vite di poeti

Maria Grazia Calandrone racconta i poeti

miniabbecedario in progress di creature che credono alla bellezza

Anna ACHMATOVA (RaiLetteratura, 14.1.13)

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 Giovanna BEMPORAD (RaiLetteratura, 14.1.13)

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 Marina CVETAEVA (RaiLetteratura, 10.10.12)

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Emily DICKINSON 8RaiRadio3, 24.8.17)

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 Alda MERINI (TeatroRaiRadio3, 8.3.17)

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MIGRATIONS, POETI DELLA MIGRAZIONE (RaiRadio3, 18.8.17)

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 Nella NOBILI (RaiRadio3, 11.2.17)

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PASOLINI e FLAIANO (RaiRadio3, 5.3.17)

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Fernando PESSOA (RaiRadio3, 29.11.15)

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Ghiannis RITSOS (RaiRadio3, 3.8.17)

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Giovanna SICARI (RaiRadio3, 5.2.17)

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 Wislawa SZYMBORSKA (RaiRadio3, 4.2.17)

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Arsenij e Andrej TARKOVSKIJ (RaiRadio3, 10.8.17)

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ALEIXANDRE, Vicente (Poesia n. 278, 1.13)

VICENTE ALEIXANDRE

La mia vita ha coperto quasi tutto il ventesimo secolo. Eppure, non ne è stata quasi toccata. Sono nato a Siviglia due anni prima che il mondo entrasse nel Novecento – nella malinconica catalogazione freudiana e nelle guerre involute in atroci stermini – e ho trascorso l’infanzia in una Málaga che resterà nella mia versificazione come un paradiso: nemmeno perduto, perché grazie alle parole ci sarei ritornato fino alla fine. Quando scrivevo tutta la mia anima diventava carne e spiaggia di una terra abitabile, soglia che io potevo calpestare. Più la nefrite mi teneva in bilico tra i sobborghi di Madrid e la segregazione a Miraflores, più mi premeva il rischio della morte, più cresceva la mia espansione amorosa verso la vita, quella fisica mia e quella che si stava edificando altrove. Alla guerra civile del mio paese partecipai scrivendo – con Machado, Prados, Alberti e tanti altri giusti – sulla rivista rivoluzionaria “Hora de España”, che condannò anche Gide e il suo congedo ideale dall’Unione Sovietica di Stalin. Ma, surrealista o romantico che fossi, che importa?, sentivo che la mia parola era chiamata a ruotare in una libertà sovraumana. Credo che tutto il male e il coprifuoco costante che dovetti personalmente portare mi allargasse lo sguardo, tanto che le motivazioni del Nobel (n.d.r.: conferitogli nel 1977) ebbero a che vedere con il cosmo e con la trasformazione della poesia spagnola nel dopoguerra. Per mano mia, che vivevo in quel particolare isolamento!; e che rappresentai isolati tutti i personaggi del mio ultimo libro, quella sorta di cupo testamento spirituale che chiamai Dialoghi della conoscenza e che in realtà furono dialoghi interni della separazione, monologhi ultimativi tra coscienza e disperanza. Ma non ero arenato in quelle secche in La distruzione o l’amore: in quel volume gonfio a traboccare di invenzione e risolutezza, in quel risultato del mio volontaristico progettare e gettare ponti di parole tra il mio nulla e l’altro nulla del mondo, io mi lasciai pigliare e trasportare da un sangue gigantesco, che prendeva a fiottare dalle prime righe fino all’ultimo verso, con il gabbiano di sangue messo a raffigurare la morte e tutti i suoi esclamativi. Il mio sangue privato io l’ho purificato e fatto nuovo con le parole: la poesia è stata il filtro esterno del mio sangue, la membrana di una emodialisi e insieme encomio alla vita che lì, poco lontano da me, preparava dittatura e rivolta, la nostra Nascita ultima, per citarmi. Lasciavo nel tessuto delle pagine l’acido urico di questo male, la scoria vitrea della solitudine. Ma se ho scritto fino all’ultimo giorno è stato perché non sono mai stato veramente solo: ero legato alle cerbiatte cosmiche e a un mare naturale che tutto trascinava nelle segrete, nel desiderio di essere bruciati, scaraventati a petto nudo nell’altra grande e splendente nudità, in quell’amoremorte, in questa vitamorte, che mi oltrepassa.

BRODSKIJ, Iosif (Poesia n. 278, 1.13)

IOSIF BRODSKIJ

Nacqui russo e morii americano. Cose che capitano, soprattutto se a vent’anni i tuoi compatrioti ti arrestano e ti mandano a spaccare legna fino allo svenimento per le cose da “parassita” decadente che scrivi e che tanto erano piaciute alla Achmatova, un’altra che aveva avuto guai seri con lo stalinismo. Risposi al giudice, che mi chiedeva conto degli studi fatti per diventare poeta, che la poesia non viene dalle scuole, non lo so, forse viene da Dio. Però la fatica che mi costrinsero a fare si trasformò in un senso di comunione con il dolore degli altri. Il mio essere umano tra gli uomini nacque lì: cominciai a interessarmi moltissimo al dono equivoco della poesia, ai poeti in quanto persone. Intanto, venni esiliato, e mio figlio rimase a Leningrado con i miei genitori. Io cominciai a salvarmi sollevando lo sguardo oltre l’effimero e diventando sempre meno lirico, sempre più neutro: un oggetto dotato di spigoli. Nel 1987 mi diedero il Nobel: a 47 anni!, ma ormai ero convinto che le opere fossero migliori dei poeti, che ogni carriera letteraria inizi da una aspirazione alla santità ma che spesso la penna sia di gran lunga più dotata di talento dell’anima. La vita non passava inosservata su di me: mi cambiava, mi arava e io dovevo rinascere, sentivo di dover rendere conto di come un essere umano possa divincolarsi dal male e dalla ingiustizia ampliando la propria umanità e immaginando oggetti come segni sacramentali, come scrisse il mio splendido Auden. Fui senz’altro, per usare la famosa categoria della Cvetaeva, un “poeta con storia”. Viaggiai il mondo, ma avevo sempre davanti agli occhi la mia terra perduta: lo vedete da voi, in Fondamenta degli incurabili, quanta Leningrado! trovassi in Venezia, una tale forma personale del paradiso da farmici seppellire, nel ‘96, quando finii per morire di cuore. Io invece avrei voluto coincidere con il tempo, spingervi sopra il corpo un carro armato di parole e, più tardi nella vita, desiderai che la musica delle mie parole fosse tale da attrarvi come un magnete verso uno spalancamento, poiché i versi non sono che il mezzo di trasporto della poesia verso una ampiezza di sguardo che ci fa uguali – e non solo uguali fra simili!: mostrai sempre uno spiccio fastidio per il patetismo umano e una religiosa ammirazione per la impassibilità dell’oggetto. Una religiosità primaria, quasi compianto e desiderio in prossimità della morte, perché la perdita è il principio di eguaglianza tra Dio e i mortali. E così, dopo me già lambito dalla morte e gli impassibili oggetti, diedi voce a Maria, quella che si è fatta terra per il passo di Dio – e diedi voce al Figlio, che si sottomettesse interamente al possesso da parte della creatura che lo ha creato! Io dilatai il principio di eguaglianza tra la mortalità e il divino emblema della immortalità: provai la passione per la infernale neutralità di Dio, come dovette provarla Clarice Lispector [n.d.r.: in La passione secondo GH di Lispector la protagonista trova Dio nello sgabuzzino di casa, osservando la minuziosa morte per schiacciamento, ottusamente indifferente e piuttosto stomachevole, di una blatta]. In quella neutra inerzia naturale certe strane creature trovano Dio. Ma, se uomini e cose sotto quello sguardo sono uguali – e se uomini e Dio sono uguali, ecco che Dio è la cosa e la cosa è Dio, ecco che tu che mi stai leggendo sei insieme Dio e una cosa, sei talmente una cosa da possedere la perfetta inerzia di Dio, la mancanza di moto del motore primo. L’amor che move il sole e l’altre stelle. Te lo ricordi Dante, l’altro motore?: perfettamente immobile, perfettamente umano.

CVETAEVA, Marina (Poesia n. 278, 1.13)

MARINA CVETAEVA

Caddi nel tempo della Bilancia, a Mosca, nel 1892. Non nacqui bella ma perentoria e appassionata come una poetessa – e lo dimostrai subito: a 6 anni cominciai a scrivere le prime poesie e a 17 pubblicai un libretto, che venne notato addirittura da Volosin. La prima volta che misi piede nella sua casa di Koktebel’ incappai nel mio futuro marito, il mio solo compagno terrestre. Le mie parole invece presero a respirare in tante creature, uomini e donne. Le mie parole creavano legami subitanei di sangue. Di me s’innamorò per primo il gigantesco Mandel’stam e insieme immortalammo la primavera del 1916. Io ero già madre della piccola Ariadna e nell’anno seguente mi nacque Irina, mentre Efron, mio marito, ufficiale dell’Armata Bianca, veniva allontanato dalla rivoluzione. Non sapete quanto anelito e quanta disperazione patì la Russia in quegli anni: a causa di una dura miseria dovetti mettere Irina in un istituto, e lì la mia bambina morì per fame. Questo fu il primo fatto imperdonabile. Per amore di Efron scrissi cose per cui venni esiliata dagli stalinisti. Cominciai le mie peregrinazioni: raggiunsi Efron a Praga nel 1922 e, nonostante tutto, fummo felici. Nel ‘23 diedi alla luce Mur. Ci trasferimmo a Parigi. Nell’esilio pubblicai molto: per esempio Poema della fine, Dopo la Russia i saggi lirico-filosofici de Il poeta e il tempo e il Racconto di Sonečka e dall’esilio – ma tardi, tardi! – poco prima che il tuo sangue celeste si guastasse, grazie a Boris Pasternak mi venne incontro la tua anima, Rainer (n.d.r: R. M. Rilke). Pochi mesi non bastano. Tentai di trattenerti, sebbene non avessi mai creduto alla terra, ma avevo sete delle parole che il tuo corpo in pericolo emanava verso di me – tanto da sentire la tua vera fronte sulla spalla, a lungo, dopo che te ne andasti. Nel ’26 morì con te la mia possibilità di un interlocutore celeste. Io non potevo fare a meno di essere in amore. Poi, mi venne addosso la nera catena dell’insopportabile. A mia insaputa Efron collaborò all’uccisione del figlio di Trotskij, e di un agente dei servizi segreti – e si rifugiò nella Spagna stravolta dalla guerra civile. Io tornai nella Russia bolscevica solo nel ‘39, per accontentare i miei ragazzi, ma sapevo che i due decenni trascorsi all’Ovest avrebbero pesato enormemente sulla mia figura pubblica. E così fu – e fu il meno: mia figlia e mio marito vennero arrestati quasi subito. Mur ed io fummo soli, confinati a Elabuga – e lì venni travolta dalla ingiustizia della storia umana: rifiutai di collaborare con il regime, arrivai a mendicare un posto di sguattera alla mensa degli evacuati, accanto a me non c’era futuro per il figlio che amavo alla follia e, presa da una cupezza definitiva, l’ultimo di agosto del ’41, sola in casa, mi strinsi la corda intorno al collo e me ne andai. Si può dire che io sia morta da sola come da sola visse la mia anima, si può dire che io sia morta per troppa altezza che non trovava – o non aveva più – compagni terrestri. Il mio corpo, è perduto. Ma io chiedevo solo di non essere, chiedevo questa doppiamente vita – nelle parole.

HAFEZ (Poesia n. 278, 1.13)

HĀFEZ (Shams al-Dīn Moammad Shirāzi)

Io vengo da lontano. Io vengo dalla Persia e dal Medio Evo. Io sono molta della lontananza possibile in poesia. Soprattutto dall’io. Vengo prima della psicoanalisi e dopo il Corano. Comincia dal Corano anche il mio nome di poeta, che vuol dire “Colui che conosce a memoria”. Il Corano, s’intende. Io vengo dalla mistica della rosa d’Oriente, vengo dai simboli e non dalle metafore, vengo dalla terra. E la terra di Shiraz – in verità un postero mausoleo novecentesco – ripara ciò che resta del mio corpo. La poca memoria della vita condotta dal mio corpo terrestre. Eppure il mio Divan (n.d.r.: Canzoniere) è un caso sacro, che si apre improvviso, ancora oggi, nelle divinazioni. Sono nato a Shiraz, nella regione del Fars, e me ne sono mosso raramente, anche perché ebbi una tempestosa paura del mare. Sono stato poeta di corte – anzi, delle corti che si sono succedute nel Fars durante la mia lunga e bella vita: gli Inju, vassalli dei mongoli Ilkhanidi e i Mozaffaridi, con il bigotto Amir e il di lui figlio, illuminato e poeta, Shāh Shojā’, che verranno sconfitti dai Timuridi di Tamerlano, che la durata della mia vita non arrivò a cantare. Vi faccio questi nomi perché i nomi vanno fatti e perché sono belli, non perché li ricordiate. Questi nomi hanno fatto la mia vita e la mia poesia: ho dedicato ai prìncipi miei mecenati molti ghazal, che registravano involontariamente quanto il paese vivesse attraverso di loro; e malmenavo con sferzanti invettive i sufi che deviavano il corso del divino con le sovrastrutture, l’intralcio, la zeppa delle zampe dei tavoli del mercato spirituale. Avete presente con che ira Gesù nel Tempio rovesciasse i banchetti dei mercanti? Tutto quello che arresta con impacci il fiume d’amore divino va gettato di lato. Rinunciato. Io parlavo d’amore. Soprattutto. Anzi, di amori che vanno all’Amore. Uomini e donne, prìncipi e monellacci, predoni, coppieri. Costruivo parola per parola la versione orientale dello Stil Novo e de l’amor cortese dei provenzali: l’amore-tramite di conoscenza, l’amore-tramite per Dio. I miei ragazzi e ragazzacci sordi all’amore che il poeta profonde sono la Beatrice. Come in Dante l’amore non consumato consuma chi lo prova – solo un poeta può provarne talmente! – fino a farlo bruciare nella visione di Dio. Così io, come Dante, costruivo la somma umana di tutti. La versione spirituale di tutti. La meta. La fiamma ultima dell’autobiografia. Ovvero un sé umano contemplato dalla insopportabile compassione dell’occhio di Dio. Solo un poeta, nemmeno un poeta, può guardare nel cerchio divino. Ciò che nessuna lingua arriva a dire, anch’io lo balbettai, per tutta la vita. Fui assai famoso in vita. Venni diffuso. E, cinque secoli dopo, alla mia opera si ispirò Goethe per il suo Divano occidentale-orientale. Io suggerivo da così lontano al genio dell’Occidente, che lavorava alla immensa struttura governativa del Faust, come ci si abbandona all’insondabile: con le semplici cronache poetiche di una regione geografica, lontana come l’amore.

LEOPARDI, Giacomo (Poesia n. 278, 1.13)

GIACOMO LEOPARDI

Per tutta la vita sono stato provocato a contrastare la forza di gravità della terra, l’attrazione politica della terra sul mio spirito di libero pensatore contrariato dalla bellezza feroce della natura. Se di noi non rimane traccia alcuna, se neanch’io nacqui eterno – come ebbi a scoprire troppo presto – solo rifugio è accomunarci nella reciproca compassione per questa sorte effimera, piegare il capo come la vulcanica ginestra al suo destino, mantenendo una vigile innocenza. Così, dopo una foga bella di erudizione, virulenta come uno sfogo sublimato e sublime di acne iuvenilis, individuai nel sentimento poetico il solo canale di rivelazione e di restituzione della verità filosofica: poi che io nacqui nella pontificia / Marca, mi destai solo in età più tarda / a’ più vasti consigli de l’Europa – se mi è lecito celiare me stesso come già fece l’aspera natura – e scopersi gli illuministi francesi e i romantici inglesi. Al culmine di un simile arco voltaico s’iscrisse il mio spirito, magnetizzato, spenzolando una sua punta acuminata d’intelligenza a terra, ma sospinto da una propulsione inesauribile a scrutare la somma luminosa degli astri e lo spettacolo, luminoso altrettanto, degli uomini, così infelice, pur nella sua illusione di durare – o per lo meno muovere a compassione con le arti la dura faccia della natura. Nel mio caso particolare, essa natura volle cagionarmi un continuo malanno del corpo – e disamato dalle donne anco mi volle, ma pensò a compensarmi con una fatale volontà di tutto imparare, che mi si biforcò spontaneamente tra una prosa brusca, puntuta, sapientissima, assertiva e asciutta – severa anche quando mi dilettavo a elogiare l’allegrezza del canto degli uccelli – e una poesia di contro melancholica, tanto dolce quanto amarissima. Intendiamoci: quando io nei versi scrivevo astri non intendevo evocare alcun alone lirico, né distanze presunte e metaforiche, intendo il duro sasso della stella vera, intendo il remoto del cielo vero sul palcoscenico miserrimo della scorza terrestre, poi che a quindici anni ne sapevo talmente di astronomia da scriverne la storia fino a Newton. Ma intendo anche che l’intelligenza delle parole è il metodo scientifico di una conoscenza indimostrabile – e in vero dimostrata dalla poesia: esse parole, mentre le scrivevo, a un tratto non erano più mie, ero io loro ostaggio volontario. Questa, la sola perdurante avventura della mia esistenza: cavare conoscenza dalla miniera inesauribile di oro e fiele delle parole. Conoscenza sull’uomo e sulla sua disperata umanità, sulla bellezza fragile dei corpi giovani e sul supremo, ingannevole ingombro del loro amore. Sentirmi solo come un uomo solo sulla terra intera – e insieme portavoce di un dolore corale che le parole rendevano bellissimo, profondo e lieve come il suolo e il cielo quando rompono in riso, dopo il pianto. Bello il tuo manto, o divo cielo , e bella / Sei tu, rorida terra… Questa è stata la mia maturità, questo mio fare eroico da segugio e, insieme, da condottiero della mente, questo non perdonare al disamore primario di madonna Adelaide mia madre, non perdonare all’occasione di me, mancata, con diritto, da Gertrude, Teresa, “Silvia”, Fanny… Così, l’amicizia amorosa con Antonio Ranieri consolò il mio cuore amareggiato negli anni ultimi. Egli fino alla morte non mi lasciò, né mi lasciò nell’impudica circostanza della morte, né nelle conseguenze della morte, poiché ebbe cura che le mie spoglie, mentre a Napoli imperversava il colera, non fossero gettate nella igienica fossa comune, arse e scomparse in una degna nullità. E così a 39 anni tramontai, per mai più sorgere quale viva carne. E così, qualche discutibile segno del mio passaggio in terra riposa con Virgilio accanto a dei bracieri dove il fuoco non arde – ma non importa, perché fissare il buio con questi occhi, instancabili, malvedenti e mortali, fu la mia luce, alla fine contenta dei deserti e di consolare i deserti col chiarore lunare delle parole. Io ho rifatto mille volte la luna con le parole – e ho rifatto l’intera stagione della bellezza umana, tanto pietosa e tanto più solenne perché tanto vana, com’io fui.

MANDEL'STAM, Osip (Poesia n. 278, 1.13)

OSIP MANDEL’ŠTAM

A chi vuoi che dedichi il racconto della mia vita se non a te, Nadežda, che hai dedicato la tua vita a me e alla mia poesia? Lo sai, sono nato da ebrei polacchi di Varsavia. Era il 1891 e la mia famiglia presto si trasferì a Pietroburgo. Un’idea veramente geniale!: nella Russia del ’17, già stremata dalle perdite della guerra mondiale, ci saranno la rivoluzione di febbraio e poi la bolscevica. Io facevo versi, figuriamoci; ma avevo aderito all’acmeismo, persuaso com’ero della necessità della chiarezza e della concretezza in poesia: basta dire le cose del mondo per fare bellezza, pensavo, il mondo basta, a fare poesia che si possa toccare con vere mani. Nel ‘19 ecco che t’incontro e diventiamo inseparabili. Te la ricordi quella lettura, anni dopo, quella dalla quale Pasternak uscì con gli occhi sbarrati? Aveva preso paura per la mia libertà quasi sciamanica. Tu e io poco dopo visitammo l’Armenia e io, abituato come ormai ero a stare senza pelle, mi estasiavo dello sfrontato incendio di papaveri. Vividi fino a un chirurgico dolore, troppo grandi per il nostro pianeta. Ero un randagio, ero in continuo movimento, dicevano che a guardarmi sembrava di vedere il brulicare biologico della creatività.Ero un nervo scoperto. Tutte le cose del mondo percuotevano la mia sensitività. Tutto mi si faceva parola. Così, dopo aver visto con i miei occhi cosa accadeva in Crimea nel 33 – lì ti avevo dettato la Conversazione su Dante, ricordi?, ma nel frattempo vedevo, vedevo tutto! e benché in principio avessi aderito agli ideali rivoluzionari, scrissi il feroce Epigramma di Stalin, che denunciava la tremenda carestia ucraina e, soprattutto, le tracce dello sterminio degli oppositori kulaki quali risultati della collettivizzazione forzata. Io avevo visto, dunque io non potevo tacere. Fui confinato sugli Urali anziché venire internato nei campi di lavoro, anche grazie all’intervento di Pasternak, ma mi gettai dalla finestra di un ospedale e la mia pena venne ulteriormente mitigata, si limitò al divieto di ingresso nelle grandi città. Così, scegliemmo di vivere a Voronež, ricevendo l’aiuto costante di Anna [n.d.r.: Achmatova]. Come ho detto, io mi ero innamorato di Dante, ardevo dell’energia propulsiva delle sue parole, della vivezza delle sue mischie di mercato e scienze. Sapevo che cavare Dante dalle nostre parole sarebbe stato abbattere le macchine volanti di tutti i versi venuti dopo di lui e anche accecare la nostra coscienza del presente, perché i canti di Dante sono armati per percepire il futuro e noi, vivi, eravamo il suo futuro. Non molto era cambiato. Gli uomini possono cambiare poco. Io, per esempio: Marina Cvetaeva, amore infelice di una primavera giovanile, mi leggeva fermo alla mela già perfetta della mia adolescenza. Però io credo di essere cresciuto – o di essermi involuto, scavato, frantumato in maniera cospicua: come più ti piace – in una direzione metafisica. Dall’attenzione evidente e concreta, dalla mia professione poetica del principio di realtà, cominciai a problematizzare il mondo, a solcare la sua verde superficie smagliante con la soluzione caustica del mio pianto. Tu lo sai bene, Nadežda, che imparasti a memoria i Quaderni di Voronež, tu pure fatta clandestina per diffonderli, tu lo sai bene quanto spesso in quei versi estroversione e cronaca si inceppino e lo sguardo finisca nel mio interno – anzi, inferno. Il mondo deformato dalla mia lingua, con quello di Celan, che mi tradurrà, di Thomas, della Plath, diceva un tempo nuovo. Anche io, come Dante, annunciavo. Le convulsioni, i martelli del ritmo, le pronunce difettose, erano il Novecento russo, che affondava attraverso di me direttamente in Dante. Come Dante dovevo lanciare le parole al di là dello steccato di sangue di un esilio. E al di là c’eri tu, Nadežda, tutta la mia gioia. E così, pure dopo aver scritto un’Ode a Stalin narrandolo come colui che mosse l’asse del mondo, nel ’38 venni sbrigativamente arrestato e condannato ai lavori forzati in un gulag siberiano, dove mi spensi quasi subito. Il mio corpo alla fine sta fermo in una fossa comune. Ma non sta ferma la mia voce, mai più, Nadežda. A te, alla tua memoria e al tuo coraggio, io devo questa mia seconda vita, questa definitiva libertà.

MASTERS, Edgar Lee (Poesia n. 278, 1.13)

EDGAR LEE MASTERS

Beh, le cose si sono messe in modo tale che tutti pensano che nella mia vita io abbia scritto un solo libro. Non è così!, ma questa antipatica evidenza mi costringe ad ammettere che tutti i libri precedenti siano stati esercizi per arrivare a quel perfetto incrocio di narrazione e lirica che furono i ritratti dello Spoon River Anthology. E dopo, non so, forse impiegai gli anni che mi rimasero a far defluire l’ispirazione dalla mia congestionata figura umana, sparsi qui e là frammenti di poesia come in una dispersa emorragia. Ma il quieto, ironico, incessante rogo dello Spoon River rimase unico nella mia vita. E così, andò che nacqui in un relativo agio nell’anno 1868 e me ne andai in miseria nel ‘50, perché piantai la professione forense e mi dedicai tutto alla scrittura. Io sono stato molto americano. Tra l’altro l’Opera, oltre a scavalcarmi, mi procurò l’inimicizia di alcuni vivi, che videro svelati certi loro segretucci nei ritrattini caustici di alcuni morti. L’idea-guida mi venne quando ero a Chicago e me ne stavo tranquillo a fare l’avvocato, ero sposato e padre e scrivevo quando avevo tempo, il sabato pomeriggio e la domenica. Bene, un giorno di maggio viene a trovarmi mia madre e facciamo una bella chiacchierata rievocando persone e personaggi dei due piccoli villaggi dell’Illinois dove vivemmo quando ero piccolo: Petersburg sul fiume Sangamon e Lewistown, tutto sdraiato vicino allo Spoon. I ricordi erano fertili e contagiosi, finito l’uno snocciolavo l’altro, e sgusciavano fuori così bene e parevano tutti così tipici, che presi a emblema del mondo una mescolanza fantastica dei due paeselli e cominciai a pubblicare questi blasoni sotto pseudonimo, sul “Mirror” di St. Louis. Le storielle ebbero un grande successo e per due anni non smisi di lavorarci. Mentre scrivevo l’antologia ero ossesso dai nomi, dalle storie, avevo sturato una bottiglia piena di anime, pietà, sarcasmi e ricordi. Da voi italiani l’opera uscì nel ’41 e siccome il fascismo osteggiava le idee libertarie della nostra America, la S del titolo venne puntata, così pareva che il volume fosse una raccolta delle massime del pur ignoto San River. La Pivano, che conobbe da adolescente il mio libro grazie a Pavese e se ne innamorò tanto da tradurlo, arrivò a dire che le mie poesie, riscritte e musicate da De André con Bentivoglio e Piovani nel ‘71, fossero più belle dei miei originali. Ecco l’amara infedeltà delle donne! Del resto, l’avevo ben detto che dietro a ciascun soldato c’è una donna. Però fu lei a comprendere per prima come il fatto che io scrivessi di morti fosse un fenomeno di storia della letteratura, perché in quegli anni il fattivo realismo americano si andava sgretolando sotto l’urto delle idee che filtravano dall’Europa. In ogni caso, il mio Spoon rimane tutta un’altra cosa rispetto all’esordio di Benn (n.d.r: Morgue, 1912) con quella pietosissima chirurgia, quella nidificazione di dolore. La mia penna fu più lieve, meno cruda scienziata, il bisturi del mio sguardo non affondava in carni abbandonate ma nella ruminazione sgangherata della vita, nelle sue scempie e uguali elevazioni e sempre uguali miserie, seduzioni, rivalità, risate e redenzioni. Eppure, quando i poeti scrivono dei morti, diventano mimetici, fanno “quel” suono, mettono anch’essi un suono circolare, stanno come una torcia di compassione onnipotente davanti ai blasoni di quelle tombe, sono nel loro stile naturale: dalla parte del bianco, del finito; nel cerchio privo di decorazione.