Interviste

XII Festival della Letteratura Mediterranea (Lucera, 21.9.14)

Lucera, 21 settembre 2014: i migranti, le ferite, il corpo, il comunicare. l'abbraccio della parola
 

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XII edizione del Festival della Letteratura Mediterranea
Tema "L'identità"

17-21 settembre 2014
Lucera (Fg)

Intervista di Rosario Russo
Video by "Beeekaming" before Beeek
(Serena Checchia, Giuseppe Lepore, Annarita Favilla)

La poesia, come l'amore, ci porta "altrove" (al-akhbar, 16.7.16 e AL BAIT - Marocco)

al-akhbar, 16.7.2016

Intervista a Maria Grazia Calandrone di Ahmed Loughlimi
traduzione di Ahmed Loughlimi

- la sua vita culturale è molto ricca; Lei è poetessa, drammaturga, performer, organizzatrice culturale, autrice teatrale e conduttrice di programmi culturali per la RAI Radio 3, critica letteraria per il quotidiano “il Manifesto”; e per la rivista internazionale “Poesia”... e tante altre attività... di fronte a tutto questo è difficile cominciare quest’intervista con lei ma vorrei iniziare con la poesia:
 
- Quando ha scoperto la magia della poesia e quando ha cominciato a scrivere?
 
Credo che “magia” sia la parola perfetta per descrivere la prima sensazione che ho ricevuto dall’ascolto della poesia. Scrivo “ascolto” e non “lettura” perché è stato durante l’ascolto di una lettura ad alta voce del Notturno di Alcmane che ho scoperto che la poesia era quel che volevo dalla vita. Ero in quinta ginnasio, dunque avevo già letto e studiato poesie, ma il momento della rivelazione è avvenuto così, ascoltando la descrizione di un paesaggio dell’Attica attraverso parole scritte due millenni prima, che hanno avuto il potere di trasportarmi “altrove”. Una volta scoperto questo potere della poesia non si torna più indietro. Si tratta di una forza pari a quella amorosa. Energia pura.
 
- Che cos’è la poesia secondo lei?
 
Stando a quanto ho appena scritto, per me la poesia è un mezzo di trasporto per l’“altrove” pari all’amore. Però, attenzione: con “altrove” non intendo assolutamente dire che la poesia sia una forma di evasione dalla realtà. Tutt’altro. La poesia nasce dalle cose del mondo e dall'indagine sul mondo, è una forma di conoscenza della realtà praticata attraverso le parole. Ma, come tutte le altre arti, indica che “la realtà non basta a nessuno”, come scrive Fernando Pessoa. La realtà, da sola, ci affligge. Tutti gli esseri umani sentono un anelito verso la bellezza: dal primo progenitore della nostra specie, maschio e femmina che fosse, che ha fatto il primo disegno sulla parete della sua caverna. La poesia, le arti e, per altri, le religioni, rispondono al bisogno d’invisibile e di bellezza che pulsa e ferve al centro degli animali umani.
 
- qual è l’utilità della poesia e il suo ruolo nel mondo?
 
In senso universale, utilità e ruolo della poesia sono soddisfare il bisogno di un invisibile “altrove”, come ho appena descritto.
Circoscrivendo la mia risposta alla società occidentale contemporanea nella quale vivo, posso dire che qui e oggi, presso di noi, la poesia serve perché non serve. La civiltà occidentale contemporanea è sopraffatta dall’agonia del mercato e dal capitale. La nostra situazione politica denuncia il proprio vuoto. La nostra umanità non ha utopie verso le quali muoversi. I discorsi della merce e del capitale per un certo tempo hanno prevalso, poi hanno compiuto il proprio corso vitale, il mercato ha mietuto le vittime della sua dittatura invisibile e ora sta esalando i suoi ultimi respiri. Noi europei siamo confusi e in transizione. La storia del mondo vuole che le frontiere sociali, economiche e razziali, si aprano – e ci sono tutte le naturali resistenze della paura di chi si sente assediato e addirittura derubato dall’arrivo degli “altri”. All’interno di questo spettacolo umano la poesia serve a ricordarci che, per gli “altri”, gli “altri” siamo noi, serve ad accomunarci sotto il segno di una indispensabile bellezza. Ripeto: indispensabile.
 
- La poesia può cambiare il mondo e l’essere umano?
 
No, non può, se non in casi rarissimi. Ma può appunto ricordarci a quale utopia dovremmo tendere, può rimetterci in contatto con il nostro bisogno più profondo – e dunque più comune. Per un tempo che si spera non provvisorio, può risvegliare in noi la compassione, il senso di essere parte della comunità umana, vivente e non vivente, visibile e invisibile.
 
- ha scritto tanti libri, tanti articoli …ed ha fatto e sta facendo una cosa molto interessante, secondo me: organizzare incontri con i ragazzi delle scuole e con gli studenti per far amare loro la poesia e per incoraggiarli a scriverla. possiamo insegnare agli altri a diventare poeti? e cosa ha imparato da questi incontri?
 
Rispondo a questa intervista da un treno che mi sta portando a Civitanova, dove svolgerò proprio uno dei laboratori che lei descrive.
Il mio intento non è quello di creare nuovi poeti, tutt’altro! Il mio intento è quello di seminare utopia. Immagino che, dopo aver letto le mie risposte precedenti, sia chiaro cosa intendo. Desidero però aggiungere una cosa: i poeti (gli artisti) conservano probabilmente una memoria più viva di un mondo che ognuno definisce a modo suo: amniotico, edenico, platonico o protoverbale, secondo la dizione dello psicanalista Wilfred Bion. Ebbene, è parlando la lingua di quel mondo che io parlo ai ragazzi – o ai carcerati, o agli ospiti dei Centri di Salute Mentale –, parlando la lingua che Tomas Tranströmer ha definito “lingua invisibile”. Ma approfondirò questo concetto rispondendo all’ultima domanda sulla traduzione.
 
- visto che sta lavorando nel giornalismo culturale ed è anche presente in antologie di poesia, tra le quali Nuovi poeti italiani (Einaudi, 2012); come vede la poesia italiana contemporanea?
 
Tanto ben scritta quanto ininfluente, nella sua gran parte. La poesia italiana soffre di essere letteraria. Nella sua parte migliore è poesia di ricerca, che vuole sfondare i confini tra le arti fino a farsi segno fra i segni. Nella sua parte peggiore è l’ormai usurato lamento dell’io o una denuncia spesso insincera, che desidera primariamente suscitare ammirazione per la sensibilità sociale dello scrivente. Nella sua parte più estesa è buona poesia non ombelicale, che si occupa del mondo perché chi scrive è finalmente riuscito a vederlo.
 
- ha scritto anche il romanzo. cosa ha aggiunto la narrativa alla poesia e cosa ha dato la poesia alla narrativa?
 
Così come il teatro e, da ultimo, il cinema, scrivere prosa o dialoghi, simulando il parlato, aggiunge chiarezza alla poesia e, probabilmente, il lungo esercizio sulla poesia – e dunque sulla densità di lingua e linguaggio – aggiunge esattezza alla prosa.
La poesia esige chiarezza di cuore e di pensiero. È un esercizio umano, prima che letterario.
 
- Il suo libro Serie fossile che parla, diciamo, di una storia d’amore, una filosofia dell’amore; è molto interessante come parla della filosofia dell’amore che è anche vicina alla filosofia dei Sufi… Ci parli della sua filosofia dell’amore; perché l’amore?
 
L’amore ha una sua disciplina e, sebbene come proprio effetto secondario, ci mette in un percorso di crescita spirituale, perché conduce dalla solitudine dell’individuale al binomio di una coppia, come prima tappa. Se l’amore funziona come deve, gli innamorati non si chiudono di nuovo nell’egocentrico Uno-fatto-di-Due, ma si aprono progressivamente all’universale. L’amore che lavora bene: espande, non restringe, non ripiega su se stesso, produce piuttosto un atteggiamento di disponibilità nei confronti dell’altro e del mondo. Per l’innamorato l’altro è l’inizio del mondo. Chi ama come è scritto in Serie fossile ha più bisogno di aver cura dell’altro che di essere amato. La sua gioia più grande consiste nella gioia dell’altro. In questo senso, sì, somiglia molto alla mistica Sufi.
Io non sapevo niente dell’amore, prima di amare. Credevo che l’amore fosse dare e ricevere del bene, nient’altro. Non sapevo che quello che per noi è bene per un altro può essere sconvolgimento e dolore. Ho imparato a non dare niente per scontato, a calare ogni elemento sentimentale, anche la gioia elementare, nell’esperienza biografica e nella realtà di ciascuno. Per raggiungere lo spontaneo e semplice fluire della gioia e del bene da uno a un altro bisogna prima accordare gli strumenti. E bisogna che in entrambi ci siano prima la volontà e poi l’impegno per farlo.
 
- che cos’è l’amore per lei?
 
L’amore è una forma di conoscenza del mondo attraverso l’altro.
L’amore è un viaggio in un altro universo.
È la scoperta che esistono tanti mondi quanti siamo noi esseri viventi.
L’amore è entrare in dialogo con un altro mondo.
Attraverso il corpo dell’altro. Meglio, attraverso la narrazione interiore che fa il corpo dell’altro. Attraverso lo sguardo dell’altro. Attraverso la gioia e il dolore dell’altro, al quale bisogna prestare attenzione e del quale bisogna avere una cura pari a quella che si ha per sé.
L’amore ci sprigiona.
L'amore opera una mutazione genetica.
È l'esperienza sconvolgente di vedere il mondo come avendo vissuto l'esperienza biografica di un altro.
Dopo, non si può più tornare al monolite dell'io.
 
- e che cosa succede quando ci si innamora?
 
Che il mondo appare per la prima volta.
 
- è tradotta in tante lingue : ceco, francese, giapponese, greco, russo, inglese, arabo, romeno, serbo, tedesco…ecc . e anche lei ha tradotto tanti poeti in italiano, secondo lei si può tradurre senza tradire?
 
Sul tema della traduzione, sposo la risposta di Tomas Tranströmer:
quando gli venne chiesto se non temesse di venire tradito dalle traduzioni della sua poesia, Tranströmer rispose che la poesia è comunque traduzione di una “lingua invisibile”.
Se il traduttore è sensibile, dunque – e tanto più se è un poeta – attinge anch’egli alla stessa fonte alla quale ha attinto chi ha scritto la poesia. Proprio attingendo alla “lingua invisibile” e non compiendo una mera traduzione della lettera del discorso, la vibrazione di fondo può rimanere la stessa, ed è anzi più corretto che ciascuna lingua “ricrei” quel suono assecondando la musica delle proprie parole. Certo, è necessario fidarsi dell’orecchio interiore di chi traduce!
 
- lei scrive anche Lo haïku ed ha vinto un premio .. quando ha scoperto questa forma giapponese e come definisce lo haïku?
 
L’haiku ci chiede di essere oggettivi ed essenziali. Le nostre parole devono descrivere, secondo una brevissima forma chiusa, una cosa concreta naturale. Siamo costretti a guardare fuori di noi e a concentrare un sentimento in poche parole. È una lezione di maturità per noi occidentali, per tradizione analitici, prolissi, complessi ed egoriferiti. Si tratta dell’operazione filosofica profonda del semplificare, naturalmente non nel senso della superficialità, ma della profondità e della chiarezza. Un vivificante apprendimento di leggerezza, vista del mondo ed effusione sul mondo.
Il mio contatto concreto con l’haiku è stato casuale: ho scritto i primi testi per partecipare a un concorso indicatomi da un amico e mi sono immediatamente innamorata dell’esercizio interiore che ho appena descritto. Infine, avendo vinto il concorso ed essendo stata mandata in viaggio-premio a Tokyo e Kyoto, sono stata conquistata dalla cultura giapponese, dal suo autocontrollo, vuoto apparente, gentilezza, violenza e soprattutto immobilità. Così, ho scritto un intero libro, Giardino della gioia, utilizzando la tensione all’essenzialità dell’haiku, più che la vera forma alternata in 5-7-5.
 
In poche parole o una se vuole:
 
- Quali sono i libri che hanno segnato Maria Grazia Calandrone? Il settimo sogno. Lettere 1926 Cvetaeva, Pasternak, Rilke. I quaderni di Malte Laurids Brigge, Rainer Maria Rilke
- I suoi film preferiti? In the mood for love di Wong Kar-wai
- I suoi poeti preferiti? Nel tempo: Rainer Maria Rilke, Ted Hughes, Amelia Rosselli, Paul Celan
- Gli alberi? Il tiglio
- La vita? È la vita. E la vita contiene più di una morte.
- La morte? È il limite che ci rende commoventi. E facciamo di tutto per sconfiggerlo.
- I poeti? Creature che cercano di accostarsi al segreto del mondo.
- Le farfalle? La scorsa estate ne è nata una nella mia cucina. Ho visto con i miei occhi cosa vuol dire trasfigurarsi e diventare bellezza. Ho assistito allo stesso fenomeno un’altra volta, mentre guardavo una persona amata avvicinarmisi percorrendo una ventina di metri. Ogni passo aggiungeva luce a luce. Alla fine, sono stata raggiunta da un essere che aveva le ali.
- Gli animali? Il cavallo. La sua fiera libertà. Il suo imbizzarrirsi e il suo portarci. Ho anche fatto un video su questo animale: https://www.youtube.com/watch?v=-tKtmJeb6dk
- L’anima? Sta nel corpo
- Il corpo? È la sola anima disponibile
- L’arte? Ci ricorda chi siamo
- Il sogno? Ci manifesta chi siamo
- Dove si trova la salvezza dell’essere umano? Nell’uscire da sé
- La traduzione? È diventare un altro
- La donna? Una creatura che si doppia
- l’uomo? Una creatura che costruisce
- il teatro? Un esercizio di chiarezza
- La musica? Una strada maestra per la memoria
- La bellezza? Indispensabile
- La notte? Di notte dormo, preferisco il giorno
- Gli amici? Qualcuno che a volte ci salva la vita
- Milano? La conosco poco, l’ho lasciata quando avevo 8 mesi.
- Maria Grazia Calandrone? Una donna che non cede

La pergola del glicine il diciannove aprile
 
è tutta sparsa
nell’azzurro di aprile
la piantagione
 
una splendente
piantagione di sangue
nel cielo vero
 
il profumato
sangue viola del glicine
goccia dal ferro
 
croce di ferro
impalcatura bianca
del nostro sangue
 
la ferramenta
leva al cielo un impasto
carminio e bianco
 
nessun rumore
dai composti di ferro
del nostro cuore
 
quasi immortale
argine di silenzio
nel petto nudo
 
se tu vedessi
che io non sono sola
in questo niente

Deposto il nome
 
Diceva sempre
ditele che la amo
e ditele che ho fatto tanta strada
per amarla.
 
Ditele che se uscivano
angeli e diavoli dalla sua bocca,
io vedevo soltanto la sua bocca.
 
Ditele che mi abita
per sempre.
Diteglielo, vi prego. Diceva sempre.

da Giardino della gioia

volevo scrivere della gioia
 
l’odore del tuo fiato nel cuore
dell’estate
 
il morso
leggero dei tuoi denti proprio all’orlo
 
la luce della luna
getta nelle pozzanghere
il bianco degli astri

*
l’ombra semplice del corpo in amore
l’oscillazione
dei monili sul collo
 
e lo smalto dei denti 
sfolgora, nudo
 
la tua lingua
s’impunta chiara fra le labbra scure

Allegati:
Scarica questo file (alakhbar020160716-26-28.pdf)AL BAIT, MAROCCO[intervista di Ahmed LOUGHLIMI]

a che serve la poesia (Zest, 28.4.16)

intervista di Alessandro Canzian per Zest – Letteratura Sostenibile 28 aprile 2016

1) Come definiresti la Poesia? A cosa serve?

A che serve la poesia dovremmo chiederlo al/la primo/a Homo Sapiens che praticò un’incisione su una parete di roccia. Perché lo fai? Sì, dico a te, non mi guardare male. Che stai facendo? Vuoi testimoniare? E perché? A chi? Per chi? Sta piovendo, hai finito di mangiare, ti annoi, pensi ai tuoi figli, vuoi corteggiare qualcuno? Lo fai, probabilmente, perché hai visto qualcosa di bello (di utile e di bello, spesso le due cose coincidono e incidono su quell’unico impasto psicofisico che siamo), non contieni l’emozione della bellezza osservata e il sovrappiù, l’eccedenza di questa emozione, diventa l’energia che spinge la tua mano a fare questa cosa così inutile che chiameranno arte. Un domani, poesia. Ma l’emozione non basta. Per compiere continuativamente il gesto della poesia, dunque per essere poeti, ci vuole il sentimento, dobbiamo essere in grado di sopportare quella cosa profonda e sconvolgente, devastante o esaltante, che chiamiamo “sentimento”.

La poesia (con la minuscola), nella sua specifica fattispecie di arte fatta con strumenti di uso comune, non serve a niente, come ho più volte scritto e come dico da un pezzo agli studenti che mi rivolgono questa domanda, con toni provocatori, o sinceramente stupiti, o destabilizzati: la poesia, perché? Perché, appunto, non serve. La poesia esprime il superfluo per eccellenza: a differenza delle altre arti, che almeno fanno uso di mezzi e strumenti per utilizzare i quali occorre dimostrare una certa perizia tecnica e/o abilità manuale, la poesia si serve di oggetti di uso quotidiano e comune (le parole), per originare bellezza. Ed è proprio questo suo sommo non servire a decretarne il valore.

Suo e di tutte le arti, inclusa la semplice contemplazione della bellezza, alla quale l’essere umano è incline, come forse alcuni altri animali – e la riproduzione della bellezza, alla quale solo l’essere umano, fra tutti gli animali, sembra essere incline. Gli altri animali, infatti, cantano o decorano il nido a scopo riproduttivo. Noi, solo talvolta. Per il resto, scriviamo senza scopo. E senza vittoria.


2) Come definiresti invece la TUA Poesia?

La mia poesia è dedica.  Nient’altro. Anche quando è testimonianza, è dedica.


3) Che consigli daresti oggi al poeta esordiente ma anche al poeta che lavora già da qualche anno?

Sono sempre più convinta che fare poesia significhi per prima cosa lavorare sul proprio essere umano. Anzi, meglio: sul proprio essere umani. La scrittura, per chi vi è incline, è un potentissimo strumento di conoscenza. Occorre non accontentarsi delle mete raggiunte. Non ce ne facciamo niente, della letteratura: se io leggo un poeta non m’interessa ammirare la sua perizia tecnica, m’interessa sentire nelle sue parole l’evocazione di uno stato di cose originario e perduto, m’interessa che le sue parole mi riconducano a qualcosa che so, ma che non ricordavo di sapere.

La bellezza è la maschera della nostalgia. Perché, al fondo della bellezza (e dell’amore), c’è la memoria di qualcosa che abbiamo perduto, chissà dove e quando – e la bellezza, per il tempo che dura, acuisce e lenisce nello stesso tempo la ferita di quella perdita. Per questo è insopportabile. Per questo serve.

 

da Gli Scomparsi (di prossima pubblicazione per LietoColle pordenonelegge)

Antonio

Invece quella notte sembra che abbia dormito
su un carrello della stazione posteggiato a pettine. Ma io sento
ancora nelle orecchie la sua solita voce
di panno blu pastello, così
rannicchiata e dolce, che mi diceva: aspettami
per cena – in quel tragico
lunedì – in un colpo
di vento, il suo amore (ogni altro inaudito
silenzio) dove si colloca in quella
ipotetica lontananza
di campo d’orzo
oltrebinario, con un raschio di tralci sui fianchi del treno tra le vigne vangate dal vento
del suo transito – la sua corporatura (che già il tempo
debolmente cambiava – e io come potevo
seguire con la punta delle dita
ogni nuovo contrasto
del suo impianto di carne e destino) – fino allo zero: un centesimo
caduto nel sonno
da una piccola tasca
dalla mano
che dunque si apre. A metà canale
sul suo corpo i pennacchi delle canne, le tre porte di acqua salmastra.
 
 
L’opaco ritiro del mare prima delle eruzioni
 
La sopravvivenza dipende dalla conservazione dei particolari. Io
credo a queste cose: a quell’ora
mi cadevano di mano le stoviglie – era lei
che mi chiedeva aiuto. Ora, con queste mani
dalle quali non cade più niente, trovo
perdono nel ripetere un gesto procreativo.
 
Dicono che di notte – bagnata
la testa con acqua di mare – lui torni
dal suo gregge, che infatti
alla mattina appare calmo.
E il condominio d’erba degli uccelli ne è tutto
riacutizzato.
 
 
31 marzo 2004

domande pratiche sul gesto poetico (satisfiction, 25.3.16)

SATISFICTION, 25.3.16 - i luoghi e il corpo della scrittura. domande pratiche sul gesto poetico
domande di: Gianluca Garrapa

il corpo è strumento di trascrizione

dove scrivi, quando scrivi, dove cammini quando ti riposi? in quale città o paese è nato il tuo ultimo libro, in che stanza, in che bar? sei mancino o destrorso? passeggi? in bici, in auto, osservi alberi? scruti cornicioni, affondi lo sguardo nel cielo, segui le onde del suono e dell'acqua? quali sono i rumori della città e quali i silenzi delle vaste campagne? fumi? bevi? quanto pesi? scrivi dopo cena prima di pranzo? quando? la tua è scrittura di spostamento di stasi, di spazio, del corpo?

Quasi tutti i miei libri nascono ovunque. Anzi, no. Non ho mai scritto in campagna. In campagna colmo la superficie interiore. La campagna è un corpo vivo e materiale con il quale bisogna stare in relazione. Nella natura lo spazio è tutto pieno, non c’è posto per altro. Quando sono vicina alla terra tratto da pari con la terra, sono materia che interagisce con la materia. Questo, naturalmente, lavora in profondità sulle parti invisibili dell’organismo psicofisico. Del mio, certo. Da quello campestre non perviene ulteriore notizia se non frutti e riconoscenti germogli. La natura è così: rassicurante: a un’azione corrisponde una reazione equivalente: innaffi una pianta che si stava abbattendo e, nella maggior parte dei casi, quella si rianima. Raramente ti si rivolta contro. Con le persone non funziona così. Alcune persone non desiderano essere innaffiate.

La scrittura ha a che vedere con il corpo nella sua mera funzione di strumento di trascrizione. Quella di scrivere non è certo un’operazione astratta, ma, poiché per scrivere è necessario che il corpo rimanga relativamente fermo, la parola che viene emessa contiene pure l’elettricità statica di questa stasi. Le parole sono, dunque, anche ricadute di energia corporale, intrecciate al pensiero e al sentimento, come nelle eliche del DNA: nel DNA della poesia, più le tre funzioni corpo-pensiero-sentimento sono fuse una all’altra, più la poesia è – letteralmente – organica. Mi diverte moltissimo enunciare queste tesi: indimostrabili, dunque inconfutabili.

Riposare, poi. Non so cosa voglia dire riposare, non sono capace. Scrivo con la mano destra, digito sulla tastiera con due dita, non sono una flâneur, ma cammino molto, quasi sempre con una meta. Non mi piacciono le cose fatte senza scopo. Non aggiungo inutilità all’inutilità della poesia che pratico. Date le medesime condizioni, pedalo. Fumo poco e da poco, bevo solo in compagnia, peso meno di quanto fumo, scrivo al mattino per questioni logistiche: quando i miei figli sono a scuola. Ma scrivo anche nel caos più assoluto, dipende dai fenomeni incendiari che mi occorrono. La mia è scrittura di altrove. Ma di un altrove terrestre, di quell’altrove che si percepisce quando si è innamorati, ovvero quando viene sfondata la dimensione di quella che convenzionalmente chiamiamo “realtà”. Certi poeti sono in stato di innamoramento permanente. In mancanza di meglio, s’innamorano dei morti. Amen.

Serie fossile (Satisfiction, 22.3.16)

SATISFICTION 22.3.16 – Serie fossile. Intervista di Gianluca Garrapa a Maria Grazia Calandrone

Vista: chiudo gli occhi per vedere / come vede / il ramo stroncato vedere, osservare, scrutare, guardare: quale verbo ritiene più adatto all’amore di Serie Fossile e perché?

vedere. vedere l’altro, accorgersi della sua esistenza e onorare ogni forma, espressiva e inespressiva, della sua esistenza. imparare ad amare anche l’abisso e l’oscurità della sua anima, anche la sua irrimediabile solitudine. la lezione d’amore più profonda è lasciare all’altro la sua visione di sé, lasciare che l’altro veda di sé quello che è in grado di vedere, la forma che di sé sa sopportare. e amare anche il suo limite, la sua finitezza e la sua finitudine. l’amore del quale parlo somiglia a un esercizio spirituale, a un vedere biologico, a una accettazione inorganica e però: attiva, accogliente come accogliente è il ramo nei confronti dell’aria che lo ha piegato – o divelto. occorre sporgersi sopra la vita dell’altro come il frutto si sporge nel silenzio, verso tutto quello che in lui dice sì. alla vita e alla morte. all’assoluto e al limite. senza menzogna. semplicemente perché è così.

Tatto: limpide cose fatte di ali / e ossa vuote, queste cose irrisorie e senza nome o cuore cosa è una cosa: che amore c’è tra la materia e la luce nella poesia di Serie Fossile?

c’è l’amore effusivo degli amanti che si compenetrano. c’è la materia che, toccata dalla luce, perde l’opacità delle superfici e si fa “lucente” e profonda. non in senso mistico, in senso carnale: carne che si fa cosa nella luce – e luce. sempre assumendo nella concretezza della lettera questi sostantivi: c’è la visione nitida di un biancore abbagliante che è il calor bianco dell’anima e della sua fusione con un’altra anima. c’è l’uscire da un corpo, che è caduto in se stesso così profondamente da toccare il suo punto in comune con l’umano – e si sente espulso da sé, dal suo particolare essere un corpo-limite. e  c’è il racconto imperfetto dell’esperienza. e c’è infine qualcuno che si sente in pericolo e rinnega, aggiusta il racconto del passato in modo funzionale al suo spavento e decide di non seguire più il dispiegarsi di un altro mondo: “poi dici la realtà mi è sufficiente”. e c’è l’assenso, il doloroso assenso a questo scioglimento delle mani. di nuovo: senza menzogna. con la saggezza di non avere più altra legge che l’abbandono.

Udito: un rumore di cose che si stanno facendo, la poesia di Serie Fossile suona: e cosa è invece il rumore delle cose?

il suono di fondo di Serie fossile ambirebbe a essere il rumore stesso delle cose. ovvero il rumore molecolare del mondo quando qualcosa in esso nasce o rinasce, il lavorìo profondo della materia al quale l’udito partecipa, in una compresenza panica e dantesca, da Vita Nova. è il grido di solitudine della materia che si spegne nella gioia di essere finalmente vista. “la madre è il nome dell’Altro che non lascia che la vita cada nel vuoto”, scrive Massimo Recalcati. “di quando cosa ch’è felice, cade”, chiosa invece Rilke. il suono di questo libro è il suono di una sospensione, prima di una caduta o di una non-caduta. quando c’è una caduta, si sente solo lo schiocco delle fauci del grande rettile velenoso, nel silenzio prestorico del dolore.

Odorato: la campagna: odore di vino e di terra bagnata: credi che debbano suscitare un odore le poesie di Serie Fossile?

oh, sì, dovrebbero. un odore di corpo umano. l’odore è pervasivo e violento: non possiamo difendercene, se non a prezzo della nostra stessa vita. noi non possiamo smettere di respirare. Serie fossile è pieno dell’odore del corpo: c’è l’odore del sangue e del sesso, ma c’è anche l’odore freddo e lieve degli astri, della loro frizione e sgretolamento, l’odore della legge di attrazione gravitazionale. ma solo aspirazioni naturali. nessun’altra struttura se non quella dell’anarchia amorosa, del corpo che ha retrogusto d’acqua e di menta. “quando arrivi si sente dall’odore”: di miele, di vino, di latte e di oro che batte sul petto il suo maglio metallico, il suo ciondolo fossile. un corallo che evoca il rosso e i rimbombi all’interno della cassa toracica. e l’odore vergine del futuro, al quale si consegna tutto questo. sperando.

Gusto: leccare la terra: la madre con la lingua / toglie la terra / dalla faccia al piccolo: la poesia ha più sapore letta o recitata?

ha due sapori diversi: se viene letta nel silenzio, ciascuno le attribuisce il gusto della propria lingua e della propria memoria associativa, il sapore singolare della propria biografia. se viene recitata, interviene il corpo, il quale, come scriveva Paola Febbraro, “ha sapore”. ogni corpo che parla, quando è esposto in pubblico, è forse troppo prossimo a se stesso. ma a volte avviene l’assunzione del gusto collettivo, ci si riveste della radiazione che emana dall’insieme dei corpi altrui, che ne formano uno, tutto nuovo. anche la poesia vorrebbe toglierci la terra dalla faccia, cicatrizzare l’urto delle nostre anime con gli oggetti taglienti del mondo, fare che il gusto del sangue si trasformi in memoria – e in esperienza.

Mi fa una domanda in forma di poesia?

ti chiedo un gesto più inutile di una parola. ma che faccia solo bene.

Serie fossile (Fabio Sipolino, 8.3.16)

una delle più strampalate interviste che abbia mai rilasciato: quando ci si innamora l'io non c'è più. questa è la sensazione più spaventosa e nello stesso tempo più ricca di senso che si possa vivere sulla terra
 
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Soglie - anno XVII n. 2 (8.15)

in Soglie rivista quadrimestrale di poesia e critica letteraria Anno XVII, n. 2 - Agosto 2015

Da La vita chiara (Transeuropa, 2011) a Serie fossile (Crocetti, 2015), fra aerei aneliti e terrestri turbamenti. Conversazione con Maria Grazia Calandrone

 Maiko Favaro

Lei, Maria Grazia Calandrone, è autrice dal percorso particolarmente ricco, vario e complesso. Ha pubblicato ben otto raccolte poetiche, da quella d’esordio Pietra di paragone (Tracce, 1998) fino alla recentissima Serie fossile (Crocetti, 2015), senza dimenticare la prosa de L'infinito mélo: pseudoromanzo (Sossella, 2011). Molte altre informazioni su di lei e sulla sua opera si possono trovare nel fornitissimo sito <www.mariagraziacalandrone.it>. Con questa conversazione, vorrei far emergere alcuni degli aspetti più caratterizzanti del suo mondo poetico, concentrando l’attenzione in particolare sulla fase più recente della sua produzione, nel passaggio che dalla penultima raccolta, La vita chiara (Transeuropa, 2011), conduce a Serie fossile.

Soffermiamoci pertanto, innanzitutto, su La vita chiara. Tramite tale raccolta, lei – come afferma esplicitamente su LPLC (<http://www.leparoleelecose.it/?p=2533#comments>) – si pone l’obiettivo di «riprodurre il disordine della natura abbandonata, solo tradotta e catalogata nei suoi 4 elementi. Verso l’aria». Afferma anche che «nessuna altezza è veramente altezza se non prende lo slancio da terra. L’aria in sé è troppo inafferrabile». E, difatti, la sezione dedicata all'Aria è posta proprio alla conclusione del libro: tappa finale di un percorso che aveva preso avvio dall'Acqua, elemento indissolubilmente legato al suicidio della madre (il riferimento è chiaro fin dalla prima poesia della sezione, Invocazione per la Persefone marina). Osservando la struttura, però, ci si potrebbe chiedere: come mai, in questo percorso ascensionale fino all’Aria, la sezione sul Fuoco precede quella sulla Terra? Dalla filosofia aristotelica, infatti, siamo abituati a pensare il fuoco come l’elemento più prossimo all’aria, poiché l’acqua e la terra tendono naturalmente verso il basso, mentre il fuoco e l’aria verso l’alto.

Nel (ri)produrre disordine ho voluto concedermi l’arroganza di disordinare anche la successione “logica” del sistema degli elementi! E questa è la superficie ironica della risposta. Un gradino più a fondo: il fuoco: sì, è il quarto elemento dinamico, apparentemente il più diretto a innalzarsi – ma i suoi effetti, le ceneri, sono palta terrestre e, diversamente dalla terra, infeconda. Terra bruciata, come si dice, dove non cresce altro che la piana evidenza della fine – dunque una terra doppiamente terra. Mi è sembrato anche più onesto incastonare il fuoco in questa sua dimensione pre-terrestre perché nel libro viene detto il fuoco metaforico dell’amore umano. Anche l’aria che tira alla fine è un’arietta amorosa – ma di un amore tutto interno e silenzioso e casto, rivolto come quello di Teresa d’Avila a un fantasma divino – o a una memoria, come fu sempre quello di Chopin, un amore alla Emily Dickinson. Anche graficamente: la sezione finale sopporta molto bianco, mentre quella terrestre colma la pagina con uno spargimento grande di zolle verbali.

Sempre in merito alla ‘tensione’ tra terra e aria, mi venivano in mente alcune parole di Milo De Angelis. Nel sesto numero della rivista «Niebo» (parola che in polacco, è interessante ricordarlo, significa ‘cielo’), egli affermava: «il cielo non è la cupola della terra, ma è ciò che la terra non può sopportare e allontana da sé». Cosa risponderebbe a questa affermazione? 

Che Milo De Angelis parla perfettamente da poeta. La sua affermazione è colma della suggestione del limite, che è lo strazio e insieme il fascino più profondo dei nostri amori e della nostra stessa vita. Nessun essere umano è pronto per stare vicino ai suoi dei. Gli angeli sono terribili, la bellezza è terribile: la bellezza degli angeli e degli dei nella sua eternità – ma ancora più terribile è la bellezza nostra, sempre così macchiata dalla sua fine. Dunque niente di meglio che scagliarla lontano, verso l’alto, affinché non ricada come il fuoco, affinché la possiamo solo invocare – darle il nome di dio.

E infatti, dopo che ne La vita chiara si è librata in aria prendendo lo slancio da terra, nella successiva Serie fossile lei torna tuttavia ad indagare con grande compartecipazione emotiva l’imperfetto ma fascinoso mondo terrestre. Già il titolo evoca profondità ctonie ben più di sublimi, rarefatte atmosfere aeree. In un passo significativo, ben evidenziato anche dal particolare lay-out nella successione dei versi, lei scrive: «e impariamo a soccombere / alla materia: questo corpo / – l’effimero, è il miracolo» (in Ɯ – scritto delle tre non solitudini). C’è una certa qual struggente voluttà in tale abbandono alla materia, al transeunte? La forza amorosa che pervade così profondamente questo libro sembra riverberarsi nell’intero mondo naturale, creare legami fra tutte le creature: non a caso, nella poesia (°) – seme, viene richiamata la «foresta dei simboli» di baudelairiana memoria. Nel ‘mondo originario’, ancestrale e gravido di potenzialità cui volge il suo sguardo in Serie fossile, lo slancio è stavolta – anziché verticalmente dalla terra all’aria – proiettato soprattutto in una direzione per così dire ‘orizzontale’ e al tempo stesso avvolgente, in un abbraccio di panteistica ebbrezza?

Sì. Ho voluto contraddire quanto esplorato negli ultimi libri, ovvero la disillusa inclinazione alla “divinocadaverica” autosufficienza del volo mistico. Serie fossile è un’affermazione di libertà e di coraggio, un continuo plurale con la creatura amata, il cui volto “così solo / all’interno, riassume / il genere umano” – e dunque induce a un serio contatto con il mondo e le sue creature, da quelle alate a quelle minerali. L’io vi è implicato profondamente: tanto più, fuso al mondo, sparisce, tanto più esiste.

In Serie fossile ho voluto sostenere l’apparizione della grazia. Con il verbo “sostenere” intendo anche la fatica fisica di sopportare la tensione elettrica di una rivoluzione interiore. E, con la parola grazia, intendo anche il sentimento di venire graziati dal peso dell’esperienza, che progressivamente uccide la fiducia originaria e ci rende ogni giorno più soli. Infatti, perché la grazia ci attraversi, dobbiamo essere già morti una volta, aver perso tesori, regni e speranze, dobbiamo insomma essere impreparati. L’incontro dev’essere incondizionato, deve trovarci indifesi. Solo allora, se colti di sorpresa, possiamo tornare idioti, meravigliosamente bambini. Presi da assoluto stupore. Allora un volto che ci irradia di fronte ci disargina, inverte i vettori dello spaziotempo e ci proietta indietro lungo la traiettoria della nostra vita, ripulisce la nostra biografia dalle scorie di metallo pesante del disamore, dai doni rifiutati, dalle domande rimaste senza risposta, dagli abbracci vuoti.

Si rischia tutto. Pronti ad accettare che potrebbe essere l’ultima illusione.

Se il disastro dell’abbandono avverrà ancora, avremo almeno contraddetto il gesto della malinconia e del disincanto che sulla terra viene detto maturità, avremo scavalcato, per un tratto, il limite di quella che troppo superficialmente viene detta “realtà”.

Questa sua grande attenzione per il mondo fisico si traduce anche in un particolare interesse per la rappresentazione del corpo, spesso smembrato, in un proliferare di sangue, ferite, carni aperte. In un passo de L'infinito mélo, la narratrice (sua alter ego) scrive: «io amo la decomposizione. […] Amo vedere con i miei occhi che il corpo è commovente cosa da nulla», e aggiunge di amare i film di Cronenberg e Balaguero (p. 33). In alcuni memorabili versi della sua poesia sull’11 settembre (in Sulla bocca di tutti, Crocetti, 2010), i corpi vengono immaginati come meri ingombri alla luce: «A ogni cosa caduta / corrisponde una luce, uno spazio / che prima era occupato. Pensa che se tu cadi / fai luce». Nella sua poesia, comunque, i disfacimenti sembrano rimanere in attesa di resurrezioni. Potrebbe illustrare da un punto di vista complessivo il rapporto del suo ‘io’ poetico con il corpo, specialmente in relazione al nostro essere – per citare altri suoi versi – «l’effetto di un contratto / provvisorio tra la materia e il nulla»? Riconosce qualche affinità con la poesia di Laura Pugno, nella quale il corpo è analogamente una presenza assai ricorrente ed è spesso parcellizzato, scomposto in frammenti?

Approfitto di questa sua domanda per emettere una frase parzialmente paradossale: la (mia) poesia è il (mio) corpo – anzi, insieme ai (miei) figli, che per loro fortuna hanno gambe e destino, la poesia è la parte meno mortale del (mio) corpo. La poesia è la traccia di aratro di un gesto che è raccolta e semina contemporaneamente. Raccoglie tutto quanto è stato letto di quanto è stato scritto e lo lancia al futuro, più avanti del corpo di questo (chiunque sia) particolare poeta. Probabilmente la densità dei testi pertiene a questa forma di delirio. Come la macchina è la protesi potenziata della velocità del corpo, la poesia è la dimostrazione – magari ipertrofica come l’amore – della sua anima.

La poesia di Laura Pugno, che amo molto, a differenza della mia pone i corpi come dentro delle teche museali, in una sorta di archeologia fantascientifica che esercita su di me un fascino maggiore. I corpi di Laura sono reperti manifestati in una sorta di esposizione, di esportazione muta. I miei sono invece corpi disordinati, vociferanti – a volte come le icone autoptiche di Gottfried Benn, dalle quali scorre una lacrima fredda; più spesso sono carne martoriata che canta: interminabilmente, irreparabilmente, come gli amanti immaginari distesi in un lavacro di acciaio e argenti.

Ne La vita chiara, colpisce l'attenzione la presenza di ampi Dialoghi con Hafez. È una scelta che a prima vista potrebbe apparire “esotica”, dato che gli splendidi versi del poeta persiano non sono ancora molto conosciuti in Italia, nonostante negli ultimi anni siano apparse alcune traduzioni di sue opere (e lei stessa si è adoperata nella traduzione di questo poeta): egli è forse meglio noto tramite la mediazione del Divan di Goethe. Quali sono i motivi principali che l'hanno indotta a dedicare ampio spazio ad Hafez? Ne L'infinito mélo (p. 20), ricorda pure un altro grande poeta persiano, Nezami. C'è da parte sua anche l'intento di mostrare la possibilità di proficui scambi con la cultura del mondo islamico, in anni in cui la clash of civilizations favorisce la costruzione di muri piuttosto che di ponti (e in tal modo si riallaccerebbe d'altro canto allo spirito cosmopolita di Goethe, con la sua idea di Weltliteratur…)?

Assolutamente sì. Il mio incontro con la poesia persiana è avvenuto a causa di una lunga vicinanza biografica alla cultura partenopea, a sua volta limitrofa a quella araba e orientale. In particolare, le traduzioni di Hafez sono state commissionate – a me e altri poeti come Anedda, Lo Russo, Zuccato – dal poeta e traduttore Domenico Ingenito. L’incontro ha dato frutti insperati perché la semplicità apparente dei testi ha rivelato una sua profonda ossessione simbolica. E questa scoperta, questa contaminazione che agiva in profondità come una specie di ventosa subacquea, ha aperto un occhio interno, una attenzione lineare che ha preparato l’ascensione finale de La vita chiara.

A differenza di Huntington, però, continuo a credere che sia l’economia a muovere i massicci movimenti mondiali – a spingere parte di un mondo spremuto fino al sangue verso il sogno di un mondo parziale, pingue e agiato, per venirne risarcito. Al mio interno, però, vige non l’utopia, ma un sentimento molto marcato di comunità umana, che mi fa apparire le dinamiche dell’economia come un tragico e inutile gioco per adulti, le conseguenze del quale sono ormai sotto gli occhi di tutti. Siamo dei personaggi romeriani, delle specie di bulimici zombi del capitale. Come dimenticare, a questo proposito, le Notti di pace occidentale di Antonella Anedda, dove la nostra poetessa ci mostrava come la nostra pace fosse solo apparente, fosse solo una tregua…

La componente ironica e umoristica è assai rilevante nella sua opera. Il libro in cui essa risalta con più evidenza è probabilmente lo “pseudo-romanzesco” L'infinito mélo, ma anche in Serie fossile emergono momenti di schietta ironia: penso ad esempio alla Petizione per il rilascio dell’alba. Pratica l'ironia come forma di understatement, oppure essa è in un certo qual modo consustanziale alla sua visione del mondo, cioè sente che le proprie idee e scelte non possono essere assolutizzate troppo, perché anche ragioni differenti o persino contrarie reclamano la loro parte di verità?

L’ironia permette ai poeti di rimanere attivi sulla terra. Vie parallele sono la compassione e il disincanto – ma sono territori più accidentati. Diamo per cosa vera che i poeti – quei tre o quattro – abbiano una inclinazione naturale a decifrare l’infinita bellezza del mondo senza trascurarne l’infinito dolore – e a trasformarli in parole che a loro volta mutino detto dolore in detta bellezza. Ebbene, per fare questo, essi sono costretti a stare sotto il cielo con una specie di cinico incanto, perché non sono ciechi e sanno di posare il corpo trasparente di una seconda realtà nel vaso a volte cupo del mondo reale, sanno di essere importanti per lo stato di cose come grilli parlanti (versione appunto ironica della Cassandra) perché sanno ancora distinguere cosa non canta. Il mercato mondiale – come il setting dei sentimenti “adulti” – non è fatto per chi conserva le impressioni originarie della assolutezza e dello stupore. Ai poeti è data una cattiveria intelligente da bambini. Altrimenti, il bene libero e liberatorio di una risata.

Lei è da tempo molto attenta alla diffusione ‘a viva voce’ della propria opera, anche tramite readings che la vedono impegnata in prima persona: val la pena ricordare che L'infinito mélo è accompagnato da un CD in cui lei recita una selezione di suoi testi, e pure per Serie fossile è agevole trovare – anche in rete – varie sue letture di singoli testi. Considerando tale suo interesse per la poesia come performance, viene spontaneo chiedere il suo parere sui festival di letteratura, che stanno proliferando in questi anni seguendo impostazioni tra loro diverse. Nel documentario Senza scrittori, Andrea Cortellessa e Luigi Archibugi si soffermano fra l’altro fra due tipi per molti versi opposti di festival. Del primo tipo, rappresentato dal Festival di Mantova, mostrano come esso richiami un pubblico relativamente ampio ma promuova anche libri discutibili da un punto di vista qualitativo. Il modello opposto è rappresentato da un festival di impostazione ‘paesologica’ (per usare un termine caro ad Arminio), quello della Stazione di Topolò, in cui si respira un senso più intimo ed autentico di ‘fare cultura’, ma al prezzo di evitare la pubblicizzazione da parte dei media e le ampie folle di pubblico. Secondo lei, quali scelte dovrebbero essere prioritarie per un festival letterario? Di quale tipo di festival abbiamo soprattutto bisogno?

Andai alla prima del documentario di Cortellessa e Archibugi. Per tenerci fedeli al bell’assunto iniziale di Landolfi: «non hanno più meta le nostre pigre passeggiate se non la realtà» – che Cortellessa e Archibugi hanno indagato con tanta malinconica ed esatta ironia – direi di fare nostra la realtà dei poeti, quando abbiamo la fortuna di scovarne qualcuno in vita. Facciamoci toccare dal loro sguardo come da una forse immeritata benedizione, riteniamolo prezioso come un quadrifoglio. Così, io credo che nei festival i poeti dovrebbero non solo leggere ma anche parlarci, rispondere alle nostre domande. Non dovremmo trascurare l’occasione di entrare in dialogo con queste creature strane, oblique, talmente sovraesposte e senza pelle da nascondersi, spesso, per non venire troppo attraversate dai destini altrui. Si pensi ad Andrea Zanzotto e alla fortuna di chi lo ha incontrato. Stazione di Topolò pare essere un luogo, simbolico e insieme vero, dove quel loro modo effimero e apparentemente fragile di stare al mondo cala un attimo a terra, giusto il tempo di mostrare la forza midollare delle sue ossa, la radiazione invisibile che radia intorno, additando in silenzio, ma con energia primaria, la miseria di tutte le cose che non sono Etica.

da La vita chiara (transeuropa, 2011)

da CINQUE MADRI

III
Guernica, detriti
 
Il sistema linfatico dei morti sulle rose
le fiamme ancora attorcigliate
alla cinghia dei nervi e volatili eliche
di ciocche: le pose omeriche della materia
semiviva. I sepolti
sopra la terra, se avranno
pietà di noi sembreranno caduti
in un sonno privo di giudizio
come un enorme pasto
di carne umana, sembreranno mischiare con una smarrita
rassegnazione – carne
– sguardi
al fango fumigante di Guernica
abbozzando un sorriso come latte cotto nella polvere, come per dire di una tregua.
                                                                                                        
Rimane nelle fabbriche
da guerra la nostra parte nella
catastrofe, un mondo
non più abituale
che esala i suoi morti
a nostra mortificazione.
 
Siamo fango che dorme, un documento in bianco, tutto il silenzio spinto nell'armatura interna del torace, oggetti
privi
di confine con la terra: qui è perduto il confine
tra corpo e terra.
 
Non io – non ero in pace
con il corpo di terra sollevato
dal battesimo e d'un colpo deposto benché fosse
una cosa che al centro aveva il cuore e il sangue da quel cuore circolava
ancora alla periferia del corpo
di sua madre: tutta lei
è una gora di sangue che crolla
dalla bocca del figlio. Figlio!, il tuo nome
era l'orgoglio della mia bocca, spuntava da solo
dal bianco
degli incisivi, rotolava di sera tra le chiostre
come perle già andate nella pace dell'alba le sue vocali
ché dal primo respiro mattinale
mi cominciava un sorriso
dal petto al pronunciarti.
La bocca spalancata di sua madre
somigliava
al silenzio di un astro.
Questo è quello che avete fatto voi.
 
 
IV
Maria, le apparizioni
 
Io li sogno, mi chiamano, li vedo
che sorridono e dicono vieni
Maria, vieni a prenderci, sento tutto questo movimento di bambini e sto male che invece non sono in casa, li vedo in casa come corde di fuoco con le otturazioni dei morti
nelle coagulazioni del sangue
o mi accarezzano le ciglia
muti, in mancanza di sé come linguaggio.
 
da EXTÁS, quello che resta della voce
(11 lunazioni più una su Teresa d’Avila)
 
4. sei cresciuta in altezza sulla gelata di marzo
 
nessuna cosa mi riguarda
restituisco il mio tessuto umano
la secca bianca delle mani
aperte e quello sbriciolarsi di lince nella radura come si fende una vena e lascia
vaporare il viola
 
addestro
la mia pace alla sella del corpo
– inumazione
verticale
e incudine, staccionata con chiodi
e disciolta
sono tela da sciogliere
residuo povero dell'oro
 
ora la terra profuma ed è calda, cemento
caldo
nutrimento
una larga violenta imperfezione
nero sbocciare segreto di piante segrete
 
rose dormienti come di domenica nell'oro
dell'alba, corpo fatto di fiori
diventati nessuno
 
5.1. in tutta l’opera
 
era un calore lui, ossatura vastissima, area
calpestabile
vento leggero di confine
e solitudine corporale di erbe
 
lei è una singola ombra mortale
carne
precipitata in un'altezza inaccessibile
 
dal suo letto ventate di miele, l'ampia
respirazione dei campi e il levarsi di un bianco
arco sottile – l'ala
della monarca tremolante su macchie di alysso
 
L’arnia del petto piena di richiami.
Il ronzio dell’oro. Il muschio.
E la lavatura. Le mani come stato di zolla stearica.
 
5.2. nel nulla
 
lei distoglie lo sguardo – lei si toglie, non del tutto
incorrotta. Tiene il capo coperto.
Dalla mistura con la terra evapora la carne
esperta, martellata.
 
Io sono evaporata da me stessa
così ti porto irreparabilmente.
Come un'ostia su un'ostia un circolare perfetto
sale
sul manto lustro della volpe, la lussuosa
folgore fulva della coda nel folto
sragionante del bosco
e il sole come lenimento, l'uovo
sul petto del santo, che è una pozza di acqua piovana
piena di interferenze


da Serie fossile (Crocetti, 2015)

Θ – per alba
 
 
l’anima mia è un dio umano,
                                                un uccello d’altura
 
che ogni notte nidifica nel chiaro
del tuo petto
come un endecasillabo perfetto
                                                                          
                                                     (cosa) bianca e copiosa, ala sottile – rosa
                                                      e roveto, cenere – parva
                                                      tra stelle profuse,
                                                                                    bianco sangue
di spugna tubolare
nel bianco planetario, bianca tigre
seduta ai bordi della bianca strada senza dolore
 
l’anima mia cresce dalle tue ossa
come una rosa da una lingua viva
                                                       – a stille,
                                                                       a emorragia
                                                                                             – dal tuo alfabeto
                                                                                                                           inimmaginabile
 
ma è da questo corpo,
dalla sua silenziosa mietitura
che viene il verbo,
questo pane assoluto
che ti offro, questa bellezza
viva, fatta per te
 
 
6.6.13
 
x – metamorfosi
 
 
ho sellato la mia cavalcatura, suona come bronzo 
il disco del sole sulla campagna,
                                                     ispirato
                                                                    da un magnifico ariete
 
– la transumanza, un tempo irregolare
 
si apre all’alba un coro di corolle, si schiude
il tuo occhio-fiore, lascia depositare
lo sguardo nella vena d’oro
della terra, nella gioia del mondo di essere
                                                                      vivo, calpestato
da bestie da pastura, le quali sono
all’altezza della vita
 
                                                                      in verità io…
 
                                                                      mentre tutto il tuo corpo
                                                                      adorava, diceva
                                                                      mentre il bronzo degli occhi
                                                                      adorava, diceva
 
breccia madre del glicine che appari
dall’amaro del ferro
falla felice, nera spina
di robinia selvatica
falla felice, falla felice, campo
di malva, steso come una lauda
sotto l’azzurro calmo della montagna:
     
                                                                 io servo l’animale che adora il sole
 
13.6.13
 
l’usignolo
 
è stato qui un usignolo. non avrebbe dovuto essere qui, ma era qui. e ha cantato tanto. io facevo il mio piccolo canto silenzioso e lui il suo. chissà per chi cantava, forse solo per la dolcezza di cantare. senza scopo, senza vittoria. con la vita all’altezza del suo canto.
 
è così, cara Alba, io cerco che la vita sia all’altezza del canto. è questa la sventura e questo è il bene.
 
io ti ho tutta vestita del mio canto d’amore
io ti ho tutta innalzata, come erba di marzo che buca
la terra dell’inverno, come il raglio di un’asina tra i cardi
lanaioli, la barra alare gialla
degli uccelli del cielo. la tua vita
ha risposto. il tuo corpo
ha risposto
al mio canto. poi, è tornato nel limite. ma l’usignolo, fuori
tempo e fuori dalla terra
calda d’Africa, qui, dal cuore dell’inverno occidentale
 
canta, continua, canta
 
4.1.14
 
ϔ – albero, fossile
 
verrai nutrita
a lungo, avanti
nel tempo della vita, dai frutti
di un melo preistorico. in un futuro aprile, t’innalzerai
con la spina dorsale spinta
da una linfa nuova,
ricorderai la dolcezza dell’albero che non voleva morire e ributtava e rifioriva, ogni volta
che lo tagliavi. girerai indietro
la testa, allungherai la mano, la bella mano che con tale dolcezza accarezzava
i rami aperti del melo
e mangerai. allora tornerò nella tua bocca con la leggerezza della luce. e ancora,
al calor bianco del nostro tempo estivo, mangerai
la mela che ha pescato
al fondo del tempo, il frutto rosso e gonfio
come un’arteria, che scorre
dalla mia vita alla tua vita,
ma lontano, ma sotto, là dove non arriva la ragione,
nei luoghi inarrestabili. dimentica
l’albero. non pensare più a niente, soffiami via. che resti solo vita per la tua vita,
 
24.8.14

INEDITI

da Il bene morale
Parla un albero di Fukushima, 11.3.11
 
Non esiste nessuno da accusare. Nessuno contro
la paura per questo incomprensibile
male. Siamo così esposti. Così inermi. Invisibili come radiazioni.
Transatlantici e aerei da guerra
nella ipnosi nera
delle onde. Stavolta
è stato il mare. Ed è stata la terra. Tutto
oltrepassa la soglia della sua incandescenza. Nessuna madre
risalita dal fondo del mare – ci consola.
 
Terra benevola e terra tremenda
che mi sollevi. Le barre dei reattori sono esposte
ed è esposta la crudeltà del mare, esumata la solida amarezza
della madre. Nomi comuni di cose sconosciute. Ora la vedi
la morte sempre inclusa come un dubbio
nell’amore terreno. Ora lo vedi tutto l’abbandono.
 
Capelli neri come la montagna e colonne di suoni da attraversare.
Tieni alta la carne come uno stridere di freni. Sono
una cosa che ha sempre sperato. Una fiducia ottusa
nella bontà degli uomini e della natura. Solo per questo, solo per fiducia
nella bontà degli uomini e della natura mi è rimasto nel cuore
tanto amore. Ripercussioni. Scorie. Combustione stabile. Ma io sarò per te il cuneo nel cuore. Il filamento nero di carbonio. Faticherai a distinguere le parti molli, ciò che di noi l’amore lascia vivo.
 
O corpi refrattari come favi – corpi-densi
gomitoli di luce
tra i sorrisi-àncora dei figli – la radiazione
del tutto libera da impurità.
Il cuore è un materiale sovraumano
ci spinge nel torace come un favo di miele.
Che l’amore sia questa creatura – e che sia!,
più feroce del sole.

L’idiozia o lo splendore della bellezza

Adesso credo necessario un ottuso atto di fiducia nella bellezza. Agire come non fossimo mai stati. Come non fossimo mai stati traditi. Come se non avessimo visto i nostri cari morire. Agire come se fosse la prima volta. Con la stessa innocenza di Cristo. Con la medesima mortalità elettiva. Abbandoniamo tutta la speranza e tutta la sapienza come il Cristo di Hans Holbein – radice appunto immaginaria de L’idiota dostoevskiano – che nemmeno ha interesse a risorgere, che non ha più interesse a essere divino. Che non ha più interesse. Ma che, compiuto il dovere di riaprire una strada a suo modo esemplare tra i rovi del mondo, abbandona se stesso – non il suo corpo: se stesso – alla manomissione che una morte completamente umana farà della sua carne. Diventiamo la bellezza perfetta del dio morto, perché solo la fine è infinita e su di essa sola la bellezza si accampa. Assumiamo la bellezza campale del dio morto. Ovvero del perfetto idiota dostoevskiano, che non ha più la ferita e la nostalgia del risorto di Rilke per l’esperienza regale della finitudine che nonostante tutto costruisce imperi di parole. L’idiota agisce come agirà il Cavaliere di Hughes. Egli è il suo stendardo e di quello stracci. Essere stracci della propria gloria. Essere coscienziosamente carne. Carne mortale. Niente. Dante che sviene continuamente. Mostrare la bellezza di una fine che non scavalca e non trascende se stessa. Carne fatta serena come pietra. Carne completa. L’idiozia della pietra e dell’osso, l’idiozia della cosa, ovvero la più acuta tra le intelligenze, la più radicale bellezza e la bontà più radiante, la bontà idiota che Dostoevskij definiva appunto attraverso la parola prekrasnyj, a dire “lo splendore della bellezza”. 

la "vita reale" non basta a nessuno (postpopuli, 31.8.15)

 Postpopuli
di Saverio Bafaro

Da pochi mesi è uscita la tua ultima silloge di poesie: Serie fossile (Crocetti, 2015). Ho scorso in essa un’atmosferica edenica e “preistorica”, a far da protagonista è un corpo ferino, primordiale. Si leggono, altresì, spunti di una riflessione psicologica, di una ricerca alchemica in cui, come in un percorso a ritroso, ci dai prova della grande somiglianza tra realtà organica e inorganica della vita che risiede del mondo, come in un continuo scambio…

È così. Tento di descrivere da molto tempo la coesistenza, la compresenza, l’unicità di tutto e di tutte le cose. È una certezza, uno stato interiore che non è facile dire senza il rischio di essere banali. Poiché è la sola cosa che m’interessa esprimere, corro il rischio.

Notavo, e forse questa è solo una curiosità di chi come me legge con la lente di ingrandimento, poco prima del titolo di ogni componimento una sorta di “simboletti apotropaici”, così come un’attenzione più generale ad una certa disposizione “grafica” dello scritto sulla pagina, cosa ci dici in merito?

A cose fatte credo di poter dire che quei simboletti (che ho adoperato con l’intendimento di riassumere in uno spunto anche grafico il contenuto del testo) siano l’anticipazione del mio riaccostarmi in prima persona alle arti visive. Qualche mese più tardi ho ripreso in mano album e matite, con vera e piena soddisfazione.

Con “lente d’ingrandimento” intendi dire che avrei dovuto usare un corpo più grande?

(rido) Mentre scorrevo nella lettura era come se visualizzassi te mentre leggevi i tuoi versi, sentivo molto forte l’eco di qualcosa di detto oralmente, di “performato...In altri termini: che rapporto intercorre per te tra poesie e teatro, o se preferisci tra scrittura e oralità e quanto influisce il tuo processo di creazione poetica?

Il mio accostarmi alla performazione e al teatro è accaduto dopo la scrittura e ha richiesto, e successivamente apportato, delle modifiche sostanziali alla poesia. La necessità di comprensione più immediata alla quale mi ha abituata il teatro, unitamente alla maternità (che insegna ai genitori a raccontare il mondo con parole semplici), hanno lentamente costruito un desiderio di comunicazione meno acrobatica, rispetto ai tempi iniziali della ricerca sul linguaggio. E poi, probabilmente, ho scoperto di avere cose da dire (sempre le stesse, ma le ho) e desidero vengano comprese.

Quanto alla sovrapposizione della mia voce alla tua lettura silenziosa, credo dipenda dal fatto che leggo come scrivo, con le identiche pause. O, forse, che scrivo e poi leggo come mi è necessario fare, assecondando un ritmo che potremmo, azzardando, definire stile.

L’anno scorso ha visto, invece, la luce Rosa dell’animale (Zona, 2014), un progetto “a quattro mani” con il poeta siriano Amarji in cui si snoda un dialogo amoroso molto speciale e intimo ‒ come una continua compensazione tra Femminile e Maschile. Come è nata questa collaborazione e come si è costruito il libro?

La collaborazione è nata su proposta di Amarji. Inizialmente ero scettica, perché temevo l’incompatibilità dell’incontro tra due poetiche dissimili come quelle di Oriente e Occidente. Ma, nello stesso tempo, ero incuriosita e pronta alla sfida. Credo che il cardine del libro sia il confronto tra questi due mondi immaginativi ed espressivi, più che tra quelli del maschile e del femminile, che pure hanno avuto modo di entrare in pieno contatto e argomentare. Paradossalmente, la mia scrittura occidentale risulta più “maschile”, più compatta e meno enfatica, rispetto a quella di Amarji. Mi ha divertita molto constatare le influenze reciproche, via via che il libro si andava costruendo, esattamente così come lo si legge: un botta-e-risposta durato poco più di sei mesi, che ha dato ariosità alla mia poesia e concretezza a quella del mio amico.

Mi capita spesso di interrogarmi sul potere salvifico della poesia, in termini fattuali, non solo come percorso conoscitivo, come attività che ci fortifica e preserva da atti estremi e drammatici, il pensiero può andare, tra i nostri poeti, a personalità come Cesare Pavese o Amelia Rosselli…Qual è la tua opinione in merito?

Credo che, nel senso che tu intendi, la poesia valga come gli altri talenti naturali o gli altri impegni concreti, che distolgono chi vi è propenso dal desiderio di voler morire.

Forse Rosselli non si è uccisa perché è stata abbandonata dalla poesia, ma è stata abbandonata dalla poesia perché non vedeva più il mondo come lo raccontava in poesia, per quanto elettrico, tutto slittato e in fiamme. Ovvero, come nel caso di Pavese, ha vinto la depressione, la malattia. La “vita reale”, da sola, non basta a nessuno. Figuriamoci se chi è incline all’utopia può contentarsi di camminare alla superficie o rasoterra.

Quale commento critico, nel corso della tua attività da artista impegnata nelle lettere e nella drammaturgia, ti ha più lusingata facendoti sentire particolarmente rappresentata?

Nel 2004 scrissi un poemetto ispirato alle storie che avevo letto in un sito dedicato alle vittime della strada. Erano racconti molto dolorosi, naturalmente, dediche e ricordi scritti dai parenti, da coloro che notoriamente sopravvivono soffrendo e sentendosi colpevoli. Una madre mi scrisse, arrabbiata, perché aveva letto la storia di suo figlio in una pubblicazione parziale sul IX Quaderno italiano di poesia contemporanea (Marcos y Marcos, 2007) e riteneva che io avessi compiuto una violazione e un abuso, benché le sue parole fossero appunto in rete e dunque pubbliche. Mi difesi rispondendo che la mia intenzione era ricordare, non usurpare – e che i miei toni, per quanto (per mia fortuna) io non avessi provato mai quello che lei provava, erano di profondo e sicuro rispetto. Io volevo onorare. Poco dopo uscì il libro nel quale la storia era contenuta (La macchina responsabile, Crocetti 2007). Quella donna mi scrisse di aver compreso. Anzi, mi ringraziò, perché riteneva che così la memoria del figlio avrebbe avuto una possibilità di rimanere viva più a lungo della nostra vita. Nessun commento critico mi ha fatta stare male e bene così.

Se dovessi immaginare di incontrare un bambino curioso che ti dovesse chiedere in cosa consista la poesia e la sua pratica quotidiana, cosa gli risponderesti? 

Quello che ho risposto nel tempo ai miei figli: sono una persona spinta da un mistero a fare cose per lo più superflue. Io materializzo in parole più o meno musicali il bisogno che altri sviluppano nella fede o in qualsiasi altra forma di dedizione e fantasia.

Lo ripeto, la “realtà” non contenta nessuno. Chi è incline alle arti si rende conto, forse più spesso degli altri, di questa trappola, dell’illusione collettiva, impegnativa, funzionale a rimanere vivi.

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