Laboratori scuole, carceri e DSM

nota per un libretto di poesie scolastiche (25.5.17)

Il mondo si cambia sognando un mondo nuovo

per il bambino che stamattina, nascosto dietro il quaderno e facendo le smorfie per incoraggiarsi da solo, ha immaginato, scritto e letto davanti a sessanta compagni le parole del padre: "lascia stare la morte, che non c'è. io mi ricordo tutto, non ti lascio mai solo" – Roma, 26 ottobre 2016

quando ti dicono all'orecchio non ci provare con lei, non parla. ma tu arrossisci e insisti, perché hai imparato la misteriosa democrazia della poesia – e la bambina legge un'intera poesia e i compagni applaudono e tu e la maestra ingoiate a vuoto. è un momento di grazia, un niente. ma chissà... – Roma, 25 maggio 2017

Presto servizio nelle scuole perché credo alla misteriosa democrazia della poesia, credo ancora che Orfeo possa commuovere le pietre – e credo che i bambini siano ciascuno sede naturale di poesia. Ma i bambini sono soprattutto generosi, non hanno remore nel consegnarsi, perché sono ancora affascinati dall’avventura di conoscersi.

Dicono infatti che, grazie alla poesia, scoprono parti di sé. Dicono che la poesia è libertà, conoscenza, fantasia, melodia e anche pazienza, di aspettare la parola esatta e giusta. Dicono anche che non si sa cosa sia, che ciascuno lo sa nel proprio intimo e, perciò, è come togliersi la maschera. Hanno ragione.

Dicono che guardano il mondo e poi guardano se stessi e vorrei che scoprissero anche loro che tra se stessi e il mondo non c’è più differenza. Almeno per quel breve momento di grazia durante il quale scrivono e, come fanno i poeti, diventano altro da sé, altri, semplice e complesso mondo. Realtà.

Tanti auguri di cuore, cari ragazzi, per la vostra vita. Che sia libera, che sia a contatto con la verità. Che siate sempre quello che siete, senza far danno a nessuno. E, se farete male, chiedete scusa. Così, sarete voi stessi delle poesie viventi. Ve l’ho ripetuto tante volte: la poesia non è solo sentimento e fantasia, è guardare gli oggetti del mondo, vedere gli altri. E dopo, solo dopo: scriverne. Facendo, con le vostre parole, la musica che avete saputo fare.

Poesia è, infine e soprattutto, andare oltre il disincanto che vorranno insegnarvi, pretendendo di spiegarvi come si vive. Lo imparerete da soli, a vostre spese. Lasciate che vi tengano per mano finché ne avrete bisogno. Ma non permettete a nessuno e a niente di disilludervi. Il mondo non si cambia accettando il mondo per quel che è, il mondo si cambia sognando un mondo nuovo, perché il mondo è fatto di persone e chi crede alla bellezza cambia in meglio il suo pezzo di mondo.

Grazie,
Maria Grazia
nota per il libretto di poesie raccolte dalla maestra Patrizia del Pio, IC "Petrassi"

laboratorio seconde elementari "Morvillo" (19.4.17)

progetto Roma che legge 2017

coro da "Il calamaio" di Gianni Rodari

Per me una poesia è un cuore rosso e molto profondo. (Christian)
La poesia è quando nel nostro cuore c’è pazienza e il coraggio di parlare. (Miriam)
La poesia fa pensare alla calma delle cose. (Laura)
Io ieri ero elettrizzato perché era come se fossi in un’avventura e perché era come se fossi io il personaggio di una fiaba. (Tiziano)
Ho sognato di essere un personaggio volante con ali splendenti e un aiuto misterioso. (Valerio)
Insomma la poesia può / essere tutto tranne: un / colore, uno zaino, un barattolo e una penna. (Flavio)

alcune poesie dei bambini

vicino a casa mia c’è un lago.
io la notte ho paura.
l’amore è dolce.
la frutta è fresca.
la neve è bianca e fredda
Alice

il vento fa volare tutto.
l’argento è molto duro da spaccare.
l’allegria invece è molto dolce
Andrea

la neve luccica e risplende negli occhi.
nel bosco nascono i fiori perché li ha creati la natura.
la natura si è creata da sola
Asia

un gufo saggio disse a suo figlio che ogni stella ha un sogno dentro e quando è notte il sogno che ciascuno sognerà entrerà nella mente delle stelle
Farad

cielo d’oro blu.
cielo nero nascosto.
lupa d’argento e d’oro.
natura matura e dorata
Fiorenza

Mercurio è nascosto con intelligenza
Flavio

la scimmia quando vede uno spazio si avvicina.
il cane con il gatto si vogliono arrampicare nel cielo.
il cielo con il sole vogliono stare nell’erba.
Flavio

nell’amore c’è pure la calma
Laura

Marte e Giove sono dei pianeti oscuri
Linda

l’amore è una gioia calma come la luna.
nella natura ci sono il sole, le cavallette e i laghi
Maria

Giove è un pianeta molto alto vicino al sole
Mario

le ali cadono dal cielo.
il pipistrello non vive su Saturno, vive al chiaro di luna
Mario

il sole va a dormire come un ghepardo assonnato.
l’acqua fresca è bella e lucida.
gli orsi si stancano nel lago
Miriam

nei miei sogni ho sognato di avere le ali e volare nell’aria fresca.
io prima avevo condiviso la bambola, ma ora sono libera
Nicole

nella natura ci sono i lupi, i leoni e le montagne, che sono molto affilate e piene di neve e di palline di ghiaccio.
io ho sognato di volare nel cielo da solo
Robert

le stelle nel cielo blu dormono e sognano grilli e calabroni.
nel lago d’oro c’è una mia amica in mezzo a tutto quello spazio
Simone

la lepre è in piena libertà e segue la striscia d’oro del vento
Tiziano

il sole scalda il bosco e lo illumina come una stella.
la felicità riporta alla terra.
le montagne con la neve sopra e la stella d’oro dell’universo
Valeria

il cielo stellato ha un’intelligenza per sconfiggere la paura
Valerio

la parola luce (Istituto dei Ciechi di Milano, 28.3.17)

"Mehr Licht, Mehr Licht!" Partiamo dalle ultime parole di Goethe e da una interpretazione sul significato che questa affermazione comporta

intervento per Letteralmente Festival all'Istituto dei Ciechi di Milano (28.3.17)

  testi di Maria Grazia Calandrone tradotti in braille
testi di Maria Grazia Calandrone tradotti in braillela prima cosa che ho pensato, rispondendo alla provocazione delle parole di Goethe che mi è stata lanciata, è stata l’espressione di Freud in Introduzione allo studio della psicanalisi: “quando qualcuno parla fa più chiaro”

e Freud, come sappiamo, ha dedicato la sua vita allo studio e all’uso della chiarezza fatta attraverso le parole. tutta la psicanalisi ha origine da questa persuasione di chiarezza che si può fare grazie alle parole

ma le parole servono davvero a fare luce? credo di no, credo sempre più nei fatti

a meno che le parole non siano poesia!

allora si colmano di musica e di senso. la musica dà un senso ulteriore al senso delle parole. ma sono apparizioni momentanee

come scrive Jean-Luc Nancy, la poesia è l’irruzione dell’infinito nel nostro quotidiano

è eccessiva e scomoda, anche secondo Jeanette Winterson, che scrive della lingua dura della poesia:

“duro è il linguaggio della poesia. Ecco cosa ci offre la letteratura: una lingua che ha il potere di dire le cose come stanno. Non è un luogo dove nascondersi. È un luogo dove ritrovarsi

nella storia della poesia che ci ha preceduti era tutto un imperversare di luce – in associazione al divino e all’amore – spesso mescolata al buio:

dal Notturno di Alcmane, pieno di pace naturale e di mostri immaginati “nel fondo cupo del mare” – da Jacopone da Todi (“amore, che dai luce ad omnia c’a luce”) e dal ragionamento di Cavalcanti – indagine su luce e scuritate – dell’amore come un’oscurità che viene da Marte, dunque Amore che è insieme Luce e Buio, perdita di sé – e la donna “fa tremar di chiaritate l’aere”, è luce in sé – ma luce che fa perdere il controllo

Quando l’amante perde il controllo e cade vittima della ferocia di Amore, assiste al crollo della propria integrità. Cavalcanti dà vita sulla pagina a una sorta di “teatro metafisico”, in cui recitano, personificati e astratti, gli «spiriti» (termine scientifico per indicare le diverse facoltà fisiche e psichiche dell’uomo) nei quali si è frantumata l’identità del poeta, la donna, e il tiranno Amore.

a Pasolini, che scrive Lo scandalo del contraddirmi, dialogo postumo con le ceneri di Gramsci, un legame che è anch’esso buio e luce insieme, la luce della storia che lo illumina, ma chiude amaramente con il verso “ma a che serve la luce?”. la stessa ambivalenza di Cavalcanti nei confronti del legame d’amore

Lo scandalo del contraddirmi

Lo scandalo del contraddirmi, dell'essere
con te e contro te; con te nel cuore,
in luce, contro te nelle buie viscere;

[…] Ma come io possiedo la storia,
essa mi possiede; ne sono illuminato:

ma a che serve la luce?

dunque legami impastati entrambi di luce e buio

oppure, il Novecento ci lascia testi per così dire naturalistici: dal Posto di vacanza di Sereni, poemetto pieno della luce della foce – alle luci dell’alba livornese e alle marine aperte di Giorgio Caproni, alle luci del tramonto di Garcia Lorca – che non ha niente a che fare con il crepuscolarismo

nella poesia contemporanea, invece, la parola luce è usata con parsimonia, proprio per la sua evocazione spirituale

siamo e più che altro dobbiamo essere disincantati. siamo quelli che vengono dopo

stiamo cercando la nostra propria luce. che non può essere quella di Goethe, né – forse – quella della donna angelicata che porta alla divinità

solo Franco Buffoni ha intitolato un libro (che è lo sviluppo in prosa del suo Guerra, dedicato alla figura del padre) proprio con le parole di Goethe Più luce, padre – dove utilizza le parole di Goethe nella loro accezione illuminista – e conversa con il nipote Piero su Dio, guerra e omosessualità, secondo il modello di intellettuale ironico di Richard Rorty, un dialogo all’insegna della democrazia dialettica, in questo caso precisamente dialogante

e, fra gli stranieri, c’è Luce ovunque di Cees Nootebòom, poeta olandese uscito lo scorso anno per Einaudi – che, infatti, ha un raro e forte slancio verso l’eterno e l’infinito

ma che luce possiamo fare noi oggi? luce della ragione, luce dell’intelletto, tenendo alta la guardia delle parole?

la politica ha svuotato di senso le parole, le ha rese inaffidabili: ascoltiamo, leggiamo e siamo DIFFIDENTI

ma il nostro compito di poeti è ADOPERARE LE PAROLE COME PORTE DEL SENSO – ma non come cammino, bensì come INVASIONE come è appunto ben detto nel bellissimo libro di Jean-Luc Nancy La custodia del senso

POESIA COME IRRUZIONE DEL SENSO – CHE È UN ECCESSO DI “ESSERE” – CHE OGNI VOLTA RIPETE L’INFINITO

sembra che questi non siano tempi adatti allo spirito. ma forse sì

fare luce attraverso la parola non significa spiegare, significa SENTIRE E – SENTENDO – APRIRE VARCHI, accordare lo strumento della parola alla coscienza di sé

come dice Andrej Tarkovskij, il regista figlio del grande poeta Arsenji, in un bellissimo documentario di Donatella Baglivo: “la conoscenza ci distoglie dal senso della vita, perché andando in profondità perdiamo in ampiezza”

conoscere vuol dire, dunque, comprendere meno. anche nel senso di: includere meno cose, meno persone, meno oggetti, meno elementi naturali – nella propria visione

la luce illuminista che chiedeva Goethe agli inizi del 1800 ha dunque rivelato il suoi limite

natura, che è "la veste vivente della divinità", come in Spinoza. “Come poeta, io sono politeista; come naturalista, io sono panteista; come essere morale, io sono teista; e ho bisogno, per esprimere il mio sentimento, di tutte queste forme.” Cristo: rivelazione divina del più alto principio della moralità

allora oggi dobbiamo recuperare la chiarezza dell’INTELLETTO D’AMORE del quale parla Dante nella Vita Nova e, nel Convivio, “amor che ne la mente mi ragiona”

cos’è questo intelletto d’amore?

un amore ormai emancipato dal suo oggetto:

si tratta precisamente di CONOSCERE ATTRAVERSO L’AMORE

Stefano Agosti: Dante prende nota sotto l’ispirazione di Amore che gli detta dentro, scrive sotto l’urgenza di una pulsione

conoscere l’altro e conoscere il mondo, accorgersi dell’esistenza di qualcosa fuori di noi. amare un altro significa accorgersi che esiste e, come scriveva Simone Weil, accorgersi che un altro esiste ed è diverso da noi è la cosa più difficile e ardua (“Nessuno ha amore più grande di colui che sa rispettare la libertà dell'altro”)

ma l’altro ci restituisce il dono, perché L’ALTRO È L’INIZIO DEL MONDO

amando un altro e, dunque, lavorando ad accorgerci che un altro esiste, pian piano ci accorgiamo che anche il mondo esiste, che tutto il mondo esiste

non trovo altra strada, per la nostra contemporaneità, che non sia questo “intelletto d’amore” – che diventa apertura e  accoglienza. nei fatti, sto parlando di fatti. perché le parole della poesia sono sentimenti e dunque sono FATTI

fu Lucrezio (I sec. a.C.) a  paragonare i mattoncini che compongono le cose alle lettere che compongono le parole. poesia dunque come cosa concreta, che può condurci per mano verso questa memoria collettiva, che è il senso della collettività umana

preparare i ragazzi attraverso la poesia significa preparare il futuro del nostro paese a conoscere se stesso attraverso il sentire: la poesia è la strada maestra per sorprendere noi stessi conoscendo i nostri sentimenti meno ovvi, fino a scoprire il seme della nostra irripetibile persona – per poi scoprire gli altri e il mondo fuori di noi

questa conoscenza di sé è indispensabile a essere creature – e dunque amanti, genitori, figli, lavoratori, cittadini – responsabili

laboratorio quinte elementari IC "Petrassi" (10-30.11.16)

quando ti dicono all'orecchio non ci provare con lei, non parla. ma tu arrossisci e insisti, perché hai imparato la misteriosa democrazia della poesia – e la bambina legge un'intera poesia e i compagni applaudono e tu e la maestra ingoiate a vuoto. è un momento di grazia, un niente. ma chissà... (25.5.17)

laboratorio quinte elementari IC "Poggiali Spizzichino" (26.10.16)


per il bambino che stamattina, nascosto dietro il quaderno e facendo le smorfie per incoraggiarsi da solo, ha immaginato, scritto e letto davanti a sessanta compagni le parole del padre: "lascia stare la morte, che non c'è. io mi ricordo tutto, non ti lascio mai solo" (26.10.16)

lascia stare la morte,

che non c'è. io

mi ricordo tutto, non ti lascio mai solo

 

videolaboratorio ICT "Rossellini" (17.11.15 - 5.4.16)

proiezione del CORTO INTEGRALE durante i festeggiamenti per il Cinquantenario dell'Istituto, il 21.5.16

video realizzato da Maria Grazia Calandrone con gli studenti del Cine-TV "Roberto Rossellini" di Roma durante il laboratorio di poesia tenuto tra novembre 2015 e aprile 2016

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gli studenti: fotografi, fonici, montatori, musicisti dell'Istituto Cine-TV "Roberto Rossellini" hanno aperto con QUESTO VIDEO la decima edizione di "Ritratti di Poesia" (5.2.16, Tempio di Adriano)

INTERVISTA di Maria Grazia Calandrone agli studentidel VideoLab di poesia condotto nell'Istituto Cine TV "Roberto Rossellini" (interviste del 5.4.16)

proiezione in aula 12 (21.5.16)

Poesia (e rap) in un carcere minorile [Casal del Marmo, Roma] (CorSera.it, 23.7.14)

"PENSAVO A TE CON IL MONDO IN MANO"... POESIA (E RAP) IN UN CARCERE MINORILE [Casal del Marmo, Roma]

La prima cosa che vedo, nella feritoia della pesante porta gialla, sono gli occhi, liquidi e neri come due bolle lucide di petrolio nel viso largo. E un’acconciatura alta, da regina rasta. Entro nel piccolo ingresso. Un’altra ragazzina, col ciuffo biondo a schiaffo, che sembra un fanciulletto duro, da vicolo, chiede fra i denti alla custode, dopo avermi squadrata: “E questa chi sarebbe?” “Una scrittrice”, risponde la custode “Sticazzi”, fa lei. Sorrido divertita.

Entro nella stanza in fondo al corridoio. Tiriamo giù le sedie e le mettiamo in cerchio intorno a un grande tavolo. Altre ragazze arrivano alla spicciolata. Due siedono vicine vicine, altre due si provocano, si spingono continuamente e si schiaffeggiano la nuca ridendo. C’è un nucleo ben affiatato, con un codice noto e una complicità energica, brusca e radiosa. Alcune hanno le cuffiette dell’iPod affondate nei condotti uditivi e ondeggiano la testa a un ritmo che sanno solo loro.

Una volta sedute, siamo una quindicina. Facce di pane crudo e facce bruciate, dagli zigomi ampi. Facce che, viste in metro, mi spingerebbero a controllare se portafogli e cellulare siano ancora miei. E il magico lasciapassare della poesia fa sì che noi parliamo, faccia a faccia. Occorre tempo per parlarci da creatura a creatura. Anche loro diffidano di me. Sono qui perché sono costrette, non fanno affidamento su un diversivo detto poesia. Mi studiano e a me sembra di vedermi come mi vedono quegli occhi che la sanno lunga: una signora in jeans e maglietta, ancora abbastanza in forza per picchiarle con lo zainetto. Non ancora una vittima. Occhi ironici, da sfacciata presa per i fondelli. Non smetto di sorridere. Questo contatto improbabile mi dà una leggera euforia.

Una neonata passa di braccia in braccia o fila a quattro zampe sotto il tavolo, prendendo sonore testate su ogni possibile superficie. E loro ridono, la bella madre ride. E io, dentro di me, rido di me.

Proprio accanto, mi siede una bambina, sottile come un furetto, piegata in due sulla sedia dura, con una banda di lucidi capelli neri che le copre la faccia. Non parla italiano, non capisce una parola di quel che diciamo. Mi guarda da sotto in su tra i capelli e la risposta istintiva del corpo (mio, femminile) è vieni qua che ti abbraccio. Resto immobile.

Cominciamo dai nomi, che sono nomi bellissimi. Secondo giro: da dove veniamo. Piccoli pezzi di vita, squarci di luce fra le reticenze.

Terzo giro, andiamo al sodo: distribuiti i testi, si legge. Pochissime di loro sono scolarizzate, alcune non sanno leggere e scrivere. Leggo io, ad alta voce: il Notturno di Alcmane. Perché è da lì che ho cominciato io, alla loro età, a voler abitare in quel mondo formato di musica formata di parole. Il Notturno è una poesia liminare, poco insidiosa, dalla doppia faccia: permette di parlare di sentimenti, ma anche solo della visione di una terra notturna, con i monti, le valli, le serpi, le api e i cupi mostri marini addormentati. Filo a piombo gettato nella loro possibilità di venire in contatto con l’altro mondo: quello di dentro, quello che nei poeti è radiazione di tutta la realtà.

Come faccio sempre, chiedo loro il regalo del coro: “chi sa leggere mi fa suonare questa poesia?” questa musica che, se pure in traduzione, viene da tanto lontano. Ecco tutto quel tempo contratto in un punto visibile dalle parole. Ecco l’insieme umano. La valle greca viene riformata, parola per parola, dalla voce umana.

Ora che abbiamo visto, possiamo cominciare a dire in prima persona. Chi sono i mostri. Quelli del mare. E il poeta come fa a vederli? Li immagina. E allora dove abitano i mostri? Nella sua fantasia. E voi, li immaginate? Qualche volta. E come sono? È ora di merenda. Allentano la presa.

La ragazza è alta e grande. Tira su il mento, si fa di un’altra spanna più alta di me: “Che, vòi un pezzo de pizza?” “Eccertochessì”, le rispondo. Naturalmente spezza co le mano. Il pane è stato offerto ed è stato ricevuto. È come fossi entrata in quel momento. Fine dei convenevoli. Ecco la timidezza, la rabbia, i tremori, l’ironia. Ecco che chi taceva adesso parla.

Ecco che le mani delle cinque ragazze che sanno scrivere lavorano febbrili sui fogli che ho portato. Scrivono i loro testi. Tutte poesie d’amore. Alcuni versi sono vera voce. Tutte hanno cominciato a scrivere qui. È una conferma: la poesia è un richiamo, una dedica, un ponte di parole gettato sopra ogni distanza. Per far zampillare il sangue bianco della poesia servono la distanza e l’abbandono. Altrimenti, si sta nel sangue caldo della vita, buono o cattivo che sia.

È il momento, circola calore. Saggiamo la distanza della morte, osiamo affondare nella separazione massima e irreversibile: quando leggiamo L’uscita mattutina di Caproni, quella mamma, leggera come un soffio, che attraversa l’alba lasciando un luminoso suono di tacchi, passa davanti a noi, da un angolo a destra del soffitto scende le scale fino al nostro tavolo. Vedete? – dico – come Annina è fatta di parole e perciò è immortale. Il maschietto dei vicoli si tortura le cosce con le mani e trema. Dice “Non mi piace”. Dico “Perché?”. Dice “Non vedo niente”. Allora scrivi, così vediamo noi quello che scrivi tu. Lei comincia così: “Pensavo a te con il mondo in mano”. E io, che posso dire? Prendo il foglio, chiedo se posso e cominciamo a leggere a voce alta i lavori di tutte. Sono contente, sono emozionate. Sono contenta, sono emozionata. In realtà, loro sono stupite. In realtà, io sono grata.

Dopo una resistenza sempre meno vistosa anche la ragazza che mi ha offerto la pizza si decide a cantare il suo rap. Davanti alle compagne, per la prima volta. Parla di loro, canta a nome di tutte, racconta della loro condizione in carcere, della durezza alla quale sono costrette per non lasciare spazio a ulteriori ferite. Ci tengo a dirglielo: questa è la tua funzione, dire per tutte. E tutte si riconoscono in quel che ha scritto M. Il suo iPod, mi dice, trasmette di continuo Marrakesh. È il suo modello e il suo maestro.

A questo punto, è giusto, mi chiedono di leggere qualcosa di mio. Non ce l’ho. Scrivo qualche verso che mi ricordo. “Beh, sei anche un po’ brava”, fa la regina e aggiunge “e anche un po’ simpatica”. Sì. Tanto etimologicamente simpatica che la ragazzina con gli occhi azzurri viene a sedersi accanto a me e si offre di trascrivermi il rap fuori circuito, che gira solo fra i cattivi ragazzi di Borgata Finocchio. Le brillano gli occhi, non vede l’ora. Prometto che non lo diffonderò. Ma sono certa che andrò in borgata. A vedere da dove vengono queste bambine.

Sono piccole. Sono ragazzine. Alcune sono sposate. Si vede bene com’è presto fragile la loro armatura. Tutte, come tutti, subiscono la pressione della cultura. E, come tutti, la subiscono prima di poter decidere per sé, prima di poter conoscere e dunque scegliere. Ma, più di altri, non sono spinte a conoscere altro che il loro mondo.

Il danno vero che subiscono queste ragazzine è credere di saper fare solo la cosa illegale che è stato loro insegnato a fare: ciascuna si identifica con la specializzazione (borseggio, spaccio, furto in appartamento) per la quale è stata istruita. Ma è un costume ancora pieno di scuciture. Lo dice il loro stupore sincero quando affermo che quanto scrivono è degno di essere letto. E allora chiedono se sia possibile aiutarle a sviluppare questi loro talenti. Lo chiedono con una grazia infantile, senza rabbia. Prometto di tornare. Purtroppo e per fortuna non troverò le stesse persone: questa non è una classe, molte escono e entrano di continuo dal minorile. Se sono qui, mi hanno spiegato, è perché hanno fallito i programmi di rieducazione più morbidi. Eppure. Sulla porta, ricevo due confidenze dilanianti, qualche sguardo che dopo non dimentico, un abbraccio.

Per il momento, metto semplicemente sotto gli occhi di chi vorrà leggere qualche estratto dei testi delle ragazze. Anche qui risiede la loro possibilità di fidarsi di sé, di autorizzare se stesse a sentimenti non convenzionali e ai quali non sono state allenate per tutta la loro, per fortuna ancora breve, vita di apprendiste. Anche qui risiede la parte di loro più radicale, la gioia elementare alla quale hanno, ovviamente, diritto:

“pensavo a te con il mondo in mano” (F)

“noi qua dentro soffriamo ma non lo mostriamo perché qua dentro devi dimostrare che sei forte perché se ti metti a piangere tutti ti dicono fra’ ma frigni come una femmina dai fra’ forza ché la galera è solo de passaggio” (rap di M)

“basterebbe aprirti per trovare un tesoro” (R)

“se vedi una lacrima lucente vuol dire che mi ami veramente” (S)

“[…] sei l’uomo che amo. Se non mi credi prendi un pugnale e feriscimi al cuore e vedrai solo un nome, il tuo” (V)

laboratorio prima media IC "Via Ceneda" (ROMA, 7.5.13)

elaborato collettivo del laboratorio del 7.5.2013 presso la I Media dell'IC "Via Ceneda"

SE CON PERFETTA LEGGEREZZA PASSAVI

 passavi chiara come un fascio di luce
e sottile nell’opera dell’alba
 
passavi come un canto di bambina
e dal suono leggero dei tuoi passi iniziava
ad apparire il mondo
 
la strada si accendeva
di un oro dolce quando tu scendevi
le scale tra i palazzi
con l’alacre pazienza
del sole
 
e tutto il mondo diventava vero al tuo passaggio
 
qualcosa nella nuca, qualcos’altro
che si era fatto luce
nel tuo petto
veniva dal dolore dell’oscurità
 
forte e calma e gentile come un’ape
intessevi il dolore con la luce
 
e aprivi l’aria con il tuo sorriso
bello come il sorriso di mia madre
 
9.5.13