Riviste internazionali

Bara'at (Almutawassit, Beirut, 8.19)

  • traduzione all'arabo di Amarji
  • ANONIMI O COSMOPOLITI
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  • 1. Gli aspetti negativi della globalizzazione. Elio Pagliarani: la globalizzazione come iper-organismo della merce, che rende anonimo il singolo individuo
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  • Elio Pagliarani ha testimoniato la trasformazione dell’Italia da paese agricolo a paese sottoposto ai vettori di forza delle industrie, prima moderne e dopo postmoderne – e dunque l’ingresso del mercato internazionale nelle vite quotidiane, con le sue iniezioni di agghiacciante anonimato. Lasciando convergere nei versi una feconda mescolanza di linguaggi, Pagliarani elegge creature quotidiane (impiegati, baristi, gli antieroi che siamo, quotidianamente alienati dal lavoro – e gli uni agli altri alieni) a protagonisti. Un’invenzione, parallela a quella di Pasolini.
  • Nel 1960, con La ragazza Carla – che pure ha nome, cognome, lavoro e biografia urbana, Pagliarani inventa l’epica del quotidiano. Come scrive Paolo Di Stefano nell’articolo commemorativo uscito sul «Corriere della Sera» il 9 marzo 2012 (giorno successivo alla scomparsa di Pagliarani), immediatamente dopo i primi tentativi poetici, Pagliarani abbandona la prima persona, per fare spazio a «una coralità oggettiva, di tono documentario e di ritmo serratissimo, con brevi controcanti decisamente lirici, che narra una Milano impiegatizia, grigia, tra uffici, tram, […] periferie nebbiose, cieli «colore di lamiera», e la Rinascente di fianco al Duomo». Dunque parla in diretta di noi, non trasfigura la realtà, ma è allenato a intercettare e restituirci una bellezza fatta di lampi e parole, che brillano sparse in giornate nelle quali l’uomo contemporaneo si conosce e riconosce sé stesso. Sono quei «controcanti lirici», a rivelare il magma che si scozza sotto l’asfalto e i cieli di lamiera. Pagliarani è un poeta sabianamente onestissimo e rende conto delle proprie intuizioni, dichiara ad apertura di testo l’occasione che ispira La ragazza Carla: «Un amico psichiatra mi riferisce di una giovane donna impiegata tanto poco allenata alle domeniche cittadine che, spesso, il sabato, si prende un sonnifero, opportunamente dosato, che la faccia dormire fino al lunedì». Identificarsi con la solitudine del lavoro di stenodattilografa per Carla è meglio che identificarsi con la solitudine del divertimento coatto delle domeniche urbane. Ecco trasferiti in poesia i primi segni della globalizzazione: reale, psicologica e sociale. Ed ecco un breve stralcio del racconto, duro, aderente e commosso, che Pagliarani fa degli scenari preindustriali dove Carla si muove, appena dopo la ricostruzione del dopoguerra:
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  • E questo cielo contemporaneo
    in alto, tira su la schiena, in alto ma non tanto
    questo cielo colore di lamiera

  •           sulla piazza a Sesto a Cinisello alla Bovisa
              sopra tutti i tranvieri ai capolinea
  • non prolunga all'infinito
    i fianchi le guglie i grattacieli i capannoni Pirelli
    coperti di lamiera?

    È nostro questo cielo d'acciaio che non finge
    Eden e non concede smarrimenti,
    è nostro ed è morale il cielo
    che non promette scampo dalla terra,
    proprio perché sulla terra non c'è
    scampo da noi nella vita.
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  • Più avanti nel tempo, Pagliarani lascerà che i materiali facciano da soli il loro effetto di deflagrazione e contraddizione, limitandosi ad accostare stralci documentali provenienti dalle più diverse origine e dai più diversi campi della conoscenza, senza commento o manipolazione. Così facendo, sulla pagina agiscono tutte le contraddizioni, interne ai dati del mondo esposto.
  • Noi, vivi nel 2019, siamo sempre più bombardati da informazioni che provengono da zone geograficamente remotissime e anche l’una all’altra aliene, che ci attraversano ininterrottamente, come ininterrottamente ci attraversano i neutrini provenienti dall’esterno di noi. E, allo stesso modo dei neutrini, questo bombardamento di notizie ci lascia indifferenti e ignari.
  • Le operazioni di collage di Pagliarani, Balestrini e dei loro epigoni, vogliono riprodurre sulla pagina la radioattività di questi accostamenti – ovviamente non più casuali, quando vengono dis-ordinati e dis-organizzati dalla vigilanza della mente di un poeta, ma la realtà ci viene evidenziata proprio per il suo essere calata in una zona di conforto come si immaginava fosse la poesia che, in questo caso, assume una funzione disturbante, etica e civile.
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  • 2. Gli aspetti positivi della globalizzazione. Amelia Rosselli: profezia della globalizzazione come cosmopolitismo e plurilinguismo
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  • L’aspetto positivo della globalizzazione sono gli scambi culturali, il raggiungimento della lingua universale, forse della matrice immaginaria di tutte le lingue.
  • Una traccia, smagliante e dolorosa, di quello che potrebbe essere (o tornare a essere) il nostro futuro umano, è la lingua cosmopolita di Amelia Rosselli. Cosmopolita non per scelta, bensì come conseguenza di vicende storiche e biografiche, Rosselli inventa un «babelare» (parola bellissima, che mescola all’innocenza del belare la punizione babelica della diaspora delle lingue) che la tiene letteralmente in vita: abbandonata dalla poesia, verrà assediata da altre maligne “voci di dentro”.
  • Ma, finché scrive, le sonorità spezzate della sua lingua sembrano echeggiare la fantasmata lingua delle origini, tra slanci stilnovisti e frammenti che paiono prelevati da incisioni rupestri, con effetto malinconicamente iperletterario e parodistico insieme. Soprattutto nel Diario in Tre Lingue 1955-1956, Rosselli mette in scena la propria sorprendente e vigilatissima schizofrenia linguistica, scivolando da una lingua all’altra, autotraducendosi, dicendo ciascuna cosa nella lingua che più dantescamente «ditta dentro». Negli anni successivi, le altre lingue rimarranno incastrate nell’italiano come un controcanto o uno smottamento continuo, in forma di assonanze, strutture semantiche, giri di frase e pensiero: l’incisa concretezza inglese, che stride e insieme esalta l’elisione musicale del francese, sono la terra fertile sulla quale sboccia l’italiano letteralmente straordinario, involuto e lunare, lontanissimo eppure misteriosamente comprensibile, di Amelia Rosselli: una sonorità che va eseguita, solida come un oggetto infuocato che brucia sé stesso e dunque intrisa sul nascere di nostalgia, struggente come la memoria della lingua immaginaria che abitavamo prima di cadere nel tempo.
  • Ha dunque senso trascrivere qui una tra le poesie più “arcaiche” di Rosselli, dove la lingua sembra recuperata dalle laude di Jacopone da Todi e dal volgare e gettata a saltellare tra le onomatopee del grammelot teatrale, con infallibile orecchio musicale. Questa poesia è un reperto intraducibile ed è destinata all’esecuzione orale: va letta ad alta voce, per ottenere – anche da chi non comprende la lingua – un sentimento gutturale, dilaniante, una scissione dell’io tra ironia e disperazione:  
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  • Cos'ha il mio cuore che batte sì soavemente ed egli fa disperato, ei
    più duri sondaggi? tu Quelle
    scolanze che vi imprissi pr'ia ch'eo
    si turmintussi sì
    fieramente, tutti gli sono dispariti! O sei miei
    conigli correnti peri nervu ei per
    brimosi canali dei la mia linfa (o vita!)
    non stoppano, allora sì, c'io, my
    ivvicyno allae mortae! In tutta schiellezze mia anima
    tu ponigli rimedio, t'imbraccio, tu, -
    trova queia Parola Soave, tu ritorna
    alla compresa favella che fa sì che l'amore resta.
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  • Una poesia che può essere stata scritta solo da chi, come Rosselli, dichiara di aver «cercato l’immenso e la totale disarmonia perfetta».
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  • Quindi, se Pagliarani assume il carico di documentare i cambiamenti sociali, Rosselli assume il carico di sostenere uno straordinario sincretismo linguistico. In entrambi i casi, l’io è denegato, in favore di un’identità espansa. Nel coro sociale di Pagliarani o nel coro extranativo di Rosselli, entrambi pionieri di strade fecondissime, che saranno battute dai molti venuti dopo.
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  • 3. Il presente: Antonia Arslan, Helena Janeczeck, Jhumpa Lahiri, Giuseppe Samonà, Ornela Vorpsi
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  • Ultima dopo tanta maestosa ideazione, lo scorso febbraio ho scritto una poesia che accosta molte lingue – o meglio, la parola «amore» tradotta in molte lingue, successivamente composte in dieci settenari dal ritmo regolare. Una poesia volutamente chiarissima, che qui trascrivo a chiarimento del mio pensiero sul futuro, perché rappresenta una delle soluzioni più recenti, un traguardo provvisorio, che sarà il seme probabile di una serie futura. Si tratta di una commissione, una poesia scritta per il quotidiano «il Messaggero» e, per di più, per la ricorrenza di San Valentino. La sfida è, come sempre, scrivere cose nuove sul mille volte già scritto e mille volte consunto. Sebbene la poesia, come affermava, con la nota passione, Pasolini, sia «merce inconsumabile».
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  • Il testo è stato composto in un’ora, esito già maturo di un’ossessione lunga, risultato di una riflessione che dura da anni, come testimonia il video dello scorso aprile di «Repubblica TV», durante il quale la linguista Valeria Della Valle risponde in maniera ironica, accurata e intelligente a una mia provocatoria domanda circa la possibilità che la nostra lingua così «letteraria» ed esausta (ometto di replicare qui l’aggettivo «asfittica», per non dispiacere la simpaticissima interlocutrice) venga “rinfrescata” dall’ingresso di nuove lingue, portate da quelli che al momento definiamo «migranti», come una terra spaccata dall’arido viene alleviata dalla prima pioggia.
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  • L’arido che spacca l’Occidente al quale apparteniamo è la solitudine. Come nazioni e lingue. Una solitudine che alcuni addirittura pretendono. E la chiamano “Patria”. Credo, al contrario, che la nostra lingua e la nostra cultura abbiano bisogno di aprire le finestre e far entrare l’aria, di mescolarsi al nuovo – che non è solo la tecnologia, già abusata in poesia e che, del resto, echeggia solo la nostra voce e la nostra mercanzia – ma il nuovo di un presente che, con la pazienza del giorno che succede al giorno, spero diventi il futuro.
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  • Della Valle ha avuto l’onestà e la cortesia di mettersi in gioco in prima persona, scoprendo che le parole straniere recentemente entrate nel suo uso personale sono, a parte la gustosissima kebab, «tutte parole che suscitano paura»: burqa, niqab e jihad.
  • Nessuna parola araba portatrice di gioia è entrata nell’immaginario di una donna che studia frontiere e resistenze della lingua.
  • Eppure, ogni lingua – inclusa la nostra – nasce da una vitale mescolanza. Naturalmente, modifiche e contaminazioni non possono essere imposte e richiedono tempi e modi spontanei, che durano una durata secolare. Solo il fascismo, ricorda Della Valle, osò una campagna di «politica linguistica», mettendo all’indice parole che era proibito usare e ottenendo il solo risultato di una pubblica afasia o di una pubblica ipocrisia, che non ha fortunatamente lasciato alcuna traccia nella nostra lingua. I diktat durano solo il tempo dello spavento.
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  • Della Valle prosegue l’intervento auspicando un uso rispettoso della lingua da parte delle istituzioni, nei confronti di chi in questo momento necessita accoglienza. È sotto i nostri occhi la deriva inversa del nostro paese. Come opporsi? La poesia certo non basta, ma testimonia, perché dice la verità, ed esorta, perché richiama alla civiltà.
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  • I poeti che desiderano assumere un pur minimo ruolo sociale, offrendo il proprio contributo alla costruzione di una società vivibile e serena, devono per forza levigare la propria poesia fino al nitore, per dire a un numero maggiore di persone. Senza però cedere in qualità poetica. È un crinale molto scivoloso, sul quale in questo momento di crisi pubblica sento il dovere morale di avventurarmi.
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  • Desidero inoltre che alcune poesie siano chiare anche ai bambini, perché ritengo che il lavoro di “riarmonizzazione” vada condotto dall’origine. Per ciò, amo andare nella scuola pubblica, preferibilmente alle elementari, dove la scrittura è ancora sorgiva e il pensiero non ancora ingobbito sotto il peso di spesso inutili precetti “poetici”. In quei luoghi franchi, la parola è «un semplice esercizio di libertà», come titola una poesia che ho dedicato al lavoro nelle scuole.
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  • Se tutti noi, come credo e sperimento, abbiamo tanto bisogno di poesia, è perché religioni e ideologie non rispondono più alla nostra parte misteriosa, che cerca nutrimento altrove che nel mercato. Dunque, sono intensamente grata ai poeti, che inseguono per tutta la vita qualcosa che non si vede, non si sa, non dà soldi né fama, ma è forse il meglio che abbiamo.
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  • Le frasi poste tra virgolette che precedono la poesia, sono state pronunciate, in ordine sparso, da Antonia Arslan, Helena Janeczeck, Jhumpa Lahiri, Giuseppe Samonà e Ornela Vorpsi durante una tavola rotonda dal titolo significativo Nati altrove, che ho moderato all’Università «La Sapienza» di Roma lo scorso febbraio 2019 e che insisteva benignamente sulla mia ossessione multiculturale, perché presentava autori che introducono nell’italiano sonorità e atmosfere interiori e formative delle proprie geografie d’origine e delle proprie lingue madri, che diventano nostalgia biografica, qui anche storicamente circostanziata, di una lingua originaria. Importa dunque riportare alcuni stralci delle cinque schede che ho preparato per questi autori che lavorano a cavallo fra le lingue, per chiarire coi fatti l’idea di contaminazione linguistica. A seguire, la poesia, il cui intento a questo punto sarà anche troppo eviscerato.
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  • Antonia Arslan: la lingua non basta, a dire esilio e strage. Sebbene Antonia Arslan sia nata a Padova, il suo italiano è lievemente diverso da un italiano completamente “nativo”, ha una temperatura più elevata.
  • Antonia Arslan, come una delle lamentatrici, canta «imparziale per tutti i membri dell’oscura razza umana»: le sue parole effondono, continuo, il senso della comunità umana. Ma un aggettivo che Arslan adopera ripetutamente per connotare il popolo armeno è «mite» e la mitezza del suo popolo – e, forse, della sua lingua – imbeve di dolcezza e lacrime di dolore e rabbia l’italiano scritto di Arslan.
  • Forse l’autrice ha trovato sufficienti la musica e il corpo della lingua italiana, forse l’italiano è adeguato a rendere la dolcezza del temperamento dei perseguitati e lo slancio verso la società umana – o, invece, viene adoperato per porre una pur minima distanza da ricordi altrimenti insopportabili, se ricondotti alla lingua degli avi, imbevuta di troppo dolore, della memoria viva del «paese dei morti».
  • Questa considerazione risale le generazioni, visto che, per angoscia o paura, dopo il genocidio, il nonno impedì che la lingua armena venisse tramandata ai figli, genitori di Antonia Arslan.
  • Dunque l’armeno sta a rappresentare, per Arslan, la lingua proibita della terra perduta… Un fenomeno straziante e affascinante insieme. Una terra lontana, una lingua lontana – che però la riguarda, nella carne e nel sangue.
  • Ma di certo nessuna lingua basta, per raccontare un genocidio, per rievocare la dannazione di un’anamnesi quasi non condivisibile, la cacciata da un Mondo Perduto che un tempo fu reale. Forse la lingua non basta, a dire quelli che chiamiamo «esilio» e «strage».
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  • Helena Janeczek: una difesa lingua madre e l’italiano della separazione. Helena Janeczek, nella sua vita “orale”, si muove fra le lingue, avendo imparato a comprendere per istinto quale sia la lingua che il momento – o l’istante, il frammento – di vita e conversazione rende opportuna. Una disinvoltura cosmopolita appresa per affetto e paura, due grandi temi che si dibattono nella sua opera.
  • Ma questa complessità ci cala in un problema anche legale, oltre che affettivo e linguistico, nel racconto di un’identità divisa tra un preziosissimo passaporto tedesco e l’acrobatico ottenimento di un permesso di soggiorno in Italia. Naturalmente la scissione lascia segni nella scrittura: più che nella lingua, nel temperamento della lingua, nel suo essere sinceramente brusca e sinceramente introversa, senza fronzoli e senza concessioni.
  • Il polacco, però, la lingua madre, rimane sullo sfondo, inafferrabile come un trasparente oggetto di desiderio: non certo perché Janeczek, volendo, non saprebbe impararlo, ma perché la sua vita adulta si erge a protezione della lingua madre, desidera preservarla dall’usura. Ma, insieme, desidera differenziarsi. l’italiano, lingua pur amata, viene dunque scelto come lingua della separazione e della realtà, dell’identità adulta e voluta, se Janeczek ha deciso di vivere in Italia e di scrivere in italiano per distanziarsi dalle troppe aggressività del tedesco. La nostra lingua sembra per lei la lingua dei diritti e della vita, della precisa volontà di sciogliersi da un ambiguo, profondissimo legame con un’altra terra e un altro corpo, che parla un’altra lingua. L’italiano è per Janeczek parola che si presta a essere gualcita dall’uso, alla pari del proprio corpo e del proprio esistere, adulto e indipendente.
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  • Jhumpa Lahiri: la solitudine del corpo estraneo parlante. L’italiano, lingua che Jhumpa Lahiri assume per la prima volta nel 2015 per In altre parole, dopo una pregressa confidenza con la lingua inglese, nel 2018 è ancora un italiano esatto, asciuttissimo e come impastato di malinconia.
  • I frammenti “semi-onirici”, come scrive Andrea Cortellessa, di Dove mi trovo descrivono una prima persona femminile che si muove in una Roma che a noi pare vista per la prima volta, raccontano un corpo estraneo quasi nebuloso, profondamente duttile e separato, che informa della propria malinconia ogni cosa toccata dal suo sguardo.
  • Jhumpa Lahiri sembra dunque prendere la parola a nome dei concetti di estraneità e mutamento, sembra voler descrivere la condizione di un esule che rimane esule, pur essendo integrato in una città amata, che davvero desidera esplorare e conoscere.
  • E decide di farlo adoperando la lingua dell’esilio.
  • La scelta lascia pensare a uno scopo collettivo della narrazione. possiamo riconoscere la volontà di stare più profondamente in relazione con il corpo fisico del luogo – se lingua è corpo e appartenenza –, un desiderio di arrivare a conoscere il luogo attraverso il ponte della lingua, allo scopo di meglio raccontare a noi “indigeni” la ferita collettiva dell’estraneità degli stranieri?
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  • Giuseppe Samonà: una lingua italiana gettata nell’intelligenza del mondo come una rete a strascico. Passato attraverso molte rinascite (in francese, inglese e spagnolo), l’italiano-madre torna a Giuseppe Samonà esatto e spezzato come un’equazione matematica, continuamente inceppato, arrotolato in una serie ininterrotta di rimandi – a sé stesso o ad argomenti e voci eterodiretti.
  • Samonà getta con generosa allegria la sua parola nell’intelligenza del mondo – e del lettore di quel mondo – come una rete a strascico, raccogliendo una mischia suggestiva e ironica di memoria e detriti, i serissimi giochi infantili insieme a svelamenti dell’intelligenza matura, filosofica e, spesso, poetica.
  • La sua scrittura in lingua madre pare dunque voler simulare il magma gioioso e amaro dell’esistenza, lo stream of consciousness occidentale contemporaneo. Tempo interrotto uguale lingua interrotta. Ma uguale, soprattutto, alla verità del nostro esistere psicobiologico.
  • Viene allora da chiedergli quanto le lingue – e le persone – che ha incontrato ed eletto si siano infiltrate nella lingua madre – o se l’italiano, come forse possiamo dedurre da tanta sua assoluta libertà, sia rimasto il territorio franco e quasi incontaminato di un legame primario con il mondo.
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  • Ornela Vorpsi: la necessaria fragilità dei mortali. Ornela Vorpsi scrive che nella terra-lingua italiana gli albanesi, creature in patria immortali, comprendono di poter morire. Dunque gli albanesi che desiderano sentirsi immortali tornano in patria. lei invece sceglie di rimanere in terra straniera: vive a Parigi e scrive in italiano, la lingua di una terra dove è stata di passaggio, la lingua del primo approdo del suo esilio. Perché?
  • L’italiano sembra essere l’assunzione della coscienza di una fragilità necessaria a vivere, poiché senza la coscienza della morte la vita non rileva, non è vita. È questo il punto?
  • Una lingua imparata in età adulta viene adoperata per de-scrivere l’oggetto radioattivo dell’infanzia e della terra perduta. Vorpsi racconta una crescita (collettiva) costretta a districarsi fra le strettoie del regime comunista: probabilmente perché, per parlare di tanta pericolosa intimità, è necessaria una distanza.
  • L’italiano di Vorpsi, ironico e disincantato, vuole arrivare a porre una distanza razionale dalla nostalgia?
  • Le stesse cose, raccontate in lingua madre, sarebbero forse insopportabili?
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  • Come si dice amore nella tua lingua
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  • «Le lingue non hanno confini, i confini sono solo politici» «Esiste una lingua invisibile alla quale attingiamo tutti» «Ogni scrittura è traduzione di un mondo» «Io attraverso le lingue che conosco in cerca della lingua universale». Questa è la vera avanguardia, la vera
  • profezia per il futuro della specie.
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  • Fekrì, hubùn, dashùri
  • sirèl, bhālabāsā, agàpi
  • uthàndo, ài, jeclahày
  • süyüü, obichàm, aròha
  • lyubòv', hkyithkyinnmayttàr
  • khairtài, cariàd, upéndo
  • amour, is bràe, snēhàṁ
  • maxabbàt, szerelém, rudo,
  • ādaràya, fitiavàna
  • liebe, evîn, miq’vàrs.
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  • Continuate in settenari chiari
  • con questi suoni, nuovi come il mondo
  • che dicono da prati
  • e da foreste, igloo, capanne
  • e palafitte, grattacieli e canoe: io, questo niente
  • caduto nel sogno della materia, avrò cura di te
  • fino alla fine del mondo.
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  • Roma, 9 febbraio 2019 

Tribuna n. 406 (Consiljul Judeţean Cluj, 1-15.8.19)

Maria Grazia Calandrone, „Du-tesamoriînmare” sau poezia

Lecturile de poezie sunt din ce în ce mai numeroase. Într-un dialog public, poeţilor li se adreseaza mai mult întrebari „existenţiale” şi tot mai puţin „literare”. Societatea cere poeţilor sai un cuvânt diferit de cel hipertrofic al comunicarii globalizate şi al propagandei, ce contrazice mereu pe cine contrazice, fara sa atinga acea emanaţie a materiei numita „suflet”.

Fiecare societate, mai ales cea occidentala, dezorientata de bombardarea cu fake news, cere poeţilor sai un cuvânt adevarat şi cu un semnificat bogat. În ţările arabe, în Africa, în Estul Europei, printre armeni, poeţii au continuat sa vorbeasca îndeaproape popoarelor respective, descoperind şi încurajând sentimente, dorinţe şi drepturi, asumându-şi responsabilitatea de a susţine durerea persecuţiilor, a foametei, a razboiului şi asupririlor.

În schimb, poezia noastra, dupa Pasolini, aproape ca nu a mai reprezentat o voce a lumii: în afara unor excepţii onorabile, s-a întors asupra sieşi în investigaţii ombilicale, sau a lansat bombe de limbaj strict formal, pe jumatate în armonie cu realitatea înconjuratoare de 70 de ani de pace inegala prin care Italia a trecut de la al doilea razboi mondial şi pâna astazi. Dar acum avem o alta situaţie, la ţarmurile noastre cere sa ajunga melanjul dureros şi plin de speranţa din care s-a hranit mereu creşterea popoarelor şi noi trebuie sa facem socoteala cu „capacitatea” noastra de înţelegere şi în sensul geometric de „ansamblu”. În zilele noastre, filosoful Jean-Luc Nancy încredinţeaza din nou poeţilor sarcina de a susţine „posibilitatea precisa şi actuala a infinitului, reîntoarcerea sa eterna”, facând apel la cuvântul „neconsumabil”, lent asimilat, ce se poate aduce în profunzimea sinelui, deoarece aminteşte lucrul de care aparţinem.

Deci nu un cuvânt care sa distraga atenţia de la lume, ci unul care sa ne ţina în ea, mai siguri şi puternici, dezvaluind reversul invizibil, aura colectiva a „aşa-zisei realitaţi”. La primul nivel, lingvistic doar, putem deci sa spunem ca cel rezervat poeziei este un cuvânt opus comunicaţiei, ce ne traverseaza în orice direcţie fara sa lase nicio urma. Limba poeziei este conţinut imediat, muzica moleculara, ce aduce liniştea şi obţine, de la cine citeşte, încrederea ca poate sa lase sa i se deschida rana îndoielii despre realitatea contingenta, contrazisa de ceva originar, ce preceda şi coexista împreuna: poezia poarta sunetul stelelor şi al moleculelor. Sunetul dintâi al vidului din care s-a facut întreaga materie. Precum noi. Este viziunea universalului în detaliul sau cel mai neputincios. În mod inevitabil, aceasta viziune filosofica şi materiala a istoriei omeneşti, ce leaga lucrurile între ele, devine asumarea lui „noi”, de care, omeneşte, noi avem nevoie, cu atât mai mult în aceasta epoca lichida şi precara de ratacire.

Poezia se propune ea însaşi ca liant contrariu liantului social al urii, este vocea din fundal împotriva urii, defaimarii, construirii duşmanilor imaginari şi fricii de a ne fi inoculate la scara larga otravuri ce divizeaza oamenii între ei, dupa vechea strategie politica „divide et impera”. Se înţelege, aşadar, faptul ca relaţia pe care poezia o întreţine cu viaţa noastra fundamentala şi profunda, cu fluiditatea dorinţelor noastre, este una politica, pentru ca ne aminteşte cât de mult ne asemanam în adâncurile noastre, ne scoate afara din capsula mefitica a ego-ului. Trecând peste diferenţele psihologice şi culturale, ştim ca, la urma urmei, fiecare fiinţa, fiecare corp vrea doar sa traiasca. Și fiecare are drepturi egale. De aceea, cultura este în mod strategic harţuita: un om care citeşte poezie este un om liber, adica un om care ştie ca celalalt are aceeaşi valoare ca şi el. Nu trebuie sa uitam ca „frumuseţe” şi „bunatate” înseamna efort şi munca cotidiana, rezultatul opoziţiei constante faţa de „fascismul natural” al nostru: în faţa unei schimbari, instinctul reptilian (azi numit „burta”) sugereaza oricui, mai degraba sa îndeparteze şi sa reduca la tacere, decât sa primeasca şi sa asculte. Dar poezia sta în picioare lânga noi, ca o santinela în deşert, ca sa aminteasca despre cum era lumea înainte de a fi separata. Singura modalitate prin care putem fi fericiţi este sa fim incluşi într-o comunitate afectiva, sa fi trecut dincolo de singuratatea în care ne arunca abandonul de la naştere. Fiecare poate sa dea numele pe care îl cunoaşte memoriei primare şi pierdute, infinita şi invizibila, noi toţi, însa, avem în fiecare limba memoria timpului în care am fost fericiţi, amintirea bucuriei, a vechiului „Intelect al Dragostei”, atunci când lumea se înfaţişa doar ca ceea ce este: un spectacol emoţionant şi încântator, din care şi noi facem parte, suntem o particula vie.

Poezia nu se construieşte ca sa apere limba naţionala, dimpotriva, este o antena pe frontiera noului, o antena ce acopera spaţiile deschise din afara noastra, ce primeşte vibraţiile paţilor fiinţelor care vin spre noi, le captureaza limbile, starile, numarul lor cu mult mai mare decât al nostru, deoarece ariditatea ce zdrobeşte Occidentul este singuratatea.

O deosebita lecţie de filosofie existenţiala ne ajunge tocmai de la tinerii africani, care se joaca cu mingea în periferiile urbane, acolo unde i-am limitat. Se joaca, râzând cu corpurile pline de cicatrice, urmariţi de invectiva romana, recent (re)inventata, „du-tesamoriînmare”. Pentru ca ei ştiu sa „primeasca puţinul”. Daca Pasolini, la jumatatea

anilor '50, vorbea cu vehemenţa despre Republica Italiana ca despre o „natura ce trebuie sa se transforme într-o naţiune”, dupa mai mult de şaizeci de ani cred ca a venit timpul ca naţiunea sa se transforme din nou în natura, înţelegând prin natura splendoarea de a exista pur şi simplu, fara frontiere, împreuna cu cine îşi aminteşte şi

ne aminteşte cât de preţios este a trai. Aici. Acum.

(Maria Grazia Calandrone este scriitoare şi jurnalista, traieşte la Roma, scrie pentru «Corriere della sera», realizeaza emisiuni culturale pentru RAI Radio 3, precum şi documentare şi videoreportaje pentru Corriere TV.)

Traducerea din limba italiana de Claudia Albu-Gelli

 Vammorìammare o la poesia

Le letture di poesia sono sempre più affollate. Nel dialogo pubblico, ai poeti vengono rivolte domande sempre meno «letterarie» e sempre più «esistenziali».

La società domanda ai suoi poeti una parola diversa da quella ipertrofica della comunicazione globale e della propaganda, che continuamente contraddice chi la contraddice, senza toccare quell’emanazione della materia che chiamiamo «anima».

Ogni società, soprattutto quella Occidentale, confusa dal bombardamento delle fake-news, chiede ai suoi poeti una parola vera e ricca di «senso». Nei paesi arabi, in Africa, nell’Europa dell’Est, fra gli Armeni, i poeti hanno continuato a parlare da vicino ai rispettivi popoli, scoprendo e incoraggiando sentimenti, desideri e diritti, assumendo il compito di sostenere il dolore di persecuzioni, fame, guerre e oppressioni.

La nostra poesia, invece, dopo Pasolini non è quasi più stata voce del mondo: tranne nobili eccezioni, si è introflessa in indagini ombelicali o ha sganciato bombe meramente formali, di linguaggi, semi-pacificata anch’essa con la realtà circostante dai settant’anni di pace iniqua che il paese ha attraversato, dal dopoguerra a oggi.Ma oggi la situazione è altra, oggi alle nostre sponde chiede di approdare la dolente e speranzosa mescolanza della quale si è sempre nutrita la crescita dei popoli e noi dobbiamo fare i conti con la nostra «capacità», intesa anche nel senso geometrico di «ampiezza». Oggi un filosofo come Jean-Luc Nancy riaffida ai poeti il compito di sostenere «la possibilità esatta e attuale dell’infinito, il suo eterno ritorno», facendo appello a una parola «inconsumabile», a rilascio lentissimo, che si possa portare nel profondo di sé, perché ricorda a cosa apparteniamo. Non una parola che distragga dal mondo, dunque, ma che ci tenga in esso, più sicuri e saldi, rivelando il risvolto invisibile, l’alone collettivo della «cosidetta realtà».

A un primo livello, solo linguistico, possiamo dunque dire che quella della poesia sia una parola opposta alla comunicazione che ci attraversa in ogni direzione senza lasciare traccia.

Ma la lingua della poesia è immediatamente contenuto, musica molecolare, che fa silenzio e ottiene da chi legge la fiducia di lasciarsi aprire la ferita di un dubbio sulla realtà contingente, contraddetta da qualcosa di originario, che precede e, insieme, è compresente: la poesia porta il suono delle stelle e delle molecole, il suono primario del vuoto del quale tutta la materia è fatta. Come noi. È la visione dell’universale nel più inerme dettaglio. Inevitabilmente, questa visione filosofica e materiale della storia umana, che lega cosa a cosa, diventa assunzione del «noi» del quale abbiamo umanamente bisogno, tanto più in quest’epoca fluida e precaria di smarrimento.

La poesia propone sé stessa come legante contrario al legante sociale dell’odio, è controcanto all’odio, alla maldicenza, alla costruzione di nemici immaginari e alla paura, che ci vengono capillarmente inoculati, veleni che dividono uomo da uomo, secondo l’antica strategia politica del divide et impera. Si comprende dunque che il rapporto che la poesia intrattiene con la nostra vita radicale e profonda, con la fluidità dei nostri desideri, è politico, perché ricorda quanto ci somigliamo nel profondo, ci sguscia dalla capsula mefitica del nostro ego. Scavalcando le differenze psicologiche e culturali, sappiamo che ogni creatura, ogni corpo, alla fine, chiede solo di vivere. E ne ha uguale diritto.

Per ciò la cultura è strategicamente bullizzata: un uomo che legge poesia è un uomo libero, ovvero un uomo che sa che l’altro uomo ha il suo stesso valore.

Non dobbiamo dimenticare che «bellezza» e «bontà» sono fatica e studio quotidiani, il risultato di un’incessante contrapposizione al nostro stesso fascismo naturale: di fronte a un cambiamento, l’istinto rettiliano (oggi detto «la pancia»), suggerisce a chiunque di allontanare e zittire, piuttosto che accogliere e ascoltare. Ma la poesia sta in piedi accanto a noi, come una sentinella nel deserto, a ricordare il mondo prima della separazione. Il solo modo di essere felici è essere inclusi in una comunità affettiva, aver oltrepassato la solitudine nella quale ci getta l’abbandono che avviene col nascere. Ciascuno può dare il nome che conosce, a quella memoria primaria e perduta, infinita e invisibile, ma tutti, e in ogni lingua, abbiamo memoria di un tempo nel quale siamo stati felici, il ricordo della gioia, di un antico «Intelletto d’Amore», quando il mondo ci pareva solo quello che è: uno spettacolo commovente e bellissimo, del quale siamo una particella viva. 

La poesia non è dunque eretta a difesa della lingua nazionale, è anzi un’antenna sulla frontiera del nuovo, un’antenna che copre gli spazi aperti al di fuori di noi, che accoglie le vibrazioni dei piedi delle creature in moto verso di noi, che capta le loro lingue, i loro umori, il loro numero, tanto più grande del nostro, perché l’arido che spacca l’Occidente è la solitudine. Una grande lezione di filosofia esistenziale viene proprio dai giovani africani che giocano a pallone ai margini extraurbani dove li abbiamo confinati. E giocano ridendo, coi corpi pieni di cicatrici e inseguiti dall’invettiva romana di nuovo conio «vammorìammare». Perché sanno «accogliere il poco». Se Pasolini, a metà degli anni Cinquanta, acutamente parlava della Repubblica Italiana come di una «natura che deve farsi nazione», oltre sessant’anni dopo credo sia arrivato il tempo che la nazione si rifaccia natura, intendendo per natura lo splendore del puro esistere, senza confini, insieme a chi ricorda e ci ricorda quanto sia prezioso vivere. Qui. Adesso. 

Tribuna n. 402 (Consiljul Judeţean Cluj, giugno 2019)

  • Maria Grazia Calandrone (Milano, 1964) trăiește la Roma. Poetă, scriitoare, jurnalistă, dramaturg, artistă vizuală, autoare și prezentatoare Rai (cel mai recent program: Poezia în tehnicolor), scrie pentru Corriere della sera; din 2010 publică poeți debutanți în lunarul internațional Poezia și difuzează poezie pe Rai Radio 3; este regizoarea ciclului de interviuri Voluntarii, un documentar despre primirea imigraților, și a videoreportajului despre Sarajevo Călătorie într-un război neterminat, amândouă publicate de către Corriere TV. În 1993 a primit premiul Montale pentru text inedit, conduce ateliere de poezie în școlile publice, în închisori, DSM, cu imigrații și face voluntariat în școala de lectură pentru elevi Micii Învățători. Cărți de poezie publicate: Maimuța vagaboandă (Crocetti, 2003-premiul Pasolini Opera Prima), Ca prin mijlocirea unui căpăstru arzător (Atelier, 2005), Mașina responsabilă (Crocetti, 2007), În gura tuturor (Crocetti 2010, premiul Napoli), Actul vieții în creștere (LietoColle 2010), Viața limpede (Transeuropa, 2011), Serii fosile (Crocetti, 2015-premiile Marazza și Tassoni, rosa Viareggio), Dispăruții- povești din Cine l-a văzut? (Pordenonelegge 2016-premiul Dessi), Binele moral (Crocetti-2017-premiile Europa și Trivio), traducerile Fosile (SurVision, Irlanda 2018) și antologia arabă Lumina zilei (al-Mutawassit, Damasc 2019); este prezentă în Poeți noi italieni 6 (Einaudi-2012). A publicat volumele de proză: Mărul infinit, pseudo roman cu Vivavox, cd cu lecturile textelor sale (Sossella 2011) și Pentru o solistă, culegere de monologuri teatrale, desene și fotografie, cu cd de Sonia Bergamasco și EstTrio (ChiPiuNeArt 2016); povestirile sale se află în volumele În ochiul celui care privește (Donzelli, 2014), Moarte la Veneția (Carteggi Letterari 2017), Prințesa și alte regine- îngrijite de către Concita De Gregorio (Giunti 2018) și O altă lume, aceeași lume, rescriere a Copilașului pascolian (Aragno 2019). A îngrijit volumele de poezie de Nella Nobili: Am umblat prin lume cu sufletul deschis (Solferino 2018) și Dino Campana. Prefer zgomotul mării (Ponte alle Grazie 2019). Din 2009 aduce pe scenă în Europa videoconcertul Fără bagaj și din 2018 Corpul real, muzica de Stefano Savi Scarponi, însoțit la baterie de Arturo Casu. În 2012 câștigă premiul Haiku în Italia a Institutului Japonez de Cultură și în 2017 este prezentă în filmul documentar de Donatella Baglivo Viitorul într-o poezie, în proiectul Poeme Cu o Priveliște a regizorului israelian Omri Lior și în proiectul internațional REFEST- Imagini&Cuvinte Pe Drumurile Refugiatului, publicat de Reportajul. A colaborat cu programele de televiziune Rai Letteratura și Cult Book. Textele sale apar în antologiile și în revistele mai multor țări. Situl său este www. mariagraziacalandrone.it
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  •  Din Grădina bucuriei - inedite
  •  Intelectul dragostei
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  • Poezia e anarhică, răspunde doar la legile sale, nu poate și nu trebuie să se plieze la nimic altceva
  • decât sieși.
  • Legea sa interioară este ritm, muzică absolută. 
  • Acest lucru explică emoția simțită, ascultând lecturi de poezie în limbi necunoscute nouă.
  • Avem impresia că îi pătrundem înțelesul 
  • chiar dacă nu înțelegem cuvintele,
  • deoarece moleculele noastre sună împreună cu muzica adâncă a poeziei,
  • care este la fel în orice limbă: un ultrasunet, un zgomot alb.
  • O limbă invizibilă, un zumzet nuclear
  • traductibil cu aproximație,
  • o sonoritate ce intră în rezonanță cu partea cea mai străină și profundă a moleculelor noastre
  • și cu zgomotul primar al materiei
  • ce alcătuiește scaunul
  • pe care ne așezăm. 
  • Ca o anumită muzică - mă gândesc la „Clar de lună” de Ludwig van Beethoven - este un limbaj 
  • efectiv universal:
  • poeții o scriu dintotdeauna, dar descoperirile astrofizice recente confirmă
  • cu rigoare științifică, nu doar intuitivă: nucleul nostru cel mai adânc 
  • este alcătuit din aceeași materie a stelelor.
  • Cuvinte de Margherita Hack:„Toată materia din care suntem făcuți au construit-o stelele. Toate elementele, de la hidrogen la uraniu, au fost făcute prin reacțiile nucleare ce au loc în supernove, stele mult
  • mai mari decât Soarele, care explodează la sfârșitul vieții lor și împrăștie în spațiu 
  • rezultatul tuturor reacțiilor nucleare petrecute înăuntrul lor”.
  • Din cele mai recente descoperiri mai știm încă 
  • jumătate din atomii ce ne formează corpurile este materie produsă în afara Căii Lactee, vine de la o depărtare
  • ce nu se poate 
  • compara cu nimic.
  • Vibrația moleculelor noastre intră în rezonanță materială cu vibrația universului,
  • până înăuntrul universului necunoscut. Această forță 
  • „care mișcă soarele și celelalte stele”
  • este ceea ce Dante numește „dragoste”.
  • Poezia interceptează coralul adânc și neîntrerupt al acestei forțe, își intonează vocea 
  • la hohotul stelelor extragalactice 
  • și la vuietul primar al materiei
  • ce alcătuiește scaunul
  • pe care ne așezăm. 
  • Este un obiect făcut din cuvinte 
  • de dragoste mereu.
  • Și gata. (Și e de ajuns așa).
  •  
  •         Orașul cântă
  •  
  •           Taci, iubire ce râdeai
  •       de bucuria de a o vedea ivindu-se 
  •       din răcoarea porții în diminețile de iunie 
  •              deschise ca niște clopote.
  •  
  •           Tace piața alimentarei
  •        unde nimeni nu o cunoaște pe fata 
  •               îmbrăcată în albastru
  •           cu iubirea ei cea nouă.
  •  
  •           Dragoste de câmp și de bancă, clar 
  •                 ce izbucnește pe neașteptate 
  •           în liniștea lui aprilie, brusc și clar. 
  •                   
  •                              *
  •             Prima dată ai vorbit 
  •          pe rampă la Eurospin. Era o după-amiază târzie 
  •                de primăvară, energia nucleară răsuna 
  •         din conductele de apă, mergea în jurul stâlpilor ca vântul
  •                   ce făcea orașul să cânte. 
  •  
  •             O creastă de deal calcaros se prăbușește în marea Adriatică. Se pare 
  •             că de pe plaja celor Două Surori s-ar fi înălțat, zile în șir 
  •             o dâră de fum. O înșiruire de simboluri, un depozit gunoier. 
  •  
  •                             *
  •            Șezi printre tei deschiși ca stele 
  •                   în noaptea de iunie
  •            și taci cu tăcerea fiarelor, cu botul 
  •             atinge ușor pământul, arzi în iarbă ca piatra și taci cu dragoste.
  •  
  •                                                                Sarajevo, 12 decembrie 2017
  •  
  • Morții sunt viața 
  • comprimată între rădăcini,
  •  sunt uriași
  • gri 
  • de singurătate
  • în golul crud al primăverii.
  •  
  • Morții suportă orice exces, sunt gol 
  • mijlociu, gol ce încă trebuie 
  • să se solidifice. Ea
  • trage în jos obloanele. Rămâne în avantaj.
  •  
  • Repetă: 
  • dacă iubești viul
  • cu entuziasmul desăvârșit cu care 
  • iubești mortul, viul
  • va dispărea 
  • înăuntrul necontenitului tău
  • imn al bucuriei,
  • pe care-l nesocotește.
  •  
  • 25 aprilie 2017
  •   
  • P - Persoană
  •  
  • „O persoană este ceea ce rămâne atunci când se află departe”, aceasta
  • am scris-o deja. Eu sunt aici
  • și ți-e dor de mine, pentru că-mi amintesc 
  • doar ceea ce-mi face bine
  • a aminti: am cernut aurul 
  • din viața mea, aurul nisipului
  • copilăriei, când mama mă ducea la mare și priveam ore în șir 
  • cum sclipește marea de pe promontoriu. Nu trebuie să-mi amintesc
  • când dragostea se transformă într-un monstru. Nu trebuie să-mi amintesc 
  • de câte ori am murit 
  • în timp ce eram vie. Nu trebuie să-mi amintesc 
  • părăsirea. O persoană este ceea ce conține 
  • după ce viața 
  • a lucrat lemnul vieții
  • până în măduvă, până să facă o barcă foarte ușoară 
  • ce ține marea 
  • dedesubtul oricărui cer. Eu îmi amintesc doar 
  • strălucirea atât cât se poate vedea cu ochiul
  • vieții mele. Dacă te uiți bine, vezi că acum în sfârșit sunt 
  • doar vie. 
  •  
  • Roma, 31 decembrie 2018
  •  
  • Cursivele Annei
  •  
  • Printre rămășițele prelucrării metalului
  • transformăm în poezie materiile sărace
  • cu inima în formă de ciocan 
  • și chipul
  • celui care deschide ușa
  • într-o zi de sărbătoare 
  • în timp ce defilează tamburine și trompete cu panglici
  • și zahăr pe băț și calea cea dintotdeauna pare
  • foarte mare, vie în sfârșit.
  • Realitatea este atât de cuprinzătoare.
  •  
  • Există rândunelele, cireșele, aerul, piureul, îmbrățișările, pisicile, pâinea caldă, căile ferate ce strălucesc în soare, a duce brânza vulpii de la Villa Pamphili, cărțile, săruturile, chiftelele, șuierarea unei biciclete albastre
  • care rulează 
  • în aerul stătut al verii, casele prietenilor, soarele aproape oblic deasupra culesului de struguri, liniștea unităților pe jumătate goale dinlăuntrul greutății portocalei coapte
  • a dup-amiezei, sunetul pătrunzător al rândunelei
  • la capătul strigătului copiilor și parfumul teilor în miezul lui iunie la San Saba. Pentru acestea merită să ne fi născut.  
  •  
  •                                                                                             În românește de Claudia Albu 

 

Nea Efthini, Atene, marzo 2019

  • Μαρία Γκράτσια Καλαντρόνε
  •  Ο κήπος της χαράς
  • καθετί που είδα από σένα, στο επιστρέφω, αγαπημένη
  • Μετάφραση: Μαρία Φραγκούλη
  •  
  • όλη η ζωή μια άσκηση επιστροφής
  • στο σώμα σου
  • ζεστό σαν τη γη
  •  
  • κι όμως γράφω για τη μοναξιά
  •  
  • για οστέινα θραύσματα
  • σε αμμώδεις κόγχες
  • σκαμμένες
  • με μάτια πιθήκων που ψάχνουν καταφύγιο
  •  
  • σώματα σαν ανεστραμμένες γαβάθες
  • οι λεκάνες του κρανίου ξέχειλες από ουρανό
  •  
  • *
  •  
  • μοσχομύριζες κρασί και ώριμο στάχυ, σπίτι
  • με το παράθυρο ανοιχτό στον οργωμένο λόφο
  •  
  • προπαντός το πρωί
  •  
  • άστραφτες στο φως
  • σαν νερό ριγμένο στα κάρβουνα
  •  
  • η φωνή σου ήταν γυμνή σαν νερό
  •  
  • *
  •  
  • αναγνωρίζω από το βήμα το ζώο
  • που ήταν ζωντανό και δεν έχει πια καταφύγιο
  •  
  • *
  •  
  • κάποιες φορές μ’ αγκάλιαζες
  • όπως περιδένουν τα μέγαρα
  • όταν ραγίζουν
  •  
  • και το σπίτι ήταν γεμάτο από τον συριγμό του βιομηχανικού ρεύματος κι από τη μυρωδιά
  •     σου
  • φλαμουριάς και θαλάσσιας
  • αύρας
  •  
  • *
  •  
  • η σκιά κάτω από το σκαλοπάτι
  • ήταν το όριο
  •  
  • έξω υπήρχε η άγρια μυρωδιά των ζώων
  • και το γαλάζιο της χλόης
  •  
  • η γη ήταν επέκταση της ανθρώπινης σάρκας σου που περιστρεφόταν έτρεμε και συσπόταν
  •     κάνοντας πτυχές
  • στο γαμήλιο σεντόνι
  •  
  • η σάρκα σου περίκλειστη σαν μίσχος
  • λυγισμένος από το βάρος του χιονιού
  •  
  • *
  •  
  • όταν άνοιγες την πόρτα προς τον κήπο, ξανάρχιζε
  • το πασχαλινό πρωινό
  •  
  • το μακρινό κουδούνισμα των καμπαναριών
  • διαλυόταν σε ηχώ στην κοιλάδα
  • θολή στο βάθος
  • από την κυματοειδή κίνηση των κοπαδιών
  •  
  • στο κατώφλι
  • ο μικρός σωρός της σκιάς σου
  • λείαινε τη ράχη του ζώου
  • με την ίδια γλυκύτητα
  •  
  • *
  •  
  • ήθελα να γράψω για τη χαρά
  •  
  • η μυρωδιά της ανάσας σου στην καρδιά
  • του καλοκαιριού
  •  
  • το απαλό
  • δάγκωμα των δοντιών σου ακριβώς στην άκρη του χείλους
  •  
  • το φως της σελήνης
  • ρίχνει στους νερόλακκους
  • το λευκό των άστρων
  •  
  • *
  •  
  • μαλακή σαν άμμος
  •  
  • είσαι ο αμνός
  • στην τρεμάμενη χλόη
  •  
  • *
  •  
  • η αυλακιά στο σώμα σου
  • λευκή σαν άστρο
  • που δεν επουλώνεται
  • έλαμπα από το φως σου
  • προστατευόμουν
  •  
  • *
  •  
  • μετά την απόσπαση ενός κεντρικού άστρου το σύμπαν
  • στρέφεται
  • με τη λευκή λάμψη των ματιών ενός κτήνους
  •  
  • *
  •  
  • είναι γι’ αυτή
  • την ακτίνα ήλιου πάνω στα πιάτα
  • για την ήσυχη μοναξιά
  • των πραγμάτων
  • και για το πώς κατοικούν φωτεινά
  • τα πράγματα τον εαυτό τους
  •  
  • που παραμένουμε ζωντανοί
  •  
  • *
  •  
  • υπήρξε μια εποχή
  • που ποθούσα τη σωτηρία μου
  •  
  • περπατούσες στο λευκό χαλίκι
  • ενώ ο ήλιος έδυε πίσω από τις βελανιδιές
  • κι ο κόσμος δεν σταματούσε ποτέ να υπάρχει
  •  
  • εγώ σε ποθούσα έντιμα
  • όπως ποθούμε το καλό
  •  
  • *
  •  
  • όπως τότε μοιάζεις στο καλοκαίρι
  • όταν τα βράδια μυρίζει νερό
  • κι η γη εμποτίζεται από τα υγρά των ανθρώπων
  •  
  • άνοιγε
  • μέσ’ από την πύλη του σώματός σου
  • το γυμνό πράγμα
  • που βρίσκεται κάτω από τη γη και δεν το αγγίζουμε
  •  
  • μπορούσαμε μέχρι και να χαϊδεύουμε τα γκρίζα
  • άγρια ζώα
  •  
  • δεν ζητούσαν φαγητό
  • παρά τη γλυκύτητά μας
  •  
  • μπορούσαμε να τα φωνάζουμε με τ’ όνομά τους
  •  
  • άφηνες να μπουν
  • όλα
  • στη ζωντανή
  • ζύμη του σώματός σου
  •  
  • ο θόλος κατάφορτος από άστρα και οι μουσούδες
  • των ζώων αντηχούσαν
  • μες στο προζύμι σου
  •  
  • ήσουν ευτυχισμένη
  •  
  • *
  •  
  • το τραγούδι των τζιτζικιών
  • έχει έναν κρυφό δεσμό
  • με το ξανατύλιγμα των σπονδύλων σου
  •  
  • οι πλάκες πάλλονται
  • κάτω από την κοιλιά
  • όπως παλλόταν η σάρκα σου
  •  
  • η ιτιά τρέμει
  • όπως έτρεμες εσύ
  •  
  • *
  •  
  • το πλάσμα που φαντάζεται τον ήλιο
  • έχει μάτια ζωηρά σαν κεχριμπαρένιες σταγόνες
  •  
  • τώρα τα μάτια σου είναι σχεδόν μαύρα, πνευματώδη
  •  
  • *
  •  
  • το λιθόστρωτο πλυμένο από το χαλάζι, το βάρος
  • των λευκών πουλιών ενώ υψώνονταν
  • στον ήλιο που χαμήλωνε
  •  
  • στην τέλεια χάρη του δρόμου
  • κάτω από εμάς
  • σε παράταξη εκείνοι
  • που ξέρουν σε ποιον να επιστρέψουν
  •  
  • νιώθω την ανάγκη ν’ ακουμπήσω στο μπράτσο σου
  • μένω ακίνητη
  •  
  • *
  •  
  • ακινητοποιηθήκαμε στον κόσμο των πραγμάτων
  • τραγουδώντας κυκλικά, επανειλημμένα
  •  
  • αποθέτουμε
  • αυγά στον φλοιό, ξανά
  • και ξανά
  •  
  • αν κάτι αναδύεται από τη στάχτη
  • επιμένει ως ανάσα
  • πάνω στο στόμα σου
  •  
  • *
  •  
  • βέβαια όταν ξυπνάς, το στόμα σου είναι έτοιμο
  • ενδοτικό
  •  
  • δεν ήθελες να μάθω τα μυστικά σου
  •  
  • δένω την ψυχή μ’ ατσάλινα παλαμάρια
  • στο κεντρικό κατάρτι
  • του κήπου σου
  •  
  • εγώ θα σε προσέχω ώς το τέλος του κόσμου
  •  
  • *
  •  
  • καθιστή στην πέτρα τραγουδώ την πέτρα
  • τους πιθήκους
  • και τις οστέινες πλάκες του κρανίου
  • που αποσπώνται σαν ήπειροι
  •  
  • τραγουδώ τον απαλό άνεμο που ανεπαίσθητος πνέει
  • σε απόσταση μες στ’ άστρα
  •  
  • τραγουδώ το λάβαρό μας
  • που πλατάγιζε στην καρδιά της ρωμαϊκής μέντας
  •  
  • τραγουδώ το στρώμα από φύλλα
  • και το κάτασπρο κέλυφος του νούφαρου
  •  
  • και τραγουδώ το ακατέργαστο χρυσό των ματιών σου
  • απλών και διάφανων σαν ένα ναι
  •  
  • *
  •  
  • γονατιστή έχεις την ποιότητα της φλαμουριάς
  •  
  • και των πανάλαφρων
  • ανοιχτόχρωμων φύλλων
  •  
  • μ’ αναγνωρίζεις κι εγώ σ’ αναγνωρίζω
  •  
  • *
  •  
  • τα ισχυρά πράγματα
  • είναι κινητά και γυμνά
  •  
  • είμαι στάχτη που τραγουδά τ’ όνομά σου
  •  
  • *
  •  
  • το γυμνό σώμα, το ανθρώπινο σώμα, το φύλο
  •  
  • μια ψυχή μόνη
  • είναι το ρόδο όλων των ρόδων
  •  
  • το ρόδο που διέψευσαν
  • οι συνήθειες της αληθινής ζωής
  •  
  • *
  •  
  • η γλώσσα σου απόψε μίλησε
  • μες στο κοχύλι του αυτιού μου
  •  
  • ύστερα μέσ’ από το στόμα
  • βάζεις ψωμί και σωτηρία
  • στην ψυχή μου
  •  
  • *
  •  
  • το άνθος της πορτοκαλιάς
  • λευκός ύμνος ανοιχτός
  • από το μέρος της αυγής
  •  
  • έχεις την ελαφρότητα των πραγμάτων
  • που άντεξαν την ευτυχία
  •  
  • *
  •  
  • τα σώματά μας άντεξαν τη θερμότητα
  • της τήξης
  •  
  • τώρα που εκτεθήκαμε
  • στην ευτυχία
  •  
  • κάθε άλλη λέξη
  • σημαίνει
  • ευχαριστώ
  •  
  • *
  •  
  • όταν εκτίθεσαι, είσαι το κατακαλόκαιρο
  • με τη δόξα του από ώριμα δέντρα
  •  
  • περνώ το χέρι στο στεγνό σώμα σου
  •  
  • μάρμαρο και μούσκλια με πέταλα
  • από άνθη κερασιάς
  •  
  • *
  •  
  • η πλάτη σου χωρισμένη
  • από ένα αυλάκι οργώματος
  • φλέγεται στο κέντρο του λιβαδιού
  •  
  • όταν στρέφεσαι
  • ο ουρανός είναι αβαρής
  • στο στήθος σου
  •  
  • το χέρι μια όστια στο κέντρο της λάβας
  •  
  • *
  •  
  • στο στόμα σου ξεκουράζονταν οι σκιές όλων των ζώων
  •  
  • στα φιλιά σου η αϋπνία όλων των ζώων
  •  
  • στο χτύπημα των δοντιών σου η καμπάνα του πρώτου πρωινού
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  • η γλώσσα σου ήξερε τ’ όνομά μου
  • ήδη από το πρωινό της γέννησής μου
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  • *
  •  
  • τρέμει κάθε μόριο της μίας και μοναδικής ψυχής που
  • ξαναγίναμε
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  • αν πεις έρωτας
  • οι άλλες λέξεις
  • χάνονται
  •  
  • όταν χάνομαι κι εγώ, τελικά υπάρχω
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  • *
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  • το ρόδο στο κέντρο του κορμιού σου
  • έχει το άρωμα ενός φυσικού ναού
  • ενός βράχου στη θάλασσα που υψώνεται
  • και μουσκεύει
  •  
  • υδάτινος τοίχος που πέφτει πάνω στον εαυτό του
  • και στη γλιστερή λευκή αποβάθρα
  • η αγκαλιά σου
  •  
  • η ζωή μου στην παλάμη σου
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  • *
  •  
  • κοίτα με
  • είμαι η οδός για το χρυσό των γαλαξιών
  • είμαι άρτος αφημένος
  • στα πόδια σου
  • μετά την πρώτη συγκομιδή της πλάσης
  •  
  • υποταγμένη στο ανθρώπινο
  • είσαι ο θερισμός
  • έξω από τον ανθρώπινο χρόνο
  •  
  • *
  •  
  • το στόμα σου έχει τη ζέστη των αυγουστιάτικων λιβαδιών
  • το στόμα σου εκφράζει τα λευκά
  • πέταλα που ριγούν στα φράγματα
  •  
  • και τα γλυκά γόνατα
  • των παιδιών που γνωρίζουν
  • την απεραντοσύνη του χρόνου μες στον ανθρώπινο χρόνο
  •  
  • *
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  • έπεσες από το δοχείο των άστρων
  • σ’ αυτό το κρεβάτι
  • κι είναι δικό σου αυτό το ψίχουλο σάρκας
  • μουσκεμένης, δεμένης
  • μέσω λεπτών ηλεκτρικών ινών
  • με τη σελήνη που γεμάτη λάμπει
  • πάνω στη μανόλια
  •  
  • εκθέτεις το πρόσωπο στο σκοτάδι στην κρήνη
  •  
  • η πανσέληνος περιστρέφεται στον άξονά της
  • όπως εσύ περιστρέφεσαι στους γοφούς
  • και θα ήθελα να γυρίσεις για να κοιμηθείς
  • όπως όταν ζεις
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  • *
  •  
  • η απλή σκιά του σώματος στον έρωτα
  • η ταλάντευση
  • των περιδέραιων στον λαιμό
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  • και το σμάλτο των δοντιών
  • αστράφτει, γυμνό
  •  
  • η γλώσσα σου
  • σκοντάφτει ανοιχτόχρωμη ανάμεσα στα σκούρα χείλη
  •  
  • *
  •  
  • με τα μαύρα μαλλιά σαν στάρι, τεντωμένη
  • στην ανθοταξία
  • σαν αγαύη, ήσουν τόσο πιο ψηλή
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  • από τον εαυτό σου, ψηλότερη
  • από τη ζωή σου
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  • 10-16 Απριλίου 2014
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  • λιπάναμε τη γη με το αλάτι των σωμάτων
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  • το πορφυρό τ’ ουρανού
  • αναμιγνυόταν με το λάδι των νερόλακκων και με το χρυσό φως πάνω στο χείλος σου
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  • το σώμα σου στη φωσφορίζουσα χλόη του πρωινού
  • το δωμάτιο πλημμυρισμένο από έναν φλοιό φωτός
  • κι η δίνη στις πτυχώσεις, λαμπερό πράσινο πάνω στο ανοιχτόχρωμο ξύλο
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  • πιες αυτό το χρυσό που δεν μπορεί να πεθάνει
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  • 29 Ιουλίου 2014
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  • Η Maria Grazia Calandrone (Μιλάνο, 1964) ζει στη Ρώμη. Ποιήτρια, θεατρική συγγραφέας, εικαστικός, performer, παρουσιάστρια εκπομπών στους σταθμούς Rai Radio3 και Rai Letteratura, γράφει στις εφημερίδες Corriere della Sera και il manifesto και διατηρεί στήλη στο περιοδικό Poesia. Διεξάγει εργαστήρια ποίησης σε σχολεία, φυλακές, με ψυχικά ασθενείς, άτομα με Αλτσχάιμερ και μετανάστες, ενώ προσφέρει εθελοντική εργασία στο σχολείο ανάγνωσης για παιδιά “Piccoli Maestri”. Το 2012 κέρδισε το βραβείο «Χαϊκού στην Ιταλία» του Ιαπωνικού Μορφωτικού Ινστιτούτου. Το 2017 εμφανίζεται στο ντοκιμαντέρ της Donatella Baglivo “Il futuro in una poesia” και στο project “Poems with a view” του Ισραηλινού σκηνοθέτη Omri Lior. Έχει λάβει διάφορα βραβεία για τις συλλογές της, οι οποίες περιλαμβάνονται σε ανθολογίες και περιοδικά πολλών χωρών. Ορισμένα από τα βιβλία της: La scimmia randagia (Crocetti 2003), Come per mezzo di una briglia ardente (Atelier 2005), La macchina responsabile (Crocetti 2007), Sulla bocca di tutti (Crocetti 2010), Atto di vita nascente (LietoColle 2010), La vita chiara (Transeuropa 2011), Serie fossile (Crocetti 2015), Gli Scomparsistorie daChi lhavisto?” (pordenonelegge 2016), Il bene morale (Crocetti, 2017). 
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  •  Δημοσίευση στο περιοδικό Νέα Ευθύνη, τχ. 42-43, Ιούλιος – Δεκέμβριος 2018, Αθήνα, σσ. 327-336.  

California Italian Studies (27.2.19)

California Italian Studies - Volume 8, Issue 1, 2018

Cosa pensano i poeti della fine della poesia? Quaranta risposte in versi e prosa in un'antologia californiana prefata da Gian Maria Annovi. Edited by GMA and Thomas Harrison.

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