Interviste

L'arte è la forma di un'idea che si muove

Nato come progetto di tesi presso l’ISIA di Urbino, il corto di Virginia Gabrielli è stato selezionato da diversi festival italiani e internazionali: Animation Block Party di New York, Milano Film Festival, Sedicicorto International Film Festival di Forlì, Short Film Fest San Giovanni di Pesaro, International Animated Film Festival ReAnima di Bergen e Cut Out Fest International Animation and Digital Art Festival, in Messico. Le dichiarazioni in apertura sono di Maria Grazia Calandrone.

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Che cosa mi aspetto dalla critica (il verri 2.19)

Della critica m’interessa l’intuizione folgorante, che svela e lega la posizione dell’autore esaminato al sistema-mondo, per me inseparabile dal sistema-letteratura.

Ho imparato che le poetiche e le scuole di pensiero sono la traduzione organizzata del proprio temperamento e della propria occasione storica e sociale, nonché della propria collocazione geografica. Io stessa, se fossi sudanese o inuit, scriverei tutt’altro e sarei un’altra persona. Ma dell’ultima parte della frase sono solo parzialmente certa.

Penso (e pratico) la critica letteraria come un’operazione creativa non autonoma. Ammesso che si possa affermare l’autonomia di qualsiasi opera creativa. Nel caso della critica letteraria, il debito con l’opera dalla quale deriva è semplicemente più diretto e direttamente chiaro. Ogni critica comincia dove finisce il lavoro di un altro. Ma anche questa evidenza è sempre più scivolosa: la critica letteraria, come quella sociale e addirittura politica, è spesso impastata alla prosa letteraria o alla poesia (i poeti, in realtà, si sono sempre presi la libertà di rispondere in versi, spesso caustici, ai loro critici).

Non direi dunque che la critica sia morta, direi piuttosto che i generi letterari – anzi, artistici – come noi siamo abituati a pensarli, stiano sempre più confluendo gli uni negli altri e tutti in una sempre più vasta e confusiva «socialità».

Sono gli effetti della recente rivoluzione digitale, ovvero del chiacchiericcio globale, del tempo rotto in segmenti traslucidi, della perenne raggiungibilità individuale e della disponibilità e semplificazione di strumenti – per esempio i programmi di montaggio cinematografico – fino a qualche anno fa destinati ai soli esperti. La nota nuova democrazia apparente, anche pericolosa, anche esasperante – ma, a mio parere (poiché tanti anni fa ho preso con me stessa l’impegno politico di sperare), bella officina di futuro.

Come sempre, il mondo cambia più velocemente di noi. Come sempre, tendiamo a fare resistenza. Oggi assistiamo a molti spettacoli nuovi: insieme agli spostamenti in massa di persone, che cambiano la geografia del pianeta (e, per la prima volta, rivelano davvero noi ai noi stessi della mia generazione), vediamo i rivoli di letteratura, cinema, serie televisive, poesia, politica, critica cinematografica e letteraria, convergere in un grande intreccio di contenuti dal quale probabilmente emergeranno nuove arti. Ovvero quello che noi umani saremo capaci di inventare per (ri)scoprire quello che già esiste e già sappiamo, sapevamo, addirittura sapremo.

Naturale che, accostandomi alla critica con le aspettative appena descritte, perché io cambi opinione su un autore, devo fidarmi della visione del mondo di chi scrive il pezzo critico. Per me è sempre questione di rapporto tra persona e persona, di relazione fra intelligenze e sensibilità. E questo è tanto vero che mi è capitato di cambiare opinione sul mio lavoro, leggendo quanto ne era stato scritto. Dunque sì, è avvenuto che la critica abbia modificato la mia percezione della mia opera, mi abbia rivelato l’«ultrasuono» al quale ero paradossalmente sorda, pur avendolo nominato.

In poesia, come in politica, esiste un governo (quello poetico essendo sfumatissimo, labile, provvisorio, presunto, dovrebbe legiferare per induzione, più che per proclami) ed esiste un’opposizione. Per essere più esatta, il governo riconosce sé stesso quando l’opposizione monta.

Poiché richiesta del mio particulare: non sono né tra quelli che si arroccano perché sentono vacillare i pilastri del proprio mondo, poiché il “mio mondo” è estremamente mobile e proteiforme, sconosciuto soprattutto a me stessa – né figuro tra gli iconoclasti, perché non esiste niente di sacro da fare a pezzi. Tanto meno la scrittura, verso la quale provo fiducia, gratitudine e curiosità.

Imparo infatti quotidianamente moltissimo dalla scrittura, la accompagno e mi lascio accompagnare, procedo per tentativi ed errori, sono alla continua ricerca di non so cosa, ma archivio immediatamente quel che ho imparato a fare, non ho mai scritto un libro uguale all’altro. Detto questo, gli elogi mi imbarazzano. Quanto alle stroncature, mi è dato sapere di averne ricevuta una sola, una canzonatura «social» del mio atteggiamento nei confronti della poesia, definito «buonista» ed «ecumenico». L’ho presa male, perché la pubblica accusa contraddiceva la lusinga privata. Non credo avrei nulla da obiettare a qualsiasi obiezione critica ritenessi seria e serena. Forse in futuro avrò modo di scoprirlo.

Desidero concludere raccontando quello che ho imparato nei dieci anni di laboratori di poesia fatti nelle scuole, dai bambini delle elementari agli “anziani” liceali: la critica deve venire dopo.

La prima cosa è far saltare fuori dalla tavola autoptica della pagina il corpicino alieno della poesia, gettare i ragazzi nell’acqua viva dei testi, e, soprattutto, poiché la poesia è musica fatta con le parole, è necessario far suonare le parole, è necessario che i ragazzi le leggano insieme, ad alta voce, perché la poesia risulti cosa viva e a loro vicina, un oggetto come gli altri, di uso quotidiano. Dunque che i ragazzi la adoperino, che la sporchino, la storpino, che se la rilancino in tre dimensioni come un rosso pallone sonoro, che la dedichino e, alla fine, provino anche a manipolarla in prima persona, descrivendo magari oggetti, più che gli scivolosi sentimenti, e confrontando i risultati in un gioco collettivo privo di giudizio, affinché avvenga un contagio delle idee, dei risultati e degli azzardi. Non perché tutti diventino poeti, ma perché stare accanto alla poesia mi pare un modo direttissimo di essere liberi. 

Treccani Channel (Matera, maggio 2018)

un progetto di Silvana Kuhtz

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poesia come democrazia ("affaritaliani", 16.7.18)

in occasione del premio Cetonaverde Poesia il direttore di "affaritaliani" Angelo Perrino ha intervistato Guido Ceronetti, Maurizio Cucchi, Milo De Angelis e  Maria Grazia Calandrone

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poesia e realtà (Salone del Libro di Torino, 12.5.18)

  • intervista di Desirée Massaroni a Maria Grazia Calandrone su poesia e realtà
  • Salone del Libro di Torino, 12 maggio 2018

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Internet è il fast food della poesia (Slam[Contem]Poetry, 19.4.18)

Dimitri Ruggeri (Dima Amid) intervista Maria Grazia Calandrone

Miss Poesia, la poesia-performance in TV” (Slam[Contem]Poetry, 19.4.18)

1)  Pensi che oggi si dia abbastanza attenzione alla valorizzazione e alla divulgazione della poesia? In passato ci sono stati importanti trasmissioni come L'Aquilone su RAI 1 mentre oggi non ci sono programmi ad hoc. Cosa può fare ancora la TV? I talent possono essere “validi” sostituti?

Il rapporto tra i poeti e la televisione pone il problema del tempo.

La poesia, per come la si è sempre intesa, richiede un tempo lungo di assorbimento ed elaborazione. La televisione che si fa oggi è invece molto veloce, i dibattiti (primi fra tutti quelli politici) si sono trasformati in ineleganti attacchi reciproci privi di contenuto costruttivo, i sentimenti delle persone sono sovraesposti, la parola d’ordine è attirare immediatamente l’attenzione, bucare lo schermo, gettare l’esca sulle tavole dove le famiglie cenano e sui divani dove poi sonnecchiano.

Rimango comunque certa che la poesia, letta – letta bene – in televisione,  si farebbe notare come e probabilmente meglio di tanti programmi che scorrono sulle vite delle famiglie come se non fossero mai state visti (tanto è vero che ho anche lanciato un appello “contro l’attacco alla poesia da parte del Festival di Sanremo”). E l’esperimento della fine degli anni Ottanta di Giorgio Weiss lo dimostra, perché la piccola trasmissione, che era una semplice disfida poetica, senza contorni di musica, né balletti o valletti, raggiungeva ottimi ascolti. 

Un mezzo ancora più nuovo, che ha favorito la diffusione della poesia è certamente internet. Ma in internet può essere trasmessa solo la poesia scritta per venire immediatamente compresa e consumata, perché il nostro tempo di lettura in rete è molto breve, ed è interrotto ripetutamente da suggestioni che ci distraggono.

Internet è il fast food della poesia.

La “poesia slow food” richiede solitudine e silenzio, il rapporto uno-a-uno con la pagina e con il proprio personalissimo tempo di elaborazione.

Ho però la certezza che questa pausa, di lettura, di riflessione e contatto con sé stessi e i propri sentimenti e desideri, sia considerata pericolosa: al mercato è più utile un cittadino frettoloso, ormai quasi incapace di concentrazione, bombardato com’è da un tale numero di informazioni che è impossibile ne trattenga quotidianamente neanche un decimo.

2)  A tuo avviso la poesia letta ad alta voce può essere più efficace di quella che resta nel libro? Come ci si può riappropriare della collettività? Del pubblico?

La poesia ha il suo pubblico. Qual è il termine di paragone per definirlo vasto o invece esiguo?

Se parliamo di raggiungere un gran numero di persone contemporaneamente, la radio è un mezzo efficacissimo, che utilizzo personalmente da molti anni per leggere poesie, ovviamente di altri se la conduzione del programma è mia, come nel caso di “Qui comincia” o delle 21 puntate di ”Alfabetiere” che ho recentemente scritto e condotto per Radio3Suite.

Dunque la risposta alla tua domanda (che però in questo caso sono due) è nei fatti: amo e pratico la poesia letta ad alta voce, la ritengo utilissima a suscitare curiosità, ma non la ritengo comunque esaustiva: una poesia che si brucia in un unico ascolto diretto non è poesia.

Quanto alla televisione sarebbe certamente un mezzo per avvicinare quella che tu, con una parola bella, definisci “collettività”.

3)  Ci racconti qualche aneddoto della puntata in cui hai partecipato?

La cosa che mi è rimasta più impressa c’entra e non c’entra con la poesia: mi hanno truccata, benché io non sia abituata a truccarmi. Avrei voluto presentarmi al pubblico televisivo con la mia faccia consueta, ma mi hanno spiegato che non è possibile, perché le luci degli studi televisivi sono bianche e fanno brillare i volti. Così, ho dovuto acconsentire e mi sono anche divertita.

Dico che questo c’entra con la poesia perché l’episodio può essere letto in senso metaforico: cambiando il mezzo della sua rappresentazione, la poesia (la poetessa, nel caso specifico!) deve modificare leggermente anche la propria sostanza.

4)  In questi anni hai avuto modo di partecipare ad altri contest letterari, poetry slam o altri format analoghi? Possono, secondo te, essere considerati come strumenti per divulgare le proprie opere o altro?

Ho partecipato a diverse esperienze di poesia fuori dalla pagina. La prima negli anni Novanta, per merito di Alessandro Agostinelli, che ideò il festival “Presso tutti”, ovvero mise dei megafoni in mano a un gruppetto di poeti e li sciolse per la città di Pisa: nei mercati, nei centri commerciali, dai balconi dei quotidiani. Fu una grande esperienza di condivisione, fatta con persone che sono rimaste amiche nel tempo, come Laura Pugno e Vincenzo Ostuni e lo stesso Alessandro. In quel caso, potemmo tutti constatare l’interesse e la curiosità da parte dei passanti. Del resto, la poesia arriva sempre inattesa. Spesso anche indesiderata.

Più tardi, nei Duemila, ho collaborato con Stefano Savi Scarponi, che ha composto sul suono della mia voce le musiche di “Senza bagaglio”, un “videoconcerto per vivavox & electronics”, che abbiamo replicato in molte città anche europee, come Parigi, Istanbul e Belgrado. Il compositore ha adoperato la mia voce come uno strumento fra gli altri, al di là del senso semantico delle parole, non ha voluto scrivere un insignificante “sottofondo musicale”, ma ha intrecciato le note degli strumenti al suono prodotto dalla voce umana.

Questi i due eventi più appropriati a rispondere. Non posso però omettere di raccontare la lettura di poesie fatta per i migranti transitanti ospiti di “Baobab Experience”, esperienza che ho raccontato in un articolo uscito sul “Corriere della Sera”.

Nel caso di realtà come questa o di lettura nelle carceri, noi constatiamo la potenza e il limite della poesia.

Per tornare alla domanda: non amo nessuna delle categorie precostituite, amo tutto quello che serve a opporsi alla direzione verso il precipizio nel quale dalla metà del secolo scorso viene spinta la società occidentale.

Per fortuna la storia e la geografia stanno cambiando sotto i nostri occhi, non ci annoieremo per molto!

Lo stato di salute della poesia (Corriere del Ticino, 14.4.18)

“Io mi vergogno,/sì, mi vergogno di essere un poeta!”. Con questi due versi Guido Gozzano sentenziava il ruolo sempre più marginale della poesia nel Novecento, un secolo fin troppo prosastico per auscultare una voce con tempi e modalità diverse. Mai come nel Novecento, però, la poesia conobbe una stagione felice e ricca di tensioni diverse, in cui emerse anche l’ambizione a voler agire nella realtà cambiandola. Nel 2018, che spazi ci sono per questo genere letterario? È in salute? Chi è – e che fine ha fatto – il famoso pubblico della poesia (per dirla con il critico Berardinelli)? “Mai come ora la poesia è viva – spiega Gian Mario Villalta, poeta e narratore nonché Direttore artistico del Festival Pordenone Legge, che fra le altre cose ha il merito di dare grande spazio ed evidenza alla scrittura in versi. “Sta tornando dappertutto, a tal punto che le case editrici maggiori, come Rizzoli e Mondadori, ma anche Bompiani e HarperCollins, stanno tornando ad offrire nei loro cataloghi libri di poesia. Volumi che però si staccano dalla tradizione del Novecento”. Villalta continua sottolineando che il modello di comunicazione scelto è molto veloce, ad effetto: come i post su Facebook e su Twitter. “Alcuni successi pubblicati lo scorso anno da Mondadori sono strutturati così – sottolinea il poeta - poche parole di commento sulla vita quotidiana che devono essere consumate in fretta, sull’onda dell’emozione provata in quel momento”. Un bene? Un male? “Rianimare la poesia è indubbiamente utile, però occorre ragionarci sopra. Questo tipo di comunicazione esclude l’opera. Su Twitter non c’è spazio nemmeno per un sonetto, non si può sviluppare un discorso, sono tutti momenti-spot. È ancora poesia? O è solo la schiuma della poesia?”. La domanda è lecita e se la pone chiunque si occupi seriamente del tema. “Registriamo però una cosa positiva: c’è ancora chi cerca, chi ha fame di poesia e dei  suoi strumenti retorici. Ora si tratta, da parte delle case editrici, di decidere se si ha voglia di fare un discorso più ampio, di salvare la poesia come discorso stratificato e complesso, al di là degli incassi allettanti che si fanno con la schiuma della poesia”.

Anche chi sceglie strade molto lontane da quelle legate all’immediatezza e al profitto nota un miglioramento del quadro generale. Come la casa editrice Donzelli, la quale l’anno scorso ha pubblicato ben cinque titoli di poesia. “Di solito le uscite su un anno sono sempre state tre o al massimo quattro, con una prevalenza di titoli stranieri – precisa Elisa Donzelli, che oltre ad essere studiosa di poesia e italianista dirige la collana di poesia dell’omonima casa editrice. “Ma la scommessa e lo sforzo sono stati ricompensati, visto che nell’arco di tre mesi abbiamo ristampato tre libri: I mondi di Mazzoni, Una stagione d’aria di Leardini, Quasi un consuntivo di Pagnanelli”. Le vendite, conferma Donzelli, non sono ancora altissime, ma qualcosa si sta muovendo. “I numeri sono ancora piccoli, ma non piccolissimi. Dire che la poesia è in crisi è un’affermazione molto generica, io vedo una crisi in quelle operazioni che tentano di ridurre la poesia a una sola visione o ad uno schieramento, a una cerchia di poeti simili fra loro: il contemporaneo è molto più caotico e vasto di quanto si pensi”. Se c’è un criterio che guida le scelte della collana di poesia della casa editrice Donzelli è quello di seguire autori che sappiano ricostruire un dialogo fra l’io e il mondo sviluppando “una coscienza del rapporto fra sé e la storia”. “Sin dagli inizi il problema sono state le librerie, e lo restano ancora oggi. O meglio le novità, che subito scalzano i vecchi libri, i quali rimangono sullo scaffale poche settimane: il che la dice lunga su quanta poesia venga pubblicata, senza un controllo di qualità. Ai Festival, o durante le Fiere, ci siamo accorti che a comprare poesia sono due fasce: quella dei giovanissimi sotto i trent’anni e quella dei senior che superano i 65 anni”.

Anche Roberto Galaverni e Maria Grazia Calandrone concordano su un punto: la poesia è ancora viva. “I suoi funerali sono stati celebrati infinite volte, nei secolispecifica la poetessa, che scrive per giornali e riviste ed è impegnata da anni in progetti sociali di divulgazione dei testi poetici. “La poesia, invece, è riuscita ad adattarsi alle varie forme di comunicazione, perché risponde a un profondo bisogno umano. Per quanto cambino le tecnologie, per quanto la società avanzi o indietreggi, l’umano rimane lo stesso. Oggi come sempre, esistono poeti e critici convinti che la poesia sia morta e che cercano o suggeriscono mezzi alternativi alla pagina scritta per arrivare a un pubblico che sembra sfuggire, ma, a mio parere, il cosiddetto pubblico è vivo e presente”. Maria Grazia Calandrone si occupa, fra le varie cose, di divulgazione su Rai Radio Tre, canale per il quale ha recentemente curato una rubrica intitolata “Alfabetiere Poesia”, che presenta per 21 sere testi poetici legati ad una parola quotidiana, scelta seguendo l’ordine delle lettere dell’alfabeto. “Mi chiedono di fare programmi di poesia perché l’ascolto è altissimo. Non analizzo i testi facendo vera e propria critica letteraria, perché la radio non è il mezzo giusto, l’ascolto è certo più distratto che in un convegno, ma non abbasso il livello: leggo poesia e racconto poesia in maniera analogica, evidenziando i legami tra i testi e le esistenze stesse dei poeti. Avverto molto bisogno di poesia, i Festival sono molto frequentati. Nelle scuole incontro gli studenti e riscontro interesse anche da parte dei ragazzi, i quali però non sanno dove trovare i libri dei poeti contemporanei. Per questo esistono corsi di formazione per docenti, ai quali i docenti stessi partecipano con curiosità e interesse, così da entrare in contatto con le scritture contemporanee, per esempio quella di una poetessa importante e a me carissima come Antonella Anedda, che potranno poi suggerire ai propri studenti”.

E i giovani, come scrivono? Quali sono i temi che innervano le nuove produzioni? “Come critico letterario leggo molto di più di quanto non scriva – spiega il critico letterario Roberto Galaverni, uno fra i fondatori del Centro di poesia contemporanea di Bologna, firma del Corriere della Sera e collaboratore presso “Il Segnalibro” (RSI Rete Due). “Scrivo ancora poco sui giovani per prudenza, ma sono contento quando trovo qualcosa che mi piace, quando trovo un giovane poeta che legge gli altri ed è interessato a quelli che hanno scritto prima di lui. Recentemente mi ha colpito il fatto che molti giovani poeti – e non so se questa sia una coincidenza – abbiano parlato di esperienze non immediatamente collegate con la propria esperienza individuale, facendo riferimento all’antropologia dell’uomo, alla specie, alla genetica, nel tentativo di fare un discorso che coinvolgesse il rapporto fra io e altri non in modo ideologico. In molte poesie giovanili, poi, mi colpisce il senso di precarietà riguardo a temi come il lavoro ma anche le relazioni”. 

Istruzioni per vivere (Secolo Donna 2017)

intervista di Angela Lo Passo

Parto da lei e dal suo approccio al genere poetico.
Scorrendo la sua biografia, si nota subito questo doppio modo di approcciarsi al reale (sociale ed intimo)  che si rispecchia anche nella scrittura, non solo a livello contenutistico ma anche linguistico-formale:  secondo lei ciò è dovuto alla sua natura e formazione o al tipo di poesia attuale?

È dovuto senza dubbio alla mia formazione, perché ho conosciuto dall’infanzia due culture in apparente contraddizione: una linea maschile limpida, di ideali calati con un piglio generoso e irruente nel concreto della vita politica – e una linea materna perturbante, piena d’aria affocata e di morgane, prossima alla tentazione della convivenza dei vivi con i morti. Questo doppio manuale di istruzioni per vivere convive nella mia poesia, originando due voci parallele che talvolta si scambiano la cortesia della parola, ma trova senso e urgenza nel contesto storico e linguistico nel quale casualmente sono viva. Inoltre, origina in me la necessità di tracciare dei segni sulla pagina dura della vita, non solo sulla pagina ardente della poesia.

Passiamo ora ad analizzare l’impatto della poesia sulla contemporaneità.
La poesia sembra un’arte dimenticata, riservata a pochi eletti  che nulla ha a che fare con l’azione. Ha perso, sembrerebbe, la capacità di illuminare il fare sociale, avere poche connessioni con la storia. E’ un fatto voluto o è, purtroppo, l’amara condizione a cui dobbiamo in qualche modo rassegnarci?

Non volendo ho già contraddetto l’affermazione contenuta nella domanda. Mi pare più che mai necessaria la visione del mondo dei poeti: ora che il mondo del capitale sta esalando il suo ultimo respiro, adesso che l’Europa si frammenta e si chiude, trascurando il lavoro dei tanti uomini e donne che aprono la propria vita al futuro, non le pare indispensabile una bussola, una visione collettiva, un’affermazione di uguaglianza? Se è vero che la poesia parla al nucleo comune degli uomini, credo che in futuro avremo sempre più bisogno di sentirci parlare da così vicino.

Ora una considerazione generale sulla poesia.                  
I luoghi e i modi di fare poesia, la sua stessa necessità di essere e di essere riconosciuta sono cambiati con il tempo: oggi come e quando si può parlare di poesia? E quale cifra ha la poesia contemporanea?

Oggi come prima credo che la poesia si riconosca dal suo effetto fisico. Se fa battere il cuore o se mette in moto la gioia di un fervore mentale, se mentre la leggi dimentichi le leggi basiche della sopravvivenza come respirare, è poesia. Scrivo “leggi” perché l’ascolto della poesia può trarre in inganno: la poesia va misurata in solitudine e nel silenzio, senza nient’altro che se stessa, senza neanche la voce del poeta, va messa di fronte ai nostri occhi proprio come un quadro. Se è poesia, quello è il suo spaziotempo per parlare, cioè per mettere in crisi il nostro mondo.

Una riflessione sulla scrittura poetica.
Sappiamo che scrivere comporta un lungo apprendistato, frutto di lettura e analisi, di un giusto equilibrio tra significante e significato, insomma di meditazione, studio e tempo,  mentre proliferano premi, raccolte di versi prodotti da un incauto ottimismo su cosa possa definirsi “poetico”.  Cosa direbbe a chi si accinge oggi ad affrontare un genere così complesso ed insidioso? Quali le coordinate da seguire?

Proprio come lei ha ben detto: darsi tempo, non aver fretta e leggere, leggere irrimediabilmente. Saper parlare di poesia, essere colti e intelligenti, saperla lunga sui poeti, non vuol dire essere poeti: ora che il livello medio di cultura si è giustamente e fortunatamente innalzato, è facile cadere nell’equivoco di sentirsi poeti perché si sa scrivere. Un poeta deve aver maturato una visione del mondo – e avere una visione del mondo, salvo rari casi, richiede riflessione, tentativi ed errori, ripensamenti. La visione va poi tradotta in parole, ovvero in stile. Non descritta, tradotta: sulla pagina deve depositarsi la costruzione di un mondo tradotta in stile, non basta saper mettere una dopo l’altra una sequenza musicale di sillabe. Penna ha una visione, Sanguineti ha una visione. Prendo apposta ad esempio due esiti opposti. Naturalmente, quando la poesia segue da vicino l’apprendimento esistenziale del poeta, lo stratificarsi dell’esperienza può rovesciare quasi interamente la visione: pensiamo a Caproni, che comincia a parlare cantando l’aria che fanno le ragazzine passandogli accanto e si congeda sempre più esile, ironico e disincantato, cercando l’inesistente verità tra spini e rovi montani.

Ancora una considerazione sulla condizione contemporanea e sui giovani.
Esiste secondo lei un modo per imparare a fare poesia, per incanalare il proprio vissuto e la visione del reale in modo da diventare voci del proprio tempo senza usufruire di scuole o accademie (o che si spacciano tali), partendo soltanto da un proprio vissuto e dalle proprie letture o studi?

Le scuole di poesia servono a confrontare la propria esperienza e i propri esercizi con quelli dei poeti invitati e dei compagni di corso. Ma, poiché non si tratta di una scienza esatta, nessuno può insegnare la poesia, nessuno è mai riuscito neanche a dire cosa sia la poesia. Probabilmente la poesia nasce dall’esperienza del limite e dell’insufficienza della così detta “realtà”, si tratta del desiderio di sentire la realtà nella sua forma intera, integrale, completa di visibile e invisibile, concentra uno slancio laico verso l’invisibile, materializza bisogno e desiderio in forma di bellezza. Ma chi può insegnare a un altro a desiderare? Però, certo, si può leggere insieme…

Ruolo e funzione di chi si impegna con il pensiero a cambiare lo status quo.
L’intellettuale ha bisogno di adattare il linguaggio al contesto e cercare di comunicare la sua visione anticipando in qualche modo cambiamenti e possibilità di emancipazione. Come può distinguersi oggi un’opera militante, nel senso più stretto del termine? E l’intellettuale può definirsi libero, nonostante tutto?

Un’opera militante, oggi come sempre, è un’opera che guarda al futuro ricordando l’esperienza del passato, dunque un’opera che contenga un pensiero il più esteso e ampio possibile. Il presente si interpreta e si costruisce tenendo accesi i sensori per intercettare i mutamenti anche minimi (sebbene nel nostro presente siano macroscopici), ma con i piedi saldi nella storia, negli errori e nelle vittorie che ci hanno preceduti. Nel caso dei poeti, “mondo” e “parola” quasi si sovrappongono, allora penso al lavoro necessario sugli inevitabili cambiamenti che i movimenti mondiali porteranno nella nostra lingua: esausta, sfinita, “paralizzata”, come la definisce Gian Maria Annovi. I poeti saranno probabilmente i primi a rimettere sangue e moto nella lingua, come ha fatto Ùbax Cristina Àli Fàrah*, autrice somala che ha compiuto il procedimento inverso, inventando un italiano “con le sonorità e le strutture del somalo”, per “riappropriarmi di tutto ciò che nella realtà non poteva coesistere”. Ricucire dunque una frattura biografica e storica – che diventa frattura interiore – modificando la lingua nella quale esprimersi. Cominciamo ad arrenderci: il futuro sarà fatto di popolazioni miste che parleranno lingue nuove, miste, reinventate.

* [in Ai confini del verso. Poesia della migrazione in italiano, a cura di Mia Lecomte (Le lettere, 2006)]

Infine uno sguardo al mondo a cui apparteniamo entrambe.
Potrebbe sembrare una domanda di parte, ma c’è una possibile definizione di una poesia o poetica al femminile? E se sì, quale?

Quando la poesia delle donne cominciava a pretendere l’ascolto al quale ha il diritto che tutti noi oggi diamo per scontato, si è molto discusso intorno alle questioni di genere: per cominciare, si rendeva necessario marcare dei confini e rivendicare l’insostituibile valore assicurato da una specificità. Grazie alla strada che le donne prima di noi hanno fatto per noi, a questo punto della storia letteraria dell’Occidente credo che le differenze si siano assottigliate al punto di sparire. Non è così in altri paesi, uno per tutti l’Afghanistan, dove le donne ancora pagano con la vita la propria arte, una per tutte Nadia Anjuman, uccisa nel 2005 dal marito perché scoperta a leggere in pubblico i suoi ghazal, poesie d’amore scritte di nascosto per anni e riunite nel libro dal titolo Fiore rosso scuro. Per la nuda cronaca: il marito di Nadia, ricercatore universitario della facoltà di Lettere, viene processato e assolto, dunque torna a insegnare all’Università: per la legge afghana Nadia è morta suicida. Conclusione non lontana dal vero, nei luoghi dove scrivere poesia per una donna equivale a rischiare la vita. Se l’è proprio cercata, non vi pare?

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