Interviste

Costanza Lindi intervista MGC per UmbriaPoesia (6.11.16)

Costanza Lindi intervista MGC per UmbriaPoesia (6.11.16)

Nella tua attività poetica, come hai dichiarato più volte, affiora una forte premura etica palesata in un tentativo di diffondere la poesia anche tra i giovani. Quanto questo tipo di pubblico si è reso accessibile e aperto nei tuoi confronti?

Che i giovani siano accessibili o meno dipende solo da noi. Il mio compito è facile: arrivo nelle scuole come l’ospite, la vacanza dalla routine scolastica – e questo, per quanti pregiudizi i ragazzi abbiano nei confronti della poesia, li bendispone nei confronti del paio d’ore che passeranno in mia compagnia. Credo che siano sorpresi dall’evidenza di una insospettabile vitalità: i poeti che escono dalle pagine e acquistano la terza dimensione, sono corpo e volume di corpo, sono immediatamente interessanti perché umani e vivi, normalmente piuttosto intelligenti. Meglio ancora se hanno figli e dunque non si scandalizzano di niente!

La poesia si fa quindi mezzo di comunicazione e di comunione. In un’intervista affermi che lo scopo principe della poesia sia quello di creare compassione, un sentire insieme fino a creare una comunità umana che si incontra nella poesia. Quanto di questo impulso etico a tuo avviso, nella poesia contemporanea, è realmente applicato oggi?

Comunione, l’hai detto benissimo. In senso totalmente laico. I poeti, come la maggior parte degli artisti, tendono all’autoaffermazione. Per fortuna il mio modo di autoaffermarmi include il mondo, quella che tu opportunamente definisci “comunità umana”. Non credo che questa sia stata l’inclinazione dominante della poesia moderna. La contemporaneità, però, sta imponendo ai poeti l’esistenza del mondo, con i suoi drammi e i suoi mutamenti, sempre più rapidi, evidenti e colossali, dunque proliferano le iniziative di poesia come ascolto dell’altro e del mondo, come identificazione, dedica e omaggio e non più sterile esercizio di stile o lagno dell’io egocentrico e/o abbandonato.

Utilizzi la poesia sotto forme e mezzi molto vari per poter arrivare a tutti e nei modi più stimolanti. Pensando alla tua esperienza con Radio 3 o ai laboratori organizzati nelle scuole, quale tra i mezzi che utilizzi è a tuo avviso più efficace?

Ti rispondo che la poesia stessa è un mezzo per raggiungere l’altro. Un mezzo che amo, perché mi permette di scavalcare ogni forma e parlar chiaro, senza perdere tempo in fronzoli e beghe di ordine gerarchico, alla parte di ogni essere umano che è uguale a quella di qualunque altro essere umano. La poesia è trasversale e non conosce ostacoli di classe sociale, razza o genere.

La tua singolare esperienza con i detenuti di Regina Coeli ha generato in te qualche nuovo stimolo?

Regina Coeli e Rebibbia, ma soprattutto i minorili Nisida e Casal del Marmo, mi hanno confermato l’esistenza della indiscriminata e indiscriminante zona umana della quale parlo qui sopra. Non sono la sola a fare lavori del genere: Edoardo Albinati e Milo De Angelis insegnano in carcere – e insegnava in carcere anche Giovanna Sicari. C’è però un problema, che mi appare sempre più doloroso: noi portiamo (soprattutto ai ragazzi, che sono ancora in formazione) il seme di uno sguardo nuovo, la possibilità di un nuovo modo di stare nel mondo. E poi? Se i ragazzi non vengono seguiti, accompagnati, quando escono di galera, la possibilità che noi abbiamo offerto resta in loro come una spina nel fianco, la nostalgia di qualcosa alla quale non hanno accesso, tornando a vivere in un gruppo umano dove sparare, rubare o spacciare sono l’unico patto di convivenza. È dunque certamente necessario offrire loro accesso alla propria parte invisibile, ma anche un lavoro che li metta nella condizione di accedere alla suddetta loro parte invisibile anche quando ritornano a casa.

Nella tua raccolta “Serie fossile” (Crocetti, 2015) scrivi “Io cerco che la vita sia all’altezza del canto”. La parola si fa mezzo potentissimo nelle mani di esseri terreni, utile per raggiungere qualcosa di esterno a noi ma che sentiamo dentro e a cui riusciamo a dare voce solo tramite la lente del verso. La poesia è un mezzo, a tuo avviso, troppo grande per noi? Riusciremo o riusciamo, ad oggi, a sfruttare la parola esatta nella sua essenza?

Riusciamo a prezzo di un duro esercizio. Siamo sommersi, sopraffatti da una comunicazione completamente inessenziale. La poesia non è troppo grande, è l’area di silenzio che non ci è concessa e che non concediamo alla nostra vita. Il primo e più grave furto che la struttura sociale occidentale ha sempre compiuto – e ora compie più che mai – ai nostri danni è il tempo.  Viene sottratto alla nostra vita il patrimonio essenziale, costituente la vita stessa. La vita è fatta di tempo, la nostra vita è il tempo che ci è dato. Il resto, è conseguenza di questo furto primario: la mancanza di concentrazione, la distrazione fatta di comunicazioni ininfluenti e continue, l’ininterrotta interruzione del nostro contatto con noi stessi. La poesia serve a tenerci vicini a noi stessi, intimi con la nostra umanità, in un tempo lento, biologico, vero.

Sempre in “Serie fossile” parli di amore terreno, di limite umano pesante, un ingombro quasi. Quanto è dura questa separazione e quanto è duro farla conoscere?

Nell’innamoramento il limite umano scompare. Siamo noi alla massima potenza. Questo è il pericolo dell’amore. E della poesia che ne deriva.

La vita è altro (Qui Libri n. 38 11-12.16)

La vita è altro. Conversazione con Maria Grazia Calandrone
di Nadia Agustoni

Una conversazione intorno ai temi dello scrivere non è cosa semplice, in particolare con un poeta e tanto più se non è solo un autore di versi. L’intelligenza è curiosa, esplora e sa che il relegare la scrittura poetica in una zona/campo simile a quella dove decollano i deltaplani o il parapendio non rende l’idea del fare poesia, o forse si. I voli in jet sembrano appartenere ai best seller, ai romanzi in serie già prenotati due mesi prima dell’uscita e dimenticati molto presto, ma l’avventura autentica è proprio di chi prende dei rischi e richiede uno slancio. L’esperienza mi dice che spesso i libri di poesia hanno bisogno di tempo per essere assimilati. Un libro di poesia può sparire per anni e ricomparire all’improvviso. Nel frattempo è stato letto e riletto.

Maria Grazia Calandrone appartiene alla generazione scomparsa dei poeti, la generazione dei nati nei 60, in gran parte rimasta nell’ombra. Il suo è uno dei pochi nomi conosciuti. La poesia di Calandrone è complessa e nello stesso tempo rimane leggibile. Il verso è spesso lungo, con folgorazioni alla Whitman e lo stesso senso di unità del tutto. Un senso in cui la vita è ben oltre la pagina, oltre il canto, come nell’ultimo libro “Serie fossile” 2015 in cui è raccontato un amore e in cui il corpo e la luce, il corpo e la paura, costituiscono la materia continuamente evocata per darsi un mondo. Questa ri-novellazione prende atto di come l’umano sia caduta e nascita, ferite e splendore. Il continuum delle amanti, che Adrienne Rich avrebbe molto amato, non termina in una fine, ma in un ulteriore segno d’amore, lucido e chiarissimo come un tempo salvato da tutto.

“La vita chiara” 2011 propone diversi testi di poesia civile e dialoghi con il poeta persiano Hafez e con la mistica Teresa D’Avila. Parto da questi due libri per una conversazione con Maria Grazia Calandrone sullo scrivere, sull’insegnare e sul coraggio.

1 - Nel suo libro “La vita chiara” vi sono quattro sezioni, acqua, fuoco, terra e aria. I quattro elementi della vita sulla terra. Lei vi associa temi diversi, dall’amore in dialogo a distanza con Hafez, a poesie su eventi tremendi del 900, come le stragi di Marzabotto e di Sant’Anna di Stazzema. Le chiedo perché secondo lei quegli eventi ci interrogano ancora?

Tutto ci interroga, perché noi siamo del mondo. Un poeta viene interrogato, in particolare, dalle voci di quelli che non hanno voce – o non l’hanno più.

Credo fortemente al senso etico della poesia, alla sua capacità di tenerci nella comunità umana della quale abbiamo nostalgia.

Gli episodi di massacro, come questi che lei cita, vengono ricordati come monito, certo, ma non come lezioncina, bensì attraverso l’identificazione, nel duplice senso di “individuare” (identificare un individuo) e di “diventare” (sentire i sentimenti di un altro): il sentimento della compassione, che oggi piace chiamare empatia, non viene messo in moto dai grandi numeri: è necessario osservare, avvicinarsi al dramma di una singola esistenza, affinché ricordiamo che ognuno di quei numeri è un particolare e reale e concreto essere umano: con i suoi oggetti, il suo odore, i suoi affetti, le sue malinconie, la sua memoria, i suoi lampi di gioia e le sue certezze.

Il poeta è “utile” a individuare e riconoscere il singolo nei grandi numeri: prende in carico la voce dei testimoni e la rilancia, attraverso le sue parole, al futuro.

2 - Tutta la poesia è sempre “poesia civile” se non altro perché dà conto di esperienza ed esistenza che sono reali. Parlare di un fatto storico che ancora ci riguarda o intessere un dialogo con Teresa D’Avila, figura dell’obbedienza a una regola e insieme dell’essere oltre, ben radicata nella propria libertà, è un inscrivere nel mondo un disegno comunque diverso.

Ecco, vede, lo sa anche lei! Non a caso è poeta… La diversità alla quale fa cenno, credo sia proprio quella della comunità umana che ho nominato qui sopra.

3 - Scrivere poesia dopo Auschwitz, per Adorno, era immorale, ma ormai scriviamo in presenza di Auschwitz ogni giorno. Vediamo le immagini, spesso in diretta, di stragi, esodi, guerre. Nessuno, tanto meno chi scrive, può rimuovere queste cose. Tuttavia il nostro tempo è quello di una superficialità estrema. Suscita emozione la foto di un bambino annegato, ma tutti quelli che annegano dopo vengono ignorati. E’ possibile che ci si stanchi delle persone ferite? Che l’abitudine alle immagini ferite desensibilizzi?

Ian Mc Ewan, nel suo ahimé profetico Sabato, riflettendo proprio su questo argomento, scrive che siamo naturalmente portati a difenderci dalla gran massa di dolore che entra nelle nostre case ogni giorno attraverso gli schermi televisivi e i giornali, scrive che abbiamo a disposizione solo una certa quantità di compassione e che siamo costretti a selezionare alcune zone d’intervento, ad agire sul poco che ci è dato migliorare e dimenticare il resto, per sopravvivere.

Poiché voglio bene agli esseri umani, preferisco pensare che si tratti di questo, più che di superficialità e insensibilità. Se spendessimo il nostro amore verso ogni dolore che ci viene incontro, verremmo sopraffatti e annientati da un gigantesco senso d’impotenza. Dunque, scegliamo il poco, la frazione di mondo della quale occuparci.

4 - Lei tiene corsi di poesia in carcere. Cosa cercano le persone che seguono queste lezioni?

Credo che, in carcere, uno tra i problemi più urgenti e quotidiani sia come impiegare il tempo della pena. Dunque i detenuti vengono ai laboratori sicuramente per riempire un paio d’ore della loro giornata. A volte arrivano di malavoglia, con il pregiudizio di annoiarsi, dovuto a come la poesia è insegnata nelle scuole. Poi, si trovano di fronte una sorpresa: il poeta è una persona normale, che parla di cose e sentimenti che li riguardano.

La poesia non è quel tirar dietro alla retorica inafferrabilità di angelicate donzellette, non è l’esalazione soporifera che sembra sollevarsi dai fogli delle antologie scolastiche: la poesia dice cose che fanno parte della loro vita. Amore, dolore, ingiustizia, ironia, sentimento dell’esilio, nostalgia, immaginazione, rabbia. Tutte cose che stanno sulla terra. Ovvero, su una terra condivisa.

5 - Se pensiamo al coraggio in poesia vengono in mente Achmatova o da noi Pasolini. Lei ha parlato di eventi traumatici della sua vita, ha toccato nel vivo il darsi la morte dei suoi genitori naturali, non si è sottratta a questa materia dura, intrattabile quasi. Vi è però anche un coraggio della forma, uno stare sulla pagina in modo diverso che è di alcuni poeti, non solo sperimentali. Penso a “Petizione per il rilascio dell’alba”, un testo del suo ultimo libro in cui lei sembra “giocare”, ma nulla è lasciato al caso. C’è una composizione precisa. Ce ne parla?

Ci sono momenti di dolore dai quali solo l’ironia ci salva. Ma, per arrivare all’ironia profonda, cioè alla levità di tutto l’essere, bisogna che il dolore non sia stato eluso, ma sia stato affrontato. La parola “affrontare” rende bene l’idea dello scontro frontale. “Prendere un treno in faccia”, si dice.

Se abbiamo preso un treno in faccia, impieghiamo del tempo per rimettere insieme i nostri pezzi. Ma proviamo a incollarli con l’oro, come insegnano i giapponesi: l’operazione di collage dell’animacorpo nostra può essere preziosissima, possiamo approfittarne per lasciar andare il superfluo, per abbandonare sui binari – per esempio – l’ultima delle maschere, che è appunto l’ironia disperata – per raggiungere l’ironia dolce, affettiva, cioè la benedetta leggerezza!

In Petizione per il rilascio dell’alba tento una ricomposizione tra ironia e amore, è messa in scena un’ironia amorevole. Dedicata.

6 - Leggendo i suoi libri si ha l’impressione che l’amore sia al centro; l’amore per le persone, non solo la passione d’amore.

Io credo fortemente alla comunità umana, ho il sentimento molto chiaro della circolazione di affetti tra le creature. A volte si nota: sembra di vedere il fluire di sentimento tra creatura e creatura, come onda di calore o piuttosto rigidità, muro e armatura, che respinge le peggiori intenzioni dell’altro – a volte anche le migliori, purtroppo, quando un vecchio dolore ci rende diffidenti, inaccessibili all’amore nuovo, cioè alla vita nuova. La passione d’amore ha infatti a che fare con il mondo, perché aumenta esponenzialmente l’evidenza della circolazione collettiva, porta in luce il fuori-da-sé: quando si è innamorati, si ha il desiderio e la forza di abbracciare il mondo, non si fatica ad ascoltare, a prestare attenzione.

L’amore di coppia sano e fruttuoso si riconosce perché ci rende spontaneamente accoglienti verso l’esterno. Attraverso l’esistenza dell’essere amato, ci accorgiamo dell’esistenza del mondo – e questa è la conquista più importante e difficile che possiamo ottenere da noi stessi. Se, viceversa, l’amore ci chiude, nella coppia o in noi stessi, non si tratta di amore, ma di altro.

La poesia, come ho detto, viene da quel sentimento di collettività umana, lo abita e lo evoca, in tutti noi che lo ricordiamo, che lo desideriamo, spesso con sconforto. Faccio riferimento al sentimento che spinge a scrivere versi. Faccio riferimento all'Utopia. Senza la quale non restano che amarezza e disincanto.

Il disincanto è la via più facile per vivere. Ci si protegge.

La poesia ci rimette allo scoperto, in contatto con la nostra nostalgia originaria di quel mondo di bene semplice. E di reciproco ascolto.

7 - Il suo presentare sulla rivista “Poesia” altre voci di poeti le ha dato negli anni l’opportunità di vagliare molte scritture; un bilancio le è possibile?

Dico la verità: ho bisogno di disintossicarmi dalla poesia contemporanea, che troppo spesso è intrisa, appunto, di solitudine, amarezza e disincanto, di narcisismo e beghe quotidiane, come in chi abbia perduto la memoria dell’unità del senso. Questo qualunquismo non “serve” a nessuno.

Come vadano le piatte e tragiche cose del mondo lo vediamo da soli, non occorre che i poeti si affatichino a descriverle. Ma estenderei il discorso all’arte in generale.

Rimanendo nello specifico nostro: i poeti viventi spesso scrivono bene, ma che importa: non è l’esibizione di bravura a fare la poesia, bensì la sua premessa etica, non mi stanco di ripeterlo. Ma neppure lo slancio etico, da solo, basta alla poesia: deve essere diventato stile. Non “comunicazione”: evocazione della comunità.

Facciamo un passo oltre la famosa frase di Pasolini “La morte non è nel non poter più comunicare, ma nel non poter più essere compresi”. Facciamo ancora un passo: femminile, materno – e concludiamo così:

la morte non è nel non poter più comunicare, ma nel non poter più comprendere.

The Heroine's Journey (8.9.16)

The Heroine’s Journey di Peter de Kuster (8.9.2016)

What is the best thing that I love about my work? freedom
What is my idea of perfect happiness? freedom. to be near to the others in mutual freedom
What is my greatest fear? become cynical
What is the trait that I most deplore in myself? when I have few time and don’t listen the others
What is my greatest extravagance? claim to be free in a world enslaved to the market economy
On what occasion would I lie? never. please…
What is the influence of role models, in my work and in my life? my models are the great poets who act in the reality. like Boris Pasternak, like Giorgio Caproni
What is the thing that I dislike the most in my work? narcissism
When and where was I the happiest, in my work? to be immediately in contact with the deepest part of the others
If I could, what would I change about myself? I would like to be sweeter and to produce more love
What is my greatest achievement in work? to have changed the lives of some students and some prisoners: some of them started to write after meeting me
What is my most inspirational location, in my city? I write about all and in every places. but the river Tevere is the nearest place to my heart
What is my favourite place to eat and drink, in my city? my home and the houses of my friends
Who is my greatest fan, sponsor, partner in crime? my children…
Whom would I like to work with in the future? with migrants. I already started to work with them. I see that they haven’t just physical and material needs. they need also feelings and nearness
What project, in the nearby future, am I looking forward to work on? I have a videopoetry projects with schools and musicians, in which I will recite also
How can you contact me? through my website www.mariagraziacalandrone.it

dicono che il carnefice è chi ama (succedeoggi, 28.8.16)

Le parole e i fossili, intervista di Pasquale Di Palmo – succede oggi (28.8.16)
 
Maria Grazia Calandrone, poetessa milanese che vive e opera e Roma, ha pubblicato varie raccolte, tra cui La scimmia randagia (2003), La macchina responsabile (2007) e Sulla bocca di tutti (2010), edite da Crocetti. Sempre per l’editore milanese è uscita nel 2015 Serie fossile (144 pagine, 14 euro) che conferma l’impressione di trovarsi di fronte a una personalità sicura, capace di misurarsi, nella sua versatilità, con esiti che si ricollegano sia al versante della poesia amorosa sia a quello della poesia civile che, nella nostra tradizione novecentesca, ha referenti d’eccezione come Fortini e Pasolini, la cui opera è richiamata a più riprese nell’ultima silloge.

Il dettato della Calandrone, peraltro, non è immediato né semplice, essendo la sua poesia sfuggente, magmatica, di difficile catalogazione. Una possibile eco potrebbe derivarle dalla voce “atipica” di Amelia Rosselli o, per rimanere in un contesto cronologico più ravvicinato, di Antonella Anedda. Tuttavia non mi sentirei di ascrivere questa poesia ad ascendenze di tipo sperimentale nonostante il proposito di rendere la parola poetica meno “fossile” di quanto sia, bensì a una lirica che si muove sapientemente sul filo del rasoio che divide tradizione e modernità, affiancandosi (e affrancandosi) con colpi improvvisi di coda da una deriva anziché da un’altra.

La sua ultima raccolta poetica Serie fossile si caratterizza, fra gli altri aspetti, per la presenza di un singolarissimo bestiario. Ce ne può parlare?
Il bestiario sta a significare metamorfosi, fluidità, possibilità umana di incarnare ogni specie animale. Sta a significare che noi siamo potenzialmente tutto e tutti. Poi, c’è l’io: la biografia, la psicologia – che caratterizza una singolarità, ovvero (concretamente, semplicemente, banalmente) quel che ci è capitato nella vita e che ci ha forgiati in una determinata forma. Ma ricordare la nostra potenzialità è una salvezza dalle gabbie formali, anche dell’io, dove ci rinchiudiamo per abitudine, per comodità, per paura dell’Aperto di Rainer Maria Rilke, quell’Aperto che l’animale guarda, al quale l’animale appartiene. Serie fossile è abitato da un corpo vivente mentre ricorda il suo essere animale, dunque la sua inclinazione alla gioia elementare, condivisa col resto della natura. È una bella Sido contemporanea, la grande madre sapiente di Sidonie-Gabrielle Colette…
 
Da svariati anni lei firma una rubrica intitolata Cantiere Poesia dedicata ai giovani autori che appare sul mensile Poesia edito da Crocetti.
Sì, è così. Questo mi permette di avere un punto di vista privilegiato, un panorama abbastanza ampio e preciso di quel che accade alla poesia in Italia prima che arrivi ai circuiti “ufficiali”, ovvero prima che venga consacrata da una pubblicazione. Posso dire che la poesia è vivissima, che ci sono stuoli di scriventi di buon livello. Questo significa che, socialmente, sentiamo un bisogno profondo di guardare la realtà con occhi nuovi. Ovvero: “originari”: con gli occhi che avevamo da bambini, nonostante la tetra tentazione del disincanto.
 
Lei spesso ha affermato che la figura di suo padre è stata fondamentale per la sua formazione. Può ricordarci chi era?
Mio padre era un operaio metalmeccanico che, con la propria passione e il proprio studio, è diventato dirigente comunista. Ha combattuto da volontario nelle Brigate Internazionali, contro il dittatore Franco, per la libertà del popolo spagnolo. Un homo faber e insieme un homo sapiens, secondo l’esatta analisi gramsciana. Un uomo che faceva le cose per trascinare in terra l’utopia. Il suo esempio è per me illuminante. Sebbene sia morto quando avevo dieci anni, ha lasciato in me un’eredità incancellabile, anche attraverso i suoi libri. Posso dire che la mia vita sia un tentativo di essere alla sua altezza.
 
Che cosa sta preparando attualmente?
A luglio sono usciti due libri, uno di teatro, Per voce sola (una raccolta di quattro monologhi con miei disegni e fotografie, cd allegato di Sonia Bergamasco con le musiciste di EsTrio, che interpretano uno dei testi raccolti: l’intera storia di Robert Schumann raccontata allo stesso Robert ormai molto malato da Clara, sua moglie, con toni ironici, drammatici, scherzosi: in sintesi, amorosi) e un altro di poesia, Gli Scomparsi – storie da “Chi l’ha visto?”, che raccoglie alcune storie ascoltate durante l’edizione 2004 di Chi l’ha visto?, condotta da Daniela Poggi.
Nell’attualità, sto scrivendo con Gabriella Schina, autrice teatrale e cara amica, una sceneggiatura cinematografica dal titolo Un amore e sto portando a termine un nuovo libro di poesia, Giardino della gioia. Per il prossimo inverno, ho in progetto due nuovi laboratori video: uno con gli studenti del Cine-tv “Roberto Rossellini”, dove ho già realizzato questo lavoro per l’iniziativa “Caro poeta” 2016 e uno con gli ospiti del Centro Diurno “Monte Tomatico”, in collaborazione con l’educatore Giulio Candiolo e con il regista e poeta Stefano Massari. Infine, il musicista Stefano Savi Scarponi, con il quale abbiamo già realizzato il progetto Senza bagaglio, sta lavorando a La questione degli organi celesti, un nuovo videoconcerto al quale partecipo con testi e voce.
 
Ritiene che, in un’epoca come la nostra dominata dal cinismo e dalle regole dettate dal profitto economico che sempre meno collimano con le esigenze reali delle persone, la poesia civile possa ritagliarsi un minimo di visibilità?
La poesia è civile per il solo fatto di essere poesia. È rivoluzionaria e controcorrente, perché sta tra le principali attività umane che esprimono una logica contraria al mercato, in una società dove il mercato impera. O meglio, dove ha imperato, visto che stiamo assistendo ai risultati catastrofici della sua legge di prevaricazione e burocrazia. Non credo alla poesia di “argomento” civile, anche se io stessa ne ho scritta, e molta. Credo però che il tema non debba essere programmatico: per i poeti, che per forza di cose vivono in un determinato tempo e in un determinato luogo, è spontaneo farsi carico della voce di altri, della protesta di altri. La poesia testimonia, denuncia, soprattutto ricorda. Ricorda a tutti chi siamo e come dovremmo vivere. Canta la bellezza e la giustizia, canta l’Umano. Basta guardarsi intorno, per comprendere l’importanza di questa forma di resistenza. Assoluta.
 
Lei conduce per la Rai vari programmi radiofonici e televisivi dedicati alla poesia. È possibile scalfire l’indifferenza della gente verso tale disciplina?
Certamente sì. Le persone hanno pregiudizi intorno alla poesia, a causa dell’insegnamento scolastico. Non sanno che la poesia li riguarda. Non sanno che i poeti sono vivi e sono gente “normale”: fanno la spesa, hanno il raffreddore, si annoiano facendo la fila, come tutti gli altri. Ascoltare i poeti alla radio accorcia la distanza mitica e deleteria che la scuola crea tra i poeti e il mondo, corregge la superstizione che la poesia non abbia a che fare con la realtà, ma sia fuga, evasione, bambinesco diletto. La poesia è tutt’altro. È indagine seria e severa sul reale. Condotta con capacità (anche nel senso di spaziosità) sentimentale. Ma non bisogna dirlo, bisogna farlo. I fatti sono assai più persuasivi delle parole. A parte quando le parole sono poesia.
 
Può commentare la poesia inedita che qui presenta?
L’inedito è tratto da Giardino della gioia, prosecuzione chiarificata del tema amoroso di Serie fossile. Il tema amoroso è enorme. Insieme alla morte, alla quale è strettamente connesso (addirittura sviluppando, a posteriori, l’etimologia fantastica: “a-mors”, senza morte), è il grande tema umano.
Sono sempre più convinta che le cose vadano dette con parole semplici e chiare. Le cose da capire sono poche e, una volta che le abbiamo capite bene, siamo in grado di esprimerle con nitore. Come scriveva Wislawa Szymborska poco più che ventenne: “Il nostro bottino di guerra è la conoscenza del mondo: / – è  così grande da stare fra due mani / così difficile che per descriverlo basta un sorriso”. Con la persona che amo desidero dichiarare che l’amore è spesso avvertito dall’oggetto d’amore come un pericolo. Non è per niente facile lasciarsi amare: crediamo sempre di non meritarlo, di non averne diritto, dunque prendiamo a distruggere: each man kills the thing he loves, come scrive Oscar Wilde. Uccidiamo quello che amiamo. Peggio. Uccidiamo chi ci ama, a causa del nostro banale pregiudizio di non meritare l’amore che ci viene offerto. Arrivare a credere di meritare amore è un duro lavoro. E così, troppo spesso, anziché amare, preferiamo diligere, cioè scegliere riflettendo. Cadendo così, amaramente, nell’illusione di essere liberi.
 
la persona che amo era gentile
e io l’amai da subito
perché era la persona più gentile
che avessi conosciuto
 
la persona che amo io l’amai da subito con una emanazione ininterrotta
di gioioso amore
perché era dolce e umana
e aveva cura del bene
di tutti
 
la persona di oggi
parla per ferire
chi la ama, parla
per infierire e non si scusa
e non spiega

io, che non credo all’evidenza del male,
cerco la colpa
 
mi dicono che questa
sia la colpa: non andare via,
non essere precaria
 
dicono che il carnefice è chi ama
 
dicono che l’offesa sia ottenere
quello che per diritto naturale
aspettiamo nascendo: essere amati
senza condizioni
 
dicono
che la ferita
non sia la mia, d’essere abbandonata,
che la vergogna più profonda sia
essere
finalmente
senza pretese e senza condizioni
 
finalmente amati
 
 
19 maggio 2015

XII Festival della Letteratura Mediterranea (Lucera, 21.9.14)

Lucera, 21 settembre 2014: i migranti, le ferite, il corpo, il comunicare. l'abbraccio della parola
 

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XII edizione del Festival della Letteratura Mediterranea
Tema "L'identità"

17-21 settembre 2014
Lucera (Fg)

Intervista di Rosario Russo
Video by "Beeekaming" before Beeek
(Serena Checchia, Giuseppe Lepore, Annarita Favilla)

La poesia, come l'amore, ci porta "altrove" (al-akhbar, 16.7.16 e AL BAIT - Marocco)

al-akhbar, 16.7.2016

Intervista a Maria Grazia Calandrone di Ahmed Loughlimi
traduzione di Ahmed Loughlimi

- la sua vita culturale è molto ricca; Lei è poetessa, drammaturga, performer, organizzatrice culturale, autrice teatrale e conduttrice di programmi culturali per la RAI Radio 3, critica letteraria per il quotidiano “il Manifesto”; e per la rivista internazionale “Poesia”... e tante altre attività... di fronte a tutto questo è difficile cominciare quest’intervista con lei ma vorrei iniziare con la poesia:
 
- Quando ha scoperto la magia della poesia e quando ha cominciato a scrivere?
 
Credo che “magia” sia la parola perfetta per descrivere la prima sensazione che ho ricevuto dall’ascolto della poesia. Scrivo “ascolto” e non “lettura” perché è stato durante l’ascolto di una lettura ad alta voce del Notturno di Alcmane che ho scoperto che la poesia era quel che volevo dalla vita. Ero in quinta ginnasio, dunque avevo già letto e studiato poesie, ma il momento della rivelazione è avvenuto così, ascoltando la descrizione di un paesaggio dell’Attica attraverso parole scritte due millenni prima, che hanno avuto il potere di trasportarmi “altrove”. Una volta scoperto questo potere della poesia non si torna più indietro. Si tratta di una forza pari a quella amorosa. Energia pura.
 
- Che cos’è la poesia secondo lei?
 
Stando a quanto ho appena scritto, per me la poesia è un mezzo di trasporto per l’“altrove” pari all’amore. Però, attenzione: con “altrove” non intendo assolutamente dire che la poesia sia una forma di evasione dalla realtà. Tutt’altro. La poesia nasce dalle cose del mondo e dalla indagine sul mondo, è una forma di conoscenza della realtà praticata attraverso le parole. Ma, come tutte le altre arti, indica che “la realtà non basta a nessuno”, come scrive Fernando Pessoa. La realtà, da sola, ci affligge. Tutti gli esseri umani sentono un anelito verso la bellezza: dal primo progenitore della nostra specie, maschio e femmina che fosse, che ha fatto il primo disegno sulla parete della sua caverna. La poesia, le arti e, per altri, le religioni, rispondono al bisogno d’invisibile e di bellezza che pulsa e ferve al centro degli animali umani.
 
- qual è l’utilità della poesia e il suo ruolo nel mondo?
 
In senso universale, utilità e ruolo della poesia sono soddisfare il bisogno di un invisibile “altrove”, come ho appena descritto.
Circoscrivendo la mia risposta alla società occidentale contemporanea nella quale vivo, posso dire che qui e oggi, presso di noi, la poesia serve perché non serve. La civiltà occidentale contemporanea è sopraffatta dall’agonia del mercato e dal capitale. La nostra situazione politica denuncia il proprio vuoto. La nostra umanità non ha utopie verso le quali muoversi. I discorsi della merce e del capitale per un certo tempo hanno prevalso, poi hanno compiuto il proprio corso vitale, il mercato ha mietuto le vittime della sua dittatura invisibile e ora sta esalando i suoi ultimi respiri. Noi europei siamo confusi e in transizione. La storia del mondo vuole che le frontiere sociali, economiche e razziali, si aprano – e ci sono tutte le naturali resistenze della paura di chi si sente assediato e addirittura derubato dall’arrivo degli “altri”. All’interno di questo spettacolo umano la poesia serve a ricordarci che, per gli “altri”, gli “altri” siamo noi, serve ad accomunarci sotto il segno di una indispensabile bellezza. Ripeto: indispensabile.
 
- La poesia può cambiare il mondo e l’essere umano?
 
No, non può, se non in casi rarissimi. Ma può appunto ricordarci a quale utopia dovremmo tendere, può rimetterci in contatto con il nostro bisogno più profondo – e dunque più comune. Per un tempo che si spera non provvisorio, può risvegliare in noi la compassione, il senso di essere parte della comunità umana, vivente e non vivente, visibile e invisibile.
 
- ha scritto tanti libri, tanti articoli …ed ha fatto e sta facendo una cosa molto interessante, secondo me: organizzare incontri con i ragazzi delle scuole e con gli studenti per far amare loro la poesia e per incoraggiarli a scriverla. possiamo insegnare agli altri a diventare poeti? e cosa ha imparato da questi incontri?
 
Rispondo a questa intervista da un treno che mi sta portando a Civitanova, dove svolgerò proprio uno dei laboratori che lei descrive.
Il mio intento non è quello di creare nuovi poeti, tutt’altro! Il mio intento è quello di seminare utopia. Immagino che, dopo aver letto le mie risposte precedenti, sia chiaro cosa intendo. Desidero però aggiungere una cosa: i poeti (gli artisti) conservano probabilmente una memoria più viva di un mondo che ognuno definisce a modo suo: amniotico, edenico, platonico o protoverbale, secondo la dizione dello psicanalista Wilfred Bion. Ebbene, è parlando la lingua di quel mondo che io parlo ai ragazzi – o ai carcerati, o agli ospiti dei Centri di Salute Mentale –, parlando la lingua che Tomas Tranströmer ha definito “lingua invisibile”. Ma approfondirò questo concetto rispondendo all’ultima domanda sulla traduzione.
 
- visto che sta lavorando nel giornalismo culturale ed è anche presente in antologie di poesia, tra le quali Nuovi poeti italiani (Einaudi, 2012); come vede la poesia italiana contemporanea?
 
Tanto ben scritta quanto ininfluente, nella sua gran parte. La poesia italiana soffre di essere letteraria. Nella sua parte migliore è poesia di ricerca, che vuole sfondare i confini tra le arti fino a farsi segno fra i segni. Nella sua parte peggiore è l’ormai usurato lamento dell’io o una denuncia spesso insincera, che desidera primariamente suscitare ammirazione per la sensibilità sociale dello scrivente. Nella sua parte più estesa è buona poesia non ombelicale, che si occupa del mondo perché chi scrive è finalmente riuscito a vederlo.
 
- ha scritto anche il romanzo. cosa ha aggiunto la narrativa alla poesia e cosa ha dato la poesia alla narrativa?
 
Così come il teatro e, da ultimo, il cinema, scrivere prosa o dialoghi, simulando il parlato, aggiunge chiarezza alla poesia e, probabilmente, il lungo esercizio sulla poesia – e dunque sulla densità di lingua e linguaggio – aggiunge esattezza alla prosa.
La poesia esige chiarezza di cuore e di pensiero. È un esercizio umano, prima che letterario.
 
- Il suo libro Serie fossile che parla, diciamo, di una storia d’amore, una filosofia dell’amore; è molto interessante come parla della filosofia dell’amore che è anche vicina alla filosofia dei Sufi… Ci parli della sua filosofia dell’amore; perché l’amore?
 
L’amore ha una sua disciplina e, sebbene come proprio effetto secondario, ci mette in un percorso di crescita spirituale, perché conduce dalla solitudine dell’individuale al binomio di una coppia, come prima tappa. Se l’amore funziona come deve, gli innamorati non si chiudono di nuovo nell’egocentrico Uno-fatto-di-Due, ma si aprono progressivamente all’universale. L’amore che lavora bene: espande, non restringe, non ripiega su se stesso, produce piuttosto un atteggiamento di disponibilità nei confronti dell’altro e del mondo. Per l’innamorato l’altro è l’inizio del mondo. Chi ama come è scritto in Serie fossile ha più bisogno di aver cura dell’altro che di essere amato. La sua gioia più grande consiste nella gioia dell’altro. In questo senso, sì, somiglia molto alla mistica Sufi.
Io non sapevo niente dell’amore, prima di amare. Credevo che l’amore fosse dare e ricevere del bene, nient’altro. Non sapevo che quello che per noi è bene per un altro può essere sconvolgimento e dolore. Ho imparato a non dare niente per scontato, a calare ogni elemento sentimentale, anche la gioia elementare, nell’esperienza biografica e nella realtà di ciascuno. Per raggiungere lo spontaneo e semplice fluire della gioia e del bene da uno a un altro bisogna prima accordare gli strumenti. E bisogna che in entrambi ci siano prima la volontà e poi l’impegno per farlo.
 
- che cos’è l’amore per lei?
 
L’amore è una forma di conoscenza del mondo attraverso l’altro.
L’amore è un viaggio in un altro universo.
È la scoperta che esistono tanti mondi quanti siamo noi esseri viventi.
L’amore è entrare in dialogo con un altro mondo.
Attraverso il corpo dell’altro. Meglio, attraverso la narrazione interiore che fa il corpo dell’altro. Attraverso lo sguardo dell’altro. Attraverso la gioia e il dolore dell’altro, al quale bisogna prestare attenzione e del quale bisogna avere una cura pari a quella che si ha per sé.
L’amore ci sprigiona.
L'amore opera una mutazione genetica.
È l'esperienza sconvolgente di vedere il mondo come avendo vissuto l'esperienza biografica di un altro.
Dopo, non si può più tornare al monolite dell'io.
 
- e che cosa succede quando ci si innamora?
 
Che il mondo appare per la prima volta.
 
- è tradotta in tante lingue : ceco, francese, giapponese, greco, russo, inglese, arabo, romeno, serbo, tedesco…ecc . e anche lei ha tradotto tanti poeti in italiano, secondo lei si può tradurre senza tradire?
 
Sul tema della traduzione, sposo la risposta di Tomas Tranströmer:
quando gli venne chiesto se non temesse di venire tradito dalle traduzioni della sua poesia, Tranströmer rispose che la poesia è comunque traduzione di una “lingua invisibile”.
Se il traduttore è sensibile, dunque – e tanto più se è un poeta – attinge anch’egli alla stessa fonte alla quale ha attinto chi ha scritto la poesia. Proprio attingendo alla “lingua invisibile” e non compiendo una mera traduzione della lettera del discorso, la vibrazione di fondo può rimanere la stessa, ed è anzi più corretto che ciascuna lingua “ricrei” quel suono assecondando la musica delle proprie parole. Certo, è necessario fidarsi dell’orecchio interiore di chi traduce!
 
- lei scrive anche Lo haïku ed ha vinto un premio .. quando ha scoperto questa forma giapponese e come definisce lo haïku?
 
L’haiku ci chiede di essere oggettivi ed essenziali. Le nostre parole devono descrivere, secondo una brevissima forma chiusa, una cosa concreta naturale. Siamo costretti a guardare fuori di noi e a concentrare un sentimento in poche parole. È una lezione di maturità per noi occidentali, per tradizione analitici, prolissi, complessi ed egoriferiti. Si tratta dell’operazione filosofica profonda del semplificare, naturalmente non nel senso della superficialità, ma della profondità e della chiarezza. Un vivificante apprendimento di leggerezza, vista del mondo ed effusione sul mondo.
Il mio contatto concreto con l’haiku è stato casuale: ho scritto i primi testi per partecipare a un concorso indicatomi da un amico e mi sono immediatamente innamorata dell’esercizio interiore che ho appena descritto. Infine, avendo vinto il concorso ed essendo stata mandata in viaggio-premio a Tokyo e Kyoto, sono stata conquistata dalla cultura giapponese, dal suo autocontrollo, vuoto apparente, gentilezza, violenza e soprattutto immobilità. Così, ho scritto un intero libro, Giardino della gioia, utilizzando la tensione all’essenzialità dell’haiku, più che la vera forma alternata in 5-7-5.
 
In poche parole o una se vuole:
 
- Quali sono i libri che hanno segnato Maria Grazia Calandrone? Il settimo sogno. Lettere 1926 Cvetaeva, Pasternak, Rilke. I quaderni di Malte Laurids Brigge, Rainer Maria Rilke
- I suoi film preferiti? In the mood for love di Wong Kar-wai
- I suoi poeti preferiti? Nel tempo: Rainer Maria Rilke, Ted Hughes, Amelia Rosselli, Paul Celan
- Gli alberi? Il tiglio
- La vita? È la vita. E la vita contiene più di una morte.
- La morte? È il limite che ci rende commoventi. E facciamo di tutto per sconfiggerlo.
- I poeti? Creature che cercano di accostarsi al segreto del mondo.
- Le farfalle? La scorsa estate ne è nata una nella mia cucina. Ho visto con i miei occhi cosa vuol dire trasfigurarsi e diventare bellezza. Ho assistito allo stesso fenomeno un’altra volta, mentre guardavo una persona amata avvicinarmisi percorrendo una ventina di metri. Ogni passo aggiungeva luce a luce. Alla fine, sono stata raggiunta da un essere che aveva le ali.
- Gli animali? Il cavallo. La sua fiera libertà. Il suo imbizzarrirsi e il suo portarci. Ho anche fatto un video su questo animale: https://www.youtube.com/watch?v=-tKtmJeb6dk
- L’anima? Sta nel corpo
- Il corpo? È la sola anima disponibile
- L’arte? Ci ricorda chi siamo
- Il sogno? Ci manifesta chi siamo
- Dove si trova la salvezza dell’essere umano? Nell’uscire da sé
- La traduzione? È diventare un altro
- La donna? Una creatura che si doppia
- l’uomo? Una creatura che costruisce
- il teatro? Un esercizio di chiarezza
- La musica? Una strada maestra per la memoria
- La bellezza? Indispensabile
- La notte? Di notte dormo, preferisco il giorno
- Gli amici? Qualcuno che a volte ci salva la vita
- Milano? La conosco poco, l’ho lasciata quando avevo 8 mesi.
- Maria Grazia Calandrone? Una donna che non cede

La pergola del glicine il diciannove aprile
 
è tutta sparsa
nell’azzurro di aprile
la piantagione
 
una splendente
piantagione di sangue
nel cielo vero
 
il profumato
sangue viola del glicine
goccia dal ferro
 
croce di ferro
impalcatura bianca
del nostro sangue
 
la ferramenta
leva al cielo un impasto
carminio e bianco
 
nessun rumore
dai composti di ferro
del nostro cuore
 
quasi immortale
argine di silenzio
nel petto nudo
 
se tu vedessi
che io non sono sola
in questo niente

Deposto il nome
 
Diceva sempre
ditele che la amo
e ditele che ho fatto tanta strada
per amarla.
 
Ditele che se uscivano
angeli e diavoli dalla sua bocca,
io vedevo soltanto la sua bocca.
 
Ditele che mi abita
per sempre.
Diteglielo, vi prego. Diceva sempre.

da Giardino della gioia

volevo scrivere della gioia
 
l’odore del tuo fiato nel cuore
dell’estate
 
il morso
leggero dei tuoi denti proprio all’orlo
 
la luce della luna
getta nelle pozzanghere
il bianco degli astri

*
l’ombra semplice del corpo in amore
l’oscillazione
dei monili sul collo
 
e lo smalto dei denti 
sfolgora, nudo
 
la tua lingua
s’impunta chiara fra le labbra scure

Allegati:
Scarica questo file (alakhbar020160716-26-28.pdf)AL BAIT, MAROCCO[intervista di Ahmed LOUGHLIMI]

a che serve la poesia (Zest, 28.4.16)

intervista di Alessandro Canzian per Zest – Letteratura Sostenibile 28 aprile 2016

1) Come definiresti la Poesia? A cosa serve?

A che serve la poesia dovremmo chiederlo al/la primo/a Homo Sapiens che praticò un’incisione su una parete di roccia. Perché lo fai? Sì, dico a te, non mi guardare male. Che stai facendo? Vuoi testimoniare? E perché? A chi? Per chi? Sta piovendo, hai finito di mangiare, ti annoi, pensi ai tuoi figli, vuoi corteggiare qualcuno? Lo fai, probabilmente, perché hai visto qualcosa di bello (di utile e di bello, spesso le due cose coincidono e incidono su quell’unico impasto psicofisico che siamo), non contieni l’emozione della bellezza osservata e il sovrappiù, l’eccedenza di questa emozione, diventa l’energia che spinge la tua mano a fare questa cosa così inutile che chiameranno arte. Un domani, poesia. Ma l’emozione non basta. Per compiere continuativamente il gesto della poesia, dunque per essere poeti, ci vuole il sentimento, dobbiamo essere in grado di sopportare quella cosa profonda e sconvolgente, devastante o esaltante, che chiamiamo “sentimento”.

La poesia (con la minuscola), nella sua specifica fattispecie di arte fatta con strumenti di uso comune, non serve a niente, come ho più volte scritto e come dico da un pezzo agli studenti che mi rivolgono questa domanda, con toni provocatori, o sinceramente stupiti, o destabilizzati: la poesia, perché? Perché, appunto, non serve. La poesia esprime il superfluo per eccellenza: a differenza delle altre arti, che almeno fanno uso di mezzi e strumenti per utilizzare i quali occorre dimostrare una certa perizia tecnica e/o abilità manuale, la poesia si serve di oggetti di uso quotidiano e comune (le parole), per originare bellezza. Ed è proprio questo suo sommo non servire a decretarne il valore.

Suo e di tutte le arti, inclusa la semplice contemplazione della bellezza, alla quale l’essere umano è incline, come forse alcuni altri animali – e la riproduzione della bellezza, alla quale solo l’essere umano, fra tutti gli animali, sembra essere incline. Gli altri animali, infatti, cantano o decorano il nido a scopo riproduttivo. Noi, solo talvolta. Per il resto, scriviamo senza scopo. E senza vittoria.


2) Come definiresti invece la TUA Poesia?

La mia poesia è dedica.  Nient’altro. Anche quando è testimonianza, è dedica.


3) Che consigli daresti oggi al poeta esordiente ma anche al poeta che lavora già da qualche anno?

Sono sempre più convinta che fare poesia significhi per prima cosa lavorare sul proprio essere umano. Anzi, meglio: sul proprio essere umani. La scrittura, per chi vi è incline, è un potentissimo strumento di conoscenza. Occorre non accontentarsi delle mete raggiunte. Non ce ne facciamo niente, della letteratura: se io leggo un poeta non m’interessa ammirare la sua perizia tecnica, m’interessa sentire nelle sue parole l’evocazione di uno stato di cose originario e perduto, m’interessa che le sue parole mi riconducano a qualcosa che so, ma che non ricordavo di sapere.

La bellezza è la maschera della nostalgia. Perché, al fondo della bellezza (e dell’amore), c’è la memoria di qualcosa che abbiamo perduto, chissà dove e quando – e la bellezza, per il tempo che dura, acuisce e lenisce nello stesso tempo la ferita di quella perdita. Per questo è insopportabile. Per questo serve.

 

da Gli Scomparsi (di prossima pubblicazione per LietoColle pordenonelegge)

Antonio

Invece quella notte sembra che abbia dormito
su un carrello della stazione posteggiato a pettine. Ma io sento
ancora nelle orecchie la sua solita voce
di panno blu pastello, così
rannicchiata e dolce, che mi diceva: aspettami
per cena – in quel tragico
lunedì – in un colpo
di vento, il suo amore (ogni altro inaudito
silenzio) dove si colloca in quella
ipotetica lontananza
di campo d’orzo
oltrebinario, con un raschio di tralci sui fianchi del treno tra le vigne vangate dal vento
del suo transito – la sua corporatura (che già il tempo
debolmente cambiava – e io come potevo
seguire con la punta delle dita
ogni nuovo contrasto
del suo impianto di carne e destino) – fino allo zero: un centesimo
caduto nel sonno
da una piccola tasca
dalla mano
che dunque si apre. A metà canale
sul suo corpo i pennacchi delle canne, le tre porte di acqua salmastra.
 
 
L’opaco ritiro del mare prima delle eruzioni
 
La sopravvivenza dipende dalla conservazione dei particolari. Io
credo a queste cose: a quell’ora
mi cadevano di mano le stoviglie – era lei
che mi chiedeva aiuto. Ora, con queste mani
dalle quali non cade più niente, trovo
perdono nel ripetere un gesto procreativo.
 
Dicono che di notte – bagnata
la testa con acqua di mare – lui torni
dal suo gregge, che infatti
alla mattina appare calmo.
E il condominio d’erba degli uccelli ne è tutto
riacutizzato.
 
 
31 marzo 2004

domande pratiche sul gesto poetico (satisfiction, 25.3.16)

SATISFICTION, 25.3.16 - i luoghi e il corpo della scrittura. domande pratiche sul gesto poetico
domande di: Gianluca Garrapa

il corpo è strumento di trascrizione

dove scrivi, quando scrivi, dove cammini quando ti riposi? in quale città o paese è nato il tuo ultimo libro, in che stanza, in che bar? sei mancino o destrorso? passeggi? in bici, in auto, osservi alberi? scruti cornicioni, affondi lo sguardo nel cielo, segui le onde del suono e dell'acqua? quali sono i rumori della città e quali i silenzi delle vaste campagne? fumi? bevi? quanto pesi? scrivi dopo cena prima di pranzo? quando? la tua è scrittura di spostamento di stasi, di spazio, del corpo?

Quasi tutti i miei libri nascono ovunque. Anzi, no. Non ho mai scritto in campagna. In campagna colmo la superficie interiore. La campagna è un corpo vivo e materiale con il quale bisogna stare in relazione. Nella natura lo spazio è tutto pieno, non c’è posto per altro. Quando sono vicina alla terra tratto da pari con la terra, sono materia che interagisce con la materia. Questo, naturalmente, lavora in profondità sulle parti invisibili dell’organismo psicofisico. Del mio, certo. Da quello campestre non perviene ulteriore notizia se non frutti e riconoscenti germogli. La natura è così: rassicurante: a un’azione corrisponde una reazione equivalente: innaffi una pianta che si stava abbattendo e, nella maggior parte dei casi, quella si rianima. Raramente ti si rivolta contro. Con le persone non funziona così. Alcune persone non desiderano essere innaffiate.

La scrittura ha a che vedere con il corpo nella sua mera funzione di strumento di trascrizione. Quella di scrivere non è certo un’operazione astratta, ma, poiché per scrivere è necessario che il corpo rimanga relativamente fermo, la parola che viene emessa contiene pure l’elettricità statica di questa stasi. Le parole sono, dunque, anche ricadute di energia corporale, intrecciate al pensiero e al sentimento, come nelle eliche del DNA: nel DNA della poesia, più le tre funzioni corpo-pensiero-sentimento sono fuse una all’altra, più la poesia è – letteralmente – organica. Mi diverte moltissimo enunciare queste tesi: indimostrabili, dunque inconfutabili.

Riposare, poi. Non so cosa voglia dire riposare, non sono capace. Scrivo con la mano destra, digito sulla tastiera con due dita, non sono una flâneur, ma cammino molto, quasi sempre con una meta. Non mi piacciono le cose fatte senza scopo. Non aggiungo inutilità all’inutilità della poesia che pratico. Date le medesime condizioni, pedalo. Fumo poco e da poco, bevo solo in compagnia, peso meno di quanto fumo, scrivo al mattino per questioni logistiche: quando i miei figli sono a scuola. Ma scrivo anche nel caos più assoluto, dipende dai fenomeni incendiari che mi occorrono. La mia è scrittura di altrove. Ma di un altrove terrestre, di quell’altrove che si percepisce quando si è innamorati, ovvero quando viene sfondata la dimensione di quella che convenzionalmente chiamiamo “realtà”. Certi poeti sono in stato di innamoramento permanente. In mancanza di meglio, s’innamorano dei morti. Amen.

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