Interviste

Serie fossile (Satisfiction, 22.3.16)

SATISFICTION 22.3.16 – Serie fossile. Intervista di Gianluca Garrapa a Maria Grazia Calandrone

Vista: chiudo gli occhi per vedere / come vede / il ramo stroncato vedere, osservare, scrutare, guardare: quale verbo ritiene più adatto all’amore di Serie Fossile e perché?

vedere. vedere l’altro, accorgersi della sua esistenza e onorare ogni forma, espressiva e inespressiva, della sua esistenza. imparare ad amare anche l’abisso e l’oscurità della sua anima, anche la sua irrimediabile solitudine. la lezione d’amore più profonda è lasciare all’altro la sua visione di sé, lasciare che l’altro veda di sé quello che è in grado di vedere, la forma che di sé sa sopportare. e amare anche il suo limite, la sua finitezza e la sua finitudine. l’amore del quale parlo somiglia a un esercizio spirituale, a un vedere biologico, a una accettazione inorganica e però: attiva, accogliente come accogliente è il ramo nei confronti dell’aria che lo ha piegato – o divelto. occorre sporgersi sopra la vita dell’altro come il frutto si sporge nel silenzio, verso tutto quello che in lui dice sì. alla vita e alla morte. all’assoluto e al limite. senza menzogna. semplicemente perché è così.

Tatto: limpide cose fatte di ali / e ossa vuote, queste cose irrisorie e senza nome o cuore cosa è una cosa: che amore c’è tra la materia e la luce nella poesia di Serie Fossile?

c’è l’amore effusivo degli amanti che si compenetrano. c’è la materia che, toccata dalla luce, perde l’opacità delle superfici e si fa “lucente” e profonda. non in senso mistico, in senso carnale: carne che si fa cosa nella luce – e luce. sempre assumendo nella concretezza della lettera questi sostantivi: c’è la visione nitida di un biancore abbagliante che è il calor bianco dell’anima e della sua fusione con un’altra anima. c’è l’uscire da un corpo, che è caduto in se stesso così profondamente da toccare il suo punto in comune con l’umano – e si sente espulso da sé, dal suo particolare essere un corpo-limite. e  c’è il racconto imperfetto dell’esperienza. e c’è infine qualcuno che si sente in pericolo e rinnega, aggiusta il racconto del passato in modo funzionale al suo spavento e decide di non seguire più il dispiegarsi di un altro mondo: “poi dici la realtà mi è sufficiente”. e c’è l’assenso, il doloroso assenso a questo scioglimento delle mani. di nuovo: senza menzogna. con la saggezza di non avere più altra legge che l’abbandono.

Udito: un rumore di cose che si stanno facendo, la poesia di Serie Fossile suona: e cosa è invece il rumore delle cose?

il suono di fondo di Serie fossile ambirebbe a essere il rumore stesso delle cose. ovvero il rumore molecolare del mondo quando qualcosa in esso nasce o rinasce, il lavorìo profondo della materia al quale l’udito partecipa, in una compresenza panica e dantesca, da Vita Nova. è il grido di solitudine della materia che si spegne nella gioia di essere finalmente vista. “la madre è il nome dell’Altro che non lascia che la vita cada nel vuoto”, scrive Massimo Recalcati. “di quando cosa ch’è felice, cade”, chiosa invece Rilke. il suono di questo libro è il suono di una sospensione, prima di una caduta o di una non-caduta. quando c’è una caduta, si sente solo lo schiocco delle fauci del grande rettile velenoso, nel silenzio prestorico del dolore.

Odorato: la campagna: odore di vino e di terra bagnata: credi che debbano suscitare un odore le poesie di Serie Fossile?

oh, sì, dovrebbero. un odore di corpo umano. l’odore è pervasivo e violento: non possiamo difendercene, se non a prezzo della nostra stessa vita. noi non possiamo smettere di respirare. Serie fossile è pieno dell’odore del corpo: c’è l’odore del sangue e del sesso, ma c’è anche l’odore freddo e lieve degli astri, della loro frizione e sgretolamento, l’odore della legge di attrazione gravitazionale. ma solo aspirazioni naturali. nessun’altra struttura se non quella dell’anarchia amorosa, del corpo che ha retrogusto d’acqua e di menta. “quando arrivi si sente dall’odore”: di miele, di vino, di latte e di oro che batte sul petto il suo maglio metallico, il suo ciondolo fossile. un corallo che evoca il rosso e i rimbombi all’interno della cassa toracica. e l’odore vergine del futuro, al quale si consegna tutto questo. sperando.

Gusto: leccare la terra: la madre con la lingua / toglie la terra / dalla faccia al piccolo: la poesia ha più sapore letta o recitata?

ha due sapori diversi: se viene letta nel silenzio, ciascuno le attribuisce il gusto della propria lingua e della propria memoria associativa, il sapore singolare della propria biografia. se viene recitata, interviene il corpo, il quale, come scriveva Paola Febbraro, “ha sapore”. ogni corpo che parla, quando è esposto in pubblico, è forse troppo prossimo a se stesso. ma a volte avviene l’assunzione del gusto collettivo, ci si riveste della radiazione che emana dall’insieme dei corpi altrui, che ne formano uno, tutto nuovo. anche la poesia vorrebbe toglierci la terra dalla faccia, cicatrizzare l’urto delle nostre anime con gli oggetti taglienti del mondo, fare che il gusto del sangue si trasformi in memoria – e in esperienza.

Mi fa una domanda in forma di poesia?

ti chiedo un gesto più inutile di una parola. ma che faccia solo bene.

Serie fossile (Fabio Sipolino, 8.3.16)

una delle più strampalate interviste che abbia mai rilasciato: quando ci si innamora l'io non c'è più. questa è la sensazione più spaventosa e nello stesso tempo più ricca di senso che si possa vivere sulla terra
 
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Soglie - anno XVII n. 2 (8.15)

in Soglie rivista quadrimestrale di poesia e critica letteraria Anno XVII, n. 2 - Agosto 2015

Da La vita chiara (Transeuropa, 2011) a Serie fossile (Crocetti, 2015), fra aerei aneliti e terrestri turbamenti. Conversazione con Maria Grazia Calandrone

 Maiko Favaro

Lei, Maria Grazia Calandrone, è autrice dal percorso particolarmente ricco, vario e complesso. Ha pubblicato ben otto raccolte poetiche, da quella d’esordio Pietra di paragone (Tracce, 1998) fino alla recentissima Serie fossile (Crocetti, 2015), senza dimenticare la prosa de L'infinito mélo: pseudoromanzo (Sossella, 2011). Molte altre informazioni su di lei e sulla sua opera si possono trovare nel fornitissimo sito <www.mariagraziacalandrone.it>. Con questa conversazione, vorrei far emergere alcuni degli aspetti più caratterizzanti del suo mondo poetico, concentrando l’attenzione in particolare sulla fase più recente della sua produzione, nel passaggio che dalla penultima raccolta, La vita chiara (Transeuropa, 2011), conduce a Serie fossile.

Soffermiamoci pertanto, innanzitutto, su La vita chiara. Tramite tale raccolta, lei – come afferma esplicitamente su LPLC (<http://www.leparoleelecose.it/?p=2533#comments>) – si pone l’obiettivo di «riprodurre il disordine della natura abbandonata, solo tradotta e catalogata nei suoi 4 elementi. Verso l’aria». Afferma anche che «nessuna altezza è veramente altezza se non prende lo slancio da terra. L’aria in sé è troppo inafferrabile». E, difatti, la sezione dedicata all'Aria è posta proprio alla conclusione del libro: tappa finale di un percorso che aveva preso avvio dall'Acqua, elemento indissolubilmente legato al suicidio della madre (il riferimento è chiaro fin dalla prima poesia della sezione, Invocazione per la Persefone marina). Osservando la struttura, però, ci si potrebbe chiedere: come mai, in questo percorso ascensionale fino all’Aria, la sezione sul Fuoco precede quella sulla Terra? Dalla filosofia aristotelica, infatti, siamo abituati a pensare il fuoco come l’elemento più prossimo all’aria, poiché l’acqua e la terra tendono naturalmente verso il basso, mentre il fuoco e l’aria verso l’alto.

Nel (ri)produrre disordine ho voluto concedermi l’arroganza di disordinare anche la successione “logica” del sistema degli elementi! E questa è la superficie ironica della risposta. Un gradino più a fondo: il fuoco: sì, è il quarto elemento dinamico, apparentemente il più diretto a innalzarsi – ma i suoi effetti, le ceneri, sono palta terrestre e, diversamente dalla terra, infeconda. Terra bruciata, come si dice, dove non cresce altro che la piana evidenza della fine – dunque una terra doppiamente terra. Mi è sembrato anche più onesto incastonare il fuoco in questa sua dimensione pre-terrestre perché nel libro viene detto il fuoco metaforico dell’amore umano. Anche l’aria che tira alla fine è un’arietta amorosa – ma di un amore tutto interno e silenzioso e casto, rivolto come quello di Teresa d’Avila a un fantasma divino – o a una memoria, come fu sempre quello di Chopin, un amore alla Emily Dickinson. Anche graficamente: la sezione finale sopporta molto bianco, mentre quella terrestre colma la pagina con uno spargimento grande di zolle verbali.

Sempre in merito alla ‘tensione’ tra terra e aria, mi venivano in mente alcune parole di Milo De Angelis. Nel sesto numero della rivista «Niebo» (parola che in polacco, è interessante ricordarlo, significa ‘cielo’), egli affermava: «il cielo non è la cupola della terra, ma è ciò che la terra non può sopportare e allontana da sé». Cosa risponderebbe a questa affermazione? 

Che Milo De Angelis parla perfettamente da poeta. La sua affermazione è colma della suggestione del limite, che è lo strazio e insieme il fascino più profondo dei nostri amori e della nostra stessa vita. Nessun essere umano è pronto per stare vicino ai suoi dei. Gli angeli sono terribili, la bellezza è terribile: la bellezza degli angeli e degli dei nella sua eternità – ma ancora più terribile è la bellezza nostra, sempre così macchiata dalla sua fine. Dunque niente di meglio che scagliarla lontano, verso l’alto, affinché non ricada come il fuoco, affinché la possiamo solo invocare – darle il nome di dio.

E infatti, dopo che ne La vita chiara si è librata in aria prendendo lo slancio da terra, nella successiva Serie fossile lei torna tuttavia ad indagare con grande compartecipazione emotiva l’imperfetto ma fascinoso mondo terrestre. Già il titolo evoca profondità ctonie ben più di sublimi, rarefatte atmosfere aeree. In un passo significativo, ben evidenziato anche dal particolare lay-out nella successione dei versi, lei scrive: «e impariamo a soccombere / alla materia: questo corpo / – l’effimero, è il miracolo» (in Ɯ – scritto delle tre non solitudini). C’è una certa qual struggente voluttà in tale abbandono alla materia, al transeunte? La forza amorosa che pervade così profondamente questo libro sembra riverberarsi nell’intero mondo naturale, creare legami fra tutte le creature: non a caso, nella poesia (°) – seme, viene richiamata la «foresta dei simboli» di baudelairiana memoria. Nel ‘mondo originario’, ancestrale e gravido di potenzialità cui volge il suo sguardo in Serie fossile, lo slancio è stavolta – anziché verticalmente dalla terra all’aria – proiettato soprattutto in una direzione per così dire ‘orizzontale’ e al tempo stesso avvolgente, in un abbraccio di panteistica ebbrezza?

Sì. Ho voluto contraddire quanto esplorato negli ultimi libri, ovvero la disillusa inclinazione alla “divinocadaverica” autosufficienza del volo mistico. Serie fossile è un’affermazione di libertà e di coraggio, un continuo plurale con la creatura amata, il cui volto “così solo / all’interno, riassume / il genere umano” – e dunque induce a un serio contatto con il mondo e le sue creature, da quelle alate a quelle minerali. L’io vi è implicato profondamente: tanto più, fuso al mondo, sparisce, tanto più esiste.

In Serie fossile ho voluto sostenere l’apparizione della grazia. Con il verbo “sostenere” intendo anche la fatica fisica di sopportare la tensione elettrica di una rivoluzione interiore. E, con la parola grazia, intendo anche il sentimento di venire graziati dal peso dell’esperienza, che progressivamente uccide la fiducia originaria e ci rende ogni giorno più soli. Infatti, perché la grazia ci attraversi, dobbiamo essere già morti una volta, aver perso tesori, regni e speranze, dobbiamo insomma essere impreparati. L’incontro dev’essere incondizionato, deve trovarci indifesi. Solo allora, se colti di sorpresa, possiamo tornare idioti, meravigliosamente bambini. Presi da assoluto stupore. Allora un volto che ci irradia di fronte ci disargina, inverte i vettori dello spaziotempo e ci proietta indietro lungo la traiettoria della nostra vita, ripulisce la nostra biografia dalle scorie di metallo pesante del disamore, dai doni rifiutati, dalle domande rimaste senza risposta, dagli abbracci vuoti.

Si rischia tutto. Pronti ad accettare che potrebbe essere l’ultima illusione.

Se il disastro dell’abbandono avverrà ancora, avremo almeno contraddetto il gesto della malinconia e del disincanto che sulla terra viene detto maturità, avremo scavalcato, per un tratto, il limite di quella che troppo superficialmente viene detta “realtà”.

Questa sua grande attenzione per il mondo fisico si traduce anche in un particolare interesse per la rappresentazione del corpo, spesso smembrato, in un proliferare di sangue, ferite, carni aperte. In un passo de L'infinito mélo, la narratrice (sua alter ego) scrive: «io amo la decomposizione. […] Amo vedere con i miei occhi che il corpo è commovente cosa da nulla», e aggiunge di amare i film di Cronenberg e Balaguero (p. 33). In alcuni memorabili versi della sua poesia sull’11 settembre (in Sulla bocca di tutti, Crocetti, 2010), i corpi vengono immaginati come meri ingombri alla luce: «A ogni cosa caduta / corrisponde una luce, uno spazio / che prima era occupato. Pensa che se tu cadi / fai luce». Nella sua poesia, comunque, i disfacimenti sembrano rimanere in attesa di resurrezioni. Potrebbe illustrare da un punto di vista complessivo il rapporto del suo ‘io’ poetico con il corpo, specialmente in relazione al nostro essere – per citare altri suoi versi – «l’effetto di un contratto / provvisorio tra la materia e il nulla»? Riconosce qualche affinità con la poesia di Laura Pugno, nella quale il corpo è analogamente una presenza assai ricorrente ed è spesso parcellizzato, scomposto in frammenti?

Approfitto di questa sua domanda per emettere una frase parzialmente paradossale: la (mia) poesia è il (mio) corpo – anzi, insieme ai (miei) figli, che per loro fortuna hanno gambe e destino, la poesia è la parte meno mortale del (mio) corpo. La poesia è la traccia di aratro di un gesto che è raccolta e semina contemporaneamente. Raccoglie tutto quanto è stato letto di quanto è stato scritto e lo lancia al futuro, più avanti del corpo di questo (chiunque sia) particolare poeta. Probabilmente la densità dei testi pertiene a questa forma di delirio. Come la macchina è la protesi potenziata della velocità del corpo, la poesia è la dimostrazione – magari ipertrofica come l’amore – della sua anima.

La poesia di Laura Pugno, che amo molto, a differenza della mia pone i corpi come dentro delle teche museali, in una sorta di archeologia fantascientifica che esercita su di me un fascino maggiore. I corpi di Laura sono reperti manifestati in una sorta di esposizione, di esportazione muta. I miei sono invece corpi disordinati, vociferanti – a volte come le icone autoptiche di Gottfried Benn, dalle quali scorre una lacrima fredda; più spesso sono carne martoriata che canta: interminabilmente, irreparabilmente, come gli amanti immaginari distesi in un lavacro di acciaio e argenti.

Ne La vita chiara, colpisce l'attenzione la presenza di ampi Dialoghi con Hafez. È una scelta che a prima vista potrebbe apparire “esotica”, dato che gli splendidi versi del poeta persiano non sono ancora molto conosciuti in Italia, nonostante negli ultimi anni siano apparse alcune traduzioni di sue opere (e lei stessa si è adoperata nella traduzione di questo poeta): egli è forse meglio noto tramite la mediazione del Divan di Goethe. Quali sono i motivi principali che l'hanno indotta a dedicare ampio spazio ad Hafez? Ne L'infinito mélo (p. 20), ricorda pure un altro grande poeta persiano, Nezami. C'è da parte sua anche l'intento di mostrare la possibilità di proficui scambi con la cultura del mondo islamico, in anni in cui la clash of civilizations favorisce la costruzione di muri piuttosto che di ponti (e in tal modo si riallaccerebbe d'altro canto allo spirito cosmopolita di Goethe, con la sua idea di Weltliteratur…)?

Assolutamente sì. Il mio incontro con la poesia persiana è avvenuto a causa di una lunga vicinanza biografica alla cultura partenopea, a sua volta limitrofa a quella araba e orientale. In particolare, le traduzioni di Hafez sono state commissionate – a me e altri poeti come Anedda, Lo Russo, Zuccato – dal poeta e traduttore Domenico Ingenito. L’incontro ha dato frutti insperati perché la semplicità apparente dei testi ha rivelato una sua profonda ossessione simbolica. E questa scoperta, questa contaminazione che agiva in profondità come una specie di ventosa subacquea, ha aperto un occhio interno, una attenzione lineare che ha preparato l’ascensione finale de La vita chiara.

A differenza di Huntington, però, continuo a credere che sia l’economia a muovere i massicci movimenti mondiali – a spingere parte di un mondo spremuto fino al sangue verso il sogno di un mondo parziale, pingue e agiato, per venirne risarcito. Al mio interno, però, vige non l’utopia, ma un sentimento molto marcato di comunità umana, che mi fa apparire le dinamiche dell’economia come un tragico e inutile gioco per adulti, le conseguenze del quale sono ormai sotto gli occhi di tutti. Siamo dei personaggi romeriani, delle specie di bulimici zombi del capitale. Come dimenticare, a questo proposito, le Notti di pace occidentale di Antonella Anedda, dove la nostra poetessa ci mostrava come la nostra pace fosse solo apparente, fosse solo una tregua…

La componente ironica e umoristica è assai rilevante nella sua opera. Il libro in cui essa risalta con più evidenza è probabilmente lo “pseudo-romanzesco” L'infinito mélo, ma anche in Serie fossile emergono momenti di schietta ironia: penso ad esempio alla Petizione per il rilascio dell’alba. Pratica l'ironia come forma di understatement, oppure essa è in un certo qual modo consustanziale alla sua visione del mondo, cioè sente che le proprie idee e scelte non possono essere assolutizzate troppo, perché anche ragioni differenti o persino contrarie reclamano la loro parte di verità?

L’ironia permette ai poeti di rimanere attivi sulla terra. Vie parallele sono la compassione e il disincanto – ma sono territori più accidentati. Diamo per cosa vera che i poeti – quei tre o quattro – abbiano una inclinazione naturale a decifrare l’infinita bellezza del mondo senza trascurarne l’infinito dolore – e a trasformarli in parole che a loro volta mutino detto dolore in detta bellezza. Ebbene, per fare questo, essi sono costretti a stare sotto il cielo con una specie di cinico incanto, perché non sono ciechi e sanno di posare il corpo trasparente di una seconda realtà nel vaso a volte cupo del mondo reale, sanno di essere importanti per lo stato di cose come grilli parlanti (versione appunto ironica della Cassandra) perché sanno ancora distinguere cosa non canta. Il mercato mondiale – come il setting dei sentimenti “adulti” – non è fatto per chi conserva le impressioni originarie della assolutezza e dello stupore. Ai poeti è data una cattiveria intelligente da bambini. Altrimenti, il bene libero e liberatorio di una risata.

Lei è da tempo molto attenta alla diffusione ‘a viva voce’ della propria opera, anche tramite readings che la vedono impegnata in prima persona: val la pena ricordare che L'infinito mélo è accompagnato da un CD in cui lei recita una selezione di suoi testi, e pure per Serie fossile è agevole trovare – anche in rete – varie sue letture di singoli testi. Considerando tale suo interesse per la poesia come performance, viene spontaneo chiedere il suo parere sui festival di letteratura, che stanno proliferando in questi anni seguendo impostazioni tra loro diverse. Nel documentario Senza scrittori, Andrea Cortellessa e Luigi Archibugi si soffermano fra l’altro fra due tipi per molti versi opposti di festival. Del primo tipo, rappresentato dal Festival di Mantova, mostrano come esso richiami un pubblico relativamente ampio ma promuova anche libri discutibili da un punto di vista qualitativo. Il modello opposto è rappresentato da un festival di impostazione ‘paesologica’ (per usare un termine caro ad Arminio), quello della Stazione di Topolò, in cui si respira un senso più intimo ed autentico di ‘fare cultura’, ma al prezzo di evitare la pubblicizzazione da parte dei media e le ampie folle di pubblico. Secondo lei, quali scelte dovrebbero essere prioritarie per un festival letterario? Di quale tipo di festival abbiamo soprattutto bisogno?

Andai alla prima del documentario di Cortellessa e Archibugi. Per tenerci fedeli al bell’assunto iniziale di Landolfi: «non hanno più meta le nostre pigre passeggiate se non la realtà» – che Cortellessa e Archibugi hanno indagato con tanta malinconica ed esatta ironia – direi di fare nostra la realtà dei poeti, quando abbiamo la fortuna di scovarne qualcuno in vita. Facciamoci toccare dal loro sguardo come da una forse immeritata benedizione, riteniamolo prezioso come un quadrifoglio. Così, io credo che nei festival i poeti dovrebbero non solo leggere ma anche parlarci, rispondere alle nostre domande. Non dovremmo trascurare l’occasione di entrare in dialogo con queste creature strane, oblique, talmente sovraesposte e senza pelle da nascondersi, spesso, per non venire troppo attraversate dai destini altrui. Si pensi ad Andrea Zanzotto e alla fortuna di chi lo ha incontrato. Stazione di Topolò pare essere un luogo, simbolico e insieme vero, dove quel loro modo effimero e apparentemente fragile di stare al mondo cala un attimo a terra, giusto il tempo di mostrare la forza midollare delle sue ossa, la radiazione invisibile che radia intorno, additando in silenzio, ma con energia primaria, la miseria di tutte le cose che non sono Etica.

da La vita chiara (transeuropa, 2011)

da CINQUE MADRI

III
Guernica, detriti
 
Il sistema linfatico dei morti sulle rose
le fiamme ancora attorcigliate
alla cinghia dei nervi e volatili eliche
di ciocche: le pose omeriche della materia
semiviva. I sepolti
sopra la terra, se avranno
pietà di noi sembreranno caduti
in un sonno privo di giudizio
come un enorme pasto
di carne umana, sembreranno mischiare con una smarrita
rassegnazione – carne
– sguardi
al fango fumigante di Guernica
abbozzando un sorriso come latte cotto nella polvere, come per dire di una tregua.
                                                                                                        
Rimane nelle fabbriche
da guerra la nostra parte nella
catastrofe, un mondo
non più abituale
che esala i suoi morti
a nostra mortificazione.
 
Siamo fango che dorme, un documento in bianco, tutto il silenzio spinto nell'armatura interna del torace, oggetti
privi
di confine con la terra: qui è perduto il confine
tra corpo e terra.
 
Non io – non ero in pace
con il corpo di terra sollevato
dal battesimo e d'un colpo deposto benché fosse
una cosa che al centro aveva il cuore e il sangue da quel cuore circolava
ancora alla periferia del corpo
di sua madre: tutta lei
è una gora di sangue che crolla
dalla bocca del figlio. Figlio!, il tuo nome
era l'orgoglio della mia bocca, spuntava da solo
dal bianco
degli incisivi, rotolava di sera tra le chiostre
come perle già andate nella pace dell'alba le sue vocali
ché dal primo respiro mattinale
mi cominciava un sorriso
dal petto al pronunciarti.
La bocca spalancata di sua madre
somigliava
al silenzio di un astro.
Questo è quello che avete fatto voi.
 
 
IV
Maria, le apparizioni
 
Io li sogno, mi chiamano, li vedo
che sorridono e dicono vieni
Maria, vieni a prenderci, sento tutto questo movimento di bambini e sto male che invece non sono in casa, li vedo in casa come corde di fuoco con le otturazioni dei morti
nelle coagulazioni del sangue
o mi accarezzano le ciglia
muti, in mancanza di sé come linguaggio.
 
da EXTÁS, quello che resta della voce
(11 lunazioni più una su Teresa d’Avila)
 
4. sei cresciuta in altezza sulla gelata di marzo
 
nessuna cosa mi riguarda
restituisco il mio tessuto umano
la secca bianca delle mani
aperte e quello sbriciolarsi di lince nella radura come si fende una vena e lascia
vaporare il viola
 
addestro
la mia pace alla sella del corpo
– inumazione
verticale
e incudine, staccionata con chiodi
e disciolta
sono tela da sciogliere
residuo povero dell'oro
 
ora la terra profuma ed è calda, cemento
caldo
nutrimento
una larga violenta imperfezione
nero sbocciare segreto di piante segrete
 
rose dormienti come di domenica nell'oro
dell'alba, corpo fatto di fiori
diventati nessuno
 
5.1. in tutta l’opera
 
era un calore lui, ossatura vastissima, area
calpestabile
vento leggero di confine
e solitudine corporale di erbe
 
lei è una singola ombra mortale
carne
precipitata in un'altezza inaccessibile
 
dal suo letto ventate di miele, l'ampia
respirazione dei campi e il levarsi di un bianco
arco sottile – l'ala
della monarca tremolante su macchie di alysso
 
L’arnia del petto piena di richiami.
Il ronzio dell’oro. Il muschio.
E la lavatura. Le mani come stato di zolla stearica.
 
5.2. nel nulla
 
lei distoglie lo sguardo – lei si toglie, non del tutto
incorrotta. Tiene il capo coperto.
Dalla mistura con la terra evapora la carne
esperta, martellata.
 
Io sono evaporata da me stessa
così ti porto irreparabilmente.
Come un'ostia su un'ostia un circolare perfetto
sale
sul manto lustro della volpe, la lussuosa
folgore fulva della coda nel folto
sragionante del bosco
e il sole come lenimento, l'uovo
sul petto del santo, che è una pozza di acqua piovana
piena di interferenze


da Serie fossile (Crocetti, 2015)

Θ – per alba
 
 
l’anima mia è un dio umano,
                                                un uccello d’altura
 
che ogni notte nidifica nel chiaro
del tuo petto
come un endecasillabo perfetto
                                                                          
                                                     (cosa) bianca e copiosa, ala sottile – rosa
                                                      e roveto, cenere – parva
                                                      tra stelle profuse,
                                                                                    bianco sangue
di spugna tubolare
nel bianco planetario, bianca tigre
seduta ai bordi della bianca strada senza dolore
 
l’anima mia cresce dalle tue ossa
come una rosa da una lingua viva
                                                       – a stille,
                                                                       a emorragia
                                                                                             – dal tuo alfabeto
                                                                                                                           inimmaginabile
 
ma è da questo corpo,
dalla sua silenziosa mietitura
che viene il verbo,
questo pane assoluto
che ti offro, questa bellezza
viva, fatta per te
 
 
6.6.13
 
x – metamorfosi
 
 
ho sellato la mia cavalcatura, suona come bronzo 
il disco del sole sulla campagna,
                                                     ispirato
                                                                    da un magnifico ariete
 
– la transumanza, un tempo irregolare
 
si apre all’alba un coro di corolle, si schiude
il tuo occhio-fiore, lascia depositare
lo sguardo nella vena d’oro
della terra, nella gioia del mondo di essere
                                                                      vivo, calpestato
da bestie da pastura, le quali sono
all’altezza della vita
 
                                                                      in verità io…
 
                                                                      mentre tutto il tuo corpo
                                                                      adorava, diceva
                                                                      mentre il bronzo degli occhi
                                                                      adorava, diceva
 
breccia madre del glicine che appari
dall’amaro del ferro
falla felice, nera spina
di robinia selvatica
falla felice, falla felice, campo
di malva, steso come una lauda
sotto l’azzurro calmo della montagna:
     
                                                                 io servo l’animale che adora il sole
 
13.6.13
 
l’usignolo
 
è stato qui un usignolo. non avrebbe dovuto essere qui, ma era qui. e ha cantato tanto. io facevo il mio piccolo canto silenzioso e lui il suo. chissà per chi cantava, forse solo per la dolcezza di cantare. senza scopo, senza vittoria. con la vita all’altezza del suo canto.
 
è così, cara Alba, io cerco che la vita sia all’altezza del canto. è questa la sventura e questo è il bene.
 
io ti ho tutta vestita del mio canto d’amore
io ti ho tutta innalzata, come erba di marzo che buca
la terra dell’inverno, come il raglio di un’asina tra i cardi
lanaioli, la barra alare gialla
degli uccelli del cielo. la tua vita
ha risposto. il tuo corpo
ha risposto
al mio canto. poi, è tornato nel limite. ma l’usignolo, fuori
tempo e fuori dalla terra
calda d’Africa, qui, dal cuore dell’inverno occidentale
 
canta, continua, canta
 
4.1.14
 
ϔ – albero, fossile
 
verrai nutrita
a lungo, avanti
nel tempo della vita, dai frutti
di un melo preistorico. in un futuro aprile, t’innalzerai
con la spina dorsale spinta
da una linfa nuova,
ricorderai la dolcezza dell’albero che non voleva morire e ributtava e rifioriva, ogni volta
che lo tagliavi. girerai indietro
la testa, allungherai la mano, la bella mano che con tale dolcezza accarezzava
i rami aperti del melo
e mangerai. allora tornerò nella tua bocca con la leggerezza della luce. e ancora,
al calor bianco del nostro tempo estivo, mangerai
la mela che ha pescato
al fondo del tempo, il frutto rosso e gonfio
come un’arteria, che scorre
dalla mia vita alla tua vita,
ma lontano, ma sotto, là dove non arriva la ragione,
nei luoghi inarrestabili. dimentica
l’albero. non pensare più a niente, soffiami via. che resti solo vita per la tua vita,
 
24.8.14

INEDITI

da Il bene morale
Parla un albero di Fukushima, 11.3.11
 
Non esiste nessuno da accusare. Nessuno contro
la paura per questo incomprensibile
male. Siamo così esposti. Così inermi. Invisibili come radiazioni.
Transatlantici e aerei da guerra
nella ipnosi nera
delle onde. Stavolta
è stato il mare. Ed è stata la terra. Tutto
oltrepassa la soglia della sua incandescenza. Nessuna madre
risalita dal fondo del mare – ci consola.
 
Terra benevola e terra tremenda
che mi sollevi. Le barre dei reattori sono esposte
ed è esposta la crudeltà del mare, esumata la solida amarezza
della madre. Nomi comuni di cose sconosciute. Ora la vedi
la morte sempre inclusa come un dubbio
nell’amore terreno. Ora lo vedi tutto l’abbandono.
 
Capelli neri come la montagna e colonne di suoni da attraversare.
Tieni alta la carne come uno stridere di freni. Sono
una cosa che ha sempre sperato. Una fiducia ottusa
nella bontà degli uomini e della natura. Solo per questo, solo per fiducia
nella bontà degli uomini e della natura mi è rimasto nel cuore
tanto amore. Ripercussioni. Scorie. Combustione stabile. Ma io sarò per te il cuneo nel cuore. Il filamento nero di carbonio. Faticherai a distinguere le parti molli, ciò che di noi l’amore lascia vivo.
 
O corpi refrattari come favi – corpi-densi
gomitoli di luce
tra i sorrisi-àncora dei figli – la radiazione
del tutto libera da impurità.
Il cuore è un materiale sovraumano
ci spinge nel torace come un favo di miele.
Che l’amore sia questa creatura – e che sia!,
più feroce del sole.

L’idiozia o lo splendore della bellezza

Adesso credo necessario un ottuso atto di fiducia nella bellezza. Agire come non fossimo mai stati. Come non fossimo mai stati traditi. Come se non avessimo visto i nostri cari morire. Agire come se fosse la prima volta. Con la stessa innocenza di Cristo. Con la medesima mortalità elettiva. Abbandoniamo tutta la speranza e tutta la sapienza come il Cristo di Hans Holbein – radice appunto immaginaria de L’idiota dostoevskiano – che nemmeno ha interesse a risorgere, che non ha più interesse a essere divino. Che non ha più interesse. Ma che, compiuto il dovere di riaprire una strada a suo modo esemplare tra i rovi del mondo, abbandona se stesso – non il suo corpo: se stesso – alla manomissione che una morte completamente umana farà della sua carne. Diventiamo la bellezza perfetta del dio morto, perché solo la fine è infinita e su di essa sola la bellezza si accampa. Assumiamo la bellezza campale del dio morto. Ovvero del perfetto idiota dostoevskiano, che non ha più la ferita e la nostalgia del risorto di Rilke per l’esperienza regale della finitudine che nonostante tutto costruisce imperi di parole. L’idiota agisce come agirà il Cavaliere di Hughes. Egli è il suo stendardo e di quello stracci. Essere stracci della propria gloria. Essere coscienziosamente carne. Carne mortale. Niente. Dante che sviene continuamente. Mostrare la bellezza di una fine che non scavalca e non trascende se stessa. Carne fatta serena come pietra. Carne completa. L’idiozia della pietra e dell’osso, l’idiozia della cosa, ovvero la più acuta tra le intelligenze, la più radicale bellezza e la bontà più radiante, la bontà idiota che Dostoevskij definiva appunto attraverso la parola prekrasnyj, a dire “lo splendore della bellezza”. 

la "vita reale" non basta a nessuno (postpopuli, 31.8.15)

 Postpopuli
di Saverio Bafaro

Da pochi mesi è uscita la tua ultima silloge di poesie: Serie fossile (Crocetti, 2015). Ho scorso in essa un’atmosferica edenica e “preistorica”, a far da protagonista è un corpo ferino, primordiale. Si leggono, altresì, spunti di una riflessione psicologica, di una ricerca alchemica in cui, come in un percorso a ritroso, ci dai prova della grande somiglianza tra realtà organica e inorganica della vita che risiede del mondo, come in un continuo scambio…

È così. Tento di descrivere da molto tempo la coesistenza, la compresenza, l’unicità di tutto e di tutte le cose. È una certezza, uno stato interiore che non è facile dire senza il rischio di essere banali. Poiché è la sola cosa che m’interessa esprimere, corro il rischio.

Notavo, e forse questa è solo una curiosità di chi come me legge con la lente di ingrandimento, poco prima del titolo di ogni componimento una sorta di “simboletti apotropaici”, così come un’attenzione più generale ad una certa disposizione “grafica” dello scritto sulla pagina, cosa ci dici in merito?

A cose fatte credo di poter dire che quei simboletti (che ho adoperato con l’intendimento di riassumere in uno spunto anche grafico il contenuto del testo) siano l’anticipazione del mio riaccostarmi in prima persona alle arti visive. Qualche mese più tardi ho ripreso in mano album e matite, con vera e piena soddisfazione.

Con “lente d’ingrandimento” intendi dire che avrei dovuto usare un corpo più grande?

(rido) Mentre scorrevo nella lettura era come se visualizzassi te mentre leggevi i tuoi versi, sentivo molto forte l’eco di qualcosa di detto oralmente, di “performato...In altri termini: che rapporto intercorre per te tra poesie e teatro, o se preferisci tra scrittura e oralità e quanto influisce il tuo processo di creazione poetica?

Il mio accostarmi alla performazione e al teatro è accaduto dopo la scrittura e ha richiesto, e successivamente apportato, delle modifiche sostanziali alla poesia. La necessità di comprensione più immediata alla quale mi ha abituata il teatro, unitamente alla maternità (che insegna ai genitori a raccontare il mondo con parole semplici), hanno lentamente costruito un desiderio di comunicazione meno acrobatica, rispetto ai tempi iniziali della ricerca sul linguaggio. E poi, probabilmente, ho scoperto di avere cose da dire (sempre le stesse, ma le ho) e desidero vengano comprese.

Quanto alla sovrapposizione della mia voce alla tua lettura silenziosa, credo dipenda dal fatto che leggo come scrivo, con le identiche pause. O, forse, che scrivo e poi leggo come mi è necessario fare, assecondando un ritmo che potremmo, azzardando, definire stile.

L’anno scorso ha visto, invece, la luce Rosa dell’animale (Zona, 2014), un progetto “a quattro mani” con il poeta siriano Amarji in cui si snoda un dialogo amoroso molto speciale e intimo ‒ come una continua compensazione tra Femminile e Maschile. Come è nata questa collaborazione e come si è costruito il libro?

La collaborazione è nata su proposta di Amarji. Inizialmente ero scettica, perché temevo l’incompatibilità dell’incontro tra due poetiche dissimili come quelle di Oriente e Occidente. Ma, nello stesso tempo, ero incuriosita e pronta alla sfida. Credo che il cardine del libro sia il confronto tra questi due mondi immaginativi ed espressivi, più che tra quelli del maschile e del femminile, che pure hanno avuto modo di entrare in pieno contatto e argomentare. Paradossalmente, la mia scrittura occidentale risulta più “maschile”, più compatta e meno enfatica, rispetto a quella di Amarji. Mi ha divertita molto constatare le influenze reciproche, via via che il libro si andava costruendo, esattamente così come lo si legge: un botta-e-risposta durato poco più di sei mesi, che ha dato ariosità alla mia poesia e concretezza a quella del mio amico.

Mi capita spesso di interrogarmi sul potere salvifico della poesia, in termini fattuali, non solo come percorso conoscitivo, come attività che ci fortifica e preserva da atti estremi e drammatici, il pensiero può andare, tra i nostri poeti, a personalità come Cesare Pavese o Amelia Rosselli…Qual è la tua opinione in merito?

Credo che, nel senso che tu intendi, la poesia valga come gli altri talenti naturali o gli altri impegni concreti, che distolgono chi vi è propenso dal desiderio di voler morire.

Forse Rosselli non si è uccisa perché è stata abbandonata dalla poesia, ma è stata abbandonata dalla poesia perché non vedeva più il mondo come lo raccontava in poesia, per quanto elettrico, tutto slittato e in fiamme. Ovvero, come nel caso di Pavese, ha vinto la depressione, la malattia. La “vita reale”, da sola, non basta a nessuno. Figuriamoci se chi è incline all’utopia può contentarsi di camminare alla superficie o rasoterra.

Quale commento critico, nel corso della tua attività da artista impegnata nelle lettere e nella drammaturgia, ti ha più lusingata facendoti sentire particolarmente rappresentata?

Nel 2004 scrissi un poemetto ispirato alle storie che avevo letto in un sito dedicato alle vittime della strada. Erano racconti molto dolorosi, naturalmente, dediche e ricordi scritti dai parenti, da coloro che notoriamente sopravvivono soffrendo e sentendosi colpevoli. Una madre mi scrisse, arrabbiata, perché aveva letto la storia di suo figlio in una pubblicazione parziale sul IX Quaderno italiano di poesia contemporanea (Marcos y Marcos, 2007) e riteneva che io avessi compiuto una violazione e un abuso, benché le sue parole fossero appunto in rete e dunque pubbliche. Mi difesi rispondendo che la mia intenzione era ricordare, non usurpare – e che i miei toni, per quanto (per mia fortuna) io non avessi provato mai quello che lei provava, erano di profondo e sicuro rispetto. Io volevo onorare. Poco dopo uscì il libro nel quale la storia era contenuta (La macchina responsabile, Crocetti 2007). Quella donna mi scrisse di aver compreso. Anzi, mi ringraziò, perché riteneva che così la memoria del figlio avrebbe avuto una possibilità di rimanere viva più a lungo della nostra vita. Nessun commento critico mi ha fatta stare male e bene così.

Se dovessi immaginare di incontrare un bambino curioso che ti dovesse chiedere in cosa consista la poesia e la sua pratica quotidiana, cosa gli risponderesti? 

Quello che ho risposto nel tempo ai miei figli: sono una persona spinta da un mistero a fare cose per lo più superflue. Io materializzo in parole più o meno musicali il bisogno che altri sviluppano nella fede o in qualsiasi altra forma di dedizione e fantasia.

Lo ripeto, la “realtà” non contenta nessuno. Chi è incline alle arti si rende conto, forse più spesso degli altri, di questa trappola, dell’illusione collettiva, impegnativa, funzionale a rimanere vivi.

Each man kills the thing he loves

 EACH MAN KILLS THE THING HE LOVES
intervista di Pietro Pancamo

Viene annoverata dalla critica fra le voci più significative dell’attuale poesia italiana, lavora per la Rai come autrice nonché conduttrice di programmi radiofonici e cura una rubrica di inediti per il mensile internazionale «Poesia». Di chi sto parlando? Ovviamente di Maria Grazia Calandrone che, in occasione dell’uscita della sua ultima silloge di versi (Serie fossile, Crocetti, 2015), mi ha gentilmente rilasciato l’intervista che segue:

1)    Quali sono state le tappe principali della sua carriera di poetessa?

Faccio un po’ fatica a pensare la mia avventura nel mondo della poesia come una “carriera”, perché ho cominciato a scrivere nell’infanzia per obbedienza e per necessità e l’esposizione pubblica è stata progressiva e lentissima. Certamente un momento cardinale è stato l’incontro con quello che sarebbe poi diventato il mio editore, Nicola Crocetti. Un incontro dalle premesse assolutamente casuali e voluto da lui. La pubblicazione che ne seguì ha significato il mio ingresso nel gruppo di “minoranza” sociale dei “poeti” e ha dunque significato l’uscita da una solitudine durata 39 anni (per i motivi sopra descritti ho pubblicato “tardi”), ovvero: confronto, scontro e scambio con chi si era interrogato sugli stessi miei temi e aveva risposto allo stesso mio modo, attraverso la ricreazione del mondo con le parole – un modo solo umano di (ri)pensare e (ri)conoscere il mondo. Io appartengo al “tipo antropologico”, non esemplare e non largamente diffuso, la cui esistenza è stata ipotizzata dal filosofo Cornelius Castoriadis. La tappa fondamentale della mia “carriera” è dunque stata l’uscita dall’ininterrotto senso di straniamento che ha preceduto la pubblicazione del primo libro. Oggi non è quasi più pensabile il mondo com’era fino agli anni Novanta, ma, quando internet non era diffuso nel modo pluricapillare di oggi (né esistevano facebook o i litblog con articoli a commenti aperti), il solo modo per entrare in contatto con i poeti era leggere i loro libri. Conosco vantaggi e svantaggi di entrambi i mondi, ho visto cose che voi giovani umani…

2)    Che cos’è la poesia, per lei? Una seconda natura, un mestiere? Oppure la sente come un mito, un destino?

Al principio, come accennavo, era una necessità di introspezione, una volontà di approfondire e sezionare i sentimenti e il mondo attraverso lo strumento conoscitivo della lingua, allo scopo di decifrare la materia magmatica della quale siamo composti, noi come parti non irrisorie della realtà. Ma questa è l’adolescenza. Dunque, “un po’ per celia e un po’ per non morire”, potrei rispondere che la poesia nasce come una registrazione sentimentale da sismografi – o una registrazione delle voci dei morti, dipende dallo stato dell’umore. Questo atteggiamento funziona fin che sondare serve a fare luce, a orientarsi in sé come in una caverna platonica, a cercare equilibri e compromessi tra il mondo come dovrebbe essere nei nostri propositi di giustizia e bellezza e lo spettacolo del mondo com’è. Ma poi s’incorre nella benigna noia di sé. Così, si smette di attenersi a quel che si spera e si comincia ad attingere alla conoscenza di sé come se si trattasse dell’esperienza di un qualunque altro esemplare umano (sebbene, come detto, non del tutto esemplare): per sentire quello che altri sentono, sentivano o hanno sentito, per identificarsi e usare la propria esperienza con le parole, al fine di far parlare altri – o di parlare d’altro. Si comincia a fare poesia così come si nasce: lentamente lo sguardo mette a fuoco il mondo. Allo stesso modo, si mette a fuoco una lingua che lambisca e restituisca quanta più parte di realtà possibile. Non disconosco però la poesia come “mestiere”: amo anzi molto le commissioni, che adopero nella loro forma più incoraggiante: sfide.

3) L'afflato a volte cosmologico e astronomico che caratterizza la sua bella raccolta di versi Serie fossile, mi ha davvero colpito. Ecco perché vorrei domandarle un parere circa ciò che Jung ebbe a dichiarare quando, ad opera di americani e russi, iniziò la corsa alla Luna: “I voli spaziali sono soltanto una fuga da se stessi, perché è più facile andare su Marte e sulla Luna che penetrare nel proprio io”.

Ogni persona è talmente un cosmo da far paura. Inesauribile e parimenti infinita, con le sue leggi, le sue orbite, le cadute improvvise di meteoriti e le oscillazioni, le esplosioni di stelle ormai spente che ancora fanno luce – o meglio, delle quali noi soli vediamo ancora la luce. Vi sono altezze e profondità insondabili e quasi feroci, affascinanti, che l’amore rende capaci di sopportare, più o meno provvisoriamente: dipende da quanto si è disponibili al dissesto, al rovesciamento di sé. Forse la cosa che temiamo di più è proprio quella che desideriamo di più: l’amore. Ne temiamo l’eversione, la dipendenza che crea, temiamo il fatto che ci dissoda, che rivolta le zolle della nostra anima e della nostra vita. Nei buoni propositi dell’adolescenza, l’amore è gioia e bellezza. Ma quello è solo l’inizio. Ben lo sapeva Rilke, che spiega così la voce, all’inizio delle Elegie Duinesi: “[…] e se anche un Angelo a un tratto / mi stringesse al suo cuore: la sua essenza più forte / mi farebbe morire. Perché il bello non è / che il tremendo al suo inizio”. E ben lo sapeva Kafka: “amore è il fatto che tu sei per me il coltello col quale frugo dentro me stesso”. O ancora, da La ballata del carcere di Reading di Oscar Wilde, Jeanne Moreau canterà che each man kills the thing he loves. Ci vuole molto coraggio. Un coraggio da specie antropologica rara? Stando a Pasternak: “Amata, che raccapriccio! Quando ama un poeta / è un Dio smanioso che si innamora. / E il caos di nuovo sbuca alla luce / come nei tempi dei fossili.”. Ho risposto? Se leggiamo Serie fossile come il canzoniere d’amore che è, forse sì.

4) Cambiamo argomento, adesso. A che si devono, secondo lei, i tanti errori che l’Italia ha commesso, negli ultimi decenni, a livello sia economico che socio-politico? Come porvi rimedio? L’arte e la poesia potranno mai contribuire, in qualche misura, a correggerli e risanare il nostro Paese?

L’errore è globale, io credo, e lo individuo nell’adeguamento di tutto l’Occidente a standard socioeconomici disumani, letteralmente antibiotici. Il risultato è che nessuno vive secondo natura. Natura spirituale, intendo – ma anche natura psicologica, possibilità di sopportare carichi. Siamo schiacciati sotto aliene esigenze di mercato, che scambiamo per nostri desideri: ci hanno maleducati sottilmente a desiderare quello che spontaneamente non desidereremmo – e a perseguire con ostinazione degli standard socioeconomici che ci sono nocivi. Mancando il tempo, manca il contatto, con se stessi per primi. Dunque siamo nella macina e non ce ne accorgiamo. Non sappiamo soffrire, non sappiamo gioire, non sappiamo nemmeno morire secondo natura. Arte e poesia hanno la semplice e profonda funzione di ricordarci chi siamo e di cosa abbiamo più profondamente bisogno, io credo siano strumenti che fanno ponte tra il nostro io-profondo e il nostro io-sociale. Lo specifico poetico ha, inoltre, la funzione di mantenere colme di senso le parole, contrastando così lo svuotamento del linguaggio che la retorica, politica ed economica, opera quotidianamente: sistematicamente, millimetricamente, studiatamente e in maniera efferata.

Roma, 28.3.2015

Poeti a scuola (poetarum silva, 15.3.15)

leggi su poetarum silva Questa che segue è la seconda di un ciclo di interviste di Giovanna AMATO in cui poeti italiani raccontano delle loro esperienze con il mondo della scuola. Un modo vivo per osservare i diversi approcci, le domande, i nodi che caratterizzano un momento importante: l’incontro dei ragazzi con la poesia. 

Quali sono le fasce d’età con cui ti capita, nei tuoi incontri con le scuole, di rapportarti più spesso? E quali sono, se ci sono, le differenze o semplicemente le accortezze di cui bisogna tenere conto per stabilire un dialogo?

Maria Grazia Calandrone: Incontro studenti tra i 12 e i 25 anni. Per i più piccoli ho inventato un metodo, un trenino di parole da costruire insieme. Più aumenta l’età dei ragazzi, meno si parla e gioca, perché certi danni dell’insegnamento della poesia sono già stati compiuti, certe formalità sono state imposte e sovrapposte alla gioia semplice dell’ascolto (non ce l’ho in particolare con gli insegnanti, i quali devono rispettare programmi che raramente insistono nell’ascolto del canto del testo). Eppure, certi ragazzi chiedono ancora, qualcuno ancora vuole sapere. E allora poi anche gli altri.

Se io avessi avuto l’opportunità di passare un’ora in classe con un poeta, mi sarei accorta con le giuste tempistiche che il poeta non è creatura di lauro ma carne e ossa. Si è mai avvertito questo momento di sorpresa?

MGC Sempre. Al punto che il poeta stesso finisce per dubitare della propria esistenza in vita – e talora dell’opportunità della medesima, quand’anche l’abbia pazientemente riaccertata.

Hai una modalità preferita per far incontrare i ragazzi con la poesia? Ad esempio la lettura di testi propri o altrui, la conversazione, o altre?

MGC Faccio parlare loro. Chiedo loro cosa sentono leggendo, cosa ricordano, cosa associano, non cosa capiscono. In genere porto testi che sono stati fondamentali per la mia formazione o che accompagnano la mia vita nel momento in cui incontro i ragazzi. Quando gli accordi richiedono di leggere poesie proprie, bisogna essere pronti a tutto: alle più suggestive interpretazioni e alle domande più dirette e ingenue, dunque più inopportune.

C’è una poesia che ho molto amato quando mi ci sono scontrata per caso, e di cui purtroppo non ricordo l’autore. Cominciava polemizzando con quella frase che sempre si dice a scuola: cosa voleva dire qui l’autore, come se il poeta volesse dire qualcosa di diverso. Il che è vero: ma quel voleva fa violenza, spinge verso la normalizzazione, e il poeta rischia di venire dipinto come un incapace a dire che complica per puro gusto il gioco in tavola. Ti viene in mente un’occasione, un aneddoto, in cui si è dovuto fondare un linguaggio tutto nuovo per spiegare l’artigianato del poeta?

MGC La poesia è una lingua straniera fatta di parole comuni. Questo dato semplicissimo crea il suo equivoco. Il canto della poesia (dalla lirica all’asemica) sta nel modo in cui le parole comuni sono disposte. Alcuni ricevono in dote la capacità di collocare le parole secondo sequenze musicali e fortemente evocative di una realtà limitrofa e iperreale. Nessun poeta ha mai saputo dare spiegazioni più esaustive.

Chi avresti voluto per un incontro in classe ai tempi del liceo, e perché?

MGC Se posso immaginare liberamente: Alcmane, per picchiarlo, perché è a causa sua che ho deciso di mettere le mani nell’arnia della poesia. Se, viceversa, occorre attenersi alle possibilità reali: Caproni, per sentirgli leggere L’uscita mattutina, sapere con che voce pronunciasse il nome della “mamma-più-bella-del-mondo”.


Giunti Scuola (1.3.15)

Poeti in classe - Maria Grazia Calandrone, "Un semplice esercizio di libertà"
in Poesia in festa (Giunti Scuola, 2014)
Un poeta contemporaneo si presenta, racconta il suo primo incontro con la poesia, dona a insegnanti e bambini un testo da leggere in classe. Ecco la voce di Maria Grazia Calandrone.

Mi presento

Vivo a Roma e ho due figli. Mi piace parlare di poesia nelle scuole e nelle carceri. Scrivo da quando ho imparato a scrivere, ma ad immaginare ho iniziato prima. I miei figli mi hanno aiutata a desiderare di comunicare con la poesia. Quando ero ragazza ricercavo furiosamente una pure stonata armonia, la perfezione linguistica. Volevo che la lingua fosse all’altezza dei miei sogni. Ora desidero che la mia vita sia all’altezza dei miei sogni. E uso la mia vita per la poesia. Non per parlare di me, ma per mettere le mie parole a disposizione di chi sente gli stessi sentimenti. Ridotti all’essenziale, siamo tutti uguali.

Ecco, io voglio raggiungere chi mi legge proprio nel punto elementare, nel punto dove chiunque somiglia a me, ovvero dove io somiglio a chiunque. Chiunque io stessa sia. Alcuni miei libri: La scimmia randagia (2003), Sulla bocca di tutti (2010), L’infinito mélo, pseudoromanzo con Vivavox (2011, cd dove leggo alcuni miei tsti) e La vita chiara (2011). Sono in Nuovi poeti italiani, 6 (2012) e collaboro con “Poesia”, “il manifesto” e “la 27 ora” del “Corriere della Sera”.

Primo incontro con la poesia

Il mio primo incontro scolastico con la poesia si localizza nella quarta ginnasio. Ma sono andata a scuola a cinque anni, dunque vale come una terza media. La professoressa Paola Moretti lesse il “notturno“ di Alcmane (“Dormono le grandi cime / dei monti, e i dirupi e le balze, / e i muti letti dei torrenti; / dormono quanti strisciano animali / sopra la terra nera; / e le fiere montane, e le famiglie / delle api; / dormono i mostri giù nel fondo / del buio-ceruleo mare; / dormono gli uccelli / dalle lunghe ali distese”). Lesse e basta, senza commento, come lei sapeva leggere. E avvenne il contatto. Si spalancò il mondo dove avrei voluto vivere.

Quelle parole, così scelte, così composte, così vere (il poeta descrive un paesaggio notturno scegliendo nel panorama alcuni indimenticabili oggetti naturali) e nello stesso tempo così immaginifiche (il poeta descrive i fondali marini, che certamente non aveva esplo- rato) costruivano una realtà alla quale sentivo di appartenere profondamente. quella musica fatta di parole (non mi ponevo ancora il problema della traduzione) era la mia terra. Terra fisica, intendo, ché la poesia, quando è poesia, è vero corpo.

Il mio testo per voi

Ho scritto questo testo perché la sola cosa che mi viene in mente di dire ai bambini è che la vita è bella e molto spaziosa. E noi, che conteniamo questa vita spaziosa, siamo molto spaziosi...

Un semplice esercizio di libertà

una a una le antere dei fiori
dicono sì
nelle giornate dolci di settembre

guarda, il mondo è perfetto,
non avremmo saputo farlo meglio

guarda le cose
con dolcezza
e con dolcezza tu verrai guardato
dalle cose:

con la tua anima imita le cose

tu, che sei mondo, guarda
i fiori
come se fossi un fiore
e poi guarda
le api
come se fossi un’ape

poi guarda i fiori
con gli occhi dell’ape

e vedi rosse, gialle, azzurre, bianche
tazze di nutrimento
fatte per te

bevi,
diventa forte

allora guardi
in alto
la radiazione azzurra

e sei cielo

sei la dolce giornata di settembre
che durerà per sempre 

20.09.2014

La formazione della scrittrice (vibrisse.wordpress.com)

l’articolo sul web con i relativi commenti

Potrei dire che credo al destino, poiché il racconto che mi dispongo a fare non smentisce alcuna illusione, anzi, mi giustifica a essere allegramente sciocca, a coltivare il mito dell’idiota dostoevskiano e della sua bellezza, posta come un traguardo alla fine del mondo.

È cominciata così: la mia mamma adottiva era una professoressa di Lettere. Molto acuta, molto dedita, molto severa. Come spesso accade alle professoresse, aveva il vizio di svolgere ininterrottamente la propria attività. Anche in casa, specialmente nei dopocena. Non avevamo la televisione e bisognava pur passare il tempo. Ma, soprattutto, era lei stessa una scrittrice mancata. Le mancava il tempo, ma non la coerenza: palesava a ritmo costante cartelline ripiene di romanzi interrotti, nei quali la sua esperienza di insegnante era sempre sul bilico di venire travasata in racconto euforico. Prassi, lavoro, impegno. Ma covava, in un lato segreto della dispensa, quegli slanci dell’anima singolare verso l’anima tutta, declinati in versi nemmeno tanto ingenui, ma tenebrosi alquanto: meridionali, di un Sud normanno: una mischia pirandelliana di amori infelici e di abbandono e di morte irrisa. Un disperato e tragico sarcasmo. Che lavorava dentro, continuamente.

Lo scrittore reale, effettivo, il geniale autodidatta, era papà. Piccolo catalogo memorabile: la porta a vetri dello studio, dal quale proveniva il ticchettio quasi mai zitto della macchina da scrivere, i dattiloscritti rilegati di carta fina, bucherellata dalla foga delle battute, la grafia oblunga delle correzioni a penna, le rare pause infestate dall’odore delle sigarette che presto lo avrebbero ucciso, i libri a costa bianca sugli scaffali. Editori Riuniti: un mondo che aveva ancora a che fare con il mondo, la parola tridimensionale di chi si ostinava a dire il vero e, nonostante ciò, sperava. Memoria e slancio. Sconfitta e slancio. Desiderio che il mondo fosse un posto bello e, soprattutto, libero.

Ma il lavoro sporco e quotidiano con la figlia, come tocca alle madri, lo lavorò mia madre. Così, appena mi ebbe insegnato a scrivere (le lettere dell’alfabeto, intendo, poiché mi fece in casa un’assai approfondita primina, completa di corso d’inglese Fratelli Fabbri Editori e mi spedì in seconda a 5 anni e mezzo), appena mi vide in grado di mettere la penna sul foglio lasciandovi dei segni intellegibili, pretese che tenessi un diario quotidiano. Alla sera, ogni giorno. Un esercizio serio e severo, una soddisfazione da dare, un riconoscimento da ricevere, un voto. Nel doppio senso di esercizio di devozione e di attesa dell’altrui giudizio. Nell’unico senso dell’Altrui Supremo. Credo che la mia attività quotidiana di scrittrice sia nata lì, su quei fogli di agende scolastiche di anni ormai trascorsi, poiché da allora non ho più smesso. Giorno per giorno: parole che riportino su pagina il reale, allora come oggi. Trascrivere il mondo. Anche l’associazione fra realtà e parola dovette nascere in quei dopocena: così dolci, così faticosi.

La scelta della poesia venne più avanti, grazie sempre a un’insegnante - ma meno mia parente - del quinto ginnasio. Nessun commento, nessuna spiegazione, l’ho raccontato tante volte: una lettura vera (ripeto: vera) del Notturno di Alcmane, che schiuse il mondo nel quale avrei voluto abitare per sempre, mi lasciò intravvedere il sentimento del mondo che avrei voluto contribuire a edificare, che avrei voluto e voglio contribuire a fondare anch’io, a parole mie, per abitarlo. Confluire in quel destino parallelo e umano. La professoressa si chiamava (si chiama) Paola Moretti, è a sua volta un’autrice, di teatro. Scrive spesso della morte, sa leggere, è una persona pratica e pratica di misteri. Non la vedo da molto, ma non dimentico il mio debito.

Dunque al ginnasio incominciò l’allenamento vero. Appassionata di filosofia, scrivevo riflessioni su l’uomo: quello maiuscolo, collettivo, andando a capo, com’è costume degli adolescenti. Arrivai all’Università avendo nella mia tasca interiore Giannis Ritsos - incontrato per caso su una bancarella e immediatamente adottato come padre verbale - e Patti Smith: un demoniaco crocevia di urbe e alberi di fico sul mare, d’amore e dissoluzione, politica e ribellione. E tanta energia, tanto dolore, tanta rabbia da convertire.

Durante l’occupazione del Novanta, frequentai un seminario autogestito, condotto con generosità da Biancamaria Frabotta, la quale, sebbene fosse in congedo, si offrì di venire in aula un paio di volte a settimana, per onorare il suo amore verso la poesia e i suoi introversi, sovreccitati adepti. Leggevamo i contemporanei, posavamo con stupore comune i primi passi sulla terra contigua dove abitano i poeti vivi. Che imprevisto: essi dunque respirano. Cominciai a frequentare le letture, in modo ancora del tutto caotico e con una mai del tutto vinta timidezza. Per anni ho pensato angeli, creature dell’aria, queste persone di carne e ossa che sapevano trasportarmi con le loro parole nel mondo più reale del reale dove volevo costruire la mia casa. Naturalmente, la mia scrittura venne influenzata dall’impatto frontale con l’inattesa massa della Letteratura Moderna e Contemporanea: la selvaggia energia degli inizi venne provvisoriamente ingabbiata da una pericolosa consapevolezza della forma. Soprattutto Sereni, le sue toppe d’inesistenza, i suoi morti vivissimi, imitavano tanto la mia vita. Poi, avvenne l’incontro con l’immenso Caproni e il suo Il seme del piangere, che considero ancora il capolavoro della poesia italiana del Novecento. L’inimitabile leggerezza del suo dolore, il fuoco e il pianto fatti canzonetta, filastrocca, rima chiara. Quella mamma più bella del mondo, fidanzata perduta, quell’icona umanissima. Sotto la pressa di questi esempi giganteschi, cercavo malamente di tenere a freno anch’io, in nome di un equivocato buon gusto della misura, versi che si allungavano e sovrabbondavano, eccedevano in ogni direzione. E scrivevo e scrivevo, sulle ginocchia, al capezzale di una nonna allettata da anni, che amavo come una madre naturale, alla quale portavo la riconoscenza che si deve all’amore umano. Oppure scrivevo su una tavolaccia grafitata che poggiava su due pile di cassette della frutta: mia mamma, nel frattempo, era andata via di casa, portando con sé i mobili e lasciando alle mie cure la propria madre. Le notti erano continuamente interrotte dalle sue crisi di soffocamento, ma non importava quanto si dormisse, importava scrivere. Talvolta organizzavo letture danzanti nel mio salotto semivuoto (oh, se c’era spazio!) e la nonna amatissima, per i miei ospiti, era semplicemente La Nonna, un’entità liminare, una veglia costante che emetteva suoni misteriosi dietro una porta chiusa.

Quelli furono gli anni dell’apprendistato. Leggevo furiosamente, soprattutto gli autori che Biancamaria mi consigliava, o che prendevo dalla sua biblioteca: Katherine Mansfield, Virginia Woolf, Boris Pasternak, Osip Mandel’stam, Valerio Magrelli, Antonella Anedda, Milo De Angelis. Questi furono i primi maestri della mia scuola interiore. Le Elegie duinesi di Rainer Maria Rilke arrivarono poco più tardi, durante un esame di Letteratura Comparata. Sono rimaste sul mio tavolo da allora.

Mi dedicai completamente alla poesia, per anni: mi esercitavo giorno e notte (l’ho detto) scrivevo, variavo e stracciavo. Una collega dell’Università, a mia insaputa, inviò alcuni miei inediti al premio Montale. Quando mi telefonò Maria Luisa Spaziani risposi sì, vabbè e, fra le risa, le intimai di smetterla. Un momento topico. Andai alla premiazione con le stampelle: ero stata investita (da un’Alfa blu con la striscia rossa del Corpo dei Carabinieri) e mia nonna, in mia assenza, era morta. L’universo si era modificato. Radicalmente. Conservo con discreta vergogna alcune foto, dove sfoggio una lunga gonna zingaresca, che copre un devastante fissatore esterno e una maglietta sportiva nera a mezza manica. Che figura del tutto fuori luogo. Dopo questa scomposta sovraesposizione anche ossea, tornai al chiuso. Ma. Cinque anni più tardi cominciai a ricevere la rivista “Poesia”. Non mi spiegavo il motivo, nessuno che io conoscessi mi aveva regalato l’abbonamento, dunque, dopo qualche mese, chiamai la redazione per autodenunciarmi di questo furto involontario. Mi rispose un simpatico ragazzo, Fabio Simonelli. L’anomalia del fenomeno lo coinvolse e improvvisammo una bella conversazione, durante la quale Simonelli mi chiese: scrivi? risposi: un po’. Mi disse: mandami qualcosa. Ubbidii. Si era in maggio. A dicembre ricevetti una telefonata. Poche parole: sono Crocetti, sto per venire a Roma, vorrei incontrarla. Stavolta, memore dell’errore, prestai fede. Mi presentai, nella hall dell’albergo dove mi aveva dato appuntamento, con una valigetta rossa, contenente numero 16 dattiloscritti inediti. Una cosa fantozziana. Mi guardò, sorrise, soprattutto con quei suoi occhi ironici tutti azzurri, mi disse mi dia quello che le sembra più bello. Va da sé, gli diedi l’ultimo, quello ancora caldo dell’acciaio della macchina da scrivere, Abitazione del mondo. Crocetti cominciò a leggere dall’indice: uno spettacolo disastroso, poiché la furia della mia continua composizione e ricomposizione non contemplava numerazione alcuna delle pagine, bensì una sequenza di titoli uniti e disgiunti e ri-uniti da un indecifrabile accavallarsi di parabole e frecce. In quel momento eravamo seduti al tavolo di un bar lì vicino. Io non compresi immediatamente l’entità del misfatto, ma il mio lettore dovette rassegnarsi sotto i miei occhi alla rovina di un metodo decennale, mi confidò più tardi. Ciò nonostante, mantenendosi misteriosamente bendisposto, aprì a caso all’interno del fascicolo e lesse, rilesse, gli vennero le lacrime, disse solo lo leggerò tutto stanotte, ma io la pubblico. Pochi mesi dopo vennero pubblicati alcuni estratti su “Poesia”, con una foto che il mio compagno di allora mi aveva scattato durante un magnifico viaggio nel tempo a Palermo. Mi sentivo metafisica, baciata dalla buona sorte. Sparii. Mi faccio spesso cose di questo genere. Misi al mondo un bambino, però, per confermarmi altrimenti. E, dopo oltre due anni dal nostro incontro, telefonai a Crocetti, il quale si mostrò, opportunamente, alquanto scontento di me. Gli dissi scusi, ma nel frattempo ho fatto un figlio. Rispose qualcosa come ah, vabbè, allora… Gli dissi: beh, visto che abbiamo aspettato tanto, mi piacerebbe esordire con il libro che scriverò per mio figlio. Non lo avevo nemmeno iniziato, ma Crocetti mi disse va bene. Mio figlio Arturo è nato all’inizio del 2001. Il libro che gli ho scritto e dedicato è uscito alla fine del 2003. S’intitola La scimmia randagia, perché vorrei che lui imitasse, sì, qualcosa di me, ma non la mia staticità, vorrei che se ne andasse felice per il mondo, che imparasse ad abbandonare un po’, per poi tornare. Io non sono mai stata brava ad andarmene.

Infatti, eccomi qui, a questa scrivania, ereditata da mio padre e reinserita nel mio appartamento dopo la morte di mia madre. E poi e poi. Al primo libro ne seguì un secondo. Ho dedicato uno dei volumi più ponderosi a mia figlia Anna, nata all’inizio del 2008. Mi ispira solo la vita, non scrivo mai se sono triste o arrabbiata. Talvolta scrivo quando ho tanto dolore e la scrittura naturalmente aumenta la sofferenza. Ma la trattiene e la fa comune. E poi e poi.

Nessun editore riuscirà mai a pubblicare tutto quel che scrivo, ma non ha importanza, io continuo a ubbidire. Il mio diario pian piano si è dilatato, aspira a essere un diario collettivo, un coro, una raccolta di voci che chiedono voce. L’io coatto dei diari infantili è stato abbandonato nell’adolescenza, quando mi interrogavo senza profitto sui destini umani. Con il tempo ho smesso il vezzo sterile di intervistare il destino, lo accolgo e basta, descrivo e basta, descrivo anche me stessa come esemplare umano all’interno dell’umano accadimento. Tutto qui. Mi uso al fine di raccontare il mondo, che è un altro mondo, dove siamo tutti un po’ più vicini. Frequento poco il così detto mondo letterario, rifuggo le fiere del libro, ma voglio tanto bene ad alcuni poeti, li vedo, mangiamo insieme, parliamo dei fatti nostri e mai di poesia. Quel che conta è lo sguardo, quello sguardo comune, che da millenni, ormai, non dice io.

Roma, 15 gennaio 2014

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