Interviste

Each man kills the thing he loves

 EACH MAN KILLS THE THING HE LOVES
intervista di Pietro Pancamo

Viene annoverata dalla critica fra le voci più significative dell’attuale poesia italiana, lavora per la Rai come autrice nonché conduttrice di programmi radiofonici e cura una rubrica di inediti per il mensile internazionale «Poesia». Di chi sto parlando? Ovviamente di Maria Grazia Calandrone che, in occasione dell’uscita della sua ultima silloge di versi (Serie fossile, Crocetti, 2015), mi ha gentilmente rilasciato l’intervista che segue:

1)    Quali sono state le tappe principali della sua carriera di poetessa?

Faccio un po’ fatica a pensare la mia avventura nel mondo della poesia come una “carriera”, perché ho cominciato a scrivere nell’infanzia per obbedienza e per necessità e l’esposizione pubblica è stata progressiva e lentissima. Certamente un momento cardinale è stato l’incontro con quello che sarebbe poi diventato il mio editore, Nicola Crocetti. Un incontro dalle premesse assolutamente casuali e voluto da lui. La pubblicazione che ne seguì ha significato il mio ingresso nel gruppo di “minoranza” sociale dei “poeti” e ha dunque significato l’uscita da una solitudine durata 39 anni (per i motivi sopra descritti ho pubblicato “tardi”), ovvero: confronto, scontro e scambio con chi si era interrogato sugli stessi miei temi e aveva risposto allo stesso mio modo, attraverso la ricreazione del mondo con le parole – un modo solo umano di (ri)pensare e (ri)conoscere il mondo. Io appartengo al “tipo antropologico”, non esemplare e non largamente diffuso, la cui esistenza è stata ipotizzata dal filosofo Cornelius Castoriadis. La tappa fondamentale della mia “carriera” è dunque stata l’uscita dall’ininterrotto senso di straniamento che ha preceduto la pubblicazione del primo libro. Oggi non è quasi più pensabile il mondo com’era fino agli anni Novanta, ma, quando internet non era diffuso nel modo pluricapillare di oggi (né esistevano facebook o i litblog con articoli a commenti aperti), il solo modo per entrare in contatto con i poeti era leggere i loro libri. Conosco vantaggi e svantaggi di entrambi i mondi, ho visto cose che voi giovani umani…

2)    Che cos’è la poesia, per lei? Una seconda natura, un mestiere? Oppure la sente come un mito, un destino?

Al principio, come accennavo, era una necessità di introspezione, una volontà di approfondire e sezionare i sentimenti e il mondo attraverso lo strumento conoscitivo della lingua, allo scopo di decifrare la materia magmatica della quale siamo composti, noi come parti non irrisorie della realtà. Ma questa è l’adolescenza. Dunque, “un po’ per celia e un po’ per non morire”, potrei rispondere che la poesia nasce come una registrazione sentimentale da sismografi – o una registrazione delle voci dei morti, dipende dallo stato dell’umore. Questo atteggiamento funziona fin che sondare serve a fare luce, a orientarsi in sé come in una caverna platonica, a cercare equilibri e compromessi tra il mondo come dovrebbe essere nei nostri propositi di giustizia e bellezza e lo spettacolo del mondo com’è. Ma poi s’incorre nella benigna noia di sé. Così, si smette di attenersi a quel che si spera e si comincia ad attingere alla conoscenza di sé come se si trattasse dell’esperienza di un qualunque altro esemplare umano (sebbene, come detto, non del tutto esemplare): per sentire quello che altri sentono, sentivano o hanno sentito, per identificarsi e usare la propria esperienza con le parole, al fine di far parlare altri – o di parlare d’altro. Si comincia a fare poesia così come si nasce: lentamente lo sguardo mette a fuoco il mondo. Allo stesso modo, si mette a fuoco una lingua che lambisca e restituisca quanta più parte di realtà possibile. Non disconosco però la poesia come “mestiere”: amo anzi molto le commissioni, che adopero nella loro forma più incoraggiante: sfide.

3) L'afflato a volte cosmologico e astronomico che caratterizza la sua bella raccolta di versi Serie fossile, mi ha davvero colpito. Ecco perché vorrei domandarle un parere circa ciò che Jung ebbe a dichiarare quando, ad opera di americani e russi, iniziò la corsa alla Luna: “I voli spaziali sono soltanto una fuga da se stessi, perché è più facile andare su Marte e sulla Luna che penetrare nel proprio io”.

Ogni persona è talmente un cosmo da far paura. Inesauribile e parimenti infinita, con le sue leggi, le sue orbite, le cadute improvvise di meteoriti e le oscillazioni, le esplosioni di stelle ormai spente che ancora fanno luce – o meglio, delle quali noi soli vediamo ancora la luce. Vi sono altezze e profondità insondabili e quasi feroci, affascinanti, che l’amore rende capaci di sopportare, più o meno provvisoriamente: dipende da quanto si è disponibili al dissesto, al rovesciamento di sé. Forse la cosa che temiamo di più è proprio quella che desideriamo di più: l’amore. Ne temiamo l’eversione, la dipendenza che crea, temiamo il fatto che ci dissoda, che rivolta le zolle della nostra anima e della nostra vita. Nei buoni propositi dell’adolescenza, l’amore è gioia e bellezza. Ma quello è solo l’inizio. Ben lo sapeva Rilke, che spiega così la voce, all’inizio delle Elegie Duinesi: “[…] e se anche un Angelo a un tratto / mi stringesse al suo cuore: la sua essenza più forte / mi farebbe morire. Perché il bello non è / che il tremendo al suo inizio”. E ben lo sapeva Kafka: “amore è il fatto che tu sei per me il coltello col quale frugo dentro me stesso”. O ancora, da La ballata del carcere di Reading di Oscar Wilde, Jeanne Moreau canterà che each man kills the thing he loves. Ci vuole molto coraggio. Un coraggio da specie antropologica rara? Stando a Pasternak: “Amata, che raccapriccio! Quando ama un poeta / è un Dio smanioso che si innamora. / E il caos di nuovo sbuca alla luce / come nei tempi dei fossili.”. Ho risposto? Se leggiamo Serie fossile come il canzoniere d’amore che è, forse sì.

4) Cambiamo argomento, adesso. A che si devono, secondo lei, i tanti errori che l’Italia ha commesso, negli ultimi decenni, a livello sia economico che socio-politico? Come porvi rimedio? L’arte e la poesia potranno mai contribuire, in qualche misura, a correggerli e risanare il nostro Paese?

L’errore è globale, io credo, e lo individuo nell’adeguamento di tutto l’Occidente a standard socioeconomici disumani, letteralmente antibiotici. Il risultato è che nessuno vive secondo natura. Natura spirituale, intendo – ma anche natura psicologica, possibilità di sopportare carichi. Siamo schiacciati sotto aliene esigenze di mercato, che scambiamo per nostri desideri: ci hanno maleducati sottilmente a desiderare quello che spontaneamente non desidereremmo – e a perseguire con ostinazione degli standard socioeconomici che ci sono nocivi. Mancando il tempo, manca il contatto, con se stessi per primi. Dunque siamo nella macina e non ce ne accorgiamo. Non sappiamo soffrire, non sappiamo gioire, non sappiamo nemmeno morire secondo natura. Arte e poesia hanno la semplice e profonda funzione di ricordarci chi siamo e di cosa abbiamo più profondamente bisogno, io credo siano strumenti che fanno ponte tra il nostro io-profondo e il nostro io-sociale. Lo specifico poetico ha, inoltre, la funzione di mantenere colme di senso le parole, contrastando così lo svuotamento del linguaggio che la retorica, politica ed economica, opera quotidianamente: sistematicamente, millimetricamente, studiatamente e in maniera efferata.

Roma, 28.3.2015

Poeti a scuola (poetarum silva, 15.3.15)

leggi su poetarum silva Questa che segue è la seconda di un ciclo di interviste di Giovanna AMATO in cui poeti italiani raccontano delle loro esperienze con il mondo della scuola. Un modo vivo per osservare i diversi approcci, le domande, i nodi che caratterizzano un momento importante: l’incontro dei ragazzi con la poesia. 

Quali sono le fasce d’età con cui ti capita, nei tuoi incontri con le scuole, di rapportarti più spesso? E quali sono, se ci sono, le differenze o semplicemente le accortezze di cui bisogna tenere conto per stabilire un dialogo?

Maria Grazia Calandrone: Incontro studenti tra i 12 e i 25 anni. Per i più piccoli ho inventato un metodo, un trenino di parole da costruire insieme. Più aumenta l’età dei ragazzi, meno si parla e gioca, perché certi danni dell’insegnamento della poesia sono già stati compiuti, certe formalità sono state imposte e sovrapposte alla gioia semplice dell’ascolto (non ce l’ho in particolare con gli insegnanti, i quali devono rispettare programmi che raramente insistono nell’ascolto del canto del testo). Eppure, certi ragazzi chiedono ancora, qualcuno ancora vuole sapere. E allora poi anche gli altri.

Se io avessi avuto l’opportunità di passare un’ora in classe con un poeta, mi sarei accorta con le giuste tempistiche che il poeta non è creatura di lauro ma carne e ossa. Si è mai avvertito questo momento di sorpresa?

MGC Sempre. Al punto che il poeta stesso finisce per dubitare della propria esistenza in vita – e talora dell’opportunità della medesima, quand’anche l’abbia pazientemente riaccertata.

Hai una modalità preferita per far incontrare i ragazzi con la poesia? Ad esempio la lettura di testi propri o altrui, la conversazione, o altre?

MGC Faccio parlare loro. Chiedo loro cosa sentono leggendo, cosa ricordano, cosa associano, non cosa capiscono. In genere porto testi che sono stati fondamentali per la mia formazione o che accompagnano la mia vita nel momento in cui incontro i ragazzi. Quando gli accordi richiedono di leggere poesie proprie, bisogna essere pronti a tutto: alle più suggestive interpretazioni e alle domande più dirette e ingenue, dunque più inopportune.

C’è una poesia che ho molto amato quando mi ci sono scontrata per caso, e di cui purtroppo non ricordo l’autore. Cominciava polemizzando con quella frase che sempre si dice a scuola: cosa voleva dire qui l’autore, come se il poeta volesse dire qualcosa di diverso. Il che è vero: ma quel voleva fa violenza, spinge verso la normalizzazione, e il poeta rischia di venire dipinto come un incapace a dire che complica per puro gusto il gioco in tavola. Ti viene in mente un’occasione, un aneddoto, in cui si è dovuto fondare un linguaggio tutto nuovo per spiegare l’artigianato del poeta?

MGC La poesia è una lingua straniera fatta di parole comuni. Questo dato semplicissimo crea il suo equivoco. Il canto della poesia (dalla lirica all’asemica) sta nel modo in cui le parole comuni sono disposte. Alcuni ricevono in dote la capacità di collocare le parole secondo sequenze musicali e fortemente evocative di una realtà limitrofa e iperreale. Nessun poeta ha mai saputo dare spiegazioni più esaustive.

Chi avresti voluto per un incontro in classe ai tempi del liceo, e perché?

MGC Se posso immaginare liberamente: Alcmane, per picchiarlo, perché è a causa sua che ho deciso di mettere le mani nell’arnia della poesia. Se, viceversa, occorre attenersi alle possibilità reali: Caproni, per sentirgli leggere L’uscita mattutina, sapere con che voce pronunciasse il nome della “mamma-più-bella-del-mondo”.


Giunti Scuola (1.3.15)

Poeti in classe - Maria Grazia Calandrone, "Un semplice esercizio di libertà"
in Poesia in festa (Giunti Scuola, 2014)
Un poeta contemporaneo si presenta, racconta il suo primo incontro con la poesia, dona a insegnanti e bambini un testo da leggere in classe. Ecco la voce di Maria Grazia Calandrone.

Mi presento

Vivo a Roma e ho due figli. Mi piace parlare di poesia nelle scuole e nelle carceri. Scrivo da quando ho imparato a scrivere, ma ad immaginare ho iniziato prima. I miei figli mi hanno aiutata a desiderare di comunicare con la poesia. Quando ero ragazza ricercavo furiosamente una pure stonata armonia, la perfezione linguistica. Volevo che la lingua fosse all’altezza dei miei sogni. Ora desidero che la mia vita sia all’altezza dei miei sogni. E uso la mia vita per la poesia. Non per parlare di me, ma per mettere le mie parole a disposizione di chi sente gli stessi sentimenti. Ridotti all’essenziale, siamo tutti uguali.

Ecco, io voglio raggiungere chi mi legge proprio nel punto elementare, nel punto dove chiunque somiglia a me, ovvero dove io somiglio a chiunque. Chiunque io stessa sia. Alcuni miei libri: La scimmia randagia (2003), Sulla bocca di tutti (2010), L’infinito mélo, pseudoromanzo con Vivavox (2011, cd dove leggo alcuni miei tsti) e La vita chiara (2011). Sono in Nuovi poeti italiani, 6 (2012) e collaboro con “Poesia”, “il manifesto” e “la 27 ora” del “Corriere della Sera”.

Primo incontro con la poesia

Il mio primo incontro scolastico con la poesia si localizza nella quarta ginnasio. Ma sono andata a scuola a cinque anni, dunque vale come una terza media. La professoressa Paola Moretti lesse il “notturno“ di Alcmane (“Dormono le grandi cime / dei monti, e i dirupi e le balze, / e i muti letti dei torrenti; / dormono quanti strisciano animali / sopra la terra nera; / e le fiere montane, e le famiglie / delle api; / dormono i mostri giù nel fondo / del buio-ceruleo mare; / dormono gli uccelli / dalle lunghe ali distese”). Lesse e basta, senza commento, come lei sapeva leggere. E avvenne il contatto. Si spalancò il mondo dove avrei voluto vivere.

Quelle parole, così scelte, così composte, così vere (il poeta descrive un paesaggio notturno scegliendo nel panorama alcuni indimenticabili oggetti naturali) e nello stesso tempo così immaginifiche (il poeta descrive i fondali marini, che certamente non aveva esplo- rato) costruivano una realtà alla quale sentivo di appartenere profondamente. quella musica fatta di parole (non mi ponevo ancora il problema della traduzione) era la mia terra. Terra fisica, intendo, ché la poesia, quando è poesia, è vero corpo.

Il mio testo per voi

Ho scritto questo testo perché la sola cosa che mi viene in mente di dire ai bambini è che la vita è bella e molto spaziosa. E noi, che conteniamo questa vita spaziosa, siamo molto spaziosi...

Un semplice esercizio di libertà

una a una le antere dei fiori
dicono sì
nelle giornate dolci di settembre

guarda, il mondo è perfetto,
non avremmo saputo farlo meglio

guarda le cose
con dolcezza
e con dolcezza tu verrai guardato
dalle cose:

con la tua anima imita le cose

tu, che sei mondo, guarda
i fiori
come se fossi un fiore
e poi guarda
le api
come se fossi un’ape

poi guarda i fiori
con gli occhi dell’ape

e vedi rosse, gialle, azzurre, bianche
tazze di nutrimento
fatte per te

bevi,
diventa forte

allora guardi
in alto
la radiazione azzurra

e sei cielo

sei la dolce giornata di settembre
che durerà per sempre 

20.09.2014

La formazione della scrittrice (vibrisse.wordpress.com)

l’articolo sul web con i relativi commenti

Potrei dire che credo al destino, poiché il racconto che mi dispongo a fare non smentisce alcuna illusione, anzi, mi giustifica a essere allegramente sciocca, a coltivare il mito dell’idiota dostoevskiano e della sua bellezza, posta come un traguardo alla fine del mondo.

È cominciata così: la mia mamma adottiva era una professoressa di Lettere. Molto acuta, molto dedita, molto severa. Come spesso accade alle professoresse, aveva il vizio di svolgere ininterrottamente la propria attività. Anche in casa, specialmente nei dopocena. Non avevamo la televisione e bisognava pur passare il tempo. Ma, soprattutto, era lei stessa una scrittrice mancata. Le mancava il tempo, ma non la coerenza: palesava a ritmo costante cartelline ripiene di romanzi interrotti, nei quali la sua esperienza di insegnante era sempre sul bilico di venire travasata in racconto euforico. Prassi, lavoro, impegno. Ma covava, in un lato segreto della dispensa, quegli slanci dell’anima singolare verso l’anima tutta, declinati in versi nemmeno tanto ingenui, ma tenebrosi alquanto: meridionali, di un Sud normanno: una mischia pirandelliana di amori infelici e di abbandono e di morte irrisa. Un disperato e tragico sarcasmo. Che lavorava dentro, continuamente.

Lo scrittore reale, effettivo, il geniale autodidatta, era papà. Piccolo catalogo memorabile: la porta a vetri dello studio, dal quale proveniva il ticchettio quasi mai zitto della macchina da scrivere, i dattiloscritti rilegati di carta fina, bucherellata dalla foga delle battute, la grafia oblunga delle correzioni a penna, le rare pause infestate dall’odore delle sigarette che presto lo avrebbero ucciso, i libri a costa bianca sugli scaffali. Editori Riuniti: un mondo che aveva ancora a che fare con il mondo, la parola tridimensionale di chi si ostinava a dire il vero e, nonostante ciò, sperava. Memoria e slancio. Sconfitta e slancio. Desiderio che il mondo fosse un posto bello e, soprattutto, libero.

Ma il lavoro sporco e quotidiano con la figlia, come tocca alle madri, lo lavorò mia madre. Così, appena mi ebbe insegnato a scrivere (le lettere dell’alfabeto, intendo, poiché mi fece in casa un’assai approfondita primina, completa di corso d’inglese Fratelli Fabbri Editori e mi spedì in seconda a 5 anni e mezzo), appena mi vide in grado di mettere la penna sul foglio lasciandovi dei segni intellegibili, pretese che tenessi un diario quotidiano. Alla sera, ogni giorno. Un esercizio serio e severo, una soddisfazione da dare, un riconoscimento da ricevere, un voto. Nel doppio senso di esercizio di devozione e di attesa dell’altrui giudizio. Nell’unico senso dell’Altrui Supremo. Credo che la mia attività quotidiana di scrittrice sia nata lì, su quei fogli di agende scolastiche di anni ormai trascorsi, poiché da allora non ho più smesso. Giorno per giorno: parole che riportino su pagina il reale, allora come oggi. Trascrivere il mondo. Anche l’associazione fra realtà e parola dovette nascere in quei dopocena: così dolci, così faticosi.

La scelta della poesia venne più avanti, grazie sempre a un’insegnante - ma meno mia parente - del quinto ginnasio. Nessun commento, nessuna spiegazione, l’ho raccontato tante volte: una lettura vera (ripeto: vera) del Notturno di Alcmane, che schiuse il mondo nel quale avrei voluto abitare per sempre, mi lasciò intravvedere il sentimento del mondo che avrei voluto contribuire a edificare, che avrei voluto e voglio contribuire a fondare anch’io, a parole mie, per abitarlo. Confluire in quel destino parallelo e umano. La professoressa si chiamava (si chiama) Paola Moretti, è a sua volta un’autrice, di teatro. Scrive spesso della morte, sa leggere, è una persona pratica e pratica di misteri. Non la vedo da molto, ma non dimentico il mio debito.

Dunque al ginnasio incominciò l’allenamento vero. Appassionata di filosofia, scrivevo riflessioni su l’uomo: quello maiuscolo, collettivo, andando a capo, com’è costume degli adolescenti. Arrivai all’Università avendo nella mia tasca interiore Giannis Ritsos - incontrato per caso su una bancarella e immediatamente adottato come padre verbale - e Patti Smith: un demoniaco crocevia di urbe e alberi di fico sul mare, d’amore e dissoluzione, politica e ribellione. E tanta energia, tanto dolore, tanta rabbia da convertire.

Durante l’occupazione del Novanta, frequentai un seminario autogestito, condotto con generosità da Biancamaria Frabotta, la quale, sebbene fosse in congedo, si offrì di venire in aula un paio di volte a settimana, per onorare il suo amore verso la poesia e i suoi introversi, sovreccitati adepti. Leggevamo i contemporanei, posavamo con stupore comune i primi passi sulla terra contigua dove abitano i poeti vivi. Che imprevisto: essi dunque respirano. Cominciai a frequentare le letture, in modo ancora del tutto caotico e con una mai del tutto vinta timidezza. Per anni ho pensato angeli, creature dell’aria, queste persone di carne e ossa che sapevano trasportarmi con le loro parole nel mondo più reale del reale dove volevo costruire la mia casa. Naturalmente, la mia scrittura venne influenzata dall’impatto frontale con l’inattesa massa della Letteratura Moderna e Contemporanea: la selvaggia energia degli inizi venne provvisoriamente ingabbiata da una pericolosa consapevolezza della forma. Soprattutto Sereni, le sue toppe d’inesistenza, i suoi morti vivissimi, imitavano tanto la mia vita. Poi, avvenne l’incontro con l’immenso Caproni e il suo Il seme del piangere, che considero ancora il capolavoro della poesia italiana del Novecento. L’inimitabile leggerezza del suo dolore, il fuoco e il pianto fatti canzonetta, filastrocca, rima chiara. Quella mamma più bella del mondo, fidanzata perduta, quell’icona umanissima. Sotto la pressa di questi esempi giganteschi, cercavo malamente di tenere a freno anch’io, in nome di un equivocato buon gusto della misura, versi che si allungavano e sovrabbondavano, eccedevano in ogni direzione. E scrivevo e scrivevo, sulle ginocchia, al capezzale di una nonna allettata da anni, che amavo come una madre naturale, alla quale portavo la riconoscenza che si deve all’amore umano. Oppure scrivevo su una tavolaccia grafitata che poggiava su due pile di cassette della frutta: mia mamma, nel frattempo, era andata via di casa, portando con sé i mobili e lasciando alle mie cure la propria madre. Le notti erano continuamente interrotte dalle sue crisi di soffocamento, ma non importava quanto si dormisse, importava scrivere. Talvolta organizzavo letture danzanti nel mio salotto semivuoto (oh, se c’era spazio!) e la nonna amatissima, per i miei ospiti, era semplicemente La Nonna, un’entità liminare, una veglia costante che emetteva suoni misteriosi dietro una porta chiusa.

Quelli furono gli anni dell’apprendistato. Leggevo furiosamente, soprattutto gli autori che Biancamaria mi consigliava, o che prendevo dalla sua biblioteca: Katherine Mansfield, Virginia Woolf, Boris Pasternak, Osip Mandel’stam, Valerio Magrelli, Antonella Anedda, Milo De Angelis. Questi furono i primi maestri della mia scuola interiore. Le Elegie duinesi di Rainer Maria Rilke arrivarono poco più tardi, durante un esame di Letteratura Comparata. Sono rimaste sul mio tavolo da allora.

Mi dedicai completamente alla poesia, per anni: mi esercitavo giorno e notte (l’ho detto) scrivevo, variavo e stracciavo. Una collega dell’Università, a mia insaputa, inviò alcuni miei inediti al premio Montale. Quando mi telefonò Maria Luisa Spaziani risposi sì, vabbè e, fra le risa, le intimai di smetterla. Un momento topico. Andai alla premiazione con le stampelle: ero stata investita (da un’Alfa blu con la striscia rossa del Corpo dei Carabinieri) e mia nonna, in mia assenza, era morta. L’universo si era modificato. Radicalmente. Conservo con discreta vergogna alcune foto, dove sfoggio una lunga gonna zingaresca, che copre un devastante fissatore esterno e una maglietta sportiva nera a mezza manica. Che figura del tutto fuori luogo. Dopo questa scomposta sovraesposizione anche ossea, tornai al chiuso. Ma. Cinque anni più tardi cominciai a ricevere la rivista “Poesia”. Non mi spiegavo il motivo, nessuno che io conoscessi mi aveva regalato l’abbonamento, dunque, dopo qualche mese, chiamai la redazione per autodenunciarmi di questo furto involontario. Mi rispose un simpatico ragazzo, Fabio Simonelli. L’anomalia del fenomeno lo coinvolse e improvvisammo una bella conversazione, durante la quale Simonelli mi chiese: scrivi? risposi: un po’. Mi disse: mandami qualcosa. Ubbidii. Si era in maggio. A dicembre ricevetti una telefonata. Poche parole: sono Crocetti, sto per venire a Roma, vorrei incontrarla. Stavolta, memore dell’errore, prestai fede. Mi presentai, nella hall dell’albergo dove mi aveva dato appuntamento, con una valigetta rossa, contenente numero 16 dattiloscritti inediti. Una cosa fantozziana. Mi guardò, sorrise, soprattutto con quei suoi occhi ironici tutti azzurri, mi disse mi dia quello che le sembra più bello. Va da sé, gli diedi l’ultimo, quello ancora caldo dell’acciaio della macchina da scrivere, Abitazione del mondo. Crocetti cominciò a leggere dall’indice: uno spettacolo disastroso, poiché la furia della mia continua composizione e ricomposizione non contemplava numerazione alcuna delle pagine, bensì una sequenza di titoli uniti e disgiunti e ri-uniti da un indecifrabile accavallarsi di parabole e frecce. In quel momento eravamo seduti al tavolo di un bar lì vicino. Io non compresi immediatamente l’entità del misfatto, ma il mio lettore dovette rassegnarsi sotto i miei occhi alla rovina di un metodo decennale, mi confidò più tardi. Ciò nonostante, mantenendosi misteriosamente bendisposto, aprì a caso all’interno del fascicolo e lesse, rilesse, gli vennero le lacrime, disse solo lo leggerò tutto stanotte, ma io la pubblico. Pochi mesi dopo vennero pubblicati alcuni estratti su “Poesia”, con una foto che il mio compagno di allora mi aveva scattato durante un magnifico viaggio nel tempo a Palermo. Mi sentivo metafisica, baciata dalla buona sorte. Sparii. Mi faccio spesso cose di questo genere. Misi al mondo un bambino, però, per confermarmi altrimenti. E, dopo oltre due anni dal nostro incontro, telefonai a Crocetti, il quale si mostrò, opportunamente, alquanto scontento di me. Gli dissi scusi, ma nel frattempo ho fatto un figlio. Rispose qualcosa come ah, vabbè, allora… Gli dissi: beh, visto che abbiamo aspettato tanto, mi piacerebbe esordire con il libro che scriverò per mio figlio. Non lo avevo nemmeno iniziato, ma Crocetti mi disse va bene. Mio figlio Arturo è nato all’inizio del 2001. Il libro che gli ho scritto e dedicato è uscito alla fine del 2003. S’intitola La scimmia randagia, perché vorrei che lui imitasse, sì, qualcosa di me, ma non la mia staticità, vorrei che se ne andasse felice per il mondo, che imparasse ad abbandonare un po’, per poi tornare. Io non sono mai stata brava ad andarmene.

Infatti, eccomi qui, a questa scrivania, ereditata da mio padre e reinserita nel mio appartamento dopo la morte di mia madre. E poi e poi. Al primo libro ne seguì un secondo. Ho dedicato uno dei volumi più ponderosi a mia figlia Anna, nata all’inizio del 2008. Mi ispira solo la vita, non scrivo mai se sono triste o arrabbiata. Talvolta scrivo quando ho tanto dolore e la scrittura naturalmente aumenta la sofferenza. Ma la trattiene e la fa comune. E poi e poi.

Nessun editore riuscirà mai a pubblicare tutto quel che scrivo, ma non ha importanza, io continuo a ubbidire. Il mio diario pian piano si è dilatato, aspira a essere un diario collettivo, un coro, una raccolta di voci che chiedono voce. L’io coatto dei diari infantili è stato abbandonato nell’adolescenza, quando mi interrogavo senza profitto sui destini umani. Con il tempo ho smesso il vezzo sterile di intervistare il destino, lo accolgo e basta, descrivo e basta, descrivo anche me stessa come esemplare umano all’interno dell’umano accadimento. Tutto qui. Mi uso al fine di raccontare il mondo, che è un altro mondo, dove siamo tutti un po’ più vicini. Frequento poco il così detto mondo letterario, rifuggo le fiere del libro, ma voglio tanto bene ad alcuni poeti, li vedo, mangiamo insieme, parliamo dei fatti nostri e mai di poesia. Quel che conta è lo sguardo, quello sguardo comune, che da millenni, ormai, non dice io.

Roma, 15 gennaio 2014

I fossili che ci portiamo dentro (Reader's Bench, 11.13)

La poesia a scuola (LM n. 73, 6.11.13)

intervista telefonica di Gabriella MUSETTI
in Letterate Magazine n. 73

Anche se spesso i poeti morti sono più vivi dei viventi, sperimentare modi efficaci per portare la poesia contemporanea a scuola è un tema frequentemente attraversato da chi conosce il progressivo impoverimento di questa istituzione, a causa dei continui maltrattamenti che sta ricevendo negli anni. Basta cercare in internet tra le numerose proposte (alcune encomiabili, altre inconcepibili), e il ventaglio di osservazioni si fa nutrito. Segnalo, dall’ottimo blog di Stefano Guglielmin (docente, poeta, critico), Blanc de ta nuque, il dibattito di alcuni anni fa su come affrontare la questione: “La poesia a scuola funziona sempre?” (2010). Oppure le esperienze apparse su un altro valido blog collettivo, La poesia e lo spirito, sempre nel 2010.  Anche un poeta e critico come Paolo Febbraro, docente nelle scuole superiori, attento osservatore dei costumi culturali della nazione, trova rilevante il tema e pubblica un e-book, Perché leggere la poesia a scuola, nel 2011.

Perché sembra così importante trovare uno spazio, a scuola, per la poesia come esperienza empatica, come parola che si spinge nel profondo delle corde umane, ne traduce il suono e il movimento, si fa voce che riconosce la vita? Oltre le, pur necessarie, analisi e argomentazioni specialistiche tipiche di un corso di formazione. A che cosa serve la poesia agli adolescenti, ai ragazzi? Certo, a sfogarsi, a esprimere sentimenti, a parlare d’amore. Ma sono risposte troppo immediate. Se vogliamo, anche a ricercare i nessi semantici, sintattici, linguistici, una esplorazione del tessuto verbale concentrato su cui esercitare qualche funzione critica, e questo è già un livello imprescindibile in un percorso didattico, ma, mi pare, non ancora compiuto nelle sue potenzialità.

Quando la vita tocca bruscamente le persone, e gli adolescenti in particolare, le parole dell’abitudine, quelle usate senza neppure coglierne più l’impronta, non servono a colmare gli spazi che traballano, ne occorrono altre, capaci di risonanze, parole che riconosciamo come necessarie. A patto di entrare in confidenza con la poesia, come rapporto consueto, amichevole, senza quell’aura aristocratica del testo pretenzioso o difficile, oscuro perché fuori dalla portata dei più. La poesia come luogo d’ascolto interiore, non per chiudersi in un solipsismo narcisistico, ma per aprirsi a interrogazioni che non hanno trovato ancora una lingua capace di dire, per guardare il mondo con occhi nuovi, più capaci di indagare, e sappiamo bene quanto la vita di un adolescente sia turbolenta.

Spesso sono proprio i docenti che scrivono poesia, o che hanno a che fare in diverso modo con essa, che si fanno promotori di iniziative interessanti, di innovazione. Particolare mi sembra quella legata al festival Pordenonelegge, a cura di Roberto Cescon, docente e poeta, e di altri poeti della regione, che hanno dato vita a un blog dal titolo curioso: ipoetisonovivi.com. Si legge nell’introduzione: “I poeti sono vivi perché la poesia vive nel presente, si nutre ed è nutrita dalla vita, dal tempo, dall’esperienza che attraversiamo ogni giorno. In questo blog pubblicheremo una poesia al giorno (solo di poeti viventi) da leggere in classe. Una poesia al giorno perché c’è la poesia, perché abbiamo bisogno di riprendere confidenza con quest’arte”. “Anche rischiando un po’ la critica – dice Cescon – è importante far circolare a scuola una poesia che tendenzialmente ha a che fare con l’esperienza quotidiana, che si fa racconto dicibile del reale. Non si tratta di fare ‘poesia facile per tempi difficili’, e neppure una ‘preghiera laica’, ma di avvicinarci a tradizioni letterarie di altri paesi, scartando da quell’eccesso di letterarietà che spesso rende la poesia inavvicinabile, ostica. Il criterio di scelta è arbitrario, come generalmente i criteri estetici. Pubblichiamo testi che ci piacciono e riteniamo leggibili per un pubblico di dodici-diciannove anni”. Non significa sacrificare la classicità per la contemporaneità, ma tentare di appassionare gli studenti a una poesia che può parlare del loro presente. Anche la scelta di non puntare sui commenti ma sui testi, così come sono, lasciati alla lettura di studenti e docenti, e altre persone, mi pare interessante e vincente – dato che le visualizzazioni giornaliere si attestano tra 300 e 500.

Anche Maria Grazia Calandrone si è chiesta e ha chiesto a numerosi studenti e studentesse dei Licei e delle Scuole Medie di Roma: “A che serve la poesia?”. Oltre al lavoro di scouting sulla rivista mensile “Poesia”, nel quale incontra testi di molti autori esordienti o non ancora noti, e ne accompagna la diffusione, interviene nelle scuole con incontri sulla poesia. Il suo lavoro nelle aule scolastiche data ormai da alcuni anni, e non si configura come presentazione o lettura della propria opera poetica, ma come vero itinerario di educazione alla poesia, nella accezione più ampia e mobile dei termini. Incontri, laboratori, presentazioni di opere e autori anche in sede pubblica, come, negli ultimi due anni, i video dell’esperienza proiettati al Tempio di Adriano. Rivolgiamo alcune domande a Maria Grazia Calandrone.

Come è nata, da cosa è nata questa idea di portare nelle classi la poesia, cosa che fai da alcuni anni, e perché?

Non credo a una rivoluzione culturale tra gli adulti, credo però alla costruzione di un cittadino nuovo e penso che la scuola sia fondamentale in questo progetto, tanto più quanto più sono piccoli i ragazzi. Non sono partita da strumenti acquisiti, ho pensato ad alcuni metodi e ho sperimentato. Devo dire che la risposta è sempre stata molto soddisfacente, a parte la mia gioia e divertimento personale. La scuola è il momento cruciale dove si costruisce il futuro e per questo merita il massimo impegno. Avendo studiato Lettere ho molti ex-colleghi che sono impegnati nelle attività didattiche; all’inizio è capitato per caso: alcuni mi hanno proposto di andare nelle loro classi, spinti anche dalla desolazione in cui versa la scuola di questi tempi. Sono tanti anni che faccio questi incontri e nel tempo il lavoro si è strutturato meglio, non dico che adesso ho un metodo preciso, però ho molta esperienza, e un po’ empaticamente, un po’ con criteri sui quali ho ragionato, riesco a ottenere risultati che a volte sorprendono anche me, soprattutto nei laboratori. 

I tuoi sono interventi estemporanei o c’è un lavoro in qualche modo strutturato, che ha una continuità?

Dipende dalla disponibilità degli insegnanti. Faccio parte anche dell’associazione culturale Piccoli Maestri. Il progetto, nato nel 2011 da un’idea di Elena Stancanelli, su ispirazione del lavoro di Dave Eggers in America (826 Valencia) e Nick Hornby a Londra (Il ministero delle storie), coinvolge un nutrito gruppo di scrittori che mettono a disposizione tempo e passione per leggere e raccontare un libro ai ragazzi delle scuole medie e superiori, in modo gratuito. Andiamo nelle scuole a leggere o a parlare di un libro, ed i ragazzi, in quel caso, vengono all'incontro avendo già letto il libro. Si parla insieme, si rileggono le parti salienti, quelle che li hanno più interessati. I laboratori di poesia generalmente si svolgono in orario extrascolastico, lì si leggono testi che gli studenti spesso non conoscono. Non sono lezioni, sono incontri di scambio, mi interessa sentire quello che la poesia suscita nelle persone, specialmente nei giovani, perché più si abbassa l’età più si abbassano le difese. Alle scuole medie ti dicono qualsiasi cosa, anche cose commoventi. Con la poesia è così. Ad esempio, ho fatto un incontro strutturato in due appuntamenti successivi con i malati di Alzheimer. Sono arrivata lì terrorizzata perché sapevo che quei malati non ricordano neppure gli eventi più immediati. È stata un’esperienza incredibile, perché proprio la mancanza di una struttura cognitiva solida è stata l’accesso a un rapporto con l’emozione, che è una parola che io detesto, alla memoria, ai ricordi, alle suggestioni, che ha creato un’atmosfera molto bella, di reciproca gratitudine.

Secondo te manca nella scuola una lettura consueta dei testi, anche senza le note, i commenti, le analisi, quella lettura che avrebbe il compito di appassionare studenti e studentesse?

Gli insegnanti hanno un programma da seguire e devono parlare di tutto in poco tempo, lo sappiamo bene. Ma se non sono loro a seguire una lettura dei testi, a farne un compito costante… Spesso loro stessi non sono preparati per leggere un testo poetico, affrontarlo così, andando alla deriva, lasciandosi suggestionare dal testo, seguendone i movimenti, lavorando insieme con i loro ragazzi. Alcuni sono consapevoli di questo, e chiamano persone esterne che possano aiutarli in questa operazione di svelamento, perché quando metti una poesia nuda davanti a delle persone, o non capiscono nulla e la rifiutano, oppure, se hanno voglia di continuare a leggerla, allora viene fuori di tutto, davvero l’imprevedibile. Questo incontro nudo con la poesia è qualcosa che tocca profondamente i ragazzi. Anche le biografie dei poeti, i discorsi generali, andrebbero fatti dopo la lettura dei testi. Non penso che la poesia sia indispensabile alla crescita dei ragazzi, penso però che sia uno strumento, come emerge anche dai video che ho fatto degli incontri nelle scuole, è uno strumento per la loro libertà, per sondare dentro se stessi. La poesia non è solo questo, ma come primo approccio, il fatto che qualcuno metta loro in mano uno strumento per affrontare meglio i sentimenti, per sentirsi tutti uguali, come diceva uno studente nel video, mi pare davvero importante.

Hai delle indicazioni, dei suggerimenti da dare agli insegnanti che si trovano con un programma sempre tanto complesso e vasto, in modo da suggerire un rapporto più proficuo con la lettura?

Far intervenire a scuola i poeti, i romanzieri, i pittori, insomma quelli che fanno con passione un mestiere artistico e creativo, e possono parlarne da un’ottica soggettiva, di lavoro e di vita, cercando di “acchiappare” anche i ragazzi che diffidano. Poi cominciare loro stessi a leggere i testi. Ci sono, nella scuola, tantissimi insegnanti preparati, che fanno il loro mestiere con passione, dedizione, e spesso sono i primi a voler avere un “binario” per poter interpretare il testo, ma non sempre è necessario, intanto occorre leggerlo il testo, insieme ai ragazzi. Ci sono insegnanti che, quando vado in un’aula, si mettono nel banco come gli studenti e mostrano un interesse forte e genuino per la poesia. L’ultimo incontro che ho fatto è stato nella classe di mio figlio che fa le scuole medie. Quando l’insegnante ha saputo che scrivo ha chiesto un mio intervento in aula. Ci siamo divertiti da matti e l’insegnante lavorava nei banchi come i ragazzi. Ho ancora tutte le schede con le parole. Il metodo che ho inventato per le medie è semplice. Ho ritagliato e fatto ritagliare loro delle parole che ognuno sceglieva o ritagliava a caso, poi le abbiamo messe in una scatola. Abbiamo agitato la scatola, ognuno prendeva delle parole, le abbiamo scritte su un cartellone componendo degli insiemi. Ciascuno poteva collegare una parola con un’altra o collocare la sua parola vicino a un’altra, che magari era stata posta casualmente in quel luogo. Avevo anche letto con loro due poesie, una di Caproni, L’uscita mattutina, e una di Alcmane,  Notturno, ed è stato molto bello perché i due testi sono stati letti più volte, da tutti, in coro. Li abbiamo sentiti suonare più volte. Sulla base di questo cartellone fitto fitto di parole scritte da loro, delle poesie lette, di immagini incollate, che avevo portato io, su queste suggestioni, ciascuno ha associato a seconda della propria sensibilità il proprio testo, che poteva essere di quattro parole o più lungo. Un ragazzo ha scritto una litania bellissima sulla madre. Sono nati diciotto testi, tanti quanti gli studenti, e li abbiamo poi letti insieme, in una sorta di restituzione collettiva.  E devo dire che alcuni sono testi molto belli.

Con le superiori l’approccio è diverso?

Sì, porto io dei testi. Quando si tratta di un incontro estemporaneo leggiamo alcune poesie e ci suggestioniamo a vicenda, quando si tratta di un laboratorio, quindi almeno cinque, sei incontri, e sono studenti già selezionati perché gli incontri avvengono dopo la scuola, allora il lavoro è più compiuto. Si leggono i testi, ciascuno dice su essi quello che vuole, quello che sente, se qualcuno vuole scrivere lo fa. Il discorso, essendo tra adulti, è un dialogo sui testi. Poi ho fatto percorsi anche più complessi con alcune classi, come nei video si vede. La poesia contemporanea, a scuola, spesso non esiste proprio, gli stessi manuali si fermano a un certo punto, generalmente ben oltre cinquanta anni fa, ma la poesia è viva, è andata avanti; e visto che i poeti sono vivi, sentiamoli.

C’è una vera carenza per quanto riguarda la poesia contemporanea, i programmi si fermano spesso ai primi del Novecento, quando con un linguaggio diverso, tematiche diverse, così il pensiero. Questo non vuol dire che si deve leggere solo poesia contemporanea, perché anche i classici sono contemporanei. Ma com’è per gli studenti la scoperta della poesia contemporanea?

Questa è la cosa importante, che li riguarda. Alcuni dicono che sarebbe meglio invertire l’ordine storico facendo leggere prima la poesia contemporanea, poi quella classica. Poeti che parlano delle cose che loro stessi vivono, poi, retroattivamente, potrebbero rendersi conto di come le cose erano nel passato. Gli studenti diffidano della poesia contemporanea, nella maggior parte dei casi, perché non si sa che esistono i poeti anche nel presente, hanno una immagine del poeta come di colui che guarda il cielo e casca nel pozzo. Ma non è così. La scoperta che sono persone vive, operative, appassionate, magari anche simpatiche, empatiche, è importante. Fa leggere con occhi diversi i testi.

La grande domanda: “A che serve la poesia”, ha avuto una risposta? L’aver fatto dei video, secondo me, è una cosa di grande rilievo perché non è solo una documentazione della tua esperienza, ma mette insieme anche l’immagine del lavoro che è stato fatto, documenta una crescita.

È interessante documentare quello che viene da loro. I video riportano solo una parte del lavoro svolto perché dovevano essere proiettati al Tempio di Adriano e quindi dovevano avere una forma contenuta. Sono state tolte quasi tutti i miei interventi perché il senso del lavoro era mostrare la loro partecipazione, la loro crescita. E’ importante leggere insieme la poesia, ad alta voce, poi, se qualcosa resta nella memoria e la si ripete dentro di sè, meglio. Ma bisogna sentirla “suonare” la poesia. Per la domanda: a che serve la poesia? La risposta è complessa. Forse, a farci rendere conto, a farci capire che c’è qualcuno che può parlare anche a nome nostro, e questo qualcuno lo fa per qualche misterioso motivo, perché riesce a toccare quel punto interno dove ci somigliamo.

Questo lavoro che stai facendo da anni con i giovani è intervenuto in qualche modo nella tua scrittura?

Forse sì, come esperienza, come la vita entra sempre nella scrittura. Prima credevo che la poesia fosse aristocratica, fosse per pochi, una cosa elitaria, di ricerca. Invecchiando, mi interessa usare questo strumento anche come forma di comunicazione, fin dove si può. Certo che interviene anche il fatto di confrontarmi con un linguaggio differente come è quello dei ragazzi. Più la poesia prende linfa dalla lingua contemporanea che riguarda anche i ragazzi, più è facile che arrivi a comunicare con loro. Lo sappiamo bene, spesso fraintendono la canzone d’autore come fosse poesia, però è un’altra cosa. Modifica nel senso che modifica la necessità di comunicazione; quindi per me la complessità, il desiderio di ricerca, si allentano, e viene in primo piano la necessità di dare qualcosa a qualcuno. Non nel senso di un messaggio confezionato, ma nel senso di far arrivare quello che emerge bene dai video, che viene colto dagli studenti: “Sei uguale, non vedi che sei uguale?”. Per quanto riguarda la mia scrittura attuale, sto indagando le immagini fossili che sono dentro di noi. Sto cercando qualcosa di fossile all’interno di noi, che si muova nuovamente. L’idea è quella del poeta come una scimmia lunare che acchiappa la voce preistorica, la nostra preistoria interna e quella dell’umanità. E’ una cosa a cui sto girando intorno da un po’di tempo. Come un’immagine di un grido rimasto fossile, che non ha avuto la possibilità venir fuori, come una morte prematura. E cerca nuove possibilità.

Calandrone incontra Roberto Cescon e Marco Zulian, che mettono in pratica la vitalità della poesia lavorando con gli allievi di un Liceo Scientifico di Pordenone, nel caso di Cescon, o giovani così detti “a rischio” nel comune di Saint Denis (Parigi), nel caso di Zulian. Entrambi parlano della loro esperienza e degli effetti del fare o del leggere poetico nella vita e dei ragazzi.

Conversazione di MGC con gli studenti del Liceo Kant di Roma e con gli alunni di alcune scuole medie.

Post di Giorgio Morale su un’esperienza di poesia nella scuola elementare.

La foto (Punto Einaudi 2012) è di Laura Callegaro

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etica e poesia (24.3.13)

Simone Zafferani intervista Maria Grazia Calandrone su "etica e poesia"(TerniPoesia, 24.3.13)

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La poesia, un patto di fratellanza (La Sicilia, 11.1.13)

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