Giornalismo

Leggere Szymborska ai migranti del "Baobab" (Corriere della Sera, 3.8.16)

Corriere della Sera, 3.8.16

DA QUALE MONDO VERSO QUALE MONDO
leggere Szymborska ai migranti del “Baobab” di Roma

Sappiamo che vengono da luoghi nei quali hanno lasciato quasi tutto. Sappiamo che vengono da viaggi nei quali molti hanno perso il poco che erano riusciti a salvare. Sappiamo che si allontanano da guerre attraversando guerre, stupri e torture. Sappiamo che sono sopravvissuti a naufragi. Sappiamo che possono fare affidamento solo sui loro corpi. E sull’accoglienza di altri esseri umani. Ne abbiamo idea. Poi, li vediamo. Non sono pregiudizio, ideologia, racconto o forme bidimensionali. Sono corpi, cioè rumore e odore, allegria paradossale e bisogno.

Il sesto senso è il senso di realtà. Imbocco Via Cupa e li vedo. Vedo che tutto avviene a cielo aperto, a destra della piccola strada. Una dottoressa medica il tallone di un ragazzo. Poi, una sequenza di materassi sull’asfalto inzuppato di acqua e fanghiglia, imbarcati dal peso di molti corpi. Ancora un passo e una fila muta mi volge le spalle: dalla testa si staccano dei ragazzini con un piatto e una forchetta di plastica in mano. Mangiano in piedi o accovacciati sull’asfalto: pane, pasta, insalata. Oggi è andata così. Sono quasi tutti maschi giovani, molti studenti: donne e neonati vengono subito smistati verso il presidio della Croce Rossa. Sono tutti africani, perché il nome “Baobab” è noto, al centro dell’Africa. Fanno tappa per qualche giorno e ripartono verso il Nord Europa. Vengono detti “migranti transitanti”. Non fanno caso a noi, non sono ostili né sorridono, convivono con la nostra presenza come un fenomeno del paesaggio urbano. Una media di 250 persone si sfama qui ogni giorno. Il presidente dell’Inps Tito Boeri documenta che “gli immigrati ci regalano 300 milioni all’anno”, grazie ai contributi versati e mai riscossi. In cambio, i privati offrono loro i pasti e una continua attenzione. In attesa di una sede strutturata e non emergenziale come questa: poco più avanti sono montate alcune tende. Dietro l’ultimo lembo di stoffa un neonato succhia in silenzio dal seno di una ragazzina. Lei sorride. Non è letteratura: lei sorride come è naturale che le madri sorridano. Un ritaglio di pace e normalità, come fossimo tra le mura domestiche di una casa qualunque.

Noi siamo Piccoli Maestri, siamo qui a leggere. Ho scelto Szymborska, perché lei significa dare voce all’equanimità: nei suoi testi splende in silenzio l’unità del creato, un mondo ironico e concreto dove ogni cosa è uguale a ogni altra cosa.Quando non abbiamo più bisogno di voli pindarici per sostenere la vita, stiamo vivendo, accettiamo “il Bello / con dentro budella sgraziate” che siamo: provvisori, dubbiosi e colmi di perdita. Sembra sensato leggere versi come “Gente in fuga davanti ad altra gente” oppure “Solo ciò che è umano può essere davvero straniero. / Il resto è bosco misto, lavorio di talpa e vento.” Cose concrete come l’elenco delle cose utili: mutande, calzoncini small (gli extralarge paiono scherzi di cattivo gusto), leggins, asciugamani per la doccia domenicale. So in prima persona cosa significhi affidarsi “alla compassione di tutti”, come scrisse mia madre Lucia prima di scendere nelle acque del Tevere insieme all’uomo che amava. La me stessa neonata ha trovato accoglienza nel mondo, contraendo il debito naturale di accogliere a sua volta. Molte persone sono state buone con me. So che vuol dire sperare in ogni sorriso come in quello di un parente possibile. So da che zolla dura vengano gli sguardi di fiera gratitudine che incrocio addosso al muro del Verano, dove leggiamo e veniamo investiti da una salva di “grazie”. Questi ragazzi hanno imparato la parola indispensabile in ogni lingua: grazie. Perché sanno che ogni incontro è un dono e un diritto, che ogni piatto di cibo è un dono e un diritto. La creatura che siamo chiede vicinanza e viene avvicinata. È uno spettacolo giusto. I volontari fanno il proprio dovere di esseri umani. Questo è tutto. In attesa di una risposta dalle istituzioni. Tra poco sarà inverno. E noi, come Szymborska “conosciamo noi stessi solo fin dove / siamo stati messi alla prova”.

Quel rumore della vita che non vogliamo più ascoltare (CorSera, 28.3.16)

CorSera 27ora 28.3.2016

Quel rumore della vita che non vogliamo più ascoltare

È cominciata così: con il divieto inflitto ai bambini di giocare nei cortili dei palazzi. Ne ho provato una grande solitudine, come per una perdita privata: per me il rumore dei bambini ha la stessa dolce allegria del frinire delle cicale in campagna d’estate. Aprivo di proposito la finestra sul cortile, per ascoltare i tonfi delle loro pallonate, le loro guerre, i serissimi insulti e le contestazioni e le risate, improvvise e contagiose. Ovvero il rumore della vita che cresce, il nostro stesso rumore biologico, la conferma della salute, ovvero del futuro, della nostra specie. Adesso, quando apro la finestra, c’è il silenzio di un mondo disabitato. Disabilitato a vivere.

Purtroppo questa direzione fatale continua con l'interdizione all’accesso dei minori di 5 anni in taluni ristoranti. Un proprietario di esercizio alimentare così motiva la propria decisione, a “la Repubblica” del 19 gennaio scorso: Ce l'ho con i genitori che non sanno educare i propri figli. Io quando andavo da bambino al ristorante con mio papà, lui mi diceva 'stai buono, se ti muovi ti spacco le gambe'”.

C'è da complimentarsi con quel genitore, c'è davvero da prenderlo a esempio. Siamo nei territori pericolosi del tramandare il danno di generazione in generazione.

Così, mi chiedo: a quando le zone dedicate ai bambini accanto al recinto dei cani?

Sulle rive di questo cinico Occidente in agonia muoiono solo i profughi, ovvero quelli che sono stati costretti dalla realtà a coltivare un sogno, che troppo spesso noi contribuiamo a trasformare in un incubo. Perché io credo che questo nostro cinico Occidente provi anche una sotterranea invidia, nei confronti di quella massa viva e piena di bambini che si sposta, per inseguire l’utopia di un futuro.

Noi non sogniamo più, non moriamo più, non sporchiamo, non piangiamo in pubblico, i nostri figli non possono più giocare per strada, non urliamo, se non nel traffico o negli accessi improvvisi di così detta “follia”, ovvero quando la massa dei desideri compressi esplode e ci travolge. Come la natura si riprende la terra organizzata dal risibile ordinamento umano con terremoti e maremoti che ci sforziamo invano di prevedere, così avviene di noi e della nostra struttura “sociale”, quando una necessità negata ci devasta, rendendoci “pericolosi”.

Un paragrafetto a parte merita il mal d’amore. Gli amanti sono irrisi o compatiti, sono figure scomode e antisociali: organismi non più funzionali e produttivi, creature ormai non più nobilitate dall’ampiezza del loro sentire, ma svilite al ruolo di ossessi, di malati d’illusioni, di affetti dagli affetti. Inefficienti. L’innamorato è un ostacolo nel fluire sociale, vive un tempo che è fuori dal tempo ordinario e da quella che abbiamo deciso di chiamare “realtà”. L’innamorato ricorda che “realtà” è un nonnulla nel tessuto spaziotemporale, un punto di intersezione qualunque su un piano cartesiano, dove le assi sono “tempo” e “spazio”: “realtà” è il risultato dell’incrocio di un determinato tempo con un determinato luogo. Questa memoria è pericolosa. Perché è viva e vitale come il rumore dei bambini.

Ascoltiamo il rumore di fondo dell’Occidente. Traffico. Bombardamento di notizie che dimentichiamo, immediatamente dopo averle ascoltate. Non abbiamo abbastanza compassione per compatire tutto quello che dovremmo compatire. Nemmeno noi stessi. Così, in questo frastuono, il solo rumore che non vogliamo ascoltare è il dolce, violento, sfrontato, disordinato, destabilizzante, maleducato, commovente: rumore della vita.

Della nostra, per prima.

profughi siriani: lo sguardo poetico più forte della disperazione (CorSera, 20.11.15)

 la poesia: un canto dalla zattera nella tempesta

Il poeta è un ingenuo o un arrogante? è la domanda che Alessandro Agostinelli pone dalle pagine de “l’Unità” del 4 ottobre scorso: “Chi scrive davvero poesia spesso si vergogna di essere definito poeta, perché come quell’Orfeo della canzone [di David Sylvian] “giace morto stecchito per il mondo”. Allora pecca di ingenuità o di arroganza chi scrive poesia? Oppure ha ripiegato su un terreno meno esposto alla violenza delle intemperie attuali?”

Io rispondo che no, niente di tutto questo. Un poeta è profondamente implicato con le cose del mondo. Ma il suo compito è essere, con tutta la propria persona, controcanto al canto del mondo – e mantenere la memoria di un modo diverso di stare al mondo. Né superiore, né inferiore: diverso. E altrettanto umano.

In Al di là del principio del piacere, Freud scrive che "quando entrano in gioco le pulsioni di auto-conservazione dell'io, il principio del piacere viene sostituito dal principio della realtà. Quest'ultimo […] mette in atto la temporanea sopportazione di dispiacere, come tappa nel lungo e contorto cammino verso il piacere." Credo che questo stia avvenendo al nostro macro io-occidentale: poiché si sente in pericolo, la società reagisce attaccandosi alla “realtà” (economica e formale) del mondo come a una zattera nella tempesta, reagisce spegnendo, temporaneamente, speriamo, il suo bisogno di bellezza.

Ma, su quella zattera, che per altri non è affatto metaforica, ci sono i poeti, quelli che vedono tempesta e maceria, ma compiono il quotidiano atto di volontà di tenere lo sguardo puntato altrove – all’oro, alla riva.

Un poeta si esercita ogni giorno a cercare i barlumi fra le macerie, a vedere (o intuire) la bellezza (il senso) del mondo, pure nella catastrofe. O a denunciarne la mancanza di senso. È una sua inclinazione naturale. Che coincide con il suo compito sociale. L’esempio di Paul Celan valga per tutti: Celan ha lanciato la sua parola verso il futuro, dal centro di un vasto orrore (la Shoah), affinché la sua fede nell’umano arrivasse fin qui: “per la parola porpora, che cantammo / al di sopra, oh al di sopra / della spina.”

E ancora: nel documentario Shoah di Claude Lanzmann c’è la testimonianza di un superstite, ex kapò: “una volta ci fu come un coro, il canto invase tutto lo spogliatoio: l’inno nazionale cecoslovacco e poi la tikka. allora io improvvisamente decisi che volevo morire con loro, io d’improvviso per la forza del canto ritornai umano e finalmente non compresi più la ragione della mia cieca sopravvivenza. ma la mano di una delle donne mi fermò e la sua voce disse: no!, tu sarai il Testimone.”

La vita come testimonianza. La poesia come testimonianza. A conferma, desidero citare il resoconto amarissimo Sfollati a Lesbos, che Antonella Anedda ha pubblicato, all’inizio di ottobre, su “alfabeta2”: Anedda è in viaggio, ha negli occhi la bellezza di Lesbos, a sua volta echeggiata in lei da tanta poesia greca. Ma emergono subito i primi segni di uno straniante, dolorosissimo altrove, che sta arrivando in silenzio. Dal buio dell’isola, emergono le tracce di un dolore che chiede casa in quella terra che pareva fatta di poesia e, intanto, trova casa nelle parole di un poeta: è il dolore dei profughi siriani, che Anedda chiama “sfollati”, perché noi possiamo identificare in loro il racconto di tante nostre biografie familiari: “Questa bellezza, questa pace non bastano e resta sempre ferma la stessa domanda: cosa rende gli esseri umani crudeli? Il fatto di stare in un’aiuola?” Ecco lo sguardo di un poeta davanti alla “concretezza dei bisogni, del cibo, della paura, ma anche della speranza e della spinta verso un’altra forma di esistenza, più forte della disperazione. Tutte quelle persone sembravano completamente sole, esauste, ma sostenute da qualcosa che non so definire se non come il coraggio dell’attesa.”

Ecco salire dalla zattera la voce del poeta – che forse parla al vento, ma parla: “C’è un’educazione, un rispetto verso la fragilità dei vecchi, dei più deboli che forse va ricostruita come si ricostruisce una casa distrutta, lavorando per trasformare la nostra durezza di sguardo, per scucire i nostri occhi cuciti col ferro, come se fossimo, e non possiamo esserlo, invidiosi.”

Perché Anedda parla di invidia, alla fine del suo articolo? Invidia dei benestanti nei confronti degli “sfollati”? Surreale. Ma chiediamoci se in noi non viva anche la volontà di umiliare la debolezza che l’altro ci espone, di affondare la lama del nostro benessere nel suo bisogno. Chiediamoci se l’odore del sangue e della miseria altrui non ci serva a esaltare, a contrasto, il profumo della nostra salute. E chiediamoci ancora (e qui ringrazio il mio interlocutore virtuale Alessandro Corradino per la sensibilità del confronto), se Anedda voglia anche insinuarci il dubbio di un’invidia paradossale, da parte di questo morto Occidente, nei confronti della vitalità di chi è spinto a una rivoluzione esistenziale, sebbene a causa di una tragedia immane. Dalle sponde di questo Occidente, sotto la più leggibile paura, sale forse un rancore nostro, nei confronti di chi coltiva un sogno?

Si tratta forse di invidia della vita, da parte della nostra inespugnabile infelicità borghese – che non ha più un futuro, né un Altro, da aspettare? Ecco lo scarto conoscitivo che il pensiero di un poeta ci permette di fare. Ecco il dubbio che insinua nelle nostre certezze.

Perciò io credo che la poesia sia utile e viva – e che agisca in profondità. I poeti sono emarginati, quando non irrisi, dal potere e dalla società borghese. Perché le loro parole non si possono adattare al discorso del mondo, né devono – come suggerisce Anedda (“È davvero una follia pensare una politica che sia anche poesia piuttosto che una poesia spesso desiderosa di emulare la politica?”) – simulare il discorso del potere, non possono venire valutate secondo il “successo” dei risultati di vendita, poiché esse servono a mantenere la memoria di un altro discorso. Ripeto: né superiore, né inferiore: diverso. E altrettanto umano.

E poiché penso alla poesia – insieme al discorso amoroso – come al discorso dell’eversione, sono senz’altro d’accordo con Agostinelli, quando suggerisce la necessità di portare la parola poetica e – ancora meglio – i vivi corpi dei poeti nei luoghi non destinati alla poesia. Fui infatti tra quelli – era il 2000 – che aderirono al suo invito di leggere le proprie poesie con il megafono: nei mercati, nei centri commerciali, dai balconi di Pisa. Una delle esperienze più significative e divertenti che abbia fatto con la poesia. Fuori dall’asfissia delle accademie. Nel mondo, qui e ora, ciascuno con la cosa che sa fare.

Se si rompesse l’universo della nostra lingua, che i poeti custodiscono,  scrive Agostinelli, vivremmo tutti una perdita di identità, di casa, “sarebbe come trovarsi di fronte al peccato originale”. Ma la parola comunicativa entra nel Paradiso come peccato: la prima domanda viene pronunciata nell’Eden dal serpente. La parola è esilio dalla conoscenza originaria. La quale è intuitiva, corporale. Il peccato originale è conoscere intellettualmente, è perdere (rinunciare) – parlando – (al)la conoscenza originaria. La poesia vuole farci riavvicinare a quella conoscenza. Intuitiva. Corporale. Dunque bisogna chiedere la viva voce dei poeti, i corpi dei poeti, chiedere che i poeti si mettano in gioco con l’intera propria persona, che non affidino solo al codice muto del libro la propria parola.

Massimo Recalcati, in Le mani della madre, oppone la qualità materna della cura all’”incuria assoluta” del discorso del capitalista. Le mani della madre salvano dal baratro dell’indifferenziato, perché trattengono nel loro amore la singolarità di una persona, la riconoscono come propria creatura, impedendole di precipitare nell’abbandono assoluto nel quale ogni vita è gettata nascendo. È l’amore che speriamo e al quale abbiamo diritto. Mi spingo a desiderare che la poesia renda al mondo questo servizio. Che serva a identificare, a indicarci la singolarità di ognuno, che sappia tenere i corpi nelle sue mani, perché non cadano nell’anonimato di una massa umana sofferente. Noi oscuriamo gli schermi perché i nostri figli – le esistenze singolari che noi proteggiamo – non vengano colpiti da tanto dolore. Ma (ancora Anedda): “Forse l’unica cosa che gli esseri umani possono fare è imparare e imparando cambiare, guardando davvero le persone negli occhi, una a una. È davvero impossibile che dalla consapevolezza di andare comunque verso la morte non riesca a nascere – almeno a tratti – almeno una volta – quella solidarietà di cui parlava Leopardi nella Ginestra?

Il compito del poeta, oltre a quello di tenere viva l’identità di un popolo conservandone la lingua è, più ancora, questo: svelarci la nostra meschinità, ricordandoci la grandezza possibile della nostra persona. Il compito del poeta è mostrarci che siamo ciechi, come gli invidiosi dell’inferno dantesco, che hanno le palpebre cucite con il ferro, affinché i loro occhi non gettino il proprio sguardo malevolo su niente. Gli invidiosi di Anedda siamo noi, che abbiamo vite armate per essere indifferenti (che, alla lettera: non attribuiscono differenze, non riconoscono identità, singolarità), per non vedere l’altro chiedere asilo, per non sentire il dolore dell’altro e lasciarlo precipitare. Nell’indifferenziato del nostro oblio.

Reportage su Borgata Finocchio (CorSera 27ora, 10.9.14)

LA GALLERY di MGC sul "Corriere della Sera"
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«ciò che è sacro si conserva accanto alla sua nuova forma sconsacrata»
Pier Paolo Pasolini, Medea

Bozzetto uno: la parrucchiera e la serial killer

Comincio dalla strada più esterna. Percorrerò le tre parallele a ritroso verso il centro: via del Casale del Finocchio, via di Fontana Candida e infine Via di Prataporci.

Sotto il sole a picco si apre uno scenario ultrafisico. Vedo una bella balconata araba, i ricami di ferro battuti dal sole e i lenzuoli stesi cha fanno vela. La nostalgia agisce da sola, sfila il tappo all’obiettivo della mia bridge. La donna mi viene incontro fumando, ha una faccia bella alla annamagnani e le mani imbrattate di tinta bruna. Sorride. Dice aò, che sei 'na giornalista? Boh, rispondo, non di continuo, giusto talvolta. Allora attacca a dirmi guarda quanta sporcizia, che stato d’abbandono, scrivi, scrivi che il Comune ci trascura. Eppoi: ‘o vedi llà – e indica un altissimo albero di pino, davvero suggestivo nella sua inclinazione escheriana – quer pino, si nun è oggi domani, casca ‘n testa a quarche disgrazziato.

Poi all’improvviso s’irrigidisce, dice che però io mica ce l’ho il diritto di fotografare le case private. Dico sì che ce l’ho e, soprattutto, mi piacevano i lenzuoli. Dice ah, te piacevano i lenzòli… e si addolcisce. Poi ci ripensa: sì, ma pòi esse ‘na ladra, noi che ne potemo sapé? A signò, ma che dice, m’ha vista in faccia?! Sì vabbè, mo’ stai a guardà la faccia… Hai visto quant’era carino quell’americano che se magnava i regazzini… Ossantoddio! le grido, il killer di Milwaukee?! E me ne vado, offesissima. E mi viene da ridere. Al primo impatto, ecco quel che cercavo: questo è il parlare schietto e vero che mi piace, questa è la difesa brutale di una casa, anche malmessa ma casa, il proprio posto nel mondo. In un altro quartiere questo sentimento sarebbe stato espresso più educatamente e più crudelmente. Meno di pancia e più di lama. A me piace così, alla come viene. Tanto ormai porto a casa lo scatto delle lenzuola.

Bozzetto due: centauri da bar sulla terra-Medea

Io sono qui perché la maggior parte delle ragazzine che ho conosciuto al minorile di Casal del Marmo viene da questa borgata: sembra che qui ci siano le grandi ville tirate su con i soldi delle attività malavitose. E, in effetti, vedo convivere ville a tre piani con giardini e frutteti e immaturi abitati campestri, appezzamenti d’orto che tengono al fondo il cubo di mattoni con la tendina antimosche agganciata al telaio della porta: quelle strisce di plastica colorata che, quando nei quartieri si tenevano aperte le case, erano appese sopra ogni soglia.

Qui convivono il sacro e lo sconsacrato. Qui i centauri d’infanzia e ragione stanno uno di fronte all’altro: a sinistra il fragile cancelletto sverniciato, fermato con catena e lucchetto leggeri, su uno storto sentiero di ghiaia che sfocia in rivoli di pomodori e fagiolini; a destra, il gran cancello automatizzato, di assennatissimo metallo nero, con videocitofono a muro, tettoia spiovente e cane immusonito.

Nell’aria, odore di concime e di vernice fresca. Ci sono campi coltivati a vite. Ci sono vecchi muri sfarinati accanto a intonaci che irragionevolmente specchiano il sole, verande scure e lustre come baite montane e, ai tavolini del bar, quel gruppetto di uomini baritonali, cupovocianti, sotto la tenda abbassata contro il sole. Nella parallela più interna, meno periferica, compaiono le prime donne, i primi bambini, seduti anch’essi ai tavolini esterni dei bar, zirlovocianti come rondinelle.

Tempo stratificato. Avanzo in un non-luogo, scavalco di continuo un invisibile confine spaziotemporale. Passo da un’Italia anni Cinquanta – viva composizione di creature indigene affiancata da una fluorescente comunità dell’est – a un presente smargiasso, sgargiante, eccessivo nella sua posa di consistere in forma del proprio tempo. Tutto quel che si sfoggia non è vero o, per lo meno, non abbastanza profondo.

Il tempo passato non ha guardiani, si manifesta senza custodia, è esposto. Lascia al vento di terra le proprie lenzuola e le proprie smaglianti canottiere. Il tempo presente è disabitato, il suo popolo è invisibile, nascosto nella sua neologistica, fraintesa privacy. Che è quando non si sopporta lo sguardo di un altro. Che è quando si sospetta.

Io cammino cammino sotto un sole che sa d’amaro e improvviso addolcisce. Ripasso le parole di un poeta: «esso – dice il centauro adulto a Giasone, a proposito del centauro sacro e ormai muto dell’infanzia – non parla, naturalmente, perché la sua logica è così diversa dalla nostra che non si potrebbe intendere. Ma posso parlare io per lui: è sotto il suo segno che tu, al di fuori dei tuoi calcoli e della tua interpretazione, in realtà ami Medea – io amo Medea? – sì. E inoltre hai pietà di lei e comprendi la sua catastrofe spirituale, il suo disorientamento di donna antica in un mondo che ignora ciò in cui lei ha sempre creduto. la poverina ha avuto una conversione alla rovescia e non si è più ripresa – e a che mi serve sapere tutto ciò? – a nulla. è la realtà – e tu, per quale ragione me lo dici? – perché nulla potrebbe impedire al vecchio centauro di ispirare dei sentimenti e a me, nuovo centauro, di esprimerli».

Oggi per me Medea è questa borgata. Vecchia e nuova, confusa, colonizzata da un tempo che in lei stona e non comprende. Terra che cerca di adattarsi alla realtà, bella sfera che cerca di quadrare. Austerità. Terra dove incombeva il disordine del verde e del sole e viene cancellata e organizzata, ancora e ancora. Fa lei stessa lo sforzo di quadrare, di corrispondere alle aspettative.

Ma la gravità spinge, spinge ancora da dentro, fa crescere le uve sotto il sole, sgretola i muri a secco, spacca l’asfalto, dove la zolla è fertile, vulcanica, volta le piante. Si sente respirare, dal fondo calcinato delle strade, la voce muta della terra.

Il fiato va elargito dove non serve, va elargito invano. Perché suoni improvviso come la grazia. Allora sì, lo vedi che fatica, ti accorgi della compatta anticonversione. Quanti cani da guardia, quanti cancelli, per tenere a freno la natura, la muta lingua del sacro, la lingua ora incompresa del centauro muto dell’infanzia. E la nostra risposta, il nostro muto sì al suo desiderio. Il nostro illogico e assoluto: sì.

Questa deriva lirica solo per dire che ho sentito suonare un silenzio profondo e universale nelle parole delle ragazzine di Casal del Marmo. Simile a quello della borgata dalla quale provengono. Prendete in blocco tutto quel che ho scritto sul corpo esposto della terra e applicatelo a ciascuna delle detenute. Sono tutte Medea. Stanno nella medesima contraddizione, incastrate in uno spacco di terremoto tra passato e futuro che prescinde dal loro e dal nostro volere. E io sono qui a testimoniarlo.

Catalina Tomás Gallard – 21 giorni (DCM, 3.4.18)

 Catalina Tomás Gallard (Caterina Thomas) – 21 giorni (DCM, 3.4.18)

  • "Qui desitja servir Déu es menester que estiga molt content en tota cosa"
  • “È necessario che chi vuole servire Dio sia felice in tutte le cose”

Le parole della mia vita sono:

1. isola

di Maiorca, nell’arcipelago spagnolo delle Baleari.

Sono nata sotto il segno del toro, solida e ferma come l’animale, il primo maggio del 1531, a Valdemossa, un comune a Nord-Ovest dell’isola, nella Sierra de Tramontana. Un cerchietto di terra fatto di pietra e ulivi. Ancora più in alto della mia testa, oltre colline di querce, ulivi e mandorli, dicono ci sia il mare, un’acqua immensa che ha il colore del cielo. In certe sere mi sembra di sentirne l’odore. Seguo con gli occhi la bellissima linea del campanile verde della Cartuja fino alla cima e scendo giù dal lato opposto, immagino…

2. orfana

di padre a 4 anni e di madre a 10. Penultima di sette fratelli. Neanche il privilegio di essere l’ultima;

3. ulivo:

come orfana, vengo presa in custodia dagli zii materni di Son Gallard, Joan e Maria. In cambio del mantenimento, gli zii mi mandano a pascolare il bestiame, andiamo in chiesa solo di domenica. Costruisco la chiesa dove mi trovo. Mi trovo sotto i rami di un ulivo contorto e grande come un padre. Costruisco un altare di pietre piccole, quelle che riesco a trasportare. M’inginocchio. Dicono che al Signore basti il cuore.

Mentre guardo le bestie, i loro occhi pieni di saggezza e di pazienza, conto le Ave Maria del rosario sulle foglie di un ramoscello d’ulivo. Cammino a piedi nudi tra cardi e rovi. Dicono che la sofferenza aiuta a comprendere.

Ho sempre avuto bisogno di un altro mondo. Senza io.

La purezza del cuore, che m’interessa, diventa presto un bisogno di purezza del corpo. Non sento desiderio di un amore umano. Non sento desiderio verso un altro corpo. La purezza, per me, collima con la solitudine. Lascio solo il mio corpo.

4. Padre:

un giorno incontro un uomo, Padre Antonio Castañeda, un ex soldato dell’esercito di Carlo I che, scampato per miracolo a un naufragio, ha scelto di vivere da eremita nel collegio di Miramar. Ha venticinque anni più di me. Ci incontriamo durante una sua visita alla fattoria e subito la sua anima legge nella mia anima: insieme a lui decifro il mio desiderio, decido che il mio desiderio diventerà il mio destino, dunque, con il suo appoggio, trovo il coraggio di dire agli zii che voglio entrare in monastero.

Gli zii si oppongono, per ragioni economiche: non sono che una pastorella ignorante e a loro sono utile così, non hanno intenzione di investire denaro per farmi studiare. Inoltre, non hanno una dote da offrire al convento per me.

Il padre della mia anima non mi abbandona, pensa a tutto lui: mi mette a servizio a Palma di Maiorca, presso gli Zaforteza, una famiglia nobile. Imparo a leggere e scrivere e posso finalmente attingere da sola alla bellezza e bontà delle Scritture. Mi impongo di nutrirmi di soli pane e acqua e adopero una pelle di porcospino come cilicio. Sono convinta che la mortificazione del corpo apra scenari invisibili. Aspetto. Aspetto di capire e di vedere.

Come è ovvio, mi ammalo.

Padre Antonio è sempre al mio fianco, la sua fiducia mi sostiene, riesce a convincere le Canonichesse Regolari di Sant’Agostino a prendermi come corista nel Monastero di Santa Magdalena de Palma, anche senza dote. Dice che sono comunque un buon investimento, che sono fervente e sincera. È il 1553. Ho 22 anni;

5. noviziato:

il mio noviziato è straordinariamente lungo, due anni e sette mesi.

Dicono che sono pallidissima, le privazioni alle quali mi sottopongo depauperano il mio corpo fisico. Credono che io abbia la tubercolosi. Ma io sono sanissima. Io, dentro, mi sento fortissima. Comincio a comprendere. Tutto questo dolore non è per niente. Sono determinata a continuare. Mastico il pepe per farmi salire un po’ di sangue alle guance, così la smettono di preoccuparsi.

Prego e prego, lotto contro tentazioni, dubbi, contraddizioni e contrasti. Il demonio mi mette a dura prova. Lui è astuto, intelligente, mi conosce, sa dove colpire.

Ma la mia volontà è più ferma della sua. Toro contro caprone. Sono più feroce e più grande.

6. Voti.

E finalmente, a ventiquattro anni, prendo i voti. Indosso una veste smessa da una consorella e non voglio regali. Il regalo più grande è finalmente essere Tua sposa, Gesù. Essere pur indegnamente degna di Te. Umile, serva, tutte quelle cose e quelle consuetudini. Ma ho lottato forte, per meritarmi questa vestina usata.

È il 24 agosto 1555. La data della mia vera nascita.

7. Extás.

Ed ecco, infine, quello che volevo. Essere morta in vita. Essere altrove.

8. Fama.

Obbedisco anche quando sono in estasi. Monsignor Giovanbattista Campeggio, Vescovo di Maiorca, viene a chiedermi consiglio. E poi il suo successore, Diego de Arnedo. Sono una semplice suora. Sono un’autodidatta. Non un granché di donna. Non sono che un Tuo tramite, l’infimo altoparlante della voce di Dio. Obbedisco sempre. Vado alla grata anche se non voglio. Non volevo la fama, volevo Dio. Cos’è mai la fama presso gli uomini, per chi vuole Colui-che-è-Tutto?

Ma gli uomini hanno bisogno delle Sue parole, che Lui ha la bontà di spendere attraverso questo mio corpo inutile, utile solo a essere portatore dell’acqua benedetta della Sua voce. Poiché Lui parla nel silenzio – e ci vuole silenzio, per ascoltarLo.

Noi consorelle, qui, abbiamo il privilegio del silenzio, il lusso del silenzio. Non c’è quasi più il corpo. C’è l’infinito dell’amore. Punto.

Non parlo che di questo. Come del mare che immaginavo da bambina oltre il campanile della Certosa. Un infinito del colore del cielo.

Dio mi chiede di convertire al suo amore, ha bisogno di creature del mondo, vuole che anche fuori da queste mura le creature si sentano immerse nel suo silenzio, infinito e azzurro come un abbraccio che insieme libera e tiene;

9. miracoli:

sommando tempo a silenzio, divento mio malgrado miracolosa. Non voglio che si sappia, ma si viene a sapere: le estasi durano tanto che non posso più nasconderle. Giorni interi, poi giorni e giorni. Spando lacrime vere e copiose meditando la Tua passione, Gesù, pure se sono in refettorio insieme alle sorelle col mio tozzo di pane. Ogni lacrima che mi cade sulla zolla del pane mi avvicina a Te. In quei momenti non c’è più differenza tra il mio corpo di ragazzina e il Tuo corpo, fatto d’aria azzurra. Vedo gli angeli e faccio profezie. Quando combatto contro la Legione riporto ferite. I santi mi guariscono. Potrebbero non farlo.

Guardo il mondo, Gesù, e non vedo il mondo, vedo Te ovunque. Come un’innamorata separata dallo sposo si circonda dell’immagine di lui, getta la faccia negli abiti di lui, per respirare ancora il suo profumo, così perdutamente getto la faccia in me, cerco il profumo dell’infinito amore, cerco dentro di me quello che non finisce: nel buio profondo, nel silenzio assoluto, nel nulla a capofitto che è in un essere umano. Che m’importa del mondo.

Mi confesso a Padre Salvatore Abrines. Non riscontra peccato di arroganza in me: non c’è peccato a disprezzare il mondo, dice lui. Quindi, in due brevi lettere spirituali, riassumo a Padre Vicenç Mas la mia libera e corrosiva visione dell’ascesi, che incoraggio a vivere al di là del particolare delle confessioni: desidero che tutte le creature abbiano fiducia nelle proprie risorse, desidero che affidino la propria salvezza alle proprie stesse mani.

Perché so, io lo so, che Tu sai farti piccolo come le nostre mani.

Nel 1571 riesco a stare perduta nel Tuo Volto bruciante per 21 giorni. Giorno e notte con te. Come fossi già morta. Finalmente viva. Poi torno.

Ma non torno davvero mai più, sono sempre in un Niente che Tu abiti. E

10. finalmente

muoio. Me ne vado da questa prigione.

Questa morte tanto desiderata, la predico prima dell’ultima estasi. Uno sforzo tremendo, per il corpo. Ma io non so più nulla di questo corpo. Eccomi a Te. Offro la mia irrisoria passione come un affluente minore della tua Passione, grande come il mondo.

La tua morte è la libertà di tutti, la mia morte è libertà per me sola.

Resto sul ponte tra visione e veglia da lunedì 29 marzo 1574 al mercoledì di Pasqua, il 4 aprile. Il 5 sono morta. Ho quarantatré anni.

Dopo quarant’anni, il mio corpo risulta incorrotto, indossa vestiti ancora freschi di bucato. Forse perché era già morto da vivo, chissà.

O perché Tu hai voluto conservarlo come il tempio dal quale per quarantatré anni Ti ho pregato.

*

Santa Rina, come è affettuosamente chiamata Catalina Tomás, viene beatificata nel 1792 e proclamata santa il 22 giugno 1930 da Papa Pio XI. Il suo corpo è conservato nel Monastero di Palma di Maiorca. In Italia il suo culto si celebra il 5 aprile.

Ogni 28 luglio il carro trionfale della beateta, della beata niña, attraversa le strade di Valdemossa, accompagnato dal canto di Sor Tomasseta:

  • Sorella Tomasina, dove sei?
  • Ti posso nascondere io
  • perché il diavolo ti cerca;
  • ti vuole trascinare dentro un pozzo.
  • […]
  •  
  • Non c’è rosa di Alessandria
  • o garofano odoroso
  • che io ami così dolcemente
  • come amo il tuo nome, Caterina
  •  
  • Oh, bellissimo angolo montano
  • sempre fiorito, come l’aprile
  • […]

[traduzione di Maria Grazia Calandrone]

Roma, 16 febbraio 2018

FARE POESIA è UN'AZIONE POLITICA (il manifesto - 17.7.11)

FARE POESIA È UN'AZIONE POLITICA
(il manifesto, 17 luglio 2011)

Eccomi a ringraziare, da invisibile tra gli invisibili, Paolo Di Stefano e Andrea Cortellessa per i due importanti articoli sulla poesia che sono apparsi sul “Corriere della Sera” di domenica 10 e di lunedì 11 luglio scorsi. Il primo indagava l’evoluzione delle trame sommerse tra editoria e poesia e il secondo, proseguendo il pensiero esposto su “il manifesto” intorno ai poeti che nel maggio scorso misero provocatoriamente all’asta i proprio ultrainutili manoscritti in favore della cultura a L’Aquila, incoraggia a considerare la valenza conoscitiva della poesia citando le competenze collaterali di certi poeti e nominando finalmente una donna, Antonella Anedda. Notavo infatti come Di Stefano avesse omesso integralmente la poesia femminile (probabilmente a causa dell’assenza di legami tra poetesse e “potere” editoriale), avvalendosi della sola Alda Merini per sostenere che la biografia del dolore della poetessa avrebbe reso indulgenti i lettori intorno alla debolezza di certi suoi versi. Non possiamo non essere d’accordo: Alda Merini, da un certo punto in avanti, prescindeva quasi dalla propria poesia, poiché incarnava, con l’intero suo corpo esposto, un archetipo della immaginazione occidentale, la invasata e santa fusione di scrittura e vita, insieme a quella tra la carne e lo spirito e addirittura tra la società dello spettacolo e lo spirito, ironica come fu nell’esporre le proprie nude e vive carni all’obiettivo di macchine fotografiche chissà quanto a loro volta innocenti. Ostentazione della carne che, agita da una poetessa avanti con gli anni, smentiva con coraggio e autoironia le rigidissime normative di rimozione dei segni annunciatori della morte proprie della società dello spettacolo. Inoltre, sapevamo tutti che le carni della Merini erano anche portatrici delle stimmate invisibili degli elettroshock. Dunque il gesto di Alda Merini fu un gesto politico.

Viene allora da chiedersi perché una biografia simile, per quantità di dolore e di umiliazioni comminate quale cura feroce del dolore (gli elettroshock), e già politicamente implicata come quella di Amelia Rosselli (figlia, lo ricordiamo, di Carlo Rosselli, assassinato in Francia con il fratello da mano fascista), non sia entrata nella poesia della sua autrice se non esposta da una lingua così personale da essere universale: Rosselli pose in opera una nuova lingua di tutti, il fondamento della lingua poetica delle generazioni future, ma tenne un atteggiamento completamente diverso nei confronti del proprio stato biografico, riversandolo tutto nella parola: tutto il trauma, lo slittamento delle piastre di una monumentale geologia privata di realtà e ossessione, si sono fatte la sua lingua fastosa, fastidiosa e piena di improvvise grida sentimentali, oscene e buffe, incespicanti nella inedita ghiaietta del lapsus, di una feroce richiesta d’amore sbattuta come uno straccio bagnato sulla faccia di chi la legge. Altrove, in altre incaute sterzate di Rosselli, siamo lambiti dalla lingua in fiamme di un insetto osceno.
La risposta a questa differenza di atteggiamento credo si possa individuare nella riflessione che segue: Alda Merini volle gettare il proprio corpo al macero per ribellione alla rimozione operata sul suo corpo dalla psichiatria: avete visto tutti come i corpi degli internati siano corpi disabitati, in cupo abbandono, e dunque la poetessa, giunta ad avere un’autorevolezza grazie al proprio lavoro, volle dar voce all’ormai quieto rogo del suo corpo. Il suo fu un raddoppiamento del gesto poetico, poiché fare poesia è già di per sé un’azione politica, proprio per l’emarginazione dal mercato che hanno evidenziato Di Stefano e Cortellessa, emarginazione tanto più evidente quanto più la cultura degli ultimi vent’anni ha formato l’immaginario visivo bidimensionale delle nuove generazioni, ove i genitori non abbiano tenuta alta la guardia a difendere le altre forme reali, ovvero tridimensionali, della comunicazione. Progresso è evolvere, non sostituire: una piatta immagine in movimento passivo non è una evoluzione della parola. 
Dunque io auspico la convivenza parallela delle forme della comunicazione contemporanea, ben sapendo che la poesia è un profilo biologico e dunque ai poeti sarà inevitabile continuare a essere la rete parlante, invisibile e operosissima della società, l’alveare di ultrasuoni dove si tesse quel tessuto di senso senza il quale rimarrebbe soltanto la scorza del mondo, smembrata e priva di legamenti, perché la poesia serve a ricordarci – quando è altissima: a dimostrarci – che siamo tutti la stessa persona. 
Il fondamento del fare poesia è una compassione etimologica e primaria, ovvero la identificazione con il bene e il male dell’altro. Come nelle esperienze di premorte: i premorti, tornati alla vita, raccontano che, nel rivivere le scene della propria vita, hanno sentito i sentimenti di tutti i presenti, il bene che hanno dato e il dolore con il quale hanno offeso quando sono stati vivi. Così il poeta, ove la sua non sia “letteratura”, formalismo, guscio sonante del suo solo ego. La poesia non è un’attività letteraria, è una evoluzione dell’io, una sua attività di estroversione, una radicale dimenticanza. Ebbene, credo che mai come oggi questa sia una faccenda memorabile, una dichiarazione di resistenza e, parafrasando Fenoglio, una questione pubblica.
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