Interviste

Consigli ai giovani poeti (Steradiodj 20.11.20)

Intervista di Anna Lisa Maugeri e Stefano Pietta a Maria Grazia Calandrone per Steradiodj

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Etica, flarf, neuroscienze. E il corpo che le tiene (Alma Poesia 3.11.20)

intervista di Alessandra Corbetta per «Alma Poesia» (3.11.20)

L’ultima sua pubblicazione in versi, Giardino della gioia (Mondadori 2019), già a partire dal titolo, designa la sua volontà di dare un nome preciso alle cose, senza avere timore di utilizzare il termine che meglio e più rapidamente consente di associarle a una precisa sfera semantica ed emotiva; così sceglie il vocabolo “gioia”, che tornerà più volte all’interno dei testi che compongono quest’opera, in totale controtendenza con quello che ogni giorno la televisione ci mostra e di cui si riempiono le pagine dei giornali: una società cupa, triste, nella quale dominano gli egoismi personali e dove una coltre di nebbia fitta sembra intorbidare le coscienze di molti.

Qual è l’importanza di parlare in poesia della gioia e come intenderla? Su quale traiettoria possiamo provare a seguire il suo corso?

Il titolo del libro vuole infatti essere una sfida alla contemporaneità, inclusa la contemporaneità letteraria. La realtà non è mai stata sufficiente, «non basta a nessuno», come scrive Pessoa. E tanto meno può bastare una realtà sociale come quella descritta nella domanda: uno stillicidio di paure che induce all’odio e a narcisismi di varia entità e natura, incluso quello dei poeti che credono di saperla più lunga di chi poeta non è.

Ritengo, piuttosto, che la poesia abbia a che fare con un sapere comune, con la dilatazione del tempo – quella che un tempo si chiamava eternità – che tutti conosciamo, perché l’abbiamo vissuta nell’infanzia, o nell’esperienza amorosa. La poesia ci riporta a quel sentimento (non senso, sentimento) di espansione e di collettività.

E credo che, mai come in questo momento di enorme solitudine sociale, abbiamo bisogno di questa sentinella che ci riporta a un sentire comune, al luogo dove siamo (non eravamo, siamo) tutti la stessa persona, derivata da un unico grumo di materia stellare.

In molti, scrivendo di Giardino della gioia, hanno ricondotto all’amore uno dei temi cardine delle poesie che costituiscono l’opera. In effetti, è come se la tematica amorosa si ponesse in posizione trasversale rispetto ai componimenti e, in misura maggiore o minore, li colpisse tutti: c’è l’amore familiare, quello per gli amici espresso nella forma di dedica, c’è l’amore per il prossimo e l’amore per la vita, anche laddove la bruttezza e la brutalità dell’esistere sembrerebbero farlo scomparire. Mi verrebbe da dire, allora, che in Giardino della gioia l’amore è prima di tutto e alla fine di tutto una forza-sommatoria che ingloba in sé tutte le forze e che agisce in opposizione vettoriale al male del mondo.

Rispetto a questa tensione, che le chiedo di commentare, qual è il ruolo che ha o può avere la parola per tentare di rendere più energica e impattante la forza-amore?

Presupponendo una lettura ordinata, da pagina uno alla fine, arrivati a un terzo del libro si trova una poesia dal titolo Intelletto d’amore. È una dichiarazione di poetica, molto esplicita.

Ma l’amore da solo, proprio come la realtà, non basta. A un certo punto della vita recente, mi è parso di comprendere cosa intendesse Dante con la sua nemmeno troppo enigmatica espressione «intelletto d’amore», quella che Nanni Balestrini rovescia nell’espressione contraria «emozione intellettuale».

Dante insegna ad attraversare il mondo (nel libro, provo ad attraversare anche la cronaca nera) alla luce di quel ragionare d’amore che credo significhi identificarsi e sentire che tutto, baudelairianamente, corrisponde a tutto. Però – avverte Dante – «non è cosa da parlarne altrui». Si vive e si scrive con amore e per amore, ma si ragiona d’amore solo con chi è dotato di intelletto uguale, altrimenti si rischia il ridicolo (peraltro, senza nulla aggiungere all’altrui comprensione).

L’amore è una forma d’intelligenza. Alcuni ne sono naturalmente dotati, alcuni no. Educarsi all’amore è un lavoro duro. Purtroppo non è materia d’insegnamento scolastico.

Infine, la parola: è uno degli strumenti e dei veicoli dell’apprendistato amoroso. Anche in questo caso: alcuni sono inclini, alcuni no. Per coloro che sono inclini, la parola è una forza tremenda, viscerale, pericolosa, perché trascina fuori di sé. E magari si scopre che il mondo, visto da fuori di sé, è più abitabile. E forse noi stessi, visti da fuori, siamo più abitabili.

  • tutta la vita è stata un esercizio per tornare
  • al tuo corpo
  • caldo come la terra
  •  
  • eppure scrivo della solitudine
  •  
  • di cocci d’osso
  • in conche di sabbia
  • scavate
  • con gli occhi delle scimmie che cercano riparo
  •  
  • corpi come scodelle rovesciate
  • i catini del cranio colmi di cielo

In questa, come in altre poesie di Giardino della gioia, ritorna il tema del corpo che, soprattutto negli ultimi anni, sembra essere diventato, anche per la scrittura in versi, un porto dal quale è inevitabile passare o fare approdo. In effetti, la società occidentale contemporanea delega al corpo lo svisceramento di molteplici questioni, da quelle strettamente correlate a esso, come i discorsi sull’oggettivizzazione sessuale o le pratiche di body modification, ad altre in cui il corpo si fa capro espiatorio per potersi accostare, in maniera indiretta, a problematiche gravose come quelle della violenza di genere o dei nuovi gap generazionali.

Che ruolo gioca, secondo lei, il corpo nella poesia contemporanea e come spiega questa sua prepotente presenza? E nella sua di poesia, come si inserisce, di quali significati si fa portatore?

Non ho mai fatto distinzione fra materia e immateriale, dunque tra corpo e quello che si usa chiamare spirito. Il corpo non è che la manifestazione più visibile di quello che siamo e, in effetti, parla a gran voce di noi. Ed è senz’altro vero che viene spesso gettato in prima linea, a difesa di parti di noi ritenute più sensibili, dimenticando che, senza il corpo, nient’altro di noi esiste. Almeno, non qui. Ma, dell’invisibile, sappiamo solo quello che rubiamo all’invisibile. E mai avremo certezza che sia “vero”, se non per lampi d’intuizione.

A proposito di violenza di genere, nel libro c’è una poesia dedicata all’emblematico caso giudiziario di Luciana Cristallo, assolta nel 2014 per aver ucciso il marito e averne occultato il corpo, dopo che le sue (della donna) ripetute denunce per percosse e violenza erano state ignorate. Mi auguro che questa sentenza faccia scuola, insegni cioè a prendere sul serio le denunce delle vittime di violenze (non a sopprimere i violenti sperando di rimanere impuniti).

Per lungo tempo la presenza del corpo in poesia è stata proposta e campo d’azione delle donne. In parte è ancora così, anche se le differenze di genere, forme e contenuti, sono sempre più sfumate. Il corpo nella poesia contemporanea è spesso rivendicazione di un’evidenza o terra di contesa. Ma, più spesso, come nella poesia delle origini, forma dell’assenza e della tensione. Nella mia: desiderio che le parole stesse siano corpo e gesto.

Anche ne Il bene morale (Crocetti 2017) lei riesce a penetrare nel tessuto sociale con la poesia, che si fa scalpello con il quale eliminare la patina che avvolge cronache e fatti per mostrarne il loro lato più autentico e per far sì che essi non restino eventi facilmente dimenticabili dalla storia, ma possano trasformarsi in exempla capaci, per sempre, di insegnarci qualcosa. E tutto questo, per di più, non è mai accompagnato nei suoi versi da un nichilismo autoreferenziale, bensì sorretto dalla convinzione e dalla necessità del bene che, per sua natura apre, spalanca ad altro e all’altro.

Possiamo avvalerci del termine “civile” per provare a descrivere questa sua attenzione, mai esclusivamente intimista o ego riferita, alla società e agli eventi del quotidiano? Oppure sarebbe meglio scegliere un diverso aggettivo, “morale” appunto o “etico”, che meglio dia conto del suo lavoro di ricerca poetica?

Credo che il vivere civile sia naturalmente un vivere etico, cioè un vivere che tenga conto dell’esistenza degli altri, se l’etica è la costante attenzione al bene comune. In questo senso, ogni tentativo civile deve fondarsi su un’esperienza etica, in poesia come altrove. E, qui, mi permetto di estendere la necessità dell’etica alla politica, dagli anni Ottanta degenerata prima in macchina del fango delle parti avverse (anziché in lavoro sulle proprie proposte) e, ormai, rovinata in tecnocrazia manipolata dal mercato e in postazioni strategiche fondate su opportunismi realistici e non più ideali, mentre a noi cittadini viene propinato uno show planetario.

Nell’intervista rilasciata qualche tempo a Yari Selvetella per Il Caffè di Rai Uno, alla tesi secondo cui avere una prospettiva morale significhi porsi in direzione contraria rispetto alla bellezza, lei si spalanca in un sorriso e dice fermamente di no, perché non solo esiste una bellezza della morale ma che proprio questa è, per così dire, la bellezza delle bellezze.

Ha voglia di approfondire con noi questo tema e provare a indicare ai più giovani dove si nascondono i serbatoi di questa bellezza, che dovrebbe essere a tutti molto cara?

Ovunque! Ovunque, nonostante le brutture che tutti conosciamo.

Non credo sia necessario problematizzare e, dunque, complicare il concetto di bellezza. La bellezza naturale è autoevidente, ma spesso lo è anche la bellezza delle così dette opere dell’ingegno. Certo, alcune forme dell’arte richiedono un approfondimento culturale preventivo, per essere pienamente comprese, ma sono quasi certa che l’opera autentica sia destinata a tutti.

La bellezza della morale consiste nell’armonia, che è data appunto dalla coincidenza del mio (“io” ipotetico) con il tuo (“tu” ipotetico) bene. Ricordiamo che il cristianesimo ha attribuito al male il nome di diavolo: etimologicamente, colui che divide. Lo stridore, l’avversità. La vittoria sul male è l’armonia, la fluidità. Lo comprendo, da laica. E, da laica, provo a immaginare una società i componenti della quale siano accomunati dal bene. È un’esperienza estetica bellissima.

Ancora: le neuroscienze hanno appurato che l’esperienza estetica attiva le stesse aree del cervello che si attivano durante l’esperienza empatica. Abbiamo bisogno di altro, per comprendere l’identità tra bellezza e compassione, per riconoscere che la lettura di una poesia può renderci davvero più gentili?

La sua esperienza con e per la poesia non si esaurisce nel suo ruolo di autrice, poiché molteplici sono le attività che lei conduce in riferimento al mondo poetico: dai laboratori nelle scuole e nelle carceri, alla realizzazione e conduzione di programmi per Rai Radio 3, alla curatela della rubrica di inediti Cantiere Poesia per il mensile internazionale «Poesia» e molto altro.

Vuole provare a raccontarci, tenendo conto di tutte queste prospettive dalle quali può osservarla, cos’è, cosa rappresenta e verso quali orizzonti guarda la poesia di oggi?

La poesia contemporanea è spaccata in due. Da una parte sopravvivono gli eredi delle avanguardie, arroccati nella fucina della lingua, dall’altra spinge la massa quasi fluida e infiltrante della richiesta addirittura di «consolazione».

Personalmente, non credo che la poesia sia consolazione, credo che sia coraggio di guardare la cosa precisamente com’è. Se esiste una consolazione, sta nella coscienza di stare compiendo il proprio dovere umano di conoscenza.

Toccando, per un momento, il discorso relativo a poesia e Rete, sappiamo che il dibattito attuale si muove passando da una posizione all’altra, riassumibili in “la Rete sta rovinando la poesia” oppure “la Rete salverà la poesia”. In questa dicotomia, semplificatrice e banalizzante di un fenomeno ben più complesso, si intravede, però, una realtà indiscutibile e cioè che i nuovi linguaggi della Rete hanno avuto un impatto rilevante su quelli poetici, in termini di comunicazione, diffusione e, forse, anche su forme e contenuti. Qual è la sua posizione a riguardo? Come vede il futuro della poesia in relazione alle sue interconnessioni con il Web?

Anche qui: da una parte ci sono le liricissime, spesso stucchevoli instapoetry; dall’altra: googlismi e flarf.

Ovvero: da una parte ci sono quelli che adoperano la rete per diffondere pillole di poesia che spingono il pedale facile dell’emozione (del resto, la rete permette un’attenzione poco più che istantanea); dall’altra, i poeti che assumono nella pagina il linguaggio della rete per lavorarlo, filarlo, inglobarlo o trasformarlo in poesia.

Sono due modi opposti di prendere coscienza del cambiamento dei linguaggi, da parte degli scrittori.

Io utilizzo la rete per dire quel che penso sulla poesia, non diffondo praticamente mai i miei testi su canali social. Ma utilizzo il linguaggio e le modalità della rete all’interno dei miei testi, come utilizzo quello scientifico o astrofisico.

Mi pongo dunque in posizione intermedia: credo che le instapoetry possano essere un assaggio, un’esca, se non gettano troppo fuori strada, lungo i sentieri di un’“emozione” presto riassorbita dalla velocità. Niente è demoniaco, se le cose vengono utilizzate come opportunità, con onestà e intelligenza. Ho dichiarato più volte che ritengo internet il fast-food della poesia. Ma la poesia vera è un pasto caldo, che va consumato seduti, con la tavola apparecchiata e il tempo di gustare la pietanza.

Il tempo è indissolubilmente legato al “consumo” della poesia: bisogna darsi il tempo di lasciarla echeggiare dentro di noi e sentire come e dove risuona lungo il nostro passato, e futuro.

La consuetudine di Alma è quella di andare a frugare nei cassetti di ogni autore per scovare un inedito.

Nei suoi ne ha uno da condividere con noi? Gliene saremmo molto grati.

A proposito di corpo: da La parte notturna di una farfalla

  • Il corpo spinto al punto di rottura dell’integrità del corpo in colori primari
  • o agglomerato come un budello cieco sui ghiacciai. Corpo
  • dal quale abbiamo eliminato le scorie come sabbia di fonderia. Il mare
  • si muove, sotto, come un animale
  • investito di luce riflessa quasi umana. Movimenti
  • appena accennati
  • sulla terra marcita dalle piogge. Vuole trarre
  • dall’immondizia almeno un distico, dalla sua umanità
  • residuale. Lo vuole consegnare all’infinito
  • futuro. 
  • video e interpretazione di Francesco Destro 

Poesia, tempo e memoria (SIV 2.10.20)

"IMMONDO - La bussola europea per non morire di rifiuti" - progetto di Alessandro Agostinelli per "Società Italiana dei Viaggiatori" Europe Direct Firenze

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Menabò (10.20)

intervista di Renato Fiorito

1)    Vorrei iniziare questa chiacchierata chiedendole del suo ultimo lavoro: Giardino della gioia edito da Mondadori 2019 – 2020, perché mi sembra che esso rappresenti una svolta importante nella sua carriera e la consacri definitivamente, anche agli occhi del grande pubblico, come una delle figure più rappresentative della letteratura italiana di questo inizio millennio. Cosa l’ha spinta a scrivere il libro e come si colloca nello sviluppo del suo discorso poetico?

Innanzi tutto grazie per le sue parole. E grazie per aver scritto “letteratura” e non “poesia”, perché mi offre l’occasione di dire immediatamente che desidero aprire la gabbia nella quale la poesia si è autoreclusa, parlando solo ai suoi specializzatissimi adepti, chiudendosi in diatribe fra intenditori e smettendo di parlare al suo popolo. Avevo già sperimentato la tecnica di montaggio di Giardino della gioia con il libro precedente, Il bene morale: libri non tematici ma compositi, che intendono raccogliere molteplici forme espressive dell’umano. Credo che la poesia possa spingersi a essere inchiesta giudiziaria, mantenendo la stessa dignità della lirica amorosa.

2)    Giardino della gioia è un libro ricco di tenerezza e umanità, libro di contrasto tra anima e carnalità, miseria del vivere e sua felicità, tragedia del male e ansia di riscatto. Se queste sono le caratteristiche più evidenti, ci aiuti a coglierne qualche aspetto più nascosto e segreto.

Posso osare dire che si tratta anche di un libro di narrativa, dotato di trama: il macrotesto parla infatti dapprima di amore, poi di una rovinosa caduta nel disamore e, quindi, analizza la nostra possibilità di compiere il male – che dipende dalla incapacità di identificarsi con l’altro da sé. Alla fine, arriva l’auspicabile scoperta del “puro esistere”, ovvero la gioia – troppo spesso trascurata – d’essere vivi, che arriva a sostituire la maligna pretesa d’essere amati. Un altro elemento che m’interessa è l’ironia, a volte quasi la comicità.

3)     Nonostante il suo titolo, che richiama l’idea del giardino e della gioia, e dunque della bellezza, il libro parla soprattutto del dolore del mondo. Le chiedo se l’apparente contraddizione si può spiegare col fatto che lei indica un percorso, suggerendo l’idea che la consapevolezza della gioia nasce solo dopo che si è sperimentato il dolore.

Proprio così. Parlo di una gioia solidale, lieve, consapevole e stabile, conquistata non avendo paura di affrontare la quota di sofferenza che la vita assegna a ciascun vivente. Se diamo per ovvio che vivere implica una parte di male e dolore, riusciamo forse a smettere di lagnarcene: la meta della consapevolezza non è, infatti, produrre un incessante lagno sulla raggiunta constatazione del male di esistere, ma comportarsi come la funzione-“ginestra”, per usare la decisiva immagine del poeta più banalmente associato all’idea di dolore, Leopardi. Il leopardiano il fiore del deserto, il fiore sul quale incombe il Vesuvio distruttore, a differenza degli uomini non spreca il tempo della propria unica vita a edificare la propria impossibile immortalità, ma impiega il tempo della propria unica vita a profumare, a fare cioè del proprio meglio per rendere più dolce la vita di tutti, fondando così, senza troppi proclami né pretese di gloria, la “social catena”, sola possibilità di resistere al male naturale.

4)    Il suo impegno culturale e sociale nelle scuole, nelle carceri, tra i migranti e gli abbandonati, è noto ed esemplare. Qual è l’arricchimento che le viene da queste esperienze?

Proprio ieri, 26 giugno, durante un webinar, la neuroscienziata Cinzia Di Dio ha spiegato che le esperienze estetica ed empatica attivano le stesse aree del nostro cervello. Il processo estetico ci rende addirittura fisicamente disponibili all’empatia. Se quella particolare emozione bio-cognitiva permane, origina la compassione, la quale induce a comportamenti che la scienza definisce «prosociali». Quello che certi poeti scrivono da millenni può ora avvalersi di prove scientifiche: è oggi scientificamente comprovato che l’arte fa bene alla costruzione della “social catena” di cui sopra. Certo, non so su quali opere sia stato fatto l’esperimento e sarebbe interessante vedere quali aree del cervello attivino capolavori disturbanti come Tetsuo o la filmografia di Cronenberg o i libri di Céline, che pure sono opere grandiose. Ma teniamo intanto per buona l’importante informazione iniziale, della quale è assolutamente vero anche il contrario, cioè che la socialità fa bene all’arte e ce ne siamo accorti con chiarezza in questi giorni di clausura, che hanno ridotto molti poeti al silenzio. Ogni esperienza sedimentata, come scriveva Rilke, diventa poesia. Tanto più le esperienze che ci portano fuori dal nostro consueto, abitabile e ormai noto mondo.

5)    Il dramma dei profughi, degli immigrati, è spesso trattato con insofferenza e ostilità. Molti ritengono che l’entità della crisi dei paesi poveri sia così grande e profonda, che non si possa fare nulla per risolverla e che perciò faremmo meglio a proteggere i nostri livelli di benessere senza lasciarci coinvolgere dal disastro. Qual è il suo parere in proposito?

Ho un sentimento del mondo che non mi permette di distinguere tra “noi” e “loro”. Certo, se mi occupassi di politica, non potrei risolvere l’argomento con queste parole, ma ragionerei comunque nella direzione della più larga e concreta accoglienza possibile. 

6)     Con il Covid 19 tutti ci siamo scoperti più fragili e interdipendenti. Il virus ha fermato l’economia e ci ha isolati fisicamente, ma ci ha anche mostrato un mondo diverso, meno inquinato, più solidale e rispettoso. Secondo lei un mondo diverso è ora possibile?

Non credo: in Italia e quasi ovunque, nel mondo, le decisioni intorno al cosìdetto lock-down sono state dettate esclusivamente da ragioni economiche. In Italia, abbiamo chiuso troppo tardi e riaperto troppo presto, per non colare definitivamente a picco. La rivoluzionaria scoperta della nostra propria mortalità temo verrà presto rimossa e ognuno tornerà a essere (e dunque ad agire) come prima. Forse una maggiore attenzione alle arti può insinuarsi nella crepa, fin che dura la crepa.

7)     La tendenza che si sta affermando nella poesia contemporanea è antilirica, a causa di una affermata incapacità dell’io lirico a manifestarsi in un contesto di isolamento e disumanizzazione. Eppure lei, in “Serie fossile”, ha scritto: “io cerco che la vita sia all’altezza del canto. È questa la sventura e questo è il bene.”  (pag 105) Possiamo interpretare questo bellissimo verso come un atto di ribellione e di fiducia nella vita e nella poesia?

Ognuno fa quel che è. Do per scontato che la realtà, per noi, esista solo sotto forma di ciò che siamo in grado di percepire, di essa. Io sono semplicemente nata così: fiduciosa e ribelle, come qui sintetizzato. Spesso ostinatamente e ottusamente, al di là dell’evidenza. Altri preferiscono fermare lo sguardo alla “pura superficie” (è lo stesso discorso fatto per la ginestra). A me la pura superficie non basta, sento il bisogno di vedere oltre, peraltro dubitando che questo “oltre” esista. Due giorni fa ho concluso una specie di mémoire e ho quindi un vivo ricordo della mia infanzia: posso far risalire questa attitudine alla mia stessa natura, visto che da piccola smontavo le bambole, per scoprirne i meccanismi segreti. Così rispondo anche alle affermazioni grottesche di Raffaele Morelli sul femminile…

8)     Fa tendenza, specie in Italia, una poesia oscura, enigmatica, di difficile se non impossibile comprensione poiché alcuni ritengono che una scrittura chiara sia da considerare elementare e ingenua. Secondo lei recuperare chiarezza poetica è un difetto o una conquista?

Anch’io pensavo che la chiarezza fosse superficiale e che bisognasse dimostrare incessantemente la propria perizia e la propria intelligenza. Sono fasi. Adesso credo che chi ha pensato bene e lungamente ha formato in sé pensieri chiari e può esprimere concetti anche molto complessi in parole comprensibili ai bambini. È un’abilità che si acquisisce col tempo e con l’esperienza.

9)    Nella vita di ogni persona viene il momento dell’abbandono, del disamore, della vita che volta le spalle. La poesia può essere d’aiuto in quei momenti?

Dipende da quanto è devastante il disamore. In alcuni momenti non possiamo essere raggiunti da niente se non dal dolore. Successivamente la poesia, come esperienza di condivisione universale, può forse levarci dal senso di solitudine, altrettanto universale.

10)    Ci sono centinaia di tentativi di definire una cosa indefinibile come la poesia. Una volta tuttavia le ho sentito dire, commentando una poesia di Giorgio Caproni, che la poesia “salva dalla caduta nell’indifferenziato, dalla dimenticanza” e ho trovato questa una lucida e struggente definizione. Vorrei perciò chiudere questa intervista, di cui le sono molto grato, con una sua considerazione sulla funzione della poesia e la sua capacità di andare oltre i limiti che ci sono dati.

La poesia (la scrittura, posso affermare, dopo la seconda esperienza in prosa) ha la capacità di costruire mondi quasi più concreti di quello cosìdetto reale (vedi sopra le considerazioni sulla cosìdetta realtà), indaga l’invisibile e porta alla piena luce cose sommerse. Nell’esempio che cita: Giorgio Caproni con Il seme del piangere (a mio parere una delle operazioni poetiche più intelligenti del Novecento italiano) ha consegnato e, sì, salvato dalla dimenticanza l’ormai indimenticabile figura della madre, Anna Picchi. Questa è una funzione materna agita da un figlio: salvare la madre dall’indifferenziato e dall’indifferenza della natura, per la quale non siamo che vita che si aggiunge, o toglie, a vita. Caproni salva la madre attraverso la poesia, dunque con uno strumento che altri possono adoperare per ricordare, vedere e amare le proprie madri. Questo fenomeno vale per tutto ciò che la poesia tocca: cose e persone, visibili e invisibili. Non le pare una cosa utilissima? 

Chiunque dovunque (Nazione Indiana 19.9.20)

leggi in «Nazione Indiana» 19 settembre 2020

Chiunque dovunque

Lo scrivere che porto «avanti» – o meglio, che porto «dentro»: le cose e, spero, l’integrale umano – vuole decifrare le cose e, sì, con Deleuze, farle riscaturire dall’origine. La poesia non è il fine ma il mezzo: è la chiave, l’attrezzo, la pala (la falce) e il martello col quale scavo, mozzo e rompo il guscio, cioè la convenzione, di quella che chiamiamo realtà e che, naturalmente, non esiste.

Di certo esistono gli oggetti in sé, sarebbe insolente negarlo, ma non esiste un modo collettivo di guardarli. Neanche il mezzo più obiettivo, così obiettivo da denominare se stesso obiettivo (la fotografia), restituisce la realtà di niente. Ciò che vediamo è solo ciò che vediamo noi, individui fissati in un unico e irripetibile momento della nostra vita. Anche questo vedere, naturalmente, cambia. La poesia è forse un piccolo nodo nel tessuto di questo fluire e fluttuare continuo, casuale e pressoché incontrollabile, di esistenza. Un’esistenza enorme, che ci attraversa. Viene il mal di mare, a pensarci. O viene il sorriso dell’idiota dostoevskiano. Che è ciò cui ambisco.

Poetando, ci si ferma un momento e si fa il punto, non tanto della situazione, quanto il punto di quanto è nascosto sotto la situazione. La poesia fa il punto sull’invisibile. Una piccola curva spaziotemporale, una spiegazzatura nella trama che ci prescinde, uno strappo infinitesimale attraverso il quale osserviamo l’infinitissimo nulla, il vuoto che sta sotto e dentro qualsiasi costruzione umana e naturale.

La fisica illustra che la materia è vuoto, che la solidità sulla quale poggiamo i nostri apparentemente solidi piedi è costituita esclusivamente dal movimento delle particelle, dunque dalla relazione tra esse. La materia è relazione, inclusa la materia dei nostri corpi. Senza la relazione, non esiste che vuoto.

Anche noi, senza gli altri, non esistiamo. In questi mesi di clausura forzata abbiamo sperimentato la nostra inesistenza. Io, per esempio (io chi?), ho incontrato il gigantesco (ma discreto, devo riconoscere) fantasma di mia madre. A tal punto non esistiamo, senza gli altri, che, in assenza di corpi contemporanei, ci mettiamo a parlare coi fantasmi.

La poesia è anche questo parlare con chi non esiste e con quanto non esiste, per costringerlo a rivelare il proprio nucleo caldo, la propria sopravvivenza nella comune umana, la propria disperata vitalità, la voglia che hanno i morti di vivere ancora (cioè la voglia che abbiamo noi che i morti vivano ancora), che sopravvive come energia e anch’essa ci attraversa e percorre. Siamo attraversati e percorsi dal desiderio che niente finisca. Questo malinconico grido di eternità è la poesia. Un grido tanto più bello e valoroso perché consapevole della propria inutilità. La sua utilità consiste nel gesto di farlo. L’utilità della poesia sta nell’essere fatta. Pensata, plasmata. Questo gesto disperato di scavalcamento della morte accomuna chiunque dovunque.

La poesia che limita se stessa a mera descrizione delle cose si contenta di poco, si sostiene con mezzi di superficie, ci lascia a passeggiare nel mondo (ameno, benché orribile) delle apparenze, non ci toglie la terra sotto i piedi, non ci annienta, non ci nullifica, non ci fa precipitare in apnea dove le cose non esistono più. Dove, tanto meno, esistiamo noi. Questa visione del mondo è insostenibile e rasserenante.

La poesia è essa stessa purissimo vuoto, col punto rosso al centro della musica della relazione, che il nostro stesso corpo riconosce, per simpatia e istinto molecolare. Quella musica è nata contemporaneamente all’invenzione della materia. All’origine di tutto, probabilmente il caso, il quale ha mosso qualcosa che, chi sa perché, aveva avuto volontà di esistere, insieme a un piccolo gruppo di divinità inventate. Il caso, il vuoto, il non sapere, la febbre dell’indagine. Quando – in rari momenti – riusciamo a percepire il suono microscopico ed enorme della relazione, posta al centro del vuoto della materia, abbiamo accostato l’orecchio a quello che stamattina intendo per poesia. 

"Giardino della gioia" a Cabudanne de sos Poetas 2020

Isidora Tesic intervista MGC su «Giardino della gioia» (Seneghe, 6.9.20)

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L'origine della poesia (Festival Monza 20)

Qui parlo di quelle che credo siano le fondamenta della poesia e leggo il passo del romanzo nel quale racconto l'origine e le intenzioni della (mia) scrittura. Per il Festival della Poesia di Monza
  
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«Krisis - Tempos de Covid-19» UFSC 5.20

«Krisis - Tempos de Covid-19» é um projeto de Patricia Peterle e Andrea Santurbano do Núcleo de Estudos Contemporâneos de Literatura Italiana da Universidade Federal de Santa Catarina na Florianópolis, BRASILSpazio di riflessione di scrittori, poeti e artisti italiani sulla tragica esperienza del Covid-19, che sta devastando la vita di tutti alle più diverse latitudini. 

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  30. a che serve la poesia (Zest, 28.4.16)
  31. domande pratiche sul gesto poetico (satisfiction, 25.3.16)
  32. Serie fossile (Satisfiction, 22.3.16)
  33. Serie fossile (Fabio Sipolino, 8.3.16)
  34. Soglie - anno XVII n. 2 (8.15)
  35. la "vita reale" non basta a nessuno (postpopuli, 31.8.15)
  36. Each man kills the thing he loves
  37. Poeti a scuola (poetarum silva, 15.3.15)
  38. Giunti Scuola (1.3.15)
  39. La formazione della scrittrice (vibrisse.wordpress.com)
  40. I fossili che ci portiamo dentro (Reader's Bench, 11.13)
  41. La poesia a scuola (LM n. 73, 6.11.13)
  42. etica e poesia (24.3.13)
  43. La poesia, un patto di fratellanza (La Sicilia, 11.1.13)
  44. lEstroVerso anno VI n. 5 (12.12)
  45. POETARUM SILVA (20.9.12)
  46. Sussurri e grida n. 11 (11.11)
  47. Intervista a cura di Alaimo e Maggiani (laRecherche, 14.12.10)
  48. Il mondo di MGC (BOOKSHOP, 2010)
  49. in "Amarsi a Roma" (Ponte Sisto, 2009)
  50. IL VENERDì di Repubblica (14.10.05)
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