la consapevolezza della gioia nasce solo dopo che si è sperimentato il dolore.

Proprio così. Parlo di una gioia solidale, lieve, consapevole e stabile, conquistata non avendo paura di affrontare la quota di sofferenza che la vita assegna a ciascun vivente. Se diamo per ovvio che vivere implica una parte di male e dolore, riusciamo forse a smettere di lagnarcene: la meta della consapevolezza non è, infatti, produrre un incessante lagno sulla raggiunta constatazione del male di esistere, ma comportarsi come la funzione-“ginestra”, per usare la decisiva immagine del poeta più banalmente associato all’idea di dolore, Leopardi. Il leopardiano il fiore del deserto, il fiore sul quale incombe il Vesuvio distruttore, a differenza degli uomini non spreca il tempo della propria unica vita a edificare la propria impossibile immortalità, ma impiega il tempo della propria unica vita a profumare, a fare cioè del proprio meglio per rendere più dolce la vita di tutti, fondando così, senza troppi proclami né pretese di gloria, la “social catena”, sola possibilità di resistere al male naturale.

4)    Il suo impegno culturale e sociale nelle scuole, nelle carceri, tra i migranti e gli abbandonati, è noto ed esemplare. Qual è l’arricchimento che le viene da queste esperienze?

Proprio ieri, 26 giugno, durante un webinar, la neuroscienziata Cinzia Di Dio ha spiegato che le esperienze estetica ed empatica attivano le stesse aree del nostro cervello. Il processo estetico ci rende addirittura fisicamente disponibili all’empatia. Se quella particolare emozione bio-cognitiva permane, origina la compassione, la quale induce a comportamenti che la scienza definisce «prosociali». Quello che certi poeti scrivono da millenni può ora avvalersi di prove scientifiche: è oggi scientificamente comprovato che l’arte fa bene alla costruzione della “social catena” di cui sopra. Certo, non so su quali opere sia stato fatto l’esperimento e sarebbe interessante vedere quali aree del cervello attivino capolavori disturbanti come Tetsuo o la filmografia di Cronenberg o i libri di Céline, che pure sono opere grandiose. Ma teniamo intanto per buona l’importante informazione iniziale, della quale è assolutamente vero anche il contrario, cioè che la socialità fa bene all’arte e ce ne siamo accorti con chiarezza in questi giorni di clausura, che hanno ridotto molti poeti al silenzio. Ogni esperienza sedimentata, come scriveva Rilke, diventa poesia. Tanto più le esperienze che ci portano fuori dal nostro consueto, abitabile e ormai noto mondo.

5)    Il dramma dei profughi, degli immigrati, è spesso trattato con insofferenza e ostilità. Molti ritengono che l’entità della crisi dei paesi poveri sia così grande e profonda, che non si possa fare nulla per risolverla e che perciò faremmo meglio a proteggere i nostri livelli di benessere senza lasciarci coinvolgere dal disastro. Qual è il suo parere in proposito?

Ho un sentimento del mondo che non mi permette di distinguere tra “noi” e “loro”. Certo, se mi occupassi di politica, non potrei risolvere l’argomento con queste parole, ma ragionerei comunque nella direzione della più larga e concreta accoglienza possibile. 

6)     Con il Covid 19 tutti ci siamo scoperti più fragili e interdipendenti. Il virus ha fermato l’economia e ci ha isolati fisicamente, ma ci ha anche mostrato un mondo diverso, meno inquinato, più solidale e rispettoso. Secondo lei un mondo diverso è ora possibile?

Non credo: in Italia e quasi ovunque, nel mondo, le decisioni intorno al cosìdetto lock-down sono state dettate esclusivamente da ragioni economiche. In Italia, abbiamo chiuso troppo tardi e riaperto troppo presto, per non colare definitivamente a picco. La rivoluzionaria scoperta della nostra propria mortalità temo verrà presto rimossa e ognuno tornerà a essere (e dunque ad agire) come prima. Forse una maggiore attenzione alle arti può insinuarsi nella crepa, fin che dura la crepa.

7)     La tendenza che si sta affermando nella poesia contemporanea è antilirica, a causa di una affermata incapacità dell’io lirico a manifestarsi in un contesto di isolamento e disumanizzazione. Eppure lei, in “Serie fossile”, ha scritto: “io cerco che la vita sia all’altezza del canto. È questa la sventura e questo è il bene.”  (pag 105) Possiamo interpretare questo bellissimo verso come un atto di ribellione e di fiducia nella vita e nella poesia?

Ognuno fa quel che è. Do per scontato che la realtà, per noi, esista solo sotto forma di ciò che siamo in grado di percepire, di essa. Io sono semplicemente nata così: fiduciosa e ribelle, come qui sintetizzato. Spesso ostinatamente e ottusamente, al di là dell’evidenza. Altri preferiscono fermare lo sguardo alla “pura superficie” (è lo stesso discorso fatto per la ginestra). A me la pura superficie non basta, sento il bisogno di vedere oltre, peraltro dubitando che questo “oltre” esista. Due giorni fa ho concluso una specie di mémoire e ho quindi un vivo ricordo della mia infanzia: posso far risalire questa attitudine alla mia stessa natura, visto che da piccola smontavo le bambole, per scoprirne i meccanismi segreti. Così rispondo anche alle affermazioni grottesche di Raffaele Morelli sul femminile…

8)     Fa tendenza, specie in Italia, una poesia oscura, enigmatica, di difficile se non impossibile comprensione poiché alcuni ritengono che una scrittura chiara sia da considerare elementare e ingenua. Secondo lei recuperare chiarezza poetica è un difetto o una conquista?

Anch’io pensavo che la chiarezza fosse superficiale e che bisognasse dimostrare incessantemente la propria perizia e la propria intelligenza. Sono fasi. Adesso credo che chi ha pensato bene e lungamente ha formato in sé pensieri chiari e può esprimere concetti anche molto complessi in parole comprensibili ai bambini. È un’abilità che si acquisisce col tempo e con l’esperienza.

9)    Nella vita di ogni persona viene il momento dell’abbandono, del disamore, della vita che volta le spalle. La poesia può essere d’aiuto in quei momenti?

Dipende da quanto è devastante il disamore. In alcuni momenti non possiamo essere raggiunti da niente se non dal dolore. Successivamente la poesia, come esperienza di condivisione universale, può forse levarci dal senso di solitudine, altrettanto universale.

10)    Ci sono centinaia di tentativi di definire una cosa indefinibile come la poesia. Una volta tuttavia le ho sentito dire, commentando una poesia di Giorgio Caproni, che la poesia “salva dalla caduta nell’indifferenziato, dalla dimenticanza” e ho trovato questa una lucida e struggente definizione. Vorrei perciò chiudere questa intervista, di cui le sono molto grato, con una sua considerazione sulla funzione della poesia e la sua capacità di andare oltre i limiti che ci sono dati.

La poesia (la scrittura, posso affermare, dopo la seconda esperienza in prosa) ha la capacità di costruire mondi quasi più concreti di quello cosìdetto reale (vedi sopra le considerazioni sulla cosìdetta realtà), indaga l’invisibile e porta alla piena luce cose sommerse. Nell’esempio che cita: Giorgio Caproni con Il seme del piangere (a mio parere una delle operazioni poetiche più intelligenti del Novecento italiano) ha consegnato e, sì, salvato dalla dimenticanza l’ormai indimenticabile figura della madre, Anna Picchi. Questa è una funzione materna agita da un figlio: salvare la madre dall’indifferenziato e dall’indifferenza della natura, per la quale non siamo che vita che si aggiunge, o toglie, a vita. Caproni salva la madre attraverso la poesia, dunque con uno strumento che altri possono adoperare per ricordare, vedere e amare le proprie madri. Questo fenomeno vale per tutto ciò che la poesia tocca: cose e persone, visibili e invisibili. Non le pare una cosa utilissima? 

Chiunque dovunque (Nazione Indiana 19.9.20)

leggi in «Nazione Indiana» 19 settembre 2020

Chiunque dovunque

Lo scrivere che porto «avanti» – o meglio, che porto «dentro»: le cose e, spero, l’integrale umano – vuole decifrare le cose e, sì, con Deleuze, farle riscaturire dall’origine. La poesia non è il fine ma il mezzo: è la chiave, l’attrezzo, la pala (la falce) e il martello col quale scavo, mozzo e rompo il guscio, cioè la convenzione, di quella che chiamiamo realtà e che, naturalmente, non esiste.

Di certo esistono gli oggetti in sé, sarebbe insolente negarlo, ma non esiste un modo collettivo di guardarli. Neanche il mezzo più obiettivo, così obiettivo da denominare se stesso obiettivo (la fotografia), restituisce la realtà di niente. Ciò che vediamo è solo ciò che vediamo noi, individui fissati in un unico e irripetibile momento della nostra vita. Anche questo vedere, naturalmente, cambia. La poesia è forse un piccolo nodo nel tessuto di questo fluire e fluttuare continuo, casuale e pressoché incontrollabile, di esistenza. Un’esistenza enorme, che ci attraversa. Viene il mal di mare, a pensarci. O viene il sorriso dell’idiota dostoevskiano. Che è ciò cui ambisco.

Poetando, ci si ferma un momento e si fa il punto, non tanto della situazione, quanto il punto di quanto è nascosto sotto la situazione. La poesia fa il punto sull’invisibile. Una piccola curva spaziotemporale, una spiegazzatura nella trama che ci prescinde, uno strappo infinitesimale attraverso il quale osserviamo l’infinitissimo nulla, il vuoto che sta sotto e dentro qualsiasi costruzione umana e naturale.

La fisica illustra che la materia è vuoto, che la solidità sulla quale poggiamo i nostri apparentemente solidi piedi è costituita esclusivamente dal movimento delle particelle, dunque dalla relazione tra esse. La materia è relazione, inclusa la materia dei nostri corpi. Senza la relazione, non esiste che vuoto.

Anche noi, senza gli altri, non esistiamo. In questi mesi di clausura forzata abbiamo sperimentato la nostra inesistenza. Io, per esempio (io chi?), ho incontrato il gigantesco (ma discreto, devo riconoscere) fantasma di mia madre. A tal punto non esistiamo, senza gli altri, che, in assenza di corpi contemporanei, ci mettiamo a parlare coi fantasmi.

La poesia è anche questo parlare con chi non esiste e con quanto non esiste, per costringerlo a rivelare il proprio nucleo caldo, la propria sopravvivenza nella comune umana, la propria disperata vitalità, la voglia che hanno i morti di vivere ancora (cioè la voglia che abbiamo noi che i morti vivano ancora), che sopravvive come energia e anch’essa ci attraversa e percorre. Siamo attraversati e percorsi dal desiderio che niente finisca. Questo malinconico grido di eternità è la poesia. Un grido tanto più bello e valoroso perché consapevole della propria inutilità. La sua utilità consiste nel gesto di farlo. L’utilità della poesia sta nell’essere fatta. Pensata, plasmata. Questo gesto disperato di scavalcamento della morte accomuna chiunque dovunque.

La poesia che limita se stessa a mera descrizione delle cose si contenta di poco, si sostiene con mezzi di superficie, ci lascia a passeggiare nel mondo (ameno, benché orribile) delle apparenze, non ci toglie la terra sotto i piedi, non ci annienta, non ci nullifica, non ci fa precipitare in apnea dove le cose non esistono più. Dove, tanto meno, esistiamo noi. Questa visione del mondo è insostenibile e rasserenante.

La poesia è essa stessa purissimo vuoto, col punto rosso al centro della musica della relazione, che il nostro stesso corpo riconosce, per simpatia e istinto molecolare. Quella musica è nata contemporaneamente all’invenzione della materia. All’origine di tutto, probabilmente il caso, il quale ha mosso qualcosa che, chi sa perché, aveva avuto volontà di esistere, insieme a un piccolo gruppo di divinità inventate. Il caso, il vuoto, il non sapere, la febbre dell’indagine. Quando – in rari momenti – riusciamo a percepire il suono microscopico ed enorme della relazione, posta al centro del vuoto della materia, abbiamo accostato l’orecchio a quello che stamattina intendo per poesia. 

"Giardino della gioia" a Cabudanne de sos Poetas 2020

Isidora Tesic intervista MGC su «Giardino della gioia» (Seneghe, 6.9.20)

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L'origine della poesia (Festival Monza 20)

Qui parlo di quelle che credo siano le fondamenta della poesia e leggo il passo del romanzo nel quale racconto l'origine e le intenzioni della (mia) scrittura. Per il Festival della Poesia di Monza
  
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«Krisis - Tempos de Covid-19» UFSC 5.20

«Krisis - Tempos de Covid-19» é um projeto de Patricia Peterle e Andrea Santurbano do Núcleo de Estudos Contemporâneos de Literatura Italiana da Universidade Federal de Santa Catarina na Florianópolis, BRASILSpazio di riflessione di scrittori, poeti e artisti italiani sulla tragica esperienza del Covid-19, che sta devastando la vita di tutti alle più diverse latitudini. 

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Il pubblico della poesia (Sanbaradio 31.5.20)

«Col passare degli anni e, soprattutto, con la necessità di mettere in mano ai miei figli e ai ragazzi delle scuole un timone solido per navigare l’illusorio e mutevole mondo cosiddetto «reale», è cresciuta la mia necessità di intervento diretto sulle cose. [...] Non mettiamoci a scrivere, se non abbiamo il coraggio di affrontare e reggere il vuoto delle cose.» 

Leggi l'intervista integrale di Adriano Cataldo

Accademia Mondiale della Poesia live 30.4.20

Il giornalista del «Corriere della Sera» Ottavio Rossani intervista Maria Grazia Calandrone per "Accademia Mondiale della Poesia", 30 aprile 2020 - introduce Alfonso de Filippis - da un'idea di Michele Afferrante e Laura Troisi - domande del pubblico

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  •  ALCMANE,NOTTURNO (traduzione di Salvatore Quasimodo)
  •  
  • Dormono le cime dei monti
  • e le vallate intorno,
  • i declivi e i burroni;
  • dormono i rettili, quanti nella specie
  • la nera terra alleva,
  • le fiere di selva, le varie forme di api,
  • i mostri nel fondo cupo del mare;
  • dormono le generazioni degli uccelli dalle lunghe ali.
  •  
  • P – PERSONA (da Giardino della gioia Mondadori 2019)
  •  
  • «Una persona è quello che rimane quando è lontana», questo
  • l’ho già scritto. Io sono qui
  • e ti manco, perché ricordo
  • solo quello che fa bene
  • ricordare: ho setacciato l’oro
  • dalla mia vita, l’oro della sabbia
  • dell’infanzia, quando mia madre mi portava al mare e guardavo per ore
  • come luccica il mare dai promontori. Non serve ricordare
  • quando l’amore si trasforma in mostro. Non serve ricordare
  • quante volte io sono già morta
  • mentre ero viva. Non serve ricordare
  • l’abbandono. Una persona è quello che contiene
  • dopo che la vita
  • ha lavorato il legno della vita
  • fino alla midolla, fino a farne una barca leggerissima
  • che tiene il mare
  • sotto qualunque cielo. Io ricordo soltanto
  • il luccicare a perdita d’occhio
  • della mia vita. Se guardi bene,
  • vedi una cosa viva. Se guardi bene,
  • vedi che adesso finalmente sono
  • solo viva.
  •  
  • Roma, 31 dicembre 2018
  •  
  • La ZONA ROSSA (in «Antinomie», 15 marzo 2020)
  • a N.
  •  
  • Ho un’amica che continua a lavorare in fabbrica nella Zona Rossa. Alla pressa
  • il contatto forzato coi colleghi
  • è stretto. Dice: «Noi operai
  • siamo carne da macello. Nessuno parla
  • dei morti sul lavoro», ogni anno un conteggio
  • di prodotti stoccati e di mosche
  • morte nella regione della neve, dove l’orto è tagliato dai cancelli
  • e divide in porzioni disuguali
  • la terra. Tutto
  • finisce, per tutti, in due metri quadri
  • di terra, rivoltata da una benna
  • manovrata da un uomo reso muto
  • dal lavoro coi morti. Tutto
  • è messo a tacere
  • sotto uno strato di viridescenti muffe nobili
  • raggelate dal soffio della prima notte. Dice: «Non ho paura
  • per me». Non aggiunge: «Sarebbe quasi una liberazione». Anzi, emette una scintilla
  • di pura gioia
  • se le chiedo, in pensiero: «Hai mangiato?»
  •  
  • Roma, 12 marzo 2020
  •  
  • PIETRO MASO. SENZA EMOZIONE E SENZA RIMORSO (da Giardino della gioia Mondadori 2019)
  •  
  • Il 17 aprile 1991 Pietro Maso, dopo tre tentativi falliti, riesce a uccidere entrambi i genitori. Non esistono contrasti gravi in famiglia, lo scopo dichiarato del matriparricida è ottenere l’eredità.
  • Nel febbraio 1992, presso la discoteca «Modo» di Domegliara, nasce il «Pietro Maso Fans Club». I masiani indossano camicia azzurra infilata dentro pantaloni morbidi di colore grigio, a vita alta, blazer blu con bottoni dorati e foulard blu a pois bianchi; portano i capelli impomatati e pettinati all’indietro, la nuca rasata a V. Copiano lo stile lussuoso che Maso ha copiato da Don Johnson di Miami Vice.
  • I più estremisti legano alla vita grembiuli da macellaio schizzati di sangue e brandiscono finti coltellacci.
  • Nel marzo 1992, durante la partita contro la Cremonese, dalla curva Sud si alza il coro delle Brigate Gialloblu dell’Hellas Verona:«Nella vecchia Montecchìa, ia- ia-o, / Maso còpa anche sua zia, ia-ia-o, / con il cricco, cricco, crick, crick, cricco...».
  • La cosiddetta «massa» idolatra chi ha avuto la disinibizione di abilitare gli istinti più colpevoli e oscuri che, a istanti, abitano chiunque, ma solo in casi eccezionali come questo diventano progetti atti a modificare la realtà.
  •  
  • Io voglio tutto quello che voglio. Prima di tutto
  • il villino col giardinetto. Per avere il villino col giardinetto, devo rimuovere la famiglia che attualmente lo abita. Essa è la mia famiglia.
  •  
  • Per estinguere la mia famiglia, mi servono alcuni attrezzi:
  • due pentole, tre amici, un tubo in ferro e un bloccasterzo.
  •  
  • «Qui a Cchattanooga Tennessee qquando il ssole ti ssspaca in quatro…»
  •  
  • Poiché i miei genitori sono restii a morire, si renderanno necessari anche una matassa di cotone e un sacchetto di nylon.
  • Erano benvoluti, buoni, semplici. Erano da sopprimere.
  •  
  • «Più lo mandi giù, più ti tira su!»
  •  
  • Se tua madre non vuole essere cremata, il suo è un corpo che può essere riesumato. Per dire. L’omicidio va pensato, vanno valutate le concause. Avevo fallito altre volte, nell’ucciderli. La prima volta era stata colpa dell’inesperienza: avevo sistemato nel salone due bombole di gas e una centralina di luci psichedeliche, di quelle che si accendono coi rumori forti. Avevo puntato la sveglia alle 21.30, perché a quell’ora i miei guardavano la televisione. Suona la sveglia, si accende la luce e provoca la scintilla d’innesco. Sbam! Una buona idea. Avevo occluso la canna del camino con i vestiti, per aumentare la potenza d’urto dell’esplosione. Ma niente. Avevo tolto la sicura alle bombole, ma non avevo aperto le manopole e il gas non era uscito. Ingenuità. Ho dovuto spiegare a mia madre che ci facevano le bombole in salotto e i vestiti nella canna fumaria. Le sue continue richieste dovevano essere arginate. Quello che sfugge al mio controllo mi attacca. Lei, particolarmente.
  •  
  • «Se ho fame me la fate passare, se non ho fame me la fate venire…»
  •  
  • La seconda volta, il mio amico non se l’è sentita di uccidere mia madre in macchina con un batticarne.
  • Mi toccava farlo io. Chi non uccide il padre rimane una persona non emancipata.
  •  
  • «E la mamma lo sa?!»
  •  
  • Mi ero staccato completamente da loro, per portare a termine il mio piano. Si era ingenerato un distacco. Solo io esistevo. Gli altri erano
  • vuoto. Mondo deserto. Ero come le chiese che hanno i demoni all’esterno. Mi dovevo proteggere. Ero sacro.
  •  
  • «Io ce l’ho profumato!»
  •  
  • Leggevo i consigli di mia madre come occasioni per umiliarmi.
  • Mi sembrava di capire cosa volesse trasmettermi lanciandomi certe occhiate.
  • Occultarmi, voleva.
  •  
  • «Vivi ora, la vita è breve, il tempo è fortuna»
  •  
  • Mia madre capiva che la stavo uccidendo. Il suo sguardo non bastò
  • a fermarmi. Questa è un’affermazione da rettificare.
  • L’odore della carne aperta
  • non mi ha più abbandonato.
  •  
  • CONTRO L'ESILIO (da Giardino della gioia Mondadori 2019)
  •  
  • Siccome nasce
  • come poesia d’amore, questa poesia
  • è politica.
  •  
  • *
  •  
  • La prima volta
  • che incontrai la persona che avrei amato
  • quando ci salutammo
  • provai la povertà d’essere al mondo, uno stento
  • irreparabile
  • dell’intero
  • essere emerso. Fu
  • più che una mancanza
  • un mancamento:
  • lo scodamento di un nero
  • getto di plasma
  • attraversava la costellazione
  • MGC 1.9.6.4 (uno.nove.sei.quattro). Il bene
  • lo riconosci così, quando vedi quel microcosmo, capace
  • di ogni bene e male, allontanarsi
  • sulla strada assolata
  • e sai che, se ritorna, smetterà un dolore
  • lungo tutta la vita, la nostalgia
  • che non sapevi provare e stava
  • sconosciuta e vicina come l’ombra alle spalle,
  • tua in silenzio e miseria
  • come la gioia che con la neve dura.
  •  
  •  
  • Roma, 20 luglio 2018
  •  
  • ’A DOLESCENTE (inedito)
  • dedicato a tutti i regazzini lagnosi
  •  
  • È ’no sport come ’n’artro, signorina: tiro ar secchione.
  • Che vòr di’ che er secchione nun è arto 
  • e er sacco de monnezza ’n’è ’n pallone?
  • Nun te devi fissà co’ li dettaji, dài risarto
  • ar complesso. Tipo che semo vivi.
  • Ah, dici nun te basta? Dici che quasi quasi preferivi
  • nun dové vede ’sta gran mascherata, che te pare
  • ’n racconto de Poe? Anvedi, fai caciare
  • ma sei colta! «Se fa quer che se po’» dicemo a Roma…
  • Ah, sei de Pisa. E perché, a voi ve piace finì ’n coma?
  •  
  • Nun semo morti, è gia ’na gran conquista
  • nun c’è bisogno de annà a core ’n pista.
  • Ah, dici m’abbastava ’n coridoio.
  • Dici che c’hai ’na camera e cucina,
  • ché si te metti lunga sur divano
  • co’ la capoccia tocchi er lavandino?
  • Sai che te dico? Mettece ’n cuscino
  • e fatte ’na dormita de ddu’ mesi. Quann’è luglio te sveji
  • prepari lo zainetto e vai a core a San Saba, sotto i tiji.
  • C’hai presente, er profumo che fa piagne
  • che ce dà ’na memoria de quarcosa
  • che nun sapemo? Mo’ da retta a ’sta scema, nun fa lagne
  • e ogni vorta che t’arzi, la matina
  • ricorda de di’ «Grazie!», regazzina! 

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