Ha tradotto

da "Spoon River" (Giunti, 2015)

Gustav Richter
 
Dopo una lunga giornata di lavoro nelle mie serre
dormire era dolce, ma, dormendo sul fianco sinistro, i sogni
possono finire bruscamente.
Io ero tra i miei fiori, quando qualcuno
sembrò farli fiorire per prova, come preparandosi
a trapiantarli, dopo,
in un più vasto campo all’aria aperta.
E io ero un’apparizione immateriale
dentro la luce: fu come se il sole
avesse inondato l’interno e, toccata la cupola di vetro
come un palloncino, fosse scoppiato dolcemente
e si fosse dissolto in un’aria d’oro.
E tutto era silenzio, tranne uno splendore
immanente, un pensiero chiaro
come una voce e io, che ero pensiero,
potevo sentire una Presenza pensare
e avanzare tra le cassette, sfoltendo le foglie,
individuando insetti e annotando le sue valutazioni,
con uno sguardo che ha compreso tutto:
“Omero, oh, sì! Pericle, va bene.
Cesare Borgia, che ne facciamo di lui?
Dante, troppo concime, forse.
Napoleone, per il momento lasciamolo stare.
Shelley, più terra. Shakespeare, ha bisogno di essere irrorato – “
Ehi, nuvole! –

Davis Matlock
 
Immagina che non esista nient’altro che un alveare:
che dentro ci siano fuchi e operaie
e regine, e nient’altro che miele da accumulare –
(cose materiali come cultura e saggezza)
per la prossima generazione, questa generazione mai viva,
se non quando sciama alla luce del sole della giovinezza,
rafforzando le ali con quanto è stato raccolto
e assaggiando, sulla strada che porta dal campo di trifoglio
all’alveare, lo squisito bottino.
Immagina tutto questo e immagina la verità:
la natura dell’uomo è superiore
ai bisogni della natura nell’alveare;
e bisogna portare il carico della vita
e tutto quello che urge dalla sovrabbondanza dello spirito –
bene, io dico che starne fuori come un dio, certo
dell’immortalità, anche se non ci si crede del tutto,
sia il modo di vivere la vita.
Se questo non rende Dio orgoglioso di te,
allora Dio non è che forza gravitazionale,
o il sonno è la vittoria.

Charles Webster
 
Il bosco di pini sulla collina
e la fattoria lontana molte miglia
erano chiari come attraverso una lente
sotto un cielo blu pavone!
Ma nel pomeriggio un manto di nuvole  
velò la terra. E tu camminavi per strada
e attraverso il campo di trifogli, dove il solo suono
era il tremolo liquido del grillo.
Poi il sole tramontò tra grandi rotazioni
di burrasche lontane. Un vento che si andava levando
illimpidì il cielo e alimentò le fiamme
delle stelle esposte;
e fece dondolare la luna rossastra, appesa
fra la linea del colle
e i rami scintillanti del meleto.
Tu camminavi in pensiero la riva,
dove le gole delle onde erano civette
che cantavano sommerse e piangevano
allo sciacquio del vento fra i cedri,
finché ti sei fermata, troppo piena per piangere, vicina alla casa
e, guardando in alto, hai visto Giove
sfiorare la cima del pino gigante
e, guardando in basso, la mia sedia vuota,
cullata dal vento nel portico vuoto –
Sii brava, Amore!

Edgar Lee Masters, traduzione di Maria Grazia Calandrone

ad Afrodite, Saffo (in ELLE)

ad Afrodite, Saffo
traduzione di Maria Grazia Calandrone per Elle

immortale Afrodite, che siedi
bellissima, intrigante
figlia di Zeus, io ti prego
 
signora, non addomesticare
la mia anima con solitudine e dolore,
stai al mio fianco. è già successo
che tu abbia emancipato la mia voce
dal fango e, lasciata la casa di tuo padre, è già successo che tu sia venuta
sul tuo carro d’oro
 
lievi, rapidi uccelli
ti sospingevano sulla terra nera,
scuotendo le ali sottili – nell’azzurro.
 
siete arrivati così presto! e tu
felice, sorridendo con tutto
il tuo viso immortale,
mi hai domandato della mia nuova pena
e cosa ancora io chiedessi,
 
cosa desiderasse di più al mondo
la mia anima infuriata: “chi vuoi che Peito
persuada, Saffo
cara? – dicevi – chi ti maltratta?
 
colei che ora ti sfugge, t’inseguirà,
quella che non accetta i tuoi doni, offrirà a te
i suoi, lei
che non ti ama, d’improvviso
avrà cura di te.”
 
vieni da me, ancora. ancora
liberami da tanto dolore, lascia che accada
quel che desidero con tutta l’anima:
stai al mio fianco
da combattente, Afrodite!

Bruno Cany, WTC 9/11 - introduzione e traduzione di MGC (Poesia n. 284)

Qualche tempo fa abbiamo avuto modo di scrivere che le Torri Gemelle sono l’arto fantasma dell’Occidente, la parte del nostro corpo collettivo che – non essendo – più duole, l’assenza che pulsa vistosamente, a causa della propria trafitta e trafiggente qualità di assenza.

L’Occidente ha creato un organismo simbolico e culturale irto di torri, guglie e grattacieli. La mutilazione di un organo verticale risulta più evidente agli occhi di tutti. Tanto più alto lo slancio, tanto più vertiginosa l’evirazione – e tanto più cocente, se il contenuto simbolico e umano dello slancio era il cuore economico di un impero: dal paesaggio occidentale è stata amputata la svettante sicurezza commerciale, fondata su una logica del potere da primati: l’America è trafitta dove credeva di non poterlo essere, scrive Bruno Cany.

Prima di affrontare WTC 9/11 di Cany e rimanerne tanto colpita da decidere di tradurlo, mi ero arrovellata, insieme a tanti altri, sull’analisi dei fatti. Molti, prima di me, in ogni luogo del mondo, hanno impiegato il carico dell’angoscia come propellente per il loro servizio pubblico e privato di intelligenza politica e sociale del problema che un attacco così deciso e profondo poneva al mondo. Abbiamo perciò esaminato con la massima attenzione la tesi dell’America che attacca se stessa, ci siamo sottoposti alla visione dei raffronti tecnici tra il crollo delle torri e le demolizioni controllate degli edifici, abbiamo studiato i gradi d’incandescenza e assimilato le relazioni sugli odori sviluppati dalla catastrofe, primo fra tutti quello di cordite (una polvere infume da arma da fuoco), abbiamo registrato l’assenza di motori, che avrebbero dovuto essere incombustibili, di Boeing 757 nell’area collassata del Pentagono e piuttosto il rinvenimento, tra macerie sospette per contenuto e forma, della turbina di uno ScottWarrior della US Air Force. Abbiamo cercato di comprendere la tecnica dello sgretolamento di quei giganti che crollano dall’alto, si consumano come due matite temperate. Tutto questo ci ha tenuti occupati, mentre il resto – quello che Cany invece affronta e riporta da poeta, intatto, nel suo gelido brivido – restava incomprensibile – inassumibile, insopportabile, “fuori dal pensiero” come informazione sull’umanità – come l’ardere di certi corpi semivivi nei crematori nazisti.

Non basta il fuoco a consumare così, a squagliare gli innesti nella geologia terrestre di 47 colonne d’acciaio che portavano la struttura, a far cedere quello che noi abbiamo visto cedere: è necessaria una serie di detonazioni. O meglio: perché ciò sia potuto accadere, ancora una volta nella storia, è occorsa la detonazione primaria: quella della identificazione elementare di uomo con uomo. Ben prima delle torri, è esplosa la coscienza, la legge che impedisce l’omicidio. Insieme alle torri ha ceduto di qualche altro grado l’intera gioia umana, perché ha ceduto di qualche altro grado la fiducia che è necessario avere nella bontà degli uomini, per essere felici.

Così, abbiamo preferito sopportare la consapevolezza dell’emissione di quantità inimmaginabili di diossine, residui tossici, mercurio e vanadio, nomi affascinanti e velenosi. Poiché l’etica possiede una sua logica, la massa di informazioni che abbiamo assunto sul caso circondava con argini di pietra l’angoscia e il dolore per l’irragionevolezza morale dell’evento.

Cany invece inscrive il candore dei corpi nel panorama bianco, deserto e disarginato di un dopo apocalisse, non risparmia il rumore degli organi di quelli che si sono lanciati da un’altezza sovrumana verso il cemento, sperando in una salvezza miracolosa. Allo stesso modo, all’apertura delle camere a gas, i resti dei prigionieri venivano rinvenuti ammassati il più lontano possibile dai punti di rilascio dei cristalli venefici di Zyklon B. Tutti avevano lottato in cerca dell’aria. Gli internati si schiacciavano contro il buio ciecamente per salvarsi, gli impiegati delle Twin Towers si gettavano dalle finestre dei grattacieli sperando che qualcuno, qualcosa, avrebbe colto il pregio della loro unica vita. Nessuno è fatto per morire anzitempo. Fino all’ultimo istante una psicofisiologia sana rifiuta l’idea di essere per finire.

Gli esseri umani, nel poemetto di Cany, cadono e basta: senza trasfigurazione, senza commento, senza compiacimento macabro o addolcimento visionario. Detonazioni e basta.

Avevamo letto con commozione e rabbia le teorie sulla nuvola satanica che si era levata sopra l’incendio, comprendendo ancora una volta l’uomo, la nostra volontà di espellere il male, di dare al male un nome che non sia il nostro nome. E, infine, avevamo conosciuto lo sconvolto dolore dei soccorritori, abbandonati dal paese che avevano contribuito a salvare mettendo a rischio la propria vita. La tesi di Fahrenheit 9/11 di Michael Moore ci aveva convinti: il capitalismo era stato così feroce da sviluppare un’aggressione autoimmune, perché aveva avvertito i primi scricchiolii della sua configurazione economica, era riuscito a rimandare di un decennio la crisi odierna.

Ma poi WTC 9/11 di Bruno Cany scavalca tutto questo: non tenta di sciogliere un problema politico, sociale ed economico, ma si mette all’altezza delle cose e dello sgomento. Cany ci pone di fronte alla mera esposizione dei fatti, divide il suo poemetto tra parti smaglianti come lame, di nuda cronaca (che pertanto ravvivano la sensazione di incredulità che provavamo tutti durante il lento assorbimento della notizia) e racconti dal fiato spezzato, con un ritmo continuamente fratto da singhiozzi, da una respirazione realisticamente difficoltosa.

Tutte le relazioni dei tecnici, tutte le teorie della salvezza e dell’inferno verranno dopo. Adesso siamo dentro l’evento, più e più volte: in WTC 9/11 il nastro si riavvolge e la scena dell’impatto tra gli aerei e le torri ricomincia ogni volta, ogni volta nutrita di nuovi dettagli, riproduce a sua volta il tempo ciclico delle televisioni e i momenti dell’apprendimento esterrefatto e progressivo dei comunicati e dei loro dettagli, ormai quasi in diretta, dalle televisioni di tutto il mondo. Cany simula dunque l’allucinato metabolismo "in tempo reale" che tutti abbiamo vissuto, quando ognuna delle edizioni straordinarie di quel telegiornale permanente che è andato in onda all'epoca aggiungeva dettagli a dettagli, aumentava a ogni giro d’ora la conta degli scomparsi.

Il nostro è il tempo della riproducibilità. Nel caso di un evento così enorme la riproducibilità infila un cuneo sotto la retta scorrevole del tempo e la involve e la ritorna ruota, riconsegna al tempo la sua qualità di tempo circolare del mito, non quella della indifferenziazione televisiva e/o della frammentazione informatica. Si ottiene un circuito monumentale e “incantato”, senza possibilità di effrazione. Questo incantamento – nei suoi sensi di blocco e di incantesimo – è riprodotto da WTC 9/11.

L’economia interrotta, lo smagliante congegno divenuto superfluo, il meccanismo inceppato del tempo stesso, sono detti benissimo da Cany quando, adesso con gli occhi di un fotoreporter che cerca di raggiungere in bicicletta l’epicentro del disastro, incrocia una statua di uomo d’affari, le cartelle sulle ginocchia, / come una forma umana raggelata su una terra improvvisamente ferma.

Il tempo e l’evento, più volte replicati, vengono recepiti da diversi exempla umani, posti in diversi frangenti esemplari: Cany assume nella sua lingua le parole dei testimoni, come spesso fanno i poeti, la qualità dei quali è un serio tentativo di identificazione, di assunzione – per quanto possibile – di destini altrui: Cany impersona vari punti di vista, fino a quello del Presidente del Consiglio di sicurezza, che vara un piano contro il terrorismo internazionale, fino al punto di vista degli oggetti, quando vede il disastro dal basso, quando osserva il disastro degli oggetti comuni che vengono sconvolti. Gli oggetti, decontestualizzati, straniati dalla calamità umana, fanno compassione.

Non produce commento possibile la fila degli uomini coperti dalla polvere finissima che ha innevato dei suoi veleni la punta Sud di Manhattan, rimane solo la necessità animale di coprirsi il viso, di stare chiusi in una maschera bianca. Né i presenti possono parlare.

Cany relaziona la agghiacciante superficie dei fatti, poiché il mistero “reale” non è chi sia stato a compiere i fatti, ma sono i fatti stessi, che da soli rivelano la capacità umana – da ovunque provenuta – di averli compiuti.

Come ad Auschwitz, si è slacciato il contratto sociale tra uomo e uomo. Possiamo certamente, a posteriori, ipotizzare e infine ricostruire il volto di un nemico verosimile, ma il fatto è che siamo tutti più soli, riscossi da un aumento di solitudine, da questa grande perdita comune.

WTC 9/11

Bruno CANY, traduzione di Maria Grazia CALANDRONE

« A questo punto, non sono certa che ciò che ho scritto sia vero. Sono certa sia veritiero. »
                                                                                 Charlotte Delbo

                                              – 1 –
    È una mattina come le altre su Broadway, fa uno.
    Sono le 8.30 e il cielo è radioso, aggiunge un altro.
    Nell’Upper West Side, la giornata non potrebbe essere più bella, dice un altro ancora.
E, in effetti, la vista su Riverside Drive annuncia una di quelle mattine di fine estate, chiare e piene di sole, che si vedono solo a Manhattan.
    Tuttavia, alle ore 8.46 un Boeing 767 s’incastra in una delle Twin Towers.

                                               – 2 –
     Ore 8.46, un Boeing 767 American Airlines s’incastra nella torre Nord del World Trade Center.
    Tutti sono sbalorditi per questo inverosimile incidente. Fin che, diciassette minuti più tardi, alle
    ore 9.03, un Boeing 767 United Airlines s’incastra nella torre Sud.
    Allora si capisce che si tratta di un attentato. Che l’America è trafitta dove credeva di non poterlo essere:
    Nel suo terreno, precisamente qui, nel suo cuore culturale ed economico – Manhattan.

                                                 – 3 –                  
     Come ogni mattina, prendo la metropolitana verso le 9 sulla 2ª strada, linea F.
    Scendo alla stazione Rockefeller Center, all’angolo tra la 47ª e la 50ª.
    Approfitto del centro commerciale che conduce al palazzo del gabinetto Pricewaterhouse Coopers.
    Nella vetrina di un parrucchiere, una televisione diffonde l’immagine di una torre in fiamme.
    – Penso a un film di Bruce Willis. Prendo l’ascensore fino all’ufficio…
 
    Appena arrivato, mi circonda un’aria di panico e stupore.
    Vengo a sapere che la seconda torre è appena stata colpita, in quell’istante, da un altro aereo.
    Scendiamo in strada: Una enorme nuvola nera si solleva al di sopra delle torri gemelle.
    Ci viene detto che sono crollate. La direzione c’invita a tornare a casa.
    Comincia così una lunga marcia…
 
    Incrociamo persone coperte di cenere, un’armata di ombre dove solo gli occhi sono visibili.
    Davanti all’Empire State Building echeggia la sirena di un camion dei pompieri e la folla si mette a correre, per un centinaio di metri…
                                                    *
     Se la vista su Riverside Drive annuncia una splendida giornata,
    in compenso su Broadway, quando raggiungiamo il fiotto umano che si dirige verso la città alta, l’atmosfera è surreale:
    Le persone si trascinano lungo i marciapiedi in una processione senza fine. Tutti stanno in silenzio.
    Sembra che una coorte di Zombies attraversi il ponte di Brooklyn…

                                                   – 4 –
     Ore 8.46, un Boeing 767 American Airlines s’incastra nella torre Nord del World Trade Center.
    Ore 9.03, un Boeing 767 United Airlines s’incastra nella torre Sud.
    Sono partiti entrambi dal Logan Airport di Boston.
    Il primo ha decollato alle ore 7.59 e il dirottamento è stato segnalato dallo steward alle ore 8.19.
    Il secondo ha decollato alle ore 8.14 e il dirottamento è stato segnalato dallo steward alle ore 8.52.

                                                  – 5 –
     “Attenzione, crolla!” grida un poliziotto. Sudato, paonazzo in viso, ci spinge in direzione di una via più lontana.
    “Oh, mio Dio!” Un coro di grida, urla. Alcune persone piangono, si stringono fra le braccia…
    Sono le ore 10.10 e non rimane che una torre in fiamme.
    Un denso fumo nero e grigio avvolge il sud di Manhattan. Il suolo è disseminato di carta straccia.
    Tutto è trasfigurato da uno spesso strato di polvere grigia, molto chiara.
    Le strade, le automobili, le persone, sono coperte da questa “neve” che attenua il rumore dei passi, delle automobili, e rende tutto ancora più irreale.
   
    In mezzo alle sirene delle ambulanze, alle sirene della polizia, alle sirene dei pompieri, le persone non dicono una parola, inebetite.
    Si guardano, abbassano la testa e affrettano il passo. Quelli che non hanno una maschera di polvere si coprono il viso.
    I feriti sono allineati sul marciapiede. Avanzare è difficile:
    I poliziotti impediscono di passare; poi, sorpassati, smarriti, lasciano fare.
    Ora le strade sono deserte. Solo i pompieri sono laggiù, abbattuti, scoraggiati.
    Improvvisamente, la seconda torre crolla…
 
    Corriamo a rifugiarci in un ristorante e ci nascondiamo sotto i tavoli.
    Bombole di ossigeno sulla schiena e maschere sul viso, i pompieri ci raggiungono.
    Tre secondi. E la massa di macerie e polvere si abbatte.
    L’edificio trema, resiste. Qualche vetro si sbriciola. Poi, silenzio.
    All’improvviso si fa notte nera in pieno giorno…
 
    Fuori, non si vede a due metri. Filtra solo un forte odore di bruciato.
    Il padrone del ristorante distribuisce tovaglioli per coprirci naso e bocca.
    Gli automezzi della polizia e dei pompieri emergono, anneriti e ammaccati, da nuvole di polvere.
    Qualche minuto più tardi il paesaggio riappare, allucinante, mutilato:
    Attorno, i palazzi in vetro e acciaio degli uffici sono in fiamme, i vetri sbriciolati. Alcune parti sono crollate.
    Esplosioni e detonazioni si susseguono.
    Blocchi di ferraglia cadono giù. Urti sordi, sollevano nuvole di polvere…

                                                  – 6 –
     Ore 8.46, un Boeing 767 American Airlines s’incastra nella torre Nord del WTC.
    Ore 9.03, un Boeing 767 United Airlines s’incastra nella torre Sud.
    Entrambi sono partiti dal Logan Airport di Boston.
    Ore 9.59, la torre Sud crolla; ore 10.28, la torre Nord crolla a sua volta.
    Totale: 2763 morti. Ovvero: 2165 impiegati e visitatori; 441 pompieri e poliziotti; 157 persone a bordo degli aerei.

                                                  – 7 –
     Stamattina giro un documentario sui pompieri newyorkesi.
    La mia telecamera è appoggiata contro il mio addome, quando sento qualcosa come un treno che arriva su di noi.
    Alzo gli occhi e, tra i due edifici, vedo passare un aereo American Airlines, che vola veramente troppo basso e troppo veloce.
    Faccio con la telecamera una rapida panoramica a sinistra.
    La traiettoria dell’aereo è nascosta per una manciata di secondi dalla massa di un edificio,
    si può immaginare che l’aereo si sia volatilizzato nel frastuono assordante della città.
    E quando riappare nell’inquadratura, è per colpire la torre Nord del World Trade Center!      
    La folgore della traiettoria è perfetta: una freccia scoccata con potenza inaudita.
 
    “Che casino di merda” urla un pompiere passato il momento di stordimento.
    “Che cazzo di casino” soffia un altro davanti all’impresa che si annuncia.
    Quando il capo Pfeiffer torna nella vettura, ha già capito: la traiettoria è stata troppo perfetta perché si sia trattato di un incidente.
 
    Noi arriviamo sul posto attraverso la porta principale della torre Nord.
    Tutte le finestre sono state soffiate via. E a destra due persone bruciano a terra, vive.
    Non dimentichiamo quei rumori assordanti. A intervalli regolari, poi via via più frequenti.
    Sono come delle esplosioni o delle detonazioni, come nessuno di noi ha mai sentito; e che, ogni volta, fanno sobbalzare i pompieri.
    Sono i “jumpers”: i corpi di quelli che si schiantano sul cemento.
                                                    *
     Alla stazione di comando affluiscono centinaia di pompieri che, presi gli ordini, defluiscono.
    La nozione del tempo mi abbandona. Si è come ritirata da me.
    Si sente ancora un rumore di aereo che accelera, seguito da un’esplosione.
    Dalle finestre, vedo cadere detriti in fiamme…
 
    Si produce una distorsione: la nostra torre è in fiamme, la seconda è appena stata colpita,
    e sempre lo choc sonoro dei corpi che si schiantano sul cemento,
    quando all’improvviso un ascensore si apre al piano-terra,
    liberando una ventina di persone che salivano agli uffici e che ignorano del tutto l’attacco terroristico.
 
    Davanti all’impossibilità di spegnere l’incendio al di sopra dei punti di collisione,
    il progetto è passare attraverso il fuoco per tentare di salvare più persone possibili,
    e assicurarsi che l’incendio sia ben contenuto.
    In quel momento si sente un enorme schianto venire da sopra,
    come un treno della morte che arriva su di noi spinto a tutta velocità.
    Io mi slancio verso una scala mobile, e corro. Poi mi dico: “Sto morendo, tanto vale che mi siedo”
    Mi fermo, dunque. Il fumo arriva, mi avvolge. Sento i detriti cadere.
    Penso che sia la fine. Ma i secondi si sgranano e io sono sempre lì.
 
    Il capo Pfeiffer non smette di ripetere: “A tutte le unità nella torre Nord, evacuazione immediata…. Evacuazione immediata.”
    Non abbiamo assolutamente idea di cosa stia accadendo. Pensiamo che sia crollato un piano della nostra torre. “A tutte le unità…”
    Cerchiamo un’uscita. La piazza è troppo pericolosa: continuano a cadere i “jumpers” e i detriti.
    Arrivati al World Financial Center, la torre Nord sembra intatta, mentre la torre Sud è invisibile dietro il fumo.
    Ci prepariamo a tornare quando sentiamo di nuovo un frastuono provenire dall’alto.
    Alziamo la testa. Giusto in tempo per vedere la torre crollare…
 
    Io corro dritto avanti, corro. Fin che mi dico che non posso correre più veloce di un edificio di 120 piani che crolla.
    Allora mi sdraio tra due automobili pensando che sia arrivata la mia ultima ora.
    Qualcuno si getta sulla mia schiena. Poi la nuvola di detriti e polvere arriva.
    Comincio a soffocare. Giganteschi blocchi in fiamme si schiantano tutto intorno.
    Poi smette. Nessun rumore. Come quando scende la prima grande nevicata, i rumori sono azzerati. Dalla città, non si sente niente. Silenzio assoluto.
    Poi soffia il vento e comincia a spingere la polvere verso est.
    Sento la voce del capo Pfeiffer che si alza e mi dice: “Ok, adesso possiamo andare.”

                                                     – 8 –
     Ore 8.46, un Boeing 767 American Airlines s’incastra nella torre Nord del WTC.
    Ore 9.03, un Boeing 767 United Airlines s’incastra nella torre Sud del WTC.
    Ore 9.37, un Boeing 757 American Airlines si schianta sull’ala sud-ovest del Pentagono.
    Ore 9.59, la torre Sud del WTC crolla.
    Ore 10.03, un Boeing 757 United Airlines si schianta in aperta campagna a Shanksville, Pennysilvania.
    Ore 10.28, la torre Nord del WTC crolla a sua volta.

                                                      – 9 –
     Sono nel mio ufficio nel Connecticut quando la mia segretaria mi informa che un aereo ha colpito una delle Twin Towers.
    Accendiamo la televisione e assistiamo in diretta all’impatto dell’aereo contro la torre Sud del World Trade Center.
    Verso le 9.30, mentre siamo rimasti scioccati lì sul posto, ricevo una telefonata del fidanzato di Jean.
    Secondo i notiziari televisivi, mi spiega, i radar hanno perduto le tracce di un altro aereo della American Airlines.
    È inquieto, perché Jean ha l’abitudine di telefonargli appena prima di imbarcarsi.  
    Ma stavolta niente. Nessuna notizia. Ci aggrappiamo alle probabilità:  
    Jean potrebbe essere in qualsiasi aereo delle American Airlines partito dall’aeroporto di Boston nella stessa fascia oraria.
    Decido di tornare a casa da mia moglie.
    Arrivando verso le 11.30, incontro parecchi amici…
                                                     *
     Il giovane medico d’urgenza grida: “Sono un medico, qualcuno ha bisogno di un medico?”
    Quello che grida durante le riprese: “… qualcuno ha bisogno di un medico?!
    Che si mette a cercare: “Non trovo persone. Sono tutti morti.”
    Intorno a lui, brandelli umani sparsi in ogni luogo.
    “Sono un medico. Qualcuno ha bisogno di un medico?”
    “Morirai anche tu se non sposti il culo da qui”, dice uno nella polvere dietro un’automobile.
    Al riparo dietro l’automobile, punta il suo apparecchio al cielo nel momento in cui crolla la seconda torre.
    “Oddio, è la fine. Ecco, sto per morire pure io. Che orrore! Che orrore!
    Addio bambini miei, addio mio amore, addio, io ti amo!”
    Nero. Poi si vede la sua mano che pulisce l’obiettivo ancora girato al cielo,
    e sull’immagine di diecine di uomini e donne che si ammassano ai bordi delle finestre,
    e di altri che si gettano nel vuoto prima di schiantarsi sul cemento in un rumore di detonazione.
    Quello si alza, riprende il suo lavoro: “Sono un medico, qualcuno ha bisogno di un medico?”
                                                   *
     Arrivando verso le ore 11.30, incontro parecchi amici venuti a raggiungere mia moglie.
    Uno di loro mi si avvicina e mi informa che Jean è stata registrata a bordo del volo 11…
    Non vogliamo perdere completamente la speranza malgrado tutto:
    potrebbe esserci un errore nel file, potrebbe essere…
                                                     *
     Sono al telefono con mio figlio, che vive a cinque isolati dalle torri gemelle e vede il fumo invadere inesorabilmente il suo appartamento.
    Io sento la sua voce, lui sente la mia; però non posso aiutarlo, rassicurarlo.
    Qualcosa nella sua voce rimane fuori dalla portata della mia;
    e la mia voce è come quella di chi non comprenderà mai la situazione semplicemente perché non c’è.
    La mia presenza a distanza è inghiottita dalla trappola dell’impotenza della presenza assenza.

                                                   – 10 –
     Ore 8.46, un Boeing 767 American Airlines – il volo AA 11 – s’incastra nella torre Nord del WTC.
    Ore 9.03, un Boeing 767 United Airlines – il volo UA 175 – s’incastra nella torre Sud del WTC.
    Ore 9.37, un Boeing 757 American Airlines – il volo AA 77 – si schianta sull’ala sud-ovest del Pentagono.
    Ore 9.59, la torre Sud del WTC crolla.
    Ore 10.03, un Boeing 757 United Airlines – il volo UA 93 – si schianta in aperta campagna a Shanksiville, Pennysilvania.
    Ore 10.28, la torre Nord del WTC crolla a sua volta.

                                                     – 11 –
     Sono nel mio ufficio, al 44° piano di una torre, con una vista mozzafiato sulle Twin Towers.
    All’improvviso vedo un fumo gigantesco provenire da una delle torri. Chiamo i miei collaboratori.
    In quel momento vediamo un aereo incastrarsi nell’altra torre, dentro una enorme bolla di fuoco.
    Accendiamo la televisione e veniamo a sapere che altri aerei sono in procinto di attaccare, magari proprio la nostra torre.
    Tuttavia rimaniamo, la testa contro i vetri a guardare le torri bruciare, poi crollare una dopo l’altra.
    Dietro di noi, i commentatori descrivono l’attacco contro il Pentagono,
    poi la caduta di un quarto apparecchio in Pennysilvania…
 
    Presidente del Consiglio di sicurezza, mi chiedo che reazione dobbiamo avere a nome della comunità internazionale.
    Non potendo metterci in contatto con Parigi, prendiamo la decisione di organizzare un piano di risoluzione.
    Il testo viene portato ai nostri colleghi del Consiglio di sicurezza proponendo loro di adottarlo alla prima apertura del palazzo delle Nazioni Unite.
    Nel corso di questo incontro estremamente commovente, dove noi esprimiamo principalmente la nostra solidarietà con il popolo americano, adottiamo la risoluzione 13.68 attraverso un voto del quale suggerisco le modalità:
    invece di alzare la mano come facciamo abitualmente, tutti gli ambasciatori si alzano solennemente in piedi.
    Adottato all’unanimità, questo testo cambia il diritto internazionale, e permetterà di creare una coalizione mondiale di lotta contro il terrorismo internazionale.

                                                     – 12 –
     Ore 9.37, un Boeing 757 American Airlains si schianta sull’ala sud-ovest del Pentagono.
    È partito alle ore 8.20 dal Washington Dulles International Airport e ha compiuto una virata non autorizzata alle ore 8.54.
    Totale: 189 morti. Ovvero, 125 civili e militari; 64 persone a bordo dell’apparecchio.
    Ore 10.03, un Boeing 757 United Airlines si schianta in piena campagna a Shanksville, Pennysilvania.
    Ha decollato da Newark alle ore 8.42, il dirottamento è stato segnalato dallo steward alle ore 9.36…

                                                     – 13 –
     Dalla posizione nella quale ci troviamo, i miei bambini e io, su Broadway, verso l’80ª strada,
    non c’è il benché minimo segno, nessuna traccia di quello che sta accadendo in pieno centro.
    Bisognerà aspettare venti ore prima che l’odore di gomma bruciata trasporti la realtà fino alla 110ª strada…
                                                          *
     Torno precipitosamente a casa. Inforco la bici, macchina fotografica a tracolla. Direzione pieno sud.
    La maggior parte delle persone risale precipitosamente verso nord.
    Le linee della metropolitana hanno appena chiuso, e devono riprendere il loro lavoro.
    Un po’ più in basso, uomini e donne corrono, sconvolti, fuggendo dal luogo della catastrofe.
    C’è anche un numero impressionante di persone che, dalla strada, cercano di fotografare le Twin Towers.
 
    Avanzo verso un muro, opaco e bruno. Di fiocchi bianchi che fluttuano nell’aria.
    Entro nel muro di fiocchi e ho l’impressione di entrare nella notte.
    Difficile vedere qualcosa tanto la polvere è spessa, soffocante.
    E questo odore fortissimo nell’aria. Un tanfo persistente…
    Alcuni fogli volano nell’aria e si sparpagliano lungo la strada.
    In un piccolo parco, perduto nell’opacità, incrocio una statua di uomo d’affari, le cartelle sulle ginocchia,
    come una forma umana raggelata su una terra improvvisamente ferma.

                                                    – 14 –
     “L’eccezionalità dell’11 settembre: questo avvenimento non ha nome tanto è difficile da descrivere:
    è stato non solo imprevedibile, ma impensabile: “fuori dal pensiero”.
    Se c’è un mistero nell’11 settembre, non è quello della realtà dei fatti,
    ma quello della capacità degli esseri umani di compierli: l’Eterno mistero della nostra disumana umanità.
    In questo senso, l’11 settembre è più simile ad Auschwitz che a Pearl Harbor:
    ci mette a confronto con la dimensione dell’uomo che sfugge ai nostri valori fondamentali e al contratto comune alle società civili.”

                                                     – 15 –
     C’è una fila di ambulanze venute da tutta la costa orientale degli Stati Uniti e posteggiate lungo tutto l’Hudson,
    perché ci sono più morti che feriti.
    Ci sono fotografie attaccate ovunque sui muri:
    “Cerco mia sorella!; “Avete visto questa persona?”;
    Quella sera in città ci sono cappelle improvvisate, dove i newyorkesi vengono ad accendere candele e a cantare.

                                                     – 16 –
     Ore 10.03, un Boeing 757 United Airlines si schianta in piena campagna a Shanksiville, Pennysilvania.
    Ha decollato da Newark alle ore 8.42, il dirottamento è stato segnalato dallo steward alle ore 9.36.
    e alle ore 9.57, avuta notizia degli altri attacchi attraverso i telefoni cellulari, i passeggeri si rivoltano…
    Totale: 44 persone a bordo. Tutte decedute.         

Hafez (in "La vita chiara", transeuropa, 2011)

frammento di lettura per il Festival "Tradurre (in) Europa" a cura di Domenico Ingenito (Napoli, Teatro Nuovo, 24.11.10) con Antonella Anedda, Omari Ghiani, Domenico Ingenito, Rosaria Lo Russo, Edoardo Zuccato. Musica dei Bonamanera. Riprese video di Arturo Casu Calandrone

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DIALOGHI CON HAFEZ
 
I
Ghazal della donna di Shiraz
 
1.
 
Per il suo sì – se lei
si degnasse di accogliere
nella cavità fresca dei suoi palmi la perla
nera di combustione del mio cuore
per il nero nonnulla
sulla sua guancia io
cederei le tombe
dei padri a Samarcanda e le moschee di Bukhara.
 
2.
 
Svuota i lombi di creta delle anfore
nelle coppe affiancate, amico
caro, siedimi accanto
per guardare l'oasi
e il cadere
dei pampini di vigna nella sparatoria
del vento e per vedere poi come dal bianco delle
acque verso la sera si levino le upupe dalle corte
ali
e sapere così
irreversibilmente che per una cosa
che cade un'altra cosa
si solleva ma niente
di questa bellezza
ci seguirà
più nessuna giustizia
ci coprirà le spalle
nella incomprensibile enormità dei cieli.
 
3.
 
Ahi, quanti!
dolci e giocosi e vagabondi ragazzi
fanno tempesta nelle acque vive
del mio cuore e mietono da barbari
re della luce la messe delle tavole imbandite
della capitale
che protende il suo oro medioevale tra cedri e ulivi.
 
4.
 
Mi metto – metto me – come un mosaico superfluo
sotto i suoi piedi: sono una piccola catasta di membra
che la sua nudità dovrà pur
calpestare, così bella da non aver bisogno
di abbassare il suo cuore sul mio cuore
manchevole. Io sono sottomesso come una mandria
sono disperso
in lei talmente
sufficiente a se stessa
che nella solitudine della sera
non si chiama nemmeno la luce
sulle guance, per rapirmi non usa nessuno
degli inganni che affaticano la bellezza
di tutte le belle, non adopera niente
per tentarmi.
 
5.
 
La mia Signora è diventata alta e trasparente come un'immagine sacra ora che è vinta
dalla grazia
di un ragazzo che cresce nel sole
come una bella pianta di limone: questa
che è la mia infinitamente
amata, è tornata bambina, lei è
l’immacolata
che si lascia cadere
insieme al suo pudore come un velo 
sotto la pianta: lui le ha spalancato duramente
senza volere e senza
resa l'ala bianca del cuore, l'ultimo
sempreverde del suo petto dorato dal crepuscolo.
 
6.
 
Mi disprezzi, tu
mi comandi e maledici
la mia stirpe, ma il mio cuore è astratto come una pietra
e ha linfa per vedere
solo il rubino acceso delle tue labbra, più dolce
nel contrasto con l'amarezza e la stortura
dei ragionamenti.
 
7.
 
Stammi vicina adesso, anima mia, fatti imparare
adesso, ché domani
rinnegherai il tuo nome: importa più dell'anima e più
della vita al mio ragazzo il miele
dei comandamenti che cola dal labbro in silenzio.
 
8.
 
Parla, sorella, della verde distesa che sostiene
il passo ai camminanti
del mattino, parlami della gioia che questa notte ancora
hai meritato con il tuo sorriso – non spalancarmi
lo strapiombo del mare
l'anima secca chiusa
come una lucertola sotto i sassi, non sondare i puntelli e le trafitture
del mondo, perché nessuna scienza
e nessuno strumento
di indagine spiana la strada al silenzio sotto i sassi del mondo.
 
9.
 
La curva bianca della gola schiera
le nere uova delle tue parole in una sola
linea. Allora, canta!
fin che le sette sorelle
del cielo dalle catenelle
d'argento delle caviglie metteranno nel cielo grida di donna (e dietro: bianca polvere e trambusto
di tori) sul motivo supremo della tua gola.

II
Ghazal delle domande
 
1.
 
Perché scopri il tuo volto Signora, d'improvviso perché
sollevi il velo, perché esci correndo di casa
come preda di un vino
randagio che ti piaga la gola, come morsa dai cani del tuo cuore affamato, perché?
 
2.
 
I tuoi riccioli in balìa del vento
e le orecchie acutissime al servizio
del più ingeneroso
armento della terra: l'amata, lei 
prediletta fra tutte
perché a tutti concede
la sua confidenza?
 
3.
 
Come il castigo ci colpisce a caso in questo profondissimo
mezzogiorno. Dall'umido nord
che fa toppe di muschio sui mattoni dei vicoli alla deserta
stele innalzata
sul quadrilatero delle fortificazioni si è confusa la fama
della tua bellezza
alla fama del sole – ma nel tuo cuore è nulla
la gloria del corpo: perché
non dai peso allo slancio della terra
così viva coperta di fiori e stormi?
 
4.
 
Perché all'alba mi hai dato da baciare
la punta del tuo ricciolo e alla sera
con un gesto del capo lo hai sottratto
e con la vuota polvere hai commisurato
il mio cuore paziente, perché?
 
5.
 
La tua lingua rivela il segreto
chiuso nella tua bocca, la tua cintura
pesa e descrive
la mollezza dei fianchi: perché
minacci la mia vita con la spada
solo perché io vedo, solo perché io sento
il tuo mistero, perché?
 
6.
 
Perché sorridi come per amore mentre inganni
quelli che come me hanno gettato
la loro intera sorte
sul tuo bianco tappeto di carne
e sorriso e capelli, perché?
 
7.
 
La mia casa è affollata di estranei
che non scaccio nemmeno
quando il volto gentile dell'amico
si affaccia dalla calce
dei corridoi e chiama
amica l'amica
e aggiunge quel nomignolo lucente
di lucertole e biglie. Perché
– cara – non rispondi al mio vero
silenzio, perché
lasci esposto il dolore dietro il sottile
velo
di chi non ti minaccia
intimamente? Perché nascondi il corpo, perché
rinunci, perché
confondi
il mio strazio nel sangue della vostra ferita?

III
Ghazal dell'Amore
 
1.
 
L'arco scoccante delle tue sopracciglia
versa sangue e lamento
fuori da me curvato
da una nera impotenza.
 
2.
 
Il lago splendido della tua fronte ha appiccato le fiamme a ogni fiore dell'albero
Arghavàn quando sei arrivata così
ebbra e sudata
come dopo l'amore – nel giardino.
 
3.
 
Ogni tuo sguardo rivolta la terra: a ogni rivolta
compiuta dal narciso dei tuoi occhi altèra
ruota la madre terra. Sposa, cerva.
 
4.
 
Con il favore della brezza il gelsomino
colma di fango tenebroso
le corolle e ammutolisce
per la vergogna
del paragone al chiaro delle tue guance.
 
5.
 
Ah, gli annodati riccioli delle viole e belli
intorno alle capriate sono un nonnulla
per lo zefiro dolce, che porta
in giro per il mondo solo la descrizione dei tuoi riccioli viola.
 
6.
 
Io me ne stavo come un santo ed ero
cieco. Stavo
fermo nel luogo.
Ora eccomi ovunque
divaricato
dalla passione per questi due veggenti: vino
indovino e musica divinatoria.
 
7.
 
Sciacquo la tunica nell'acqua rossa – io mescolo
la saggezza e l'ebbrezza
nel catino del mondo: non si può
persuadere l'eterno
timoniere a mutare le rotte
con queste persuasioni sottomesse al tempo.
 
8.
 
Ah, indiviso colore degli indivisi
universi, quando l'amore ovunque
spingeva il suo sguardo: ah, come l'azzurro!
dei cieli allacciava al mio corpo altre figure. Alte. Bianche.
 
9.
 
Forse il vino ci mette come l'amore
nella incondizionata dimenticanza
di noi: allora
il peccato e la grazia
la volontà e il destino
si guardano negli occhi da fratelli di sangue, allora internamente
si appiattisce la nera
catena delle conseguenze
e nel buio occipitale
ruota la luminosa
scalea della durata.
 
10.
 
Schiava è adesso la terra ai miei
desideri, perché il disco del tempo mi ha gettato ai piedi del Signore:
alle scalze, marmoree
caviglie del Signore.
 
Roma, luglio 2007 

link alle riscritture su "Il porto di Toledo":
http://www.lerotte.net/index.php?id_article=53&PHPSESSID=967ded179804dd18860fe7e2d3610812

Esteban Nicotra (NAE n. 24, CUEC, aut. 2008)

Ramiro Fonte (ad est dell'equatore, 2008)

in 10/10
(ad est dell'equatore, 2008)
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

PIANO BAR
 
Dai luoghi appartati si vede meglio il mondo,
dunque nei locali dove tengono un pianoforte
gli strumenti sfolgorano nell’acuto degli angoli
perché la pianista da lì possa soppesare il mondo.
 
Dai luoghi appartati si vedono meglio l’ambiente
e le maschere che contengono i fallimenti,
per ciò la pianista esegue da un cantuccio
brani che sono pretesti per misurare l’ambiente.
 
Dai luoghi appartati si captano storie segrete,
i desideri muti che ognuno custodisce nella memoria:
tutte le pianiste sono in realtà
cacciatrici occulte di storie segrete.
 
Così, questa pianista sa che desidero la ragazza
e che, cercatore di argento nella bionda
capigliatura, e degli occhi felini che ricordavo,
sono venuto qui correndo dietro alla ragazza.
 
Che, come uno stratega, ho scelto questo posto al bancone
e se ho chiesto un whisky è stato per spiare meglio
lei che tradisce tutti o quasi con un solo sguardo
che attraversa, affluente misterioso, e muore su questo bancone.
 
Si dice che le specchiere siano pozze traditrici
che fanno vacillare su acque ferme
le promesse troncate senza una parola
e io sono quello che affonda nel grande tradimento.
 
Ma, forse, lei non sa che siamo noi poeti
gli investigatori cittadini che esplorano le vite,
cugini di Baudelaire, di quelle sconosciute
che arriviamo ad amare perché siamo poeti.
 
Creature della folla, amiamo tutte
quelle che tracciano con lo sguardo una favola nera:
mettiamo parole su musiche proibite
e, nel leggere la favola, le dimentichiamo tutte.
 
Uno strano strumento chiamato cuore
che in genere ha le corde piuttosto allentate,
può ordinare la cadenza all’occhiata furtiva
con la quale la ragazza mi affida, oscuro, il cuore.
 
La pianista immagina che la fine di questa storia
sia un solco ingenuo e fatale di bolero
perciò trova le note che spezzano, malinconiche,
il filo delle storie senza fine.

PIANO BAR

Desde las esquinas ve mucho mejor el mundo,
Por eso en los locales donde tienen piano,
Brillan los instrumentos en los angulos agudos
Para que la pianista pueda juzgar el mundo.

Desde las esquinas ve mucho mejor el ambiente,
Y las máscaras que cubren el rostro de los fracasos,
Por eso la pianista toca desde una esquina
Piezas que son coartadas para juzgar el ambiente.

Desde las esquinas caza misteriosas historias,
Los tácitos deseos que uno guarda en la memoria:
Todas las pianistas son verdaderamente
Cazadoras furtivas de historias misteriosas.

Y la pianista sabe que deseo la mujer,
Que, buscador de la plata de una melena rubia,
Y de unos ojos de gata, de los que tenía memoria,
Yo entré en el local persiguiendo la mujer;

Que, estratega, escogí este lugar en la barra,
Que si pedí un whisky fue para verla bien,
Traidora a casi todos en una sola mirada
Que cruza, río secreto, y muere en esta barra.

Sospecha que los espejos son lagos traicioneros,
Que acaban aboiando sobre las aguas paradas
Los deseos pactados y rotos, sin palabras,
Que yo soy ese ahogado en un ancho traicionero.

Mas, quizá, ella ignora que somos los poetas
Detectives urbanos que investigan en las vidas,
Primos de Baudelaire, de esas desconocidas,
Que llegamos a amar porque somos poetas.

Seres de la multitud, nosotros amamos todas las
Que escriben, con la mirada, una novela negra:
Sobre ilícitas músicas, nosotros ponemos la letra
Y, al leer la novela, las olvidamos a todas.

Un extraño instrumento llamado corazón
Que suele tener las cuerdas algo desafinadas,
Puede ajustarle el ritmo a la clandestina mirada
Con la que la mujer me entrega, oscuro, el corazón.

La pianista piensa que el final de esta historia
Es un verso de bolero, entre ingenuo y fatal,
Por eso busca las notas que cortan, melancólicas,
El fio de las historias sin final.

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