Interviste

Michele Mari e Elena Ferrante (poesiaeletteratura 25.1.20)

intervista di Francesca Rita Rombolà 

Michele Mari e Elena Ferrante. Due agganci diversi delle nostre persone che, per fortuna, sono ancora intere. Un'intervista.

D - Maria Grazia Calandrone, ho visto dal suo CV che la Poesia le è come familiare. Iniziamo, dunque, questa conversazione proprio parlando di poesia? La Poesia e il poetare per lei.

La poesia è il mio mezzo per conoscere me stessa, poi gli altri, infine il mondo. Mi è indispensabile come respirare. Credo che questo valga per tutti gli artisti di tutte le arti.

D - Realizzare un reportage per la televisione (so che lei ne ha realizzati) non è come scrivere un libro, vero?

Decisamente no. Sono due linguaggi molto diversi: il reportage televisivo è destinato a una ricezione immediata (sebbene ormai tutto possa essere visto e rivisto a volontà in rete).

Il libro, viceversa, è pensato per una lettura meditata, generalmente solitaria, dunque la scrittura può permettersi di essere più complessa e lavorare di più sullo stile.

Con questo non voglio dire che la scrittura di un reportage non debba porsi il problema dello stile, ma certamente deve essere più immediatamente chiara.

D - Scrivere un romanzo oggi, secondo lei, può significare davvero fare letteratura? Talvolta anche dell'ottima letteratura?

Certo che sì. Un esempio su tutti: Leggenda privata di Michele Mari. O il caso clamoroso di Elena Ferrante, che è riuscita a scrivere una saga mozzafiato.

D - Mi parli un po’ dell'Haiku, dell'idea che ha di questo modo tutto giapponese di scrivere poesia.

Sintesi assoluta. Ogni parola incisiva come una lama, ma leggera come una goccia. Parole-katana, che ti tagliano senza che tu te ne accorga.

D - Chi ama, chi sente, chi recepisce davvero la Poesia nel 2020, in Italia in primis?

I fedeli della poesia sono molti, anzi moltissimi. Ama, sente e recepisce la poesia chiunque abbia dimenticato la noia e l’inattualità con le quali l’insegnamento scolastico sommerge e porta a fraintendere la novità e l’attualità della poesia.

Dante scrive della nostra contemporaneità. Purtroppo i professori spesso lo ignorano.

D - Spesso mi sembra che il poeta è ormai una figura banale, scaduta, inattuale, inutile. E' così?

Direi proprio di no. E lo testimonia la quantità di domande “esistenziali” che mi vengono rivolte a ogni lettura o presentazione.

In ogni caso, “banale” spesso è l’opposto esatto di “inattuale”: credo che pecchi di banalità più chi vuole essere a tutti i costi “attuale”, che chi segue la propria passione scavalcando la moda del momento.

D - Ma una poesia può cambiare ancora l'uomo e il mondo...

Dipende da chi la legge. A me una poesia (il Notturno di Alcmane) ha cambiato la vita.

E, tra i moltissimi ascoltatori dei laboratori che negli anni ho fatto in scuole e carceri, addirittura due detenuti, due ex spacciatori, hanno trovato un nuovo scopo alla loro vita grazie alla poesia.

È una semina al vento, non è capitalismo. Ogni tanto, qualcosa fiorisce. E va bene così. 

QCode Magazine (7.1.20)

Maria Grazia Calandrone (Milano 1964) è poetessa, scrittrice, giornalista, drammaturga, artista visiva, autrice e conduttrice per la Rai, scrive sul «Corriere della Sera» e tiene laboratori di poesia nelle scuole e nelle carceri. Vincitrice del premio Montale per l’inedito nel 1993, ha pubblicato numerosi libri di poesia, tra i quali – per Crocetti – La scimmia randagia (2003, premio Pasolini Opera Prima), La macchina responsabile (2007), Sulla bocca di tutti (2010, premio Napoli), Serie fossile (2015), Il bene morale (2017) e – per Mondadori – Giardino della gioia (2019). Con Gli Scomparsi (pordenonelegge 2016) ha vinto il premio Dessì. Il suo sito è www.mariagraziacalandrone.it

·        Che cos’è la verità, in poesia?

La parola “verità” è pericolosa, perché chi ha creduto o sentito di possedere la verità, lungo tutta la storia umana, ha teso a imporla ad altri, sia in buona fede che no.

La verità della poesia è però una verità che non oppone uomo a uomo.

Non ho scritto la verità dei poeti, perché molti autori contemporanei, cui piace autodefinirsi poeti, hanno provato a imporre la legge del proprio stile come unico stile praticabile da parte di una poesia prodotta in una società agonizzante e ingiusta. A mio parere, non è più tempo di trascrivere in poesia la nostra solitudine e la nostra sconfitta, è tempo di lanciare il nostro cuore di autori oltre l’ostacolo, perché incontri per noi e prima di noi nuovi orizzonti di senso. Che sono i più antichi e remoti orizzonti di senso, visto che per poesia intendo un sentimento di collettività attiva.

·        Si dice che ogni essere umano sia innumerevole. E che gli innumerevoli si possano riconoscere in ogni essere umano. È questo che fa la poesia?

Precisamente. Il poeta, mentre scrive, scavalca sé stesso e raggiunge lo stato di identificazione, il punto dove gli esseri (umani e non solo, in verità) non sono “simili”, sono “identici”, radicalmente identici.

Aggiungo che il nostro essere ciascuno innumerevole ci pone davanti alla responsabilità morale della scelta tra le parti di noi da lasciar agire nella società. I miei due ultimi libri, Il bene morale e Giardino della gioia, sono stati messi al mondo come uno dei molti promemoria della nostra complessità e come invito a prestare attenzione alle nostre responsabilità nel disamore e nello sfacelo, come nell’amore e nella gioia. Non esiste gioia che non abbia guardato dritto in faccia il dolore.

·        Il senso del possibile, come si alleva nella poesia? Come pratica il futuro?

Se la poesia è quella che ho descritto sopra, i poeti possono contribuire a costruire il futuro attraverso il linguaggio. Il linguaggio è il nostro modo di pensare il mondo, l’attenzione alle parole cambia la materia fisica del nostro cervello, sviluppa nuovi collegamenti, mette in comunicazione aree complesse. Chi legge impara, si modifica, allena la sua mente alla novità. E la novità avviene ogni giorno, è sempre avvenuta. Altrimenti, siamo fermi come fossili. E, per svegliare il fossile, non c’è altro che la magnifica intuizione dantesca dell’Intelletto d’Amore.

·        La Storia e le storie. Cosa raccoglie la poesia per i venturi?

Nel senso della storia grande e di quella nostra, microscopica, la poesia può anche avere valore di testimonianza. Ma non basta, se un poeta immenso come Paul Celan non si limita a descrivere la Shoah, ma compie un salto quasi impossibile, che all’atterrito Adorno non riusciva neanche di immaginare. Celan fonda sulla corona di spine dell’umanità la fiducia nella parola, nel canto. Il Salmo di Paul Celan è una delle poesie più importanti che siano mai state scritte, perché canta dal fondo dell’orrore con esiti poetici altissimi.

·        Chi è l’altro oggi? Come lo si incontra?

Incontrare l’altro è un esercizio quotidiano. Avere la consapevolezza dell’esistenza dell’altro, identico a noi e così diverso da noi, non è affatto scontato. Simone Weil sostiene, anzi, che accorgerci dell’altro sia la conquista più grande.

L’altro è chiunque ed è nessuno, siamo anche noi per noi, così difficili da comprendere e spesso estranei a noi stessi, invasi da pensieri e desideri altrui che dobbiamo, con pazienza, districare dai nostri.

Allo stesso modo, qualcuno che abiti fisicamente un altro corpo, può risultare più innamorato di noi di quanto lo siamo noi stessi. Eppure, l’amore per sé stessi è indispensabile per amare un altro. Dunque, se vogliamo davvero andare incontro all’altro, dobbiamo prima sapere e accogliere quello che siamo, altrimenti portiamo al mondo il risuonare di un linguaggio vuoto dietro una maschera, e dovremmo portare un abbraccio.

·        La poesia rende giustizia? Può essere il suo ruolo, oggi?

La poesia può dare voce a chi non ne ha, e questa è una forma di giustizia. Ma non può fare davvero giustizia sociale. Può portare il suo contributo alla giustizia sociale, questo sì. Ricordando cosa ci aspettiamo dal mondo quando nasciamo. Un’attesa e un desiderio trasversali al tempo e al luogo: essere, appunto, amati. Sfamati, protetti, compresi. Perché possiamo farlo, a nostra volta.

·        La poesia può essere anche reazione al reale? Come lo agisce?

La poesia nasce dalla realtà, dunque reagisce certamente alla realtà. Se però stiamo dando alla parola “reale” la connotazione lacaniana del più autentico “vero”, la risposta è doppiamente sì, perché la poesia smaschera gli inganni della “realtà” e ci conficca (uso di proposito una parola sgradevole e quasi violenta, perché la poesia spesso lo è) dentro il “reale”, fatto di quello che siamo, dell’essenza profonda del desiderio. Dunque la poesia agisce il reale smascherandolo e facendo da specchio, a volte violento, alla nostra faccia segreta.   

·        Dare un nome alle cose le mette al mondo. Come dobbiamo raccontare il bene comune, oggi?

Con fiducia. L’idiozia o lo splendore della bellezza, un testo del 2011 contenuto nel Bene morale, comincia con queste parole: «Adesso credo necessario un ottuso atto di fiducia nella bellezza. Agire come non fossimo mai stati. Come non fossimo mai stati traditi».

La penso ancora così. Credo che il solo modo di stare al mondo sia quello che Gramsci definisce “ottimismo della volontà”: vedere le cose, ma non limitarsi a vederle, lottare con fiducia affinché quelli che verranno dopo di noi possano abitare un mondo più abitabile. Gli adolescenti (Greta Thunberg, il neonato movimento, apartitico ma non apolitico, delle “sardine”) stanno agendo bene, per sé stessi e per tutti.

·        Quali sono le domande alle quali collettivamente è necessario iniziare a rispondere?

Una, sopra tutte: da che parte stai? In questo momento è assolutamente necessario esporsi, se non si vuole essere, in futuro, tra i complici del disastro antidemocratico mondiale che certa politica sta mettendo in atto per egemonizzare il potere economico, usando mezzi di propaganda capillare e invisibile, dai quali stiamo però imparando a difenderci.

·        Versi a commiato?

Desidero salutare ripetendo in versi quello che ho risposto a queste belle domande. La poesia è tratta da Giardino della gioia (Mondadori 2019)

Intelletto d’amore

  • La poesia è anarchica, risponde a leggi solo proprie, non può e non deve piegarsi a nient’altro che a se stessa.
  • La sua legge interiore è ritmo, musica assoluta.
    Questo spiega la commozione che proviamo nell’ascoltare letture di poesia in lingue a noi sconosciute.
  • Abbiamo l’impressione di comprendere
    anche se non capiamo le parole,
    perché le nostre molecole consuonano con la musica profonda della poesia,
    che è la stessa in ogni lingua: un ultrasuono, un rumore bianco.
    Una lingua invisibile, un ronzio nucleare
    traducibile per approssimazione,
    una sonorità che entra in risonanza con la parte più estranea e profonda delle nostre molecole
  • e col rombo primario della materia
  • che compone la sedia
  • sulla quale sediamo.
  • Come certa musica – penso al Chiaro di luna di Ludwig van Beethoven – è un linguaggio
    letteralmente universale:
    i poeti lo scrivono da sempre, ma le recenti scoperte astrofisiche lo confermano
    con rigore scientifico, non più solo intuitivo: il nucleo più profondo di noi
    è composto della stessa materia delle stelle.
    Parole di Margherita Hack: «Tutta la materia di cui siamo fatti l’hanno costruita le stelle. Tutti gli elementi, dall’idrogeno all’uranio, sono stati fatti nelle reazioni nucleari che avvengono nelle supernovae, stelle molto più grandi del Sole, che alla fine della loro vita esplodono e sparpagliano
  • nello spazio
    il risultato di tutte le reazioni nucleari avvenute al loro interno».
    Dalle scoperte ultimissime sappiamo ancora che
    metà degli atomi che formano i nostri corpi è materia prodotta fuori dalla Via Lattea, viene da una distanza che non si può
  • commensurare.
    La vibrazione delle nostre molecole entra in risonanza materiale con la vibrazione dell’universo,
    fin dentro l’universo sconosciuto. Questa forza
    «che move il sole e l’altre stelle»
    è quella che Dante chiama «amore».
    La poesia intercetta il corale profondo e ininterrotto di questa forza, intona la sua voce
    al rombo delle stelle extragalattiche
  • e al rombo primario della materia
  • che compone la sedia
  • sulla quale sediamo.
    È un oggetto fatto di parole
    sempre d’amore.
    E basta.

intervista (2.1.20)

Intervista a Maria Grazia Calandrone di Sonia Ciuffetelli

1)   Il giardino della gioia è il luogo in cui la tua poesia attraversa zone di luce e d’ombra; la gioia è l’altra parte del dolore, è il saper guardare “il luccicare a perdita d’occhio della mia vita”. Il libro è anche una riflessione sul dolore e sulla perdita, si compone di zone diverse ed è pieno di vita. Cos’è la gioia da te poeticamente pensata-sentita-riflessa?

La vera gioia, la gioia profonda e permanente, non può che essere consapevole. Necessita di aver affrontato il dolore a viso aperto, faccia a faccia, non averlo evitato, non essersi nascosti. Attraverso il dolore, se ne facciamo buon uso, possiamo comprendere molto, di noi stessi e del mondo. Scrivendo questo non intendo fare l’apologia del dolore, ma dire che, poiché esso è inevitabile, il solo modo di vincerlo è viverlo.

2)   “Non vediamo le cose come sono, vediamo le cose come siamo”. Il nostro modo di percepire la realtà riflette, proietta il nostro ego sulla realtà stessa? Esiste una realtà intellegibile al di là di noi, libera dallo sguardo narcisistico e dalla necessità di ritrovarsi nelle cose del mondo?

Più che di necessità narcisistica di trovare nel mondo frammenti e specchi di noi,  scrivo che, data la nostra possibilità di percezione, limitata dalla psicologia – ma anche da biografia e biologia – la realtà esiste certamente in sé, ma raramente il nostro sguardo riesce a coglierla intera. La realtà è un poliedro, ogni osservatore ne percepisce una delle facce. Esiste infinita filosofia e letteratura, specialmente teatrale, sull’argomento. La tensione di molti poeti è rendere l’oggetto per quel che è. Non è certo questa l’intenzione di Pasolini o Whitman, che impongono coscientemente a cose e persone la propria visione di cose e persone: fascinosa, mitologica o di moltitudine dei sé. Ma è quello che tentano autori come Francis Ponge e George Oppen. Sapendo di non riuscire, come dichiarano esplicitamente quasi tutti i poeti, per esempio il melanconico Vittorio Sereni o l’allegorico Giorgio Caproni.  

3)   “Mentre il mondo cambiava […] tu come gli animali stavi senza domande. Senza dolore. Semplicemente esistere. Esistere e basta. Essere casa come sono casa i corpi, gli abbandoni, le guarigioni”.

L’esistere evocato nella poesia dal titolo Interiore invernale è un esistere oltre il limite, “per curare il disamore che sarebbe arrivato”.

In quel testo dico di un esistere umano animale, quasi arboreo. Esistere nel sapere di non sapere, nella coscienza serena della propria ignoranza, tema che riprendo nel testo dedicato a mia figlia Anna. Sapere di non sapere, alla fine, ci salva.

4)   La violenza e la superiorità razziale, il male sono temi che affronti nel libro. La nostra specie ha storicamente dimostrato miseria umana, crudeltà. Come conciliare questo aspetto con la vitalità della gioia?

Come ho scritto nella prima risposta, non credo alla gioia come rimozione del male ma come attraversamento del male. Siamo una specie orribile e meravigliosa e dobbiamo convivere con il nostro orrore, anche per poter essere meravigliosi. Se cancelliamo la cognizione della crudeltà, la nostra gioia è mutilata e precaria. E, soprattutto, se ignoriamo la nostra stessa capacità di violenza, se assolviamo noi stessi dal male che possiamo compiere, rischiamo di compierlo inconsapevolmente. Il Giardino della gioia, infatti, vuole anche essere un avvertimento perché ciascuno di noi osservi da vicino la propria crudeltà, si identifichi con l’assassino e inorridisca.

5)   Saper trasformare la materia povera in poesia. Di questo scrivi in Corsivi di Anna, un componimento in cui tu parli di grandezza della realtà, di belle cose per cui vale la pena essere nati. La realtà ha in sé del bello e dell’utile: conoscerla, entrarci in relazione per capirla è necessario per raggiungere la consapevolezza della bellezza dell’esistere? Oppure basta coglierla, odorarla, sapere che c’è?

Dipende dall’inclinazione psicologica e dalla fortuna. C’è chi riesce a godere spontaneamente del mondo e chi arriva al mondo per via intellettiva. Unire queste due attitudini significa scrivere come Dante e dipingere come Van Gogh. Capire la realtà significa forse capire il sistema umano che la ingabbia. Il resto, è vivo.

6)   Chi è oggi il poeta? Che ruolo ha nel mondo intellettuale e culturale?

Ho sostenuto molte volte che la poesia è un controcanto all’ondata di odio e paura che, al momento, sembra aver trovato qualche diga. Penso a Greta Thunberg, penso alle sardine. Greta e le sardine compiono azioni poetiche: dicono la verità e arginano l’odio. Rivelano, cioè, la nudità non solo del «re», ma del mondo.

7)   Se tu fossi una parola come ti chiameresti?

Musica.

8)   E se dovessi scegliere un mito tra i miti di ogni tempo quale salveresti?

Antigone. La legge morale del legame affettivo contro la burocrazia e il potere.

9)   Il poeta o la poetessa più incisiva, irrinunciabile, qual è?

Scelgo Pier Paolo Pasolini, per il suo essere poeta in ogni aspetto e arte e attività.

Grazie davvero, è un piacere ascoltarti ogni volta.

Grazie a te. 

«L’Altrove» (6.3.20)

Intervista di Daniela Leone, «L’Altrove» 6 marzo 2020

1. Domanda tanto facile quanto difficile: Che cos'è per voi la poesia?

Un tramite per conoscere il mondo.

2. E come definireste la vostra?

Uno dei molti tentativi umani di indagare un mistero che – immagino – non sarà mai svelato.

3. Quale eredità vi ha lasciato la poesia femminile italiana?

La strada fatte dalle donne prima di noi ha aperto la nostra: la nostra possibilità di pubblicare, la nostra possibilità di dirigere collane e, soprattutto, ha sgomberato il campo dall’associazione immediata e immeditata tra poesia “femminile” e mielosa effusività sentimentale. Penso a donne come Rossana Ombres o Nella Nobili, da me recentemente riscoperta, soprattutto ad Amelia Rosselli, che ha fatto esplodere il linguaggio e ci ha autorizzate all’invenzione, all’innovazione e al coraggio.

4. Ed esiste un poesia prettamente femminile in Italia?

No.

5. Poesia e social. Qual è la vostra opinione al riguardo?

I social sono il fast-food della poesia, l’ho già detto. Possono servire come esca istantanea, con la stessa funzione di uno spot pubblicitario. Ma poi il “prodotto” poesia ha bisogno di tempo e spazio, di vuoto intorno, per emanare la sua radiazione e fare la sua musica. Essendo, come affermava Pasolini, «inconsumabile», si colloca all’opposto dell’immediatezza e del consumo.

6. Poesia come antidoto, si dice. Ma antidoto a cosa?

Credo si intenda antidoto al dolore e alla solitudine umani. È in effetti anche questa una funzione della poesia, ma in senso opposto: non perché lenisca o consoli, ma perché dice la verità, non nasconde. Poiché la verità è spesso dolore e solitudine, la vicinanza del poeta, l’evidenza che un poeta abbia già attraversato quei territori desolati (pensiamo a Eliot, a Cvetaeva, a Celan, a Trakl) e ne abbia fatto bellezza, ci fa sentire compresi e ci incoraggia. Personalmente, più che a un antidoto, preferisco pensare alla poesia come a un controcanto collettivo, sociale, alla paura e all’odio. E così ho infatti intitolato il mio intervento a un convegno su poesia e politica.

7.  Se doveste descrivere con tre parole le emozioni provate quando scrivete, quali utilizzereste?

Vuoto, collettività, stupore.

Sulla morte (VersanteRipido 1.1.20)

«Versante ripido» 1.1.20

  •  INTERVISTA A MARIA GRAZIA CALANDRONE SUL TEMA DELLA MORTE
  • di Elisabetta Sancino

Molti dei tuoi testi sono incentrati sul tema della morte vista come passaggio o rinascita, nuova vita dalla quale riemergeremo come forza naturale, “alberi dai frutti rossi e non finiti, mai finiti, infiniti”.  Nella “Poesia-sudario per Genova” la chiusa è più amara: “senza nome e cognome toneremo cose tra le cose, senza involucri e senza nostalgia ritorneremo all’indifferenziato delle stelle”. L’idea che abbiamo della morte muta a seconda degli stati d’animo o anche delle fasi della vita che stiamo attraversando?

In realtà le due poesie manifestano lo stesso atteggiamento nei confronti della morte: essere senza nome e cognome equivale a essere alberi, ovvero liberi dall’io come gli alberi, che sono attraversati dalla vita, con tenacia, e basta. Esistono e basta. O, al contrario, non esistono, e basta. Senza lagni. L’immagine del primo testo mi è stata suggerita dall’Elegia orientale di Aleksandr Sokurov, un film di poesia nebbioso e lirico, purtroppo ormai introvabile, dove i personaggi sono saggi e lontani, quasi astratti e pieni di dolcezza.

Nella tua ultima raccolta ci sono diversi componimenti dedicati a fatti di cronaca nera particolarmente efferati, dove è la brutalità della morte ad essere protagonista. Come mai hai deciso di affrontare temi così scomodi, che per alcuni sono incompatibili con la poesia?

Come molti prima di me, mi sono impegnata a scavare le radici del male, dunque ho cercato di identificarmi con gli assassini e, per farlo, ho letto centinaia di pagine di documenti processuali, ho guardato interviste e telegiornali d’epoca fino a stare fisicamente male. Onestamente, è servito soltanto a confermare quel che già avevo compreso scrivendo della Shoah: in alcuni esseri umani, a un certo punto, avviene un click profondo, che spegne qualsiasi loro capacità di sentire l’altro. Proprio come girare un interruttore. Purtroppo non ho compreso perché questo avvenga, forse semplicemente – e atrocemente – non esiste un motivo e, per esprimere questa totale e sconvolgente assenza di motivazione di certo assassinio, ho scelto il caso emblematico di Pietro Maso. Per ciò ho trovato deludente la spiegazione psicoanalitica del male che viene data nel pur bellissimo film Joker. A volte il male non ha cause, anch’esso esiste e basta, e colpisce a caso. Eppure, non è facile accettare la casualità, siamo sempre in cerca di senso, di spiegazioni. Dunque, se intendiamo la poesia come vicinanza e indagine nell’umano e come specchio anche bruciante di noi stessi, mi pare che questi temi la riguardino profondamente. Non credo che possiamo essere consolati e felici se prima non affrontiamo mostri e fantasmi, di dentro e d’intorno.

Recentemente hai curato per LietoColle l’antologia “La forma dell’anima altrui” dedicata a Seamus Heaney, che nella silloge “North” celebra i corpi miracolosamente conservatisi nella torba dall’età del ferro e tornati alla luce quasi intatti. Anche in alcune tue poesie colpisce l’attenzione  al corpo del defunto, osservato e descritto in versi nei quali il dato oggettivo, reso con precisione spietata, da anatomopatologa, si fonde con un lirismo struggente. La poesia può dunque provare ad esprimere la verità di quello che la scienza si limita a descrivere?

Scienza e poesia nascono da un’uguale inclinazione nei confronti della così detta realtà, che è cosa diversa dal reale. L’atteggiamento del poeta che osserva il mondo è molto simile a quello dello scienziato, con la differenza che lo scienziato è costretto a dimostrare quanto afferma per via sperimentale, mentre al poeta è richiesta la sola via intuitiva, non si pretende che un poeta sappia ripetere in laboratorio l’intuizione che l’ha portato a scrivere un verso che contempla l’invisibile. Dunque ai poeti è concesso di unire con le proprie parole cose evidenti a cose inspiegabili, il piano dell’evidenza oggettiva con quello dell’evidenza soggettiva. Inoltre, la terminologia scientifica è spesso altamente poetica. Pensiamo ai nomi degli alberi, degli uccelli o, appunto, ai nomi dell’anatomia. Alle cose sono già stati assegnati nomi bellissimi. Basta usarli.

Borges dice che “quando gli scrittori muoiono, diventano libri” e del resto la creazione artistica è, tra le altre cose, un tentativo di lasciare nel mondo qualcosa che ci sopravviva e ci renda in qualche modo eterni. Ci sono, a tuo avviso, alcuni poeti ingiustamente dimenticati e che andrebbero riscoperti o meglio valorizzati?

Nella Nobili, una persona straordinaria, cent’anni più avanti della propria epoca, alla quale ho infatti dedicato le mie energie curandone l’opera, inedita in Italia dal 1948.

In “Veglia alla cenere”, i piccoli rituali di ogni giorno, come prendersi cura del basilico o aggiungere il sale, ci aiutano a ricordarci che siamo ancora vivi, anche dopo la perdita di una persona cara. In un altro testo scrivi che “è per questo/raggio di sole sulle stoviglie/per la quieta solitudine/delle cose/e per il luminoso stare delle cose in se stesse/che rimaniamo vivi”. Più che alle riflessioni filosofiche o alla religione, ci si può dunque affidare alla poetica del quotidiano per esorcizzare la paura della morte e vivere con maggior pienezza il tempo che ci è concesso su questa terra?

Come ho detto per i nomi scientifici, le cose e i loro nomi sono già bellissimi. Basta guardare, dando a questa parola l’intonazione che le ha dato Wittgenstein. Se fossimo capaci di accorgerci di essere vivi – tema che torna continuamente in Giardino della gioia – saremmo persone nuove. Perché constateremmo l’evidenza che non vediamo, cioè che essere vivi ci offre infinite possibilità e sta a noi smettere di lamentarci e fare della nostra vita qualcosa che ci piaccia e che, magari (magari!), sia utile. Proprio in questi giorni sto scrivendo, per «Terre des hommes», la storia dell’indiana Nandhini, una ragazzina che, presa dalla passione per i libri, a 14 anni ha rifiutato il tradizionale matrimonio combinato e adesso è in Italia e studia per diventare medico. Nandhini ha sfruttato al meglio l’opportunità di essere viva, qui e adesso, sradicando in un gesto (telefonare all’Associazione) una tradizione millenaria e oggi, a sedici anni, è in prima linea per la liberazione di altre bambine come lei.

La tua è spesso una poesia di denuncia, una poesia “politica” come tu stessa dici, eppure in molti testi prevale la funzione consolatoria, quasi a voler suggerire al lettore la possibilità di una via d’uscita dalla paura e dal dolore grazie al potere salvifico della parola. E’ così?

La poesia ci salva soprattutto dalle illusioni su noi stessi, ci smaschera, ci mette davanti alle nostre ombre e ai nostri desideri. In questo senso, sì, “consola” sapere che altri prima di noi hanno sentito come noi. E ne hanno fatto bellezza perché, appunto, nonostante tutto, hanno saputo vedere la scaglia – o la via maestra – di bellezza nell’orrore del mondo, che da ultimo a certa politica piace tanto sbandierare, per farci paura. Invece, abbiamo bisogno di fiducia. Nel mondo, non certo nell’uomo forte che ci salva da pericoli inesistenti, strombazzati apposta per rastrellare voti. Eros e Priapo di Gadda insegna ancora molto sul presente. E allora, concludiamo che la poesia è politica anche quando “consola”.

Grazie per queste domande. 

"Daily Worker" (22.11.19)

«Daily Worker» 22.11.19 Intervista di Anna Lisa Maugeri a Maria Grazia Calandrone

Se pensiamo alle parole come alla manifestazione evidente, carnale e viva del pensiero e del sentire umano, possiamo considerare la poesia come sangue, l’elemento di trasposizione di quell’ossigeno che mantiene vivi, o risveglia, legame, empatia, senso di vicinanza e affinità fra gli uomini.

Per parlare della bellezza della poesia e dell’importanza delle parole, oggi incontriamo Maria Grazia Calandrone, poetessa, autrice e conduttrice radiofonica, articolista e videogiornalista per il «Corriere della Sera».

A settembre ha pubblicato il suo ultimo libro Giardino della gioia edito Mondadori, una raccolta di poesie che sono parole vive grazie alle quali si animano immagini e tutto si fa grande e profondo. D’amore si tratta quando lo sguardo riesce a vedere nel profondo delle cose, dei fatti e delle persone; d’amore si tratta quando la parola ammaestrata e scelta con cura, scolpisce tutte le cose, le forgia e le consegna al lettore come una pietra preziosa di rara bellezza.

Oggi vi presento Maria Grazia Calandrone.

1.   Maria Grazia Calandrone, andando indietro nella memoria, ci racconta il suo primo approccio con la poesia, da lettrice e da poetessa?

Il mio rapporto con la poesia comincia nell’infanzia, come un gioco. Mia mamma era una professoressa di lettere e mi ha cresciuta con filastrocche e miti greci, formando in maniera spontanea un immaginario dal quale ho poi dovuto emanciparmi. Ma il primo vero impatto con l’emozione totale (intellettiva, stilistica e sentimentale, non si può prescindere da nessuno di questi tre elementi) che la poesia rappresenta è avvenuto con l’ascolto della lettura del Notturno di Alcmane in quinta ginnasio. Le parole lette dalla professoressa hanno costruito davanti ai miei occhi interiori, alla mia sensibilità, il mondo che avrei voluto abitare e contribuire a costruire.

2.   Cos’è la poesia e chi è il poeta ai giorni nostri? E qual è la “missione” del poeta nel mondo di oggi?

Secondo la visione post-moderna e dunque disincantata della poesia, un poeta fa qualcosa di pressoché inutile, perché gli è sfortunatamente necessario farlo. Sono gli stessi poeti ad ammettere di non avere più alcun mandato sociale. Personalmente, sono di tutt’altro avviso, e non perché non riesca a rassegnarmi all’idea di essermi dedicata a una cosa inutile. Ritengo che, anche nella più spinta contemporaneità, questa inutile cosa che i poeti fanno attraverso il linguaggio, li metta in comunicazione profonda e originaria con il linguaggio stesso e  che, allo stadio attuale di comprensione umana, il linguaggio continui a essere lo strumento di comprensione del mondo, quello che mette il mondo nel nostro mondo mentale. Le cose esisterebbero certamente senza i nomi che abbiamo attribuito loro ma, per il nostro modo di conoscere e riconoscere la realtà, i nomi sono parte costitutiva delle cose: se scrivo “casa”, nella mente di ciascuno di noi si apre un mondo diverso, ma si apre un mondo. Dunque il poeta nomina e rinomina le cose, lasciando così tanto spazio bianco intorno alle parole da farle risuonare come appena uscite dalla bocca del primo che le ha dette. O almeno così spera che sia.

3.   È importante la cura delle parole, nella poesia così come nella vita e nei rapporti sociali, ma oggi, nell’era dei social e dei messaggini, della sintesi esasperata delle idee e dei pensieri ridotti spesso ad un tweet, secondo Lei, i giovani stanno un po' dimenticando l’importanza e il valore delle parole?

Non solo i giovani. Pensare per slogan modifica le reti neuronali del nostro cervello, che rimangono malleabili per tutta la vita, dunque il pericolo è trasversale alle età.

Mi preoccupa la massa di informazioni che si sovrappongono nelle nostre giornate, per cui il cervello, per sopravvivere, erade quello che apparentemente non serve. Ma ho scritto nella risposta precedente l'utilità essenziale dell’inutile. Cancellare l’inutile dalle nostre giornate e dalle nostre menti equivale a robotizzarci o, come si diceva negli anni Settanta, ad “alienarci”.

4.   La poesia si insegna, si trasmette o è un dono innato?

Non ho mai creduto alle scuole di scrittura, non mi sognerei mai di dire a nessuno come deve scrivere. Si possono suggerire delle letture, ma la scrittura è fatta di stile e lo stile è personalissimo. Dalle scuole di scrittura escono scrittori seriali come le macchine dalle catene di montaggio. Esistono già le università, dove imparare la letteratura. A scrivere si impara sbagliando e sbagliando e sbagliando.

5.   Anche se immagino che ogni singolo componimento rappresenti un’impronta, un segno specifico nel corso del tempo nella vita del poeta e dello scrittore, Le chiedo comunque: quale fra le sue poesie la rappresenta maggiormente o le è più cara?

In questo momento rispondo che mi è cara la poesia nella quale ho tradotto la parola “amore” in molte lingue straniere. Perché la poesia è anche musica e suono e, soprattutto, è vicinanza. Anche quando ci pare lontanissima o addirittura ci accusa, ci sta parlando da molto vicino. La poesia che ho scelto credo contenga l’intuizione del nostro futuro di specie.

Come si dice amore nella tua lingua

  • «Le lingue non hanno confini, i confini sono solo politici» «Esiste una lingua invisibile alla quale attingiamo tutti» «Ogni scrittura è traduzione di un mondo» «Io attraverso le lingue che conosco in cerca della lingua universale». Questa è la vera avanguardia, la vera
  •  
    profezia per il futuro della specie.
  • Fekrì, hubùn, dashùri
  • sirèl, bhālabāsā, agàpi
  • uthàndo, ài, jeclahày
  • süyüü, obichàm, aròha
  • lyubòv', hkyithkyinnmayttàr
  • khairtài, cariàd, upéndo
  • amour, is bràe, snēhàṁ
  • maxabbàt, szerelém, rudo,
  • ādaràya, fitiavàna
  • liebe, evîn, miq’vàrs.
  •  
  • Continuate in settenari chiari
  • con questi suoni, nuovi come il mondo
  • che dicono da prati
  • e da foreste, igloo, capanne
  • e palafitte, grattacieli e canoe: io, questo niente
  • caduto nel sogno della materia, avrò cura di te
  • fino alla fine del mondo.

Roma, 9 febbraio 2019

6.   Qual è la parola chiave, quella distintiva della vita e della storia di Maria Grazia Calandrone?

Avrei risposto compassione. Oggi rispondo politica. Ma è la stessa cosa, perché, come è scritto sul retro di copertina del mio ultimo libro, penso la politica come collettività etica, assolutamente non come strategia. E i poeti possono agire profondamente in questo sentimento e in questa intelligenza sociale.

7.   Lei è una mamma. La maternità cambia inevitabilmente la vita di una donna, la arricchisce, la rende forse più consapevole, nel bene e nel male, cambia il modo di vedere e concepire il mondo. Per Lei cosa ha significato diventare madre e quanto e come ha influenzato, se lo ha fatto, la sua scrittura e la poesia?

La maternità ha semplificato la mia poesia. Poiché la poesia è stretta alla vita e ne scaturisce, dover spiegare nella vita quotidiana cose complesse con parole chiarissime ha avuto questo risultato stilistico. E al momento credo sia una conquista grande.

8.   Quali sono i suoi sogni per il futuro e quali i prossimi progetti?

Sto preparando due diversi cicli radiofonici, entrambi per RaiRadio3, il primo che esplora gli intrecci di poesia e musica, di parola e suono, il secondo costituito da 21 conversazioni con poeti molto diversi fra loro, per offrire a chi ascolta un panorama complesso e abbastanza completo della vitalità della poesia che si fa oggi in Italia. Poi viaggio molto, mi piace lavorare con i bambini e con i ragazzi, sono spesso in convegni con gli studenti (sto rispondendo a questa intervista da Friburgo, per esempio). Sogni? Accolgo tutto quello che arriva come arriva, ho smesso di voler imporre alle cose la mia volontà.

Poesia e natura (ALI, Lipu, autunno 19)

intervista del direttore Danilo Selvaggi per ALI, rivista della Lipu - autunno 2019 

Natura e poesia: quale relazione?

Totale.

La poesia riguarda la realtà e nasce dalla realtà, dunque contenuti e scenari della poesia contemporanea occidentale sono spesso urbani. Ma ogni poeta procede per similitudine, per paragoni, quasi sempre naturali. Vale certo per i lirici, ma anche per i poeti d’avanguardia, soprattutto quando descrivono il mondo secondo un proprio realismo allegro, una specie di compiacimento della realtà com’è, mentre al poeta lirico manca sempre qualcosa, ha nostalgia di un vero che non rintraccia al mondo.

Perché i poeti la cantano da così tanto tempo?

Perché i poeti, come gli altri esseri umani, prima di ogni altra cosa sono animali e l’appello alla nostra animalità è la radice comune al resto dell’esistente.

Un poeta da citare specialmente.

Pasolini. Perché estende il concetto di poesia alla critica letteraria, al cinema, alla saggistica, al giornalismo. Pasolini ha il dono di trasformare ogni oggetto del mondo in poesia, incluso il proprio corpo. Inoltre, dato il contesto della presente intervista: il rapporto di Pasolini con la natura è nostalgia di un mondo primario, elementare, probabilmente infantile e dunque crudelmente innocente, che il poeta cerca per tutta la vita, fino a spingersi in Africa e in India, quando il veleno del consumismo comincia a corrompere la realtà italiana che il poeta abita. Deluso dall’omologazione, arrabbiato, tradito nella propria visione ossessiva del mondo, Pasolini lancia la propria sfida. E, come sappiamo, soccombe. E, con lui, per troppi anni, soccombe la figura del poeta sociale, ingaggiato col mondo.

La natura: è solo una momentanea alternativa alla città? Un luogo in cui ricrearsi?

Certo no. Noi siamo natura, siamo in primo luogo natura. Chi dimentica questo dato essenziale, questo stare nel corpo come dentro un albero o su un prato, è destinato a vivere con fatica, credo. 

La tua poesia per la natura? Hai avuto modo di sperimentare questa relazione? Di fare qualcosa per la natura attraverso la poesia? Composizioni, scritti, radio…

La mia poesia contiene migliaia di panorami e paragoni naturali. Le mie fonti di ispirazione sono in primo luogo la natura e, immediatamente dopo, i legami tra gli esseri, le relazioni.

Poesia e impegno sociale.

Ne ho fatto un breve cenno due riposte sopra: dopo Pasolini, nei settant’anni di pace apparente che hanno rilassato l’Occidente, non abbiamo più sentito bisogno di poesia civile. Ora le cose sono diverse, il mondo intorno è sempre più vicino, la demografia del pianeta si sta mescolando, i bisogni ecologici ed economici sono sempre più urgenti. In questa fase di ristrutturazione planetaria, credo sia indispensabile che anche i poeti occidentali riprendano la parola per le persone, che anche la nostra poesia torni a essere al servizio delle persone, come non ha mai smesso di avvenire nei paesi extraeuropei. Tocca anche a noi poeti dare voce (per esempio, in Italia) alla disperazione dei “nostri” disoccupati e a quella dei migranti, con uguale potenza e senza classifiche di valore, in nome di qualcosa che definisco “comune umana” e che credo sia la fondamenta del fare poetico. L’uguaglianza di persona con persona. Se ci identifichiamo con l’altro, ogni disperazione è ugualmente urgente. Leggere esercizi poetici di stile senza fondamenta umane, non mi suscita più il benché minimo interesse.    

Poesia e crisi ambientale globale.

Che io sappia, in questo momento in Italia non ci sono poeti che scrivano di questo.

Il canto degli uccelli.

L’urlo carnivoro dei gabbiani o il ticchettio squillante – sempre più raro in città – del cardellino?

Oggi anche il canto degli uccelli urbani si muove tra estremi e per opposizioni. Ma esiste un bellissimo poema del mistico persiano Farīd ad-dīn ’Aṭṭār, Il verbo degli uccelli, un viaggio allegorico alla ricerca del mitologico Simurgh, che si conclude come la Commedia di Dante: il volto di Dio è uno specchio della nostra immagine. La circolazione interna al volto divino «mi parve pinta de la nostra effige: / per che ’l mio viso in lei tutto era messo», scrive Dante. E, dall’altra parte del mondo, ’Aṭṭār scrive: «Noi siamo uno specchio grande come il sole e chiunque in esso si guardi, vede l’immagine di sé stesso, del corpo e dell’anima». Il sole, lo specchio, il canto degli uccelli e il canto d’amore: chi s’incammina dietro il canto degli uccelli, presto o tardi arriva a sé stesso. Ovvero al più sconosciuto tra gli esseri. E alla speranza di una costante emanazione amorosa, detta con le parole di un lattante («che bagni ancor la lingua a la mammella», scrive l’intelligentissimo Dante, cedendo infine al silenzio).

Vai in natura? La vivi in qualche modo?

Appena possibile, ovvero appena il clima e il tempo che ho a disposizione me lo permettono, vado con i miei figli nei parchi romani, alla ricerca di animali del sottobosco con la figlia più piccola Anna o, ancora meglio, partiamo per brevi gite da mattina a sera. Così facendo, abbiamo scoperto che il Lazio è d’inimmaginabile bellezza. Un luogo per tutti: la riserva naturale delle sorgenti dell’Aniene sui monti Simbruini. Sono luoghi dove cambia completamente il rapporto con il tempo, nelle città così frammentato. Naturalmente in quei luoghi occorre essere irraggiungibili, abbandonati alla natura, i telefoni cellulari sono vietati.

Il mondo di domani e la poesia.

Auspico che la poesia riprenda il proprio ruolo di servizio, come legante della collettività. Questo compito è stato affidato per molti anni al focolare televisivo, che ha presto rivelato la propria faccia oscura di focolaio d’isolamento: guardare insieme la televisione spesso disgrega, più che consolidare, le relazioni. Degli effetti della rete, che ha in larga parte sostituito il mezzo televisivo, è stato detto già troppo, ed è stata già anche sottolineata la solitudine fisica dei corpi seduti davanti ai computer, o la relazione astratta con altri corpi che spesso non conosciamo. Così come è stato detto tanto sui social, che hanno asservito la rete a narcisismi sempre più privi di parole (Instagram) e dunque a solitudini disperanti, quando inconsapevoli. Ma, detto questo, non intendo affatto demonizzare né i social né tanto meno la rete, che adopero quotidianamente e con gratitudine, intendo demonizzarne l’utilizzo tossico e incessante. La poesia, insieme alla natura, possono aiutarci a recuperare il tessuto del nostro corpo, ricordarci che esso è composto della stessa sostanza delle stelle e non – o non ancora – di pixel.

Chi è Maria Grazia Calandrone. Breve bio, anche obliqua.

Una persona che lavora per conciliare gli opposti. Per esempio, offrire un’opera che suggerisca un equilibrio tra “cosìdetta realtà” e immaginazione. 

Affari italiani 17.10.19

intervista di Ernesto Vergani

Si intitola Giardino della gioia (Lo Specchio-Mondadori) l’ultima raccolta in versi di Maria Grazia Calandrone. La poetessa, drammaturga e giornalista romana ci restituisce un’opera articolata, una sorta di sintesi della sua poetica capace di spaziare dal verso alla prosa. Allo stesso modo assistiamo a una scrittura che sa declinare il privato in collettivo, forte di un impegno che si focalizza su temi precisi: la complessità dell’amore, la molteplicità dell’io, soprattutto «ricordare che siamo un impasto tragicomico di bene e di male», dice Calandrone. Un tema, quest’ultimo, che detta anche il passo della sezione più originale, sostenuta da una ordinaria e tragica cronaca quotidiana, dove il registro diventa cronachistico e a parlare sono le voci di omicidi, criminali, artefici del male e di una deriva che talvolta – paradossalmente – nasce da un bene.

Il suo è un libro dedicato alla gioia, ma per niente consolatorio, mette infatti in evidenza quanto sia difficile “esporsi” anche alla felicità. Quali sono i rischi dell’amore?

Innumerevoli, limitandoci al dettagliato elenco scritto nel libro: mia figlia, di nove anni, sostiene che il rischio sia l’ottimismo eccessivo; Dante, che il rischio sia il venire fraintesi; Sabine Spielrein che il pericolo sia la perdita dell’io.

Io credo che il pericolo dell’amore coincida con la libertà radicale di perdere finalmente sé stessi. Finalmente e spaventosamente. Perdere sé stessi al punto di non riconoscere più i propri gesti e le proprie parole. Le lettere d’amore sono ridicole, scrive Pessoa. Tutti noi, innamorati, facciamo e diciamo cose ridicole, che però sono la nostra salvezza dall’abitudine e dall’asfissia dell’io.

L’amore è un terremoto che non ci lascia quelli che eravamo prima di essere travolti. Ma quella che resta in piedi dopo l’uragano è la parte più vera di noi.

È molto originale come nella prima parte, la dimensione più affettiva – a tratti lirica – a un certo punto converga nelle sezioni successive dove si entra frontalmente in certa tragica e spietata contemporaneità. Qual è la funzione della poesia oggi?

Dire la verità e ricordare che siamo un impasto tragicomico di bene e male. Questo libro vuole essere un promemoria sulla privata mostruosità e anche grandezza di ognuno di noi. Per ottenere il rispecchiamento del lettore attraverso la mia persona, mi sono messa per la prima volta nei panni degli assassini: alcuni disperati, altri spietati. Alla lettera: «organismi disabitati, luoghi deserti / dall’apparenza umana», persone completamente incapaci di compassione. L’ho fatto per comprendere, per indagare le sconosciutissime radici del male «e vedere di nascosto l’effetto che fa», se vogliamo alleggerire il tema con le parole di Enzo Jannacci. E l’effetto è francamente devastante.

Può accadere a tutti, che la potenza eversiva dell’amore si rovesci nel proprio contrario.

Nel suo libro tutto ci dice quanto siamo e possiamo essere solo nell’altro. È così?

Sì. Se l’altro non esistesse, non avremmo la meravigliosa opportunità di smettere, per un poco, di essere noi stessi e diventare, appunto, l’altro da sé.

Come è nata l’idea di dare al testo anche un taglio “cronachistico”?

Da qualche anno provo molto imbarazzo nell’estetizzare eventi particolarmente drammatici. Affrontando il tema della Shoah, nel febbraio 2011, ho compiuto per la prima volta una virata decisa verso la cronaca: mi sono rifiutata di sublimare, ho deciso di dire le cose come stanno, riportando parole di testimoni. Il sottotitolo del “poemetto” Verba manent, nato dalla visione di un lungometraggio sulla Shoah, è infatti, esplicitamente: «meditazione sulle parole dei testimoni in Shoah di Claude Lanzmann».

Allora – mi si potrebbe chiedere – perché queste parole si trovano in un libro di poesia? All’ipotetica domanda rispondo che la poesia, per me, è mondo che prende la parola. In certi casi, decido dunque di lasciare al mondo la sua voce e limitare il mio intervento a comporre le frasi degli altri in maniera suggestiva, evocativa, indicativa. Utile, perché anche solo lasciar annegare quelle frasi nel bianco della pagina, stampata dentro un libro di poesia, serve a staccarle dal brusio di fondo della cronaca, le incide nella nostra memoria.

Lei scrive: “Siccome nasce,/come poesia d’amore, questa poesia/è politica”. Qual è l’essenza politica dell’amore?

Ogni nostra azione, ogni piccola scelta quotidiana, tanto più quella delle parole che adoperiamo, è politica. La mia affermazione vuole anche richiamare la strategia politica al proprio fondo etico, di amore per la cosa pubblica e comune.

Inoltre, l’amore tra persone ci costringe ad accorgerci dell’esistenza di un altro. E l’esistenza dell’altro, che amiamo, è il primo bagliore del mondo, che ameremo.

La sua poesia è attraversata dal corpo, c’è molta fisicità e adesione alla vita, c’è attenzione all’altro e c’è una memoria della bellezza che pare essere nostra gioia ma anche pena. Che cos’è la bellezza per Maria Grazia Calandrone?

Quello che basta.

Se guardiamo il viso di una persona amata, siamo completi. Al posto giusto, nel tempo giusto. Mai sazi e, nello stesso tempo, pieni dell’ammirata malinconia del tempo che trascorre e del ricordo di una perfezione irraggiungibile, come è scritto nell’ideogramma giapponese di amore, che riassume la capienza assai piccola della nostra persona di fronte alla vastità appunto fisica del sentimento.

Se guardiamo uno spettacolo naturale, o la luce di una vetrina, che ci fa sentire “a casa”, siamo nella bellezza, cioè in un’identica pienezza amorosa.

La parte finale del libro è interamente dedicata ai rari momenti nei quali ci accorgiamo di essere vivi e della luce segreta del mondo, al puro esistere. Ovvero lo stupore per la bellezza che abbiamo ancora la fortuna di poter osservare. Ogni giorno.

Lei è autore, performer, giornalista e molto altro, soprattutto fortissima lettrice. Quali sono i suoi autori?

Tra i poeti: Dante e i poeti russi della rivoluzione, perché i testi di questi autori sono sospinti direttamente dall’energia propulsiva della storia. L’esilio, la rivoluzione, i grandi mutamenti sociali e politici, danno letteralmente fuoco alle parole.

E poi, seguo ogni volta con apprensione la ricerca esistenziale di Giorgio Caproni, il suo approdo all’ironia lieve, alla «disperazione calma» del viaggiatore che si congeda.

Naturalmente, la mia poesia si nutre di ogni genere di lettura, dai saggi scientifici ai quotidiani, che non mancano mai sulla mia scrivania.

Qual è la sua gioia?

I momenti nei quali sono accanto alle persone che amo e le so serene. Pur nella difficoltà del nostro mondo, ci sono delle oasi di straordinaria purezza, per le quali sono profondamente grata. La gioia è una costruzione quotidiana, sta soprattutto nel moto e nella direzione che imprimiamo al nostro tempo su questo stortissimo, stoltissimo e bellissimo pianeta.

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