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Caro 8 marzo (Rai Radio3 – 2.3.26)

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Rieccoti fra noi, caro 8 marzo! Eh sì, perché il tempo ha il vizio di passare, è una malattia che non guarisce, ma almeno utilizziamolo con profitto! Cioè, mi piacerebbe che, visto che il tempo non smette di passare, facciamo almeno che non passi invano e che tu non sia più una tappa necessaria, facciamo – una volta per tutte – che i tuoi principi di rispetto e uguaglianza vengano applicati tutti i giorni.

Vorrei che non fosse più necessario festeggiarti, se non come commemorazione delle oltre cento donne morte nell’incendio della fabbrica tessile di New York e per ricordare quando le operaie si sono unite alla lotta contro gli zar, nella Russia della rivoluzione. La tua rivoluzione dovrebbe essere la normalità.

La maggior parte di noi non è stupita dal fatto che le donne partecipino alla politica, che rivestano, anzi, ruoli apicali di governo, editoria, industria. Ma c’è una parte di paese che non vive al passo con questa realtà, che ancora concepisce una compagna come estensione del proprio corpo, come un possedimento. È a questi uomini che ti rivolgo, caro 8 marzo, agli uomini dentro i quali la mancanza di educazione genera violenza. Per favore, caro 8 marzo, aiutaci a responsabilizzare gli uomini, a non colpevolizzare sempre la donna che non riesce ad andarsene da una situazione di codipendenza violenta. Fai che aumentino i centri di ascolto per uomini maltrattanti, fai che gli uomini siano capaci di portare sé stessi fuori da quel gorgo, di autodenunciarsi, di farsi fermare.

Infine, ti chiedo un ultimo favore: cambiamo anche la parola “vittime” di violenza, donna vittima di violenza. La parola vittime spinge l’immaginario in una direzione di debolezza, quasi di inerzia. Non è così. Le donne che subiscono violenza sono anche forti, sono determinate. Anzi, spesso è proprio la loro forza emotiva che spinge gli uomini a sceglierle, per poi denigrarle. Il caso di Luciana Cristallo, al quale ho dedicato un libro, lo dimostra.

Allora: più uomini capaci di autocontrollo e niente più vittime, caro 8 marzo. Né di nome, né di fatto. Grazie!

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