Giornalismo

Catalina Tomás Gallard – 21 giorni (DCM, 3.4.18)

 Catalina Tomás Gallard (Caterina Thomas) – 21 giorni (DCM, 3.4.18)

  • "Qui desitja servir Déu es menester que estiga molt content en tota cosa"
  • “È necessario che chi vuole servire Dio sia felice in tutte le cose”

Le parole della mia vita sono:

1. isola

di Maiorca, nell’arcipelago spagnolo delle Baleari.

Sono nata sotto il segno del toro, solida e ferma come l’animale, il primo maggio del 1531, a Valdemossa, un comune a Nord-Ovest dell’isola, nella Sierra de Tramontana. Un cerchietto di terra fatto di pietra e ulivi. Ancora più in alto della mia testa, oltre colline di querce, ulivi e mandorli, dicono ci sia il mare, un’acqua immensa che ha il colore del cielo. In certe sere mi sembra di sentirne l’odore. Seguo con gli occhi la bellissima linea del campanile verde della Cartuja fino alla cima e scendo giù dal lato opposto, immagino…

2. orfana

di padre a 4 anni e di madre a 10. Penultima di sette fratelli. Neanche il privilegio di essere l’ultima;

3. ulivo:

come orfana, vengo presa in custodia dagli zii materni di Son Gallard, Joan e Maria. In cambio del mantenimento, gli zii mi mandano a pascolare il bestiame, andiamo in chiesa solo di domenica. Costruisco la chiesa dove mi trovo. Mi trovo sotto i rami di un ulivo contorto e grande come un padre. Costruisco un altare di pietre piccole, quelle che riesco a trasportare. M’inginocchio. Dicono che al Signore basti il cuore.

Mentre guardo le bestie, i loro occhi pieni di saggezza e di pazienza, conto le Ave Maria del rosario sulle foglie di un ramoscello d’ulivo. Cammino a piedi nudi tra cardi e rovi. Dicono che la sofferenza aiuta a comprendere.

Ho sempre avuto bisogno di un altro mondo. Senza io.

La purezza del cuore, che m’interessa, diventa presto un bisogno di purezza del corpo. Non sento desiderio di un amore umano. Non sento desiderio verso un altro corpo. La purezza, per me, collima con la solitudine. Lascio solo il mio corpo.

4. Padre:

un giorno incontro un uomo, Padre Antonio Castañeda, un ex soldato dell’esercito di Carlo I che, scampato per miracolo a un naufragio, ha scelto di vivere da eremita nel collegio di Miramar. Ha venticinque anni più di me. Ci incontriamo durante una sua visita alla fattoria e subito la sua anima legge nella mia anima: insieme a lui decifro il mio desiderio, decido che il mio desiderio diventerà il mio destino, dunque, con il suo appoggio, trovo il coraggio di dire agli zii che voglio entrare in monastero.

Gli zii si oppongono, per ragioni economiche: non sono che una pastorella ignorante e a loro sono utile così, non hanno intenzione di investire denaro per farmi studiare. Inoltre, non hanno una dote da offrire al convento per me.

Il padre della mia anima non mi abbandona, pensa a tutto lui: mi mette a servizio a Palma di Maiorca, presso gli Zaforteza, una famiglia nobile. Imparo a leggere e scrivere e posso finalmente attingere da sola alla bellezza e bontà delle Scritture. Mi impongo di nutrirmi di soli pane e acqua e adopero una pelle di porcospino come cilicio. Sono convinta che la mortificazione del corpo apra scenari invisibili. Aspetto. Aspetto di capire e di vedere.

Come è ovvio, mi ammalo.

Padre Antonio è sempre al mio fianco, la sua fiducia mi sostiene, riesce a convincere le Canonichesse Regolari di Sant’Agostino a prendermi come corista nel Monastero di Santa Magdalena de Palma, anche senza dote. Dice che sono comunque un buon investimento, che sono fervente e sincera. È il 1553. Ho 22 anni;

5. noviziato:

il mio noviziato è straordinariamente lungo, due anni e sette mesi.

Dicono che sono pallidissima, le privazioni alle quali mi sottopongo depauperano il mio corpo fisico. Credono che io abbia la tubercolosi. Ma io sono sanissima. Io, dentro, mi sento fortissima. Comincio a comprendere. Tutto questo dolore non è per niente. Sono determinata a continuare. Mastico il pepe per farmi salire un po’ di sangue alle guance, così la smettono di preoccuparsi.

Prego e prego, lotto contro tentazioni, dubbi, contraddizioni e contrasti. Il demonio mi mette a dura prova. Lui è astuto, intelligente, mi conosce, sa dove colpire.

Ma la mia volontà è più ferma della sua. Toro contro caprone. Sono più feroce e più grande.

6. Voti.

E finalmente, a ventiquattro anni, prendo i voti. Indosso una veste smessa da una consorella e non voglio regali. Il regalo più grande è finalmente essere Tua sposa, Gesù. Essere pur indegnamente degna di Te. Umile, serva, tutte quelle cose e quelle consuetudini. Ma ho lottato forte, per meritarmi questa vestina usata.

È il 24 agosto 1555. La data della mia vera nascita.

7. Extás.

Ed ecco, infine, quello che volevo. Essere morta in vita. Essere altrove.

8. Fama.

Obbedisco anche quando sono in estasi. Monsignor Giovanbattista Campeggio, Vescovo di Maiorca, viene a chiedermi consiglio. E poi il suo successore, Diego de Arnedo. Sono una semplice suora. Sono un’autodidatta. Non un granché di donna. Non sono che un Tuo tramite, l’infimo altoparlante della voce di Dio. Obbedisco sempre. Vado alla grata anche se non voglio. Non volevo la fama, volevo Dio. Cos’è mai la fama presso gli uomini, per chi vuole Colui-che-è-Tutto?

Ma gli uomini hanno bisogno delle Sue parole, che Lui ha la bontà di spendere attraverso questo mio corpo inutile, utile solo a essere portatore dell’acqua benedetta della Sua voce. Poiché Lui parla nel silenzio – e ci vuole silenzio, per ascoltarLo.

Noi consorelle, qui, abbiamo il privilegio del silenzio, il lusso del silenzio. Non c’è quasi più il corpo. C’è l’infinito dell’amore. Punto.

Non parlo che di questo. Come del mare che immaginavo da bambina oltre il campanile della Certosa. Un infinito del colore del cielo.

Dio mi chiede di convertire al suo amore, ha bisogno di creature del mondo, vuole che anche fuori da queste mura le creature si sentano immerse nel suo silenzio, infinito e azzurro come un abbraccio che insieme libera e tiene;

9. miracoli:

sommando tempo a silenzio, divento mio malgrado miracolosa. Non voglio che si sappia, ma si viene a sapere: le estasi durano tanto che non posso più nasconderle. Giorni interi, poi giorni e giorni. Spando lacrime vere e copiose meditando la Tua passione, Gesù, pure se sono in refettorio insieme alle sorelle col mio tozzo di pane. Ogni lacrima che mi cade sulla zolla del pane mi avvicina a Te. In quei momenti non c’è più differenza tra il mio corpo di ragazzina e il Tuo corpo, fatto d’aria azzurra. Vedo gli angeli e faccio profezie. Quando combatto contro la Legione riporto ferite. I santi mi guariscono. Potrebbero non farlo.

Guardo il mondo, Gesù, e non vedo il mondo, vedo Te ovunque. Come un’innamorata separata dallo sposo si circonda dell’immagine di lui, getta la faccia negli abiti di lui, per respirare ancora il suo profumo, così perdutamente getto la faccia in me, cerco il profumo dell’infinito amore, cerco dentro di me quello che non finisce: nel buio profondo, nel silenzio assoluto, nel nulla a capofitto che è in un essere umano. Che m’importa del mondo.

Mi confesso a Padre Salvatore Abrines. Non riscontra peccato di arroganza in me: non c’è peccato a disprezzare il mondo, dice lui. Quindi, in due brevi lettere spirituali, riassumo a Padre Vicenç Mas la mia libera e corrosiva visione dell’ascesi, che incoraggio a vivere al di là del particolare delle confessioni: desidero che tutte le creature abbiano fiducia nelle proprie risorse, desidero che affidino la propria salvezza alle proprie stesse mani.

Perché so, io lo so, che Tu sai farti piccolo come le nostre mani.

Nel 1571 riesco a stare perduta nel Tuo Volto bruciante per 21 giorni. Giorno e notte con te. Come fossi già morta. Finalmente viva. Poi torno.

Ma non torno davvero mai più, sono sempre in un Niente che Tu abiti. E

10. finalmente

muoio. Me ne vado da questa prigione.

Questa morte tanto desiderata, la predico prima dell’ultima estasi. Uno sforzo tremendo, per il corpo. Ma io non so più nulla di questo corpo. Eccomi a Te. Offro la mia irrisoria passione come un affluente minore della tua Passione, grande come il mondo.

La tua morte è la libertà di tutti, la mia morte è libertà per me sola.

Resto sul ponte tra visione e veglia da lunedì 29 marzo 1574 al mercoledì di Pasqua, il 4 aprile. Il 5 sono morta. Ho quarantatré anni.

Dopo quarant’anni, il mio corpo risulta incorrotto, indossa vestiti ancora freschi di bucato. Forse perché era già morto da vivo, chissà.

O perché Tu hai voluto conservarlo come il tempio dal quale per quarantatré anni Ti ho pregato.

*

Santa Rina, come è affettuosamente chiamata Catalina Tomás, viene beatificata nel 1792 e proclamata santa il 22 giugno 1930 da Papa Pio XI. Il suo corpo è conservato nel Monastero di Palma di Maiorca. In Italia il suo culto si celebra il 5 aprile.

Ogni 28 luglio il carro trionfale della beateta, della beata niña, attraversa le strade di Valdemossa, accompagnato dal canto di Sor Tomasseta:

  • Sorella Tomasina, dove sei?
  • Ti posso nascondere io
  • perché il diavolo ti cerca;
  • ti vuole trascinare dentro un pozzo.
  • […]
  •  
  • Non c’è rosa di Alessandria
  • o garofano odoroso
  • che io ami così dolcemente
  • come amo il tuo nome, Caterina
  •  
  • Oh, bellissimo angolo montano
  • sempre fiorito, come l’aprile
  • […]

[traduzione di Maria Grazia Calandrone]

Roma, 16 febbraio 2018

FARE POESIA è UN'AZIONE POLITICA (il manifesto - 17.7.11)

FARE POESIA È UN'AZIONE POLITICA
(il manifesto, 17 luglio 2011)

Eccomi a ringraziare, da invisibile tra gli invisibili, Paolo Di Stefano e Andrea Cortellessa per i due importanti articoli sulla poesia che sono apparsi sul “Corriere della Sera” di domenica 10 e di lunedì 11 luglio scorsi. Il primo indagava l’evoluzione delle trame sommerse tra editoria e poesia e il secondo, proseguendo il pensiero esposto su “il manifesto” intorno ai poeti che nel maggio scorso misero provocatoriamente all’asta i proprio ultrainutili manoscritti in favore della cultura a L’Aquila, incoraggia a considerare la valenza conoscitiva della poesia citando le competenze collaterali di certi poeti e nominando finalmente una donna, Antonella Anedda. Notavo infatti come Di Stefano avesse omesso integralmente la poesia femminile (probabilmente a causa dell’assenza di legami tra poetesse e “potere” editoriale), avvalendosi della sola Alda Merini per sostenere che la biografia del dolore della poetessa avrebbe reso indulgenti i lettori intorno alla debolezza di certi suoi versi. Non possiamo non essere d’accordo: Alda Merini, da un certo punto in avanti, prescindeva quasi dalla propria poesia, poiché incarnava, con l’intero suo corpo esposto, un archetipo della immaginazione occidentale, la invasata e santa fusione di scrittura e vita, insieme a quella tra la carne e lo spirito e addirittura tra la società dello spettacolo e lo spirito, ironica come fu nell’esporre le proprie nude e vive carni all’obiettivo di macchine fotografiche chissà quanto a loro volta innocenti. Ostentazione della carne che, agita da una poetessa avanti con gli anni, smentiva con coraggio e autoironia le rigidissime normative di rimozione dei segni annunciatori della morte proprie della società dello spettacolo. Inoltre, sapevamo tutti che le carni della Merini erano anche portatrici delle stimmate invisibili degli elettroshock. Dunque il gesto di Alda Merini fu un gesto politico.

Viene allora da chiedersi perché una biografia simile, per quantità di dolore e di umiliazioni comminate quale cura feroce del dolore (gli elettroshock), e già politicamente implicata come quella di Amelia Rosselli (figlia, lo ricordiamo, di Carlo Rosselli, assassinato in Francia con il fratello da mano fascista), non sia entrata nella poesia della sua autrice se non esposta da una lingua così personale da essere universale: Rosselli pose in opera una nuova lingua di tutti, il fondamento della lingua poetica delle generazioni future, ma tenne un atteggiamento completamente diverso nei confronti del proprio stato biografico, riversandolo tutto nella parola: tutto il trauma, lo slittamento delle piastre di una monumentale geologia privata di realtà e ossessione, si sono fatte la sua lingua fastosa, fastidiosa e piena di improvvise grida sentimentali, oscene e buffe, incespicanti nella inedita ghiaietta del lapsus, di una feroce richiesta d’amore sbattuta come uno straccio bagnato sulla faccia di chi la legge. Altrove, in altre incaute sterzate di Rosselli, siamo lambiti dalla lingua in fiamme di un insetto osceno.
La risposta a questa differenza di atteggiamento credo si possa individuare nella riflessione che segue: Alda Merini volle gettare il proprio corpo al macero per ribellione alla rimozione operata sul suo corpo dalla psichiatria: avete visto tutti come i corpi degli internati siano corpi disabitati, in cupo abbandono, e dunque la poetessa, giunta ad avere un’autorevolezza grazie al proprio lavoro, volle dar voce all’ormai quieto rogo del suo corpo. Il suo fu un raddoppiamento del gesto poetico, poiché fare poesia è già di per sé un’azione politica, proprio per l’emarginazione dal mercato che hanno evidenziato Di Stefano e Cortellessa, emarginazione tanto più evidente quanto più la cultura degli ultimi vent’anni ha formato l’immaginario visivo bidimensionale delle nuove generazioni, ove i genitori non abbiano tenuta alta la guardia a difendere le altre forme reali, ovvero tridimensionali, della comunicazione. Progresso è evolvere, non sostituire: una piatta immagine in movimento passivo non è una evoluzione della parola. 
Dunque io auspico la convivenza parallela delle forme della comunicazione contemporanea, ben sapendo che la poesia è un profilo biologico e dunque ai poeti sarà inevitabile continuare a essere la rete parlante, invisibile e operosissima della società, l’alveare di ultrasuoni dove si tesse quel tessuto di senso senza il quale rimarrebbe soltanto la scorza del mondo, smembrata e priva di legamenti, perché la poesia serve a ricordarci – quando è altissima: a dimostrarci – che siamo tutti la stessa persona. 
Il fondamento del fare poesia è una compassione etimologica e primaria, ovvero la identificazione con il bene e il male dell’altro. Come nelle esperienze di premorte: i premorti, tornati alla vita, raccontano che, nel rivivere le scene della propria vita, hanno sentito i sentimenti di tutti i presenti, il bene che hanno dato e il dolore con il quale hanno offeso quando sono stati vivi. Così il poeta, ove la sua non sia “letteratura”, formalismo, guscio sonante del suo solo ego. La poesia non è un’attività letteraria, è una evoluzione dell’io, una sua attività di estroversione, una radicale dimenticanza. Ebbene, credo che mai come oggi questa sia una faccenda memorabile, una dichiarazione di resistenza e, parafrasando Fenoglio, una questione pubblica.
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