Interviste

"A casa del poeta" (settembre 2018)

Fabrizio Buratto a casa di M. Grazia Calandrone per dire di poesia, politica, social e realtà

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poesia come democrazia ("affaritaliani", 17.7.18)

in occasione del premio Cetonaverde Poesia il direttore di "affaritaliani" Angelo Perrino ha intervistato Guido Ceronetti, Maurizio Cucchi, Milo De Angelis e  Maria Grazia Calandrone

guarda l'intervista 

poesia e realtà (Salone del Libro di Torino, 12.5.18)

  • intervista di Desirée Massaroni a Maria Grazia Calandrone su poesia e realtà
  • Salone del Libro di Torino, 12 maggio 2018

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Internet è il fast food della poesia (Slam[Contem]Poetry, 19.4.18)

Dimitri Ruggeri (Dima Amid) intervista Maria Grazia Calandrone

Miss Poesia, la poesia-performance in TV” (Slam[Contem]Poetry, 19.4.18)

1)  Pensi che oggi si dia abbastanza attenzione alla valorizzazione e alla divulgazione della poesia? In passato ci sono stati importanti trasmissioni come L'Aquilone su RAI 1 mentre oggi non ci sono programmi ad hoc. Cosa può fare ancora la TV? I talent possono essere “validi” sostituti?

Il rapporto tra i poeti e la televisione pone il problema del tempo.

La poesia, per come la si è sempre intesa, richiede un tempo lungo di assorbimento ed elaborazione. La televisione che si fa oggi è invece molto veloce, i dibattiti (primi fra tutti quelli politici) si sono trasformati in ineleganti attacchi reciproci privi di contenuto costruttivo, i sentimenti delle persone sono sovraesposti, la parola d’ordine è attirare immediatamente l’attenzione, bucare lo schermo, gettare l’esca sulle tavole dove le famiglie cenano e sui divani dove poi sonnecchiano.

Rimango comunque certa che la poesia, letta – letta bene – in televisione,  si farebbe notare come e probabilmente meglio di tanti programmi che scorrono sulle vite delle famiglie come se non fossero mai state visti (tanto è vero che ho anche lanciato un appello “contro l’attacco alla poesia da parte del Festival di Sanremo”). E l’esperimento della fine degli anni Ottanta di Giorgio Weiss lo dimostra, perché la piccola trasmissione, che era una semplice disfida poetica, senza contorni di musica, né balletti o valletti, raggiungeva ottimi ascolti. 

Un mezzo ancora più nuovo, che ha favorito la diffusione della poesia è certamente internet. Ma in internet può essere trasmessa solo la poesia scritta per venire immediatamente compresa e consumata, perché il nostro tempo di lettura in rete è molto breve, ed è interrotto ripetutamente da suggestioni che ci distraggono.

Internet è il fast food della poesia.

La “poesia slow food” richiede solitudine e silenzio, il rapporto uno-a-uno con la pagina e con il proprio personalissimo tempo di elaborazione.

Ho però la certezza che questa pausa, di lettura, di riflessione e contatto con sé stessi e i propri sentimenti e desideri, sia considerata pericolosa: al mercato è più utile un cittadino frettoloso, ormai quasi incapace di concentrazione, bombardato com’è da un tale numero di informazioni che è impossibile ne trattenga quotidianamente neanche un decimo.

2)  A tuo avviso la poesia letta ad alta voce può essere più efficace di quella che resta nel libro? Come ci si può riappropriare della collettività? Del pubblico?

La poesia ha il suo pubblico. Qual è il termine di paragone per definirlo vasto o invece esiguo?

Se parliamo di raggiungere un gran numero di persone contemporaneamente, la radio è un mezzo efficacissimo, che utilizzo personalmente da molti anni per leggere poesie, ovviamente di altri se la conduzione del programma è mia, come nel caso di “Qui comincia” o delle 21 puntate di ”Alfabetiere” che ho recentemente scritto e condotto per Radio3Suite.

Dunque la risposta alla tua domanda (che però in questo caso sono due) è nei fatti: amo e pratico la poesia letta ad alta voce, la ritengo utilissima a suscitare curiosità, ma non la ritengo comunque esaustiva: una poesia che si brucia in un unico ascolto diretto non è poesia.

Quanto alla televisione sarebbe certamente un mezzo per avvicinare quella che tu, con una parola bella, definisci “collettività”.

3)  Ci racconti qualche aneddoto della puntata in cui hai partecipato?

La cosa che mi è rimasta più impressa c’entra e non c’entra con la poesia: mi hanno truccata, benché io non sia abituata a truccarmi. Avrei voluto presentarmi al pubblico televisivo con la mia faccia consueta, ma mi hanno spiegato che non è possibile, perché le luci degli studi televisivi sono bianche e fanno brillare i volti. Così, ho dovuto acconsentire e mi sono anche divertita.

Dico che questo c’entra con la poesia perché l’episodio può essere letto in senso metaforico: cambiando il mezzo della sua rappresentazione, la poesia (la poetessa, nel caso specifico!) deve modificare leggermente anche la propria sostanza.

4)  In questi anni hai avuto modo di partecipare ad altri contest letterari, poetry slam o altri format analoghi? Possono, secondo te, essere considerati come strumenti per divulgare le proprie opere o altro?

Ho partecipato a diverse esperienze di poesia fuori dalla pagina. La prima negli anni Novanta, per merito di Alessandro Agostinelli, che ideò il festival “Presso tutti”, ovvero mise dei megafoni in mano a un gruppetto di poeti e li sciolse per la città di Pisa: nei mercati, nei centri commerciali, dai balconi dei quotidiani. Fu una grande esperienza di condivisione, fatta con persone che sono rimaste amiche nel tempo, come Laura Pugno e Vincenzo Ostuni e lo stesso Alessandro. In quel caso, potemmo tutti constatare l’interesse e la curiosità da parte dei passanti. Del resto, la poesia arriva sempre inattesa. Spesso anche indesiderata.

Più tardi, nei Duemila, ho collaborato con Stefano Savi Scarponi, che ha composto sul suono della mia voce le musiche di “Senza bagaglio”, un “videoconcerto per vivavox & electronics”, che abbiamo replicato in molte città anche europee, come Parigi, Istanbul e Belgrado. Il compositore ha adoperato la mia voce come uno strumento fra gli altri, al di là del senso semantico delle parole, non ha voluto scrivere un insignificante “sottofondo musicale”, ma ha intrecciato le note degli strumenti al suono prodotto dalla voce umana.

Questi i due eventi più appropriati a rispondere. Non posso però omettere di raccontare la lettura di poesie fatta per i migranti transitanti ospiti di “Baobab Experience”, esperienza che ho raccontato in un articolo uscito sul “Corriere della Sera”.

Nel caso di realtà come questa o di lettura nelle carceri, noi constatiamo la potenza e il limite della poesia.

Per tornare alla domanda: non amo nessuna delle categorie precostituite, amo tutto quello che serve a opporsi alla direzione verso il precipizio nel quale dalla metà del secolo scorso viene spinta la società occidentale.

Per fortuna la storia e la geografia stanno cambiando sotto i nostri occhi, non ci annoieremo per molto!

Lo stato di salute della poesia (Corriere del Ticino, 14.4.18)

“Io mi vergogno,/sì, mi vergogno di essere un poeta!”. Con questi due versi Guido Gozzano sentenziava il ruolo sempre più marginale della poesia nel Novecento, un secolo fin troppo prosastico per auscultare una voce con tempi e modalità diverse. Mai come nel Novecento, però, la poesia conobbe una stagione felice e ricca di tensioni diverse, in cui emerse anche l’ambizione a voler agire nella realtà cambiandola. Nel 2018, che spazi ci sono per questo genere letterario? È in salute? Chi è – e che fine ha fatto – il famoso pubblico della poesia (per dirla con il critico Berardinelli)? “Mai come ora la poesia è viva – spiega Gian Mario Villalta, poeta e narratore nonché Direttore artistico del Festival Pordenone Legge, che fra le altre cose ha il merito di dare grande spazio ed evidenza alla scrittura in versi. “Sta tornando dappertutto, a tal punto che le case editrici maggiori, come Rizzoli e Mondadori, ma anche Bompiani e HarperCollins, stanno tornando ad offrire nei loro cataloghi libri di poesia. Volumi che però si staccano dalla tradizione del Novecento”. Villalta continua sottolineando che il modello di comunicazione scelto è molto veloce, ad effetto: come i post su Facebook e su Twitter. “Alcuni successi pubblicati lo scorso anno da Mondadori sono strutturati così – sottolinea il poeta - poche parole di commento sulla vita quotidiana che devono essere consumate in fretta, sull’onda dell’emozione provata in quel momento”. Un bene? Un male? “Rianimare la poesia è indubbiamente utile, però occorre ragionarci sopra. Questo tipo di comunicazione esclude l’opera. Su Twitter non c’è spazio nemmeno per un sonetto, non si può sviluppare un discorso, sono tutti momenti-spot. È ancora poesia? O è solo la schiuma della poesia?”. La domanda è lecita e se la pone chiunque si occupi seriamente del tema. “Registriamo però una cosa positiva: c’è ancora chi cerca, chi ha fame di poesia e dei  suoi strumenti retorici. Ora si tratta, da parte delle case editrici, di decidere se si ha voglia di fare un discorso più ampio, di salvare la poesia come discorso stratificato e complesso, al di là degli incassi allettanti che si fanno con la schiuma della poesia”.

Anche chi sceglie strade molto lontane da quelle legate all’immediatezza e al profitto nota un miglioramento del quadro generale. Come la casa editrice Donzelli, la quale l’anno scorso ha pubblicato ben cinque titoli di poesia. “Di solito le uscite su un anno sono sempre state tre o al massimo quattro, con una prevalenza di titoli stranieri – precisa Elisa Donzelli, che oltre ad essere studiosa di poesia e italianista dirige la collana di poesia dell’omonima casa editrice. “Ma la scommessa e lo sforzo sono stati ricompensati, visto che nell’arco di tre mesi abbiamo ristampato tre libri: I mondi di Mazzoni, Una stagione d’aria di Leardini, Quasi un consuntivo di Pagnanelli”. Le vendite, conferma Donzelli, non sono ancora altissime, ma qualcosa si sta muovendo. “I numeri sono ancora piccoli, ma non piccolissimi. Dire che la poesia è in crisi è un’affermazione molto generica, io vedo una crisi in quelle operazioni che tentano di ridurre la poesia a una sola visione o ad uno schieramento, a una cerchia di poeti simili fra loro: il contemporaneo è molto più caotico e vasto di quanto si pensi”. Se c’è un criterio che guida le scelte della collana di poesia della casa editrice Donzelli è quello di seguire autori che sappiano ricostruire un dialogo fra l’io e il mondo sviluppando “una coscienza del rapporto fra sé e la storia”. “Sin dagli inizi il problema sono state le librerie, e lo restano ancora oggi. O meglio le novità, che subito scalzano i vecchi libri, i quali rimangono sullo scaffale poche settimane: il che la dice lunga su quanta poesia venga pubblicata, senza un controllo di qualità. Ai Festival, o durante le Fiere, ci siamo accorti che a comprare poesia sono due fasce: quella dei giovanissimi sotto i trent’anni e quella dei senior che superano i 65 anni”.

Anche Roberto Galaverni e Maria Grazia Calandrone concordano su un punto: la poesia è ancora viva. “I suoi funerali sono stati celebrati infinite volte, nei secolispecifica la poetessa, che scrive per giornali e riviste ed è impegnata da anni in progetti sociali di divulgazione dei testi poetici. “La poesia, invece, è riuscita ad adattarsi alle varie forme di comunicazione, perché risponde a un profondo bisogno umano. Per quanto cambino le tecnologie, per quanto la società avanzi o indietreggi, l’umano rimane lo stesso. Oggi come sempre, esistono poeti e critici convinti che la poesia sia morta e che cercano o suggeriscono mezzi alternativi alla pagina scritta per arrivare a un pubblico che sembra sfuggire, ma, a mio parere, il cosiddetto pubblico è vivo e presente”. Maria Grazia Calandrone si occupa, fra le varie cose, di divulgazione su Rai Radio Tre, canale per il quale ha recentemente curato una rubrica intitolata “Alfabetiere Poesia”, che presenta per 21 sere testi poetici legati ad una parola quotidiana, scelta seguendo l’ordine delle lettere dell’alfabeto. “Mi chiedono di fare programmi di poesia perché l’ascolto è altissimo. Non analizzo i testi facendo vera e propria critica letteraria, perché la radio non è il mezzo giusto, l’ascolto è certo più distratto che in un convegno, ma non abbasso il livello: leggo poesia e racconto poesia in maniera analogica, evidenziando i legami tra i testi e le esistenze stesse dei poeti. Avverto molto bisogno di poesia, i Festival sono molto frequentati. Nelle scuole incontro gli studenti e riscontro interesse anche da parte dei ragazzi, i quali però non sanno dove trovare i libri dei poeti contemporanei. Per questo esistono corsi di formazione per docenti, ai quali i docenti stessi partecipano con curiosità e interesse, così da entrare in contatto con le scritture contemporanee, per esempio quella di una poetessa importante e a me carissima come Antonella Anedda, che potranno poi suggerire ai propri studenti”.

E i giovani, come scrivono? Quali sono i temi che innervano le nuove produzioni? “Come critico letterario leggo molto di più di quanto non scriva – spiega il critico letterario Roberto Galaverni, uno fra i fondatori del Centro di poesia contemporanea di Bologna, firma del Corriere della Sera e collaboratore presso “Il Segnalibro” (RSI Rete Due). “Scrivo ancora poco sui giovani per prudenza, ma sono contento quando trovo qualcosa che mi piace, quando trovo un giovane poeta che legge gli altri ed è interessato a quelli che hanno scritto prima di lui. Recentemente mi ha colpito il fatto che molti giovani poeti – e non so se questa sia una coincidenza – abbiano parlato di esperienze non immediatamente collegate con la propria esperienza individuale, facendo riferimento all’antropologia dell’uomo, alla specie, alla genetica, nel tentativo di fare un discorso che coinvolgesse il rapporto fra io e altri non in modo ideologico. In molte poesie giovanili, poi, mi colpisce il senso di precarietà riguardo a temi come il lavoro ma anche le relazioni”. 

Istruzioni per vivere (Secolo Donna 2017)

intervista di Angela Lo Passo

Parto da lei e dal suo approccio al genere poetico.
Scorrendo la sua biografia, si nota subito questo doppio modo di approcciarsi al reale (sociale ed intimo)  che si rispecchia anche nella scrittura, non solo a livello contenutistico ma anche linguistico-formale:  secondo lei ciò è dovuto alla sua natura e formazione o al tipo di poesia attuale?

È dovuto senza dubbio alla mia formazione, perché ho conosciuto dall’infanzia due culture in apparente contraddizione: una linea maschile limpida, di ideali calati con un piglio generoso e irruente nel concreto della vita politica – e una linea materna perturbante, piena d’aria affocata e di morgane, prossima alla tentazione della convivenza dei vivi con i morti. Questo doppio manuale di istruzioni per vivere convive nella mia poesia, originando due voci parallele che talvolta si scambiano la cortesia della parola, ma trova senso e urgenza nel contesto storico e linguistico nel quale casualmente sono viva. Inoltre, origina in me la necessità di tracciare dei segni sulla pagina dura della vita, non solo sulla pagina ardente della poesia.

Passiamo ora ad analizzare l’impatto della poesia sulla contemporaneità.
La poesia sembra un’arte dimenticata, riservata a pochi eletti  che nulla ha a che fare con l’azione. Ha perso, sembrerebbe, la capacità di illuminare il fare sociale, avere poche connessioni con la storia. E’ un fatto voluto o è, purtroppo, l’amara condizione a cui dobbiamo in qualche modo rassegnarci?

Non volendo ho già contraddetto l’affermazione contenuta nella domanda. Mi pare più che mai necessaria la visione del mondo dei poeti: ora che il mondo del capitale sta esalando il suo ultimo respiro, adesso che l’Europa si frammenta e si chiude, trascurando il lavoro dei tanti uomini e donne che aprono la propria vita al futuro, non le pare indispensabile una bussola, una visione collettiva, un’affermazione di uguaglianza? Se è vero che la poesia parla al nucleo comune degli uomini, credo che in futuro avremo sempre più bisogno di sentirci parlare da così vicino.

Ora una considerazione generale sulla poesia.                  
I luoghi e i modi di fare poesia, la sua stessa necessità di essere e di essere riconosciuta sono cambiati con il tempo: oggi come e quando si può parlare di poesia? E quale cifra ha la poesia contemporanea?

Oggi come prima credo che la poesia si riconosca dal suo effetto fisico. Se fa battere il cuore o se mette in moto la gioia di un fervore mentale, se mentre la leggi dimentichi le leggi basiche della sopravvivenza come respirare, è poesia. Scrivo “leggi” perché l’ascolto della poesia può trarre in inganno: la poesia va misurata in solitudine e nel silenzio, senza nient’altro che se stessa, senza neanche la voce del poeta, va messa di fronte ai nostri occhi proprio come un quadro. Se è poesia, quello è il suo spaziotempo per parlare, cioè per mettere in crisi il nostro mondo.

Una riflessione sulla scrittura poetica.
Sappiamo che scrivere comporta un lungo apprendistato, frutto di lettura e analisi, di un giusto equilibrio tra significante e significato, insomma di meditazione, studio e tempo,  mentre proliferano premi, raccolte di versi prodotti da un incauto ottimismo su cosa possa definirsi “poetico”.  Cosa direbbe a chi si accinge oggi ad affrontare un genere così complesso ed insidioso? Quali le coordinate da seguire?

Proprio come lei ha ben detto: darsi tempo, non aver fretta e leggere, leggere irrimediabilmente. Saper parlare di poesia, essere colti e intelligenti, saperla lunga sui poeti, non vuol dire essere poeti: ora che il livello medio di cultura si è giustamente e fortunatamente innalzato, è facile cadere nell’equivoco di sentirsi poeti perché si sa scrivere. Un poeta deve aver maturato una visione del mondo – e avere una visione del mondo, salvo rari casi, richiede riflessione, tentativi ed errori, ripensamenti. La visione va poi tradotta in parole, ovvero in stile. Non descritta, tradotta: sulla pagina deve depositarsi la costruzione di un mondo tradotta in stile, non basta saper mettere una dopo l’altra una sequenza musicale di sillabe. Penna ha una visione, Sanguineti ha una visione. Prendo apposta ad esempio due esiti opposti. Naturalmente, quando la poesia segue da vicino l’apprendimento esistenziale del poeta, lo stratificarsi dell’esperienza può rovesciare quasi interamente la visione: pensiamo a Caproni, che comincia a parlare cantando l’aria che fanno le ragazzine passandogli accanto e si congeda sempre più esile, ironico e disincantato, cercando l’inesistente verità tra spini e rovi montani.

Ancora una considerazione sulla condizione contemporanea e sui giovani.
Esiste secondo lei un modo per imparare a fare poesia, per incanalare il proprio vissuto e la visione del reale in modo da diventare voci del proprio tempo senza usufruire di scuole o accademie (o che si spacciano tali), partendo soltanto da un proprio vissuto e dalle proprie letture o studi?

Le scuole di poesia servono a confrontare la propria esperienza e i propri esercizi con quelli dei poeti invitati e dei compagni di corso. Ma, poiché non si tratta di una scienza esatta, nessuno può insegnare la poesia, nessuno è mai riuscito neanche a dire cosa sia la poesia. Probabilmente la poesia nasce dall’esperienza del limite e dell’insufficienza della così detta “realtà”, si tratta del desiderio di sentire la realtà nella sua forma intera, integrale, completa di visibile e invisibile, concentra uno slancio laico verso l’invisibile, materializza bisogno e desiderio in forma di bellezza. Ma chi può insegnare a un altro a desiderare? Però, certo, si può leggere insieme…

Ruolo e funzione di chi si impegna con il pensiero a cambiare lo status quo.
L’intellettuale ha bisogno di adattare il linguaggio al contesto e cercare di comunicare la sua visione anticipando in qualche modo cambiamenti e possibilità di emancipazione. Come può distinguersi oggi un’opera militante, nel senso più stretto del termine? E l’intellettuale può definirsi libero, nonostante tutto?

Un’opera militante, oggi come sempre, è un’opera che guarda al futuro ricordando l’esperienza del passato, dunque un’opera che contenga un pensiero il più esteso e ampio possibile. Il presente si interpreta e si costruisce tenendo accesi i sensori per intercettare i mutamenti anche minimi (sebbene nel nostro presente siano macroscopici), ma con i piedi saldi nella storia, negli errori e nelle vittorie che ci hanno preceduti. Nel caso dei poeti, “mondo” e “parola” quasi si sovrappongono, allora penso al lavoro necessario sugli inevitabili cambiamenti che i movimenti mondiali porteranno nella nostra lingua: esausta, sfinita, “paralizzata”, come la definisce Gian Maria Annovi. I poeti saranno probabilmente i primi a rimettere sangue e moto nella lingua, come ha fatto Ùbax Cristina Àli Fàrah*, autrice somala che ha compiuto il procedimento inverso, inventando un italiano “con le sonorità e le strutture del somalo”, per “riappropriarmi di tutto ciò che nella realtà non poteva coesistere”. Ricucire dunque una frattura biografica e storica – che diventa frattura interiore – modificando la lingua nella quale esprimersi. Cominciamo ad arrenderci: il futuro sarà fatto di popolazioni miste che parleranno lingue nuove, miste, reinventate.

* [in Ai confini del verso. Poesia della migrazione in italiano, a cura di Mia Lecomte (Le lettere, 2006)]

Infine uno sguardo al mondo a cui apparteniamo entrambe.
Potrebbe sembrare una domanda di parte, ma c’è una possibile definizione di una poesia o poetica al femminile? E se sì, quale?

Quando la poesia delle donne cominciava a pretendere l’ascolto al quale ha il diritto che tutti noi oggi diamo per scontato, si è molto discusso intorno alle questioni di genere: per cominciare, si rendeva necessario marcare dei confini e rivendicare l’insostituibile valore assicurato da una specificità. Grazie alla strada che le donne prima di noi hanno fatto per noi, a questo punto della storia letteraria dell’Occidente credo che le differenze si siano assottigliate al punto di sparire. Non è così in altri paesi, uno per tutti l’Afghanistan, dove le donne ancora pagano con la vita la propria arte, una per tutte Nadia Anjuman, uccisa nel 2005 dal marito perché scoperta a leggere in pubblico i suoi ghazal, poesie d’amore scritte di nascosto per anni e riunite nel libro dal titolo Fiore rosso scuro. Per la nuda cronaca: il marito di Nadia, ricercatore universitario della facoltà di Lettere, viene processato e assolto, dunque torna a insegnare all’Università: per la legge afghana Nadia è morta suicida. Conclusione non lontana dal vero, nei luoghi dove scrivere poesia per una donna equivale a rischiare la vita. Se l’è proprio cercata, non vi pare?

Michele Paoletti intervista MGC (25.11.17)

Laboratori Poesia, 25.11.17

In questi tre testi lo sguardo di Maria Grazia Calandrone si posa sulla natura e sull’essere umano in un percorso fatto di echi e di intrecci. I versi raccontano in maniera quasi chirurgica la composizione degli alberi, loro anelli dorsali, il clamore degli stami, le processioni […] di corolle e fiaccole / di stimme nel nettario; tuttavia non c’è freddezza da laboratorio nelle parole usate bensì un calore vivo e pulsante e un invito: spogliarsi del nostro ruminare notturno nella morchia dell’anima per ritornare ad uno stadio fatto di istinto e di materia, indispensabile per entrare in contatto con queste perfette macchine da fiore. Nel secondo testo è ancora più evidente l’intento chirurgico dei versi, la descrizione di elementi anatomici ben precisi; ma si tratta anche in questo caso di una sorta di anatomia amorosa: il sentimento trabocca e oscilla tra due evidenze: l’inevitabile fine che aspetta ogni essere umano per estinzione deliberata del battito cardiaco e l’urgenza costante di aver cura della sua meraviglia e della sua ferocia.

1.     Cos’è il bene morale che dà il titolo alla raccolta?

Il bene morale è quello che dovremmo portare gli uni agli altri: un bene etico, responsabile. Dieci anni fa ho intitolato un altro mio libro La macchina responsabile. Come tutti, ho le mie ossessioni: una tra le più radicate è la responsabilità dei nostri sentimenti, l’attenzione che dobbiamo al bene che proviamo e facciamo. Tradire o, peggio, rinnegare quello che abbiamo amato, oltre al male che arreca, ha la imprudente conseguenza di tradire noi stessi. Questo, per quel che concerne i micromondi privati. Ma l’etica del bene, nel libro, è ovviamente estesa alla storia, poiché la storia è agita da individui che, sommandosi uno all’altro, formano i popoli: scrivo dunque di Shoah, del Vajont, della Shoah contemporanea dei migranti e di singoli eventi come la misteriosa morte di Marilyn Monroe o il conflitto interiore di un padre indiano, cui è nata una figlia con otto arti – e tutto ciò a contrasto con un controcanto leggerissimo, infantile, che rappresenta la gioia alla quale abbiamo diritto, semplicemente per nascita.

2.     Recentemente in una puntata di Qui Comincia (programma radiofonico in onda su Radio Tre il sabato e la domenica alle 6.00) ha parlato del concetto di gioia in poesia ed in questi testi, così come nelle sue raccolte poetiche precedenti, sono presenti numerose forme di gioia da quella amorosa al sentimento bruciante provato di fronte all’apparizione della bellezza del mondo. Perché è così importante per lei approfondire questo concetto attraverso i suoi versi?

Credo che il compito della poesia sia indicare la bellezza del mondo, insistere affinché ci accorgiamo del tesoro che significa essere vivi. Faccio un esempio concreto: in un ciclo di videointerviste pubblicate da “Corriere Tv”, che ho dedicato ai volontari di “Baobab Experience” (gruppo di prima accoglienza ai migranti), ho ripetutamente chiesto come mai gli ospiti, che hanno subito torture e ingiustizie per noi inimmaginabili e che vivono in accampamenti provvisori in non-luoghi extraurbani, affidati alla “compassione” (in senso etimologico) degli altri, sembrino felici, giochino a pallone, siano sempre cordiali. La risposta di Sonia Manzi è stata: “Perché sanno accogliere il poco che ricevono, come noi non siamo più capaci di fare”. Questo è tutto. Non accorgerci del bene che abbiamo è un insulto, appunto, morale.

3.     Il suo sguardo in questi testi è sempre proiettato all’esterno, verso una natura traboccante di vita, lungo il corpo di una persona amata, sul paesaggio circostante. Il poeta dovrebbe essere un tramite per raccontare la bellezza del mondo senza cedere alla tentazione di ripiegarsi su se stesso?

Credo di aver già risposto. Inoltre, le poesie che parlano dei propri autori mi annoiano a morte, se hanno quel sentore di aria chiusa dell’io e gli autori non usano se stessi come un qualunque strumento simbolico, una chiave universale (pensiamo a Caproni). I poeti non hanno nulla di speciale, se non una feroce curiosità analitica (pensiamo alle scomodissime domande di Pasolini in Comizi d’amore) e la parola. E, poiché la parola è uno strumento potentissimo, è necessario utilizzarla in forma rivoluzionaria, se vogliamo contribuire alla costruzione del nido del mondo con la nostra pagliuzza. Come scriveva Robert Musil: “Estrai il senso da tutte le opere poetiche e ne ricaverai una smentita interminabile – di tutte le norme, le regole e i principi vigenti sui quali posa la società che ama tali poesie! Una poesia col suo mistero trafigge il senso del mondo… Se questo, com’è costume, si chiama bellezza, allora la bellezza dovrebbe essere uno sconvolgimento mille volte più crudele e spietato di qualunque rivoluzione politica!” Musil scrive che la poesia trafigge “il senso del mondo”, non il senso della nostra persona (avviene anche quello, ma come conseguenza secondaria) e lascia intendere che il senso del mondo sia la sua bellezza, e che questa bellezza sia sconvolgente ed eversiva. E quindi, come potremmo contentarci di contemplare uno specchio?

da Il bene morale - in uscita per Crocetti

Alberi

Essi hanno questo fiore dentro che comincia
con l’affermazione che non sanguinano,
ma hanno anzi una capacità variabile
di sopportare tagli
tra i filamenti vivi
con anelli dorsali e una frattura
marginale, con qualche escoriazione per il fuoco issato
una volta sulla bianca colonna del fusto come una bandiera di dolore.
Tutto portava una scucitura di silenzio
sulla corteccia: in quel punto
non passava più la voce.
Mimose e mandorli sono i primi a fiorire
ma tutti
se amputati, rimarginano in lance di fogliami appesi alla faretra dei tronchi con tralci portanti e un fresco e
vivo rampichìo di gambi
e un clamore di stami al culmine del pomeriggio
e un luccichio frontale, tutti sono strumenti per lasciare cadere
lingue e lamine
d’oro, processioni con croci bianche di corolle e fiaccole
di stimme nel nettario, sono cose cresciute per dare
e per dimenticare. Dimenticare come s’innestava la tua voce
nel nettario del cuore, come i regoli e i timbri
delle vocali fossero fatti per impressionare
il fiore maturo.
Essi sfiorano il cielo in formazioni audaci,
si avvitano
con una pacatezza e una competenza
perfette pure nell’evidenza del corpo ferito,
pure a bagno nel nero e nell’amaro
inverno. Dunque bisogna avvicinarsi a loro
senza il cupo ruminare notturno nella morchia dell’anima
ma come cinghiali, un entroterra bianco: essere terra
bisogna, sotto la loro macchina da fiore.

Roma, 23 marzo 2010
 
incipit. esumazione del corpo amoroso. lacerare
la guaina della memoria. esporre le lacune. vastità siderali del corpo amato. secondamento, al fine
della esposizione dell’intero
corpo amoroso
sul tavolo settorio. conta
delle lesioni di assestamento e delle distorsioni
della realtà. il seno sagittale della dura madre
origina a livello del forame cieco
e afferisce alla falce cerebrale. sia secondo l’amore
il pensiero. la comune malinconia di un dato: finire
per estinzione deliberata
del battito cardiaco. si riscontrano scorie di volontà
non propria, simili a imitazioni di un’idea
del mondo. scaglie plastificate di realtà
sulla dolce mucosa sublinguale. seno destro imperioso. cavalcatura del monte. lambita
rima del monte. una goccia
di sostanza vitale
brilla ancora
alla luce del tardo pomeriggio
estivo. seno sinistro
petroso. rima
che irrora la giugulare, raccolta
nella tunica esterna di una pelle ambrata
per un sangue perfettamente puro. nessuna carie. aggressione del lobo
tiroideo. avrò cura
della schiuma di neve dei tuoi sogni
e dell’arco sereno
del diaframma. l’impalcatura nervosa
degli arti inferiori
vibra come un elastico. un sorriso infantile. bianco come lo smalto di un lavabo. bianco come il tuo cuore
che tremava per l’accelerazione e ora posa nel cavo sternale
come una scheggia
calcarea. la concrezione del mio amore muto nel disco d’oro
che hai chiamato prevaricazione
si è scolpita nella cesura amara
delle labbra, bellissime. la comune evidenza di un dato: amare
questo vivido essere impermeabile. avere cura
della sua meraviglia e della sua ferocia. non esiste che questo sulla terra.

Roma, 10 settembre 2015

un paesaggio italiano
 
1.
in un’aria da fine del mondo cola il tuorlo del sole
e battezza i pratoni di Castel di Leva
coi mozziconi eretti delle rovine
 
brilla la sedia rossa nella cucina
che dipingemmo insieme in un pomeriggio di gioia
ed è tuttora un appezzamento di luce con figure
 
che selvagge coincidono con il carnaio dell’erba
sparso in basso tra i colpi dei battilamiera – scoppi
d’argento cupo e alto come dal marmo mattutino
s’innalzano le rose
 
2.
non si vedono ancora le montagne
tra i giacinti riversi per il peso dell’acqua di marzo
né alberetti macchiati di rugginoso muschio
e altre cose strette alla loro polvere, ma
 
un bianco cane intero
con il muso proteso dentro un timido sole, un baluginante
sporgersi di umidità naturale dai barlumi del giorno
andato via tra fiammeggianti spighi di ginestra
 
Roma, 18 marzo 2013

La vita è altro (Qui Libri n. 38 11-12.16)

La vita è altro. Conversazione con Maria Grazia Calandrone
di Nadia Agustoni

Una conversazione intorno ai temi dello scrivere non è cosa semplice, in particolare con un poeta e tanto più se non è solo un autore di versi. L’intelligenza è curiosa, esplora e sa che il relegare la scrittura poetica in una zona/campo simile a quella dove decollano i deltaplani o il parapendio non rende l’idea del fare poesia, o forse si. I voli in jet sembrano appartenere ai best seller, ai romanzi in serie già prenotati due mesi prima dell’uscita e dimenticati molto presto, ma l’avventura autentica è proprio di chi prende dei rischi e richiede uno slancio. L’esperienza mi dice che spesso i libri di poesia hanno bisogno di tempo per essere assimilati. Un libro di poesia può sparire per anni e ricomparire all’improvviso. Nel frattempo è stato letto e riletto.

Maria Grazia Calandrone appartiene alla generazione scomparsa dei poeti, la generazione dei nati nei 60, in gran parte rimasta nell’ombra. Il suo è uno dei pochi nomi conosciuti. La poesia di Calandrone è complessa e nello stesso tempo rimane leggibile. Il verso è spesso lungo, con folgorazioni alla Whitman e lo stesso senso di unità del tutto. Un senso in cui la vita è ben oltre la pagina, oltre il canto, come nell’ultimo libro “Serie fossile” 2015 in cui è raccontato un amore e in cui il corpo e la luce, il corpo e la paura, costituiscono la materia continuamente evocata per darsi un mondo. Questa ri-novellazione prende atto di come l’umano sia caduta e nascita, ferite e splendore. Il continuum delle amanti, che Adrienne Rich avrebbe molto amato, non termina in una fine, ma in un ulteriore segno d’amore, lucido e chiarissimo come un tempo salvato da tutto.

“La vita chiara” 2011 propone diversi testi di poesia civile e dialoghi con il poeta persiano Hafez e con la mistica Teresa D’Avila. Parto da questi due libri per una conversazione con Maria Grazia Calandrone sullo scrivere, sull’insegnare e sul coraggio.

1 - Nel suo libro “La vita chiara” vi sono quattro sezioni, acqua, fuoco, terra e aria. I quattro elementi della vita sulla terra. Lei vi associa temi diversi, dall’amore in dialogo a distanza con Hafez, a poesie su eventi tremendi del 900, come le stragi di Marzabotto e di Sant’Anna di Stazzema. Le chiedo perché secondo lei quegli eventi ci interrogano ancora?

Tutto ci interroga, perché noi siamo del mondo. Un poeta viene interrogato, in particolare, dalle voci di quelli che non hanno voce – o non l’hanno più.

Credo fortemente al senso etico della poesia, alla sua capacità di tenerci nella comunità umana della quale abbiamo nostalgia.

Gli episodi di massacro, come questi che lei cita, vengono ricordati come monito, certo, ma non come lezioncina, bensì attraverso l’identificazione, nel duplice senso di “individuare” (identificare un individuo) e di “diventare” (sentire i sentimenti di un altro): il sentimento della compassione, che oggi piace chiamare empatia, non viene messo in moto dai grandi numeri: è necessario osservare, avvicinarsi al dramma di una singola esistenza, affinché ricordiamo che ognuno di quei numeri è un particolare e reale e concreto essere umano: con i suoi oggetti, il suo odore, i suoi affetti, le sue malinconie, la sua memoria, i suoi lampi di gioia e le sue certezze.

Il poeta è “utile” a individuare e riconoscere il singolo nei grandi numeri: prende in carico la voce dei testimoni e la rilancia, attraverso le sue parole, al futuro.

2 - Tutta la poesia è sempre “poesia civile” se non altro perché dà conto di esperienza ed esistenza che sono reali. Parlare di un fatto storico che ancora ci riguarda o intessere un dialogo con Teresa D’Avila, figura dell’obbedienza a una regola e insieme dell’essere oltre, ben radicata nella propria libertà, è un inscrivere nel mondo un disegno comunque diverso.

Ecco, vede, lo sa anche lei! Non a caso è poeta… La diversità alla quale fa cenno, credo sia proprio quella della comunità umana che ho nominato qui sopra.

3 - Scrivere poesia dopo Auschwitz, per Adorno, era immorale, ma ormai scriviamo in presenza di Auschwitz ogni giorno. Vediamo le immagini, spesso in diretta, di stragi, esodi, guerre. Nessuno, tanto meno chi scrive, può rimuovere queste cose. Tuttavia il nostro tempo è quello di una superficialità estrema. Suscita emozione la foto di un bambino annegato, ma tutti quelli che annegano dopo vengono ignorati. E’ possibile che ci si stanchi delle persone ferite? Che l’abitudine alle immagini ferite desensibilizzi?

Ian Mc Ewan, nel suo ahimé profetico Sabato, riflettendo proprio su questo argomento, scrive che siamo naturalmente portati a difenderci dalla gran massa di dolore che entra nelle nostre case ogni giorno attraverso gli schermi televisivi e i giornali, scrive che abbiamo a disposizione solo una certa quantità di compassione e che siamo costretti a selezionare alcune zone d’intervento, ad agire sul poco che ci è dato migliorare e dimenticare il resto, per sopravvivere.

Poiché voglio bene agli esseri umani, preferisco pensare che si tratti di questo, più che di superficialità e insensibilità. Se spendessimo il nostro amore verso ogni dolore che ci viene incontro, verremmo sopraffatti e annientati da un gigantesco senso d’impotenza. Dunque, scegliamo il poco, la frazione di mondo della quale occuparci.

4 - Lei tiene corsi di poesia in carcere. Cosa cercano le persone che seguono queste lezioni?

Credo che, in carcere, uno tra i problemi più urgenti e quotidiani sia come impiegare il tempo della pena. Dunque i detenuti vengono ai laboratori sicuramente per riempire un paio d’ore della loro giornata. A volte arrivano di malavoglia, con il pregiudizio di annoiarsi, dovuto a come la poesia è insegnata nelle scuole. Poi, si trovano di fronte una sorpresa: il poeta è una persona normale, che parla di cose e sentimenti che li riguardano.

La poesia non è quel tirar dietro alla retorica inafferrabilità di angelicate donzellette, non è l’esalazione soporifera che sembra sollevarsi dai fogli delle antologie scolastiche: la poesia dice cose che fanno parte della loro vita. Amore, dolore, ingiustizia, ironia, sentimento dell’esilio, nostalgia, immaginazione, rabbia. Tutte cose che stanno sulla terra. Ovvero, su una terra condivisa.

5 - Se pensiamo al coraggio in poesia vengono in mente Achmatova o da noi Pasolini. Lei ha parlato di eventi traumatici della sua vita, ha toccato nel vivo il darsi la morte dei suoi genitori naturali, non si è sottratta a questa materia dura, intrattabile quasi. Vi è però anche un coraggio della forma, uno stare sulla pagina in modo diverso che è di alcuni poeti, non solo sperimentali. Penso a “Petizione per il rilascio dell’alba”, un testo del suo ultimo libro in cui lei sembra “giocare”, ma nulla è lasciato al caso. C’è una composizione precisa. Ce ne parla?

Ci sono momenti di dolore dai quali solo l’ironia ci salva. Ma, per arrivare all’ironia profonda, cioè alla levità di tutto l’essere, bisogna che il dolore non sia stato eluso, ma sia stato affrontato. La parola “affrontare” rende bene l’idea dello scontro frontale. “Prendere un treno in faccia”, si dice.

Se abbiamo preso un treno in faccia, impieghiamo del tempo per rimettere insieme i nostri pezzi. Ma proviamo a incollarli con l’oro, come insegnano i giapponesi: l’operazione di collage dell’animacorpo nostra può essere preziosissima, possiamo approfittarne per lasciar andare il superfluo, per abbandonare sui binari – per esempio – l’ultima delle maschere, che è appunto l’ironia disperata – per raggiungere l’ironia dolce, affettiva, cioè la benedetta leggerezza!

In Petizione per il rilascio dell’alba tento una ricomposizione tra ironia e amore, è messa in scena un’ironia amorevole. Dedicata.

6 - Leggendo i suoi libri si ha l’impressione che l’amore sia al centro; l’amore per le persone, non solo la passione d’amore.

Io credo fortemente alla comunità umana, ho il sentimento molto chiaro della circolazione di affetti tra le creature. A volte si nota: sembra di vedere il fluire di sentimento tra creatura e creatura, come onda di calore o piuttosto rigidità, muro e armatura, che respinge le peggiori intenzioni dell’altro – a volte anche le migliori, purtroppo, quando un vecchio dolore ci rende diffidenti, inaccessibili all’amore nuovo, cioè alla vita nuova. La passione d’amore ha infatti a che fare con il mondo, perché aumenta esponenzialmente l’evidenza della circolazione collettiva, porta in luce il fuori-da-sé: quando si è innamorati, si ha il desiderio e la forza di abbracciare il mondo, non si fatica ad ascoltare, a prestare attenzione.

L’amore di coppia sano e fruttuoso si riconosce perché ci rende spontaneamente accoglienti verso l’esterno. Attraverso l’esistenza dell’essere amato, ci accorgiamo dell’esistenza del mondo – e questa è la conquista più importante e difficile che possiamo ottenere da noi stessi. Se, viceversa, l’amore ci chiude, nella coppia o in noi stessi, non si tratta di amore, ma di altro.

La poesia, come ho detto, viene da quel sentimento di collettività umana, lo abita e lo evoca, in tutti noi che lo ricordiamo, che lo desideriamo, spesso con sconforto. Faccio riferimento al sentimento che spinge a scrivere versi. Faccio riferimento all'Utopia. Senza la quale non restano che amarezza e disincanto.

Il disincanto è la via più facile per vivere. Ci si protegge.

La poesia ci rimette allo scoperto, in contatto con la nostra nostalgia originaria di quel mondo di bene semplice. E di reciproco ascolto.

7 - Il suo presentare sulla rivista “Poesia” altre voci di poeti le ha dato negli anni l’opportunità di vagliare molte scritture; un bilancio le è possibile?

Dico la verità: ho bisogno di disintossicarmi dalla poesia contemporanea, che troppo spesso è intrisa, appunto, di solitudine, amarezza e disincanto, di narcisismo e beghe quotidiane, come in chi abbia perduto la memoria dell’unità del senso. Questo qualunquismo non “serve” a nessuno.

Come vadano le piatte e tragiche cose del mondo lo vediamo da soli, non occorre che i poeti si affatichino a descriverle. Ma estenderei il discorso all’arte in generale.

Rimanendo nello specifico nostro: i poeti viventi spesso scrivono bene, ma che importa: non è l’esibizione di bravura a fare la poesia, bensì la sua premessa etica, non mi stanco di ripeterlo. Ma neppure lo slancio etico, da solo, basta alla poesia: deve essere diventato stile. Non “comunicazione”: evocazione della comunità.

Facciamo un passo oltre la famosa frase di Pasolini “La morte non è nel non poter più comunicare, ma nel non poter più essere compresi”. Facciamo ancora un passo: femminile, materno – e concludiamo così:

la morte non è nel non poter più comunicare, ma nel non poter più comprendere.

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