ROGOREDO, Abderrahim Mansouri (La Stampa, 14.2.26)
Non fa onore alla Polizia di Stato (le maiuscole sono intenzionali) che una scrittrice (io) venga pubblicamente minacciata di morte da molti che, così barbaramente, intendono difendere la Polizia di Stato.
A scatenare gli oltre settemila insulti (tra i quali piace sottolineare i più ordinari rivolti al femminile: vacca, strega…), le esortazioni a tornare a girare il sugo, gli auguri e le vere e proprie minacce di morte diffuse tra pagina e profili Facebook e Instagram della scrittrice, sono stati i dubbi da lei espressi, la sera stessa dell’omicidio, circa il comportamento di un singolo agente, che il 26 gennaio 2026, a Rogoredo, ha ucciso con un colpo alla testa Abderrahim Mansouri, durante un’operazione di contrasto allo spaccio. L’agente, immediatamente indagato per omicidio volontario dal pubblico ministero Giovanni Tarzia, ha sostenuto di essere stato costretto a sparare allo spacciatore, perché questi gli avrebbe puntato una pistola, che si è poi scoperto essere una Beretta giocattolo, priva di tappo rosso.
La scrittrice, avendo a lungo studiato le dinamiche dello spaccio per scrivere l’ultimo libro, di denuncia sulla diffusione planetaria e politica dell’eroina negli anni Settanta e Ottanta e sull’attualità criminale di Nuova Ostia, si è permessa di dubitare pubblicamente che uno spacciatore, anziché fuggire, abbia deciso di puntare un giocattolo contro un agente armato. Questo dubbio le è valso gli insulti e le intimidazioni di cui sopra. Quando l’autopsia, eseguita dall’anatomopatologa Cristina Cattaneo, ha rivelato che il colpo ricevuto dallo spacciatore non era frontale, bensì attingeva la parte laterale del capo, precisamente la zona dietro l’orecchio destro, la scrittrice ha ribadito il proprio dubbio, adesso ancora più legittimo, nonché sostenuto da un articolo di Frank Cimino riportato in prima pagina dal quotidiano «l’Unità» il 4 febbraio.
Nei giorni successivi, le analisi non hanno rilevato tracce né di Mansouri né del poliziotto sulla pistola giocattolo, che ha strisciato nel fango. Nei giorni successivi, l’agente cambierà versione. Ma qui importa soprattutto rilevare che i ragionamenti svolti in pubblico sono valsi alla scrittrice la scoperta di un panorama di disumana violenza. La maggior parte dei commenti ripete a pappagallo, producendo un effetto inquietante di nastro preregistrato, gli slogan (cioè frasi semplificate al massimo) orecchiati nelle trasmissioni televisive o, ancora peggio, sui social, scanditi dal politico che alza più la voce e i toni del confronto democratico ideale. Migliaia di persone hanno inneggiato alla morte dello spacciatore, imputandogli di essere a sua volta venditore di morte, senza riflettere sul fatto che non esisterebbe spaccio se non ci fosse richiesta ma, soprattutto, senza riflettere sul fatto che chi spaccia è solo l’ultima delle ruote del carro della morte. Il vero marcio, come hanno recentemente dimostrato gli Epstein files, siede molto molto più in alto, indossa giacca e cravatta e, nella maggior parte dei casi, rimane impunito.
Le minacce di morte ricevute dalla scrittrice e da chiunque – come, da ultimo, l’ottimo Sigfrido Ranucci – pratichi il lusso del dubbio e dell’informazione derivano, in scala, dal sistema Epstein. Si tratta del verminaio del potere che protegge sé stesso attraverso violenza e ignoranza. Il potere, per continuare a comandare, deve liberare il serpente rettiliano che è nel cuore di ognuno di noi, me inclusa, deve spargere quell’insicurezza sociale che presto diventa odio degli uni contro gli altri. Divide et impera. Oggi è la finanza che governa le vite dei piccoli, godendosi lo spettacolo della lotta fratricida. Ma così è stato sempre, così fu nell’ovale insanguinato del Colosseo, perché così temo sia l’umano, specie se appositamente – e tendenziosamente – stimolato nelle sue linee d’ombra.
Come non ricordare gli anni della strategia della tensione, che hanno stroncato nel sangue la forza bella e viva di un popolo che cambiava le leggi che lo governano, che otteneva dai propri legislatori la possibilità di divorziare, la possibilità di abortire, una volta scelto di farlo, recandosi in strutture sanitarie e non rischiando la vita sotto le mani e i ferri delle mammane, come racconta Annie Ernaux. E lo Statuto dei lavoratori. E tutto questo bene l’hanno affogato nel piombo, nel tritolo, nell’eroina. Quella volta abbiamo evitato per un soffio il colpo di stato militare, e ho fortemente voluto rievocare quegli anni nell’ultimo libro, che avrebbe infatti potuto intitolarsi Promemoria, perché sentivo montare dall’orizzonte planetario un’onda di bruttura che, confesso, ha superato le mie attese. Più avanti di me, infatti, si era spinta l’immaginazione di Pier Paolo Pasolini. Come non ricordare il suo capolavoro, il suo amaro testamento Salò, primo lungometraggio della “Trilogia della morte” immaginata dal poeta, che il suo assassinio (tuttora impunito) non gli ha dato il tempo di completare. Un film sull’invidia dei corrotti dal potere per i corpi puri, che vogliono lordare in ogni modo. Un film sull’ottusità degli sgherri del potere.
Ma Pasolini, a differenza mia, non aveva da porsi il problema dell’essere donna. La domanda finale che rivolgo è, dunque: se a farsi pubblicamente le domande sull’omicidio di Rogoredo fosse stato un uomo, si sarebbe scatenata la stessa violenza?
È una domanda che desidero lasciare aperta, come spunto di riflessione, insieme alla sola certezza che, nel caso di uno scrittore uomo, non si sarebbero accesi gli stessi pregiudizi circa le sue competenze di balistica e anatomopatologia. Per una parte del nostro Paese, che non avevo ancora avuto l’onore di conoscere, una donna ha difficoltà a comprendere dinamiche e parabole ed è meglio che torni a girare il sugo per marito e figli. Se ne ha. In caso contrario, ove si tratti di femmina sola e senza figli, secondo quella parte di paese che ancora sopravvive dall’epoca oscura, quella povera donna avrebbe completamente fallito la propria missione sociale.
Quanto a me, ho insegnato ai miei figli a riparare le ferite, proprie e del mondo, con la cultura, con la gentilezza e il senso critico, con tutte le bellissime parole che sono bandiere, che sono azioni, e delle quali ho il massimo rispetto. Lo stesso che provo davanti a persone alle quali la vita non ha regalato la possibilità di studiare. Avere una cultura, non dimentichiamolo, è un privilegio ricevuto, un impagabile dono, non un vanto. Una fortuna, insomma, non un merito.
Maria Grazia Calandrone




Grazie per la tua rabbia e perseveranza. È sempre un piacere leggerti, così vicina all’umanità e comunque complessa perché poetica. Solo un’aggiunta, se mi permetti, Pasolini aveva eccome un problema, quello di essere un grande uomo e omosessuale, offeso, sbeffeggiato, emarginato, non lo hanno protetto come un dono prezioso. Hanno potuto ucciderlo.
Susanna
Grazie a te Susanna, davvero, per la tua sensibilità. Pasolini sì, certo, aveva il “problema” dell’omosessualità, anche per gli esponenti del partito, ma non credo sia morto per quello. come scrivo nell’ultimo libro, credo sia morto per ciò che aveva scoperto sulla corruzione del sistema italiano. era ed è una tragedia
Buona sera sono interessata a conoscere il titolo del libro che lei ha scritto a proposito della diffusione dell’eroina
Grazie Dianella Bardelli
Buonasera a lei Dianella e grazie di cuore. S’intitola Dimmi che sei stata felice, Einaudi editore