Interviste

POETARUM SILVA (20.9.12)

intervista di Gianni Montieri

Gianni: Ciao Maria Grazia, prima tre domande di servizio.  Ma secondo te “li passeracci” non sono offesi a morte con Venditti per averli fatti diventare usignoli, unica maniera di essere degni di Roma?

Maria Grazia: Visto che hai deciso di entrare per la porta di servizio ti vengo dietro in punta dei piedi. Confesso di non sapere (come nelle migliore tradizione delle omertà filosofiche) come e dove Venditti abbia avuto modo di sondare la romanità dei rosignoli. Secondo me ne sa di uccelli quanto di pesci. Te la ricordi quella Sara dei pesci che non entrava più nel banco di scuola?

Gianni: (come no, quella di cui belava che doveva prendere i libri, accendere il motorino…però attenta… che però non era la stessa dei pesci…gesù).Ma quella cosa di “certo che nelle sere di primavera, quando passeggi a Trastevere, beh Roma…” è ancora vera?

Maria Grazia: Ci vediamo tra Ponte Sisto e Ponte Garibaldi alle 21.00 del 21 marzo 2013. Certe cose o le vedi con gli occhi tuoi o mi tocca fartici la poesia – che, lo sappiamo, è più vera del verismo di Roma.

Gianni: Gli inserti culturali dei quotidiani valgono ancora la pena o stanno cominciando a lasciare un po’ il tempo che trovano?

Maria Grazia: Avevo letto “insetti culturali”. Vale, come riposta?

Gianni: Non ti pare esagerata questa cosa di citare Amelia Rosselli, ogni volta che si parli o recensisca un’altra poetessa? Più in generale, pensi sia possibile (e auspicabile) recensire o criticare un poeta senza dover ricorrere ai vari: “come Fortini…” “qui Giudici avrebbe detto…” “certo che la Cavalli…”?

Maria Grazia: Stabilito che Rosselli è Rosselli e fa dei versi oscenamente belli, se Calandrone non è Calandrone (fatta la naturale proporzione), è bene che la piccola cambi ossessione.

Gianni: Quando mi è capitato di scrivere del tuo libro “La vita chiara”, tra le altre cose ho evidenziato l’assenza di presunzione nei tuoi versi, assenza resa ancora più rilevante dal fatto che quel testo in particolare riuscisse, nel suo viaggio tra i quattro elementi della natura, a contenere un “tutto”. Questa umiltà (spesso sinonimo di purezza) la si trova praticamente in tutta la tua opera, credo sia un aspetto importante. Pensi sia così? Ho divagato alla grande?

Maria Grazia: Mi hai grandemente arrossita. Sorvoliamo, per favore?

Gianni: Facciamo che Sopravvoliamo? te la ricordi?

Maria Grazia: Brao Montieri!!

Gianni: Che musica ascolti e quali sono i dischi ai quali non potresti rinunciare?

Maria Grazia: Dipende se intendi volontariamente o meno. Io sono una da Notturni di Chopin, Patti Smith e le hit anni Settanta di Mina. Ma convivo con certi tipi poco raccomandabili che pompano nelle (mie) casse Cashwoman, Il king del rap e le sigle del Coniglietto Milo. In questi giorni sto componendo un dialogo d’amore in rosso damasceno con la colonna sonora dei Barbapapà.

Gianni: Quali sono per te i “Maestri” ovvero i poeti ai quali in qualche maniera ti ispiri o che comunque torni a rileggere?

Maria Grazia: Ti dico cosa aspiro come incenso: Il-se-me-del-pian-ge-re (Caproni). Poi la triade divina Rilke –  Cveateva (che preferisco quando saggista) – Pasternak. E Mandel’stam, Celan e tutte le forme di Dante (in polvere, in prosa, liquido e in pastiche) in piccolissime dosi perché dà alla testa.

Gianni: C’è vita dopo il Secolo breve?

Maria Grazia: Nonostante nel secolo scorso l’umanità – per una sua coazione a ripetere gesti di plateale autolesionismo – abbia tentato di sterminare l’umanità in molti, scientifici e mediatici modi, non solo la vita ma anche l’umanità mi sembra siano riuscite a sopravvivere. Non ci resta che lavorare sulla parte viva, sapendo che siamo tutti sopravvissuti.

Gianni: Recensendo (più o meno) il numero 6 dei Nuovi poeti Italiani dell’Einaudi, dove tu sei inserita, Marchesini su Il Domenicale (Il sole 24ore del 29/07/2012), quando ha scritto: “testi che talvolta sfruttano con cinismo le tragedie storiche e mediatiche”; (non ho capito “mediatiche”) mi ha fatto venire in mente una cosa che diceva Raboni, riguardo alla seconda fase della sua poesia, ovvero che  “l’esperienza personale” poteva (e doveva) entrare nei testi perché ne aveva fatta abbastanza, aggiungo che (secondo me) ci possa entrare qualsiasi cosa se scritta come si deve. Compongo questo strano puzzle per affermare che nella tua poesia, “le tragedie storiche” sono molto vicine all’esperienza personale, quindi perché (come) non scriverne? E poi, le tragedie storiche sono esperienza di tutti, come può essere “sfruttamento” raccontarle?

Maria Grazia: Ipotizziamo che Montieri sia un uomo cattivo: allora cita quella frase per farci arrabbiare. Ipotizziamo viceversa che lui sia tutto buono: allora la cita perché vuole darci il diritto di replica che ancora non ci siamo prese. Propendiamo per l’ipotesi equanime che Montieri sia diretto e curioso come una scimmia e poiché lo siamo pure noi lo perdoniamo e rispondiamo.

Per cominciare: appare palese che processare le inconoscibili intenzioni di un autore, mentre se ne analizzano i risultati testuali, sia un metodo disonesto, a meno che non si conosca a fondo la biografia di quell’autore e si possano azzardare ipotesi di qualche legame. Essendo dunque un semplice, credo che Marchesini intendesse per “tragedie mediatiche” la storia d’amore tra Natasha Kampush e Wolfgang Priklopil (della quale si è occupata la sottoscritta). Come se quell’amore non si fosse svolto nella carne. Tragedia dunque della carne amorosa, non mediatica. Ora: è statisticamente probabile (ma Marchesini non può averne certezza poiché non conosce la mia vita) che io non sia stata confinata in uno scantinato né vi abbia mai sequestrato chicchessia (non così a lungo, per lo meno), ma sono certissima che nei miei materiali non si possano riscontrare tracce di cinismo. Mentre è certissimo che l’illazione sia pratica scandalistica e di superficie. Sfido il Marchesini a mostrare nei miei testi passaggi di altrettanta finezza.

Quanto alla storia: essa, come tu dici – e come dice la stessa evidenza, appartiene all’umanità intera e ciascuno di noi ne è il prodotto, biologico e sociale. I poeti – ammesso che io lo sia – hanno una vocazione allo sguardo ampio. Ma nel particolare: le vicende delle quali scrivo (e lo stesso so che vale per Giovanna Frene) oltre a essere sedimentate in una impressionante quantità di documenti, cronache, indagini e risultati di natura artistica (per dirne un paio senza relegarci alla sola poesia: Guernica di Picasso e Miracolo a Sant’Anna di Spike Lee), appartengono quasi tutte alla mia diretta anamnesi familiare.

Gianni: Ti chiedo, se vuoi, di spiegarmi il criteri con i quali la curatrice (Giovanna Rosadini) ha scelto le autrici e perché sono giusti secondo te.

Maria Grazia: La giustezza delle scelte di Rosadini è conseguenza diretta dalla sua decennale esperienza di editor einaudiana. Infatti: leggendo il volume sono rimasta sorpresa dalla varietà autoriale che emerge da questa antologia. Le voci di queste dodici sono così diversa una dall’altra che nessuno può mettere in discussione l’onestà della curatrice né l’onestà delle scriventi. Ciascuna di esse sta solcando un cammino originale e quasi mai riconducibile a schieramenti letterari. La bellezza di questo volume trovo sia la sua decisa antiretoricità, poiché l’uso della retorica è quasi sempre filtrato dall’ironia o da un piglio scientifico o post-postmoderno che raffredda sollievi e sollevamenti orfici. Non è una poesia che osserva se stessa ma è dotata di un’intelligenza tutta contemporanea. Al buon lettore compare sempre al fondo una seconda voce, sia essa il soffio lieve di un sorriso o un rumore di macchina idraulica. Però mi taccio: se potessi recensire un’antologia nella quale sono inclusa avrei molto da dire su ciascuna autrice-membro e sul corpus proteiforme (e che sembra venire avvertito come una minaccia – vi ricordate Blob?) formato dall’insieme di queste scritture. Aggiungo solo che credo che Rosadini abbia voluto offrire una doverosa e doverosamente parziale (già così sono 300 pagine!) istantanea della scrittura femminile oggi in Italia. Sono assai divertita dal polverone sollevato contro un’operazione chiara ed elementare come questa. Dunque dev’esserci dell’anacronistico altro. Come ebbi a scrivere in un meno glorioso status di facebook: “poesia maschia” (Berardinelli) “la musica delle donne in versi” (Galaverni) “la danza rituale della poetessa” (Marchesini). aspettiamo “poesia del punto croce”, “poesia del punto G”, “il sabba perturbante delle Dodici”, “lasagne in versi” “versi versus lasagna” – o, dai più onesti, “vi preghiamo: tornate a prepararci il ragù di mamma” ovvero “olio di fegato di struzzo”.

Gianni: (Montieri è curioso e poco sa di quest’antologia a parte il fatto – naturale e ovvio – che alcune autrici incluse gli piacciono e altre no – e dalle recensioni non ha capito perché, un lettore, non dovrebbe o dovrebbe comprarla, per cui  grazie per entrambe le risposte). Molto spesso si fanno strani (talvolta assurdi) paragoni del genere: “Ah, quella canzone è una poesia” “I cantautori sono dei poeti” “Quel film? Pura poesia”.  Una volta Francesco De Gregori, rispondendo a una domanda sull’argomento disse (più o meno): “Il paragone tra canzone e poesia non esiste, è un’invasione di campo non richiesta, noi abbiamo la musica e il testo è costruito insieme a questa…”, io sono d’accordo con questa definizione, tu che ne pensi?

Maria Grazia: Penso che confondendo canzone e poesia si faccia un torto sia ai poeti che ai musicisti. I tramonti sono meno suscettibili dunque magari parliamo della poesia del tramonto (o della parmigiana di melanzane). Altrimenti limitiamoci a dire che un film è “poetico”, visto che la poesia, ahimé per i poeti, si fa con quella cosa astratta e intangibile chiamata parola.

Gianni: Si possono scrivere versi al di fuori della metrica ma si può pensare di scrivere senza conoscerla?

Maria Grazia: Sì, si può. L’importante è che si sappia fare sufficiente silenzio per sentire la musica di dentro. La metrica, come tutte le scienze esatte, è codificazione di qualcosa che già esiste in natura. Certo, ci si potrebbe risparmiare la fatica di scoprire ogni volta la stessa regola. Ma. In qualche modo dobbiamo pur distrarci.

Gianni: Pensi che si possa immaginare una vita senza la pizza?

Maria Grazia: Quasi più terribile di una poesia senza stile.

Sussurri e grida n. 11 (11.11)

Il filo della poesia della Calandrone
intervista di Vanina Zaccaria

Percorrendo le tue ‘parole’ ho incontrato il bellissimo epilogo ad un articolo dedicato a Zanzotto e Campana, in cui affermavi che:  “i (rari) poeti continuerebbero a scrivere anche se nessuno li leggesse più, come gli alberi delle mele continuerebbero a fruttare, semplicemente così, lasciando cadere i propri frutti al suolo come immancabili offerte a nessuno.”  Il tuo progetto Cantiere Poesia sembra raccogliere queste preziose offerte e concima i quadrati di terra dei dimenticati, com’è nato in te questo progetto?

Comincio a risponderti sorridendoti grata per la qualità metaforica della tua scrittura, che sembra voler entrare in una sintonia mimetica con il “modo” analogico e visionario di chi ora ti risponde. Dunque mi avventuro con te in quest’aria domestica: puoi immaginare (e forse sapere) che chiunque scriva riceve in lettura una (in)discreta quantità di inediti. Ebbene, tra le innumerevoli opere ricevute negli anni avevo catalogato in un cassetto speciale della memoria una diecina di raccolte che mi doleva francamente non fossero pubblicate perché le ritenevo bellissime o “nuove”. Un paio di anni fa ne parlavo a Crocetti (mio più che editore: “scopritore” e dunque benefattore) e lui mi diede immediatamente carta bianca per un servizio antologico da pubblicare nella rivista “Poesia”, che spesso offre panorami della poesia contemporanea di ogni parte del mondo. Stavolta si sarebbe puntato l’obiettivo sull’Italia nuovissima e sconosciuta. Ma, nel corso della medesima telefonata, Crocetti stesso ritenne interessante dare più spazio a ciascun autore e mi chiese se avessi voglia di infilarmi nel vespaio di una rubrica da far partire quasi immediatamente, nel successivo gennaio 2010 – cosa che, mi preannunciava affettuosamente lui, in questo paese di santi e navigatori avrebbe significato la ricezione di una valanga di dattiloscritti! Accettai con incauta gioia. Ovvio che il primo titolo che lampeggia in mente per nominare imprese del genere (a parte “Come farsi odiare dalla maggior parte degli aspiranti immortali della tua terra”) è “Officina”, ma, coscienti che altri ben più grandi di me – Pasolini, Leonetti e Roversi! – avevano già speso quel conio, ci mettemmo in cerca di sinonimi accettabili. Io proposi un’allusione ironica come “Fabbrica Nobel” ma Crocetti, che conosce assai meglio di me la suscettibilità dei poeti, dispose: “Cantiere Poesia”. E così fu. Nella presentazione del progetto tenemmo ad affermare la gratitudine nei confronti di chi lavora in modo inapparente per fare sì che il corpo sociale sia sorretto da questa rete di senso, che lascia anche chi non legge poesia misteriosamente più acceso dal fuoco materiale di questo amore, sensato e muto.

Continuando sulla strada delle tue parole, leggiamo nell’introduzione critica alla poetessa Moira Egan sul mensile internazionale ‘Poesia’: “Anche così ci si consola, consolando altri che ci sono venuti vicini per affinità attraversando mute lontananze temporali e percorrendo a piedi miglia di nebulosa tristezza”Nel tuo personale itinerario di poetessa la scrittura si risolve in ‘cosa pensata e detta’ o si rivela come mistero, gestazione di cose antiche, corrispondenze di cui solo successivamente è possibile rintracciarne la struttura segreta?

Quando mi accosto alla pagina non ho mai progetto. Niente precede il suono delle parole, nemmeno adesso che rispondo alle tue domande. Recentemente sono rimasta colpita dalle riflessioni dello psicoanalista Wilfred Bion, il quale descriveva gli scrittori come creature abitate da universi “protoverbali” esondanti, insistenti e comunque indescrivibili, nonostante tutta la perizia che può acquisire nell’utilizzo del mezzo verbale uno – per dire – come: Tolstoj. Perché la parola rimane comunque un medium, giammai la presa diretta su quella luce bianca e impossibile. È per questo che i grandi sono condannati a una insoddisfazione permanente intorno alla propria opera. Ma è bene trascrivere Tolstoj in persona: In tutto, in quasi tutto ciò che ho scritto mi ha guidato il bisogno di riunire dei pensieri che si concatenavano tra loro per esprimere me stesso; ma ciascuno di quei pensieri, se lo si prende di per sé e lo si esprime in parole, perde il proprio senso e si degrada in un modo terribile; se appunto lo si sottrae a quel concatenarsi con gli altri pensieri. E anche quel concatenarsi, dal canto suo, non è qualcosa che appartenga propriamente all’ambito del pensiero (almeno credo), ma a un ambito diverso, non so quale, ed esprimere immediatamente in parole il fondamento di questo concatenarsi è del tutto impossibile; esprimerlo si può solo in modo mediato: usando le parole per descrivere scene, immagini, situazioni. Tengo a ripetere queste parole non mie perché aiutano autorevolmente chi desidera scrivere (e che probabilmente costituisce la maggior parte dei lettori di questa nostra intervista) a non essere impaziente e a non sentirsi particolarmente disgraziato quando quello che ha scritto gli sembra solo una lontana eco della commovente bellezza che lo va agitando dalla nascita. Ricordiamo le parole che Pasolini mise in bocca alla marionetta-Totò, gettata con Ninetto Davoli al fondo di una discarica, dalla quale però gli fu dato finalmente di osservare Le nuvole: “Ah, straziante meravigliosa bellezza del creato!”

Julio Cortazàr, poeta e scrittore argentino umorista e melanconico, racconta del suo ‘sentimento di non esserci del tutto’ e descrive il poeta come un estraniato che scrive per ‘dislocazione’, quasi minacciato da questa lateralità, da questo essere sempre un po’ più a sinistra o più sul fondo rispetto al posto in cui si dovrebbe essere. Il poeta può essere, dunque, quel reduce di mondi che ‘torna a singhiozzi presso di noi’, come tu stessa mirabilmente scrivi, e che li traduce col suo mezzo povero o come le definisce Quasimodo ‘dono tremendo’, che sono le parole?

Stiamo benignamente proseguendo sul tema nonostante le tue domande siano state tutte scritte prima delle mie risposte: le parole sono tanto più un dono quanto più aderiscono a quel mondo (onirico, inconscio, platonico, parallelo, umbratile, abbacinante, alieno) del quale ci hanno parlato proprio adesso Bion e Tolstoj e che ho il sospetto ci riguardi tutti, scrittori e non. Il poeta seleziona gli oggetti del mondo da nominare per ricostituire l’universo che arde nel suo interno e probabilmente nella memoria collettiva del genere umano. Il mondo che viene riportato nelle pagine ha subito un leggero slittamento, smotta di lato. Verso dove. Ma le parole sono tremende perché sono ossessive: si svegliano di notte come neonati che hanno fame. E, come ogni ossessione sono, sì, dislocanti per l’ossesso. Perché è raro che egli veda il mondo “in diretta” (quelli sono momenti di grazia nei quali si abita la terra stando senza pensieri come bambini o addirittura sassi): c’è tra i poeti e le cose questo filtro parlante quasi corporeo, questa spontanea traduzione verbale della realtà. Ma, quando nelle parole di un altro riconosciamo quello che noi stessi non riusciamo a dire, allora tutta la nostra lateralità, la nostra solitudine è illuminata. Addirittura all’indietro. Per lunghi anni si rimane esposti a questo desiderio di condivisione. Spesso, per la potenza del desiderio, perché l’anima giovane si annoia un poco a stare sempre sola, ci si accompagna a interlocutori provvisori o si parla coi morti, come abbiamo fatto noi ora con Tolstoj. Ma ci sono fratelli e sorelle vivi e parlanti: basta imparare un poco di fiducia nel sopportare le piccole intemperie.

Nei momenti storici maggiormente critici l’uomo ha sempre nutrito un immenso bisogno di versi, la poesia è diventata così impegno civile, testimonianza urgente, talvolta occasione di sopravvivenza. Dall’Italia dei poeti di guerra, alla Grecia dei colonnelli fino alla Russia dell’assedio di Leningrado che ha visto poeti, musicisti e intellettuali scrivere, comporre e leggere per il popolo stremato, senza case e  letti o cibo, senza acqua e gas, eppure si correva sotto le bombe per salvare le biblioteche dalle fiamme. Può la poesia farsi voce collettiva restituendo all’uomo un’identità umana, nozione che supera e contiene quella di identità culturale?

Non avrebbe alcun senso per me scrivere se non credessi parola per parola a quello che tu dici. Imbottendo la parola “umana” (che tu riferisci a “identità”) con questa specie di metafisica laica che abbiamo appena detto e che Bonnefoy colloca nelle regioni del sogno e dell’inconscio. Sono personalmente convinta che il gesto stesso di fare poesia, questa assurda, anacronistica resistenza a compiere un’azione pochissimo riconosciuta dalla società evidente e completamente fuori dal mercato, sia un’azione politica illuminante per tutti i tempi di crisi, perché i poeti – benedette creature! – hanno lo sguardo rivolto all’eterno e dunque, come santi senza paradiso né gloria, ci aiutano a sopportare anche l’indigenza, anche la palta di orrore, bucce di patate e fango dei campi di concentramento. Sappiamo che ad Auschwitz veniva letto Dante. Perché Dante si era spinto così oltre se stesso da aver compreso il male che è negli uomini. I nazisti erano uomini, non erano “disumani”. Affermare che fossero disumani è una forma consolatoria e non etica di autodifesa. Il loro male appartiene a tutti noi. Basta lasciar cadere dal proprio cuore la compassione, il riconoscimento dell’altro come essere uguale. Basta deresponsabilizzarsi. Solo un poeta della grandezza di Dante può prevedere nel suo Inferno che malignità e che vigliaccheria abiteranno quei corpi militari e i corpi individuali delle SS.

Vorrei concludere prendendo in prestito il titolo del tuo libro vincitore del Premio Napoli 2011, “Sulla bocca di tutti”. La parola tornata vibrante e coraggiosa sulla bocca di tutti potrebbe essere ‘fiducia’? Fiducia nell’altro errante come noi per il mondo e fiducia, attraversando ancora una volta le tue parole, nella forza esclusivamente umana di sopravvivere alla piena coscienza della fine restando come in volo, stando felici mentre siamo macchiati di morte, macchiati a morte, felici in una sospensione di fiato, accettando di essere non più durevoli di quel millesimo temporale tra lo scatto della lingua del ramarro e l’ingoiamento della mosca-io in un nuovo gorgo intestinale di chimo e urina, nuovamente pari alle stelle.”

Grazie infinite intanto per l’attenzione con la quale mostri di avere attraversato le mie parole. Da questo ultimo stralcio sembra che io sostenga che per essere splendidi come stelle bisogna essere morti. In qualche modo lo ritengo vero. Parlo ovviamente dello splendore che è nel cuore degli uomini liberi. Liberi dal bisogno, non dal desiderio. Posso dirti che a mio parere soltanto chi sia già morto in vita, ovvero chi abbia abbassato per quanto possibile il volume dell’io e dei suoi bisogni di circostanza, possa essere libero. E così felice. Semplicemente stare, come una stella. Mi torna in mente la bellissima Elegia orientale di Sokurov, cortometraggio dove si suppone (si mostra, chissà) che i morti non hanno alcuna intenzione di tornare. E che non hanno bisogno nemmeno della nostra memoria perché non hanno più bisogno di esistere e dunque sono liberi, alti, leggeri e privi di interesse. Forse verranno ancora come alberi dai frutti rossi, dice Sokurov – torneranno nella zona che io, ancora troppo arrogante e “viva”, paragono alle stelle. Ma infine – e soprattutto – tutto deve tornare alla parola fiducia che, come dici benissimo, è una parola di coraggio: è la parola della comunità contro l’isolamento, la parola della politica umana contro quella dei luoghi della gestione astratta del capitale che si è sovrapposto alle nostre esistenze lasciandoci in una solitudine sociale dalla quale è più che mai indispensabile continuare cantare una parola comune, collettiva, dritta in piedi di fronte alla paura. 

Intervista a cura di Alaimo e Maggiani (laRecherche, 14.12.10)

INTERVISTA A MARIA GRAZIA CALANDRONE (laRecherche, 14.12.2010)

di Franca Alaimo e Roberto Maggiani

ROBERTO. Come ti presenteresti a persone che non ti conoscono? Chi è Maria Grazia Calandrone?

RISPOSTA. Una che ama la vita. Con gratitudine crescente.

ROBERTO. Perché hai iniziato a scrivere e in particolare poesia? Ci tratteggi la tua storia di scrittrice? Gli incontri importanti, le tue pubblicazioni.

RISPOSTA. Veramente io non volevo. Anzi, ho davvero lottato perché non fosse. Infatti non facevo leggere quello che scrivevo. Poi nel 1999, senza che io fossi né abbonata né tanto meno – neanche meno! – “conosciuta”, cominciò ad arrivarmi “Poesia”. Al terzo numero mi sentii in imbarazzo e telefonai in redazione per segnalare l’errore e mi rispose al telefono un simpaticissimo Fabio Simonelli. Dopo poche parole venne al sodo e mi chiese se scrivevo, io dissi un po’ e lui disse manda qui alla mia attenzione e io dissi sì grazie e mandai due poesie inedite e dopo molti mesi (otto, nove…) mi telefonò uno che disse sono Crocetti, sarò a Roma tra una settimana e desidererei incontrarla e io dissi sì vabbè! Invece era lui.

ROBERTO. Sei una scrittrice, ma prima di tutto una lettrice. Quali sono gli autori e i testi sui quali ti sei formata e ti formi, che hanno influenzato e influenzano la tua scrittura?

RISPOSTA. Noiosamente monogama come io sono, do la stessa risposta da anni: Rilke, Anedda, Mandel’stam, Cvetaeva saggista. Da ultimo, senza rinnegare gli amori passati e grazie a uno studio che mi è stato commissionato, ho riscoperto Brodskij, ovvero le propaggini della grandezza russa nel nostro tempo e nel nostro luogo.

ROBERTO. Come avviene il tuo processo di scrittura? In quali ore e luoghi, con quali modalità? Pubblichi ciò che scrivi di getto oppure rivedi i tuoi testi, sia nella forma che nei contenuti?

RISPOSTA. Dipende. Talvolta i testi definitivi sono frutto di una lunga elaborazione, altre volte nascono già esatti. Certo è che ovunque e in qualsiasi situazione sono disponibile a essere raggiunta da parole che facciano cortocircuito. Prendo appunti sempre e però sempre lascio a raffreddarsi le cose scritte, prima di pubblicarle. Poi, ho una fermissima autodeterminazione nel lavorare quotidianamente, fare continuo abuso di scrittura. Tutti i giorni al risveglio, se non sono in viaggio: caffè e scrivania, ore di scrivania.

ROBERTO. C’è differenza tra prosa e poesia?

RISPOSTA. Certo che c’è. Infatti io non so scrivere in prosa. La prosa ha le idee, il discorso, la poesia ha la lingua e la folgorazione, aggruma per associazioni che non devono essere spiegate.

ROBERTO. La critica più bella e la critica più cattiva che hai ricevuto alle tue poesie?

RISPOSTA. La più bella non la ricordo. La più incompiuta, più che cattiva, mi è stata fatta tramite facebook da una persona che non conoscevo e della quale non farò il nome. La riporto integralmente: “raramente ho visto qualcuno prendersi così sul serio come fai tu. Quanta pesantezza. Quante parole sprecate. Quanta pomposità. Fuori epoca. Leggo quel che scrivi e chiudo senza che nulla sia aggiunto a quanto so e vedo intorno. E' raro che io mi permetta di scrivere simili commenti, ma dato che sei fra i miei "amici" me lo concedo qui in privato, prima di chiudere questa falsa amicizia virtuale. Già la tua dichiarazione in apertura è rovinosa (Brullo), talmente contraria a quanto mi spinge a scrivere che provo stranamente quasi nausea. Ma perché scegliere di essere tanto pesanti? Volutamente arzigogolati. Io credo nell'efficacia della parola semplice, nella poesia che possa farsi comprendere. Altrimenti è tutto inutile. E il narcisismo di coloro che ti commentano è devastante. Cosa può cambiare grazie a riflessioni come le tue, le loro? Non aggiungo altro, ché rischio d'esser pomposa a mia volta, se già non lo sono stata. Ma in quel che scriverò e nelle presentazioni delle cose mie mi divertirò molto a sorridere di tanta serietà. Continua su questa strada, comunque, che non si incrocerà con la mia.” Purtroppo la senz’altro valente poetessa, che nel tempo ho scoperto essersi messa in rete alla cerca di “quelli che vivono semplice” ovvero di “musicians for music/poetry projects”, ha voluto negarmi le istruzioni per l’uso della semplicità calate in qualche luminoso esempio della sua propria scrittura, che così immediatamente le richiesi: “Puoi farmi degli esempi della tua scrittura semplice per favore?” E in tal modo spirò miseramente la mia ultima speranza di farmi comprendere.

FRANCA. In una delle tue e-mail mi scrivevi che il poeta è, secondo te, una persona crudele, e però una delle qualità che permea la tua pronuncia poetica sembra essere la compassione. Ed allora come riesci a sciogliere il nodo di questo ossimoro?

RISPOSTA. Riportavo una frase ascoltata dalla bocca di Vivian Lamarque durante una recente lettura comune svolta per RomaPoesia in un Dipartimento di Salute Mentale (per inciso, esperienza caldissima e con vivi bagliori di utilità). Non è riflessione nuova ma ogni volta colpisce. Sì, il poeta è crudele in quanto usa tutto quello che vive e che vivono quelli dei quali ha notizia diretta per metterlo al servizio dei suoi versi – i quali però, quando sono poesia, raggiungono la temperatura altissima della compassione, dove ogni io si scioglie, fonde, diventa tu(tto).

FRANCA. Mi confidi di esserti spesso occupata di poeti “innocenti che ti fanno piegare le ginocchia”: Che cosa intendi? A chi ti riferisci?

RISPOSTA. Mi riferivo alla categoria umana in generale. Credo che l’innocenza degli adulti, quella sì, sia crudelissima, poiché è chiaro che una creatura adulta sia per forza di cose contaminata e dunque solamente finga di non conoscere o riconoscere il male. Ne parlo in un poemetto su Maria. Maria era giovane e quasi non più giovane e mise tutti in pericolo con la sua innocenza. Tutti vorremmo credere all’innocenza. In questo sta il pericolo di chi si presenta innocente: incarna il più profondo dei nostri desideri, la umanizzazione del bene, della Fiducia.

FRANCA. Un’altra affermazione (tratta da un tuo pubblico intervento sulla poesia) che vorrei tu mi commentassi ampiamente è la seguente: “Non m’interessano i poeti che non somigliano alla propria poesia”.

RISPOSTA. La poesia si fa con il corpo. La parola modella il corpo di chi la scrive, non c’è separazione. Se c’è separazione è letteratura e a me non interessa. A me interessa la nudità assoluta, la nudità di chi è così completamente disinteressato a se stesso che usa di sé a piene mani. Vedi come quel corpo non potrebbe produrre altre parole che quelle che scrive. Prova a immaginare, per esempio, le poesie di Montale sulla bocca di Penna. O D’Annunzio in bocca a Caproni. Caricature.

ROBERTO. Quali sono gli indicatori che utilizzi nel valutare, se così ci è permesso dire, un testo poetico o una intera raccolta? Quali sono, a tuo avviso, le caratteristiche di una buona poesia?

RISPOSTA. Se mi ispira a scrivere a mia volta, se mi contagia, se mi trasporta in un volere bene o in un dolere o in un gioire che non mi appartiene se non come a uno tra gli oggetti del mondo.

FRANCA. Fino a che punto ritieni che le tue esperienze biografiche abbiano inciso sulla tua vocazione poetica? Sei d’accordo che alla base dell’impulso creativo ci sia un “vuoto”?

RISPOSTA. Sì, ma non credo indispensabile che il vuoto sia vero, può anche essere semplicemente la percezione di una cosa perduta. Ma per scrivere bisogna avere la sensazione di dovere oltrepassare una distanza. Più grande è la distanza colmata, più grande è la poesia. Le parole sono ottimi mezzi di trasporto.

FRANCA. Quali emblemi porta con sé la figura materna, così precocemente perduta, e così presente nella tua poesia?

RISPOSTA. Senz’altro l’acqua che l’ha raccolta. Credo anche la forza che ha trascinato molta mia poesia giovanile, che è stata spesso definita fluviale, onnivora portatrice di detriti, tronchi (umani e non) insieme a cose a volte meno oscene.

FRANCA. La tua scenografia poetica accoglie le creature vegetali e animali assai più frequentemente che quelle umane, cosa che mi pare una vera rivoluzione rispetto alla gran parte della produzione poetica contemporanea, essendo quest’ultima piena di cose inanimate: da che cosa deriva questo atteggiamento? Quale rapporto senti di avere con le “piccole creature” terrene?

RISPOSTA. Io entro in relazione con ogni cosa, viva o inanimata che sia, considerando vivo anche l’inerte o il già morto. Ma amo talmente la sovrabbondanza generosa e infiltrante della natura che a volte credo di volerla emulare! Amo i colori, gli alberi, i bambini, gli animali, il sole. La campagna distesa sotto il sole mi commuove. Le voci dei bambini mi commuovono. Lo si può ancora dire?

FRANCA. La tua poesia è spesso abbondante e fluviale, senza però essere barocca; non è che concepisci anche la lingua come corpo da esporre?

RISPOSTA. Appunto.

FRANCA. Dici ancora: “Le parole di un poeta sono il rumore bianco di chi ama senza più oggetto”. Quale relazione c’è allora fra l’amore, la morte o il nulla, e la poesia?

RISPOSTA. Come ho detto, bisogna aver perduto qualcosa, per scriverne. Non certo un calzino o una penna. Diciamo un amore, diciamo non per forza nella morte. Ma non è ovviamente vero che se si hanno molti lutti si diventa poeti: alla morte bisogna aver aggiunto una malattia propria, una ossessione propria per la voce – e come questa nasca e poi si radichi non so dirlo. A volte sono concatenazioni di strane coincidenze a formare i destini.

FRANCA. Sulla rivista “Poesia” tieni una rubrica in cui accogli poeti spesso trascurati dalla grande editoria e che, tuttavia, lavorano nei loro cantieri verbali in modo prezioso. Secondo te, perché accade questo? E, inoltre, pensi che la notorietà debba per forza coincidere con la visibilità?

RISPOSTA. La rubrica che Crocetti mi ha concesso mi dà una gioia grandissima, oltre a un inimmaginabile impegno (ogni giorno ricevo circa 5 o 6 tra dattiloscritti e file). Ma tutto è cominciato perché da anni avevo nei cassetti virtuali un piccolo gruzzolo di poeti a mio parere eccellenti che, per i più disparati motivi, non avevano ancora pubblicato. Motivi a volte privati. Bisogna agire sempre con molta delicatezza nell’esporre un poeta. Non tutti schiumano e smaniano per venire alla luce, non tutti – o per lo meno non subito! Alcuni tra quelli che ho proposto e proporrò sono nel tirocinio da molti anni e solo di recente si sono detti pronti, hanno preparato il temperamento adatto ad affrontare la generosa insolenza della lettura altrui.

FRANCA. Come commenteresti questa affermazione di Edmond Jabès. “Ogni libro non sarebbe che torbida somiglianza con il libro perduto”?

RISPOSTA. Profondamente vero. Il libro onirico, quello che forse nessuno scriverà mai, quello al quale tutti vorremmo approssimarci.

ROBERTO. A cosa stai lavorando?

RISPOSTA. A un testo teatrale dove è in scena una donna che smette la parola e comincia a latrare. La scimmia bianca dei miracoli. Verrà rappresentato in giugno da Sonia Bergamasco.

E poi a un volume di poesia dal titolo Il bene morale. Spero che il titolo parli da sé. Io proseguo in poesia la mia lotta privata e probabilmente inutile o utile per micronumeri contro la solitudine e la precarietà che ci spaventa.

E, ovviamente, poi, lavoro alla lettura di quelli che mi si offrono.

ROBERTO. Quali difficoltà hai incontrato (o incontri) nel pubblicare i tuoi testi in versi? Che cosa pensi dell’editoria italiana?

RISPOSTA. Nessuna perché appunto non volevo, è andata come ho detto. L’editoria è sommersa da proposte anche buone, lo vedo nel mio piccolo. Si fa letteralmente quello che le 24 ore del giorno permettono di fare. Ma ormai si cerca l’ottimo, l’eccellenza, perché il livello medio è molto alto.

ROBERTO. Ci sono novità nella poesia italiana?

RISPOSTA. Le cerco tutti i giorni. Ho proposto alcuni autori che spero con il tempo diventeranno classici! Sul futuro di alcuni tra loro metterei la mia firma.

ROBERTO. Hai qualcosa da dire agli autori che pubblicano i loro testi su LaRecherche.it? Che cosa pensi, più in generale, della libera scrittura in rete e dell’editoria elettronica? Non pensi che Internet possa pareggiare i conti con i “baroni” della scrittura mettendo tutti su una nuova linea di partenza? E che nel futuro non esisterà più il grande poeta ma, finalmente, una collettività di poeti?

RISPOSTA. Io ho avuto bisogno di maestri e di compagni. Credo siano necessari i grandi ai quali riferirsi insieme a quelli che più modestamente camminano con noi. Io sono ormai sicura che la vera grandezza sia interamente rivestita di umiltà. Se la pubblicazione in rete ha alle spalle un vero editore ha valore quanto quella cartacea. Quanto alla libera scrittura, ciascuno di noi vale in rete quanto vale fuori dalla rete.

ROBERTO. Nel prossimo 2011/2012 potremo leggere nel nostro catalogo di eBook una tua raccolta di versi?

RISPOSTA. Immagino di sì.

ROBERTO. Vuoi aggiungere qualcosa? C’è una domanda che non ti hanno mai posto e alla quale vorresti invece dare una risposta?

RISPOSTA. Guarda, me l’hanno fatta proprio ieri a bruciapelo a Fahrenheit: che libro vorresti essere? E sorprendendo me stessa a bruciapelo ho risposto La trilogia della città di K.

Grazie. A voi entrambi!

Il mondo di MGC (BOOKSHOP, 2010)

Editore: Edizioni Excelsior Milano
Data uscita: 2010
 
IL MONDO DI MARIA GRAZIA CALANDRONE 

intervista di Anna Ardissone

Quando e come è nato il suo incontro con la Poesia e quali sono state le sue letture di formazione?

L’ho incontrata in quinto ginnasio. La stanchezza della quarta ora e all’improvviso: lei, sotto forma del Notturno di Alcmane. In quelle parole c’era destino. Il destino occorre “dimostrarlo”, più che descriverlo, quando lo incontri è una elettrizzazione del corpo. Mi sono sentita d’improvviso riportata a casa. Dunque direi di avere cominciato dai lirici greci, che ritengo tutt’ora inarrivabili per purezza, e di avere continuato a replicare questa bella domesticità poetica leggendo poi con furia e stupore Rilke e Pasternak.

Di lei è stato scritto che non si cura della essenzialità espressiva ma sceglie un registro quasi epico, narrativo, denso di considerazioni e allusioni, un testo-fiume  che vuole scorrere come un poema recitato con la stessa intensità dall'inizio alla fine. Dove trae la sua fonte di ispirazione?

Ovunque. Ai fini della poesia non distinguo tra materia pura e impura: per la poesia ogni scenario, interno o esteriore, è occasione di gioia. Dunque a “ispirarmi” può essere la poesia altrui o un panorama scappato via dal finestrino di un treno o il bisogno di luce durante un dolore o anche nella passività apparente della ricezione di un programma tv d’improvviso può illuminarsi qualcosa. È come l’accensione di una miccia. Credo che a fare fuoco sia l’improvviso offrirsi di una nudità, di una non-convenzionalità.

Come nasce in lei l'idea di un libro? Nasce come progetto (cioè: prima le fondamenta, il piano delle stanze, le pareti, il tetto, ecc.), oppure la piena consapevolezza del libro le arriva quando esso in pratica già esiste, dopo che le poesie sono state scritte?

Scrivo cercando di intuire la direzione grazie a testi che si presentano subito come pietre miliari, ovvero testi dove lo stream trova un chiaro punto di intersezione con il mondo. Così a poco a poco mi diventa evidente il canto fermo e da allora l’opera si struttura intorno a uno o più nodi di sviluppo, intorno a una o più parole-cardine che formano la griglia di sostegno o una rete flessibile. Tutto il resto, vorrei che volasse o che le parole ci saltassero sopra come i saltimbanchi rilkiani, perché amo che chi legge eserciti la sua piena libertà di interprete.

Che rapporto c’è tra la spiritualità e la sua Poesia?

La poesia è atto contrario al buon senso e alla buona salute dunque alle leggi del commercio. Deve essere per forza un atto spirituale. O quanto meno etico.

Qual è il ruolo della Poesia oggi? Deve essere impegnata con la vita, o al poeta può bastare l'impegno con la sua arte? La realtà contemporanea (sociale, politica...) in che modo s'inserisce nel suo percorso poetico? 

Come detto poco fa, stiamo parlando di un gesto morale. Non credo alla poesia ideologica dunque non ritengo che essa debba assolvere a precisi doveri sociali di denuncia o di propaganda (semplicemente perché la poesia ideologica tranne rare eccezioni è brutta), ma è evidente che il poeta venga modificato nella lingua dal mondo e che la lingua è il suo modo nativo di essere al mondo. Credo dunque che per questo mezzo un poeta avverta prima di altri le dissonanze e gli allarmi, che sia un essere in stato di veglia perenne, attento dell’attenzione che è dilatamento del perimetro-io. Così, la poesia è inevitabilmente politica. A volte anche i suoi contenuti danno alla politica la dignità della parola e della memoria. Penso, ad esempio, ai molti testi sul tema della migranza e delle morti sul lavoro che da ultimo si stanno scrivendo in Italia.

Per ragioni di lavoro, lei legge molta Poesia contemporanea. Come valuta il panorama nazionale? Quali sono le sue tendenze, le sue linee di forza?

Credo che la poesia – almeno a leggere quella dei nostri grandi – stia evolvendo verso la nudità dell’umano, stia oltrepassando il concetto di letteratura come è stato inteso fino a oggi per esporre la prassi della vita: ma con gli occhi di chi sente appunto il destino, la contemporaneità storica e i suoi mutamenti, anche impercettibili.

Cosa si prova ad essere letti invece che a leggere le proprie poesie?

Lo spaesamento che si prova a sedersi alla propria scrivania dopo che un altro ha imposto su quella superficie conosciuta una diversa razionalità. Spaesamento che può essere arricchimento o impoverimento, dipende da quanto profondo sia l’interprete. Quando la ricchezza di un’altra persona si somma alle proprie parole si ha la certezza di un contatto emotivo tra alieni ed è cosa che apre e rende felici.

Qual è il modo migliore per avvicinare i giovani alla Poesia?

Leggergliela. Senza troppo appesantirla con note critiche e spiegazioni a priori, ma fare semplicemente viaggiare da bocca a orecchio la bellezza delle parole – che sono oggetti molto saporiti – e la musica del testo: non dico musicalità, ritmo, sonorità, dico: musica. La poesia, quando è poesia, è attualità, modernità (o post-postmodernità) che risponde di sé.

Si può educare il pubblico alla Poesia?

Questa domanda immagino sia suggerita dal pre-concetto che la poesia abbia una utilità. Io non ne sono affatto certa, ma credo che la malattia si contragga per contagio più che per educazione! 

in "Amarsi a Roma" (Ponte Sisto, 2009)

Amarsi a Roma, guida per cuori sbandati
a cura di Roberto Carvelli
Ponte Sisto, 2009

Molta mia vita sul Tevere
intervista di Roberto Carvelli

Immagina Roma come un corpo...e prova a disegnarlo con i quartieri?

Il Tevere è l’intestino, che tutto digerisce nelle sue anse e nei suoi tratti aperti: detriti, tronchi animali e vegetali – e produce alghe, schiume e, nonostante tutto, quell’odore di fresco che nelle sere estive lega l’acqua alla storia passata dall’inizio del fiume su quell’acqua. Roma ha un cuore oscuro e pieno di rovine, di animali randagi e angeli di pietra: il torace con le derive venose sta nei  vicoli del centro storico, e dirama un sistema circolatorio fino ai gangli nervosi periferici: Pigneto, Garbatella, San Giovanni. Tutto intorno ci sono le epidermidi, che sono le aree iperattive e sensibili dei centri commerciali, se vogliamo delimitare il corpo di Roma alla sua struttura urbana e immaginarlo immerso nel suo anello di verde oltre l’anello formicolante del Raccordo. In certe zone questo corpo urbano è addensato in quartieri-gioiello (penso ad esempio allo smeraldo puro del Coppedè) in altre ha delle protesi astratte, senza tempo né luogo (penso agli zittissimi quartieri residenziali dell’Olgiata o ai viali dechirichiani della città-R.A.I.) mentre altrove il suo secolare immaginario riesce a travestirla da superba signora nordeuropea e allora incassa gli animali e i sacerdotes dell’Ara Pacis in una abbagliante sovrastruttura di cemento e vetro, ma la sostanza nuda del suo corpo è un agglomerato di rioni che tracimano il disordine giubilante e nero della vita.

Tu vai spesso in campagna (o andavi) è una bella abitudine un po' straniante...come ti appare Roma lasciandola o tornandoci dopo l'orto e il silenzio?

Quando si torna da luoghi dove lo spazio è aperto e dove le esistenze non sono sovrapposte come nei condomini si ricorda che la verticalità murata delle città è cosa contro natura. La campagna ci fa il dono di rimetterci nella orizzontalità della terra. La prima volta che ho portato la mia bambina in campagna aveva tre mesi. L’incontro tra i suoi occhi e il cielo non delimitato ha prodotto un’espressione (durevole, riproponibile) di incanto, ammirazione e sgomento. In città la potenzialità dello sguardo è continuamente mutilata, l’occhio non arriva ad esprimere la sua passione per la profondità. Però nelle città ci sono i cinema, i teatri, le sale da concerto, ovvero cose necessarie come l’ampiezza del cielo.

Da mamma per la seconda volta cosa pensi di quell'adagio un po' clichè che "i figli meglio farli crescere fuori che a Roma"?

I figli è meglio farli crescere lontani dal disamore e dai pregiudizi che stanno attaccati alla gonnella di matrigna-paura. Nella città, che è tanta e sovraffollata, c’è più mancanza di attenzione e libertà di movimento (nei “fuori” i bambini possono ancora trasformare le strade in campi lineari da calcio come noi facevamo da piccoli) ma il vantaggio di Roma oggi è che ci si può incontrare tutto il mondo, è una città che a dispetto di tutti i soprassalti reazionari ha cominciato il difficile cammino della interazione tra culture e questo è un dono impagabile per i bambini che vivranno nel prossimo, futuro.

Quali i luoghi di Roma a cui se più affezionata sentimentalmente? Luoghi dell'amore maturo e/o luoghi della tenerezza infantile?

Curiosa e giusta definizione essere affezionata “sentimentalmente”, perché sottintende la variante di un affetto che non sia un derivato dei sentimenti ma che sia passato attraverso, per esempio, la conoscenza. Ma parliamo d’amore e, così facendo, ritorniamo sul Tevere: su quel fiume si sono svolti molti degli snodi che hanno fatto con la loro realtà la vita che convenzionalmente dico mia. Baci, sgommate rabbiose, abbandoni ridicoli o mortali, nascite. Del tutto involontariamente, molto della mia vita è avvenuto sul fiume, fino alla scelta volontaria di far nascere tra quelle acque che molti anni fa presero il corpo di mia madre, la figlia femmina Anna. Arturo invece venne dato alla luce della pineta, anni prima, perché il maschile ha la mobilità dei rami.

Nella tua poesia i luoghi sono spesso trasfigurati (a parte il Forlanini che è riconoscibile...perché?). Come lavorano in te gli spazi nella loro concretezza e in particolare quelli di Roma?

Immaginiamo la poesia per quello che è, ovvero un corpo materiale fatto di aria in movimento. Il linguaggio porta dove vuole, non ci può essere progetto, ogni volta sono scossoni di montagne russe verso un’unica meta amorosa. Il corpo poetico appoggia i piedi sugli oggetti veri, ma il loro nome passa attraverso la struttura corporea e psichica della persona che li pronuncia, passa attraverso la sua gola, che si rende il più possibile larga, universale - ma la cosa è la Cosa e il nome è il Nome. Non m’interessa compiere una mimesi della realtà, m’interessa assumere ogni realtà verso il massimo denominatore comune, dilatare quel corpo per quanto è possibile ad accogliere il dicibile del creato nelle sue somiglianze (che essendo tali sono appunto consonanze amorose) macro e microscopiche.

IL VENERDì di Repubblica (14.10.05)

"Ma come vive (e scrive) oggi un poeta" di Federica Lamberti Zanardi

GIOIA (Rusconi, 23.4.02)

"La poesia è donna", intervista di Paola Malavasi

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